sabato, 14 giugno 2008
Il libro "the myth of national defense", di cui sto scrivendo la recensione, non è male. Ma inizia e finisce con due castronerie. Della prima ho parlato giorni fa, la seconda secondo me è completamente folle.

Huelsmann scrive: "Sparta successfully seceded from the Athenian League, a federation turned nation-state, in the Peloponnesian (guerrilla) War".

Tucidide ovviamente non è citato nella bibliografia.

Quando parlo di Storia sono conscio del mio quasi totale analfabetismo, visto che confondo le paci di Muenster e Aquisgrana e fino a sabato pensavo che Juan Peron fosse stato presidente argentino negli anni '30. Ma questa qui mi pare un'enormità: della guerra in questione ho pure letto la telecronaca... o Tucidide parlava di un'altra Guerra nel Peloponneso?

Comunque, se non ricordo male: Sparta non secedette da nulla, la Lega si chiamava "di Delo", questa non può essere considerata in nessun modo uno stato-nazione, semmai era un'alleanza egemonica, e la Guerra del Peloponneso non fu una guerra di guerriglia.

Si tratta di due righe di testo completamente folli: avrei potuto pensare ad un errore di traduzione, ma il libro è in lingua originale.

* La seconda che ho detto.
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categoria:storia
domenica, 20 aprile 2008
Questo libro è molto interessante anche se non è il tipo di libro con cui mi sento particolarmente a mio agio: c'è troppa storia di mezzo e ho sempre l'impressione che la mia scarsa preparazione in maniera mi faccia sfuggire qualcosa.

Il libro parla del pensiero radicale francese, dal XVIII secolo fino alla congiura di Babeuf dopo la Rivoluzione Francese, e mostra come alcuni tratti di pensiero siano una costante in molti fenomeni politici di stampo integralista: i nomi che mi sono venuti in mente leggendo i vari capitoli del libro sono Popper, Mises, Hayek e soprattutto Glucksmann...

Innanzitutto: cosa si intende per "democrazia totalitaria"? Anche se ho comprato il libro pensando che si occupasse della democrazia così come è oggi (totalitarismo come stato onnipresente), in realtà il libro interpreta il termine "totalitario" come movimento che cerca il potere assoluto per imporre un cambiamento radicale delle istituzioni e realizzare una qualche sorta di Paradiso Terrestre.

Perchè "democrazia" non lo so: Talmon fa una distinzione tra le democrazie totalitarie come ad esempio l'URSS e le democrazie liberali come quelle occidentali, e i totalitarismi di Destra come la Germania Nazista. Mentre alla luce della definizione che dà di totalitarismo l'esclusione delle democrazie liberali è ovvia, la distinzione tra Nazismo e Comunismo non mi sembra significativa: per Talmon il secondo ha tendenze universalistiche e nasce comunque col mito della Volontà Generale (da Mably a Babeuf, molti radicali erano comunisti).

Prima di perdermi nelle divagazioni spendo due parole sulla struttura del libro: la prima parte parla delle premesse culturali e teoriche della Rivoluzione Francese, focalizzandosi su Rousseau e su altri autori meno noti come Morelly, Mably, Seyes; la seconda parte parla della Rivoluzione, focalizzandosi sul Giacobinismo, soprattutto Robespierre e Saint-Just; la terza parte parla del pensiero di Babeuf e della Congiura degli Eguali, un tentativo fallito di riportare in auge i valori egalitari e comunistici della Rivoluzione dopo la caduta del Giacobinismo.

Veniamo ai tratti fondamentali di questo tipo di movimenti.

* La volontà generale è sovrana, ma non è la volontà del popolo: il popolo è corrotto dal Feudalesimo e dalla proprietà privata e non sa giudicare, l'avanguardia deve guidare il popolo.

* La società è un insieme atomizzato di individui che si trovano di fronte al Potere come atomi, del tutto indifferenziati, senza distinzioni e strutture sociali come le classi, le professioni... questa visione è centralistica, atomizzante e totalitaria, in quanto nega che esista una struttura sociale, anzi, la distrugge alla radice. Da qui Talmon fa l'interessante commento che dall'individualismo iniziale al comunismo totale il passaggio non era enorme.

* Il costruttivismo: la società si può rifare da capo, anzi deve essere ricostruita da capo, in quanto corrotta, e ciò è possibile. Le soluzioni ai problemi sociali sono semplici, e se esistono problemi sociali è perchè il Potere corrotto non vuole risolverli, anzi li causa. Siccome la soluzione è semplice, la diversità di opinioni è inammissibile. Prendete nota: chi propone soluzioni semplici in politica è quasi sicuramente un idiota.

* Il manicheismo e il nefas integralista+: il mondo ha già raggiunto il grado massimo di corruzione e l'ingiustizia è insopportabile, quindi ogni strumento è giustificato per finire questo orrore.

* Il potere assoluto, necessario per creare una società completamente nuova da zero, ed eliminare tutti gli ostacoli sulla strada verso il Paradiso Terrestre.

* La necessità di una religione civile, perchè della religione bisogna prendere il potenziale di mobilitazione e il fideismo, ma bisogna sostituire Dio con qualcos'altro, con la "nazione", nel caso dei rivoluzionari francesi.

* Il Terrore, come strumento di rigenerazione sociale, come strumento per legare assieme i rivoluzionari (una sorta di solidarietà nel nefas, di cui parla anche Glucksmann). Un Terrore inizialmente "utilitaristico", tattico, e poi in realtà interminabile, visto che il fine, il Paradiso Terrestre, non arriva mai.

Viene da chiedersi cosa abbiano inventato Marx e Lenin che già non esisteva in precedenza...

Il libro non è facile da capire ma è illuminante. La mia opinione "istintiva" è che ciò che viene dalla Francia deve fare quasi necessariamente schifo... poi penso a Toqueville, a Bastiat, a Constant e mi modero... però... quelli si mangiano pure le rane!!! Che schifo...

