mercoledì, 11 marzo 2009
Io non so - anche se spesso il dubbio mi viene - se il Papa preferirebbe un mondo di fanatici islamici, come argomenta Gregorj, o un mondo completamente agnostico. Forse è un'esagerazione, forse no: io non leggo nella mente delle persone, e a dir la verità l'argomento mi interessa poco e non leggo in genere neanche ciò che le persone scrivono a riguardo.

Però esistono validi motivi per ritenere che in generale, una persona religiosa abbia molto di più in comune con un'altra persona di differente fede, piuttosto che con un agnostico come me.

Fino a pochi secoli fa il Cristianesimo era l'unica "ideologia*" dell'Occidente, cioè l'unico insieme di credenze, miti, valori, idee, ideali che giocava un ruolo centrale nella vita e nella cultura dei paesi occidentali.

Le cose hanno cominciato a cambiare con i "Lumi": nelle parole di Glucksmann ("La terza morte di Dio"), si è sostituito a Dio qualcos'altro, ma si è lasciato il trono di Dio dov'era. In sostanza, concetti come assolutezza, perfezione, onnipotenza sono rimasti, ma a riempire il vuoto lasciato da Dio si sono create nuove divinità: la ragione, il popolo, la democrazia, la scienza, la razza, la classe, l'ambiente.

La mentalità fideistica è rimasta, ma Dio è stato trasferito dall'aldilà all'aldiquà, con esiti infausti (si pensi alle tre rivoluzioni socialiste: Francese, Bolscevica e Nazista e ha tutto il sangue che hanno fatto scorrere, o a tutte le idiozie che sono state dette e credute in nome della Ragione e della Scienza).

Io preferisco di gran lunga un assoluto impalpabile ad uno contingente: meglio spostare la sete di assoluto sull'invisibile che nella storia. Peccato che la mentalità fideistica si presta naturalmente ad essere usata come strumento di potere: il passaggio tra credere all'autorità che parla di cose invisibili a credere all'autorità che parla di cose visibili non è un "quantum leap", ma una questione di grado. L'obbedienza e l'abitudine a credere senza pensare (senza pensare ai fondamenti, ovviamente, al resto ovviamente ci si pensa, anche se secondo gli atei razionalisti non è vero) non può quindi facilmente essere neutralizzata dallo spostare questi desideri oltre la Storia, perché chi ha il potere cercherà di capitalizzarlo per ottenere vantaggi nella Storia. Si pensi a questo articolo di Quagliarello sul diritto naturale, tentativo di trasformare un mito (il diritto naturale) in potere politico reale.

Ora supponiamo che ci sia una rivoluzione antropologica: domani tutti gli uomini diventano come me. Si perde completamente interesse per l'invisibile e l'indimostrabile (ovviamente si può avere interesse per l'invisibile dimostrabile e per l'indimostrabile visibile), non si accetta nulla come atto di Fede (ovviamente è necessario avere "ipotesi di lavoro" e una "teoria della giustizia" per poter agire nel mondo reale), e si usa la ragione al massimo grado (fermo restando che la ragione di per sé può veramente poco quando si tratta di giudizi di valore, che sono necessari).

In questo modo, non solo Dio, non solo le divinità artificiose create negli ultimi secoli, ma il  suo stesso "trono", cioè l'idea stessa di assoluto, di perfezione, di onnipotenza, verrebbe a mancare: una volta che questi concetti diventano frutto di un'astrazione che esiste solo nelle nostre menti, di fatto la base culturale della religione (il platonismo) sparirebbe.

E' molto più probabile che un comunista diventi cattolico piuttosto che lo diventi un agnostico, di conseguenza è verosimile che la Chiesa preferisca un mondo di religioni e/o ideologie (non faccio differenza tra le due cose) piuttosto che un mondo post-platonico come quello che esiste solo nella mia testa (e in quella di Glucksmann, e di diversi lettori di questo blog).

Non so se è antropologicamente possibile una tale rivoluzione. Forse ha ragione il cattolico Chesterton, quando dice che "il problema di non credere in Dio non è il non credere più in nulla, ma il credere a tutto". Forse gli uomini hanno bisogno di credere in qualcosa, Dio, l'ambiente, o la patria che sia.

Per un liberale non è necessario (e a me non me ne frega niente) che tutto questo venga a mancare: per un liberale basta che queste costruzioni astratte non uccidano altri uomini: va bene che si creda in Maometto, ma che non si punisca l'apostasia; che si dia retta al Papa, ma che non si discriminino i valdesi; che si creda all'uguaglianza, ma che non la si imponga per legge. L'importante non è non credere, ma non commettere crimini (anche se certi crimini necessitano di una fede strabiliante per poter essere compiuti).

Però è logicamente possibile che si possa fare a meno di questi concetti, e un mondo del genere sarebbe terribile per chi cerca di convincere gli altri dell'esistenza di assoluti. In questo senso, reputo probabile che piuttosto di vivere in un mondo di agnostici, le autorità religiose preferiscano le altre ideologie e le altre religioni.

* Per ideologia intendo un sistema di valori e di teorie sul mondo sociale. Non c'è nulla di sminuente a chiamare "ideologia" la religione. Ovviamente la religione dice di essere anche altro, e per chi ci crede indubbiamente lo è, ma non è quest'altro che mi interessa. A me interessa il potere di muovere gli uomini, che istintivamente reputo pericoloso (ma non sempre è così, ovviamente).

PS La prima frase era sbagliata e l'ho cambiata, c'era scritto che Gregorj diceva il contrario di quello che dice.
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categoria:storia, islam, liberalismo, filosofia politica
martedì, 09 dicembre 2008
Il libro di Frei faceva parte di una collana di libri di storia pubblicati una ventina di anni fa in Germania. La collana ha la caratteristica di basarsu sull'analisi di un particolare evento storico, per attirare l'attenzione dei lettori, con l'aggiunta di altre analisi e di un'appendice documentale.

Per questo motivo il libro ha una struttura strana. Inizia da un'analisi dei fatti del Giugno 1934, che portarono alla liquidazione della sinistra (tutta la dirigenza delle SA) e della destra (i conservatori tradizionalisti aristocratici) che inizialmente avevano fatto parte (le SA) o avevano supportato (i conservatori) l'ascesa del regime nazista, e alla concentrazione del potere nelle mani di Hitler.

