sabato, 19 luglio 2008
Avendo appena iniziato a studiare temi a metà strada tra il diritto e l'economia, e capendo molto poco del primo, ho cercato di scrivere una breve riflessione sul rapporto tra le due discipline, su cui gradirei un po' di feedback da parte di persone che conoscono il diritto, che hanno esperienza di come viene studiato nelle università italiane, e di come viene "vissuto" dai giuristi.

E' facile rendersi conto che l'economista non ha la sensibilità per capire i problemi specifici dell'ordinamento giuridico, anche se si considerano i progressi delle discipline economiche che tengono in adeguata considerazione gli aspetti istituzionali dell'azione economica, come il Neo-istituzionalismo, e per quanto ci si possa basare su un'antropologia e una visione dell'economia più generale e più ricca di quella standard, come quella austriaca: il diritto ha sue specificità che spesso nelle analisi economiche vengono trascurate.

Anche la law & economics è eccessivamente fondata sul paradigma microeconomico standard, e conseguentemente eccessivamente semplicistica nei suoi assunti e quindi nelle sue conclusioni (senza contare i gravi problemi teorici del concetto di efficienza, de facto un'ideologia politica spacciata per giudizio rigorosamente scientifico). Eppure la law & economics e il neo-istituzionalismo, corroborati dalle dottrine della Scuola austriaca (e qui penso soprattutto a Leoni), rappresentano gli unici utensili disponibili per la comprensione dell'ordinamento giuridico.

Arrivo a questa conclusione perchè mi sono chiesto: se chiedo ad un giurista come migliorare l'ordinamento esistente, o perchè determinate norme hanno determinate conseguenze, ho spesso l'impressione che la domanda sia considerata stramba. Farò due esempi pratici.

Sul "Compendio di diritto del lavoro" della Simone, che è una casa editrice e non una donna con questo cognome come avevo pensato inizialmente, c'è scritta una frase veramente insensata, che, andando a spanne, suona più o meno così: "Nel diritto del lavoro si sono venuti a diffondere concetti di origine economicistica [sic, NdLF], quali l'efficienza, al posto di concetti di origine più tradizionalmente giuridica come la dignità della persona.".

L'altro esempio è invece tratto dalle "Lezioni di Diritto del Lavoro" di Ichino, che non ho ancora letto: "La realtà dei rapporti sociali è costituita da un intreccio di essere socio-economico (l'insieme dei comortamenti tenuti dai soggetti, nella loro obbiettività storica) e di dover essere giuridico (l'insieme delle norme di comportamento rese effettive dalle rispettive sanzioni), in dialettica continua fra loro. Si può dire, in via di prima approssimazione, che l'economista e il giurista focalizzano la propra attenzione rispettivamente sull'uno e sull'altro polo dialettico di questa realtà.".

Questo mi fa pensare che l'irrilevanza della dottrina giuridica ai fini della comprensione delle dinamiche sociali, e quindi delle conseguenze della normazione sulla società, sia legata all'imperante egemonia del kelsenismo nella filosofia del diritto italiana. Il kelsenismo ha infatti due difetti esiziali che impediscono una vera e propria scienza del diritto fondata su di esso.

Il primo difetto è che è una dottrina de facto volontaristica: si occupa della volontà del potente di turno, non delle conseguenze; si occupa della forma, non della sostanza; si occupa della validità (spesso solo di carta) e non dell'efficacia (sociologica) delle norme. Praticamente non dice nulla sulla società, perchè dire qualcosa sulla società è considerato o non-scientifico (il giusnaturalismo), e qui concordo, o "impuro" (la sociologia del diritto, e per estensione qualsiasi analisi di law & economics), e quindi indegno del giurista.

Il secondo è che il kelsenismo non è affatto una teoria generale del diritto, e quindi rappresenta una cornice concettuale insufficiente per categorizzare i problemi giuridici: è una teoria che vale solo in un particolare assetto istituzionale, in cui la società è inerme e il legislatore è onnipotente, cosicchè la prima fa da creta e il secondo da Demiurgo. Fenomeni di public choice, di dinamica politica e sociale, o di conflitto ed equilibrio tra poteri, difficilmente entrano nel quadro concettuale kelseniano, cosicchè interi ambiti del diritto, come il diritto consuetudinario, il diritto internazionale, e l'ordinamento giuridico dei failed state (o dei semi-failed state, come lo Stato Italiano in alcune regioni meridionali), diventano fenomeni incomprensibili.

La cosa interessante è che solo se il secondo difetto non è stringente (e quindi il legislatore è effettivamente un demiurgo) il primo difetto si può trascurare. In tutti gli altri casi, cioè sempre, il kelsenismo è un ostacolo per l'analisi scientifica del diritto. Il diritto è l'unica disciplina delle scienze umane in cui si crede che la parola crei automaticamente una qualche entità effettivamente esistente. E' la filosofia giuridica del funzionario statale stipendiato. E' essenzialmente una superstizione, come la magia.
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sabato, 28 giugno 2008
Questo bel libro parla delle radici profonde dei problemi politici e sociali italiani, che hanno origine nell'assetto istituzionale stesso, oltre che nella cultura italiana.

E' un libro applicativo, ma con un solido background teorico, in cui si analizzano i legami tra regolamentazione statale, qualità dell'informazione sui media, imprenditorialità creatrice, imprenditorialità parassitaria, livello di corruzione, innovazione tecnologica, capitale sociale, fiducia interpersonale.