+ Secondo Glucksmann, che riprende, pur ribaltandola, la tripartizione di Seneca della struttura della tragedia classica, il nefas (il terzo elemento della tragedia, quello educativo) diventa una sorta di nichilismo distruttivo in cui tutto è permesso. E' il grado finale dello sradicamento dalla realtà degli integralisti.
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categoria:libri, storia, filosofia, filosofia politica
venerdì, 04 aprile 2008
Mi sono avventurato in un terreno che non è il mio (ehm... circuiti integrati analogici e mixed-signal) in un commento su Movimento Arancione ad un articolo di Ismael su un libro di Zanotto "Cattolicesimo, protestantesimo e liberalismo".

Riporto il commento:

"Non mi intendo di teologia comparata nè di storia culturale dell'Europa, però un problema nelle interpretazioni storiche in stile "catholic pride" è che non esiste evidenza storica che i paesi cattolici abbiano fatto qualcosa di liberale. Sarebbe strano che un pensiero politico-filosofico così liberale non abbia dato alcun risultato liberale di nessun tipo ovunque sia stato egemone, mentre il monopolio delle istituzioni liberali storicamente esistenti ce l'hanno i paesi anglo-sassoni (Inghilterra col sui Commonwealth, gli Stati Uniti soprattutto, e forse anche l'Olanda).

Inoltre qual è l'effettivo peso della Scuola di Salamanca nella cultura cattolica? Si sa che San Tommaso ha diversi spunti proto-liberali nel suo pensiero, e la Scuola di Salamanca è addirittura antesignana di certe tesi della Scuola Austriaca, sebbene quest'ultima sia integralmente laica (mai neanche il più piccolo riferimento al cristianesimo in nessuna opera, se non le critiche in Socialismo di Mises e alcune note del tardo Rothbard, quello paleo-lib, in opere di carattere politico). Ma che degli sconosciuti senza peso abbiano scritto dei libri sulla moneta e sui prezzi nel '500 non prova granchè...

Probabilmente è legato al fatto che non è l'escatologia che fa la Storia: è l'accidente storico che fa la libertà. Dove non c'è monopolio politico ci sono lotte di potere: a volte da queste fuoriesce un ordine sociale liberale, il cui esito è un equilibrio tra rapporti di forza di gruppi contrapposti organizzati. Questa interpretazione realista, Jouveneliana, dei processi storici che hanno portato a società liberali la dovrò approfondire, ma almeno non contraddice l'evidente mancanza di istituzioni liberali nei paesi di impostazione cattolica, soprattutto la Spagna.

Per quanto riguarda l'Illuminismo, prima di tutto direi che non c'è nulla di liberale nel pensiero francese salvo alcuni intellettuali come Tocqueville o Constant. Che abbia quindi avuto conseguenze gravi nella Storia occidentale è fuori dubbio, ma cosa prova? In fin dei conti la Francia non era protestante...

Anche se non mi sono mai addentrato nella letteratura non vedo ragioni a priori per credere in uno stretto legame tra cattolicesimo e liberalismo, nè in un verso nè nell'altro.

Il liberalismo non è nè cattolico nè protestante: è anglosassone. E le cause vanno cercate nelle condizioni giuridiche e politiche e sociali ed economiche e militari della Gran Bretagna, secondo me."
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categoria:storia, liberalismo, libertarismo, filosofia politica
venerdì, 08 febbraio 2008
Durante le guerre napoleoniche l'Inghilterra aveva problemi di commercio. L'inghilterra esportava manufatti e importava derrate alimentari. La guerra ridusse esportazioni e importazioni. Ciò aumento la rendita della terra, perchè l'aumento dei prezzi dei generi alimentari costrinse a coltivare anche terre precedentemente submarginali (da ciò deriva la teoria della rendita di Ricardo). Finita la guerra il commercio si normalizzò e le rendite cominciarono a scendere di nuovo. Siccome i proprietari terrieri erano influenti politicamente, però, misero le tasse sul grano per impoverire tutti a loro vantaggio. L'abolizione di tali leggi è una delle conquiste del liberalismo.

Ne parlano Krugman e Obstfeld in "International Economics". La cosa mi ha ricordato un altro fatto, che non ricordo dove ho letto.

Durante una peste medievale la popolazione diminuì molto, credo di più del 20%. Di conseguenza, i salari dei braccianti agricoli aumentarono per via della maggiore scarsità di forza-lavoro. I proprietari terrieri, per evitare di dover pagare di più, fecero passare delle leggi che impedivano o comunque rendevano più difficile cambiare datore di lavoro (non ricordo granchè i dettagli).

Cosa è cambiato in epoca di legislazione sul lavoro e sindacati e democrazia di massa? Poco o nulla. Le politiche sindacali continuano a causare disoccupazione (e anche sottoccupazione) per milioni di lavoratori a vantaggio dei lavoratori di serie A, oltre che dei sindacalisti stessi. L'inflazione continua ad essere pagata da tutte le persone a reddito fisso, anche se viene spesso usata per finanziare qualche contentino socio-assistenziale.

Il problema è essenzialmente questo: finchè lo stato è una cosa di pochi, è possibile avvantaggiare quei pochi a danno del resto della società senza grossi problemi. Ma, essendo gran parte delle politiche improduttive, e spesso addirittura dannose, non è possibile attraverso la politica dare di più a tutti, o perlomeno ad una cospicua fetta della popolazione. Alla fine quindi la scelta è tra (a) dare privilegi ingiusti a tutti, facendo sì che i danni complessivi superino i benefici complessivi per tutti o quasi; (b) dare privilegi a pochi, cosa che tutti considereranno ingiusta ma è meno dannosa della prima; (c) togliere i privilegi ingiusti a tutti.

La democrazia ideale è (a), anche se la realtà spesso assomiglia a (b), visto che Fiat e sindacati contano più della casalinga di Voghera. Il liberalismo tende ad essere (c). I motivi per cui per la democrazia illimitata è difficile realizzare (c) sono stati analizzati in un post recente sui vari problemi delle procedure di scelta politiche.
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categoria:storia, liberalismo, teoria politica
domenica, 21 ottobre 2007
Finisco con un copia-incolla con critica puntuale delle sbavature più evidenti del testo.

