venerdì, 18 luglio 2008
Rispondendo a LibertySoldier ho scritto un post. Mi si chiedeva perchè gli USA si sono cacciati in certi casini.

Perchè la Federal Reserve ha di fatto messo in moto una gigantesca macchina per distruggere gli Stati Uniti? Perchè la Germania guglielmina ha messo in moto una gigantesca macchina per autodistruggersi nella Prima Guerra Mondiale?

Fosse stato Bernanke la causa del problema, avrei detto che Bernanke è un idiota e avrei trovato una spiegazione plausibile, in poco tempo. Ma la causa diretta della situazione attuale è Greenspan: e quest'ultimo non era un idiota, sapeva quello che faceva. C'è chi dice che l'ha fatto apposta: ha dato ai politici ciò che i politici si aspettavano da lui.

Torniamo indietro a Volcker, il predecessore di Greenspan: caso più unico che raro, ad inizio anni '80 Volcker riuscì a causare una recessione per risolvere i problemi strutturali dell'economia che si erano venuti a creare con l'uscita dalla gold window da parte di Nixon nel 1971. L'economia USA aveva bisogno di una recessione, e l'ebbe, risolvendo inter alia il problema dell'inflazione dilagante. La cosa è stata politicamente costosa, e questo rende l'atto di Volcker tanto improbabile quanto encomiabile.

In quegli anni Reagan cominciava a fare alcune importanti riforme. Gli USA si ritrovarono con un'economia più libera, con minori tasse, un mercato del lavoro più efficiente, e mercati dei capitali più svincolati da controlli e regolamentazioni. Ma non fece nulla dal punto di vista della spesa, che anzi continuò a salire, e accumulò un deficit e un debito pubblico niente male.

Immaginiamo quindi un'economia dove si vengono all'improvviso a liberare efficienze produttive prima tarpate da idiozie politiche, con un'inflazione bassa grazie a Volcker, e un'economia appena rimessa in carreggiata, mercati finanziari (estremamente sensibili alla politica monetaria per motivi strutturali) deregolamentati e resi più efficienti e competitivi. E un governo che, non avendo saputo mettere freno allo stato sociale, e avendo accresciuto lo stato militare, aveva bisogno di deficit elevati per finanziarsi.

Tutto ciò congiurava per una politica monetaria lassista, che avrebbe impedito il crowding out degli investimenti dovuti al deficit pubblico, che non avrebbe causato inflazione perchè i mercati erano diventati più efficienti, e che sarebbe stata molto ma molto più efficace che in precedenza grazie alle deregulation e la disinflazione.

Si è arrivati a fine anni '80, e col crollo del muro di Berlino l'economia mondiale è cresciuta di molto. Anche questo garantiva ritorni di efficienza, e prezzi bassi. Poi c'è stata la Cina, che ha avuto le stesse conseguenze, ma quantitativamente molto maggiori.

Si è continuato così a pompare. A creare bolle. A distorcere l'economia. Finchè non si è arrivati ad una situazione in cui chi si ferma è perduto, e chi va avanti è perduto uguale.

Ormai i costi di una politica di ritorno alla  normalità sarebbero enormi, e nessuno è disposto a pagarli. Meglio chiudere gli occhi e posticipare il problema.

Non me la sento però di dare la colpa solo ai politici. Anche gli economisti hanno giocato la loro parte.

Nell'amministrazione Reagan c'erano molti supply-siders, per cui la manipolazione della politica monetaria, e i deficit fiscali, non hanno alcun effetto deleterio sull'economia, ma anzi stimolano la crescita. Sono demagoghi senza speranza, ma sono stati, almeno in certi momenti, importanti politicamente.

Inoltre, il paradigma dominante di politica monetaria è attualmente l'inflation targeting, per cui se l'inflazione è costante, non ci sono problemi economici. Questa idea è tanto idiota quanto quella secondo cui negli anni '20 non c'erano problemi perchè i prezzi erano costanti. Shock produttivi positivi come la deregulation o l'avvento della Cina hanno tenuti bassi i prezzi, anche in presenza di distorsioni economiche su scala globale estremamente pericolose. Ma gli inflation targeters non si sono accorti di nulla.

Congratulazioni a tutti, quindi.
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categoria:economia, usa
martedì, 26 febbraio 2008
Il tema della secessione è tornato alla ribalta delle cronache per via dei problemi in Kosovo. Cosa stia succedendo, o, meglio, perchè stia succendo non è proprio chiaro. Le interpretazioni sono diverse, e c'è chi dice:
  • E' un errore della politica estera della NATO, andata fuori controllo per leggerezza;
  • E' frutto del moralismo della politica estera americana;
  • Così faremo pagare a Putin il casino che sta facendo con l'Iran.
Ho le idee confuse, e nei limiti in cui non lo sono, è merito delle discussioni con Wellington. In linea di massima, però, un pizzicarsi tra grandi potenze mi sembra una spiegazione realistica: la speranza è che i pizzicotti diano vita ad accordi senza che si arrivi all'uso della forza.

