giovedì, 17 luglio 2008
Sto leggendo qualcosa su alcuni progetti dei sindacati per introdurre qualche sorta di rappresentanza a livello europeo. Non essendo ancora entrato nell'ottica del diritto del lavoro, con i suoi tecnicismi intrisi di moralismo gratuito, parlerò di fanta-politica... che potrebbe non essere tanto fanta, forse sarebbe quindi meglio dire coca-politica, anche perchè l'idea diventa credibile solo dopo l'uso di stupefacenti.

Supponiamo che i sindacati europei si coalizzino e facciano un contratto collettivo europeo del lavoro (un CCEL), che fissa tutti gli standard minimi di lavoro su tutto il territorio dell'Unione Europea a livello centralizzato.

I paesi che a livello di reddito pro capite stanno meglio di noi sono: Germania, Francia, Regno Unito, Olanda, Belgio, Svezia, Austria, Danimarca, Finlanda, Irlanda, Lussemburgo. Sono 266 milioni di abitanti, il 54% della popolazione europea. Alcuni di questi paesi (credo Francia, Irlanda e Regno Unito) non dovrebbero avere reddito molto più alti di quelli italiani, ma non ho controllato. In altri la differenza è considerevole.

I paesi che stanno peggio sono: Polonia, Romania, Grecia, Portogallo, Rep. Ceca, Ungheria, Bulgaria, Slovacchia, Lituania, Lettonia, Slovenia, Estonia, Cipro e Malta. Sono 125 milioni di persone, il 25% della popolazione europea.

Al livello dell'Italia c'è la Spagna, e insieme sono 104 milioni di abitanti, il 21% della popolazione europea.

Si noti quindi che Italia e Spagna sono circa in posizione mediana: i ricchi sono leggermente più del 50% (se si mettono più paesi insieme ad Italia e Spagna sono anche di meno). Quindi un accordo europeo votato a maggioranza richiederebbe il voto favorevole di almeno un paese povero o di fascia media.

Detto questo, vediamo come funziona la contrattazione collettiva: in genere si fissa un salario minimo, o meglio, in Italia, un costo del lavoro minimo. Questo costo minimo del lavoro, in Italia, è la causa dell'elevato livello di disoccupazione nel Meridione, in quanto troppo alto.

Se lo stesso salario venisse imposto ai paesi "poveri", la disoccupazione in questi paesi salirebbe a livelli incredibili, ben oltre il 20% del Sud. Lo stesso identico discorso vale a livello europeo: un costo del lavoro minimo irrilevante per la Germania Occidentale sarebbe troppo elevato per gran parte dell'Italia. Questo implica che un CCEL votato a maggioranza dai paesi ricchi causerebbe probabilmente un notevole aumento della disoccupazione, anche nel Nord Italia.

Una complicazione è legata al fatto che alcuni paesi, come la Germania e l'Italia, sono economicamente eterogenei e quindi hanno già problemi con le politiche sindacali (sinceramente non ho idea di come stiano effettivamente le cose in Germania), ma trascuro la complicazione.

Consideriamo due ipotesi: votazione all'unanimità, e votazione a maggioranza assoluta.

Nel primo caso, nessun paese povero accetterebbe un accordo con salari da paese ricco: l'Ungheria non fisserebbe il costo del lavoro minimo a, mettiamo, 20,000€ lordi l'anno, perchè il suo mercato del lavoro collasserebbe. Questo significa che l'elevata eterogeneità economica dell'Unione Europea farebbe fallire qualsiasi CCEL. Problema risolto.

Non così nel caso di votazione a maggioranza: qui c'è il rischio che l'Italia e la Spagna siano costrette a costi del lavoro incompatibili con la piena occupazione, trasformando tutta l'Italia, tranne forse qualche distretto particolarmente attivo del Nord, in un grande Meridione. Questo perchè l'Italia è lievemente sotto la mediana: quindi il 50%+1 degli elettori è nei paesi più ricchi dell'Italia.

D'altro canto, le dinamiche demografiche, le possibilità di allargamento, il numero dei lavoratori sulla popolazione potrebbero cambiare questo risultato: c'è la possibilità che l'Italia sia proprio in posizione mediana. In questo caso, l'accordo politico che si riuscirebbe a fare, l'unico che garantirebbe il 50%+1 dei voti, sarebbe un CCEL sufficientemente basso da non rovinare l'Itala, ma sufficientemente alto da rovinare tutta l'Europa Orientale, più Grecia e Portogallo.

Insomma: la contrattazione collettiva, per come funziona, danneggia il 50%-1 dei lavoratori più economicamente deboli, a vantaggio del 50%+1 più economicamente forte.

La realtà è ovviamente più complessa, ma quello che ho descritto è proprio ciò che accade in Italia. E ciò che accadrebbe con Europa con un CCEL. Attenti a ciò che desiderate, potreste ottenerlo.
postato da: Libertarian alle ore 23:36 | Permalink | commenti (6)
categoria:economia, politiche sociali
mercoledì, 16 luglio 2008
Ho appena finito di leggere una pubblicazione della CGIL sul lavoro nel Sud, e ho trovato un'argomentazione del tutto erronea contro le cosiddette gabbie salariali.

L'argomento è il seguente: non è vero che il Sud è meno produttivo del Nord, in quanto la produttività media nelle grandi aziende è uguale nei due casi, mentre le differenze ci sono solo nelle piccole aziende, mediamente meno produttive delle grandi; di conseguenza, la riduzione dei salari al sud non influenzerebbe l'occupazione.

Lasciamo perdere il fatto che, se la disoccupazione è al 20%, una ragione deve pur'esserci, e 150 pagine di analisi del libro non ne forniscono uno. Lasciamo anche perdere le difficoltà nel misurare la produttività, visto che la propensione a pagare il lavoro dipende anche da molti fattori qualitativi, come l'assenteismo e la carenza di infrastrutture di trasporti.

Sono due i problemi veri del ragionamento: la teoria economica dice che i salari tendono ad essere pari alla produttività marginale, non alla produttività media. E si confonde la produttività del singolo impianto con la produttività sistemica (se ci sono 50 grandi impianti e 500 piccoli impianti, al Sud, mentre al Nord ce ne sono 2,000 e 10,000, che i pochi impianti produttivi al Sud non siano diversi rispetto a quelli del Nord non è una grande consolazione). Insomma: rimandati in microeconomia.

Il punto è questo: al Nord ci sono più aziende, sia piccole che grandi, e quindi le possibilità di trovare lavoro sono molte. L'equilibrio di mercato, su tassi di disoccupazione spesso ridicolamente bassi (intorno al 3% in alcune zone, in alcuni periodi), si ha per livelli di produttività marginale alti, e quindi i salari sono alti.

Ammettiamo che le grandi aziende del Sud abbiano la stessa produttività delle aziende del Nord, a parità di condizioni. Il problema è che sono di meno: e per dare lavoro a tutti i lavoratori occorre quindi lavorare a livelli di produttività marginali minori, con salari di equilibrio minori. Tutto sommato, è logico che non serve a nulla che ci sia un impianto industriale da 3,000 posti di lavoro in Campania che produce come al Nord, quando al Nord ce ne sono, per una popolazione simile, dieci volte di più.