"Il Trattato di Versailles aveva imposto al popolo tedesco risarcimenti che lo avevano distrutto"

Dopo quattro anni di guerra totale, dar la colpa solo ai risarcimenti è un po' troppo. I risarcimenti erano in effetti notevoli, e sicuramente i tedeschi avrebbero dovuto lavorare a lungo per pagarli, anche se le rate furono tagliate e posticipate più volte. La ricostruzione di Wikipedia è probabilmente più realistica e affidabile. Si noti che non era un miracolo di Hitler se Weimar dopo l'iperinflazione si era ripresa bene, visto che l'economia era forte sin da dopo il 1923 (com'è tipico di ogni fine crisi monetaria, se non ci si mettono di mezzo i F. D. Roosevelt). Si noti anche la nota di Taylor sull'insufficienza delle riparazioni a distruggere l'economia tedesca (anche Mises era della stessa opinione).

"La speculazione sul marco tedesco aveva provocato il suo crollo, affrettando l’avvento di uno dei fenomeni d’inflazione più rovinosi della modernità."

Il governo tedesco decise di stampare moneta per finanziare il debito pubblico, probabilmente dovuto alle riparazioni di Versailles, le persone persero fiducia nel valore della moneta che usavano, e rifiutarono di detenerla, preferendole tutto ciò che conservasse valore meglio della moneta. La crescente offerta provocava una diminuita domanda, e i problemi conseguenti a questa spirale inflazionistica provocavano nuove spinte verso un'ulteriore aumento dell'offerta. Tutto qua: "speculazione" è soltanto il termine in neo-lingua per evitare di dire "è colpa dei politici". L'iperinflazione un rincorrersi di offerta (che sale) e domanda (che scende) che rende il valore della moneta nullo, e quindi i prezzi infiniti... ciò espelle la moneta dalla circolazione.

"Nulla di simile era mai accaduto in precedenza: la totale distruzione di una moneta nazionale"

L'iperinflazione era già accaduta in passato. Durante la Rivoluzione Francese, e durante la Guerra Civile Americana (i "greenbacks" di cui si parla). Ovviamente nulla di paragonabile, ma solo perchè lo stato non aveva lo stesso controllo sulla moneta che ha poi conseguito col totalitarismo del XX secolo. Contemporaneamente alla Germania, ci fu l'iperinflazione Austro-Ungarica. Episodi di iperinflazione successivi si sono avuti nella Russia post-comunista, nella Jugoslavia post-comunista e, al giorno d'oggi, in Zimbabwe. Si tratta di un qualcosa di relativamente frequente, anche se l'entità e la frequenza di questi eventi è aumentato nel XX secolo.

"Hitler e i Nazional Socialisti, che arrivarono al potere nel 1933, si opposero al cartello delle banche internazionali iniziando a stampare la propria moneta"

Cosa che facevano pure a Weimar, altrimenti non ci sarebbe stata iperinflazione... si noti che l'iperinflazione non ha nessun legame necessario con la moneta-credito: la si può ottenere, anzi, nei libri di Macroeconomia e in quelli di Mises è descritta, come conseguenza della stampa di banconote, e non della monetizzazione del debito, perchè storicamente così è avvenuta. Probabilmente può accadere in entrambi i modi.

"I lavoratori spendevano poi i certificati in altri beni e servizi, creando lavoro per altre persone."

Sembra la pubblicità della Confesercenti: l'economia cammina con te... butta i tuoi soldi nel consumismo più sfrenato! Non è così: si confonde la circolazione monetaria con la produzione di beni e servizi. La velocità di circolazione con la moneta non è direttamente legata alla produzione: la cosa è evidente se si considera la moneta neutrale. Nel caso reale, di moneta non neutrale, la situazione è complessa, ma confondere i due concetti non aiuta certo a far chiarezza.

"Nell’arco di due anni, il problema della disoccupazione era stato risolto e il paese si era rimesso in piedi. Possedeva una valuta solida e stabile, niente debito, niente inflazione, in un momento in cui milioni di persone negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali erano ancora senza lavoro e vivevano di assistenza."

Si dia un'occhiata alla teoria dell'interventismo di Mises, e ai problemi che l'interventismo comporta, e che creano una reazione a catena che porta al socialismo. L'interventismo è irrazionale e lo si vede subito, il socialismo è impossibile ma ci vuole tempo per rendersene conto. L'interventismo è socialismo con la vaselina. Diciamo che F. D. Roosevelt capiva più di Hitler di politica... non bisogna mai dimenticare la vasella! Per quanto riguarda la soluzione del problema disoccupazione, si noti che Hitler istituì il servizio sociale obbligatorio nazionale, il Reichsarbeitsdienst: che scoperta!, quindi, gli schiavi non conoscono disoccupazione... ah... dimenticavo la riduzione in schiavitù degli slavi, che salvò dalla bancarotta l'economia tedesca per tutta la WWII...

"Questo sistema di scambio diretto avveniva senza creare debito né deficit commerciale."

Qualsiasi scambio pronti contro pronti non crea deficit: se si scambiano mele e pere non ci si indebita; se si scambiano mele e moneta e poi moneta e pere neppure. Le transazioni creditizie, inoltre, sono una necessità economica, far finta che se ne possa fare a meno è cattiva economia. Per non fare deficit commerciale basta investire la stessa quantità che si risparmia, senza chiedere all'estero nuovi risparmi. Comunque non è necessaria questa uguaglianza. Allo stato attuale, i più indebitati del mondo sono gli USA, e non credo siano in questo stato per una cospirazione dei banchieri internazionali (ah no, lì è la lobby ebraica di Mearsheimer che vende mutui subprime ai bambini davanti alle scuole!).

"Schacht replicò: “Lei dovrebbe venire a Berlino. Lì non abbiamo denaro. E’ questo il vero modo di gestire un sistema bancario”"

Neanche tra i polinesiani si può fare a meno di moneta... anche qui, da quel poco che sono riuscito a ricostruire le cose non stanno come dice l'autrice.

"questo fu probabilmente il motivo principale per cui Hitler doveva essere fermato; egli era riuscito a scavalcare i banchieri internazionali e a creare una propria moneta. Makow cita un interrogatorio del 1938 di C. G. Rakovsky, uno dei fondatori del bolscevismo sovietico e intimo di Trotzky, che finì sotto processo nell’URSS di Stalin. Secondo Rakovsky, l’ascesa di Hitler era stata in realtà finanziata dai banchieri internazionali, attraverso il loro agente Hjalmar Schacht, allo scopo di tenere sotto controllo Stalin, che aveva usurpato il potere al loro agente Trotzky. Ma Hitler era poi diventato una minaccia anche maggiore di quella rappresentata da Stalin quando aveva compiuto l’audace passo di iniziare a stampare moneta propria."

