Supponiamo che i sindacati europei si coalizzino e facciano un contratto collettivo europeo del lavoro (un CCEL), che fissa tutti gli standard minimi di lavoro su tutto il territorio dell'Unione Europea a livello centralizzato.
I paesi che a livello di reddito pro capite stanno meglio di noi sono: Germania, Francia, Regno Unito, Olanda, Belgio, Svezia, Austria, Danimarca, Finlanda, Irlanda, Lussemburgo. Sono 266 milioni di abitanti, il 54% della popolazione europea. Alcuni di questi paesi (credo Francia, Irlanda e Regno Unito) non dovrebbero avere reddito molto più alti di quelli italiani, ma non ho controllato. In altri la differenza è considerevole.
I paesi che stanno peggio sono: Polonia, Romania, Grecia, Portogallo, Rep. Ceca, Ungheria, Bulgaria, Slovacchia, Lituania, Lettonia, Slovenia, Estonia, Cipro e Malta. Sono 125 milioni di persone, il 25% della popolazione europea.
Al livello dell'Italia c'è la Spagna, e insieme sono 104 milioni di abitanti, il 21% della popolazione europea.
Si noti quindi che Italia e Spagna sono circa in posizione mediana: i ricchi sono leggermente più del 50% (se si mettono più paesi insieme ad Italia e Spagna sono anche di meno). Quindi un accordo europeo votato a maggioranza richiederebbe il voto favorevole di almeno un paese povero o di fascia media.
Detto questo, vediamo come funziona la contrattazione collettiva: in genere si fissa un salario minimo, o meglio, in Italia, un costo del lavoro minimo. Questo costo minimo del lavoro, in Italia, è la causa dell'elevato livello di disoccupazione nel Meridione, in quanto troppo alto.
Se lo stesso salario venisse imposto ai paesi "poveri", la disoccupazione in questi paesi salirebbe a livelli incredibili, ben oltre il 20% del Sud. Lo stesso identico discorso vale a livello europeo: un costo del lavoro minimo irrilevante per la Germania Occidentale sarebbe troppo elevato per gran parte dell'Italia. Questo implica che un CCEL votato a maggioranza dai paesi ricchi causerebbe probabilmente un notevole aumento della disoccupazione, anche nel Nord Italia.
Una complicazione è legata al fatto che alcuni paesi, come la Germania e l'Italia, sono economicamente eterogenei e quindi hanno già problemi con le politiche sindacali (sinceramente non ho idea di come stiano effettivamente le cose in Germania), ma trascuro la complicazione.
Consideriamo due ipotesi: votazione all'unanimità, e votazione a maggioranza assoluta.
Nel primo caso, nessun paese povero accetterebbe un accordo con salari da paese ricco: l'Ungheria non fisserebbe il costo del lavoro minimo a, mettiamo, 20,000€ lordi l'anno, perchè il suo mercato del lavoro collasserebbe. Questo significa che l'elevata eterogeneità economica dell'Unione Europea farebbe fallire qualsiasi CCEL. Problema risolto.
Non così nel caso di votazione a maggioranza: qui c'è il rischio che l'Italia e la Spagna siano costrette a costi del lavoro incompatibili con la piena occupazione, trasformando tutta l'Italia, tranne forse qualche distretto particolarmente attivo del Nord, in un grande Meridione. Questo perchè l'Italia è lievemente sotto la mediana: quindi il 50%+1 degli elettori è nei paesi più ricchi dell'Italia.
D'altro canto, le dinamiche demografiche, le possibilità di allargamento, il numero dei lavoratori sulla popolazione potrebbero cambiare questo risultato: c'è la possibilità che l'Italia sia proprio in posizione mediana. In questo caso, l'accordo politico che si riuscirebbe a fare, l'unico che garantirebbe il 50%+1 dei voti, sarebbe un CCEL sufficientemente basso da non rovinare l'Itala, ma sufficientemente alto da rovinare tutta l'Europa Orientale, più Grecia e Portogallo.
Insomma: la contrattazione collettiva, per come funziona, danneggia il 50%-1 dei lavoratori più economicamente deboli, a vantaggio del 50%+1 più economicamente forte.
La realtà è ovviamente più complessa, ma quello che ho descritto è proprio ciò che accade in Italia. E ciò che accadrebbe con Europa con un CCEL. Attenti a ciò che desiderate, potreste ottenerlo.
categoria:economia, politiche sociali