Dopodichè, si passa a quattro capitoli sull'evoluzione politica del nazismo: la formazione, il consolidamento e la radicalizzazione del regime, per finire con una breve analisi sul ruolo del Fuehrer. Infine, ci sono diversi documenti, che ho visto solo in parte.

Il libro è interessante e ci sono diversi punti sorprendenti, e altri su cui ho qualche dubbio perchè avevo informazioni diverse. Ma la mia ben nota ignoranza in Storia mi impedisce di fare un'analisi comparata.

Tra le cose sorprendenti, devo dire di aver commesso l'errore di prendere troppo sul serio i signoraggisti. L'anno scorso avevo letto alcune analisi "economiche", si fa per dire, della politica monetaria hitleriana, e avevo immaginato che la Reichsbank, la banca centrale tedesca, amministrava la politica monetaria senza il sostegno delle banche commerciali. La cosa aveva due evidenti problemi, che rendevano la cosa impossibile: la prima è che un'autorità centrale non può gestire efficientemente l'allocazione delle risorse creditizie; la seconda è che iniettare liquidità tramite spese pubbliche alimenta il consumo e quindi mina le basi della crescita, tramite un forte crowding out degli investimenti.

Ecco la soluzione: per favorire l'industrializzazione, il regime hitleriano elargiva credito direttamente alle grandi industrie pesanti, tramite monetizzazione dei loro asset. La Mefo, Metallurgische Forschungsgemeinschaft, era una società che aveva un canale diretto con la Reichsbank, che ne scontava automaticamente la carta commerciale. Bernanke sta provando la stessa cosa in America.

Ho inoltre scoperto l'origine del mito secondo il quale il movimento sionista era favorevole allo sterminio degli ebrei, patetica idiozia che avevo già sentito da qualche parte. Lo sterminio effettivo degli ebrei non iniziò prima della Guerra, mentre prima c'erano solo violenze occasionali e una discriminazione legale molto ampia. La stessa notte dei cristalli, nel 1938, uccise "solo" 91 persone: nulla rispetto agli anni successivi.

Pochi mesi dopo, nel Novembre 1938, ci fu l'abolizione di un trattato con un'organizzazione sionista, tesa a cacciare 30,000 ebrei verso la Palestina (successivamente si fecero anche piani per espatriarli verso il Madagascar, mentre libertari come Kinsella, più di recente, hanno proposto, almeno in parte scherzosamente, piani per espatriarli verso l'Arizona). Questo trattato, il trattato di Haavara, era solo la versione moderata della soluzione finale: dopo si passò a mezzi più radicali.

Altre cose invece non mi hanno stupito per niente: il regime godeva delle simpatie della popolazione, soprattutto dei piccoli intellettuali e dei piccoli commercianti che guadagnavano dalla repressione degli intellettuali maggiori, quando ebrei o antinazisti, e delle catene di distribuzione, spesso di proprietà ebrea; molti nazisti della seconda ora provenivano dal partito comunista, senza che ciò implicasse il minimo "tradimento" (come insegna Hoffer); anche il partito social-democratico aveva una milizia paramilitare durante la Repubblica (come afferma Mises).

L'aspetto critico del libro sono le analisi economiche. Uno storico dovrebbe conoscere tutte le teorie sociali: senza queste, potrebbe fare cattiva storiografia, ma mai storia. Purtroppo, il non capire bene queste teorie fa entrare molti pregiudizi e luoghi comuni nell'analisi.

Così, ad esempio, l'autore si stupisce che la ripresa economica metteva pressione sui salari nonostante l'eliminazione del movimento sindacale, come se i salari fossero una conseguenza della contrattazione e non un fenomeno di mercato. Poi, afferma che è stato il deficit spending a far riprendere l'economia tedesca, senza però notare che fu probabilmente la MeFo, cioè l'inflazione del credito, a facilitare la ripresa, e non certo le "soluzioni" keynesiane, all'epoca tra l'altro già praticate in tutto il mondo.

Per questo motivo dal libro non si riesce a capire se il sistema tedesco fosse un socialismo vero e proprio, in cui il pianificatore centrale decideva l'allocazione delle risorse, o una forma di capitalismo di stato, non molto dissimile dall'Italia democristiana. L'idea di Mises, che di economia ne capiva, era che l'economia tedesca fosse di tipo socialista: l'imprenditore era diventato un direttore funzionale (Betriebsfuehrer) e prendeva ordini. Aveva una certa autonomia decisionale e soprattutto la speranza di rientrare in possesso dei suoi averi a crisi finita, e quindi c'era comunque un insieme di incentivi corretti a garantire un minimo di efficienza economica, cosa che nei primi esperimenti sovietici non ci fu (ma anche Lenin passò ad una reintroduzione parziale del mercato sin dagli anni '20, per gli stessi problemi).

E' comunque probabile che il regime aveva bisogno di supporto nei primi anni della sua vita, e quindi la normalizzazione della situazione, la ripresa economica, la propaganda politica, il revanscismo internazionale e la sicurezza dei cittadini erano degli obiettivi primari per il regime: per questo avevano bisogno del supporto delle grandi imprese industriali e di altre istituzioni, come del resto non potevano mettersi contro nè le chiese protestanti nè la Chiesa Cattolica. Ma era una cosa temporanea: e lo stesso Frei fa affermazioni che fanno pensare ad una presa sempre più "centralizzata" del regime sull'economia, man mano che questo si stabilizzava, oltre che la lotta per la totale depoliticizzazione di ogni alternativa plausibile al regime: le chiese, i sindacati, l'opposizione conservatrice, le SA, eccetera. Tutto come da copione.
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categoria:libri, storia
mercoledì, 22 ottobre 2008
"The inflation had pauperized the middle classes. The victims joined Hitler. But they did not do so because they had suffered but because they believed that Nazism would relieve them. That a man suffers from bad digestion does not explain why he consults a quack. He consults the quack because he thinks that the man will cure him. If he had other opinions, he would consult a doctor. That there was economic distress in Germany does not account for Nazisms success."