Quindi credo che l'interpretazione più realistica sia: la Russia rompe da anni, e gli USA e l'Europa si stanno attrezzando per ridurla a più miti consigli. Ogni strategia di frizione che si basi sul buonsenso delle parti è rischiosa, soprattutto in politica, dove il buonsenso non è di casa; ma questa spiegazione mi sembra molto più realistica delle altre.

Il problema di questa strategia è che nessuno rischierebbe anche un solo uomo per il Kosovo, a meno che non sia serbo, kosovaro, o... russo. Per questo motivo non riesco ad escludere che si tratti di una situazione parzialmente andata oltre le intenzioni.

Però Wellington m'ha fatto leggere un articolo che conferma la terza interpretazione: gli USA vogliono regalare una portaerei all'India. Quindi, ad occhio, direi che le cose stanno così:
  • A1 La Russia minaccia di sospendere forniture di gas naturale;
  • A2 Uccide spie in pubblico;
  • A3 Avvelena politici avversari;
  • A4 Si lamenta se i suoi vicini temono la sua politica e vogliono essere protetti dalla NATO;
  • A5 Aiuta l'Iran, anche nel programma nucleare.
A questo punto la risposta occidentale è:
  • B1 Allargare la NATO in Europa Orientale;
  • B2 Danneggiare la Serbia;
  • B3 Allontanare l'India dalla Russia;
  • B4 Danneggiare l'industria militare russa.
La spiegazione sembra realistica, però mi aspetterei anche:
  • C1 Mettere il naso nella politica russa cercando di aiutare gli oppositori di Putin;
  • C2 Ridurre l'esposizione europea alle non affidabili forniture di gas russe;
  • C3 Aiutare la Cecenia, popolo massacrato dall'Armata R(u)ssa negli ultimi venti anni;
  • C4 Dipingere Putin come un dittatore (non è che ci voglia molto).
Lo scopo della strategia è: tu smettila con A1-A5, noi la smettiamo con B1-B4, e non facciamo C1-C4. Uno scambio di pretese alla Bruno Leoni, diciamo. Può funzionare, a patto che ci sia sufficiente buonsenso tra le parti per realizzare che il muro contro muro è molto più costoso dell'indifferenza reciproca.

Sarebbe anche opportuno che l'Occidente concentrasse i motivi di frizione con la Russia solo a pochi temi importanti, tipo non mettere in pericolo la sicurezza dell'Europa, soprattutto Orientale e non aiutare l'Iran, ed evitare frizioni gratuite, a meno che non sia un "tit for tat" come quello visto ora (a parer mio, la guerra in Serbia del 1999 era una frizione gratuita e difficilmente giustificabile alla luce di costi e benefici).

Un altro potenziale problema è accordare i fini (contenere la Russia) coi mezzi (in questo caso, provocando frizioni su vari teatri e proponendo uno scambio leoniano), invece che limitarsi a fare moralismo senza uno scopo (tipo "Boicottiamo le Olimpiadi a Pechino"), che è costoso e privo di benefici reali. Siccome la retorica moralista serve all'opinione pubblica ma non è in genere una spiegazione dei fatti della politica internazionale, si potrebbe anche trascurare, ma potrebbe influenzare la politica attraverso l'opinione pubblica, quindi meglio mettere le cose in chiaro.

Ovviamente le liste A, B e C sono incomplete... è possibile allungarle ad libitum.

Comunque, normativamente, sono contento per i kosovari, un po' meno per le enclavi serbe.

PS Mi piace molto anche che ritorni alla ribalta una recente guerra (Serbia, 1999) dove l'ONU è stata bypassata da tutti i paesi europei (la Russia avrebbe messo il veto e l'ONU si sarebbe bloccata), che solo pochi anni dopo (Iraq, 2003) hanno finto di credere nella legittimità della stessa organizzazione per opporsi alla politica estera USA. Come sembre, distinguere i fatti dalla retorica è difficile: l'ONU non sembra essere un attore della politica internazionale, ma più che altro un artificio retorico.

PPS Corollario: considerando che l'unico problema di sicurezza reale per l'Europa è la Russia, può darsi che il rafforzamento della Russia negli ultimi anni stia portando ad un riavvicinamento del mondo occidentale, che si era diviso sulla questione iraqena. Per questo parlo di politica occidentale.
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categoria:usa , politica internazionale
venerdì, 21 dicembre 2007
Una settimana fa ho avuto una segnalazione su un cittadino italiano detenuto in Marocco e arrestato in Pakistan, Abou Elkassim Britel. Non sono chiari i fatti, trattandosi forse di un arresto della CIA, non correttamente classificato come extraordinary rendition, cioè sequestro di persona di nascosto, in quanto avvenuto non contro la volontà del Paese ospitante. Difficile capire cosa, se, è successo, difficile distinguere il segnale dal rumore, cioè i fatti dalle illazioni, che possono provenire da qualsiasi fazione.

