giovedì, 08 ottobre 2009
Un amico mi ha chiesto come si fa a convincere la gente a capire che la maggior parte delle politiche danneggia la maggior parte della popolazione. Gli ho detto che è impossibile, perché i governati sono razionalmente ebeti e i governanti governano nel loro interesse. Questo post spiega la mia visione delle democrazie totalitarie viventi e delle (pessime) prospettive del liberalismo.

La libertà è un bene pubblico: i benefici del combattere per la libertà sono pubblici mentre i costi sono privati, e quindi ci sarà necessariamente un'insufficiente offerta di liberali.

L'informazione politica è un bene pubblico: l'elettore informato beneficia gli altri tanto quanto sé stesso, quindi ci sarà un'insufficiente domanda (e dunque offerta) di informazione sui temi politici.

La ragionevolezza politica è un bene pubblico: l'elettore ragionevole beneficia gli altri tanto quanto sé stesso, quindi ci sarà un'epidemia di credenze false e irrazionali tra gli elettori.

La politica è troppo complessa: l'ignoranza e l'irrazionalità razionali sono rese più gravi dall'enorme numero di temi di cui si occupa la politica nelle nostre società iperpoliticizzate (totalitarie in senso lato), dove nessuno anche volendo è in grado di giudicare l'insieme delle politiche.

Qualsiasi sistema politico di tipo democratico offre margini di manovra libera notevoli ai politici: siccome gli elettori sono disinformati e irragionevoli, non possono controllare i propri sedicenti rappresentanti.

I margini di manovra dei politici possono prendere la forma di investimenti in credenze irrazionali: in media, cioè, i politici cercheranno di inculcare credenze favorevoli al mantenimento e all'estensione del proprio potere.

I margini di manovra dei politici e l'ignoranza e l'irrazionalità dei governanti genera necessariamente due classi: chi prende decisioni e chi le subisce, l'elite e il popolo, chi trae vantaggio dalla politica e chi ne subisce le conseguenze senza capire e senza saperlo.

Ne risulta che la politica socialdemocratica è stabile nel breve e nel medio periodo: ciò è nell'interesse dell'elite, mentre il popolo è razionalmente ebete.

Ne risulta anche che la politica socialdemocratica tende naturalmente ad espandersi e a rafforzarsi: ciò è nell'interesse dell'elite, mentre opporsi a questo processo richiede investimenti in "liberalismo" che sono un bene pubblico.

L'unico modo per privatizzare i benefici della lotta politica è arrivare al potere: in sostanza, si combatte non per difendersi dal potere, ma per poterlo ottenere.

La rivoluzione paga solo i rivoluzionari: i rivoluzionari saranno quasi sempre almeno altrettanto sociopatici o comunque totalitari dell'elite precedente.

La democrazia tende a creare problemi a costi diffusi: più i costi sono socializzati e meno incentivi privati ad opporsi ci sono.

La democrazia tende a creare problemi di lungo termine: posticipare il redde rationem è sempre preferito all'affrontare il problema perché l'orizzonte temporale dei politici è basso.

I problemi a costi diffusi e di lungo termine sono difficili da affrontare e si aggravano nel tempo: inflazione, crisi finanziarie, disoccupazione, parassitismo, lobbyismo, sistemi pensionistici non sostenibili, danni alla crescita economica, consumo di capitale e caos legislativo sono esempi abbastanza universali dei problemi creati dalle democrazie.

Le politiche a benefici diffusi tendono a generare pressioni lobbystiche: la democrazia tende a generare spontaneamente parassitismo e a degenerare naturalmente in una società di mendicanti che di mestiere fanno gli elettori, o i mediatori di voti.

Nel lungo termine il potere non paga: creando problemi difficilmente rintracciabili e di lungo termine, tenderà a causare disastri e a minare le proprie stesse fondamenta.

Ogni tanto succede che la classe politica si riforma: finge di essere liberale per salvare le propri prospettive di lungo termine, ma tendenzialmente questo avviene in maniera insufficiente, o nascondendo i problemi nel lungo termine (Neoliberalismo e Reaganismo).

Siccome la politica tende ad evitare costi privati, alcune garanzie giuridiche sono stabili: nessuno vuole essere torturato e si opporrebbe se ciò avvenisse, purtroppo esistono infiniti altri metodi per sfruttarlo a beneficio dell'elite.

Il mercato sopravvive solo perché è efficiente, e quindi consente all'elite di massimizzare la base imponibile e di mantenere intatti o rafforzare i rapporti di forze con gli altri stati.

Il liberalismo è morto, con l'esclusione di alcune garanzie giuridiche, alcune tecniche costituzionali e un certo margine di libertà economica.