"L'inflazione aveva impoverito le classi medie. Le vittime appoggiarono Hitler. Ma non lo fecerò perché avevano sofferto, ma perché credevano che il Nazismo li avrebbe aiutati. Che un uomo soffre di acidità di stomaco non spiega perché consulti un ciarlatano. Consulta un ciarlatano perché pensa che lo curerà. Se avesse una diversa opinione, consulterebbe un dottore. Che ci fossero problemi economici in Germania non spiega il successo del Nazismo."


Mises, Lo stato onnipotente, 1944.

PS In poche parole, un problema ha bisogno di cattive idee per poter diventare un problema ancora più grosso.
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categoria:storia
lunedì, 13 ottobre 2008
Per mail si parlava del fatto che "i politici non sono tutti uguali", riguardo il fatto che, per quanto McCain possa far pietà ad un liberale, sarà sicuramente meno di Obama. Altri dicevano che erano tutti ugualmente criminali.

Ecco la mia pillola di buonsenso.

Ogni tanto si può scegliere tra padelle e braci (io non voterei alle politiche americane perché non capisco dove sia la padella e dove la brace, come non ho votato alle politiche italiane): non farei di tutta l'erba un fascio.

Ci sono stati periodi storici dove la padella era la cosa migliore che si potesse avere: le scelte sono tra opzioni reali*, non tra mondi ideali. Ci sono stati periodi dove addirittura un tizio come Roosevelt sembrava qualcosa di buono, rispetto alla concorrenza (Hitler) e alle alternative (Stalin).

La situazione attuale non è abbastanza drammatica da dover preferire McCain o Obama: saranno identici alla prova dei fatti, come Berlsconi e Veltroni. Ma in teoria (e a volte nella storia) accade che la scelta sia rilevante.

Tutto si può dire di Roosevelt, tranne che il suo intervento nella Seconda Guerra Mondiale non sia stato salvifico per la civiltà umana. Potrà essere stato un politico scaltro e con tendenze autoritarie e totalitarie, può aver costretto miloni di persone alla disoccupazione (risolta spendendoli in guerra), può essere stato la tomba dell'antico liberalismo americano, ora estinto. Ma non c'era nulla di meglio in giro. E questo basta per preferirlo.

* Non nel senso dei derivati finanziari.
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categoria:storia, filosofia politica
sabato, 14 giugno 2008
Il libro "the myth of national defense", di cui sto scrivendo la recensione, non è male. Ma inizia e finisce con due castronerie. Della prima ho parlato giorni fa, la seconda secondo me è completamente folle.

Huelsmann scrive: "Sparta successfully seceded from the Athenian League, a federation turned nation-state, in the Peloponnesian (guerrilla) War".

Tucidide ovviamente non è citato nella bibliografia.

Quando parlo di Storia sono conscio del mio quasi totale analfabetismo, visto che confondo le paci di Muenster e Aquisgrana e fino a sabato pensavo che Juan Peron fosse stato presidente argentino negli anni '30. Ma questa qui mi pare un'enormità: della guerra in questione ho pure letto la telecronaca... o Tucidide parlava di un'altra Guerra nel Peloponneso?

Comunque, se non ricordo male: Sparta non secedette da nulla, la Lega si chiamava "di Delo", questa non può essere considerata in nessun modo uno stato-nazione, semmai era un'alleanza egemonica, e la Guerra del Peloponneso non fu una guerra di guerriglia.

Si tratta di due righe di testo completamente folli: avrei potuto pensare ad un errore di traduzione, ma il libro è in lingua originale.

* La seconda che ho detto.
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categoria:storia
domenica, 20 aprile 2008
Questo libro è molto interessante anche se non è il tipo di libro con cui mi sento particolarmente a mio agio: c'è troppa storia di mezzo e ho sempre l'impressione che la mia scarsa preparazione in maniera mi faccia sfuggire qualcosa.

Il libro parla del pensiero radicale francese, dal XVIII secolo fino alla congiura di Babeuf dopo la Rivoluzione Francese, e mostra come alcuni tratti di pensiero siano una costante in molti fenomeni politici di stampo integralista: i nomi che mi sono venuti in mente leggendo i vari capitoli del libro sono Popper, Mises, Hayek e soprattutto Glucksmann...

Innanzitutto: cosa si intende per "democrazia totalitaria"? Anche se ho comprato il libro pensando che si occupasse della democrazia così come è oggi (totalitarismo come stato onnipresente), in realtà il libro interpreta il termine "totalitario" come movimento che cerca il potere assoluto per imporre un cambiamento radicale delle istituzioni e realizzare una qualche sorta di Paradiso Terrestre.

Perchè "democrazia" non lo so: Talmon fa una distinzione tra le democrazie totalitarie come ad esempio l'URSS e le democrazie liberali come quelle occidentali, e i totalitarismi di Destra come la Germania Nazista. Mentre alla luce della definizione che dà di totalitarismo l'esclusione delle democrazie liberali è ovvia, la distinzione tra Nazismo e Comunismo non mi sembra significativa: per Talmon il secondo ha tendenze universalistiche e nasce comunque col mito della Volontà Generale (da Mably a Babeuf, molti radicali erano comunisti).

Prima di perdermi nelle divagazioni spendo due parole sulla struttura del libro: la prima parte parla delle premesse culturali e teoriche della Rivoluzione Francese, focalizzandosi su Rousseau e su altri autori meno noti come Morelly, Mably, Seyes; la seconda parte parla della Rivoluzione, focalizzandosi sul Giacobinismo, soprattutto Robespierre e Saint-Just; la terza parte parla del pensiero di Babeuf e della Congiura degli Eguali, un tentativo fallito di riportare in auge i valori egalitari e comunistici della Rivoluzione dopo la caduta del Giacobinismo.

Veniamo ai tratti fondamentali di questo tipo di movimenti.

* La volontà generale è sovrana, ma non è la volontà del popolo: il popolo è corrotto dal Feudalesimo e dalla proprietà privata e non sa giudicare, l'avanguardia deve guidare il popolo.

* La società è un insieme atomizzato di individui che si trovano di fronte al Potere come atomi, del tutto indifferenziati, senza distinzioni e strutture sociali come le classi, le professioni... questa visione è centralistica, atomizzante e totalitaria, in quanto nega che esista una struttura sociale, anzi, la distrugge alla radice. Da qui Talmon fa l'interessante commento che dall'individualismo iniziale al comunismo totale il passaggio non era enorme.