Il libro è pieno di regressioni lineari: si scoprono così una serie di ovvietà, come che il numero di ricercatori è legato alla quantità di brevetti o all'innovatività del sistema industriale; o cose meno ovvie, ma comunque credibili, come che il numero di avvocati è inversamente proporzionale al numero di ingegneri: i primi che servono per far funzionare la macchina burocratica, e gestire i rapporti con essa, i secondi impossibilitati ad operare per la sclerosi sociale indotta dalle regolamentazioni pubbliche.

Le regressioni implicano correlazione, lineare, e non causazione, così senza una teoria non si può mai capire cosa causa cosa: chi è causa e chi è effetto. La cosa è importante dal punto di vista della policy, perchè mentre la riduzione della burocrazia e delle regolamentazioni statali nel lungo termine faciliterebbe gli investimenti in capitale umano e fisico, in ricerca e in sviluppo, e quindi in innovazione e crescita, la stessa cosa non si può dire per quanto riguarda lo sterminio degli avvocati. Questo perchè (1) l'interventismo pubblico causa (2) la crescita del numero degli avvocati e (3) la riduzione del ruolo degli innovatori, mentre il secondo fattore non causa il terzo, anche se in qualche modo ha interesse nel perpetuarsi del primo.

Cubbeddu è uno degli studiosi italiani (non pochi) influenzato dalla Scuola austriaca, soprattutto per quanto riguarda il pensiero del fondatore, Carl Menger, il proto-"neo-istituzionalista": per questo motivo analisi austriache ed analisi neo-istituzionaliste si compenetrano e si completano a vicenda per tutto il libro. Personalmente ho difficoltà a capire la differenza, se non altro perchè neo-istituzionalisti come Ronald Coase fanno parte del bagaglio austriaco da decenni, e altri come Douglass North, influenzato dagli austriaci, lo sto leggendo solo ora, incuriosito dal libro di Vannucci e Cubbeddu.

Chiunque pensi di poter cambiare questo paese con un po' di riforme calate dall'alto è affetto da illusione costruttivista: la società è complessa e i vari fattori che impediscono all'Italia di dare il massimo interagiscono tra loro, influenzando anche la (pessima) qualità della politica. I problemi non sono solo grandi, ma si rafforzano a vicenda.

L'Italia soffre di incapacità di creare legami sociali di lungo raggio, cioè manca di una struttura sociale adeguata ad una "società aperta" di tipo hayekiano: non ci fidiamo dell'altro, quindi non cooperiamo, perchè tanto sappiamo che le leggi che regolano i rapporti sono inefficienti, e le istituzioni corrotte. Cerchiamo di risolvere la corruzione e l'inefficienza statale attraverso rapporti informali, in "nero", spesso al limite, anzi oltre, la legalità ufficiale, ma questo tipo di rapporti sociali non è un'alternativa efficace ad un'assetto istituzionale da "società aperta": si basa troppo sui rapporti personali e quindi è necessariamente limitata a piccole cose.

In Italia manca una società liberale perchè manca una cultura liberale, e manca una cultura liberale perchè manca una società liberale. In quest'ottica lo stato inefficiente e corrotto e la politica ladra e autoreferenziale sono il massimo che ci meritiamo, oltre ad essere la principale causa della sclerosi sociale italiana: siamo un paese ricco per errore, culturalmente degno del Terzo mondo, con istituzioni che a mala pena fanno invidia all'Africa subsahariana.

Alcuni dettagli non mi convincono moltissimo, come l'idea che la politica crei certezza (ma quando mai?) o che l'antitrust svolga un ruolo utile nel migliorare la concorrenza sul mercato, ma per il resto l'analisi è tanto profonda quando condivisibile.
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sabato, 28 giugno 2008
Probabilmente la politica migliore nella maggior parte dei casi è che lo stato si faccia semplicemente da parte: ci sarebbero meno disoccupati, meno debiti, più investimenti, più stabilità finanziaria, meno inflazione. Ciò non toglie che questa politica, per quanto semplice, sia politicamente irrealizzabile, e per ovvi motivi: va contro l'interesse della classe politica, di molti gruppi organizzati che traggono vantaggi da privilegi legali pagati dall'intera collettività, e anche contro luoghi comuni tipici della cultura politica statalista dominante (anche grazie all'influenza statale su scuole, università e media).

Le politiche possono essere classificate secondo varie categorie, e una a cui stavo pensando in questi giorni riguarda l'influenza che la politica ha sulla fornitura privata, basata su contratti e cooperazione pacifica anziché sulla tassazione e la legislazione, di determinati beni e servizi. Alcuni tipi di intervento provocano l'eliminazione dell'iniziativa privata: le aziende che si occupano di determinati servizi spariscono, l'iniziativa privata anche non-profit, diciamo "solidaristica", scompare; venendosi quindi a creare un vuoto sociale riempito dalle burocrazie statali, finanziato dalle tasse e influenzato dalle lobby politiche. Altri tipi di intervento non provocano questo effetto socialmente atomizzante e sclerotizzante ed economicamente inefficiente.

Consideriamo la politica per la scuola.

Se lo stato si occupa di dare gratuitamente a tutti gli studenti l'istruzione, l'istruzione privata sparirà: perché chi si accontenta della scuola pubblica andrà nelle scuole pubbliche; chi vorrebbe la privata deve pagare le tasse per finanziare le scuole pubbliche e non potrà andarci; chi preferisce le private e può pagarsele è una piccola minoranza, guardata ovviamente con invidia (il più socialista dei sentimenti) dal resto della società. In questo caso la politica elimina ogni incentivo alla fornitura privata di beni e servizi, e ogni incentivo alla cooperazione sociale per la fornitura di questi: in poche parole si crea un monopolio finanziato dallo stato attraverso le tasse, il debito, l'inflazione o le concessioni monopolistiche.