Ma Schacht prima non diceva... vabbè. Lasciamo perdere le storielle. Usare come fonte storiografica sincera un interrogatorio del KGB, poi...

"[Hitler] si era impadronito del privilegio di fabbricare il denaro, e non solo il denaro fisico, ma anche quello finanziario; si era impadronito dell’intoccabile meccanismo della falsificazione e lo aveva messo al lavoro per il bene dello stato... se questa situazione fosse arrivata a infettare anche altri stati... potete ben immaginarne le implicazioni controrivoluzionarie."

Si comincia a partire per tangenti complottiste e ricostruzioni storiche alla "io ho sentito che lui ha detto che gli altri gli hanno riferito"...

"il Terzo Reich riuscì a trasformare una Germania in bancarotta, privata perfino di colonie da poter sfruttare, nell’economia più forte d’Europa, in soli quattro anni, ancor prima che iniziassero le spese per gli armamenti"

Perchè gli armamenti avrebbero dovuto facilitare il rafforzamento economico? Il solito spendere e spandere per far girare l'economia? Bisognerà vietare alla Confesercenti di fare pubblicità-regresso, diamine!

"ma nel complesso mondo dell’economia le cose non sono come sembrano. La crisi finanziaria di Weimar ebbe inizio con gli impossibili obblighi di risarcimento imposti dal Trattato di Versailles."

Come è scritto su tutti i libri di Macroeconomia, questi sconosciuti!, il signoraggio in genere è dovuto al tentativo di finanziare il debito pubblico. Nulla di nuovo... ma che bello inventarsi aloni di segretezza e cospirazione.
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categoria:economia, storia
lunedì, 15 ottobre 2007
Questo articolo mi è stato mandato la settimana scorsa. Direi che non ne condivido quasi neanche una virgola. Tre post seguiranno: il primo prenderà in considerazione soltanto alcuni punti tecnici secondari, palesi sviste presenti nell'articolo che non inficiano più di tanto quanto affermato dall'autrice, anche se gettano qualche dubbio sulla sua competenza; il secondo post riguarda un sistema monetario generico, come tentativo di interpretare le affermazioni dell'autrice, e comprendere il ruolo della moneta nell'economia; l'ultimo post riguarderà un sistema bi-monetario come quello che Hitler usò effettivamente per eliminare il debito senza distruggere l'economia.

Non è la prima volta che mi imbatto in would-be-monetary-theorists (in romano "te piacerebbe esse' 'n teorico monetario"), e quindi ho un po' di esperienza in proposito, diretta, come would-be-economist, e indiretta, per via di diverse letture, ma nonostante ciò capire i dettagli del funzionamento di un sistema monetario è molto difficile, e non credo sia solo colpa mia.

Dopo questo articolo, e dopo il libro di Margrit Kennedy sulla moneta, per togliermi dalla testa il pensiero che la moneta è cosa da uomini, e che le donne dovrebbero pensare ad altre cose, penso che dovrò comprarmi la Storia monetaria USA di Milton Friedman e Anna Schwarz...

Aggiungo che, sebbene quasi tutte le critiche saranno di tipo economico, non per questo la ricostruzione storica mi convince. E' solo che in storia sono interamente analfabeta, in economia almeno sono semi-alfabetizzato e qualcosa da dire ce l'ho!

Comunque, questo è l'articolo:

COME LA GERMANIA IN BANCAROTTA RISOLSE I SUOI PROBLEMI ECONOMICI
di Ellen Brown
dal sito http://www.webofdebt.com/
Traduzione di Gianluca Freda

Non siamo stati così sciocchi da creare una valuta [collegata all’] oro, di cui non abbiamo disponibilità, ma per ogni marco stampato abbiamo richiesto l’equivalente di un marco in lavoro o in beni prodotti... ci viene da ridere tutte le volte che i nostri finanzieri nazionali sostengono che il valore della valuta deve essere regolato dall’oro o da beni conservati nei forzieri della banca di stato”.

(Adolf Hitler, citato in “Hitler’s Monetary System”, http://www.rense.com/, che cita C. C. Veith, Citadels of Chaos, Meador, 1949)

Quello di Guernsey non fu l’unico governo a risolvere i propri problemi infrastrutturali stampando da solo la propria moneta. (Vedi E. Brown, "Waking Up on a Minnesota Bridge," www.webofdebt.com/articles/infrastructure-crisis.php, del 4 agosto 2007). Un modello assai più noto si può trovarlo nella Germania uscita dalla Prima Guerra Mondiale. Quando Hitler arrivò al potere, il paese era completamente, disperatamente in rovina. Il Trattato di Versailles aveva imposto al popolo tedesco risarcimenti che lo avevano distrutto, con i quali si intendeva rimborsare i costi sostenuti nella partecipazione alla guerra per tutti i paesi belligeranti. Costi che ammontavano al triplo del valore di tutte le proprietà esistenti nel paese. La speculazione sul marco tedesco aveva provocato il suo crollo, affrettando l’avvento di uno dei fenomeni d’inflazione più rovinosi della modernità. Al suo apice, una carriola piena di banconote, per l’equivalente di 100 miliardi di marchi, non bastava a comprare nemmeno un tozzo di pane. Le casse dello stato erano vuote ed enormi quantità di case e di fattorie erano state sequestrate dalle banche e dagli speculatori. La gente viveva nelle baracche e moriva di fame. Nulla di simile era mai accaduto in precedenza: la totale distruzione di una moneta nazionale, che aveva spazzato via i risparmi della gente, le loro attività e l’economia in generale. A peggiorare le cose arrivò, alla fine del decennio, la depressione globale. La Germania non poteva far altro che soccombere alla schiavitù del debito e agli strozzini internazionali.