Nessuno ha interesse a combattere per la libertà, e gli unici che hanno interesse a fare opposizione lo fanno per raggiungere il potere e poter sfruttare le masse.

Il liberalismo è fondamentale perché la socialdemocrazia crea problemi esiziali nel lungo termine, ma nessuno se ne accorgerà prima che sarà troppo tardi.

L'interesse dell'elite a conservare lo status quo può posticipare il redde rationem e moderare lo sfruttamento delle masse e ridurre l'inefficienza della politica.

In ogni società, ci sarà almeno tanta libertà quanta è nell'interesse dell'elite al potere.

In una società liberale, ci sarà più libertà perché il popolo si oppone al potere: allo stato attuale nessuno lo fa, o quasi.

Non esiste nessuna soluzione politica ai problemi politici, perché gli elettori razionalmente non se ne preoccupano, o chiedono semplicemente prebende, mentre le soluzioni politiche passano nelle mani dell'elite e quindi sono nel loro interesse.

La democrazia e la libertà sono nemiche naturali: la prima tende a far considerare la seconda inutile, la seconda deve opporsi alle tendenze totalitarie della prima.

La democrazia ha vinto, il liberalismo è morto, e almeno nel breve-medio termine l'equilibrio politico socialdemocratico attuale è stabile.
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mercoledì, 16 settembre 2009
Le conseguenze politiche dell'estensione del dominio dei diritti positivi sono anche più gravi di quelle economiche. Innanzitutto, data l'impossibilità del mercato di fornire merci gratuitamente, si ha un aumento enorme del potere della classe politica, che potrà controllare più o meno centralmente la produzione di tutti i beni e i servizi essenziali.

Ad un numero più o meno elevato di produttori indipendenti, che subiscono sempre la pressione di potenziali entranti, si sostituisce il monopolio di un ristretto gruppo di persone, la classe politica, che controlla tutto contemporaneamente, un po' come se la Coca-Cola si occupasse anche di difesa, di trasporti, di supermercati, di costruzioni, di assicurazioni previdenziali. Nessuno crederebbe che l'assemblea democratica degli azionisti potrebbe controllare un mostro del genere, eppure lo stato è ben più complicato e nonostante ciò tutti credono alla democrazia.

L'ovvia conseguenza è che ci sarà un assalto alla diligenza (o alla dirigenza, visto che alla fine si sostituisce al mercato una struttura perfettamente gerarchica), in quanto ci saranno lobby di produttori che cercheranno vantaggi a spese della collettività, e lobby di consumatori a spingere per socializzare determinati beni e servizi, sempre a spese altrui, ovviamente.

Il cambiamento psicologico è notevole: se prima per ottenere una merce occorreva impegnarsi a fare qualcosa per gli altri (vendendo i propri servizi sul mercato), dopo che l'ideologia dei diritti positivi si sarò affermata sarà sufficiente organizzarsi politicamente, manifestare e in qualche modo quindi spingere la forza pubblica a realizzare i propri desideri, contro i desideri, ovviamente, di chi soccomberà nel processo politico.

Siccome al mercato è impedito di funzionare, si sostituirà ad esso quindi un sistema gerarchico che però funzionerà senza un mercato a fianco per molte produzioni essenziali, e quindi in maniera ancora più inefficiente (solo se, però, l'estensione dei diritti positivi si fa drammatica, altrimenti il mercato dei singoli fattori continua ad esistere, e quindi almeno in teoria sarebbe possibile produrre efficientemente, grazie al calcolo economico: in pratica ciò non accade perché non ci sono incentivi ad economizzare e ci sono invece incentivi a usare le risorse per comprare voti).

Infine, se supponiamo che esistano dei problemi che richiedono sforzi anche al di là del mero mercato, come associazioni mutualistiche o qualsiasi struttura sociale cooperativa che abbia un particolare scopo non facilmente perseguibile tramite il normale mercato, queste associazioni scompariranno, per via della concorrenza - sleale, proprio perché gratuita, finanziata com'è dalla coercizione - dello stato. Il risultato sarà che gli uomini disimpareranno a cooperare e a impegnarsi per ottenere determinati risultati sociali. Si confrontino ad esempio gli americani di Tocqueville, capaci di organizzarsi immediatamente per risolvere qualsiasi problema, come ad esempio una frana che ostruiva una strada locale, con l'attuale cittadino occidentale, che non alza mai un dito per nulla e continua a farsi fico predicando diritti positivi a spese altrui.