L'ottimo liberale sarebbe che lo stato non facesse nulla, perché costringere qualcuno a pagare un servizio contro la sua volontà è evidentemente immorale. Ma in assenza di questo, è possibile pensare a politiche per la scuola alternative alla precedente, che non impediscono l'iniziativa e la cooperazione spontanea degli individui e delle aziende, e quindi non sclerotizzano e non anestetizzano la capacità individuale di creare relazioni e servizi sociali al di là delle relazioni affettive e parentali (quasi unica cosa che lo stato totale lascia, solo in parte, libera).

L'alternativa è pagare ad ogni studente un assegno di entità pari alla somma che avrebbe speso lo stato per mandarlo in una scuola pubblica, e far decidere allo studente quale scuola scegliere, senza alcuna regolamentazione su programmi, scelta dei professori e metodi didattici. In questo modo, ognuno comprerà sul mercato ciò che vuole, e le aziende o le organizzazioni private avranno incentivi a fornire servizi e beni nel mercato dell'istruzione. Si vorrebbero probabilmente a creare tipologie di scuole, metodi didattici, organizzazioni di professori, aziende di servizi di pulizia o di mensa, strutture sportive, società per l'organizzazione di gite e vacanze studio... tutto privato, tutto finanziato dai clienti, cioè gli studenti. Alcune saranno non-profit, altre for-profit, altre addirittura caritatevoli.

I vantaggi di questa soluzione sono notevoli, visto che si evitano il monopolio, la burocratizzazione, l'inefficienza economica dell'intervento statale, il controllo statale sull'istruzione. Gli svantaggi sono minimi: si conserverebbe la natura redistributiva della politica fiscale, e si rischierebbe di controllare le scuole tramite regolamentazioni, che per ragioni di sicurezza dovrebbero essere minimali e difficilmente modificabili.

Tutti i servizi sociali potrebbero essere finanziati in questo modo. Invece di far fornire servizi ai burocrati, si fanno pagare le tasse per finanziare determinati tipi di consumi, distorcendo sì le preferenze individuali, e intervenendo sì coercitivamente nelle vite degli individui, ma eliminando tutti i difetti tipici dei servizi pubblici statali. L'unica scelta dello stato rimarrebbe: quali beni e servizi finanziare con le tasse e quanto finanziarli, ma questa scelta è più semplice e più controllabile, rendendo più facili le decisioni degli elettori e più efficace il controllo democratico, che oggi, data la complessità delle scelte pubbliche, è poco più di un mito.

Si potrebbe ad esempio pensare di dare ad ogni individuo tra i 6 e i 19 anni un assegno di X€ l'anno per gli studi; dare un assegno di Y€ a tutti gli individui oltre i 65 anni per pagare l'assicurazione sanitaria e le cure infermieristiche; dare un assegno di Z€ a tutti gli individui disoccupati da mettere comunque nel fondo-pensione; dare W€ a chiunque si segni all'università e sia in grado di fare tot esami l'anno.

Non sto dicendo che derubare il contribuente sia giusto: ma questo permetterebbe di eliminare tutti i servizi sociali pubblici, di dimezzare l'organico della pubblica amministrazione, di ridurre il controllo politico sull'istruzione... ovviamente la scelta di X, Y, Z e W rimarrà del tutto arbitrario, e quindi soggetto alle inefficienze e ai giochi politici tipici dell'intervento pubblico, ma la società sarà in grado di fornire qualsiasi tipo di servizi, in qualsiasi modo li si possa fornire. Se poi un giorno si porranno X, Y, Z e W a zero, si sarà di fatto abolito lo stato sociale senza che nessuno se ne accorga.

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categoria:politiche sociali, liberalismo, teoria politica
mercoledì, 25 giugno 2008
La società aperta

Il branding è un'innovazione fondamentale in un mercato aperto, e in linea di massima la reputazione è un meccanismo fondamentale in una società aperta: in una società chiusa ci si conosce di persona, ma in una società aperta la maggior parte delle relazioni sociali si perdono nell'anonimato dopo un paio di scambi.

E' plausibile che si conosca di persona il fornitore diretto, anche se quasi sicuramente lo si conosce in maniera molto superficiale. Ma il fornitore del fornitore, o i dipendenti dell'azienda fornitrice, o gli azionisti, sono quasi certamente ignoti a chi agisce sul mercato. E figuriamoci di tutte le innumerevoli aziende che si trovano lungo la value chain.

Questa cosa non vale solo nel mercato: la reputazione è fondamentale per evitare problemi di mancanza di fiducia reciproca, quindi è un elemento ubiquo nelle società umane. Se esistessero solo giochi non ripetuti, non ci sarebbe un ruolo per la reputazione, e tutti si comporterebbero secondo il beneficio di breve termine, in maniera opportunistica, salvo relazioni affettive e personali, per forza di cose estremamente limitate, e di breve raggio. L'esistenza di giochi ripetuti, e la possibilità imprenditoriale di trasformare giochi non ripetuti in giochi ripetuti, cambia completamente l'ambiente in cui si opera: allunga l'orizzonte d'azione, riduce i costi di transazione, e i benefici netti dell'opportunismo.