Però, in generale, in relazione alle garanzie giuridiche, c'è un problema in qualche modo legato alle discussioni sulle carceri di pochi giorni fa: il diritto pubblico, nella fattispecie le garanzie processuali del diritto penale, non esiste per fare un favore ai delinquenti: esiste per difendere la società dall'abuso della coercizione da parte delle autorità. Così mi sono ricordato di un paper del Cato, Power Surge:

"President Bush and his lawyers say that terrorists are “enemy combatants” and that enemy combatants are not entitled to the protections of the Bill of Rights. The defect in the president’s claim is circularity. A primary function of the trial process is to sort through conflicting evidence in order to find the truth. Anyone who assumes that a person who has merely been accused of being an unlawful combatant is, in fact, an enemy combatant, can understandably maintain that such a person is not entitled to the protection of our constitutional safeguards. The flaw, however, is that that argument begs the very question under consideration."

In poche parole, non ha logicamente senso restringere le garanzie processuali ai criminali, perchè essendo una persona considerabile colpevole soltanto dopo il processo, togliere queste agli accusati significa presupporli colpevoli prima che l'accusa stessa venga provata: in poche parole, le garanzie processuali si possono togliere, ma sia agli innocenti che ai colpevoli. Il due process of law serve proprio per accertare i fatti, se la colpevolezza fosse certa a priori, il processo non servirebbe a nulla.

Nel caso specifico non so che dire: fondamentalmente si tratta di un cittadino italiano detenuto all'estero, non di un extraordinary rendition. Però la restrizione delle garanzie giuridiche negli USA rimane, anche se l'esempio forse non c'entra nulla (odio le questioni di fatto, le teorie sono così belle e facilmente analizzabili, i fatti sono manipolabili a piacere!)... il paralogismo del "sono nemici (vel criminali vel delinquenti)... quindi il processo non serve (quasi)" invece, qualcosa c'entra...
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categoria:usa , giustizia
mercoledì, 28 novembre 2007
Su invito di Sgembo, entro anch'io in Ron Paul 2008, l'aggregatore italiano per Ron Paul. Why?

  1. Ho risposto sì perchè m'hanno invitato. Ma se fosse stato un Howard Dean 2008, avrei rifiutato, quindi che cavolo di risposta è?
  2. Perchè Ron Paul è l'unico repubblicano che mette in primo piano i temi della libertà, quando il GOP, immemore della Old Right dei Thirties, è diventato un partito social-democratico, impegnato com'è a spenderee e spandere con finalità socialiste e militariste.
  3. Perchè gli USA si trovano con dei notevoli problemi strutturali, principalmente di origine economica, e solo mettere in primo piano il tema della libertà può portare ad una soluzione.
  4. In un mondo diviso tra due partiti, l'uno socialista e fiero di esserlo, l'altro socialista senza sapere di esserlo, che vincano i Democratici o i Repubblicani è indifferente. Ci sono pochi dubbi che Clinton abbia fatto meno danni di Bush Sr, che Blair sia decisamente migliore di Cameron, e che un governo F. De Benedetti (infatti non è stato presentato alle elazioni) sarebbe migliore di un governo Tremonti. A questo punto la scelta migliore è l'astensione, perchè, a fronte di un beneficio netto nullo della vittoria delle due alternative, si risparmiano i costi per recarsi alle urne. Con Ron Paul, almeno, sarebbe diverso.
  5. Perchè, anche se le probabilità di superare le primarie sono nulle, la possibilità di sensibilizzare la gente concentrandosi su certi temi non è trascurabile.
  6. L'unico difetto di Ron Paul è quello di essere libertario anche in politica estera: il fatto è che anche in questo campo non può fare nulla di peggio di ciò che ha fatto Bush. Certamente, parlare di isolazionismo in un mondo dove per fare il periplo del globo servono poche ore (per un ICBM molto meno), riferendosi a dottrine adeguate quando furono proposte, 200 anni fa, non è realistico. D'altra parte, ritirarsi almeno parzialmente da M.O., E.O. e UE avrebbe una serie di effetti benefici, come porre gli europei di fronte alla necessità di difendersi dalla Russia, cosa che li renderebbe più utili come alleati nel medio-lungo termine; eliminare le ragioni di frizione in Arabia Saudita; spaventare tutto l'E.O. e farlo avvicinare agli USA per timore della Cina, e risparmiare un sacco di soldi, con conseguente maggiore sostenibilità di lungo termine del ruolo USA attuale. Il fatto è che a Ron Paul ragionamenti come questi (fondati o infondati che siano: sicuramente sono semplicistici) non dicono nulla: e questo è un problema, perchè uno dei task più importanti della Casa Bianca è decidere la politica estera. Ma, ripeto, peggio di Bush non risco a immaginare nulla.
  7. Infine, c'è il problema del gold standard: introdurlo tra cinquant'anni significa attendere che che l'attuale sistema monetario distrugga tutto. Introdurlo oggi significa che la conseguente e inevitabile recessione colpirà la credibilità del gold standard per il resto della storia umana. Non si sa se è peggio attendere la malattia per non sprecare la cura o curare la malattia col rischio che l'opinione pubblica dia al medico la colpa.
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categoria:usa
lunedì, 26 novembre 2007
Invece che ridisegnare continenti spendendo centinaia di miliardi di dollari in costruttivismo puro, pare che ci sono state delle missioni militari su scala ridotta, in Colombia, nelle Filippine, in Kenya e altrove. Pochi mezzi, obiettivi limitati, collaborazione con le autorità locali... praticamente un'operazione di polizia internazionale, con obiettivi quali ripulire un'isola da terroristi islamici, fermare gruppi paramilitari che si finanziano grazie alla War on Drugs della Casa Bianca (quando si dice il cane che si morde la coda).