* Il costruttivismo: la società si può rifare da capo, anzi deve essere ricostruita da capo, in quanto corrotta, e ciò è possibile. Le soluzioni ai problemi sociali sono semplici, e se esistono problemi sociali è perchè il Potere corrotto non vuole risolverli, anzi li causa. Siccome la soluzione è semplice, la diversità di opinioni è inammissibile. Prendete nota: chi propone soluzioni semplici in politica è quasi sicuramente un idiota.

* Il manicheismo e il nefas integralista+: il mondo ha già raggiunto il grado massimo di corruzione e l'ingiustizia è insopportabile, quindi ogni strumento è giustificato per finire questo orrore.

* Il potere assoluto, necessario per creare una società completamente nuova da zero, ed eliminare tutti gli ostacoli sulla strada verso il Paradiso Terrestre.

* La necessità di una religione civile, perchè della religione bisogna prendere il potenziale di mobilitazione e il fideismo, ma bisogna sostituire Dio con qualcos'altro, con la "nazione", nel caso dei rivoluzionari francesi.

* Il Terrore, come strumento di rigenerazione sociale, come strumento per legare assieme i rivoluzionari (una sorta di solidarietà nel nefas, di cui parla anche Glucksmann). Un Terrore inizialmente "utilitaristico", tattico, e poi in realtà interminabile, visto che il fine, il Paradiso Terrestre, non arriva mai.

Viene da chiedersi cosa abbiano inventato Marx e Lenin che già non esisteva in precedenza...

Il libro non è facile da capire ma è illuminante. La mia opinione "istintiva" è che ciò che viene dalla Francia deve fare quasi necessariamente schifo... poi penso a Toqueville, a Bastiat, a Constant e mi modero... però... quelli si mangiano pure le rane!!! Che schifo...

+ Secondo Glucksmann, che riprende, pur ribaltandola, la tripartizione di Seneca della struttura della tragedia classica, il nefas (il terzo elemento della tragedia, quello educativo) diventa una sorta di nichilismo distruttivo in cui tutto è permesso. E' il grado finale dello sradicamento dalla realtà degli integralisti.
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categoria:libri, storia, filosofia, filosofia politica
venerdì, 04 aprile 2008
Mi sono avventurato in un terreno che non è il mio (ehm... circuiti integrati analogici e mixed-signal) in un commento su Movimento Arancione ad un articolo di Ismael su un libro di Zanotto "Cattolicesimo, protestantesimo e liberalismo".

Riporto il commento:

"Non mi intendo di teologia comparata nè di storia culturale dell'Europa, però un problema nelle interpretazioni storiche in stile "catholic pride" è che non esiste evidenza storica che i paesi cattolici abbiano fatto qualcosa di liberale. Sarebbe strano che un pensiero politico-filosofico così liberale non abbia dato alcun risultato liberale di nessun tipo ovunque sia stato egemone, mentre il monopolio delle istituzioni liberali storicamente esistenti ce l'hanno i paesi anglo-sassoni (Inghilterra col sui Commonwealth, gli Stati Uniti soprattutto, e forse anche l'Olanda).

Inoltre qual è l'effettivo peso della Scuola di Salamanca nella cultura cattolica? Si sa che San Tommaso ha diversi spunti proto-liberali nel suo pensiero, e la Scuola di Salamanca è addirittura antesignana di certe tesi della Scuola Austriaca, sebbene quest'ultima sia integralmente laica (mai neanche il più piccolo riferimento al cristianesimo in nessuna opera, se non le critiche in Socialismo di Mises e alcune note del tardo Rothbard, quello paleo-lib, in opere di carattere politico). Ma che degli sconosciuti senza peso abbiano scritto dei libri sulla moneta e sui prezzi nel '500 non prova granchè...

Probabilmente è legato al fatto che non è l'escatologia che fa la Storia: è l'accidente storico che fa la libertà. Dove non c'è monopolio politico ci sono lotte di potere: a volte da queste fuoriesce un ordine sociale liberale, il cui esito è un equilibrio tra rapporti di forza di gruppi contrapposti organizzati. Questa interpretazione realista, Jouveneliana, dei processi storici che hanno portato a società liberali la dovrò approfondire, ma almeno non contraddice l'evidente mancanza di istituzioni liberali nei paesi di impostazione cattolica, soprattutto la Spagna.

Per quanto riguarda l'Illuminismo, prima di tutto direi che non c'è nulla di liberale nel pensiero francese salvo alcuni intellettuali come Tocqueville o Constant. Che abbia quindi avuto conseguenze gravi nella Storia occidentale è fuori dubbio, ma cosa prova? In fin dei conti la Francia non era protestante...

Anche se non mi sono mai addentrato nella letteratura non vedo ragioni a priori per credere in uno stretto legame tra cattolicesimo e liberalismo, nè in un verso nè nell'altro.

Il liberalismo non è nè cattolico nè protestante: è anglosassone. E le cause vanno cercate nelle condizioni giuridiche e politiche e sociali ed economiche e militari della Gran Bretagna, secondo me."
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categoria:storia, liberalismo, libertarismo, filosofia politica
venerdì, 08 febbraio 2008
Durante le guerre napoleoniche l'Inghilterra aveva problemi di commercio. L'inghilterra esportava manufatti e importava derrate alimentari. La guerra ridusse esportazioni e importazioni. Ciò aumento la rendita della terra, perchè l'aumento dei prezzi dei generi alimentari costrinse a coltivare anche terre precedentemente submarginali (da ciò deriva la teoria della rendita di Ricardo). Finita la guerra il commercio si normalizzò e le rendite cominciarono a scendere di nuovo. Siccome i proprietari terrieri erano influenti politicamente, però, misero le tasse sul grano per impoverire tutti a loro vantaggio. L'abolizione di tali leggi è una delle conquiste del liberalismo.

Ne parlano Krugman e Obstfeld in "International Economics". La cosa mi ha ricordato un altro fatto, che non ricordo dove ho letto.

Durante una peste medievale la popolazione diminuì molto, credo di più del 20%. Di conseguenza, i salari dei braccianti agricoli aumentarono per via della maggiore scarsità di forza-lavoro. I proprietari terrieri, per evitare di dover pagare di più, fecero passare delle leggi che impedivano o comunque rendevano più difficile cambiare datore di lavoro (non ricordo granchè i dettagli).