Se i mercati sono segmentati, con capitali e lavoratori immobili, ci saranno due salari di equilibrio diversi al Sud e al Nord. Se ci sono scambi di capitali e scambi di lavoratori si avrà un'equalizzazione dei salari: questo avviene sia perchè i salari del Nord attrarranno lavoratori dal Sud, sia perchè coeteris paribus i bassi salari del Sud attrarranno capitali, per via dei maggiori rendimenti.

L'introduzione di un costo minimo del lavoro, in Italia tramite Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro, produrrà disoccupazione al Sud, perchè il costo minimo del lavoro dovrà essere pagato dalla produttività delle poche aziende del Sud.

La maggior parte dei lavoratori disoccupati finirà nel mercato nero, dove troverà lavoro al di là del CCNL: il mercato nero è una manna per queste persone, ma non è un sostituto perfetto. Il lavoro nero è meno sicuro, meno produttivo. E' più difficile fare grandi investimenti in grandi impianti assumendo in nero. Quindi il sottosviluppo del Meridione diventa eterno e irrisolvibile. Bel risultato.

Se ora consideriamo che le minori infrastrutture, il minore rispetto della legalità, e probabilmente anche maggiore assenteismo tra i lavoratori del Sud fanno sì che un investimento al Sud sia meno redditizio a parità di condizioni rispetto ad uno nel nord, capiamo dov'è il problema...

E pensioni di anzianità finte e pubblico impiego non hanno mai arricchito una regione... non ci si sviluppa con l'elemosina e il parassitismo, ma con l'accumulazione di capitale. Quello che i sindacati impediscono. Ma trovare una frase del genere su una pubblicazione della CGIL... è una vana speranza. Meglio usare pessimi argomenti.
postato da: Libertarian alle ore 18:20 | Permalink | commenti
categoria:economia, politiche sociali
martedì, 01 luglio 2008
L'anno scorso, Giornalettismo pubblicò un commento ad una articolo del Professor Zingales, su L'Espresso, in cui si proponeva una strategia innovativa ed interessante per combattere la diffusione di droghe pesanti.

La mia posizione è che la cosa migliore sarebbe liberalizzare tutte le droghe e contemporaneamente reprimere ogni comportamento antisociale da esse derivato, dalla guida sotto l'effetto di stupefacenti alle minacce ai passanti con le siringhe, considerando l'uso di droga un pesante aggravante nei processi. In questo modo la giustizia e le carceri sarebbero meno occupate ad infastidire persone innocue, i profitti del narcotraffico sparirebbero, e se veramente esistono droghe pericolose, i loro utilizzatori riempirebbero le carceri, che avrebbero più posti disponibili grazie all'abolizione della lotta alla droga (non so quanto dei 2-3 milioni di carcerati USA stiano dentro per droga, ma almeno negli USA la lotta alla droga rappresenta un costo notevole per la giustizia penale). Il mio articolo su Giornalettismo sul Messico, inoltre, dimostra che i costi della lotta alla droga nei paesi produttori possono essere ben maggiori dei costi nei paesi consumatori, anche se non vengono quasi mai presi in considerazione.

Zingales parla di insuccessi delle liberalizzazioni parziali, in Svizzera e Olanda. Non so molto sull'argomento, e non so quanto le informazioni di Wikipedia siano affidabili: si noti comunque che in Olanda si è avuta soltanto una mezza liberalizzazione, del consumo e non della produzione, e limitata alle droghe leggere, mentre in Svizzera non sembra esserci stata alcuna liberalizzazione: l'anno scorso, quando sono stato a Losanna, si stava svolgendo un referendum sull'eroina.

In ogni caso, siccome l'Olanda o la Svizzera non possono influenzare il prezzo globale della droga, la loro liberalizzazione non può avere alcun effetto sui profitti del narcotraffico. Inoltre è naturale che, finché la liberalizzazione rimane localizzata, si attrarranno drogati da tutto il resto del mondo (il che, tra l’altro, fa bene al turismo, almeno nel caso delle droghe leggere, che non hanno alcun tipo di ripercussione sociale). Ciò non accadrebbe se si liberalizzassero le droghe in tutto il mondo: eventuali insuccessi negli esperimenti di liberalizzazione locale, quindi, non confutano le teorie libertarie sulla liberalizzazione.

La proposta di liberalizzazione totale ha due soli difetti, o se vogliamo due assunti critici:

  • a.       Gli effetti antisociali della droga diminuiscono con l’uscita dei narcotrafficanti dal mercato, cioè non esistono droghe socialmente pericolose in sé, ma i problemi sociali legati alla droga dipendono quasi esclusivamente dal proibizionismo (droga tagliata male, microcriminalità, profitti del narcotraffico),
  • b.      La domanda di droga non è troppo elastica, altrimenti il mondo si riempirebbe di tossicodipendenti.

L’autore afferma poi che proibire la droga può tenere lontano i minorenni da questa: secondo me è tanto facile comprare sigarette quanto comprare hashish, e chiunque abbia più di 14 anni sa come farlo o conosce persone che sanno come farlo. Una cosa però è certa: non è possibile ridurre a zero la domanda di qualcosa richiesto dai consumatori, che siano sigarette, prostitute, merendine o droga; quindi la liberalizzazione non farà sparire la droga, ma al più la criminalità ad essa associata. Probabilmente il consumo aumenterebbe, a meno che questo consumo non sia dovuto ad effetti di "status symbol" o di rivolta contro le proibizioni sociali (entrambe le cose mi sembrano improbabili, ma per un divertente excursus, c’è la mia teoria alla Dornbrusch dell’overshoot della domanda di cocaina, che ho sottomesso al Review of Paperopoli’s Economics).

Il ragionamento di Zingales vale se:

  1. Ci si droga soltanto se si ottengono le prime dosi gratis,
  2. I profitti si fanno solo dopo che si è diventati tossicodipendenti.

In queste condizioni, se lo stato desse gratis la droga a tutti i tossicodipendenti, sparirebbero i profitti da droga (2), e quindi gli incentivi ad offrire droga gratuitamente (1): la mafia non avrebbe interesse a causare tossicodipendenza, in quanto perderebbe i clienti a vantaggio delle ASL. Ciò ridurrebbe la domanda e farebbe sparire i profitti del narcotraffico.

La proposta presuppone che:

  • A.      Non ci sia domanda di droga se non da chi è già drogato,
  • B.      Tutti i drogati siano disponibili a mettersi in una lista per la distribuzione di droghe.

Ma (B) non è vera per tutti i drogati che svolgono un ruolo in società, come i numerosi cocainomani nel mondo dello spettacolo, degli affari e della politica: queste persone non si metterebbero mai in lista alla ASL, quindi continuerebbero a comprare droga, di alta qualità, ad alto prezzo, dai narcotrafficanti, che continuerebbero a fare profitti.

D'altra parte, non sono del tutto convinto di (A): le persone si drogano perché la droga fa star bene, fa sentire in paradiso, fa sentire potenti, allontana i problemi e le responsabilità. Si tratta di preferenze temporali: stare da dio oggi ma stare male domani. Inoltre, anche se la mafia non offrisse più droga gratuitamente, basterebbe investire poche centinaia di euro in droghe per diventare tossicodipendenti e avere droga gratis a vita dalle ASL.