O almeno così sembrava. Hitler e i Nazional Socialisti, che arrivarono al potere nel 1933, si opposero al cartello delle banche internazionali iniziando a stampare la propria moneta. In questo presero esempio da Abraham Lincoln, che aveva finanziato la Guerra Civile Americana con banconote stampate dallo stato, che venivano chiamate “Greenbacks”. Hitler iniziò il suo programma di credito nazionale elaborando un piano di lavori pubblici. I progetti destinati a essere finanziati comprendevano le infrastrutture contro gli allagamenti, la ristrutturazione di edifici pubblici e case private e la costruzione di nuovi edifici, strade, ponti, canali e strutture portuali. Il costo di tutti questi progetti fu fissato a un miliardo di unità della valuta nazionale. Un miliardo di biglietti di cambio non inflazionati, chiamati Certificati Lavorativi del Tesoro. Questa moneta stampata dal governo non aveva come riferimento l’oro, ma tutto ciò che possedeva un valore concreto. Essenzialmente si trattava di una ricevuta rilasciata in cambio del lavoro e delle opere che venivano consegnate al governo. Hitler diceva: “Per ogni marco che viene stampato, noi abbiamo richiesto l’equivalente di un marco di lavoro svolto o di beni prodotti”. I lavoratori spendevano poi i certificati in altri beni e servizi, creando lavoro per altre persone.

Nell’arco di due anni, il problema della disoccupazione era stato risolto e il paese si era rimesso in piedi. Possedeva una valuta solida e stabile, niente debito, niente inflazione, in un momento in cui milioni di persone negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali erano ancora senza lavoro e vivevano di assistenza. La Germania riuscì anche a ripristinare i suoi commerci con l’estero, nonostante le banche estere le negassero credito e dovesse fronteggiare un boicottaggio economico internazionale. Ci riuscì utilizzando il sistema del baratto: beni e servizi venivano scambiati direttamente con gli altri paesi, aggirando le banche internazionali. Questo sistema di scambio diretto avveniva senza creare debito né deficit commerciale. L’esperimento economico della Germania, proprio come quello di Lincoln, ebbe vita breve; ma lasciò alcuni durevoli monumenti al suo successo, come la famosa Autobahn, la prima rete del mondo di autostrade a larga estensione (1).

Di Hjalmar Schacht, che era all’epoca a capo della banca centrale tedesca, viene spesso citato un motto che riassume la versione tedesca del miracolo del “Greenback”. Un banchiere americano gli aveva detto: “Dottor Schacht, lei dovrebbe venire in America. Lì abbiamo un sacco di denaro ed è questo il vero modo di gestire un sistema bancario”. Schacht replicò: “Lei dovrebbe venire a Berlino. Lì non abbiamo denaro. E’ questo il vero modo di gestire un sistema bancario” (2).

Benché Hitler sia giustamente citato con infamia nei libri di storia, egli fu piuttosto popolare presso il popolo tedesco, almeno nei primi tempi. Stephen Zarlenga, in The Lost Science of Money, afferma che ciò era dovuto al fatto che egli salvò temporaneamente la Germania dalle teorie economiche inglesi. Le teorie secondo le quali il denaro deve essere scambiato sulla base delle riserve aurifere in possesso di un cartello di banche private piuttosto che stampato direttamente dal governo (3). Secondo il ricercatore canadese Henry Makow, questo fu probabilmente il motivo principale per cui Hitler doveva essere fermato; egli era riuscito a scavalcare i banchieri internazionali e a creare una propria moneta. Makow cita un interrogatorio del 1938 di C. G. Rakovsky, uno dei fondatori del bolscevismo sovietico e intimo di Trotzky, che finì sotto processo nell’URSS di Stalin. Secondo Rakovsky, l’ascesa di Hitler era stata in realtà finanziata dai banchieri internazionali, attraverso il loro agente Hjalmar Schacht, allo scopo di tenere sotto controllo Stalin, che aveva usurpato il potere al loro agente Trotzky. Ma Hitler era poi diventato una minaccia anche maggiore di quella rappresentata da Stalin quando aveva compiuto l’audace passo di iniziare a stampare moneta propria. Rakovsky affermava:

“[Hitler] si era impadronito del privilegio di fabbricare il denaro, e non solo il denaro fisico, ma anche quello finanziario; si era impadronito dell’intoccabile meccanismo della falsificazione e lo aveva messo al lavoro per il bene dello stato... se questa situazione fosse arrivata a infettare anche altri stati... potete ben immaginarne le implicazioni controrivoluzionarie” (4).

L’economista Henry C. K. Liu ha scritto sull’incredibile trasformazione tedesca:

I nazisti arrivarono al potere in Germania nel 1933, in un momento in cui l’economia era al collasso totale, con rovinosi obblighi di risarcimento postbellico e zero prospettive per il credito e gli investimenti stranieri. Eppure, attraverso una politica di sovranità monetaria indipendente e un programma di lavori pubblici che garantiva la piena occupazione, il Terzo Reich riuscì a trasformare una Germania in bancarotta, privata perfino di colonie da poter sfruttare, nell’economia più forte d’Europa, in soli quattro anni, ancor prima che iniziassero le spese per gli armamenti” (5).

In Billions for the Bankers, Debts for the People [Miliardi per le Banche, Debito per i Popoli], (1984), Sheldon Emry commenta:

Dal 1935 in poi, la Germania iniziò a stampare una moneta libera dal debito e dagli interessi, ed è questo che spiega la sua travolgente ascesa dalla depressione alla condizione di potenza mondiale in soli 5 anni. La Germania finanziò il proprio governo e tutte le operazioni belliche, dal 1935 al 1945, senza aver bisogno di oro né di debito, e fu necessaria l’unione di tutto il mondo capitalista e comunista per distruggere il potere della Germania sull’Europa e riportare l’Europa sotto il tallone dei banchieri. Questa vicenda monetaria non compare oggi più neanche nei testi delle scuole pubbliche”.

