venerdì, 15 giugno 2007
Anche se la ormai cronica mancanza di tempo mi impedirà di leggerlo, il libro di Neill Ferguson "War of the World", recensito da A. Gilli su Ideazione (linkato su Epistemes) sembra interessante. L'argomento è la violenza nel XX secolo, e mi consente di parlare di Mises, che è un po' che lo trascuro. Del resto, a giudicare dalle recensioni, anche su Amazon, sembra che l'interpretazione di Ferguson sia un po' debole, ma ovviamente non posso esprimermi a riguardo.

Secondo lo psicologo Pinker, la violenza nella società umana ha una tendenza a diminuire nel corso della storia, ma in maniera frattale: in media diminuisce, ma ci sono "cicli", con diversissime durate temporali, che interrompono il trend anche bruscamente. Una delle più rimarchevoli interruzioni del trend è stato il XX secolo, perlomeno nella prima metà (per la seconda metà dobbiamo ringraziare le armi atomiche e la vereconda "cupio dissolvi" europea).

Uno degli aspetti salienti del XX secolo, e uno degli argomenti del libro in questione, sono le guerre di sterminio, iniziate in Europa alla fine degli anni '10 (in Turchia: sterminio degli Armeni), i campi di concentramento per i civili (inventati dagli inglesi nella seconda guerra Boera, a cavallo tra XIX e XX secolo): tutto ciò non sembra che un ritorno ai primordi della storia umana, quando i nemici sconfitti non venivano sfruttati ma schiavizzati, per confiscare le loro terre*.

Del libro non posso parlare, perchè non l'ho letto. Ma i temi in questione si trovano anche in "Omnipotent Government" di Mises: Perchè gli stermini etnici? Perchè il nazionalismo? Perchè la guerra totale? Il XX secolo è stato il trionfo del totalitarismo, democratico o autoritario che sia, e vi siamo ancora completamente immersi°.

Supponiamo che in una società unita da una sola organizzazione politica esistano almeno due gruppi diversi (su base linguistica, etnica, religiosa...), e che lo stato si occupi soltanto di gestire i principi di giustizia, sia estremamente decentrato, e leggero al limite dell'invisibilità. In questo caso, l'incentivo ad impadronirsi del potere è piccolo, e l'incentivo a difendersi dal potere altrui pure. Lo stato non ha molte leve per avvantaggiare chi lo comanda, o al massimo può avvantaggiare una ristrettissima elite.

Fermo restando che le azioni umane sono influenzate non dai fatti ma dalle opinioni su di essi (i.e., sono mediate da un'attività mentale), un sistema di questo tipo non offre incentivo alla clanizzazione dei gruppi e alla lotta per il potere (se non nei limiti in cui è possibile instaurare un sistema di potere successivamente).

Supponiamo ora che la giustizia possa essere amministrata in maniera asimmetrica, che lo stato possa imporre l'etnocidio culturale tramite istruzione obbligatoria, che le risorse in mano allo stato crescano smisuratamente, che il potere legislativo si impadronisca del diritto e lo sfrutti per appagare i gruppi di pressione... insomma, supponiamo che lo stato passi da liberale a totalitario (democratico o meno che sia, non cambia molto).

Gli incentivi a federarsi tra simili per conquistare il potere, a sfruttare le minoranze perdenti per generare rendite parassitarie; gli strumenti per attaccare e distruggere, sia culturalmente che militarmente, le minoranze, sono ora molto più forti.

Se l'accumulazione di potere è un rischio perenne, in un sistema totalitario il problema viene amplificato enormemente. Come si può pensare che i gruppi minoritari verranno rispettati?

Se a questo sistema di incentivi aggiungiamo un'ideologia egalitaria che tende a vedere col fumo negli occhi le particolarità etniche, culturali, religiose, linguistiche, o magari di ceto, e se supponiamo che l'onnipresente tendenza all'estensione e alla concentrazione del potere mini l'autorità delle strutture "pre-politiche" locali, come mostrano Jouvenel e Kuehnelt-Leddihn, ne esce fuori una miscela altamente hobbesiana e conflittuale§.

Il risultato lo abbiamo visto: è la storia del XX secolo. Speriamo che le armi nucleari continuino a tenere lo spettro del nostro recente passato lontano dal nostro prossimo presente: le cause della feralità della nostra storia recente sono tutte vive e vegete. Certo, gli stermini etnici hanno creato un'Europa molto omogenea sul piano etnico-religioso-linguistico (a livello nazionale), ma l'immigrazione, la crisi dello stato sociale e probabilmente anche la lotta di potere all'interno di una UE che presto o tardi diventerà più potente potrebbero ripristinare le condizioni per una conflittualità sociale a livelli inimmaginabili. Sarebbe quasi da sperare che la Russia torni una super-potenza...

* E' divertente notare che ci sono diversi metodi di sfruttamento con differenti livelli di efficienza dal punto di vista del padrone. Lo sterminio è quello meno efficiente, perchè distrugge la forza-lavoro e consente solo di appropriarsi della terra; la schiavitù è migliore, ma non è molto incentivante per lo schiavo; la servitù, facendo pagare solo una parte del reddito, dà più incentivi per impegnarsi. Il non plus ultra dello sfruttamento è però il fisco, che, a differenza della servitù, non limita il servo ad un solo lavoro (la terra), consentendo un'allocazione più efficiente delle risorse. Tra tutte le architetture di fisco, la flat tax potrebbe essere l'ottimo dal punto di vista degli incentivi a lavorare, perchè non toglie al lavoratore il reddito extra... semmai si arriverà ad una forma fiscale di questo tipo, non sarà quindi perchè i politici si sono convertiti al liberalismo.
° La mia teoria dell'armento umano, che spiega il significato politico della Curva di Laffer, spiega anche perchè, nonostante l'onnipotenza dello stato, ancora vediamo tracce di libertà d'azione individuale nelle nostre società. Per i dettagli, si legga il mio post "La ribellione delle mucche". La modernità non ha più una struttura istituzionale adatta a preservare la libertà, e quindi il pemanere di questa rappresenta un'apparente stranezza che merita una spiegazione... questa è la migliore che ho: le società troppo totalitarie sono inefficienti e i rispettivi stati, quindi, deboli, almeno nel lungo termine.