In definitiva, liberalismo e diritti positivi sono incompatibili tra loro: più i secondi si estendono, più il primo si contrae, a tutto vantaggio della democrazia illiberale, cioè a tutto vantaggio della classe politica e delle lobby organizzate. Sebbene si possa dubitare che sia possibile eliminare del tutto la nozione di diritto positivo, cosa che richiederebbe niente meno che l'eliminazione dello stato come istituzione (in quanto anche lo stato minimo comunque garantisce, o meglio dice di garantire, il diritto alla sicurezza, e questo è un diritto positivo - mentre al contrario il diritto di difendersi o di accordarsi per la difesa è negativo).

Non c'è nulla di cui vantarsi, sul piano etico, dell'essere a favore di un diritto positivo: significa dire agli altri di fare una cosa che non si vuole fare, significa finanziare un'opera che si ritiene meritoria senza volerne pagare il costo, significa fare prediche morali senza mettere veramente alla prova la propria coscienza. Se non è ipocrisia morale, poco ci manca.

In definitiva, le conseguenze politiche ed economiche dell'ideologia dei diritti positivi sono:
  1. La quasi totale perdita delle capacità cooperative e autoorganizzative degli individui;
  2. L'estensione scriteriata del potere statale;
  3. La contrazione dell'ambito degli scambi di mercato;
  4. La deresponsabilizzazione degli individui;
  5. L'inefficienza nella produzione;
  6. La corruzione da parte di politici e lobby di potere.
Se queste cose non assomigliano vagamente alla realtà, aprite gli occhi. Si può obiettare ovviamente che la politica è sempre stata così, ma questa non è un'obiezione: sono perfettamente d'accordo. La politica è questo, è sempre stata questo e sarà sempre questo: ma prima dell'ultimo secolo i politici avevano un decimo del potere attuale.
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mercoledì, 09 settembre 2009
Mio articolo sul totalitarismo su Giornalettismo, ispirato alle ultime politiche di Chavez.
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categoria:liberalismo, teoria politica
mercoledì, 09 settembre 2009
Quando un bene o servizio è dichiarato diritto positivo, il mercato è automaticamente impossibilitato a fornirlo, se non per il tramite delle istituzioni politiche (appalti, monopoli, charter, finanziamenti pubblici...). In sostanza, è possibile fornire un diritto positivo solo tramite il socialismo (produzione statale) o il "capitalismo di stato", che non assomiglia molto al capitalismo e tecnicamente non è di stato, ma è certamente più di stato che capitalismo.

La ragione è semplice: se qualcosa è un diritto positivo, allora deve essere gratis, perché deve essere fornito indipendentemente dalla capacità dell'individuo di pagarla. Questo significa che occorra curare, sfamare, educare e/o difendere (esempi di diritti positiv) anche chi non vuole o non può lavorare, e quindi non potrebbe pagarsi neanche il pane e l'acqua. Questo esempio è volutamente esagerato perché in realtà è raro che ciò accada, se non altro perché il capitalismo ha prodotto ricchezza per praticamente tutti.

Se una merce è gratuita, non è possibile produrla sul mercato, perché i costi di produzione, necessariamente maggiori di zero (altrimenti la merce non sarebbe scarsa, e sarebbe inutile sia produrla che garantirla come diritto), non possono essere coperti dalla vendita della merce. Il risultato è un'atrofia del mercato: nel dominio del diritto positivo non vi può essere scambio, produzione e consumo come su un normale libero mercato.

E' quindi necessario trovare metodi alternativi di produzione, che possono andare dalla nazionalizzazione completa della produzione al sovvenzionamento dei produttori a spese dei contribuenti. Entrambe le soluzioni si prestano a notevoli inefficienze, e tendono a portare corruzione. Inoltre, per come funziona la politica, è normale che questi meccanismi andranno quasi sempre a favore delle lobby organizzate e non della popolazione, che quindi pagherà moltissimo (in termini di tasse, ma anche di mancata crescita e ricchezza non prodotta) per i beni che a livello individuale sembrano gratuiti.

Siccome si tende a considerare diritto positivo qualsiasi merce importante, dall'abitazione alle cure mediche, si arriva al risultato assurdo secondo cui il mercato è impossibilitato a funzionare proprio per quanto riguarda la produzione di merci importanti: così per i videogame e i gioielli ci sarà un'efficiente struttura produttiva, mentre per le produzioni agricole o l'estrazione di petrolio invece ci saranno sprechi enormi*. Più l'estensione dei diritti positivi aumenta, quindi, peggio sarà per il mercato, e maggiore sarà il potere del settore pubblico, cioè della classe politica, sul resto della società. La società nel suo complesso, normalmente, ci perde, perché la politica produrrà beni e servizi peggio del mercato, salvo nei rari casi di gravi fallimenti del mercato (semplici fallimenti del mercato non sono sufficienti, perché mai riuscirebbero a compensare gli enormi tipici fallimenti della politica).