Per capire se la mafia ne verrebbe ridimensionata, bisognerebbe conoscere la domanda di droga dell'upper class rispetto a quella totale: se i profitti vengono principalmente da calciatori e manager, la proposta di Zingales non influenzerà i ricavi del narcotraffico; altrimenti il narcotraffico avrà un mercato molto ridotto. Penso che la massa di tossicodipendenti poveri complessivamente abbia una domanda sufficientemente grande da fornire gran parte dei profitti ai narcotrafficanti, anche perché i diserbanti per tagliare la droga costano poco. Quindi probabilmente i narcotrafficanti perderebbero ricavi: è la Legge di Pareto, che dice che il numero di ricchi diminuisce sovra-linearmente con la ricchezza…

Altri due vantaggi della proposta sono che sparirebbe la droga tagliata male, uno dei principali problemi causati dal proibizionismo, probabilmente causa di buona parte delle morti per droga; e la microcriminalità da droga, in quanto non ci sarebbe bisogno di rubare per comprarsi le dosi (salvo droghe socialmente pericolose in sé).

Insomma, la proposta di Zingales ha qualche vantaggio rispetto allo status quo, in cui in pratica guadagnano solo i narcotrafficanti, ma continuo a preferire la liberalizzazione totale. Quest'ultima, però, è molto difficile se fatta da un singolo paese: se tutto il mondo liberalizzasse, sparirebbero i cartelli della droga; ma se la stessa politica venisse adottata soltanto da un piccolo paese, i cartelli rimarrebbero e i drogati si concentrerebbero lì (a meno che non si chiudano le frontiere).

Sul piano etico, mi faccio inoltre problemi a costringere i contribuenti a finanziare il consumo di droga altrui: ritengo fondamentalmente ingiusto costringere delle persone a finanziare politiche che ritengono ingiuste. Ma questo è un altro discorso.

postato da: Libertarian alle ore 10:59 | Permalink | commenti (5)
categoria:politiche sociali, liberalismo
sabato, 28 giugno 2008
Probabilmente la politica migliore nella maggior parte dei casi è che lo stato si faccia semplicemente da parte: ci sarebbero meno disoccupati, meno debiti, più investimenti, più stabilità finanziaria, meno inflazione. Ciò non toglie che questa politica, per quanto semplice, sia politicamente irrealizzabile, e per ovvi motivi: va contro l'interesse della classe politica, di molti gruppi organizzati che traggono vantaggi da privilegi legali pagati dall'intera collettività, e anche contro luoghi comuni tipici della cultura politica statalista dominante (anche grazie all'influenza statale su scuole, università e media).

Le politiche possono essere classificate secondo varie categorie, e una a cui stavo pensando in questi giorni riguarda l'influenza che la politica ha sulla fornitura privata, basata su contratti e cooperazione pacifica anziché sulla tassazione e la legislazione, di determinati beni e servizi. Alcuni tipi di intervento provocano l'eliminazione dell'iniziativa privata: le aziende che si occupano di determinati servizi spariscono, l'iniziativa privata anche non-profit, diciamo "solidaristica", scompare; venendosi quindi a creare un vuoto sociale riempito dalle burocrazie statali, finanziato dalle tasse e influenzato dalle lobby politiche. Altri tipi di intervento non provocano questo effetto socialmente atomizzante e sclerotizzante ed economicamente inefficiente.

Consideriamo la politica per la scuola.

Se lo stato si occupa di dare gratuitamente a tutti gli studenti l'istruzione, l'istruzione privata sparirà: perché chi si accontenta della scuola pubblica andrà nelle scuole pubbliche; chi vorrebbe la privata deve pagare le tasse per finanziare le scuole pubbliche e non potrà andarci; chi preferisce le private e può pagarsele è una piccola minoranza, guardata ovviamente con invidia (il più socialista dei sentimenti) dal resto della società. In questo caso la politica elimina ogni incentivo alla fornitura privata di beni e servizi, e ogni incentivo alla cooperazione sociale per la fornitura di questi: in poche parole si crea un monopolio finanziato dallo stato attraverso le tasse, il debito, l'inflazione o le concessioni monopolistiche.

L'ottimo liberale sarebbe che lo stato non facesse nulla, perché costringere qualcuno a pagare un servizio contro la sua volontà è evidentemente immorale. Ma in assenza di questo, è possibile pensare a politiche per la scuola alternative alla precedente, che non impediscono l'iniziativa e la cooperazione spontanea degli individui e delle aziende, e quindi non sclerotizzano e non anestetizzano la capacità individuale di creare relazioni e servizi sociali al di là delle relazioni affettive e parentali (quasi unica cosa che lo stato totale lascia, solo in parte, libera).

L'alternativa è pagare ad ogni studente un assegno di entità pari alla somma che avrebbe speso lo stato per mandarlo in una scuola pubblica, e far decidere allo studente quale scuola scegliere, senza alcuna regolamentazione su programmi, scelta dei professori e metodi didattici. In questo modo, ognuno comprerà sul mercato ciò che vuole, e le aziende o le organizzazioni private avranno incentivi a fornire servizi e beni nel mercato dell'istruzione. Si vorrebbero probabilmente a creare tipologie di scuole, metodi didattici, organizzazioni di professori, aziende di servizi di pulizia o di mensa, strutture sportive, società per l'organizzazione di gite e vacanze studio... tutto privato, tutto finanziato dai clienti, cioè gli studenti. Alcune saranno non-profit, altre for-profit, altre addirittura caritatevoli.

I vantaggi di questa soluzione sono notevoli, visto che si evitano il monopolio, la burocratizzazione, l'inefficienza economica dell'intervento statale, il controllo statale sull'istruzione. Gli svantaggi sono minimi: si conserverebbe la natura redistributiva della politica fiscale, e si rischierebbe di controllare le scuole tramite regolamentazioni, che per ragioni di sicurezza dovrebbero essere minimali e difficilmente modificabili.

Tutti i servizi sociali potrebbero essere finanziati in questo modo. Invece di far fornire servizi ai burocrati, si fanno pagare le tasse per finanziare determinati tipi di consumi, distorcendo sì le preferenze individuali, e intervenendo sì coercitivamente nelle vite degli individui, ma eliminando tutti i difetti tipici dei servizi pubblici statali. L'unica scelta dello stato rimarrebbe: quali beni e servizi finanziare con le tasse e quanto finanziarli, ma questa scelta è più semplice e più controllabile, rendendo più facili le decisioni degli elettori e più efficace il controllo democratico, che oggi, data la complessità delle scelte pubbliche, è poco più di un mito.

Si potrebbe ad esempio pensare di dare ad ogni individuo tra i 6 e i 19 anni un assegno di X€ l'anno per gli studi; dare un assegno di Y€ a tutti gli individui oltre i 65 anni per pagare l'assicurazione sanitaria e le cure infermieristiche; dare un assegno di Z€ a tutti gli individui disoccupati da mettere comunque nel fondo-pensione; dare W€ a chiunque si segni all'università e sia in grado di fare tot esami l'anno.