§ Che l'entità delle guerre dipenda dalla capacità di mobilitazione degli stati è evidente: con l'introduzione della coscrizione obbligatoria durante la Rivoluzione Francese le guerre sono diventate questioni di vita o di morte per decine o centianaia di milioni di persone. Come fa notare Jouvenel in "On Power", non c'è nulla che faccia pensare che le questioni su cui combattere siano diventate più importanti: le perdite in guerra sono quindi deadweight losses (costi inutili dovuti a fallimenti istituzionali) dovute al paradosso del prigioniero (che prende il nome di Logica di Potenza). Non vedo molta differenza tra la politica interna ed estera da questo punto di vista. Si noti come il paradosso del prigioniero renda impossibile l'ottenimento di una soluzione ottimale (pace) tramite uscita unilaterale dal gioco.
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categoria:unione europea, politica interna, liberalismo
mercoledì, 30 maggio 2007
Ispirato da questo post di S. Karlsson sulla tendenza europea a diminuire la tassazione sulle imprese, mi cimento ad aggiungere qualche considerazione.

Il post di partenza si basa su una logica molto semplice: se i capitali sono più liberi di muoversi, sono anche più liberi di ribellarsi all'arbitrio del fisco, spostandosi verso zone a bassa fiscalità, dove possono liberamente svolgere la loro funzione di motore della crescita economica.

In un contesto protezionista, i capitali non possono muoversi, e quindi è possibile tassarli e tartassarli, a pena però di una divisione internazionale del lavoro ridotta e quindi di una struttura produttiva più inefficiente (da cui anche salari minori e crescita inferiore, per tutti).

In un contesto di libero mercato, invece, i paesi ad alta fiscalità perdereranno capitale a vantaggio dei paesi ad alta fiscalità, e quindi ci saranno pressioni economiche a ridurre la fiscalità sui capitali, oppure ad armonizzare verso l'alto le tasse.

La prima è la strada "concorrenziale", che verrebbe seguita da un insieme di governi in assenza di un controllo monopolistico o di un cartello stabile tra questi. La seconda fornisce la raison d'etre per formare cartelli (da cui però ognuno ha interesse ad uscire, e quindi basta che un governo relativamente liberale vinca le elezioni da qualche parte per far collassare il cartello), o ad imporre sistemi monopolistici centralizzati (come i regolamenti dell'UE).

E' strano che l'UE si sia lasciata sfuggire l'occasione di "armonizzare" la tassazione, ma, finchè non ci sarà un cartello di governi, cosa che solo l'UE può forzare, ci sarà una spinta a ridurre la tassazione sui capitali (che sono mobili, a differenza dei lavoratori che si muovono poco, e della terra che non si può muovere) in tutti i paesi che non vogliono perdere capitali.

Con l'allargamento ad oriente dell'UE, del resto, la concorrenza istituzionale aumenterà e la probabilità di un cartello spontaneo diventeranno ancora minori*; inoltre, le spinte verso l'armonizzazione fiscale centralizzata saranno ancora più inverosimili perchè i paesi poveri appena arrivati di certo non sacrificheranno il loro futuro per sostenere la spesa pubblica parassitaria dei paesi più ricchi.

C'è una qualche probabilità che la situazione regga, che le tasse sulle imprese si riducano e che non si riesca ad imporre armonizzazione per legge. Ma se le istituzioni UE dovessero rafforzarsi potrebbero distruggere l'opposizione di quei paesi a bassa tassazione che devono a questo il loro successo economico.

Sembra che l'UE; allagandosi senza rafforzarsi politicamente, ci possa fare un bel regalo. Speriamo che la Costituzione sarà sempre una chimera, e che l'UE rimarrà per sempre politicamente ridicola. La libertà di movimento è tutto quello che serve: gli euroburocrati no.

* Anche se tutti i governi dei 25 paesi diventassero improvvisamente ancora più socialisti di adesso, tutti continuerebbero ad avere interesse a ridurre il fisco e attirare capitali. Un cartello richiede in genere un potere centralizzato per rimanere stabile, a meno che non fornisca un qualche servizio utile ai partecipanti.
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categoria:economia, unione europea
domenica, 18 marzo 2007
L'articolo di Pipes da me linkato pochi giorni fa descriveva tre possibili scenari per l'immigrazione in Europa, sopratuttto di origine islamica.

Il primo scenario era che gli "islamici", magari pilotati da qualche potentato medio orientale, con la gentile collaborazione del sistema lobbystico (abitualmente chiamato "democrazia"), e data la loro maggiore natalità, prendano il controllo politico dell'Europa e instaurino una dittatura islamista.

Il secondo scenario era che gli europei, autocastratisi dopo gli scempi della Seconda Guerra Mondiale, decidano improvvisamente di ricordarsi delle gesta dei loro avi, e riaprano le camere a gas per fare una pulizia etnico-religiosa, oppure, più semplicemente, caccino gli immigrati da tutto il territorio continentale, imbarcandoli in migliaia di porta-container nei vari porti (il biglietto aereo costa troppo).

Il terzo scenario era che la "minaccia islamica" non si presentasse, con conseguente "melting pot" etnico-religioso tra gli europei autoctoni e i nuovi arrivati.

Ho una certa simpatia per il terzo scenario, e mi accingo quindi a riflettere sulle condizioni che possono renderlo più o meno probabile.

1. Perchè gli immigrati vengono qui

Si dice che lo Stato Sociale faciliti l'immigrazione di persone intenzionate a "sfruttare" il contribuente per avere i privilegi legati allo Stato Sociale. Ciò non spiega per quale motivo molte di queste persone vengano in Europa da clandestini (che quindi non possono godere dei "benefici", veri o presunti, di tali politiche). Forse sperano in un qualche colpo di spugna, sanatoria generalizzata o estensione della cittadinanza, ma, molto più probabilmente, non vengono qui per le nostre "politiche sociali", ma per il nostro benessere. Non per la politica, quindi, ma per l'economia.

Venire qui a lavorare magari 14h al giorno in nero in un opificio viene considerato dai benpensanti "sfruttamento". Ove però non vi sia riduzione in schiavitù, c'è da chiedersi perchè non vadano via. La risposta è evidente, ma i nostri benpensanti sono troppo impegnati a guidare le loro BMW per arrivarci da soli: un lavoro orrendo qui è preferibile ad una vita "normale" nel paese da dove provengono.

La madre di Milton Friedman, come rivela Antonio Martino nella biografia che gli ha dedicato, arrivò negli USA poverissima, con orari di lavoro allucinanti, e paghe da fame. L'alternativa non era certo il paese del bengodi che tutti i politici promettono alle elezioni, ma la morte per fame in qualche paese sottosviluppato dell'Europa di allora.

Il problema però rimane: una volta qui, la ricerca di una rendita a spese di terzi è sempre un'opportunità golosa. Ma come incolpare gli immigrati di questo? Il gioco l'abbiamo inventato noi: si chiama politica democratica, ed è "l'illusione attraverso la quale tutti pensano di vivere a spese degli altri". La Chiesa, i gay, i sindacati, i piccoli bottegai, le grandi banche: sono tutte lobby, che cercano di influenzare la politica a loro vantaggio. Perchè gli immigrati no? Se c'è un problema, non è loro, ma dell'ambiente istituzionale in cui vivono.