Come se non bastasse, la gratuità (fittizia, ma pur sempre rilevante ai margini) delle merci in questione genererà un aumento scriteriato della domanda, e quindi tutti cercheranno di accaparrarsi beni e servizi perché tanto saranno pagati da tutti indiscriminatamente. Il risultato sarà un uso scriteriato di risorse scarse, che è un'altra forma di inefficienza. Tutto sommato, perché contenersi se tanto a pagare saremo tutti? E' una tragedia dei beni comuni, come quando al ristorante si paga alla romana e, siccome su N commensali ognuno contribuisce solo 1/N al conto totale, tutti ordinano i piatti più costosi, anche se in condizioni normali non li sceglierebbero.

Se poi la cosa va avanti, e invece di interessare due o tre mercati interessa mille mercati, allora avremo la sparizione del sistema dei prezzi (o di un sistema dei prezzi significativo, il che è la stessa cosa) necessario alla produzione di questi beni e servizi, e a questo punto anche solo avvicinarsi ad un anno-luce dall'efficienza produttiva sarà impossibile.

* Un canadese ebbe i calcoli e dovette aspettare sei mesi (con i calcoli!) per essere operato da un medico nel settore pubblico; dopo un po' di tempo il suo cavallo ebbe i calcoli e fu operato dal veterinario privato dopo tre giorni. Non so se la storia è vera, ma è una conseguenza molto probabile.
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categoria:liberalismo, libertarismo, teoria politica
lunedì, 27 aprile 2009
Della questione meridionale si possono dire poche cose certe e tante cose incerte.

Le poche cose certe che mi vengono in mente sono:
  1. Tutte le politiche messe in campo finora hanno fallito, molte sono causa della perpetuazione del problema, non sembra ci sia né la capacità né la volontà politica di risolvere efficientemente ed efficacemente la questione (probabilmente è un tema intrattabile per problemi di public choice: non c'è quasi speranza che si possa risolverlo all'interno dell'attuale quadro istituzionale).
  2. Nessuna politica, e nessuna non-politica liberale, risolverebbero rapidamente e completamente tutti i problemi, in quanto lo sviluppo richiede sempre tempo, i problemi hanno molteplici cause, e se ci sono problemi di carattere culturale nella mentalità del meridionale quadratico medio questi non potranno scomparire nel breve-medio termine.
  3. I problemi sono molteplici e anche solo farne una lista è un problema complesso. La lista deve includere la mafia, la corruzione delle istituzioni, la carenza di infrastrutture, gli incentivi perversi legati ai finanziamenti dall'alto, il malfunzionamento del mercato del lavoro dovuto ai sindacati, le lungaggini burocratiche, l'inefficienza delle scuole e delle università, eccetera. Pensare di risolvere tutto contemporaneamente è mero wishful thinking.
  4. Nessuna soluzione globale probabilmente funzionerà mai perché probabilmente ogni regione, provincia o comune hanno problemi specifici che non possono essere risolti con una sola ricetta che vada ben per tutti.
Una politica liberale può affrontare molti di questi problemi, soprattutto nel medio-lungo termine. Nel breve termine è possibile migliorare il sistema finanziario e il mercato del lavoro, e cambiare gli incentivi degli imprenditori in modo che creino ricchezza, cercando fondi in base a piani economicamente validi e non a fondo perduto, ad esempio, e riducendo tasse e burocrazia. Il risultato potrebbe essere che il Meridione smetterebbe di essere tale e diventerebbe come l'Europa dell'Est: dinamica, in crescita (salvo crisi finanziaria), relativamente libera economicamente.

Esiste probabilmente una grossa complicazione, e addirittura un fattore che rompe l'idillio.

La grossa complicazione è la mentalità meridionale: decenni di richieste di elemosina non possono non aver influenzato la cultura, i valori, le abitudini. Il dispotismo colpisce più gravemente la mentalità dei servi che dei padroni, diceva Tocqueville (però riferendosi alla classe dirigente americana, troppo servile per eccesso di democrazia). Non è pensabile che di colpo spariscano la corruzione, l'omertà, il familismo, i favoritismi, la tendenza a riempire le università di parenti e amici*.

Di certo soluzioni locali, e soprattutto la responsabilità individuale tipica del mercato, possono innescare circoli virtuosi. La cosa importante è che in democrazia la presenza di scelte collettive causa esternalità su tutti: sul mercato invece benefici e costi sono in primis privati, con qualche eccezione. Per questo dico che il mercato funziona fino a prova contraria e la politica non funziona fino a prova contraria. Se un'università si crea una reputazione di serietà, sul mercato può ottenere studenti migliori, maggiori fondi, professori migliori; solo se manca la concorrenza è possibile comprare familismo e favoritismi gratuitamente.