Insomma: una potenza egemone che aiuta i clientes in difficoltà costa poco (riducendo quindi il rischio di overstretching, sia tattico che strategico) e garantisce una maggiore stabilità. La stessa cosa non si può dire dell'intervento in Iraq, progettato male, anche se qualche passo avanti di recente sembra ci sia stato.

Un'altra cosa interessante è che, siccome non ci sono problemi di cui parlare, i media non ne parlano minimamente.

Los Angeles Times (thanks to Wellington)
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categoria:usa , politica internazionale
mercoledì, 21 novembre 2007
Sunto e conclusioni

Può un'economia sistematicamente distorta dalle politiche monetarie dar luogo ad una globalizzazione accelerata, insostenibile e instabile? Sì, e questa componente della globalizzazione rischia di distruggere quel che c'è di buono nel processo, la parte legata alla specializzazione ricardiana.

Può la globalizzazione facilitare politiche monetarie scriteriate, aumentando la robustezza del sistema economico alle politiche dannose, e, quindi, aumentando la gravità dei problemi da queste creati? Sì, in un'economia chiusa gli USA già da tempo probabilmente avrebbero avuto seri problemi economici, e avrebbero già dovuto tornare sui loro passi.

La politica monetaria spinge a consumare troppo, cioè più di quanto è necessario per sostenere la struttura del capitale, e a indebitarsi insostenibilmente, cioè più di quanto in futuro si sarà in grado di pagare. In un'economia aperta la valvola di sfogo di queste distorsioni è, direttamente, il trade deficit, che quindi può essere la conseguenza delle distorsioni monetarie.

Le politiche monetarie assuefano al rischio e producono moral hazard su scala globale. Ciò può spingere verso livelli di indebitamento insostenibili, facilitando il trade deficit (che crea debito nei confronti del resto del mondo) perchè non ci si rende conto adeguatamente del rischio. Inoltre, il moral hazard globale rende la struttura produttiva più rischiosa, ed esposta a crisi e contagi globali: ciò è stato chiamato fragilità sistemica.

L'iniezione di credito crea un livello di produzione e investimenti insostenibili. Si investe più di quanto si risparmia, e presto o tardi ci si dovrà render conto che si è sotto-investito nella conservazione del capitale (consumo di capitale) e che la conservazione di questo richiederà una forte riduzione dei consumi, per facilitare la ristrutturazione economica, e una temporanea crisi da liquidazione (potenzialmente devastante se si lasciano fallire tutti gli intermediari finanziari, però!).

Nel breve termine i prezzi possono rimanere bassi perchè il credito non tocca direttamente i beni di consumo, essendo speso per i beni capitali, e perchè la produzione aumenta. Se contemporaneamente abbiamo anche progresso tecnico, investimenti genuini e specializzazione internazionale, la produttività e i prezzi possono migliorare, nascondendo gli effetti del malinvestment. Questi sono i motivi per cui si è potuto arrivare così lontano.

Il fatto che la globalizzazione abbia aumentato la robustezza del sistema economico alle distorsioni monetarie non significa che abbia aumentato la sostenibilità di lungo termine di queste politiche. I processi messi in moto sono estremamente pericolosi e condurranno verosimilmente a una forte crisi economica, e al continuo declino economico e quindi politico degli USA.
Questo significa che il margine di libertà sorto con la riduzione del peso di politiche illiberali come i privilegi sindacali, i controlli sui capitali, la tassazione progressiva, le grandi conquiste di Reagan, sono state sfruttate dalla classe politica, non necessariamente volontariamente, per conservare e finanziare il loro potere. Il fallimento dei tentativi di ripristinare il liberalismo tramite la democrazia e i movimenti di opinione non poteva essere più manifesto. E state certi che l'opinione pubblica darà retta ai Tremonti, con le loro favolette populiste sui benefici del protezionismo, quando si tratterà di trovare capri espiatori per i problemi prossimi venturi.

