In Italia si sceglie sempre tra due mali: la disoccupazione di massa di lungo termine oppure il precariato. In teoria si può far molto per migliorare il secondo (esempio: se solo producessimo quanto i tedeschi, avremmo salari maggiori), ma nulla che funzioni nel breve termine: nel lungo serve coraggio politico e nessuno ce l'ha (Berlusconi preferisce rimorchiare donzelle, Franceschini si guarda allo specchio ogni mattina chiedendosi "io esisto?").
Concordo che bisogna togliere i 36 (?) contratti attuali: ne basta uno, il resto è solo una fonte di reddito per gli avvocati. Il problema è se ne serve uno rigido (disoccupazione ed inefficienza, con molte garanzie però per quel 85% dei lavoratori che un lavoro l'avrebbe) oppure uno flessibile (efficienza ma instabilità dell'occupazione).
Prima l'Italia aveva il 12% di disoccupazione, al sud e tra i giovani era il 20-30%, il 70% della disoccupazione era (è) di lungo termine (almeno un anno), il tasso di occupazione era (è) bassissimo, soprattutto tra le donne (ma Berlusconi ha promesso di assumerne 200,000 come sue amanti, quindi il problema si risolverà
). Oggi, con la crisi, quell'Italia forse starebbe con la disoccupazione al 15%: la disoccupazione da rigidità, infatti, anche se aumenta lentamente (per omissione di assunzione e non per commissione di licenziamento), tende a persistere, cosa che è chiamata "isteresi".Poi Treu e Biagi hanno fatto quello che si fa in Italia in mancanza di coraggio politico: si legalizza ciò che era già realtà. Prima i disoccupati permanenti erano in realtà lavoratori in nero, almeno in parte: ora i lavoratori in nero si chiamano "lavoratori atipici" e almeno hanno mezza pensione (altro esempio di riforme fatte a metà per mancanza di fegato).
Una parte dei lavoratori atipici che prima era in nero o disoccupata sta sicuramente meglio di prima: poi c'è una parte di lavoratori "tipici" che ora sono diventati atipici, che si può dire stiano peggio. Il numero di questi è difficile da calcolare: in teoria è facile, perché gli atipici sono il 13% circa dei lavoratori, la disoccupazione è calata del 6% (dal 12% al 6%), quindi sarebbero il 50% circa. In pratica bisogna compensare l'aumento della partecipazione alla forza lavoro e soprattutto il trend della disoccupazione (che non sarebbe rimasta al 12% di qualche anno fa, ma sarebbe salita). Non mi azzardo a dare fiducia alla mia stima, ma diciamo che il 33% dei lavoratori atipici nell'Italia precedente avrebbe avuta un contratto standard, mentre il rimanente 67%% sarebbe stata in nero o disoccupata. Quindi le riforme hanno avvantaggiato il 67% dei "precari".
Non conosco la proposta di Ichino, ma conosco la proposta di Boeri e Garibaldi, visto che ho letto il loro libro. Purtroppo ho dimenticato i dettagli della proposta (ho il libro a casa), però in linea di massima si tratta di un contratto a due o tre stadi, in cui le garanzie aumentano col tempo, e dopo 36 mesi si ha un contratto identico all'attuale. Praticamente è un incentivo a licenziare la gente al 35° mese, e se ciò non fosse possibile a posticipare le assunzioni fino a far aumentare il tasso di disoccupazione: ho poca fiducia che funzioni. Credo che sia tra l'altro anche simile al piano Tiraboschi (allievo di Biagi), ma non ne sono convinto.
La proposta Ichino, invece, consiste da quel che ho capito interamente nell'aiutare i disoccupati a trovare un altro lavoro, invece che pagarli per non lavorare nelle vecchie aziende con la cassa integrazione: in un paese senza assistenza ai disoccupati, e dove la cassa integrazione beneficia soprattutto i dipendenti delle grandi aziende del Nord, è una buona idea. Di certo sarebbe un passo avanti per milioni di lavoratori in aziende piccole e medie.
A ben pensare la proposta Ichino è ovvia: in un'economia basata su continue innovazioni tecnologiche i lavoratori non possono lavorare 40 anni nello stesso posto e fare per 40 anni le stesse cose. Le aziende nascono e muoiono, le tecniche cambiano, l'organizzazione cambia: dare un sussidio ai disoccupati e fare "retraining" è una politica sociale efficiente; conservare aziende inefficienti come ospizi di lavoratori inoccupati no.
Comunque sia, il mondo degli anni '80 non tornerà mai: i sindacati hanno sbagliato secolo, e io personalmente non vedo come si possa esser fieri di un sistema che ha impedito a milioni di persone di lavorare, ma ai sindacalisti piace la retorica (e la propria carriera, immagino): i disoccupati sono un dettaglio trascurabile, e la crescita economica (l'unica politica sociale che funziona) pure.
La scelta è tra mali di grosse dimensioni, ed eventuali mali minori si avranno solo tra almeno un decennio, posto che si abbia coraggio oggi, cosa che nessuno ha. Del resto, se al Governo ci sono gli scarti del PSI e della DC, e se il capo vero dell'opposizione è in realtà Veronica Lario, abbiamo un problema. :-)
categoria:economia, politica interna, politiche sociali, liberalismo