UN ALTRO SGUARDO ALL’IPERINFLAZIONE DI WEIMAR

Nei testi moderni si parla della disastrosa inflazione che colpì nel 1923 la Repubblica di Weimar (nome con cui è conosciuta la repubblica che governò la Germania dal 1919 al 1933). La radicale svalutazione del marco tedesco è citata nei testi come esempio di ciò che può accadere quando ai governi viene conferito il potere incontrollato di stampare da soli la propria moneta. Questo è il motivo per cui viene citata, ma nel complesso mondo dell’economia le cose non sono come sembrano. La crisi finanziaria di Weimar ebbe inizio con gli impossibili obblighi di risarcimento imposti dal Trattato di Versailles. Schacht, che all’epoca era il responsabile della zecca della repubblica, si lamentava:

Il Trattato di Versailles è un ingegnoso sistema di provvedimenti che hanno per fine la distruzione economica della Germania... Il Reich non è riuscito a trovare un sistema per tenersi a galla diverso dall’espediente inflazionistico di continuare a stampare banconote”.

Questo era ciò che egli dichiarava all’inizio. Ma Zarlenga scrive che Schacht, nel suo libro del 1967 The Magic of Money, decise “di tirar fuori la verità, scrivendo in lingua tedesca alcune notevoli rivelazioni che fanno a pezzi la “saggezza comune” propagandata dalla comunità finanziaria riguardo all’iperinflazione tedesca” (6). Schacht rivelò che era la Banca del Reich, posseduta da privati, e non il governo tedesco che pompava nuova valuta nell’economia. Come la Federal Reserve americana, la Banca del Reich agiva sì sotto la supervisione di ufficiali del governo, ma operava per fini di profitto privato. Ciò che trasformò l’inflazione della guerra in iperinflazione fu la speculazione degli investitori stranieri, che vendevano marchi a breve termine scommettendo sulla loro perdita di valore. Nel meccanismo finanziario conosciuto come vendita a breve termine, gli speculatori prendono in prestito qualcosa che non possiedono, la vendono e poi “coprono” le spese ricomprandola a prezzo inferiore. La speculazione sul marco tedesco fu resa possibile dal fatto che la Banca del Reich rendeva disponibili massicce quantità di denaro liquido per i prestiti, marchi che venivano creati dal nulla annotando entrate sui registri bancari e poi prestati ad interessi vantaggiosi. Quando la Banca del Reich non riuscì più a far fronte alla vorace richiesta di marchi, ad altre banche private fu permesso di crearli dal nulla e di prestarli, a loro volta, a interesse (7).

Secondo Schacht, quindi, non solo non fu il governo a provocare l’iperinflazione di Weimar, ma fu proprio il governo che la tenne sotto controllo. Alla Banca del Reich furono imposti severi regolamenti governativi e vennero prese immediate misure correttive per bloccare le speculazioni straniere, eliminando le possibilità di facile accesso ai prestiti del denaro fabbricato dalle banche. Hitler poi rimise in sesto il paese con i suoi Certificati del Tesoro, stampati dal governo su modello del Greenback americano.

Schacht disapprovava l’emissione di moneta da parte del governo e fu rimosso dal suo incarico alla Banca del Reich quando si rifiutò di sostenerlo (cosa che probabilmente lo salvò al Processo di Norimberga). Ma nelle sue memorie più tarde, egli dovette riconoscere che consentire al governo di stampare la moneta di cui aveva bisogno non aveva prodotto affatto l’inflazione prevista dalla teoria economica classica. Teorizzò che essa fosse dovuta al fatto che le fattorie erano ancora inoperose e la gente senza lavoro. In questo si trovò d’accordo con John Maynard Keynes: quando le risorse per incrementare la produzione furono disponibili, aggiungere liquidità all’economia non provocò affatto l’aumento dei prezzi; provocò invece la crescita di beni e di servizi. Offerta e domanda crebbero di pari passo, lasciando i prezzi inalterati.

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1 - Matt Koehl, "The Good Society?", www.rense.com (13 gennaio 2005); Stephen Zarlenga, The Lost Science of Money (Valatie, New York: American Monetary Institute, 2002), pagine 590-600.

2 - John Weitz, Hitler's Banker (Inghilterra: Warner Books, 1999).

3 - S. Zarlenga, op. cit.

4 - Henry Makow, "Hitler Did Not Want War," www.savethemales.com (21 marzo 2004).

5 - Henry C. K. Liu, "Nazism and the German Economic Miracle," Asia Times (24 maggio 2005).

6 - Stephen Zarlenga, "'s 1923 Hyperinflation: A 'Private' Affair," Barnes Review (Luglio-Agosto 1999); David Kidd, "How Money Is Created in ," http://dkd.net/davekidd/politics/money.html (2001).

7 - Stephen Zarlenga, "'s 1923 Hyperinflation", op. cit.
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categoria:economia, storia
martedì, 09 ottobre 2007
Spiegazioni storiche

Passiamo ora alla Storia. I problemi sono questi:

  1. Le azioni individuali sono frutto di preferenze individuali non conoscibili
  2. Le azioni individuali sono frutto di conoscenze individuali non conoscibili
  3. Le azioni individuali sono frutto di processi mentali non conoscibili
  4. Gli esseri umani in gioco sono moltissimi
  5. La situazione ambientale è complessa
  6. La situazione ambientale è conosciuta limitatamente
  7. Nulla ha garanzia di tenersi stazionario, nè l'ambiente nè soprattutto le preferenze individuali.

Ogni evento può avere un'infinità di spiegazioni. Scartare alcune perchè illogiche è sempre possibile, ma è estremamente raro che le spiegazioni si riducano ad una sola. E, anche se fosse, potrebbe benissimo essere un problema di scarsa fantasia.

A chi ha un martello, ogni problema sembra un chiodo: un esperto di diritto interpreterà la storia in funzione di codici e consuetudini, un economista in funzione di preferenze e incentivi, un esperto in mitologia in funzione di miti e leggende, un appassionato di Darwin in funzione di pressioni selettive e dinamiche evolutive.

Possiamo essere pressochè certi che nessuno abbia ragione (nel senso che nessuno ha un quadro completo della situazione), ma è in genere possibile usare le conoscenze teoriche per legare i fatti tra loro, intuire legami che sarebbero stati trascurati, individuare classi di possibili spiegazioni verosimili.