I soliti romantici odiano la società aperta per il suo anonimato. Ma ovviamente non hanno chiaro cosa veramente otterrebbero se avessero ciò che vogliono: una società fatta soltanto di rapporti diretti ed intensi sarebbe una società estremamente chiusa, economicamente primitiva, probabilmente molto più violenta dell'attuale, perchè la divisione del lavoro aumenta l'efficienza nell'impiego delle risorse, e quindi "allarga" il mondo, riducendo la conflittualità sulle risorse, in quanto meno scarse.

Chiunque abbia un minimo di vita sociale sa quanto tempo e quante energie servono per creare rapporti personali profondi, e quanto limitato sia il mondo di relazioni costruito in questo modo. Però il fatto che molti si lamentino della società aperta perchè limita il ruolo di questi rapporti alla propria sfera affettiva privata è incomprensibile. Le stesse persone probabilmente non avranno nulla contro il totalitarismo politico, perchè il paternalismo delle istituzioni potrebbe creare un'illusione di sense of belonging ad un gruppo sociale simile a quello dei parenti o degli amici. Non conosco e non padroneggio la terminologia della psichiatria, ma basare la propria vita su un'illusione così grossolana non è cosa da sani di mente. Non è quindi strano che i padri del totalitarismo fossero tutti psicopatici: Rousseau, Saint Simon, Robespierre, Comte...

Nella società umana si possono distinguere vari tipi di relazioni: quelle tra parenti e amici, emotivamente coinvolgenti e profonde, che vanno benissimo per la vita affettiva, ma sono pessime per qualsiasi scopo sociale che vada oltre il ristrettissimo raggio di questi rapporti; quelle anonime di mercato, basate su regole astratte, come i diritti di proprietà, che sono poco coinvolgenti affettivamente, ma sono alla base della prosperità e delle relazioni pacifiche tra i gruppi; e quelle di massa, che sono estese come il mercato, ma cercano di sostituirsi ai rapporti affettivi dal punto di vista emotivo. Queste ultime relazioni sono spesso conflittuali e in genere tendenzialmente autoritarie e/o totalitarie.

Forse non è pensabile una società composta solo di relazioni dei primi due tipi, ma sicuramente il terzo tipo di relazione sociale è il più pericoloso. Di sicuro, una società non primitiva non può non basarsi sulle relazioni di mercato, che quindi giocano un ruolo fondamentale nella civiltà umana: del resto non riesco ad immaginare un solo motivo per avere rapporti con esseri umani che non conosco oltre al reciproco vantaggio implicito in ogni atto di libero scambio.
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categoria:liberalismo, teoria politica
venerdì, 20 giugno 2008
Stato e mafia: ho difficoltà a separare concettualmente le due cose.

Organizzazioni criminali e statali sono difficilmente distinguibili su un piano istituzionale. Ad esempio, lo stato si finanzia attraverso monopoli coercitivi o tassazione, mentre la mafia attraverso mercati difesi con la lupara dalla concorrenza e il racket. La logica di entrambe gli schemi è identica: “ti faccio un’offerta che non puo rifiutare”, dice il Padrino, “hai firmato il contratto sociale e se disubbidisci muori”, dice Rousseau (vai in galera, secondo lo stato democratico, o viene limitata comunque la tua libertà: la violenza contro i cittadini è ormai fortunatamente un po' demodè).

Si dice però che i meccanismi di finanziamento dello stato abbiano una controparte in termini di servizi. Al di là del fatto che un servizio deciso unilateralmente e a prezzi decisi unilateralmente puzza di losco in ogni caso, non è detto che la somiglianza regga.

L’anno scorso Ferrara e il braccio destro di D’Alema (mi sfugge il nome) discutevano di ‘ndrangheta ad 8:30. Dicevano che la “mafia” aiutava le persone a trovare le loro auto rubate, e in cambio chiedeva favori: il servizio c’era. Probabilmente la mafia in qualche modo lo faceva apposta, ma non è che lo stato sia diverso: quando impedisce alla gente di mettere su un capitale, di fatto li costringe a vivere alle dipendenze della classe politica.

I narcos sono uno stato? La definizione di Weber dice che lo stato è il monopolista della violenza su un territorio. Nessuna mafia può essere uno stato, salvo magari nel proprio feudo. Ma uno stato “sulla carta” può non essere uno stato in senso weberiano, e parrebbe che il Messico rischi di perdere questo attributo.

Non esiste una distinzione di fatto tra stato e mafia: la distinzione è di valore, cioè frutto di un giudizio etico.

Anche la soluzione liberale al problema della definizione è normativa sul piano logico: si afferma che la distinzione rilevante è tra relazioni volontarie e relazioni egemoniche (violente), ma la definizione di volontario non può essere wertfrei, se non altro perchè implica un sistema di diritti di proprietà da rispettare (relazione volontaria) o violare (relazione egemonica). E la proprietà, come ogni norma… è normativa!

Ora, non facciamo i positivisti del cavolo: il fatto che sia di valore non significa nulla. Non esiste un'alternativa di fatto ad una scelta di valore, altrimenti non sarebbe una scelta di valore sul piano logico! Molto semplicemente, fattualmente la differenza tra stato e mafia è praticamente inesistente. Normativamente ognuno può fare logicamente come vuole... la scelta è sicuramente socialmente rilevante, ma non esiste una soluzione logicamente necessaria.

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categoria:filosofia politica, teoria politica
giovedì, 19 giugno 2008
Ero rimasto entusiasta di "Power: the natural history of its growth" dello stesso autore, che avevo letto l'anno scorso, ma inizialmente ero un po' deluso di questo libro, il seguito del seguito di On Power (in mezzo c'è stato "Sovreignty, an inquiry into the political good"). Invece no: i primi capitoli sono banali in quanto espongono l'individualismo metodologico, ma gli ultimi danno bei frutti. Praticamente il libro si conclude con un incrocio di temi già riconoscibili in Talmon, Hoffer, Mises. E quindi è simile ad alcuni temi di Glucksmann. Ma partiamo dall'inizio.