2. Il problema del calcolo economico applicato alla convivenza civile

Le persone sono molto più stupide quando hanno il lenzuolo elettorale di fronte piuttosto che nelle loro vite private. I pregiudizi sono più facili a svilupparsi in relazione a cose di cui non si sa nulla, piuttosto che a cose che si hanno di fronte tutti i giorni. Non è infrequente che chi dice pubblicamente di "odiare i negri" poi collabori con qualcuno di "loro" nella vita privata, magari con un contratto di lavoro in nero. Del resto, è più facile credere alla propaganda e ai giornali quando non si sa nulla della realtà in questione.

Se questa congettura è corretta, persone che convivono assieme nello stesso territorio hanno maggiori probabilità di conoscersi, apprezzarsi e rispettarsi di persone che vivono in luoghi separati. Questo fa sì che l'attrattività del sistema sociale per il singolo individuo conti più in caso di convivenza che non, ad esempio, nelle dichiarazioni pubbliche dei "leader" delle comunità.

Le persone sono più aperte e tolleranti in privato che in pubblico, e i motivi sono evidenti: in privato, se si comportano in maniera idiota, pagano di persona; e, agendo in un ambiente semplice e circoscritto, sono meno affetti dall'ignoranza (è il contrario di ciò che accade alle elezioni, dove milioni di persone sono chiamate a prendere decisioni su cose che non riescono a capire, e di cui non hanno chiare le conseguenze in termini di costi e benefici).

E' una vera fortuna che la vita non sia democratica, altrimenti io avrei tanto potere di dire come si vive ad un cinese quanto ne avrebbe lui su di me, nonostante il fatto che io non sappia nulla di lui, e lui non sappia nulla di me.

3. Religione o stomaco?

In relazione al ragionamento precedente, ci sarebbe da chiedersi se lo spirito di appartenenza ad un gruppo conti più di quello che si ha sul piatto a tavola. Le persone ragionano su base etnica-nazionale-religiosa spesso solo in pubblico, perchè non hanno abbastanza informazioni per pensare in termini di individuo (questo non per dire che la cultura e l'educazione non abbiano importanza). Quando hanno di fronte delle persone, e non degli stereotipi, sono in genere molto più ragionevoli.

Se il nostro sistema sociale è in grado di dare un futuro alle persone, e se la nostra cultura è in grado di difendere i principi sui quali questo sistema sociale si fonda, verosimilmente siamo in grado di integrare chiunque, tranne qualche socio-patico masochista, disposto pure a morire di fame pur di far soffrire gli "altri". Ma manicomi e carceri esistono per questi motivi, in fin dei conti.

Quello che conta è vivere in un sistema sociale che stimoli il gioco a somma positiva del mercato, stimoli il rispetto, la cooperazione e la convivenza, e una cultura che difenda le premesse di un tale sistema sociale. Grazie al relativismo, il morbo intellettuale che impone di fingere di non dare giudizi morali, non abbiamo una tale cultura. Grazie alla democrazia totalitaria, allo scambio mutuamente vantaggioso abbiamo sostituito il "clash of group interests" democratico, dove ognuno cerca di fregare gli altri, e l'alternativa non è mai starsene in pace, ma farsi fregare. La democrazia è la continuazione della guerra con altri mezzi. E ciò non depone a favore delle possibilità di sopravvivenza della nostra civiltà.

4. Mercato del lavoro

In molti paesi europei, la disoccupazione tra immigrati è enorme, a volte superiore al 50%. Per fortuna che c'è il mercato del lavoro in nero, altrimenti milioni di persone morirebbero di fame.

Il motivo di questo lampante fallimento sociale sono i sindacati e la legislazione del lavoro. Infatti, imporre un costo minimo per l'assunzione di un dipendente implica l'eliminazione dal mercato del lavoro di tutti i lavoratori che non sono in grado di coprire un tale costo. Persone non istruite, giovani senza esperienza, abitanti di regioni meno sviluppate, anziani scalzati via dal progresso tecnologico ed immigrati sono le vittime preferite dei sindacati e della legislazione sul lavoro.

5. Solidarietà di gruppo e politiche sociali

E qui nasce un problema: se infatti una persona non è in grado di essere autonoma, perchè non può avere un lavoro e guadagnarsi da vivere, avrà bisogno di una rete di sostegno sociale. Allora, i "leader" delle comunità avranno un facile ascendente su questi esclusi dal mercato del lavoro, e si avrà una politicizzazione delle minoranze, con conseguente sostituzione del conflitto politico allo scambio economico. La politica rende difficile l'integrazione, e facilita la massificazione dell'individuo e il nano-fuhrerismo dei demagoghi di turno.

6. La libertà è (anche) il punire i criminali

Spinti anche dallo status di clandestino e dal penoso stato del mercato del lavoro, il contributo degli immigrati alla criminalità sembra essere notevole.

C'è addirittura chi si scandalizza perchè ci sono troppi "negri" nelle carceri americane rispetto ai "bianchi": in realtà, quello che conta è la correttezza del processo, non la composizione razziale delle condanne. Se tutti i ladri venissero arrestati, è molto probabile che di zingari in giro se ne vedrebbero molti meno. Ma di certo non si potrebbe parlare di razzismo o discriminazione.

Un criminale va punito. Va arrestato. E, se straniero, va anche cacciato, con il caveat che non si faccia mai più rivedere. La libertà non è una cosa per debosciati e relativisti: un crimine è un crimine, e un criminale merita una punizione.

Sono sicuro che un po' di serietà nel punire il crimine migliorerebbe la percezione degli immigrati. Ancora una volta, è dello stato che non ci si può fidare. Bisogna però aggiungere che molte azioni che sono chiamate crimini andrebbero legalizzate, altrimenti si riempiono le carceri di persone innocenti. Non so se è meglio prendere sul serio una legge sbagliata o non prendere sul serio una legge giusta.

7. Estensione del diritto di voto

Il mio disprezzo per la democrazia è tale che non vedo di buon occhio una tale proposta. Però il sistema democratico esiste con o senza voto agli immigrati: se non paghiamo le tasse per loro, comunque dobbiamo pagarle per i Dico o l'Ottopermille.