Cosa è cambiato in epoca di legislazione sul lavoro e sindacati e democrazia di massa? Poco o nulla. Le politiche sindacali continuano a causare disoccupazione (e anche sottoccupazione) per milioni di lavoratori a vantaggio dei lavoratori di serie A, oltre che dei sindacalisti stessi. L'inflazione continua ad essere pagata da tutte le persone a reddito fisso, anche se viene spesso usata per finanziare qualche contentino socio-assistenziale.

Il problema è essenzialmente questo: finchè lo stato è una cosa di pochi, è possibile avvantaggiare quei pochi a danno del resto della società senza grossi problemi. Ma, essendo gran parte delle politiche improduttive, e spesso addirittura dannose, non è possibile attraverso la politica dare di più a tutti, o perlomeno ad una cospicua fetta della popolazione. Alla fine quindi la scelta è tra (a) dare privilegi ingiusti a tutti, facendo sì che i danni complessivi superino i benefici complessivi per tutti o quasi; (b) dare privilegi a pochi, cosa che tutti considereranno ingiusta ma è meno dannosa della prima; (c) togliere i privilegi ingiusti a tutti.

La democrazia ideale è (a), anche se la realtà spesso assomiglia a (b), visto che Fiat e sindacati contano più della casalinga di Voghera. Il liberalismo tende ad essere (c). I motivi per cui per la democrazia illimitata è difficile realizzare (c) sono stati analizzati in un post recente sui vari problemi delle procedure di scelta politiche.
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categoria:storia, liberalismo, teoria politica
domenica, 21 ottobre 2007
Finisco con un copia-incolla con critica puntuale delle sbavature più evidenti del testo.

"Il Trattato di Versailles aveva imposto al popolo tedesco risarcimenti che lo avevano distrutto"

Dopo quattro anni di guerra totale, dar la colpa solo ai risarcimenti è un po' troppo. I risarcimenti erano in effetti notevoli, e sicuramente i tedeschi avrebbero dovuto lavorare a lungo per pagarli, anche se le rate furono tagliate e posticipate più volte. La ricostruzione di Wikipedia è probabilmente più realistica e affidabile. Si noti che non era un miracolo di Hitler se Weimar dopo l'iperinflazione si era ripresa bene, visto che l'economia era forte sin da dopo il 1923 (com'è tipico di ogni fine crisi monetaria, se non ci si mettono di mezzo i F. D. Roosevelt). Si noti anche la nota di Taylor sull'insufficienza delle riparazioni a distruggere l'economia tedesca (anche Mises era della stessa opinione).

"La speculazione sul marco tedesco aveva provocato il suo crollo, affrettando l’avvento di uno dei fenomeni d’inflazione più rovinosi della modernità."

Il governo tedesco decise di stampare moneta per finanziare il debito pubblico, probabilmente dovuto alle riparazioni di Versailles, le persone persero fiducia nel valore della moneta che usavano, e rifiutarono di detenerla, preferendole tutto ciò che conservasse valore meglio della moneta. La crescente offerta provocava una diminuita domanda, e i problemi conseguenti a questa spirale inflazionistica provocavano nuove spinte verso un'ulteriore aumento dell'offerta. Tutto qua: "speculazione" è soltanto il termine in neo-lingua per evitare di dire "è colpa dei politici". L'iperinflazione un rincorrersi di offerta (che sale) e domanda (che scende) che rende il valore della moneta nullo, e quindi i prezzi infiniti... ciò espelle la moneta dalla circolazione.

"Nulla di simile era mai accaduto in precedenza: la totale distruzione di una moneta nazionale"

L'iperinflazione era già accaduta in passato. Durante la Rivoluzione Francese, e durante la Guerra Civile Americana (i "greenbacks" di cui si parla). Ovviamente nulla di paragonabile, ma solo perchè lo stato non aveva lo stesso controllo sulla moneta che ha poi conseguito col totalitarismo del XX secolo. Contemporaneamente alla Germania, ci fu l'iperinflazione Austro-Ungarica. Episodi di iperinflazione successivi si sono avuti nella Russia post-comunista, nella Jugoslavia post-comunista e, al giorno d'oggi, in Zimbabwe. Si tratta di un qualcosa di relativamente frequente, anche se l'entità e la frequenza di questi eventi è aumentato nel XX secolo.

"Hitler e i Nazional Socialisti, che arrivarono al potere nel 1933, si opposero al cartello delle banche internazionali iniziando a stampare la propria moneta"

Cosa che facevano pure a Weimar, altrimenti non ci sarebbe stata iperinflazione... si noti che l'iperinflazione non ha nessun legame necessario con la moneta-credito: la si può ottenere, anzi, nei libri di Macroeconomia e in quelli di Mises è descritta, come conseguenza della stampa di banconote, e non della monetizzazione del debito, perchè storicamente così è avvenuta. Probabilmente può accadere in entrambi i modi.

"I lavoratori spendevano poi i certificati in altri beni e servizi, creando lavoro per altre persone."

Sembra la pubblicità della Confesercenti: l'economia cammina con te... butta i tuoi soldi nel consumismo più sfrenato! Non è così: si confonde la circolazione monetaria con la produzione di beni e servizi. La velocità di circolazione con la moneta non è direttamente legata alla produzione: la cosa è evidente se si considera la moneta neutrale. Nel caso reale, di moneta non neutrale, la situazione è complessa, ma confondere i due concetti non aiuta certo a far chiarezza.

"Nell’arco di due anni, il problema della disoccupazione era stato risolto e il paese si era rimesso in piedi. Possedeva una valuta solida e stabile, niente debito, niente inflazione, in un momento in cui milioni di persone negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali erano ancora senza lavoro e vivevano di assistenza."

Si dia un'occhiata alla teoria dell'interventismo di Mises, e ai problemi che l'interventismo comporta, e che creano una reazione a catena che porta al socialismo. L'interventismo è irrazionale e lo si vede subito, il socialismo è impossibile ma ci vuole tempo per rendersene conto. L'interventismo è socialismo con la vaselina. Diciamo che F. D. Roosevelt capiva più di Hitler di politica... non bisogna mai dimenticare la vasella! Per quanto riguarda la soluzione del problema disoccupazione, si noti che Hitler istituì il servizio sociale obbligatorio nazionale, il Reichsarbeitsdienst: che scoperta!, quindi, gli schiavi non conoscono disoccupazione... ah... dimenticavo la riduzione in schiavitù degli slavi, che salvò dalla bancarotta l'economia tedesca per tutta la WWII...