Il fattore critico è che ruolo avrà la mafia in tutto ciò. La mafia potrebbe benissimo subire un tracollo se finissero i soldi dall'alto, ma la cosa potrebbe non essere né rapida né indolore. In più il temporaneo (se tutto va bene) peggioramento sociale potrebbe causare le premesse per avere un bel "failed state" (l'etichetta è già applicabile ora sul piano economico, ma prima di arrivare alle migliaia di morti ammazzati l'anno del Messico ce ne vuole).

Il problema è questo: un monopolista dello sfruttamento può scegliere il livello ottimo di parassitismo che non danneggi troppo la società sottostante; degli oligopolisti dello sfruttamento invece potrebbero trovarsi di fronte ad una tragedy of the commons: le opportunità di sfruttamento non sfruttate divengono opportunità perse, e investire in migliorare la società beneficia gli altri sfruttatori. E' per questo che probabilmente una società anarchica non regolata sarebbe peggio di una società statalizzata: meglio servire un padrone che due.

In quest'ottica, se lo stato si concentrasse nel controllare la mafia e proteggere i titoli di proprietà e quindi il libero funzionamento del mercato, sarebbe probabilmente la cosa migliore: se intervenisse economicamente, del resto, non farebbe che perpetuare i disastri di decenni di "politiche del meridione". Uno stato che si occupasse solo di sicurezza avrebbe meno "parassiti" da sfamare, perché avrebbe meno favori da dare; avrebbe più risorse da impiegare nel suo unico scopo; e impedirebbe alla mafia di finanziarsi tramite appalti e sovvenzionamenti pagati dal Nord Italia.

* Un paper interessante di Pietro Ichino mostra che al Sud un lavoratore ha maggiori probabilità di avere ragione sul datore di lavoro in giudizio, peggiorando quindi le rigidità del mercato del lavoro e quindi, indirettamente, la condizione dei lavoratori. E' solo un esempio, tra i tanti.
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categoria:politica interna, teoria politica
mercoledì, 22 aprile 2009
Appunti che mi servono per un lavoretto che sto facendo, ma che non avendo la pennetta USB non posso aggiornare.

1. Supponiamo che 10,000 persone votino 1 rappresentante che si occuperà di decisioni politiche in 100 ambiti diversi. Supponiamo che ogni singolo argomento interessa 100 persone, e che le altre persone siano completamente indifferenti. Si avranno quindi 100 lobby che si concentreranno per avere 1 favore, e il 99% della popolazione non si ribellerà, visto che l'unico incentivo a farlo è che ognuno paghi lo 0.01% del costo totale del favore (entità trascurabile). All'equilibrio avremo 100 lobby che imporranno decisioni inefficienti che complessivamente avranno costi molto maggiori dei benefici.

2. Se io come elettore mi informo sulla politica, o cerco di ricordare eventi politici passati per imparare dall'esperienza, o cerco di criticare i miei convincimenti politici errati, o cerco di studiare un argomento difficile perché importante per le decisioni politiche, beneficio me stesso solo marginalmente (visto che aumento di un infinitesimo la probabilità che la democrazia prenda una decisione ragionata), e beneficio indifferentemente ogni singolo elettore. Siccome nessuno ha incentivo quindi a fare queste cose, l'azione politica sarà basata su: teorie semplicistiche (Keynes anziché Mises, ad esempio), convincimenti irrazionali (il salario minimo aiuta i lavoratori, ad esempio), ignoranza e miopia (in precedenza ho detto che i politici sono miopi: gli elettori lo sono altrettanto).