Non sto dicendo che derubare il contribuente sia giusto: ma questo permetterebbe di eliminare tutti i servizi sociali pubblici, di dimezzare l'organico della pubblica amministrazione, di ridurre il controllo politico sull'istruzione... ovviamente la scelta di X, Y, Z e W rimarrà del tutto arbitrario, e quindi soggetto alle inefficienze e ai giochi politici tipici dell'intervento pubblico, ma la società sarà in grado di fornire qualsiasi tipo di servizi, in qualsiasi modo li si possa fornire. Se poi un giorno si porranno X, Y, Z e W a zero, si sarà di fatto abolito lo stato sociale senza che nessuno se ne accorga.

postato da: Libertarian alle ore 11:42 | Permalink | commenti (7)
categoria:politiche sociali, liberalismo, teoria politica
venerdì, 29 febbraio 2008
Tra poco ci saranno le elezioni politiche, anche se non so in che giorno perchè non sono cose che mi interessano più di tanto. Però volevo fare un programma: se a qualcuno piace, e se questo qualcuno vince le elezioni, mi candido come Ministro dell'Economia. Tanto, non sono pericoloso per le vostre tasche come Visco, non sono meno competente di Tremonti, e non faccio battute alla "Pecchè io so' io, e voi nun sete un ca$$o" come Padoa Schioppa.

(1) Liberalizzare il commercio conferendo una licenza scambiabile a tutti i commercianti, e abolire le licenze dopo un decennio. Niente permessi per iniziare attività commerciali: si apre e basta.

(2) Permettere a chiunque di effettuare scambi con qualsiasi moneta estera, oro, o certificati redimibili, o qualsiasi altra cosa. La domanda di moneta di stato diminuirebbe, e il potenziale di inflazione delle banche centrali ne verrebbe ridotto. Non si tenderebbe ad usare un numero enorme di monete, ma sarebbe più facile sbarazzarsi di quelle inaffidabili. Siccome ciò distruggerebbe il sistema monetario anzitempo, si dovrebbe fare solo dopo aver liberalizzato i mercati, per rendere più rapida l'inevitabile recessione.

(3) Prendere tutti i fondi per l'edilizia scolastica e per la scuola, decurtarli del 30%, e darli (in parti uguali) ad ogni individuo tra i 6 e i 19 anni per pagarsi la scuola. Dare a tutti il diritto di entrare sul mercato dell'istruzione. Privatizzare tutte le scuole, anche trasformandole in cooperative di professori, usare i fondi ottenuti con la privatizzazione per finanziare gli assegni. Dare il diritto di sfruttare eventuali fondi rimasti nell'assegno di studio per i libri o le vacanze studio o corsi di lingua. Detassare libri, scuole, corsi professionali e di lingua e vacanze studio. Impedire a stato ed enti locali di finanziare le scuole in qualsiasi modo alternativo.

(4) Fare la stessa identica cosa per la didattica nelle università. Togliere tutti i fondi per le università, tranne che per la Ricerca. Detassare tutte le spese in ricerca e le joint venture università-aziende.

(5) Privatizzare la RAI. Abolire l'Ordine dei giornalisti. Abolire i sovvenzionamenti alla stampa. Assicurare libertà di ingresso a stampa e TV di qualsiasi nuovo attore senza limiti. Permettere la concorrenza tra TV locali e nazionali e TV su internet o satellitari: le possibilità sono così tante che basta che lo stato si tolga di mezzo per avere più pluralismo.

(6) Estendere i benefici fiscali delle cooperative a tutte le imprese di qualsiasi dimensione, il che è equivalente ad eliminare tutti i privilegi legali e fiscali delle cooperative, ma senza aumentare le tasse. Abolire l'IRAP. Tagliare IRES. Tagliare le aliquote IRPEF. Tagliare le tasse sui capital gains. Introdurre una flat tax, detassare gli investimenti.

(7) Abolire gli enti superflui e le province. Assicurare la possibilità di dividersi o unirsi a livello di ente locale tramite referendum. I proprietari terrieri ai confini tra enti locali possono decidere a chi far capo. Mettere un limite ai deficit di tutti gli enti locali, ad esempio 0%, con picchi del 3% in caso di disastro. Mettere un limite al debito massimo degli enti locali, ad esempio il 20% del PIL generato localmente. Dare un tempo massimo per ridurre il debito, ad esempio 10 anni. Abolire tutti i trasferimenti dallo stato agli enti locali.

(8) Abolire il contratto nazionale del lavoro e lo statuto dei lavoratori. Ripristinare un mercato del lavoro su basi privatistiche. Eliminare ogni forma di privilegio sindacale, come la gestione dei fondi pensione, e ogni forma di trasferimento verso i sindacati.

(9) Abolire i dazi doganali, le quote, la politica agraria comune. Creare un fondo temporaneo per aiutare i produttori e i lavoratori dei settori danneggiati per far loro trovare un altro lavoro.

(10) Diminuire numero, benefit e salari a parlamentari, assessori, consiglieri, magistrati, ministri e portaborse. Globalmente si tratta di decine e decine di migliaia di persone. Il risparmio non sarà enorme, ma dimezzarne il numero e i salari qualche miliarduccio d'euro li farà risparmiare, no?

(11) Privatizzare tutte le aziende pubbliche, dopo aver liberalizzato i relativi mercati, vendere il patrimonio immobiliare statale a prezzi di mercato. Invitare Ryanair in tutti gli aeroporti italiani, privatizzare Alitalia, lasciandola colare a picco nel caso nessuno la voglia. Liberalizzare tutti i servizi pubblici locali, eliminando diritti di monopolio delle aziende pubbliche locali. Usare i proventi delle privatizzazioni per finanziare temporaneamente i tagli alle tasse in attesa di riduzione strutturale della spesa pubblica.

(12) Eliminare tutti gli albi professionali. Basarsi solo sulla responsabilità penale in caso di negligenza o civile in caso di danno di qualsiasi tipo. Dettare standard il cui rispetto meticoloso è condizione sufficiente per ridurre o eliminare la responsabilità civile e penale. Consentire un libero mercato degli standard tramite controllori e standardizzatori privati che certificano e assicurano i fruitori di servizi professionali, togliendo il rischio al singolo professionista.

(13) Passare per intero al sistema a capitalizzazione per le pensioni. Introdurre fondo nazionale per assicurare il capitale del risparmio previdenziale. Lasciare ai mercati finanziari il compito di decidere gli investimenti. Sperare che il non avere un gold standard non faccia crollare tutto (la riforma delle pensioni è impossibile senza una riforma della moneta). Impedire ai parlamentari di avere la pensione subito: si va in pensione con la rendita su ciò che si è effettivamente risparmiato, non con i soldi altrui. Usare i proventi della privatizzazioni per pagare le pensioni a chi va in pensione ora e non ha risparmiato abbastanza, posto che abbia almeno 65-70 anni o sia invalido, altrimenti lavorare! Introdurre possibili eccezioni per lavori logoranti: fare il politico non è un lavoro logorante.

(14) Bloccare le assunzioni nel pubblico impiego non appena l'abolizione dei privilegi sindacali abbia fatto riassorbire la disoccupazione. Incentivare lo spostamento dal pubblico al privato, ad esempio bloccando gli aumenti salariali nel settore. Sperare che raggiungano presto tutti l'età pensionabile. Farli lavorare. Licenziare i fannulloni. Usare la riduzione del numero di dipendenti pubblici per tagliare deficit e tasse.

(15) Introdurre corti di arbitrato scelte contrattualmente dalle parti per togliere lavoro ai tribunali civili, rendere la scelta delle regole indipendente dal Parlamento, e la velocità dei procedimenti e l'applicazione delle regole indipendente dai Magistrati.