"Questo sistema di scambio diretto avveniva senza creare debito né deficit commerciale."

Qualsiasi scambio pronti contro pronti non crea deficit: se si scambiano mele e pere non ci si indebita; se si scambiano mele e moneta e poi moneta e pere neppure. Le transazioni creditizie, inoltre, sono una necessità economica, far finta che se ne possa fare a meno è cattiva economia. Per non fare deficit commerciale basta investire la stessa quantità che si risparmia, senza chiedere all'estero nuovi risparmi. Comunque non è necessaria questa uguaglianza. Allo stato attuale, i più indebitati del mondo sono gli USA, e non credo siano in questo stato per una cospirazione dei banchieri internazionali (ah no, lì è la lobby ebraica di Mearsheimer che vende mutui subprime ai bambini davanti alle scuole!).

"Schacht replicò: “Lei dovrebbe venire a Berlino. Lì non abbiamo denaro. E’ questo il vero modo di gestire un sistema bancario”"

Neanche tra i polinesiani si può fare a meno di moneta... anche qui, da quel poco che sono riuscito a ricostruire le cose non stanno come dice l'autrice.

"questo fu probabilmente il motivo principale per cui Hitler doveva essere fermato; egli era riuscito a scavalcare i banchieri internazionali e a creare una propria moneta. Makow cita un interrogatorio del 1938 di C. G. Rakovsky, uno dei fondatori del bolscevismo sovietico e intimo di Trotzky, che finì sotto processo nell’URSS di Stalin. Secondo Rakovsky, l’ascesa di Hitler era stata in realtà finanziata dai banchieri internazionali, attraverso il loro agente Hjalmar Schacht, allo scopo di tenere sotto controllo Stalin, che aveva usurpato il potere al loro agente Trotzky. Ma Hitler era poi diventato una minaccia anche maggiore di quella rappresentata da Stalin quando aveva compiuto l’audace passo di iniziare a stampare moneta propria."

Ma Schacht prima non diceva... vabbè. Lasciamo perdere le storielle. Usare come fonte storiografica sincera un interrogatorio del KGB, poi...

"[Hitler] si era impadronito del privilegio di fabbricare il denaro, e non solo il denaro fisico, ma anche quello finanziario; si era impadronito dell’intoccabile meccanismo della falsificazione e lo aveva messo al lavoro per il bene dello stato... se questa situazione fosse arrivata a infettare anche altri stati... potete ben immaginarne le implicazioni controrivoluzionarie."

Si comincia a partire per tangenti complottiste e ricostruzioni storiche alla "io ho sentito che lui ha detto che gli altri gli hanno riferito"...

"il Terzo Reich riuscì a trasformare una Germania in bancarotta, privata perfino di colonie da poter sfruttare, nell’economia più forte d’Europa, in soli quattro anni, ancor prima che iniziassero le spese per gli armamenti"

Perchè gli armamenti avrebbero dovuto facilitare il rafforzamento economico? Il solito spendere e spandere per far girare l'economia? Bisognerà vietare alla Confesercenti di fare pubblicità-regresso, diamine!

"ma nel complesso mondo dell’economia le cose non sono come sembrano. La crisi finanziaria di Weimar ebbe inizio con gli impossibili obblighi di risarcimento imposti dal Trattato di Versailles."

Come è scritto su tutti i libri di Macroeconomia, questi sconosciuti!, il signoraggio in genere è dovuto al tentativo di finanziare il debito pubblico. Nulla di nuovo... ma che bello inventarsi aloni di segretezza e cospirazione.
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categoria:economia, storia
lunedì, 15 ottobre 2007
Questo articolo mi è stato mandato la settimana scorsa. Direi che non ne condivido quasi neanche una virgola. Tre post seguiranno: il primo prenderà in considerazione soltanto alcuni punti tecnici secondari, palesi sviste presenti nell'articolo che non inficiano più di tanto quanto affermato dall'autrice, anche se gettano qualche dubbio sulla sua competenza; il secondo post riguarda un sistema monetario generico, come tentativo di interpretare le affermazioni dell'autrice, e comprendere il ruolo della moneta nell'economia; l'ultimo post riguarderà un sistema bi-monetario come quello che Hitler usò effettivamente per eliminare il debito senza distruggere l'economia.

Non è la prima volta che mi imbatto in would-be-monetary-theorists (in romano "te piacerebbe esse' 'n teorico monetario"), e quindi ho un po' di esperienza in proposito, diretta, come would-be-economist, e indiretta, per via di diverse letture, ma nonostante ciò capire i dettagli del funzionamento di un sistema monetario è molto difficile, e non credo sia solo colpa mia.

Dopo questo articolo, e dopo il libro di Margrit Kennedy sulla moneta, per togliermi dalla testa il pensiero che la moneta è cosa da uomini, e che le donne dovrebbero pensare ad altre cose, penso che dovrò comprarmi la Storia monetaria USA di Milton Friedman e Anna Schwarz...

Aggiungo che, sebbene quasi tutte le critiche saranno di tipo economico, non per questo la ricostruzione storica mi convince. E' solo che in storia sono interamente analfabeta, in economia almeno sono semi-alfabetizzato e qualcosa da dire ce l'ho!

Comunque, questo è l'articolo:

COME LA GERMANIA IN BANCAROTTA RISOLSE I SUOI PROBLEMI ECONOMICI
di Ellen Brown
dal sito http://www.webofdebt.com/
Traduzione di Gianluca Freda

Non siamo stati così sciocchi da creare una valuta [collegata all’] oro, di cui non abbiamo disponibilità, ma per ogni marco stampato abbiamo richiesto l’equivalente di un marco in lavoro o in beni prodotti... ci viene da ridere tutte le volte che i nostri finanzieri nazionali sostengono che il valore della valuta deve essere regolato dall’oro o da beni conservati nei forzieri della banca di stato”.