Insomma: il mercato funziona fino a prova contraria (esternalità o altri problemi); la democrazia non funziona fino a prova contraria (cioè, l'analisi teorica dimostra che ci sono tante di quelle sfighe che c'è da stupirsi che la realtà non sia ben peggiore di quella che è).
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categoria:liberalismo, teoria politica
mercoledì, 15 aprile 2009
Il De Mauro afferma che il pragmatismo è:
  • 2a CO atteggiamento improntato all’azione e al raggiungimento di risultati concreti
  • 2b CO estens., tendenza a comportarsi in modo spregiudicato
Le definizioni non servono a molto, ma è interessante la differenza: un significato è positivo, l'altro è negativo. Proverò a dare un po' di definizioni da me:
  • Pragmatismo (popperiano): nessuna soluzione sistemica è possibile, i problemi vanno affrontati un po' alla volta, proponendo e discutendo e disfacendo soluzioni di piccolo cabotaggio, visto che i tentativi di maggior cabotaggio generano mostri totalitari.
  • Pragmatismo (miope): bisogna affrontare i problemi man mano che si presentano, pensando soluzioni ad hoc mirate al problema specifico senza tener conto delle conseguenze di lungo termine della soluzione in sé e dell'assetto istituzionale relativo.
  • Pragmatismo (materialista): occorre tener conto soltanto delle conseguenze pratiche, materiali ed osservabili, e non di principi astratti, rigidi e moralistici come le idee di libertà o di giustizia.
Sul pragmatismo di Popper ho sempre avuto un dubbio: ma se 10g di cianuro sono un male, perché prendere 10 dosi da 1g dovrebbe essere un bene? Se un potere che vuole cambiare la società a partire dalle radici è un male, perché un potere che si limita a derubarmi del 50% del mio lavoro e a regolamentare ogni aspetto della mia vita è un bene? Popper ha sempre dato importanza al metodo (la discussione critica), e il dubbio che viene è che metta il metodo prima del contenuto (la libertà). Ma se il contenuto è secondario, e se l'unico bene è non cambiare troppo lo status quo, perché non parliamo di conservatorismo moderato anziché di liberalismo? Preferisco lo slogan di Goldwater: "L'estremismo nella difesa della libertà non è un vizio, e la moderazione nella ricerca della giustizia non è una virtù". Devo dire che non leggo Popper da molto tempo e forse potrei sbagliarmi.

Il pragmatismo miope restringe arbitrariamente l'ambito delle preferenze individuali al breve termine, e in questo fa quello che la politica ama fare: sottovalutare i danni di lungo termine per vantare panacee sociali che funzionano (se funzionano) solo nel breve termine. Questo si presta ad un'ovvia controindicazione: la politica già oggi non fa altro che rincorrere i problemi creati dalle passate politiche. A che servirebbe avere 4-5 milioni di dipendenti pubblici se le politiche del lavoro non avessero creato un esercito di disoccupati in servizio permanente effettivo? E sarebbe necessario (ammesso che lo sia) salvare oggi le banche se per 30 anni non si fosse impedito al sistema finanziario di equilibrarsi tramite politiche attiviste anticicliche che hanno creato moral hazard?

Il pragmatismo materialista, praticamente la filosofia morale ufficiale della maggior parte degli economisti, di fatto sostiene che le funzioni di utilità individuali devono essere definite solo sui panieri di beni materiali che l'individuo consuma, e che tutto il resto è irrilevante. In un'analisi di costi-benefici, si tengono conto solo dei valori pecuniari di vantaggi e svantaggi indotti dalle azioni analizzate, ma si trascurano considerazioni di altro tipo, come la libertà o la giustizia o la concentrazione di potere. Eppure questo tipo di "funzione di utilità" è un'arbitraria restrizione dell'ambito delle preferenze individuali. C'è inoltre il problema della dicotomia tra regole e discrezione (rules vs discretion): un potere capace di violare una regola creerà con la sua stessa esistenza l'aspettativa che la regola sarà violata in certi casi, e questa aspettativa modificherà le azioni degli agenti impedendo che gli esiti sociali che necessitano di questa regola siano ottenuti. Supponiamo ad esempio di volere una società dove tutti si impegnano per produrre ricchezza e sviluppo: se creiamo uno stato in grado di proteggere le aziende in difficoltà, automaticamente si creano degli incentivi a cercare una posizione privilegiata (rent seeking), e soltanto l'assenza di tale potere (rule) potrà impedire una degenerazione lobbistica o corporativa della società in questione.

Siccome tutte queste definizioni hanno problemi evidenti, esiste una definizione di pragmatismo che mantenga ciò che c'è di intuitivamente buono nel concetto, e cioè che alla fine sono la realtà, e le conseguenze delle nostre azioni su questa, che contano?

Il problema è come quello dell'utilitarismo: tutto va giudicato in base alle conseguenze, il che è ovvio, visto che nessun uomo ragionevole giudica una cosa senza dare un'occhiata alla realtà dei fatti, se è veramente interessato alla questione (in politica è la norma). Ma come si valutano le conseguenze? Il consequenzialismo non lo dice, e quindi è un principio morale vuoto che dà un'indicazione generica - accettabile e di buonsenso - ma che di per sé ha bisogno di essere riempito di contenuto da un principio morale aggiuntivo (che giudichi le conseguenze).

Ciò che c'è di buono del pragmatismo può forse essere salvato da questo truismo: l'azione, individuale o politica, deve tener conto delle conseguenze, di breve e di lungo termine, e una soluzione di breve termine che peggiori le prospettive di lungo termine è in genere un male (un male che la democrazia dimostra di apprezzare ogni giorno). I principi non sono astrazioni che devono essere sostituite da più "razionali" considerazioni pragmatiche, ma dei paletti all'azione che servono ad ottenere alcuni risultati che, in assenza di principi, non potrebbero essere realizzati.