(16) Liberalizzare le droghe leggere e la prostituzione. Liberalizzare le droghe pesanti solo in zone lontane dalle persone normali. Far pagare il conto al drogato e non al servizio sanitario nazionale. L'abuso di sostanza psicotrope è da considerarsi aggravante in caso di danni civili o reati penali.

(17) Permettere ai veterinari di esercitare la professione medica. Io non ho mai visto per la cura dei cani gli stessi problemi, ritardi ed inefficienze della cura degli esseri umani.

(18) Trasferire immediatamente la proprietà della parte di depositi bancari non coperti ma disponibili a vista dalla Banca ai suoi clienti, e finanziarci la riforma del sistema pensionistico.

Conclusioni: una riforma della moneta è necessaria, ma è inutile proporla a livello nazionale e non europeo. La riforma delle pensioniichiede prima la riforma della moneta: il sistema previdenziale attuale è nato quasi ovunque dopo che l'inflazione bellica aveva rovinato i risparmiatori. Qualsiasi riforma della moneta porterà ad una recessione nel breve termine: incentivare risparmi e investimenti e liberalizzare i mercati rende ciò meno doloroso e più rapido.

Come tutti i processi di liberalizzazione, le lobby cercheranno di conservare i propri privilegi, e usare una liberalizzazione selettiva per scopi di lotta politica. Non c'è modo di far fare qualcosa di buono alla politica, del resto. E' da notare che una serie di privilegi accordati a tutti rende tutti più poveri, e sembra non esserci una strada politica realizzabile per evitare questo risultato irragionevole.

A parte queste complicazioni, il precedente programma è realizzabile, in teoria. Il motivo per cui non lo sarà mai in pratica è perchè i politici sono troppo gelosi dei propri privilegi per mettere in pratica una cosa simile. E ciò equivale a dire che la politica è fatta dalle elite per le elite e non certo per il cosiddetto "popolo", anche quando è democratica.

Si potrebbe dire che il "popolo" vuole tutto ciò e non è la politica che lo impedice. Bene. Teniamoci quindi inflazione, disoccupazione, parassitismo, bassa crescita, eccetera. Il risultato non cambia.
postato da: Libertarian alle ore 10:07 | Permalink | commenti (22)
categoria:economia, politica interna, politiche sociali
domenica, 20 gennaio 2008
L'ONU ha la fama di essere un'organizzazione corrotta, inefficace, elefantiaca. L'UNICEF ne ha ereditato le caratteristiche.

Sono stato un po' sotto tiro (per mail) oggi per le mie tesi sul lavoro minorile, così ho reagito leggendomi report e documenti e riflettendo sulla questione. Sono incappato in questo documento dell'UNICEF: The 1997 state of the world children.

Non credo valga la pena leggerlo. Fondamentalmente, si tratta di:
  • moralismo d'accatto - come le tirate contro il profitto: notate che non ci sarà mai nulla che potrà risolvere i problemi della fame oltre al mercato
  • ignoranza di economia - "sono le minoranze etniche in genere a far lavorare i minori, perchè all'opinione pubblica non interessano": immagino che la spiegazione "perchè hanno redditi minori" era troppo razionale e ragionevole per un burocrate dell'ONU
  • wishful thinking - che il lavoro minorile si possa eliminare è affermato ripetutamente: come non è spiegato.
Ma il Panel 12 a pagina 60 è molto simpatico, perchè mostra quanto possono essere demenziali i burocrati dell'UNICEF, anche quando correggono gli enormi danni che il moralismo da quattro soldi provoca.
  • L'industria tessile del Bangladesh faceva lavorare molti bambini, soprattutto bambine, circa 60,000 persone.
  • Nel 1992 un senatore americano fece passare una legge contro il lavoro minorile, e le fabbriche del Bangladesh cominciarono a licenziare i bambini per evitare di perdere esportazioni.
  • Circa il 75% (non si capisce molto dai dati Unicef) dei bambini fu licenziata.
Il burocrate dell'UNICEF dice che le conseguenze non erano state anticipate. Ovviamente: se era perspicace faceva un altro mestiere. Dice pure che i bambini erano stati liberati: da cosa non si sa, visto che nessuno li teneva in gabbia. Ah, sì, liberati dal lavoro: quello è facile, basta aumentare i salari minimi per liberare dal lavoro milioni di ex-occupati, come dice la teoria economica, è quello che gli italiani fanno nel Meridione, e i tedeschi fanno in Germania Orientale... tutti sono molto contenti di essere liberati. Vabbè, continuiamo:

  • I bambini non andarono comunque a scuola (del resto, come avrebber potutto vivere?), ma andarono in miniera (bello!) o si prostituirono (i pedofili sono fan dell'ONU, parrebbe).
  • Come se non bastasse, le madri, per accudire i figli, persero il lavoro. Comincio a pensare che sia necessario vietare i buoni propositi per legge: ma forse basta impedire che si facciano le leggi sulla base di buoni propositi.
  • Nel 1995 si fece un accordo, in cui i produttori tessili bengalesi misero 1,000,000$ (non si sa nulla delle controparti). L'accordo comprendeva: il licenziamento temporaneo dei bambini per 4 mesi, il blocco delle assunzioni, l'educazione dei bambini in una scuola, il dar loro uno stipendio mensile, il far lavorare i genitori al posto loro, il dare accesso al credito alle famiglie.
  • Come ulteriore buona idea, si impedì il licenziamento nel caso non ci fosse un'alternativa credibile al lavoro minorile.
  • Nel 1996, 4000 bambini cominciarono ad andare a scuola. Gli altri non si sa, bisognerà fare un'inchiesta tra i pedofili per determinarlo.
  • Non si sa se questo programma sia sostenibile nel lungo termine. Però è decisamente una bella vacanza per quel 10% dei bambini che ne traggono giovamento.
Tutto è bene ciò che finisce bene, quindi. Peccato che all'UNICEF non conoscano nè l'economia nè probabilmente la logica. Se i bambini lavorano perchè non sanno come vivere, è ovvio che se vengono pagati per andare a scuola ci vanno... è una cosa che capiscono tutti, non si capisce perchè i burocrati dell'UNICEF sembrano credere d'aver fatto una grande scoperta.

Ma se si va spontaneamente a scuola, sotto queste condizioni, a che serve vietare il lavoro minorile? Le persone scelgono ciò che preferiscono: tra andare a scuola e andare a lavorare è verosimile che si scelga la prima, a parità di condizioni. La parità di condizioni è ristabilita proprio dal fatto che i bambini sono pagati per andare a scuola. Per tutti gli altri, che non si capisce che fine abbiano fatto (probabilmente stanno in miniera o nei bordello, o, lo spero per loro, fanno gli operai tessili), il lavoro era la scelta migliore.

Quindi non c'è alcun motivo razionale per vietare il lavoro minorile, mentre fornire i mezzi per studiare come beneficenza può essere un modo per attutire il problema, senza necessità di usare coercizione contro i produttori tessili, i lavoratori bambini e i loro genitori.