La prefazione afferma che Power è un lavoro storico, Sovereignty è normativo, e The Pure Theory è analitico. Non ho letto il secondo, ma negli altri due casi mi ci ritrovo. Il secondo sta sul comodino.

La prima tesi è che la politica è una scienza storica e non una scienza geografica: si occupa di processi e non di equilibri, di dinamica e non di statica. Si noti l'aria vagamente austriaca nel sottolineare il processo dinamico.

Il libro continua poi con un interessante dialogo immaginario tra Alcibiade, il principale responsabile della caduta di Atene, e Socrate, ripresa dal dialogo platonico "Alcibiade". Alcibiade canzona Socrate perchè è saggio senza avere il potere di mettere in pratica la sua saggezza, e Socrate teme Alcibiade per il suo potere non assistito dalla saggezza. Insomma, con 2500 anni di ritardo non ci vuole molto ad avere ragione nelle previsioni sul destino di Atene, ma il dialogo è interessante comunque.

La seconda tesi importante è che la politica riguarda giudizi di valore: è sempre normativa, riguarda sempre l'azione umana. L'azione politica è l'azione di convincimento o di mobilitazione o di imposizione della propria volontà e delle proprie idee. La natura conflittuale di questo tipo d'azioni è tipicamente politica, e non va confusa con le azioni di tipo economico, dove fondamentalmente le azioni di diversi individui si combinano armoniosamente tra loro. Come vedremo alla fine, la conflittualità inerente ai conflitti di pretese non deve assolutamente implicare una conflittualità "violenta".

Seguono una serie di ovvietà che non devono essere dimenticate nell'analisi della società politica: che gli individui nascono non in abstracto ma in una società determinata, con determinate caratteristiche, in un determinato periodo; che la prima forma di società è la famiglia; che la società oltre la famiglia è diversa (non è gratuita come il rapporto genitori-figlio); che il contratto sociale è un'astrazione priva di contenuto.

Successivamente si passa al dettaglio dell'azione politica: istigare e rispondere alle sollecitazioni altrui. Direbbe Leoni: pretendere. Potere, autorità, e altri concetti vengono analizzati. La scelta politica è correttamente definita come quella che non ammette obiezioni: obbligatoria per il gruppo, quindi imposta coattivamente alla minoranza soccombente. Jouvenel dà per scontato, come in On Power, il concetto di gruppo. In ogni caso la classificazione tra differenze che si possono ricomporre e differenze fondamentali è fondamentale indipendentemente dall'organizzazione politica. Diciamo che in uno stato totale tutto è strutturalmente conflittuale.

Il paragone a Leoni e a Mises, mai citati nel testo, impone una domanda: quando comincia la politica e finisce il diritto? La decisione giuridica è atemporale, e richiede oggettività e verifica dei fatti; quella politica richiede tempestività.

La parte finale del libro è la migliore. Se non altro perchè quanto detto finora è sostanzialmente corretto, ma a me sembra ovvio, essendoci arrivato per altri percorsi.

Cominciamo a defenestrare gli intellettuali dalla torre d'avorio: la maggior parte delle critiche alla politica di tipo astratto sono "facili" perchè non devono preoccuparsi di problemi concreti. La distinzione che fa Jouvenel è tra attenzione (analisi) e intenzione (azione). L'attenzione non è mai conflittuale, l'azione può esserlo.

Il libro si conclude con tre capitoli da applauso.

"The team against the committee" parla dei gruppi di pressione (team) che influenzano le decisioni collettive (committee). Contiene una denuncia della violenza e dell'integralismo molto chiara e profonda.

"The manners of Politics" comincia parlando del bene comune, ma dopo due pagine afferma che non è possibile definirlo. E' un concetto potente, ma indefinito: la politica si occupa di problemi irrisolvibili, a differenza di quelli che ci si abitua a risolvere a scuola, in quanto implicano pretese (Jouvenel non usa il termine) incompatibili. Il motto del liberalismo è dopo poche pagine: "Concludiamo quindi che per tenere il gioco della Politica dentro le regole, la posta in gioco deve essere limitata". In politica purtroppo non si può decidere di non giocare: chi non gioca perde automaticamente. Anche qui continua l'analisi critica della violenza politica del XX Secolo. L'analisi del fatto che nel XIX Secoli i popoli potevano fregarsene della guerra perchè il nuovo Re non avrebbe modificato le istituzioni locali la si trova anche in Mises. Infine, Jouvenel fa notare che la soluzione Hobbesiana della conflittualità è una non-soluzione (altro paragone: l'analisi comparativa di Bodin e Montaigne in Glucksmann).

Infine, "The myth of the Solution". Già il titolo mi erotizza: far notare l'insolubilità di un determinato problema è l'acme di tutti i miei ragionamenti filosofici. Qui la "schoolboy fallacy" (mia definizione) viene spiegata: ci si abitua a risolvere problemi e si crede che l'autorità (il maestro) dia solo problemi con soluzione. Nella realtà non tutti i problemi sono così: e qui torna utile la citazione di Glucksmann: "La mentalità ingegneristica non si capacità che esistano problemi senza soluzioni" (è quanto affermava Hayek sulla Scuola Politecnica di Parigi e il costruttivismo positivista, in "L'abuso della ragione"). La conseguenza della fallacia dello scolaro è che chi non è d'accordo è considerato un nemico perchè non vede la soluzione.