Il liberale può essere pragmatico se difende le prospettive di lungo termine e i principi in nome delle conseguenze reali che queste avranno, comprese le conseguenze sull'assetto istituzionale in termini di concentrazione, incontrollabilità e irresponsabilità del potere. Il pragmatismo nel senso comune del termine è invece miopia e mancanza di principi.
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categoria:filosofia politica, teoria politica
martedì, 07 aprile 2009
Questo libro pare interessante. Peter Leeson è un economista della GMU, un austriaco, e il libro è su cosa la teoria economica ha da dire sulla pirateria, non tanto sul bende e uncini, quanto sullo sviluppo di sistemi di regole sociali in assenza di monopolio della forza: l'ordine del diritto non è roba da gentiluomini. :-)

Senza averlo letto, né ancora ordinato, e senza aver letto granché di Leeson (anche se ho vari paper che mi aspettano), le mie aspettative a priori (eufemismo per pregiudizi) sono: tanti insight teorici interessanti, e qualche forzatura o semplificazione storica.

Non so se posso farlo, però copio l'incipit del paper di Leeson sull'anarchia tra pirati, comparso sul Journal of Political Economy:

This article investigates the internal governance institutions of violent
criminal enterprise by examining the law, economics, and organization
of pirates. To effectively organize their banditry, pirates required
mechanisms to prevent internal predation, minimize crew conflict,
and maximize piratical profit. Pirates devised two institutions for this
purpose. First, I analyze the system of piratical checks and balances
crews used to constrain captain predation. Second, I examine how
pirates used democratic constitutions to minimize conflict and create
piratical law and order. Pirate governance created sufficient order and
cooperation to make pirates one of the most sophisticated and successful
criminal organizations in history.

Immagino che il libro sia un'estensione dell'articolo.
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categoria:libertarismo, teoria politica, economia austriaca
sabato, 28 marzo 2009
Oggi riassumo tutta la storia umana.

Supponiamo che due organizzazioni, la mafia e lo stato, possano ottenere un reddito a spese di una certa società tramite l'uso di coercizione.

Supponiamo che l'uso della coercizione distrugga ricchezza, cioè danneggi l'economia della società oggetto di sfruttamento da parte dell'organizzazione in questione.

Sto ipotizzando, e non dimostrando, che non esistano beni per la cui produzione la mafia o lo stato siano necessari, come ad esempio la sicurezza da altre mafie/stati o dalla microcriminalità.

Questa ipotesi permette di distinguere uno stato in forma pura come monopolista dell'uso della forza, uno stato "impuro" come entità dominante ma che divide il potere con almeno un'altra organizzazione (la mafia), e una situazione di anarchia come lotta tra mafie che vogliono diventare stato.

Nel modello non c'è spazio per uno stato o una mafia buoni o per un'anarchia ordinata, per semplicità. L'ultima eventualità è comunque trattata implicitamente.

Considererò la tassazione come l'unica fonte di reddito dello stato o della mafia, per semplicità.

SCENARIO #1

Supponiamo che esista un monopolista dello sfruttamento, lo stato, e che il suo potere sia stabile.

In questo caso lo Stato ha un punto di ottimo nel massimizzare il valore atteso della propria rendita da sfruttamento futura, cioè la somma attualizzata del massimo che riesce ad estrarre dalla società che sfrutta. L'ottimo dipende dalle preferenze temporali di chi ha potere, dal livello di tassazione che riesce ad imporre, e dalla dannosità della tassazione per quanto riguarda la ricchezza della società sottostante.

Tasse troppo basse lasciano alla società risorse non sfruttate adeguatamente dallo stato, e tasse troppo elevate distruggono la società e quindi impediscono allo stato di sfruttare adeguatamente la rendita nel lungo termine.

Quello che si ottiene è un regime ottimale di sfruttamento, che non danneggia troppo il futuro e non lascia troppa libertà nel presente: il punto di ottimo verrà chiamato "ottimo lafferiano" per l'ovvia similitudine con la curva di Laffer.

Da ciò si deduce che lo stato, anche in situazioni ottimali, sarà liberale controvoglia: accetterà la libertà solo perché aiuta la crescita e quindi aumenta la base imponibile. Siccome il liberalismo funziona, cioè, ci sarà sempre quel minimo di libertà che serve per ottenere il massimo della rendita da sfruttamento.

E' possibile rendere questo risultato ancora più ottimale per la società vincolando lo stato, come vogliono fare i liberali (con scarso successo).