Se i soldi dell'UNICEF venissero usati per comprare scatole di fagioli e piselli per il Terzo Mondo sarebbe meglio. I buoni propositi non sono un bene scarso; le buone analisi purtroppo sì.
postato da: Libertarian alle ore 16:01 | Permalink | commenti (13)
categoria:economia, politiche sociali, commercio internazionale
mercoledì, 07 novembre 2007
Baby boomers, social security, strategic overstretching, dwindling hegemony

Le tendenze di lungo termine dell'economia americana tendono verso un ulteriore peggioramento della situazione: il ruolo egemonico tende a creare overstretching economico, e il margine di egemonia non potrà che ridursi in futuro; i baby boomers metteranno sotto pressione la social security, ora che stanno andando in pensione; come se non bastasse, il social-democratico Bush ha proposto e fatto passare riforme che aumenteranno ulteriormente il peso dello stato sull'economia americana.

Siccome il deficit pubblico va ad insistere direttamente sul fondo dei risparmi, questo danneggerà ulteriormente gli investimenti: per la precisione, aumenterà la dipendenza degli USA dal resto del mondo, visto che non ci sono risparmi autoctoni. E, nei limiti in cui le importazioni consisteranno in beni di consumo, e tutta la spesa pubblica o quasi riguarderà il consumo, ciò produrrà anche difficoltà nel mantenere la struttura della produzione intatta, altro che ampliarla.

Alcuni fattori possono rendere meno evidente questo fatto, e in pare controbilanciarlo, come vedremo in seguito, ma sia la tendenza a consumare a credito che quella di ampliare la spesa pubblica non possono non avere influenza (negativa) sugli investimenti, e, a questo punto, c'è da chiedersi fino a che punto le importazioni riguardano beni di produzione, che quindi contribuiscono a mantenere la struttura produttiva, o beni di consumo, che non fanno alcunchè, tranne causare debiti.

La componente di consumo, in base a quanto detto, tenderà ad aumentare nel tempo.

Tra l'altro, la componente di consumo della domanda americana di beni esteri contribuisce alla crescita economica del resto del mondo, soprattutto la Cina, quindi ha come effetto collaterale la riduzione del margine di egemonia geopolitica statunitense e, questo condurrà, potenzialmente, ad un aumento dei costi legati alla politica estera, se in futuro si verranno a creare situazioni di Machtpolitik attiva, come la strategia Bush in Medio Oriente sta contribuendo a fare.

Nessuna soluzione è indolore, ma la minimizzazione della spesa pubblica, sia per scopi militari che sociali, è un passo tanto necessario quando la liberalizzazione di tutti i mercati di cui ho parlato nel post precedente. Gli USA hanno già adesso superato le loro capabilities con delle intentions geopolitiche sterminate. In futuro le capabilities altrui saliranno e quelle USA scenderanno, se non assolutamente almeno relativamente, mentre la più fluida situazione internazionale probabilmente frizioni e problemi ovunque.

Soluzioni indolori, quindi, neanche una traccia, ma:

  1. libero mercato del lavoro e dei capitali, sia nazionale che internazionale
  2. tagli enormi alla spesa pubblica, sia per fini sociali che militari
  3. una politica estera che minimizzi i costi, basata sulla cooperazione e le alleanze
  4. riduzione delle tasse, soprattutto sugli investimenti, necessari a riorganizzare la struttura produttiva
  5. riduzione della progressività fiscale, per aumentare i risparmi e gli investimenti
  6. riduzione di quote e dazi internazionali
  7. eliminazione di ogni tentativo di bailout, liquidazione totale del malinvestment
  8. ripristino di un gold standard internazionale

Io ho parlato di riduzione. Voi potete intendere "eliminazione", oggi mi sono svegliato moderato.

Il dolore è che ci sarà qualche annetto di recessione. E che il tracollo del sistema bancario-finanziario internazionale produrrà una temporanea ma drastica riduzione delle capacità di coordinamento e allocazione delle risorse necessarie a far funzionare l'economia. E che questo tracollo creerà una reazione a catena che distruggerà liquidità (l'ideale sarebbe fermare la macchina stampa-soldi ma non creare un'utile contrazione del credito, ma non è possibile: le banche non salvate falliranno, e con esse scompariranno i "mezzi di circolazione" fiduciari).
martedì, 17 luglio 2007
Sapevate che:

1. Il 45% della spesa sanitaria USA è pubblica.

2. Il peso del settore pubblico nella sanità è in aumento anche per via di Bush Jr, il militar-social-democratico.

3. Il settore sanitario USA è pesantemente regolamentato dallo stato.

4. Una buona parte di chi non ha assicurazione sanitaria è immigrata illegalmente. Un'altra buona parte potrebbe permettersi di pagare ma non lo fa perchè pensa di essere sano, o per sfruttare il sistema pubblico.

5. Chiunque abbia più di 65 anni o è povero viene curato a spese del settore pubblico, negli USA.

6. Gli ospedali sono costretti a curare i malati che si presentano all'ingresso, anche senza documenti.

7. Dottori e infermieri costano molto di più negli USA, e ciò spiega un'altra parte dei costi in eccesso.

8. I costi dei farmaci negli USA includono i costi di Ricerca e Sviluppo; non così in altri paesi. Quindi i confronti sono fuorvianti.

9. Secondo alcuni indicatori sulla qualità del servizio, il sistema sanitario USA è il migliore del mondo.

10. Michael Moore è un bugiardo, come il suo maestro Oliver Stone.

Beh, se non lo sapevate, leggete Karlsson. E tutti i link annessi...
postato da: Libertarian alle ore 17:40 | Permalink | commenti (15)
categoria:usa , politiche sociali
lunedì, 05 marzo 2007
"Non perda tempo, non ci siamo riuniti per avere altre spiegazioni o per qualche aggiustamento tecnico. Siamo qui per farle presente che, in futuro, il nostro sostegno potrebbe esserle molto utile. Dopotutto lei ha passato da poco i trent'anni di età e davanti ai suoi occhi si aprono, forse, promettenti prospettive di carriera politica... Noi, signor ministro, siamo disposti a concederle pubblicamente il nostro appoggio, a patto che lei si dimostri ragionevole e sia disposto a modificare un semplice dettaglio della futura riforma."

"Quale semplice dettaglio?"

"Semplicissimo, anzichè concedere ai lavoratori il diritto di scegliere a chi affidare la gestione dei loro conti previdenziali, questa decisione dovrebbe essere affidata in esclusiva ai capi dei sindacati ai quali i lavoratori appartengono."

Come di consueto quando riporto fatti, dichiaro di non sapere se corrispondono a verità: la storia è più facile da falsificare della teoria. Ma la storia in questione è estremamente realistica: Josè Pinera, autore della riforma cilena di privatizzazione delle pensioni negli anni '80 ( con conseguente raddoppio del tasse di crescita economico del Cile negli anni sucessivi), stava in riunione con dei sindacalisti...

Per fortuna dei cileni, i sindacati furono sconfitti.

Chissà qual è il ruolo di Cigl, Cisl e Uil nella gestione delle pensioni in Italia... mah...
postato da: Libertarian alle ore 21:10 | Permalink | commenti (10)
categoria:politiche sociali
lunedì, 11 dicembre 2006
Ho fatto una scaletta di discussione, con spunti enormi, per confrontare le soluzioni liberiste e interventiste all'innovazione tecnologica. I temi sono presentati in maniera Austriaca.