In genere non è possibile fare molto di più: anche se fosse possibile derivare ogni possibile spiegazione da una sola teoria, rimarrebbe sempre il dubbio che la teoria sia ad hoc, o sia applicata con criteri di rigore tendenti a zero, o i fatti siano scelti per far quadrare i conti. E' questo il caso della maggior parte delle ideologie: diffidate, dunque, perchè le caratteristiche epistemiche della Storia non permettono queste panacee interpretative.

Glucksmann afferma che non è obbligatorio accettare ciò che non si può confutare. Le caratteristiche epistemiche della Storia rendono aperti alle spiegazioni, ma ce ne saranno sempre diverse, anche mutuamente incompatibili tra loro, e, dato un certo livello di conoscenza e di riflessione, inconfutabili. Un attento studio storico può ovviamente confutare nuove teorie, ammesso che non apra la strada a spiegazioni nuove in maggior numero.

L'impossibilità della storia virtuale

La storia virtuale, o "what if", è un genere letterario interessante. Cosa sarebbe successo se... Hitler non avrebbe invaso l'URSS, se Daladier e Chamberlain avessero mostrato le palle, se Wilson non fosse intervenuto nella WWI, se gli israeliani non avessero costruito insediamenti nei Territori Occupati...

La storia virtuale, però, per il solo fatto di essere pensata, e quindi di vivere dentro la testa dello storico virtuale, non è Storia. Le mancano le caratteristiche epistemiche di complessità, di multi-causalità, di ignoranza. La storia virtuale è un insieme di fatti che secondo lo storico virtuale si legano l'un l'altro e superano d'importanza ciò che è stato trascurato. Ma rimane il frutto del pensiero di un singolo autore, e non è il risultato del processo inter-individuale reale che dà origine agli eventi storici.

Le proprietà epistemiche della storia virtuale sono diverse da quelle della Storia.

L'utilità della Storia

La storia non insegna nulla, ma serve a qualcosa. Non è uno strumento per verificare la Teoria, ma dà indicazioni su come sviluppare e approfondire la Teoria. Non è maestra di vita, ma rende saggi.

Questa saggezza dovrebbe consistere nel:

  1. Rendersi conto della complessità della realtà e della propria ignoranza
  2. Diffidare delle spiegazioni semplici e mono-causali
  3. Diffidare di verifiche e falsificazioni empiriche, soprattutto di quell quantitative
  4. Indicare (termine assolutamente qualitativo) quali temi e quali ipotesi sono interessanti da analizzare
  5. Apprezzare l'importanza e i limiti di fonti qualitative (testimonianze, opere letterarie, opinioni), fonti quantitative (quando presenti, se significative), senza mai pensare che queste da sole facciano un giudizio storico o possano controllarlo.

Campi affini alla Storia

In molti campi dell'azione umana ci si trova di fronte a problemi tipici della Storia. O anche peggio. Gli storici parlano del passato e cercano di ricostruirlo, gli uomini devono capire ciò che hanno attorno per scegliere cosa fare, e affrontare l'incertezza e l'ignoranza in cui sono immersi.

L'imprenditore è la figura astratta che nella teoria Austriaca affronta l'incertezza. Al di là delle romantiche idealizzazioni (non Austriache, comunque), l'imprenditore è l'homo agens (quindi, ogni individuo) nel momento in cui deve agire (ogni azione è imprenditoriale). Quando si analizzano i mercati finanziari, o si decide un investimento, i risultati non sono noti apriori, la reazione altrui nemmeno, eccetera. Lo stesso vale in tutte le relazioni umane, anche nelle dinamiche di un piccolo gruppo di amici, ovviamente mutatis mutandis.

Quel che più conta, perchè è largamente sottovalutato in ambito austro-libertario, è l'imprenditorialità dell'azione politica. Troppo spesso ho letto "non andava fatto, infatti guarda i risultati quali sono stati!", come se i risultati a posteriori potevano essere noti a priori. Lo spazio delle soluzioni da cui un individuo sceglie il proprio piano d'azione è sempre ignoto, soggetto a sorprese, e ogni singola soluzione ha risultati impredicibili, almeno in parte.

Comprendere la natura di questi problemi, e non confonderli con quelli della Teoria, è probabilmente un ottimo modo per evitare le semplificazioni tipiche del positivismo empirista, che non distingue teoria e storia, dell'utopismo e dell'ideologismo, che distorcono la storia per rendela compatibile con le proprie, spesso assurde, teorie, eccetera.

PS In base a quanto detto nei commenti al post sul libro di Ricossa, la corretta comprensione della distinzione tra Storia e Teoria può essere considerata un antidoto al perfettismo, all'utopismo "mooriano", eccetera.
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categoria:economia, storia, filosofia, liberalismo
martedì, 25 settembre 2007
La tesi di questo libro, che riguarda il passaggio dalla Civiltà Antica al Medioevo nell'Occidente (essenzialmente, in Francia), è che l'inizio del secondo fu dovuto alla conquista Araba del Mediterraneo, che inibì il commercio marittimo e provocò una grande crisi economica e commerciale. Non sono in grado di esprimere un'opinione informata in proposito, ma diversi punti della tesi mi sembrano difficili da difendere:

1. La "villa", cioè una fattoria autarchica contenente anche artigiani, si sviluppa sin dal III secolo d.C. con la crisi economica dell'Impero Romano, che apri le porte alle invasioni barbariche*. Può darsi che ci sia stata una ripresa fino al VII secolo, periodo dopo il quale il commercio mediterraneo sparì, ma probabilmente l'economia dell'Alto Medioevo era già a livelli ridotti all'auge dell'Impero Romano. Ora, le "villae", come entità economiche auto-sufficienti, non si distinguono molto da analoghe strutture economiche del VIII secolo, come le abazie. Un lento declino del commercio, durato secoli, mi sembra più credibile di un improvviso problema creato dalla perdita del Mediterraneo.

2. Amalfi, Napoli, Venezia e Bisanzio commerciavano. E con chi? Nel Mediterraneo c'erano solo gli Arabi. Perchè i Franchi non lo facevano? Pirenne non lo spiega, ma, tra le righe, parrebbe che i Franchi, non sapendo come farsi una Marina Militare, non erano in grado di controllare i pirati, in primis saraceni, e poi anche normanni. Più che un problema creato dagli Arabi, sembrerebbe un problema creato dai Franchi. Altrimenti non si spiegherebbero i commerci e la ricchezza delle città precedentemente citate.