SCENARIO #2

Supponiamo che esista un monopolista dello sfruttamento ma che il suo potere sia instabile.

In questo caso l'ottimo lafferiano non verrà raggiunto, perché il rischio di perdere il potere riduce l'orizzonte temporale dello stato, e quindi fa sì che le rendite future abbiano minore valore attuale. Il risultato è che lo stato concentrerà l'attenzione al breve termine, trascurando le rendite future, e quindi si avrà un livello di sfruttamento sovraottimale, che danneggerà la crescita di lungo termine per garantire il massimo del reddito da sfruttamento nel breve termine. Si noti che la miopia può indurre politiche inefficientemente illiberali, come fatto notare da Hoppe in "Democrazia: il dio che ha fallito".

Una società nello scenario #2 sarà più povera e meno libera di una società nello scenario #1.

SCENARIO #3

Supponiamo che esista un duopolio (o una concorrenza) di sfruttatori.

Se non esiste un regime statuale, ma si hanno almeno due organizzazioni mafiose che cercano di sfruttare il territorio, abbiamo lo stesso risultato dello scenario #2, in quanto non si tenderà a dare importanza a sufficienza alle rendite da sfruttamento future.

Si ha inoltre un paradosso del prigioniero: ogni singola mafia ha infatti incentivo a sfruttare la società che tiranneggia, ma paga soltanto una parte delle conseguenze dello sfruttamento, di conseguenza ci sarà una sovraproduzione di sfruttamento mafioso che danneggerà la crescita ulteriormente. Una mafia che si astiene dall'esagerare con la coercizione perderà rendita, ma subirà comunque i danni delle altre mafie, e l'equilibrio finale è un failed state.

Il risultato sarà un eccesso di coercizione e di povertà rispetto all'ottimo lafferiano, anche peggiore dello scenario #2.

Il risultato hobbesiano (un monopolista dell'uso della forza) è ottimale perché in questo scenario l'alternativa è il bellum omnium contra omnes. Un'alternativa ad entrambi è un insieme di regole: un ordine giuridico basato su determinati principi consuetudinari comunemente accettati. Questo sarebbe una situazione di anarchia - se l'uso della forza viene frazionato - o semplicemente uno stato liberale - se il monopolio della forza viene mantenuto. La libertà naviga tra la Scilla dell'ottimo lafferiano e la Cariddi della guerra tra mafie: più precisamente, la libertà è preferibile ad entrambe le alternative, è più simile alla seconda, ma la prima è migliore della seconda.

SCENARIO #4

Supponiamo che la regione in questione sia finanziata esternamente, ad esempio con donazioni per lo sviluppo.

Questo caso ha molta rilevanza per l'economia del Meridione d'Italia e dei paesi africani che campano di donazioni dai paesi occidentali: la mafia che sfrutta la società può contare su una fonte di reddito slegata dai danni che impone alla società che tiranneggia, e quindi non deve curarsi dell'efficienza del suo intervento rispetto all'ottimo lafferiano, che verrà quindi superato.

In più, più il suo intervento è dannoso, più probabilmente gli aiuti aumenteranno, e quindi si ha un equilibrio di sottosviluppo stabile in cui il danno che la mafia impone alla società è una condizione necessaria per il reddito della mafia stessa, che non solo non deve preoccuparsi della crescita, ma farà di tutto per danneggiarla.

Anche questo risultato sarà peggiore dello scenario #2, e a fortiori dello scenario #1.
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mercoledì, 18 marzo 2009
Fa notare Caplan che:
  • L'emigrato indiano che va negli USA trae vantaggio da istituzioni politiche più efficienti e liberali e individualmente "vota" per queste istituzioni con i suoi piedi.
  • L'elettore indiano che rimane in India invece non vuole istituzioni politiche indiane più simili a quelle americane, nonostante come emigrato avrebbe votato altrimenti coi suoi piedi.
La differenza è che l'emigrato agisce individualmente e quindi ha incentivi a valutare costi e benefici, mentre l'elettore agisce collettivamente e non ha interesse ad essere razionale, secondo Caplan.

Esistono sicuramente spiegazioni alternative (l'immigrato e l'elettore non sono la stessa persona), ma sono molto più deboli: sul mercato si fa, e ci si comporta di conseguenza; in politica si chiede, e ci si comporta di conseguenza.

Questo significa anche (non che sia una novità) che una persona che non può vivere a spese degli altri è incentivata ad essere indipendente, mentre al contrario una persona che può permettersi di vivere a spese degli altri non ha incentivi reali (tranne forse l'orgoglio personale) ad essere autonomo e responsabile.
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