(Adolf Hitler, citato in “Hitler’s Monetary System”, http://www.rense.com/, che cita C. C. Veith, Citadels of Chaos, Meador, 1949)

Quello di Guernsey non fu l’unico governo a risolvere i propri problemi infrastrutturali stampando da solo la propria moneta. (Vedi E. Brown, "Waking Up on a Minnesota Bridge," www.webofdebt.com/articles/infrastructure-crisis.php, del 4 agosto 2007). Un modello assai più noto si può trovarlo nella Germania uscita dalla Prima Guerra Mondiale. Quando Hitler arrivò al potere, il paese era completamente, disperatamente in rovina. Il Trattato di Versailles aveva imposto al popolo tedesco risarcimenti che lo avevano distrutto, con i quali si intendeva rimborsare i costi sostenuti nella partecipazione alla guerra per tutti i paesi belligeranti. Costi che ammontavano al triplo del valore di tutte le proprietà esistenti nel paese. La speculazione sul marco tedesco aveva provocato il suo crollo, affrettando l’avvento di uno dei fenomeni d’inflazione più rovinosi della modernità. Al suo apice, una carriola piena di banconote, per l’equivalente di 100 miliardi di marchi, non bastava a comprare nemmeno un tozzo di pane. Le casse dello stato erano vuote ed enormi quantità di case e di fattorie erano state sequestrate dalle banche e dagli speculatori. La gente viveva nelle baracche e moriva di fame. Nulla di simile era mai accaduto in precedenza: la totale distruzione di una moneta nazionale, che aveva spazzato via i risparmi della gente, le loro attività e l’economia in generale. A peggiorare le cose arrivò, alla fine del decennio, la depressione globale. La Germania non poteva far altro che soccombere alla schiavitù del debito e agli strozzini internazionali.

O almeno così sembrava. Hitler e i Nazional Socialisti, che arrivarono al potere nel 1933, si opposero al cartello delle banche internazionali iniziando a stampare la propria moneta. In questo presero esempio da Abraham Lincoln, che aveva finanziato la Guerra Civile Americana con banconote stampate dallo stato, che venivano chiamate “Greenbacks”. Hitler iniziò il suo programma di credito nazionale elaborando un piano di lavori pubblici. I progetti destinati a essere finanziati comprendevano le infrastrutture contro gli allagamenti, la ristrutturazione di edifici pubblici e case private e la costruzione di nuovi edifici, strade, ponti, canali e strutture portuali. Il costo di tutti questi progetti fu fissato a un miliardo di unità della valuta nazionale. Un miliardo di biglietti di cambio non inflazionati, chiamati Certificati Lavorativi del Tesoro. Questa moneta stampata dal governo non aveva come riferimento l’oro, ma tutto ciò che possedeva un valore concreto. Essenzialmente si trattava di una ricevuta rilasciata in cambio del lavoro e delle opere che venivano consegnate al governo. Hitler diceva: “Per ogni marco che viene stampato, noi abbiamo richiesto l’equivalente di un marco di lavoro svolto o di beni prodotti”. I lavoratori spendevano poi i certificati in altri beni e servizi, creando lavoro per altre persone.

Nell’arco di due anni, il problema della disoccupazione era stato risolto e il paese si era rimesso in piedi. Possedeva una valuta solida e stabile, niente debito, niente inflazione, in un momento in cui milioni di persone negli Stati Uniti e in altri paesi occidentali erano ancora senza lavoro e vivevano di assistenza. La Germania riuscì anche a ripristinare i suoi commerci con l’estero, nonostante le banche estere le negassero credito e dovesse fronteggiare un boicottaggio economico internazionale. Ci riuscì utilizzando il sistema del baratto: beni e servizi venivano scambiati direttamente con gli altri paesi, aggirando le banche internazionali. Questo sistema di scambio diretto avveniva senza creare debito né deficit commerciale. L’esperimento economico della Germania, proprio come quello di Lincoln, ebbe vita breve; ma lasciò alcuni durevoli monumenti al suo successo, come la famosa Autobahn, la prima rete del mondo di autostrade a larga estensione (1).

Di Hjalmar Schacht, che era all’epoca a capo della banca centrale tedesca, viene spesso citato un motto che riassume la versione tedesca del miracolo del “Greenback”. Un banchiere americano gli aveva detto: “Dottor Schacht, lei dovrebbe venire in America. Lì abbiamo un sacco di denaro ed è questo il vero modo di gestire un sistema bancario”. Schacht replicò: “Lei dovrebbe venire a Berlino. Lì non abbiamo denaro. E’ questo il vero modo di gestire un sistema bancario” (2).

Benché Hitler sia giustamente citato con infamia nei libri di storia, egli fu piuttosto popolare presso il popolo tedesco, almeno nei primi tempi. Stephen Zarlenga, in The Lost Science of Money, afferma che ciò era dovuto al fatto che egli salvò temporaneamente la Germania dalle teorie economiche inglesi. Le teorie secondo le quali il denaro deve essere scambiato sulla base delle riserve aurifere in possesso di un cartello di banche private piuttosto che stampato direttamente dal governo (3). Secondo il ricercatore canadese Henry Makow, questo fu probabilmente il motivo principale per cui Hitler doveva essere fermato; egli era riuscito a scavalcare i banchieri internazionali e a creare una propria moneta. Makow cita un interrogatorio del 1938 di C. G. Rakovsky, uno dei fondatori del bolscevismo sovietico e intimo di Trotzky, che finì sotto processo nell’URSS di Stalin. Secondo Rakovsky, l’ascesa di Hitler era stata in realtà finanziata dai banchieri internazionali, attraverso il loro agente Hjalmar Schacht, allo scopo di tenere sotto controllo Stalin, che aveva usurpato il potere al loro agente Trotzky. Ma Hitler era poi diventato una minaccia anche maggiore di quella rappresentata da Stalin quando aveva compiuto l’audace passo di iniziare a stampare moneta propria. Rakovsky affermava:

“[Hitler] si era impadronito del privilegio di fabbricare il denaro, e non solo il denaro fisico, ma anche quello finanziario; si era impadronito dell’intoccabile meccanismo della falsificazione e lo aveva messo al lavoro per il bene dello stato... se questa situazione fosse arrivata a infettare anche altri stati... potete ben immaginarne le implicazioni controrivoluzionarie” (4).