3. Il resoconto di Pirenne è un continuo di svalutazioni monetarie, controlli dei prezzi, divieti al prestito ad interesse, e leggi contro il "profitto ingiusto". Che questa economia non sia in grado di funzionare non dovrebbe stupire nessuno. Lo stesso Impero Romano entrò in crisi e si "de-globalizzò" anche per via delle svalutazioni monetarie (Diocleziano) e dei controlli dei prezzi... che un'economia già provata e comunque più primitiva c'abbia messo meno tempo per crollare mi sembra plausibile.

4. Pirenne parla di sparizione dell'oro dalla circolazione: come può accadere? L'oro non può scomparire. O viene rubato, ma Pirenne non ne parla, o viene esportato. Per esportare al netto moneta, occorre importare più merci di quante se ne importano, magari per qualche picco di consumismo ante litteram. Però esiste una spiegazione alternativa: non è che si tratta della Legge di Gresham? La moneta era stata svalutata; nel commercio interno è possibile usare a pari monete buone e cattive, tramite la legislazione coattiva di corso forzoso; nel commercio estero, però, senza l'esser costretti a far finta di non accorgersi della truffa dal corso forzoso, si possono usare solo le monete "buone": la perdita di oro può quindi risultare da un terribile mix di monete di diverso valore circolanti contemporaneamente e rapporti fissi di scambio imposti d'autorità. E' soltanto una supposizione, ma... perchè stupirsi?

In poche parole, se l'Occidente europeo nel VIII secolo divenne povero e barbaro, nonostante i ricchi commerci delle repubbliche italiane e dell'Impero Bizantino, non credo si possa dire che sia colpa degli Arabi. Molto probabilmente si trattava di inanità militare sul mare, di interventismo economico e di etica anti-capitalistica. La tesi di Pirenne non è minimamente convincente, ma si tratta di un argomento su cui sono molto ignorante, quindi potrei sbagliare.

* Senza voler scadere nelle spiegazioni monocausali, i barbari erano popolazioni non solo militarmente organizzate, ma anche quantitativamente trascurabili (mai furono più di un ventesimo degli autoctoni, secondo Pirenne). Il tracollo economico è l'unico che può forse spiegare come abbiano potuto trionfare.
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categoria:libri, storia, islam
domenica, 23 settembre 2007
Che significa che "non uccidere" è istintivo? Istintivo il cavolo! Dopo 300 milioni e rotti di morti nel XX secolo ancora che crediamo che possiamo fidarci dei nostri istinti! Potevamo illuderci che erano i carriarmati e lo stato totale che distruggevano milioni di vite, salvo poi vedere due milioni di tutsi fatti a pezzi col solo machete.

Purtroppo non c'è nulla di naturale nel non-uccidere. Si può credere che tutti, tranne suicidi e masochisti, siano favorevoli a tenersi il principio per sè, ma non c'è nulla di naturale o di logico nell'estenderlo a tutti. E bastano dieci o vent'anni di propaganda per trasformare un Goethe in un Mengele, tanto ci è "naturale" non uccidere.

Certo, nessuno si permetterebbe di dire che uccidere in sè è un bene al giorno d'oggi, anche se poi ci sarà chi è favorevole alla pena di morte, chi all'aborto, chi alle guerre. E si chiedono: "ma uccidere un ostaggio se è usato come scudo umano?" o "e bombardare una postazione missilistica sul tetto di un asilo?". Ecco se non sono zone grigie queste... in fin dei conti, dare valore d'uomo a cellule fecondate, feti, embrioni, neonati o solo maschi bianchi... è una scelta, non un fatto naturale.

C'è un motivo per cui argomentativamente pochi difendono apertamente l'omicidio: è un principio morale di successo, e nessuno lotta contro di esso. Un po' come la democrazia: anche Mussolini diceva di essere l'apoteosi della democrazia, "qualitativa" e non "quantitativa", e Cardini scrive, in ginocchio, che Khomeini ha creato una democrazia in Iran. Tutti democratici? Tutti a favore dei diritti dell'uomo?

No. Solo idee diffuse, "id quod plerumque accidit", ciò che accade la maggior parte delle volte, cioè una convergenza storica su determinati valori che osserviamo in una data società. Che alcuni fanno finta di accettare, altri sfruttano per i propri fini, e che la maggior parte sinceramente accetta, salvo prova contraria.

In altre società accettavano diritti consuetudinari, come accettavano sacrifici umani. Tutto qui: nulla di naturale. Quello che è universale è che dobbiamo scegliere. E che la libertà di scelta non si accompagna alla libertà dalle conseguenze delle nostre, e altrui scelte. E che la realtà non è molle creta da forgiare, posta a servizio dei nostri desiderata.
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categoria:storia, filosofia, filosofia politica
venerdì, 31 agosto 2007
Tra gli integralisti che pensano che l'Islam sia un problema in sè, la vittoria dei Veneziani e degli Spagnoli a Lepanto è (giustamente) considerata un evento importante nella storia Europea. Quasi contemporaneamente (fine XVI secolo), la flotta Spagnola, chiamata "Invicibile Armada", nel tentativo di invadere l'Inghilterra, veniva sconfitta. Non è forse questo un altro evento fondamentale per l'Occidente?

D'altra parte, l'aiuto dato dai Francesi ai Turchi contro gli Asburgo d'Austria viene considerata un tradimento della cristianità (Kissinger, cattivone, la chiama "raison d'etat"); ma le richieste di aiuto degli Scià di Persia alle potenze europee contro l'Impero Ottomano dono qualcosa di diverso?

Gli interessi collettivi sono in genere solo propaganda: non esistono società omogenee e con interessi comuni, senza struttura e conflitti interni. Non c'è motivo di credere che una guerra tra Spagna e Inghilterra sia solo una guerra, mentre 15 terroristi islamici contro un grattacielo americano sono una guerra di civiltà.

In entrambe i casi si tratta di guerre, tra due polity che ritengono i propri fini non compatibili e che decidono di confrontarsi violentemente. Nulla di speciale.
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categoria:storia, politica internazionale, islam