Indubbiamente, dare il diritto di voto ad alcuni e non ad altri è autoritario (è per questo che, per non essere autoritario, vorrei semplicemente togliere potere al processo democratico), ed estendere il diritto di voto significa aumentare il possibile numero di "parassiti sociali". Una battuta del conservatore Nisbet è d'uopo: in democrazia, quando ci si guarda allo specchio, si vede un milionesimo di schiavista e uno schiavo intero.

Comunque, la definizione di "demos" (cioè, l'insieme delle persone con diritti politici) è arbitraria, e non c'è alcun motivo per preferire dare il voto subito, o dopo cinque anni, o dopo dodici, o solo a chi è nato nel paese. Io penso che concedere un diritto così pericoloso sia un privilegio da non concedere alla leggera. Però bisognerebbe pensare al principio liberaele "no taxation without representation": chi non ha diritto di dire la sua in politica non andrebbe tassato dalla politica. Una battuta sorge spontanea: chi vuole comprare il mio diritto di voto?

Questo è un tema controverso e su cui ho molti dubbi, ma una cosa è certa: smantelliamo la democrazia totalitaria prima che sia troppo tardi!

8. Il tracollo delle pensioni

Una ragione per la quale l'immigrazione è considerata "necessaria" è che dobbiamo spogliare i nuovi arrivati per pagare le pensioni che lo Stato Italiano ha promesso, ma che, data la scarsa crescita, la scarsa redditività degli investimenti previdenziali (che è nulla, visto che i contributi vengono istantaneamente consumati per pagare le pensioni) e le dinamiche demografiche sembra essere difficilmente mantenibile.

Chissà se troveremo tante persone disposte a farsi sfruttare nel presente per avere un "diritto" nel futuro remoto, la cui effettiva entità, tra l'altro, è pure abbastanza dubbia. E chissà cosa vorranno in cambio.

9. Il melting pot

Di fatto, esiste un solo vero esempio di integrazione razziale nel mondo occidentale: gli Stati Uniti d'America (mi riferischi a italiani, irlandesi, tedeschi, e, in misura minore, alle minoranze non europee). La soluzione europea alla convivenza civile tra gruppi etnici diversi è stata il genocidio e la pulizia etnica (basta chiedere ai sudeti tedeschi, o vedere la Jugoslavia). La soluzione americana è che mi si dice che a New York ci sono persone che non si capisce di che colore siano.

Bisognerebbe chiedersi come ci siano riusciti, e, probabilmente, la risposta è: tanta libertà e forti principi (schiavitù e segregazioni escluse, ovviamente). Due cose che però non abbiamo...

10. Un quarto scenario: un'applicazione della curva di Laffer

Un quarto possibile scenario è che la rivoluzione etnico-demografica comporti una rivoluzione degli equilibri politici, col formarsi di nuove strutture di alleanze tra gruppi di pressione in grado di fornire la classe politica al paese e sfruttare il resto della popolazione.

E' più facile farsi sfruttare da qualcuno della propria stessa tribù (è per questo che nella "solidale" Svezia la disoccupazione tra immigrati raggiunge e supera il 50%). Se non si crea l'illusione di aver qualcosa in comune, mandare giù il rospo è difficile. Molti italiani sono disposti a farsi fregare dai politici di Roma, ma sarebbero ugualmente remissivi di fronte ad una maggioranza etnicamente, religiosamente e linguisticamente diversa?
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categoria:unione europea, politica interna, islam, liberalismo
giovedì, 15 febbraio 2007
Ovvero: Il mito del Neo-Liberismo

Questa è una traduzione rivisitata, ampliata e corretta di un mio intervento sull'Austrian Forum. Senza Economia Austriaca queste elucubrazioni possono sembrare il risultato di un delirio alcolico o di qualche malattia mentale: parte delle cose che dirò sono incomprensibili, se ci si basa sui libri di testo.

Le classificazioni che seguono sono molto forzate, per amor di chiarezza.

Consideriamo tre tipi di politica economica (P):

  1. Politica fiscale (F): nel mio caso, si tratta del livello della spesa pubblica (non perchè sia convinto dell'equivalenza ricardiana);
  2. Politica monetaria (M): in questo caso, si tratta di creazione di credito fiduciario attraverso le banche;
  3. Politica regolamentativa (R): tutto ciò che influenza l'econonomia e non è nè fiscale nè monetario: privilegi sindacali, dazi doganali, incentivi alla formazione di cartelli monopolistici...

Ognuna delle tre politiche può essere (L)iberale o (I)nterventista, quindi abbiamo sei possibili politiche, e otto combinazioni di politiche economiche possibili (alcune combinazioni sono schizofreniche, però). Le sei politiche sono:

  1. IFP: politica fiscale interventista: più spesa pubblica;
  2. LFP: politica fiscale liberale: meno spesa pubblica;
  3. IMP: politica monetaria interventista: espansione monetaria;
  4. LMP: politica monetaria liberale: base monetaria costante;
  5. IRP: politica regolamentativa interventista: dazi, sindacati, cartelli forzati, regolamentazioni;
  6. LRP: politica regolamentativa liberale: libertà di commercio, di lavoro, di concorrenza.

Orbene, storicamente sono due le combinazioni di politiche interessanti: le chiamerò combinazione Roosevelt e combinazione Reagan. Considererò però anche una terza combinazione, che chiamo combinazione Rothbard. Questo spiega il titolo del post.

A. Roosevelt Policy: IFP + IMP + IRP

Più spesa pubblica, più espansione monetaria, più sindacati, più limitazioni al commercio internazionale, più regolamentazioni, più cartelli di produttori.

Risultati: disoccupazione di massa, struttura produttiva meno efficiente, difficoltà a risolvere i problemi strutturali. La politica monetaria espansiva ha sia l'effetto di stimolare la domanda che di distorcere la produzione. Il risultato è il ciclo economico, però in queste condizioni l'attività ciclica è abbastanza limitata: per avere un boom/bust cycle, infatti, le risorse si devono spostare, mentre qui ogni cambiamento è una faticaccia...

B. Reagan Policy: ?FP + IMP + LRP

Espansione monetaria mista a deregolamentazione dell'economia. Ho dubbi su come giudicare la politica fiscale: da un lato, la spesa pubblica, sotto Reagan è aumentata, da un altro lato; è aumentata "solo" allo stesso ritmo della crescita economica; da un altro ancora, la crescita economica era stimolata da politiche interventiste in campo monetario... comunque, per analizzare il mito del "neoliberismo", conviene prendere il punto interrogativo come una politica liberale: facciamo finta che Reagan non abbia aumentato la spesa pubblica.