Che poi questi problemi prenderanno la forma di un lungo e graduale declino, o di un'improvvisa e inarrestabile crisi di depresflazione, dipenderà da cosa il resto del mondo vorrà farne dei biglietti verdi. Io non credo a rapide e massicce crisi, ma se il resto del mondo deciderà di non fidarsi del dollaro, alla Fed non potranno più inflazionare la moneta per uscire da un'eventuale crisi economica. E, più inflazionano, più è verosimile che questa de-dollarizzazione possa prima o poi accadere.
Non si può negare che l'economia contemporanea è credit-addicted, e che la teoria rivela nessi causali notevoli che mostrano come il trade deficit possa essere sintomo delle distorsioni creditizie. Bisognerà vedere se queste distorsioni porteranno o no ad un aggiustamento (eufemismo per "crisi"), cosa che non dipende dall'apertura o chiusura dei mercati; quel che è certo è che l'apertura di questi ha posticipato il redde rationem. Ora si deve sperare che questa dilazione non verrà pagata con interessi eccessivi.
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categoria:economia, usa
sabato, 17 novembre 2007
Blondet dice che in America ci sono stati 6,256 suicidi nel 2005 tra i reduci di Iraq e Afghanistan. Chiunque sappia fare le moltiplicazioni e le divisioni è in grado di rendersi conto che la cifra è ridicolamente elevata.

"I soldati americani tornati dall'Iraq e dall'Afghanistan tendono al suicidio. In proporzione spaventosa: nel solo 2005, ben 6.256 giovani tornati a casa si sono tolti la vita."

Stranamente, la CBS trova la stessa cifra:

"In 2005, for example, in just those 45 states, there were at least 6,256 suicides among those who served in the armed forces. That’s 120 each and every week, in just one year."

Peccato che si riferisca ai reduci in generale, e non ai reduci di Iraq e Afghanistan! Non capisco perchè i lettori di Blondet non si sentano presi per i fondelli.

Comunque, pare che la situazione dei reduci negli USA sia effettivamente abbastanza grave. Un presidente social-democratico come Bush, col suo spendere e spandere per il Medicare, del resto, qualche mutuo, magari sub-prime per i suoi ex-dipendenti poteva pure trovarlo!

Neanche i dati della CBS mi tornano molto. Se il tasso annuo di suicidi è 20/100,000 per i veterani, il doppio rispetto ai civili, per avere 5,000 suicidi servono... 25 milioni di reduci... cioè l'8% della popolazione. Numero realistico, forse, se consideriamo i reduci del Vietnam, e quindi della leva obbligatoria, che ormai avranno una certa età. Mi chiedo però Blondet come arrivi ai 2,500,000 di reduci di qualche guerra... è probabile che solo quelli di Iraq e Afghanistan siano più di un milione, considerando la rotazione...

A parte questi dettagli, c'è da chiedersi come si faccia a non controllare ciò che si scrive e a commettere errori così palesemente grossolani. In fin dei conti, Windows ha una calcolatrice tra gli accessori!
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categoria:usa
giovedì, 15 novembre 2007
Pseudo-soluzioni: protezionismo, consumismo globale

Per proporre una soluzione bisogna avere un problema. Nessuno propone soluzioni alla salute fisica: si cercano soluzioni alle malattie. Quindi il titolo è da interpretare: non propongo soluzioni al commercio internazionale, perchè questo è naturale, benefico, fondamentale... chi è contro la globalizzazione dovrebbe prima di tutto dimostrare perchè scambiare tra Cina e USA è un male, mentre scambiare tra Bologna e Roma non lo è... ma si renderà conto che, così facendo, diventerebbe un agricoltore autosufficiente che lavora 16 ore al giorno per mangiare patate e vestire di stracci. Il problema sono le distorsioni monetarie, che purtroppo hanno una dimensione globale.

Veniamo all'analisi di due finte soluzioni: il protezionismo e l'esportazione del consumismo (sarà la nuova frontiera dei neocon?*). In entrambe i casi il problema è di confondere la malattia con i sintomi: mentre un enorme indebitamento può indicare forti squilibri macroeconomici, di per sè non prova che ci sia un problema: esistono anche forti indebitamenti del tutto sostenibili. Invece il protezionismo e il consumismo globale cercano di attenuare un sintomo (la globalizzazione), senza curare il problema (la politica monetaria).

Cominciamo dal primo: il protezionismo. E' vero che, se gli USA chiudono le frontiere a merci e risparmi cinesi, di colpo il trade deficit va a zero (le partite correnti no, a meno di rigettare il debito, cosa che però farebbe probabilmente sparire il dollaro come moneta). Ma a che pro?