  1. Crescita economica: limitata dalla tecnologia o limitata dal capitale? Il caso dell'Italia.
  2. Esternalità nei benefici della ricerca: impediscono l'innovazione privata (perlomeno nel lungo termine?
  3. Economie di rete: può il mercato creare infrastrutture? Esempi: internet e cellulari.
  4. Crowding out e gratuità di beni e servizi: un modo inefficiente di fare a meno del mercato?
  5. La storia della crescita economica: il ruolo dell'espansione monetaria fino al 1971.
  6. La storia della crescita economica: la sostenibilità dello stato macroeconomico attuale.
  7. E' pensabile che lo stato prenda decisioni lungimiranti, ovvero: la ricerca può fare lobbying?
  8. Si può fare a meno della razionalità economica, compensando l'inefficienza con esternalità positive?
  9. Il mercato dell'energia: come stabilire cosa è efficiente in presenza di distorsioni sistematiche dei prezzi.
  10. Sostenibilità ed equità dello stato sociale: mito o realtà?
  11. Uscire dalle barriere del conto economico: il ruolo delle donazioni.
  12. Criteri statali per i finanziamenti alla ricerca: inefficienza, parassitismo. A che serve l'F-22?
  13. L'innovazione radicale è frutto di un piano deliberato?
  14. La ricerca pura in un mercato libero: trascurata?
  15. La struttura temporale dei costi dell'innovazione: approcci graduali, low risk?
  16. Concentrazioni industriali e innovazione: l'antitrust impedisce l'internalizzazione e la cooperazione? 
  17. Abbassare le preferenze temporali: risparmi forzati senza inflazione.
  18. Autofinanziamento e mercato dei capitali.

NOTE

1. La visione capital-constrained è tipica degli Austriaci, mentre l'altra è tipica (sembra) dei neoclassici. L'esistenza di tecniche di produzione non all'ultimo grido prova che la prima è coretta. Se fosse vera la seconda, tutti utilizzerebbero PENTIUM IV DUALCORE a 3GHZ con 4GB di DDR2 a 533MHz e nessuno userebbe i CELERON. Il caso dell'Italia è evidente: noi non ignoriamo l'esistenza di elevate tecnologie, non abbiamo i capitali per implementarle (nè la struttura istituzionale adatta a farlo): i motivi sono legali (troppi sindacati) e di politica economica (preferenza per misure demagogiche, come i pensionamenti anticipati).

2. Un possibile argomento contro il mercato è che l'innovazione, beneficiando tutti, crea problemi di free riding. Difficile dirlo con certezza, dove il mercato dell'innovazione è mutilato dall'iniziativa statale (punto 4): occorre specificare meccanismi di esternalità, riportare esempi reali, e spiegare le difficoltà di internalizzazione... possibili meccanismi di internalizzazione: innovare per tener fuori i concorrenti, innovare per entrare in un mercato.

3. Un ambito in cui il mercato può avere problemi di esternalità sono le economie di rete, che si hanno quando il valore di qualcosa dipende in maniera notevole dalla sua estensione. L'esempio tipico è la rete GSM: se collegasse solo Guidonia Montecelio e Settecamini non servirebbe a nulla, se va dalle Alpi a Pantelleria, invece, è potenzialmente utilissima. Internet è un tipo di rete facilmente espandibile modularmente: prima come rete aziendale, poi come connessione con clienti e fornitori... poi, una volta stabilita una fitta rete, le applicazioni consumer vengono spontaneamente... la rete GSM è più complessa, ma c'è da dire che, semplicemente, che chi la costruisce ha un vantaggio rispetto a chi non ce l'ha, e questo monopolio può essere molto proficuo. Necessitando di molti investimenti, ed essendo application-specific, è potenzialmente rischiosa: forse sul mercato libero sarebbe prima uscita la rete wireless, e poi il VOIP (wireless skype?), senza passare per il GSM... chissà.

4. E' evidente che un servizio gratuito non può essere prodotto da un'azienda, perchè i suoi costi non sarebbero recuperabili. Quindi l'argomento secondo il quale il fatto che lo stato faccia qualcosa prova che il mercato non può farla è completamente privo di valore. D'altra parte, non è possibile stabilire se la riduzione di risorse disponibili per il mercato privato non abbia impedito innovazioni e sviluppi che non si possono immaginare... a questo punto, si potrebbe pensare a discutere dei relativi meriti imprenditoriali del settore pubblico e del settore privato, in termini di prontezza, dinamicità, razionalità, efficienza...

5. La crescita economica deriva dai risparmi e dagli investimenti: anche se non è technology-constrained (punto 1), la tecnologia ha sicuramente un ruolo notevolissimo, se non altro perchè l'esistenza di un pool di tecniche ad elevata concentrazione di capitale è una precondizione per l'uso proficuo dei capitali disponibili. La crescita economica ha una forza endogena legata al fatto che la capacità di risparmiare e di investire aumenta con il reddito... quindi un'accelerazione della crescita (un effetto soglia, se vogliamo) è prevedibile quando si passa da strutture produttive non-capitaliste alla modernità. Il ruolo dell'espansione monetaria dal 1700 al 1913 (fondazione della Fed) sulla crescita è probabilmente trascurabile, mentre dopo il 1971 (eliminazione del gold standard e inflazionismo sfrenato) ha sicuramente svolto un ruolo notevole (punto 6).

6. Se fosse possibile, tramite inflazionismo, creare un sentiero di crescita stabile sostenibile per l'economia, si avrebbe più crescita che sul mercato libero. Se la cosa non è sostenibile, conviene invece rifugiarsi su un'isola deserta in previsione di un futuro tracollo globale del sistema produttivo, come è sempre accaduto in tutti i boom inflazionistici precedenti al 1971. Il fatto che la crescita, dal 1985 circa ad oggi, sia stata molto sostenuta non significa nulla: gli squilibri macroeconomici sono presenti ancora oggi, e la globalizzazione, cioè essenzialmente la crescita cinese, ha un limite intrinseco. Se la crescita si arresta, la pressione espansionistica diventerà ifnlazione, provocando il tracollo della struttura. Esiste una via di uscita: credere che la pressione espansionistica crei opportunità di incremento della produttività endogenamente, anche in assenza di globalizzazione, che mettano a freno i processi iperinflazionistici.

7. In Italia, ricerca e Difesa sono le prime due cose ad essere tagliate in tempi di crisi: lo stato dimostra quasi ovunque una notevole mancanza di lungimiranza, come si evince dal debito pubblico, e dalla tendenza a trasformare risparmi in spese correnti. C'è da chiedersi se è verosimile credere che lo stato sia interessato o interessabile alla ricerca (spendendo più di quanto le aziende spenderebbero di per sè senza i problemi del punto 4), e, soprattutto, alla buona ricerca.

8. In un contesto complesso, prendere decisioni senza mercato significa non avere una guida, a priori o a posteriori, per valutare le proprie azioni: significa sottovalutare sistematicamente potenziali soluzioni, ed essere ciechi sistematicamente di fronte a certi problemi. La ricerca è un sistema sufficientemente complesso da vedere con orrore l'eventualità che la razionalità economica sia inficiata. Lo stato potrebbe recuperare efficienza affidandosi ad un mercato della ricerca, finanziato dallo stato: questa soluzione "chicaghiana" ha il solito difetto "chicaghiano" di non considerare che la decisione stessa di investire è soggetta a vincoli di efficienza: si ha il rischio di spendere tot miliardi nello sviluppo di soluzioni utili forse tra un secolo, e togliere fondi alla realizzazione pratica di soluzioni potenzialmente utili nell'immediato.