In questo caso, cosa succede? Succede che l'economia diventa più ricettiva all'espansione monetaria, la disoccupazione cala, e il maggiore commercio internazionale e la maggiore concorrenza aumentano l'efficienza produttiva. E' un vero peccato che questo idillio sia rovinato dagli effetti deleteri dell'inflazione monetaria, che creano un eccesso di consumo, un difetto di risparmi, deficit commerciale, debito pubblico (facilitando la monetizzazione), bolle speculative e altro.

Il Neo-liberismo è l'ultima reincarnazione dell'interventismo economico: essendo il keynesismo di Roosevelt arrivato alla bancarotta negli anni '70, si è riusciti a rivitalizzare l'economia attraverso un mix di riforme liberali nei settori del lavoro, del commercio, della concorrenza e della finanza, e interventi statalisti in campo monetario. Gli attuali squilibri macroeconomici non si spiegherebbero senza la politica "Reagan".

In Europa sembra che stiamo ancora fermi a  Roosevelt, e la disoccupazione sta lì a dimostrarlo.

Chissà come reagirà il nostro amato stato alla futura bancarotta del reaganismo.

C. Rothbard: LFP + LMP + LRP

Non c'è motivo di credere che una politica liberista vera e propria possa attualmente evitare una crisi economica di proporzioni notevoli, visto il livello attuale di distorsioni nell'economia. Ma è possibile rendere le doglie più brevi, liberalizzando al massimo i mercati finanziari, del lavoro, dei beni e dei servizi; smettendo di inflazionare per riequilibrare la struttura economica; tagliando la spesa pubblica per liberare risorse da dedicare alla ristrutturazione della produzione; togliendo di mezzo tutti gli interventismi che incentivano il consumo a danno del risparmio, il vero motore della crescita: il che significa, essenzialmente, ridurre lo stato sociale e privatizzare la previdenza.

Tutto ciò ci porterebbe dritti dentro una recessione molto pronunciata, ma qual è l'alternativa? Questa è l'unica politica che nell'ultimo secolo non è stata provata... adesso si fa ancora in tempo a provarla. Tra 50 anni gli USA saranno sufficientemente ricchi da poterselo permettere? Non vorrei essere troppo lirico, ma qui si tratta di salvare il mondo dalla rovina*.

* Mondo ingrato: se per caso avessi ragione, mi si considerebbe un gufo anzichè un salvatore...
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categoria:economia, unione europea, usa , liberalismo, commercio internazionale
mercoledì, 14 febbraio 2007
Mi è arrivato per mail un interessante articolo di Cervo su Libero (Novembre 2006), che parla di un libro di Mark Steyn. Purtroppo su internet ho solo trovato l'incipit.

In risposta alla mail ho scritto dei commenti: non avendo letto il libro di Steyn non so se c'ho beccato, però...

Ci sono ottime ragioni per essere pessimisti sull'Europa, e non vedo come Steyn possa aver torto a riguardo... il problema immigrazione è reso tale sia dal fallimento dello stato sociale che dal relativismo culturale (che rende impossibile il formarsi di un ethos comune).

E' l'ottimismo sugli USA che mi stupisce: due guerre nel Terzo Mondo e stanno già in overstretching strategico, indebitamento privato alle stelle, dollaro tenuto in piedi dalla Cina e dal Giappone, carenza totale di risparmi, baby boomers in via di pensionamento, debito pubblico mostruoso...

Gli USA hanno malattie diverse, ma altrettanto insostenibili nel lungo termine.

Un'altra cosa che mi lascia perplesso è il legame che si vuole trovare tra crisi della religione e crisi della civiltà.

Credo che le due crisi abbiano una causa comune. Se ho ragione, la crisi della religione dovrebbe essere un qualcosa di irrilevante rispetto al problema reale*, e, cioè, che c'è motivo di credere che il futuro sarà peggiore del presente.

E se gli USA vanno KO, e ci si stanno impegnando, ci sarà un mondo di dittatori e di fondamentalisti ad attenderci.

* Decomprimo il ragionamento: se due cose accadono assieme, ci sono 4 possibili spiegazioni: (A) la prima causa la seconda, (B) la seconda causa la prima, (C) entrambe sono causate da un terzo fattore, (D) si tratta di una coincidenza. In sintesi, (A) è la posizione di Pera, (C) è la posizione mia. Chiaramente, se la cocaina provoca sia occhiaie che infarti, non è curando le occhiaie che si evita l'infarto.
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categoria:unione europea, usa , islam
lunedì, 04 settembre 2006

Oggi voglio svolgere alcune riflessioni Austriache, farina del mio sacco (quindi al massimo un miliardo di persone ci sarà già arrivato prima di me), sui rapporti tra espansione monetaria e disoccupazione. Questo post si divide in quattro parti: introduzione, analisi in un'economia rigida, analisi in un'economia flessibile, conclusioni.

1. Il ciclo economico Austriaco

Cominciamo da alcuni aspetti del ciclo che sono indipendenti dalla relativa flessibilità o rigidità del sistema economico.

Il reddito di ogni individuo viene in parte consumato e in parte risparmiato. I risparmi sono consumi differiti: siccome il differimento del consumo è un costo per l'individuo, questi sul mercato hanno un prezzo, che è il tasso di interesse. Un tasso di interesse basso indica che ci sono molti risparmi disponibili: questo implica che esistono molte opportunità per investire e far crescere l'economia, creando una struttura produttiva più complessa.

La legge della domanda e dell'offerta tende a coordinare i risparmi degli individui e i piani di investimento delle aziende in modo tale che si verifichino (all'equilibrio) due condizioni: che i risparmi vadano ai piani di investimento più remunerativi, e che gli investimenti intrapresi siano sostenibili (esistano, cioè, sufficienti risparmi per completare il ciclo produttivo e ottenere beni di consumo).

Può succedere che il mercato "temporale" ("del tempo": risparmi e investimenti sono legati alle preferenze individuali tra consumo immediato e consumo differito) non sia all'equilibrio. Ad esempio, può succedere che un'improvvisa tempesta faccia diminuire la disponibilità di beni necessari a completare certi piani di investimento, generando perdite.

Perdite e profitti sono i segnali che consentono agli imprenditori di avvicinarsi all'equilibrio economico, ma è esperienza quotidiana che gli uomini sbaglino, e questo accade anche in economia. 

Esiste, però, un meccanismo straordinariamente efficiente nel generare squilibrio nei mercati finanziari. Questo meccanismo è l'inflazione monetaria, cioè l'aumento dell'offerta di moneta.

Questo meccanismo è così efficiente che pare che tutti i cicli economici si possano ricondurre allo schema che stiamo per descrivere.

La creazione di nuova moneta, infatti, genera l'illusione che ci siano più risparmi disponibili. Nuovi piani di investimento vengono quindi intrapresi (comprando fattori di produzione con la nuova liquidità), perchè l'inflazione trae in inganno gli operatori economici, facendo loro credere che ci siano sufficienti risparmi per finanziare gli investimenti e portarli a compimento.