Il problema USA nasce dall'assenza di risparmi, cioè dal fatto che tutto il PIL USA è speso in consumi privati e spesa pubblica. Senza risparmi cinesi (si fa per dire: vengono da tutto il mondo, soprattutto dall'Estremo Oriente, e Cina e Giappone la fanno da padrone) l'economia USA non potrebbe andare avanti, a meno che ovviamente non diminuiscano consumi e spesa pubblica social-militare a vantaggio dei risparmi, e quindi degli investimenti.

Il protezionismo avrebbe due effetti: ridurrebbe la quantità di risparmi a disposizione degli USA, sia per consumare a credito sia per investire nella dotazione di capitale americana, con conseguente rialzo dei tassi di interesse reali e crisi economica; inoltre ridurrebbe la domanda di dollari all'estero, che verrebbero usati difficilmente ancora come riserva (a che pro, se non potrebbero essere usati per comprare merci negli USA?), con conseguente picco dell'inflazione. In poche parole, un serio protezionismo USA creerebbe un circolo vizioso di maggiori tassi e maggiore inflazione, da cui la Fed, pompando ulteriore liquidità, non potrebbe uscirne facilmente, senza una domanda di dollari estera e una fonte di risparmi esteri a tener bassi prezzi e interessi.

La seconda soluzione è analoga: se la Cina o il Giappone smettessero di risparmiare, non avrebbero risparmi da fornire agli USA, e quindi il trade deficit si ridurrebbe. Che scoperta... ma verrebbero a mancare anche in questo caso una fonte di domanda di dollari e una fonte di risparmi reali, con conseguente spirale interessi/prezzi. Insomma: un trade deficit può indicare tante cose, tra cui un eccesso di risparmi esteri e un eccesso di consumi americani (o nè l'uno nè l'altro), ma se è il risparmio che si va a combattere, le cose peggiorano. Infatti il risparmio, domestico o estero che sia, è la base della crescita, molto più importante di quanto il modello di Solow, credibile come i maghi delle TV private, possa far pensare.

Forse si può salvare questa proposta con un ragionamento contorto: se protezionismo e consumismo globale distruggeranno il mostro di Jeckyll Island e tutte le altre Banche Centrali, magari ci accorgeremmo del problema subito, invece di aspettare con ansia il momento in cui sarà troppo tardi per pensarci... che dire... l'ultima volta che è successa una cosa del genere, Hitler e Roosevelt sono andati al potere. Non mi pare tutt 'sta grande idea...

Provocare un male oggi per evitare una tragedia domani sulla carta è un bene: è ciò che si fa quando ci si opera oggi per evitare una malattia in futuro. Si chiama prevenzione. Ma politicamente non ci sono le basi: i liberali perderebbero, e il Potere se ne avvantaggerebbe. Anche questa difesa d'ufficio di soluzioni mal concepite, quindi, è da scartare.

Non si possono eliminare le conseguenze degli errori passati. Si può però fare qualcosa per renderle meno tragiche. Libero mercato ovunque, lavoro, capitali, commercio internazionale. E recessione oggi, subito dopo la totale liberalizzazione+, anzichè crisi totale e permanente domani.

Problemino: ciò distruggerebbe tutta la struttura bancaria e finanziaria come noi la conosciamo, butterebbe sul lastrico milioni di lavoratori e debitori insolventi (chi ha fatto un mutuo, mica solo le banche e le grandi imprese!). Come evitare questo non l'ho ancora pensato. Se volete anche voi salvare il mondo, tornate sul mio blog periodicamente, magari mi viene in mente una soluzione.



* Ma poi, i neocon esistono? Siccome mi sono beccato del neocon ripetutamente, sembra una parola senza significato specifico, come "nazista", "fascista", eccetera.

+ La liberalizzazione ridurrebbe i costi di transizione (non transazione) e di riequilibrio della struttura produttiva. In poche parole, se si ha un leone alle spalle, non si può far sparire il leone, ma si possono indossare scarpe migliori per provare a scappare.
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categoria:economia, usa , cina, liberalismo, commercio internazionale
lunedì, 12 novembre 2007
Il doppio punto, esclamativo ed interrogativo, è voluto, non è un refuso. Mi riferisco a questo articolo, che dice cose credibili e altre meno credibili.

Mettiamo le cose in chiaro: il dollaro si sta svalutando, e la svalutazione sicuramente rende meno interessante (1) detenere dollari e (2) investire negli USA. Ci sono tutte le condizioni per una svalutazione maggiore, addirittura per una crisi finanziaria, e per una profonda recessione globale. Inoltre, ci sono molti interessi geo-politici in gioco, perchè molti dollari non sono nelle mani di homines economici le cui azioni possono essere comprese col Arbitrage Pricing Theory (non ricordo cos'è, la mia è una figura retorica), ma pensando anche agli homines strategici. Per questo motivo, le analisi delle evoluzioni del dollaro devono basarsi sia su riflessioni economiche che strategiche.

Detto questo, qui c'è l'articolo, suggeritomi da Wellington.