9. Le economie di scala sono gravemente distorte dall'intervento pubblico: una fitta rete di autostrade gratuite aumenterà la competitività di Wal Mart rispetto alle piccole botteghe, indipendentemente dall'efficienza economica reale. Lo stesso vale per l'energia: quanto costa il solare, il carbone, il petrolio o il nucleare non lo sa nessuno, perchè i prezzi di mercato sono sistematicamente distorti (esempio: incentivi, sussidi, protezionismo, monopoli politici).

10. Un po' fuori tema, vorrei criticare l'idea che lo Stato Sociale possa vantare dei risultati positivi. In realtà, senza inflazione e deficit molte politiche non sarebbero possibili, quindi c'è un elemento intrinseco di non-sostenibilità già evidente. Nel lungo termine, le variazioni demografiche renderanno tale insostenibilità ancora più evidente. Altri fattori: pensioni e inflazione, salari minimi e disoccupazione, protezionismo e Terzo Mondo, crowding out e produttività futura. Fallimenti evidenti: banlieu, Ost-Deutschland, Meridione, minoranze USA.

11. Le donazioni sono un metodo efficace di affrontare problemi comuni in condizioni locali: comuni, tribù... nella grande società hayekiana, il mercato è il collante più importante, perchè riduce la complessità epistemica della cooperazione globale. Ciò non toglie che società di "amici di" possano esistere e prosperare, fare marketing e propaganda, attrarre finanziamenti. Il volume di queste attività (spesso inorganiche e disorganizzate) è, negli USA, notevolissimo. Non c'è dubbio che l'interesse per l'altro è anch'esso soggetto a fenomeni di crowding out.

12. Se la ricerca è un fenomeno complesso (punto 8), c'è da chiedersi se la gestione burocratica possa sopperire alla mancanza di mercato. Un esempio di come la burocrazia ha ragioni che la ragione non conosce è l'F-22... un progetto per costruire un aereo intercettore super-fico, impiegando tecniche e materiali e tecnologie avanzatissime, con un costo unitario stimato di alcune centinaia di milioni di dollari... il progetto va avanti da oltre un decennio (?), ed è sopravvissuto alla sua utilità strategica (con la fine della guerra fredda). Rimane poi il commento di Luttwak: costruire aerei così complessi che la loro produzione annua è pari alle perdite quotidiane prevedibili di un conflitto su larga scala è assurdo.

13. Questo punto è fondamentale, perchè si tende a far risalire l'innovazione a piani prestabiliti, decisi burocraticamente, e organizzati dalle istituzioni politiche. In realtà, un processo così lineare è perlomeno un mito, e, se ha mai avuto un ruolo, al massimo, può spiegare solo alcune fasi dell'innovazione (ad esempio, la costruzione di un prototipo è uno sforzo unitario). L'evoluzione tecnologica ha probabilmente uno sviluppo meno lineare e burocratizzabile: si parte da un'intuizione teorica o da un problema pratico, e si trovano soluzioni a problemi più o meno correlati, o legami teorici prima non evidenti. Per questa ragione, la ricerca deve basarsi sulla più assoluta libertà del ricercatore, perchè la burocratizzazione (anche nelle grandi aziende) è potenzialmente lesiva delle potenzialità innovative delle idee. Questo forse spiega perchè molte innovazioni sono state effettuate da singoli inventori o da piccole aziende. Di certo, l'università può giocare un ruolo fondamentale in questo ambito (punto 14).

14. Sembrerebbe che sul mercato i fondi ce li abbiano le aziende, e le aziende sono orientate solo ai "problemi pratici". Ne risulterebbe che gran parte della ricerca rischierebbe di essere Development anzichè Research. Indizi su come affrontare il problema: il singolo scienziato entusiasta (domanda: i "grandi" laboratori sono veramente utili, o sono una distorsione della ricerca indotta dalla burocratizzazione?), progetti finanziati da entusiasti, centri di ricerca con carta bianca, ricercatori e professori universitari (non sono da escludere l'importanza di quel particolare profitto che è la fama e la stima dei propri colleghi, e i "pezzi di carta" necessari all'avanzamento della carriera, fattori economici ma extra-monetari). La ricerca pura, poi, spesso costa poco (punto 15).

15. Questo punto, se fosse vero, proverebbe che la ricerca è fatta solo da grandi aziende, e non da quelle piccole. Infatti la ricerca in questione richiederebbe tempo, prospettive di lungo termine, capitali in quantità. Non è detto che sia così: nelle prime fasi di una ricerca, infatti, i costi sono in genere bassi: studi di fattibilità, ricerche teoriche, studi bibliografici... i grandi costi si hanno a livello di prototipizzazione ("development" e non "research"). Questo significa che il singolo scienziato (punto 14) può non avere bisogno di molti fondi per gran parte della sua ricerca, per poi arrivare con uno studio completo da sperimentare, e quindi con bisogno di finanziamenti su larga scala. Possibili obiezioni: spese per l'attrezzatura, teoria poco sviluppata (e quindi studi di fattibilità poco credibili, e molti rischi). Altri modi per internalizzare e gradualizzare la ricerca: benefici in termini di accumulazione di know how, ricadute applicative secondarie immediate, accumulazione e sviluppo di capitale umano, motivazione dei dipendenti con tendenze da NERD, e collezione completa dei libri di Stephen Hawking.

16. Se in alcune ricerche i fattori di scala sono notevoli, è possibile realizzarle tramite joint venture tra aziende. Molte politiche di questo tipo verrebbero però condannate dall'antitrust come anticompetitive. Ma questo è un problema dell'intervento statale. Esempio: il problema dell'investimento in un duopolio nella teoria dei giochi (Boeing/Airbus).

17. E' possibile aumentare la disponibilità dei fondi per l'investimento (tra cui anche la ricerca) mediante tecniche non inflazionistiche: una possibilità è costringere tutti a risparmiare almeno una certa percentuale di reddito. Violentare le preferenze intertemporali individuali in nome dello sviluppo è illiberale, ma non comporta i disastri dell'inflazione. L'opposizione normativa a tale politica è che è ingiusta; l'opposizione positiva si basa su due considerazioni teoriche: la prima è che lo sviluppo non è un fine in sè, ma è la conseguenza di preferenze temporali individuali sufficientemente basse; la seconda è che una tale politica provocherebbe crisi economica da malinvestimento non appena venisse abolita o ridotta, non dissimilmente dall'inflazione. In ogni caso, il fatto che costringere le persone a non mangiare per finanziare le aziende possa stimolare la crescita economica è tutto sommato ovvio...

18. L'autofinanziamento è l'utilizzo dei profitti per gli investimenti, ed è alternativo al chiedere fondi sul mercato (prestiti bancari, emissione di azioni e obbligazioni). La maggiore autonomia decisionale di un'azienda autofinanziata può aiutare a prendere decisioni rischiose e ad implementare "visions", che una banca può essere restia a finanziare. Se l'autofinanziamento fosse irrilevante, probabilmente le figure dell'imprenditore e del capitalista non sarebbero mai capitate assieme storicamente. Per aumentare l'autofinanziamento rispetto al finanziamento esterno, basta eliminare le tasse sulle persone giuridiche (IRPEG, IRAP).
postato da: Libertarian alle ore 13:04 | Permalink | commenti (15)
categoria:economia, politica interna, politiche sociali, liberalismo