La politica non ha soluzioni: ha compromessi. Non essere in grado di accettarne è antisociale, in quanto è contrario alla natura dei problemi posti dalla convivenza umana. I compromessi sono sempre instabili e mai definitivi: il buonsenso è l'unico cemento concepibile della società umana.
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categoria:libri, liberalismo, filosofia politica, teoria politica
domenica, 08 giugno 2008
Ho trovato gli appunti che avevo preso su Naomi Klein man mano che leggevo il suo terzo libro. Ho recentemente scoperto di non avere tempo da perdere con libri e scrittori così mediocri, quindi ho lasciato perdere dopo meno di 100 pagine. Peccato per i soldi che c'ho buttato, ma qualche risata me la sono fatta. Siccome non ho letto tutto il libro, questa non è una recensione.

Sono abituato a leggere schifezze: dopo due libri di Arianna Editrice posso dirmi vaccinato. Ma libri come "La moneta libera" di Arianna Editrice hanno il pregio di essere brevi ed economici. Nessuna delle due qualità è invece posseduta dal terzo libro di Naomi Klein. Ero indeciso su quale comprare: il primo, "No Logo", tratta un argomento che non mi interessa; il secondo "Recinti e finestre", riguarda la mitologia di una repressione contro il movimento No Global che almeno in Italia non ho mai visto, se non forse in qualche eccesso della Polizia durante il G8 di Genova. Questo parla di economia: tema su cui è così facile scrivere idiozie che non potevo perdere l'opportunità di sottolinearle e riderci sopra.

Sin dall'introduzione si capisce che la Klein ha intenzione di usare tutti gli strumenti retorici e propagandistici possibili e immaginabili, per creare associazioni di idee infondate, illusioni di fondatezza documentale, e reazioni emotive e irriflesse, del tutto separate da ogni analisi critica dei problemi. Klein è maestra in tutto ciò, e probabilmente si limita a dare al lettore ciò che vuole.

La tesi di partenza è che il Neoliberismo, impersonato da Milton Friedman, cospira per imporre la sua agenda sfruttando le catastrofi, naturali e non, per realizzare rivoluzioni di mercato. Rivoluzioni dietro cui spesso la presenza dello stato è così evidente, come si evince anche leggendo il libro, che c'è da chiedersi se Klein conosca ciò di cui parla.

Una delle frasi, ovviamente estrapolate dal contesto, di Friedman citate è che i grandi cambiamenti in genere sono possibili quando c'è una grossa crisi, e che quando scoppia la crisi le soluzioni vanno cercato nel serbatoio di idee disponibili in quel momento. Friedman dice l'ovvio e ha perfettamente ragione: tutto sta nel riempire il serbatoio di buone idee, e possibilmente anche realizzarle prima che sia troppo tardi.

Per Klein questa è una cospirazione. Pazienza se Klein non nomina la nazionalizzazione post-bellica delle pensioni, o l'interventismo economico statale successivo alla Grande Depressione, tra gli esempi di agende politiche imposte in condizioni di grave crisi. Tutto ciò conferma la frase di Friedman, conferma i suoi timori che le cattive idee approfittino delle crisi per diventare realtà, e conferma l'importanza di avere buone idee nel cassetto. Se Klein avesse capacità critiche, onestà intellettuale, o meglio ancora entrambe, si sarebbe resa conto che le crisi vengono sfruttate per realizzare cambiamenti di tutti i tipi, non solo "Neoliberisti". Anzi... in genere sono cambiamenti in senso totalitario e interventista.

Ma tant'è: è un libro di propaganda, non un libro di analisi, quindi perchè stupirsene? Di che stupirsi se Klein scrive (stavo per scrivere "crede") che le torture in Iraq siano state enormemente maggiori di quelle di Pinochet? Di che stupirsi se liberalismo e neoconservatorismo vengono confusi, o se il Cato Institute è definito "neocon"? Pazienza se nel giro di due pagine si riesce a scrivere che il Neoliberismo è la nuova ortodossia e poi che le politiche adottate non assomigliano molto a quelle suggerite da Friedman. Pazienza se Hayek è definito il mentore di Friedman...

Evidentemente è un libro scritto per semi-alfabetizzati...

Ora, il problema non sono tanto le informazioni false, come il "Friedman consigliere di Pinochet", o le cose messe assieme senza alcun legame credibile, come la guerra alle Falklands e le liberalizzazioni della Thatcher, ma l'assoluta mancanza di argomenti. Addirittura Bush è considerato l'alfiere del Neoliberismo: pazienza se la sua riforma del Medicare costerà agli americani 1000 miliardi di dollari nella prossima decade; pazienza se la sua "ownership society" e il suo "compassionate capitalism" si sono rivelati soltanto slogan elettorali. L'importante è che la Halliburton sia privata: diamine! Allora anche le Coop sono neoliberiste, nonostante tutti gli aiuti di stato che hanno!

Non so se è un libro scritto da uno stupido o scritto per degli stupidi, o tutte e due le cose. So solo che è un manuale di propaganda di prima qualità. Credo che gli agenti della CIA di cui si parla spesso nel libro avranno molto da che imparare su come si pilota l'opinione pubblica e si creano miti.