"Its value is dropping, and the Fed isn’t doing a whole lot to change that."

Vabbè... che può fare? Se non inflaziona l'economia collassa. Se inflazione aumentano i prezzi. L'unica way out è che il resto del mondo continui a detenere dollari e a investire negli USA. La cosa dipende da fattori strategici, e è disincentivata dalla politica monetaria USA stessa, anche se le altre Banche Centrali inflazionano altrettando, quindi rendendo meno evidente il declino del dollaro. Un'altra way out è sperare nel progresso tecnologico e nell'espansione dei mercati mondiali... cosa che sarà ancora sostenibilissima per lungo tempo (almeno alcuni decenni), ma un rallentamento congiunturale del resto del mondo potrebbe togliere questa stampella al dollaro nel breve termine.

I sette paesi sono:

Arabia Saudita: tolto l'Iraq, l'Arabia Saudita può permettersi una politica indipendente dagli USA perchè non ha nulla da temere, tranne improbabili tagli alla domanda di petrolio (ma tutti vogliono petrolio, mica solo gli USA, quindi gli USA non hanno potere contrattuale in proposito), e crisi di legittimità dovute all'Islamismo (che giocano a favore di una politica anti-USA). Questo è quindi probabile. E che tutto il Golfo possa decidere di fare a meno del dollaro, anche se meno probabile e più graduale (finchè non c'è una crisi di panico, sempre possibile, ovviamente), è una possibilità, incentivata sia dal declino del dollaro stesso, sia dalla mancanza di una minaccia Iraqena...

Sud Corea: improbabile. Ok, una diversificazione è possibile, visto il rischio di essere esposti finanziariamente alla svalutazione del dollaro. Ma la Sud Corea ha strategicamente bisogno degli USA: Giappone, Taiwan, Sud Corea, e potenzialmente tutto l'Estremo Oriente hanno da temere più la Cina che G. W. Bush. Quindi sosterranno le politiche della Fed anche a costi notevoli, verosimilmente. A meno che non vogliano far crollare il dollaro, ripristinare un'economia normale negli USA ora, per salvare la loro egemonia nel lontano futuro, quando la Cina sarà una minaccia reale. Improbabile.

Cina: la minaccia di abbandonare il dollaro in risposta alle scempiaggini USA sul protezionismo è poco verosimile... perderebbero entrambi, non possono fare a meno del libero mercato. Eppure una Cina con le spalle al muro potrebbe averne bisogno, quindi minacciare l'abbandono del dollaro come arma strategica è sempre possibile: ma una minaccia non è un'azione, ma una segnalazione... non c'è motivo di farlo. La Cina ha bisogno della domanda USA per crescere? Probabile. E probabilmente ne avrà bisogno ancora a lungo. Ma ci sono segnali che il peso degli altri paesi nell'export cinese sta crescendo, quindi forse la Cina ha trovato altri consumisti coglioni su cui fondare la sua crescita economica e industrializzarsi. Noi. Fortunatamente, investire in Europa è un po' come darsi una martellata sui testicoli, quindi credo che questa minaccia sia poco credibile, salvo idiozie protezioniste da parte USA.

Venezuela: il recente problema di liquidità dovuto ai mutui subprime ha ridato fiato alle petro-dittature. Chavez e Ahmadinejad sicuramente potranno ringraziare Bernanke per l'effetto che le sue iniezioni di liquidità hanno avuto sul prezzo del petrolio. Vale ciò che vale per l'Arabia Saudita: geopoliticamente ha senso creare problemi agli USA, ed economicamente gli USA non hanno più un grosso potere contrattuale sul mercato del petrolio, viste le domande dai paesi in via di sviluppo.

Sudan: non conosco la situazione sudanese, ma credo valga lo stesso che per Arabia Saudita e Venezuela. Interessanti le note del testo.

Iran: inutile aggiungere a quanto detto su Arabia Saudita e Venezuela.

Russia: il più grande problema geopolitico dell'Europa, soprattutto Orientale, sta rialzando la testa. Gli anti-americanisti tafazziani possono anche gioire di ciò, ma se non fossero accecati dall'odio anti-americano si accorgerebbero che tutta l'Europa, soprattutto Orientale, sarebbe nei guai con una Russia forte e degli USA deboli. Quanto detto in precedenza sugli altri paesi vale anche qui. Solo che il Sudan nessuno sa dov'è, e non c'è grosso bisogno di saperlo. Con la Russia questo cinismo sarebbe ridicolo.

Io sono pessimista: lo si vede. Ma il mio pessimismo è sempre stato spostato in un futuro abbastanza lontano, dove i nodi della politica monetaria USA non sarebbero più potuti rimanere nascosti. Non è improbabile che si debba avvicinare temporalmente l'ora di essere pessimisti. Però credo che ancora non sia nell'interesse di nessuno far crollare il dollaro, anche se la situazione è intrinsecamente instabile e può sempre sfuggire di mano.