Abbiamo quindi che gli errori imprenditoriali, che esistono sempre, sono incentivati, e, soprattutto, che tenderanno mediamente verso una direzione precisa: verso un eccesso di investimenti, di rinnovamento dei capitali, un eccessivo tempo di ritorno degli investimenti (ricordate che i risparmi indicano la disponibilità ad aspettare...).

Che succede quando l'economia è così distorta che l'inflazione non basta più? Che gli investimenti vengono liquidati, che le persone ivi coinvolte devono trovare un altro lavoro, che l'economia passa attraverso una fase di recessione, che dura finchè il processo di correzione degli errori e di ristabilimento dell'equilibrio non cessa.

Abbiamo quindi che il boom (la fase iniziale del processo di espansione del credito) genererà uno spostamento di fattori di produzione verso gli stadi di produzione più lontani dal consumo. Successivamente, quando i beni capitali complementari non saranno sufficienti a completare gli investimenti, si avrà la recessione.

2. Espansione e recessione in un'economia rigida

In un'economia col mercato del lavoro rigido, soffocato dalle regolamentazioni, con forti sindacati, e dove è impossibile licenziare, ci sarà un'elevata disoccupazione, soprattutto tra i lavoratori meno produttivi. Queste sono le condizioni della maggior parte dell'Europa Continentale.

Se non si può licenziare, nè ristrutturare la produzione, e il futuro rendimento del lavoratore è incerto, gli imprenditori, giustamente, tenderanno a non assumere.

Se questo può sembrare (e lo è) una tragedia, c'è da dire che almeno un vantaggio c'è: se la struttura produttiva è rigida, sarà meno sensibile all'effetto dell'espansione monetaria. Gli imprenditori vorrebbero mal-investire, ma sono frenati dal farlo dai vincoli burocratici, legali e sindacali, e hanno paura ad assumere e spostare la forza-lavoro.

E' quindi presumibile che il boom abbia un effetto tutto sommato limitato sulla struttura produttiva e sulla disoccupazione. Questo rende la necessaria recessione più tenue, in quanto non c'è molto da liquidare. E' anche vero, però, che la rigidità della struttura produttiva farà sì che anche gli aggiustamenti utili saranno difficili da effettuare, e questo indica che il recupero sarà lento.

Se i sindacati sono forti, un altro fatto contribuisce a creare disoccupazione: l'inflazione crea l'illusione di maggiori profitti per le imprese, che quindi sembreranno più ricche e produttive. Questo provocherà nuove rivendicazioni salariali, che faranno aumentare il costo del lavoro, e, presumibilmente, faranno aumentare i consumi.

Il problema è che questa maggiore produttività è un'illusione contabile: finita la pacchia, rimane una forte disoccupazione, un forte consumo di capitale (reso peggiore dall'aumento dei consumi) e una bassa competitività internazionale.

3. Espansione e recessione in un'economia flessibile

In un'economia flessibile, e "micro-economicamente sana", come gli USA, l'inflazione genererà più facilmente malinvestment, perchè modificare la struttura del capitale sarà relativamente semplice: basta assumere, chiedere a prestito nuova liquidità (fiduciaria) e (mal-)investire. Questo genererà una struttura produttiva particolarmente distorta, e bolle speculative particolarmente intense. Possiamo quindi dire che la reattività all'espansione è molto maggiore in questo caso che nel precedente.

Poi arriva la recessione. Questo processo è più rapido in un'economia flessibile rispetto ad una rigida, perchè far nascere o chiudere aziende, ristrutturare, assumere e licenziare sono attività molto più semplici. Questo fa sì che la fase recessiva sia fondamentalmente breve. La prima recessione di lungo termine di cui sono a conoscenza è stata infatti quella di Roosevelt, un periodo in cui l'economia americana era particolarmente rigida.

E' da notare che "mal-investment" non indica solo l'investimento in macchinari, ma ogni forma di impiego dei risparmi: anche gli studi universitari, o le specializzazioni professionali (il "capitale umano"). E' presumibile che il ciclo di espansione/recessione generi dei cattivi investimenti anche in questi mercati.

Potremmo ad esempio immaginare un operaio specializzato in una particolare operazioni in uno stabilimento che, una volta chiuso lo stabilimento, torna ad essere un operaio generico in un altro settore. Le attese di salari elevati, tra l'altro in crescita rapida nella parte finale dell'espansione economica, genereranno disoccupazione, finchè il lavoratore non capirà che quei salari non torneranno presto, e che la sua produttività reale è una frazione delle sue aspettative.

La crescita rapida dei salari non è altro che l'effetto della carenza di beni capitali complementari, che all'apice del ciclo comincia a farsi sentire: per completare i piani di investimento, gli imprenditori sono disposti a sovra-pagare i fattori di produzione, pur di non dover liquidare le perdite.

Questa disoccupazione è di tipo speculativo, e in quanto tale volontaria, ma è pur sempre disoccupazione.

Un'economia flessibile è estremamente reattiva: rapida nel generare bolle speculative, rapida nello spurgare le tossine dei malinvestment. Ciò non toglie che questa rapidità di reazione ha un prezzo: il ciclo diventa più evidente.

4. Conclusioni

Se si è in recessione, è meglio essere molto flessibili (come negli USA). Ma, se si è in fase espansiva, non è detto che questa flessibilità sia un fatto positivo: gli effetti deleteri del ciclo sono più visibili, anche se poi alla fine è relativamente più facile uscirne fuori. Ad esempio, è bello avere facile accesso al credito, ma se questo genera un'espansione abnorme dell'indebitamento privato, come accade nei boom inflazionistici, dove i tassi di interesse sono bassi, è un male.

In quest'articolo non ho parlato della politica macroeconomica del "fight fire with fire", cioè del risolvere i problemi creati dall'inflazione con ulteriore inflazione. Questo fa sì che il mio riferirmi agli effetti più pronunciati della recessione in un'economia flessibile possa sembrare poco realistico. Il fatto è che un'economia flessibile è anche più facilmente dopabile, e può "uscire" da una recessione (cioè posticiparla, al costo di aggravarla) in maniera relativamente rapida agendo sulla politica monetaria.

Non ho neanche detto che la politica monetaria può anche essere un fattore di perpetuazione della recessione, se impedisce il vero recupero (l'eliminazione del malinvestiment) e, contemporaneamente, non riesce a creare un boom inflazionistico successivo. Ma è ovvio che le cose da dire che il tempo, il sonno e la mia ignoranza in materia mi impongono di fermarmi qui.