Magari il resto del libro è migliore delle prime decine di pagine. Ma non c'è il minimo motivo per crederlo.
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categoria:libri, economia, liberalismo, teoria politica
venerdì, 02 maggio 2008
La teoria dell'indipendenza della Banca Centrale dice che la BC ha interesse a promettere un certo tasso di inflazione, e a superarlo successivamente. Questo problema si chiama time inconsistency e pone un problema di spinte inflazionistiche e di credibilità della politica monetaria.

Buiter, nell'articolo linkato da IHC, critica questo approccio in questo modo*:

Finally, there is the telling objection of McCallum to solving the problem of a time-inconsistent optimal monetary policy and the inflation bias it produces by delegating it to an operationally independent central bank: why and how can a government incapable of credibly committing itself to pursuing a non-inflationary optimal policy, credibly commit itself to appointing an operationally independent central bank to pursue price stability and not to interfere with its operations? The only partial answer to this conundrum is Balcerowicz’s theory of periods of ‘extraordinary politics’. Following epochal events, such as revolutions, defeat in war or the collapse of an economic and social system, there may be a short window of opportunity for creating institutions/constitutions that will constrain the future behaviour of governments and other political actors during the more common periods of ‘mundane politics’.

In pratica, se non è possibile fidarsi dello stato per una politica monetaria credibile, perchè fidarsi dello stato per una costituzione monetaria credibile? Lo stesso identico problema di tutte le versioni di costituzionalismo: un potere sufficientemente grande da fare ciò che vuole non può efficacemente limitarsi da solo.

Una costituzione efficace deve essere rigida, non facilmente modificabile dalla classe politica, e quindi in qualche modo "anti-democratica": i rappresentanti pro tempore del popolo non possono metterci mano come vogliono.

Bruno Leoni era contrario alle costituzioni scritte perchè la loro stessa esistenza implicava un potere costituente. Non ha molto senso creare prima un potere onnipotente e poi cercare di limitarlo: molto meglio, avere un potere il più possibile limitato, e non sperare troppo nelle sue buone intenzioni. Uno stato separato dalla moneta, come dal diritto, o dall'informazione, o dal mercato, o dall'educazione è sicuramente un fine più realistico di uno stato che controlla tutte queste cose e nonostante questo rimane credibilmente liberale.

* L'articolo è interessante, soprattutto nella parte della sostenibilità del budget constraint delle Banche Centrali nell'inflation target, anche se lo sto ancora leggendo. E' troppo incline a credere alla volontà generale delle democrazie, cosa che potrebbe causare un problema di credibilità nella politica monetaria. Inoltre la sua sezione introduttiva sull'inflazione come peccato è logicamente risibile: per una qualche ragione, illusione comune a tutti o quasi gli economisti neoclassici, credere che una cosa sia ingiusta è epistemicamente meno nobile di credere che sia iniqua o inefficiente. In poche parole, si ha una discriminazione tra giudizi di valore: l'efficienza è considerata più importante di altre teorie morali, solo perchè è formulata in termini scientisti.
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categoria:economia, liberalismo, teoria politica
martedì, 29 aprile 2008
Avrei dovuto continuare con l'opera di recensire i libri che leggo ma, nel caso di "The true believer" di Eric Hoffer, Wellington l'ha già fatto, e meglio di come avrei potuto farlo io. Questa non è quindi una recensione, ma uno stream of consciousness.

C'è una tensione irrisolta, nel resoconto di Hoffer dei movimenti di massa: da un lato, soprattutto nella fase più fanatica dei rivolgimenti sociali (Stalin, Hitler, i Giacobini...) rappresentano un enorme problema; dall'altro, Hoffer afferma che i movimenti di massa sono spesso necessari per far "rivivere i morti", cioè provocare grandi cambiamenti in civiltà immobilizzate e in crisi, come la Cina imperiale, o l'Islam (e perchè non l'Italia?).

La cosa mi lascia perplesso, anche perchè Hoffer giudica positivamente la Rivoluzione Francese, cosa che non mi riesce di fare, per quel poco che capisco di Storia, avendo dato luogo al Terrore, ad una "guerra mondiale" (Napoleone), ad un enorme accentramento di potere nelle mani dello stato, all'introduzione nella storia dell'egalitarismo* e fondamentalmente ad una democrazia instabile. La democrazia in Francia deve più allo sbarco in Normandia che alla presa della Bastiglia. Se è venuto qualcosa di buono fuori dalla Guerra di Indipendenza americana e dalla Rivoluzione Gloriosa inglese, forse è proprio perchè non erano rivoluzioni.

La tensione irrisolta è l'ennesima reincarnazione del dilemma centrale del liberalismo^. Supponiamo che un po' di stato sia necessario, col suo corrollario di violazione dei diritti individuali e con l'implicito rischio di derive dispotiche. Quanto ne serve? Chi decide quanto ne serve? Come si torna indietro dopo una crisi? Come si revocano i poteri d'emergenza? Come si controlla il Potere?

Essendo i movimenti di massa di Hoffer, come il totalitarismo di Talmon, affetti da una sorta di delirio di onnipotenza che mira alla conquista del Potere come soluzione di tutti i mali della società, il fanatismo dei movimenti di massa è intrinsecamente illiberale. A questo punto rimane aperta la domanda: possiamo farne a meno? Altrimenti finiamo come il Socrate dell'"Alcibiade" di Jouvenel+. L'elettorato è sempre pronto a seguire chi promette paradisi, anche quando è relativamente facile capire che si tratta di stupidaggini: ma è possibile sfruttare i movimenti di massa per fini non illiberali? Probabilmente no: quindi ai liberali rimane solo la cicuta.