L’economista Henry C. K. Liu ha scritto sull’incredibile trasformazione tedesca:

I nazisti arrivarono al potere in Germania nel 1933, in un momento in cui l’economia era al collasso totale, con rovinosi obblighi di risarcimento postbellico e zero prospettive per il credito e gli investimenti stranieri. Eppure, attraverso una politica di sovranità monetaria indipendente e un programma di lavori pubblici che garantiva la piena occupazione, il Terzo Reich riuscì a trasformare una Germania in bancarotta, privata perfino di colonie da poter sfruttare, nell’economia più forte d’Europa, in soli quattro anni, ancor prima che iniziassero le spese per gli armamenti” (5).

In Billions for the Bankers, Debts for the People [Miliardi per le Banche, Debito per i Popoli], (1984), Sheldon Emry commenta:

Dal 1935 in poi, la Germania iniziò a stampare una moneta libera dal debito e dagli interessi, ed è questo che spiega la sua travolgente ascesa dalla depressione alla condizione di potenza mondiale in soli 5 anni. La Germania finanziò il proprio governo e tutte le operazioni belliche, dal 1935 al 1945, senza aver bisogno di oro né di debito, e fu necessaria l’unione di tutto il mondo capitalista e comunista per distruggere il potere della Germania sull’Europa e riportare l’Europa sotto il tallone dei banchieri. Questa vicenda monetaria non compare oggi più neanche nei testi delle scuole pubbliche”.

UN ALTRO SGUARDO ALL’IPERINFLAZIONE DI WEIMAR

Nei testi moderni si parla della disastrosa inflazione che colpì nel 1923 la Repubblica di Weimar (nome con cui è conosciuta la repubblica che governò la Germania dal 1919 al 1933). La radicale svalutazione del marco tedesco è citata nei testi come esempio di ciò che può accadere quando ai governi viene conferito il potere incontrollato di stampare da soli la propria moneta. Questo è il motivo per cui viene citata, ma nel complesso mondo dell’economia le cose non sono come sembrano. La crisi finanziaria di Weimar ebbe inizio con gli impossibili obblighi di risarcimento imposti dal Trattato di Versailles. Schacht, che all’epoca era il responsabile della zecca della repubblica, si lamentava:

Il Trattato di Versailles è un ingegnoso sistema di provvedimenti che hanno per fine la distruzione economica della Germania... Il Reich non è riuscito a trovare un sistema per tenersi a galla diverso dall’espediente inflazionistico di continuare a stampare banconote”.

Questo era ciò che egli dichiarava all’inizio. Ma Zarlenga scrive che Schacht, nel suo libro del 1967 The Magic of Money, decise “di tirar fuori la verità, scrivendo in lingua tedesca alcune notevoli rivelazioni che fanno a pezzi la “saggezza comune” propagandata dalla comunità finanziaria riguardo all’iperinflazione tedesca” (6). Schacht rivelò che era la Banca del Reich, posseduta da privati, e non il governo tedesco che pompava nuova valuta nell’economia. Come la Federal Reserve americana, la Banca del Reich agiva sì sotto la supervisione di ufficiali del governo, ma operava per fini di profitto privato. Ciò che trasformò l’inflazione della guerra in iperinflazione fu la speculazione degli investitori stranieri, che vendevano marchi a breve termine scommettendo sulla loro perdita di valore. Nel meccanismo finanziario conosciuto come vendita a breve termine, gli speculatori prendono in prestito qualcosa che non possiedono, la vendono e poi “coprono” le spese ricomprandola a prezzo inferiore. La speculazione sul marco tedesco fu resa possibile dal fatto che la Banca del Reich rendeva disponibili massicce quantità di denaro liquido per i prestiti, marchi che venivano creati dal nulla annotando entrate sui registri bancari e poi prestati ad interessi vantaggiosi. Quando la Banca del Reich non riuscì più a far fronte alla vorace richiesta di marchi, ad altre banche private fu permesso di crearli dal nulla e di prestarli, a loro volta, a interesse (7).

Secondo Schacht, quindi, non solo non fu il governo a provocare l’iperinflazione di Weimar, ma fu proprio il governo che la tenne sotto controllo. Alla Banca del Reich furono imposti severi regolamenti governativi e vennero prese immediate misure correttive per bloccare le speculazioni straniere, eliminando le possibilità di facile accesso ai prestiti del denaro fabbricato dalle banche. Hitler poi rimise in sesto il paese con i suoi Certificati del Tesoro, stampati dal governo su modello del Greenback americano.

Schacht disapprovava l’emissione di moneta da parte del governo e fu rimosso dal suo incarico alla Banca del Reich quando si rifiutò di sostenerlo (cosa che probabilmente lo salvò al Processo di Norimberga). Ma nelle sue memorie più tarde, egli dovette riconoscere che consentire al governo di stampare la moneta di cui aveva bisogno non aveva prodotto affatto l’inflazione prevista dalla teoria economica classica. Teorizzò che essa fosse dovuta al fatto che le fattorie erano ancora inoperose e la gente senza lavoro. In questo si trovò d’accordo con John Maynard Keynes: quando le risorse per incrementare la produzione furono disponibili, aggiungere liquidità all’economia non provocò affatto l’aumento dei prezzi; provocò invece la crescita di beni e di servizi. Offerta e domanda crebbero di pari passo, lasciando i prezzi inalterati.

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1 - Matt Koehl, "The Good Society?", www.rense.com (13 gennaio 2005); Stephen Zarlenga, The Lost Science of Money (Valatie, New York: American Monetary Institute, 2002), pagine 590-600.

2 - John Weitz, Hitler's Banker (Inghilterra: Warner Books, 1999).

3 - S. Zarlenga, op. cit.

4 - Henry Makow, "Hitler Did Not Want War," www.savethemales.com (21 marzo 2004).

5 - Henry C. K. Liu, "Nazism and the German Economic Miracle," Asia Times (24 maggio 2005).

6 - Stephen Zarlenga, "'s 1923 Hyperinflation: A 'Private' Affair," Barnes Review (Luglio-Agosto 1999); David Kidd, "How Money Is Created in ," http://dkd.net/davekidd/politics/money.html (2001).

7 - Stephen Zarlenga, "'s 1923 Hyperinflation", op. cit.
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