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categoria:economia, unione europea, usa , politiche sociali, liberalismo
giovedì, 16 marzo 2006

Abbiamo detto che l'Europa è brutta, sporca e cattiva. Abbiamo detto che serve solo agli interessi della classe dirigente, che ha tradito l'originario spirito di liberalismo, che affama il Terzo Mondo con dazi e sussidi agricoli, che allontana lo spettro del declino, dovuto all'eccesso di politica, dando di conseguenza fiato ad una politica che andrebbe tarpata e non incentivata.

Ma allora perchè l'UE è riuscita ad allargarsi? Perchè paesi che per 50 anni sono stato schiavizzati da Mosca hanno volontariamente dato il collo al giogo di Bruxelles? Per quanto si possa pensare male dell'UE, il fatto che l'espansione abbia riscosso un certo successo nei paesi orientali deve essere spiegato.

Una possibile spiegazione è che gli europei orientali sono stati bombardati (come quelli occidentali) da una campagna propagandistica di enormi proporzioni. Può darsi: l'europeismo assume spesso i tratti di una malattia mentale; a volte l'UE è invocata anche per curare il raffreddore. Ma non è questo che ci interessa: le classi politiche orientali hanno accettato l'ingresso nell'UE, anzi lo hanno voluto; non è un problema di propaganda.

I politici "occidentali" hanno voluto l'UE per conservare il loro "vecchio" potere politico, incompatibile con la globalizzazione. Benissimo: ciò spiega l'accentramento del potere, i dazi doganali, l'area monetaria comune, eccetera. Ma questo problema non è certo rilevante per i politici "orientali".

Non è un problema di sicurezza: l'UE è un nano politico e un verme militare. E' una faccenda di politica interna (all'UE), senza alcuna rilevanza internazionale. Il famelico orso russo spiega l'allargamento della NATO, non quello dell'UE. Anzi, l'UE sarebbe d'ostacolo alla sicurezza, se ledesse i legami transatlantici.

La spiegazione c'è: è l'imperialismo dell'euro.

Supponete di essere una piccola nazione povera, confinante con tante nazioni ricche. Supponete che queste nazioni ricche formino un'unione doganale caratterizzata internamente da una caricatura di mercato libero ed esternamente da poderose barriere protezionistiche.

Supponete che l'unione dei paesi ricchi vi offra questa allettante prospettiva: potete passare all'interno delle poderose barriere protezioniste, avere a disposizione un ricco mercato per le vostre merci (magari con qualche limitazione di movimento delle persone per non scontentare i potenti sindacati francesi timorosi che i lavoratori stranieri vivano meglio), poter contare su una mostruosa politica di aiuti all'agricoltura; in cambio dovete cedere la libertà politica che avete da poco ottenuto, dare tutto il potere ad una casta di burocrati che eruttano regolamenti ridicoli, essere soggetti al rischio che le politiche di "armonizzazione" vi costringano a far fuggire i capitali di cui avete bisogno per il vostro futuro (per evitare di danneggiare qualche sindacato di paesi più potenti dei vostri). Non mi sembra che avreste molte scelte: o la fame o l'autonomia; o la borsa o la vita.

Il protezionismo garantisce ai politici europei il potere di porre tutti i paesi che ne fanno, o ne potrebbero fare, parte di fronte a questo bivio: o fuori dal mercato comune, o sotto il nostro controllo. E' chiaro quindi come il protezionismo sia un veicolo di accentramento del potere politico, un mezzo per una politica de facto imperialista.

Soluzioni? Azzerare i dazi e le quote e i sussidi. Garantire il libero commercio senza se e senza ma. Garantire il movimento di beni, servizi, capitali, investimenti e persone sia all'interno che all'esterno dell'UE. Riesumare la direttiva Bolkestein, seppellita da una montagna di cataboliti clientelari e corporativi. Trasformare l'Unione delle Repubbliche e delle Monarchie Socialiste Europee in un libero mercato internazionale e globalizzato.

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categoria:unione europea, politica internazionale
giovedì, 09 marzo 2006

Uno degli argomenti più usati a favore dell'euro è che la sua introduzione ha salvato il sistema monetario e finanziario italiano. Questo argomento andrebbe pesantemente riformulato.

La prima cosa da dire è che non c'è nessuna relazione diretta tra stabilità finanziaria e dimensione dell'area monetaria. La sterlina è usata in un'area grossa su per giù come l'Italia, e non mi pare che sia stata spazzata via da George Soros. Una moneta può anche essere "piccola": quello che conta è che il sistema finanziario e monetario sia solido.

Quindi riformulo l'argomento: l'euro ha consentito all'Italia di non pagare il conto di trent'anni di social-demagogia democristiana (e seguenti). Non abbiamo ancora pagato per il nostro debito osceno, per il bilancio pubblico ridicolo, per la spesa statale fuori controllo, per le continue svalutazioni che hanno mandato avanti l'Italia, nonostante tutti i problemi istituzionali (tasse, sindacati, regolamenti, giustizia inefficiente) che ci portiamo dietro, e che nessuno vuole affrontare.

Ora, grazie all'euro, potremo continuare ad avere politiche del ca$$o in eterno! Che grande conquista per l'Italia! Mi si dirà: non è vero, ciò che non fecero i mercati lo farà Maastricht. Ma chi ci crede? A questo argomento di rimbalzo si può rispondere in due modi.

Prima di tutto, passare da un "controllo di mercato" ad un "controllo burocratico", come spiega Mises in "Burocrazia" (Rusconi Editore), significa passare da un sistema in cui è possibile il calcolo economico razionale dei costi e dei benefici ad un sistema in cui si agisce alla cieca, senza poter neanche giudicare ex post la razionalità delle proprie scelte. Per evitare discrezionalità, corruzione e inefficienza si deve ricorrere ad un iperregolamentazione burocratica che vincoli le scelte dei funzionari e consenta un minimo di "razionalità" in assenza di criteri, ex ante o ex post, di valutazione razionale. La frase precedente sembra ironica, ed, infatti, lo è: la burocrazia ha le sue ragioni che la ragione non conosce.

Questo ragionamento non si applicherebbe strettamente ad un trattato che si limitasse a limitare per legge sforamenti di bilancio ed altre cattive abitudini (tipicamente burocratiche). Ma è dubbio che Maastricht si limiti ad imporre un po' di igiene contabile: ci sono procedure d'effrazione e altri burocratismi. In questi burocratismi tendono a nascondersi doppiopesismi, favoritismi, e forme meno abbellite di corruzione.