* Come diceva il Sergente Hartman nel film Full Metal Jacket: "Qui siamo tutti uguali, non conta niente nessuno". L'egalitarismo è incompatibile con la libertà in quanto l'unico modo per realizzare l'uguaglianza è imporla dall'altro attraverso un Potere sterminato.

^ I minarchici, come Rand o Nozick (volendo anche Locke), cercano di risolvere il problema giustificando in qualche modo la coercizione. Mi sembra una strada mediocre: è come dire: "A volte la guerra è necessaria, in guerra muoiono degli innocenti, quindi è giusto uccidere degli innocenti".

+ "The pure theory of politics" di Jouvenel inizia con un dialogo immaginario (un seguito del dialogo platonico) tra Socrate e Alcibiade, ambientato prima della spedizione ateniese in Sicilia, in cui Socrate rimprovera Alcibiade, responsabile del successivo declino ateniese, di avere potere senza avere saggezza, mentre Alcibiade canzona Socrate dicendogli di avere saggezza senza avere potere.
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categoria:filosofia politica, teoria politica
mercoledì, 16 aprile 2008
Le seguenti definizioni sono mie e l'etichetta che ho affibiato loro è soltanto indicativa del libro che mi ha fatto riflettere sull'argomento. Soprattutto nel caso di Jouvenel il legame tra l'autore reale e l'etichetta potrebbe essere abbastanza tenue. Questo post non ha una tesi precisa, è frutto della sovrapposizione di letture interessanti e di poco tempo libero.

Jouvenel ("Power: the natural history of its growth"): Una società è totalitaria se il potere politico centrale è illimitato e permea ogni aspetto della vita sociale.

Talmon ("Le origini della democrazia totalitaria"): Una società è totalitaria se il potere politico centrale ha finalità palingenetiche di rinnovamento e rivoluzione radicale della società tramite l'uso illimitato degli strumenti politici, compreso il Terrore.

Fisichella ("Totalitarismo"): Una società è totalitaria se il potere politico centrale usa una violenza illimitata contro la popolazione, tenuta in uno stato di terrore, attraverso la guerra civile permanente e la creazione di un universo concentrazionario e di una polizia politica.

Le tre definizioni si riferiscono a diversi aspetti del problema, e non sono equivalenti. A titolo di esempio, "1984" di Orwell è totalitario secondo tutte e tre le definizioni, mentre "Il mondo nuovo" di Huxley è totalitario per Jouvenel e per Talmon ma non per Fisichella; il nazismo e il comunismo (cinese, russo, vietnamita, cambogiano...) sono totalitari per tutte e tre le definizioni, mentre la Russia Sovietica post-stalinista e la democrazia contemporanea sono totalitarie solo per Jouvenel; Hobbes è totalitario per Jouvenel, non per Talmon (lo dice esplicitamente: non ha sogni palingenetici, quindi è "soltanto" assolutamente dispotico), e potrebbe esserlo per Fisichella solo se ritenesse il Terrore utile per l'ordine sociale.

Indubbiamente tutti e tre i fattori sono importanti: sarebbe folle equiparare la follia costruttivista di cui parla Talmon (riguardo la Rivoluzione Francese) al mediocre tran tran politico delle democrazie moderne, e sarebbe folle equiparare le varie forme di legislazione che influenzano istituzioni come la famiglia in queste democrazie con le deportazioni e gli stermini di Lenin o Hitler.

In un certo senso le tre definizioni sono poste in ordine logico: un potere illimitato è la pre-condizione per mettere in pratica sogni costruttivisti e integralisti, mentre il Terrore può essere uno strumento per realizzare questi sogni. Non è detto che sia necessariamente così, comunque.

La prima definizione di totalitarismo è probabilmente quella più vicina al liberalismo classico. Il totalitarismo, con l'eccezione della Rivoluzione Francese, fa la sua comparsa quando il liberalismo come dottrina e come pratica politiche era già in crisi, quindi le definizioni di Talmon e Fisichella sarebbero sembrate strane a tutti, tranne forse a chi scriveva durante il Terrore Giacobino. Locke, Toqueville, Leoni, Hayek... sono nomi che in un senso o nell'altro hanno posto l'accento sulla concentrazione di potere per mettere in luce i pericoli per la libertà.

La seconda definizione è tipica di un liberalismo moderato che vuole in tutti i modi salvare la democrazia contemporanea dall'"accusa" di totalitarismo. La seconda definizione ha senso in relazione alla terza, visto che "non è possibile fare una frittata senza rompere le uova", come insegna Lenin: Popper ha stressato la differenza tra integralismo totalitario e social-democrazia moderata, tra palingenesi rivoluzionaria e statalismo gradualista (non lo chiamava così, in ogni caso, ma per me è e rimane un socialdemocratico e uno statalista)... Un altro autore che sottolinea l'aspetto integralista e irrazionale delle pulsioni totalitarie è Glucksmann.

La terza definizione è estremamente restrittiva, tant'è che non è applicabile al Mondo Nuovo di Huxley, o alla Cina contemporanea: sembrerebbe che il totalitarismo è un fenomeno estremamente raro, durato meno di 15 anni in Germania, circa 30 in Russia, un po' meno in Cina, e con codazzi in Estremo Oriente... sebbene mi sembri fondamentale che una società non abbia polizie politiche o campi di concentramento, la definizione dà troppa importanza ad un fenomeno che potrebbe benissimo essere accidentale (oltre che funzionale alla concentrazione di potere, in base alla prima definizione, o frutto di un periodo di follia integralista, secondo la seconda definizione).
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categoria:filosofia politica, teoria politica