Una politica di appeasement e tagli alla spesa social-militare USA, e l'induzione di una grossa recessione ora che non è forse ancora troppo tardi per farlo, è la politica migliore. E non perchè sia allettante: ma perchè "c'è sempre de peggio... basta che vai alla discarica de Malagrotta, sotto 'na montagna de merda!" (Prophilax).
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sabato, 10 novembre 2007
Perchè siamo ancora vivi, e quanto a lungo lo saremo

Negli anni '80 Reagan ha salvato gli USA: ha incrementato la libertà nel mercato del lavoro e in quello dei capitali, rendendo l'economia più dinamica e capace di adattarsi. Ma per fare ciò, non potendo (it's democracy, stupid!) ridurre la spesa pubblica, creò un enorme mole di debito, e puntò molto sulla crescita degli aggregati monetari. Reagan è passato alla storia per aver abbattuto l'inflazione, ma ciò che in realtà ha fatto è creare le condizioni per rendere efficace l'espansione monetaria: liberare l'economia per renderla più malleabile e manipolabile*. In poche parole: l'economia USA, liberalizzandosi è diventata sia più robusta, che più soggetta a malinvestment.

Successivamente, con la caduta del blocco sovietico, l'apertura ai mercati della Cina, e la globalizzazione, una marea enorme di risorse sono entrate a far parte del mercato globale, contribuendo ad aumentare  la produttività, e quindi a tener bassa l'inflazione ed ad aumentare il prodotto mondiale. Ciò segue la logica dei vantaggi comparati di Ricardo, ed è un fattore del tutto positivo, sia per i cinesi che per gli americani che per il resto del mondo.

Anche la tecnologia ha fatto passi da gigante: le nuove tecnologie della comunicazione e dell'elaborazione dell'informazione sono fondamentali per gestire il commercio e la divisione internazionale del lavoro, e probabilmente aiutano anche ad aumentare l'efficienza e la stabilità dei mercati finanziari (non so molto di questo, ma se mi dicono che i miei soldi sono in mano a Black e Scholes giuro che cambio idea).

Se questi fattori venissero a mancare, non sarebbe più possibile controllare l'inflazione, che già oggi è problematica (si vedano le materie prime e gli immobili, che non sono certo misurati dall'inflazione, o le notizie di inflazione dei beni di consumo in Cina). E se la politica monetaria venisse castrata dai rischi di inflazione, non potrebbe più consentire di nascondere sotto il tappeto il malinvestment e la fragilità sistemica.

Il risultato finale lo si è visto già nel 1923 in Germania, ma all'epoca esistevano altre monete oltre al Marco. Oggi il problema è globale, e la moneta di riserva mondiale, il dollaro, è solo una delle tante eccessivamente inflazionate, visto che tutte le Banche Centrali fanno a gara a chi si comporta in maniera più irresponsabile.

Non c'è ragione di credere che questi fattori spariranno nel breve termine: ma quando il mondo sarà troppo piccolo per tenere tutta la massa enorme di denaro di carta (oggi elettronico) che serve per allontanare il redde rationem, sarà troppo tardi per pentirsi d'aver dato tutto questo potere in mano allo stato.

Prima o poi, quando il mondo non chiederà più dollari e non finanzierà più gli USA, quando la globalizzazione si sarà estesa a tutto il mondo, rendendo difficile ulteriori aumenti ricardiani di produttività, e se la rivoluzione informatica non dovesse più da sola bastare a tenere a freno i prezzi aumentando il prodotto, si creerà una situazione in cui tenere a bada la recessione con l'inflazione monetaria implicherà un aumento rapido dei prezzi, e in queste condizioni l'efficacia della politica monetaria sarà molto ridotta, e ci sarà un "riaggiustamento" globale, cioè una depressione che si preannuncia più profonda del 1929.

E' possibile massimizzare la libertà dei mercati per renderla più breve, ma non è possibile nè impedirlo, nè tenerla a bada per sempre. Inoltre è improbabile che la politica opterà per il libero mercato in una situazione di crisi.

Anche se la fragilità sistemica è già evidente oggi, molti fattori che tengono a bada la spirale iper-inflazionistica sono ancora presenti, e potrebbero continuare ad esserlo per i prossimi decenni. La globalizzazione, del resto, è appena iniziata.

* Non chiaro? Male. C'avevo scritto un post un anno fa, non lo ricordate? In poche parole, un'economia la cui struttura è del tutto rigida non può ristrutturarsi in maniera insostenibile, perchè nessuno (mal)investe neanche a tasso zero. Per questo l'Europa è meno instabile degli USA: invece di un disturbo bipolare (manie e depressioni), abbiamo un lento e graduale declino. In ogni caso, le bolle speculative e l'indebitamento al consumo hanno cominciato a farsi sentire anche qui.
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categoria:economia, usa