E qui veniamo al secondo argomento: il governo italiano non poteva fare a meno di mettere in pericolo l'economia italiana, perchè poteva influenzare, ma non controllare, il mercato. A questo sistema che garantiva un feedback al di sopra del potere degli stati è stato sostituito un sistema burocratico che i singoli governi possono influenzare con metodi più o meno burocratici. Una volta che le superpotenzine tedesca e francese sforano e non succede nulla, la credibilità del trattato sfuma, e con essa anche la sua efficacia.

In pratica, il ragionamento a favore dell'euro si può riassumere così: continuiamo ad avere una politica del ca$$o, perchè i sintomi dell'idiozia dei nostri governanti saranno nascosti dalle dimensioni dell'euro. In poche parole: briglia sciolta ai demagoghi, che si lamentano dell'euro perchè troppo alto, dei tassi al 2.5% (cifra ridicola) e della vecchia cara svalutazione competitiva (cioè, come fregare pensionati e lavoratori facendo dando la colpa ai commercianti avidi).

La verità è che all'Italia servono riforme drastiche: servivano vent'anni fa, servivano dieci anni fa, servono tuttora. Destra e Sinistra si sono dimostrate inadeguate al compito. L'euro facilita il lavoro dei politici: continueremo il gioco della scopa finchè la musica diverrà un requiem.

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categoria:unione europea
martedì, 07 marzo 2006

Ormai è prassi consolidata, soprattutto in un paese di servi come l'Italia, giustificare ogni idiozia che ci viene imposta dall'alto con l'unico argomento che ad imporlo è l'Unione Europea. Sembra che essere "europeisti" sia qualcosa di cui vantarsi ed essere "euro-scettici" sia qualcosa di cui vergognarsi. Se è vietato essere scettici, mi viene da pensare che qualcuno vorrebbe che certe cose passassero come atti di fede. Anche per questo io sono molto euro-scettico.

Cosa era l'Unione Europea

L'Unione Europea nacque dopo la Seconda Guerra Mondiale, conflitto che aveva distrutto l'Europa, come progetto di collaborazione e unificazione doganale dell'intera Europa Occidentale (quella Orientale rimaneva schiava). Uno dei primi passi dell'Unione Europea fu un trattato sul libero commercio del carbone e dell'acciaio, che fu estremamente importante perchè proprio sul carbone e sull'acciaio i due paesi principali dell'Europa continentale (la Germania e la Francia) si erano scannati diverse volte in cento anni.

La CECA (Comunità Europea del Carbone e dell'Acciaio) nacque nel 1951 con lo scopo di abolire tutti i dazi tra i primi sei paesi della futura Comunità Economica Europea e formare un Mercato Comune Europeo.

I fondatori dell'Europa Unita avevano capito che era il protezionismo il problema che stava dietro a due guerre mondiali e decisero di spingere verso una situazione di libero mercato proprio per due materie prime importanti per l'industria bellica e storicamente importanti per i bacini della Ruhr, che furono motivo di contenziosi territoriali per tanto tempo.

Successivamente l'integrazione si ampliò fino a diventare il Mercato Comune Europeo (MEC), la Comunità Economica Europea (CEE), e, infine, sfociare nell'Unione Europea (UE) nel 2004.

Cosa è diventata

Inizialmente, l'accento era posto sulla liberalizzazione dei mercati, l'abolizione dei dazi e dei limiti al movimento di persone, merci e capitali. Ma come si vede dalla cronologia del capitolo precedente, si è passati da un'integrazione economica ad un'integrazione politica. Questo essenzialmente significa che, dall'interesse dei cittadini europei, si è passati all'interesse dei politici europei.

Ora l'UE è un gigante burocratico, democraticamente indefinibile. L'Europa si è centralizzata, ha accumulato poteri, li ha allontanati dalla popolazione, ha imposto standardizzazione e omogenizzazione, ha creato una barriera enorme di dazi e sussidi, con l'effetto di tenere il Terzo Mondo nella fame. Ormai ha anche ridotto il trattato di Schengen ad una farsa (per lo meno per gli europei orientali...), mentre una delle poche buone notizie degli ultimi anni, la direttiva Bolkestein, è stata distrutta dal fuoco incrociato delle corporazioni e delle lobby: praticamente non c'entra più nulla con le intenzioni dei fondatori. E con quello che dovrebbe essere.

Dazi e sussidi

L'Unione Europea ha costruito un fitto reticolo di dazi doganali tesi ad impedire il commercio con gli altri paesi. In assenza di commercio, i paesi poveri sono destinati a rimanere tali (c'è da dire che anche col commercio certi paesi, viste le loro politiche interne, rimarrebbero nella fame comunque).

La cosa si fa ancora più grave se si pensa che i dazi non sono tutti uguali. Secondo Philippe Legraine, economista vicino a Blair (della serie "la sinistra che vorrei se solo mi fregasse qualcosa di essa..."), i dazi sono differenziati a seconda del tipo di merce: se un paese del Terzo Mondo vende caffè grezzo, paga un dazio, se lo tosta e la macina paga un dazio maggiorato. Il risultato è che conviene tostare e macinare in Europa, e, quindi, il Terzo Mondo non si industrializzerà mai.

Bella la democrazia: tra uccidere una persona che non vota e ottenere un voto si preferisce  sempre la seconda opzione. Bella. Proprio bella. Sono fiero di vivere in un continente così civile e solidale.

Ancora peggio, i sussidi all'agricoltura mandano fuori mercato i produttori poveri a vantaggio di quelli ricchi (e a svantaggio dei consumatori ricchi): quando gli europei parlano di "giustizia sociale" intendono questo. Il 50% del bilancio UE è speso in sussidi agricoli. Ogni euro speso in sussidi agricoli è un tentato omicidio (tentativo che ha frequentemente successo) di un qualche povero africano o sud-americano o asiatico.

Regionalismo

Invece di essere un esempio di globalizzazione, e cioè di superamento delle anguste frontiere nazionali e di liberazione degli individui dalle gabbie dello stato-nazione, l'UE si è venuta a configurare come un super-stato, che raggruppa gli stati membri e li isola dall'esterno. Lo scopo è essenzialmente quello di conservare e ampliare il potere delle classi dirigenti europee e schermarli dagli effetti negativi (per loro) della globalizzazione). Come si direbbe a Roma: "Nun ce vonno sta'!"

E' un esempio di regionalismo: una forma dirigistica di globalizzazione. E' bene che l'Europa "unisca più perfettamente", per parafrasare la Costituzione Americana, gli stati membri, ma per quale motivo deve essere chiusa ermeticamente all'esterno con dazi, regolamenti, sussidi, e altra fetenzia politica?

Alla prossima puntata...

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categoria:unione europea