mercoledì, 20 maggio 2009
Ho letto un articolo di un sindacalista della FIOM: riflessioni sparse senza riferimenti al testo. L'articolo diceva di tornare alla vecchia Italia, quella con disoccupazione di massa, di lungo termine, e con trend in crescita, precedente alla riforma Treu (e poi a quella Biagi).

In Italia si sceglie sempre tra due mali: la disoccupazione di massa di lungo termine oppure il precariato. In teoria si può far molto per migliorare il secondo (esempio: se solo producessimo quanto i tedeschi, avremmo salari maggiori), ma nulla che funzioni nel breve termine: nel lungo serve coraggio politico e nessuno ce l'ha (Berlusconi preferisce rimorchiare donzelle, Franceschini si guarda allo specchio ogni mattina chiedendosi "io esisto?").

Concordo che bisogna togliere i 36 (?) contratti attuali: ne basta uno, il resto è solo una fonte di reddito per gli avvocati. Il problema è se ne serve uno rigido (disoccupazione ed inefficienza, con molte garanzie però per quel 85% dei lavoratori che un lavoro l'avrebbe) oppure uno flessibile (efficienza ma instabilità dell'occupazione).

Prima l'Italia aveva il 12% di disoccupazione, al sud e tra i giovani era il 20-30%, il 70% della disoccupazione era (è) di lungo termine (almeno un anno), il tasso di occupazione era (è) bassissimo, soprattutto tra le donne (ma Berlusconi ha promesso di assumerne 200,000 come sue amanti, quindi il problema si risolverà ). Oggi, con la crisi, quell'Italia forse starebbe con la disoccupazione al 15%: la disoccupazione da rigidità, infatti, anche se aumenta lentamente (per omissione di assunzione e non per commissione di licenziamento), tende a persistere, cosa che è chiamata "isteresi".

Poi Treu e Biagi hanno fatto quello che si fa in Italia in mancanza di coraggio politico: si legalizza ciò che era già realtà. Prima i disoccupati permanenti erano in realtà lavoratori in nero, almeno in parte: ora i lavoratori in nero si chiamano "lavoratori atipici" e almeno hanno mezza pensione (altro esempio di riforme fatte a metà per mancanza di fegato).

Una parte dei lavoratori atipici che prima era in nero o disoccupata sta sicuramente meglio di prima: poi c'è una parte di lavoratori "tipici" che ora sono diventati atipici, che si può dire stiano peggio. Il numero di questi è difficile da calcolare: in teoria è facile, perché gli atipici sono il 13% circa dei lavoratori, la disoccupazione è calata del 6% (dal 12% al 6%), quindi sarebbero il 50% circa. In pratica bisogna compensare l'aumento della partecipazione alla forza lavoro e soprattutto il trend della disoccupazione (che non sarebbe rimasta al 12% di qualche anno fa, ma sarebbe salita). Non mi azzardo a dare fiducia alla mia stima, ma diciamo che il 33% dei lavoratori atipici nell'Italia precedente avrebbe avuta un contratto standard, mentre il rimanente 67%% sarebbe stata in nero o disoccupata. Quindi le riforme hanno avvantaggiato il 67% dei "precari".

Non conosco la proposta di Ichino, ma conosco la proposta di Boeri e Garibaldi, visto che ho letto il loro libro. Purtroppo ho dimenticato i dettagli della proposta (ho il libro a casa), però in linea di massima si tratta di un contratto a due o tre stadi, in cui le garanzie aumentano col tempo, e dopo 36 mesi si ha un contratto identico all'attuale. Praticamente è un incentivo a licenziare la gente al 35° mese, e se ciò non fosse possibile a posticipare le assunzioni fino a far aumentare il tasso di disoccupazione: ho poca fiducia che funzioni. Credo che sia tra l'altro anche simile al piano Tiraboschi (allievo di Biagi), ma non ne sono convinto.

La proposta Ichino, invece, consiste da quel che ho capito interamente nell'aiutare i disoccupati a trovare un altro lavoro, invece che pagarli per non lavorare nelle vecchie aziende con la cassa integrazione: in un paese senza assistenza ai disoccupati, e dove la cassa integrazione beneficia soprattutto i dipendenti delle grandi aziende del Nord, è una buona idea. Di certo sarebbe un passo avanti per milioni di lavoratori in aziende piccole e medie.

A ben pensare la proposta Ichino è ovvia: in un'economia basata su continue innovazioni tecnologiche i lavoratori non possono lavorare 40 anni nello stesso posto e fare per 40 anni le stesse cose. Le aziende nascono e muoiono, le tecniche cambiano, l'organizzazione cambia: dare un sussidio ai disoccupati e fare "retraining" è una politica sociale efficiente; conservare aziende inefficienti come ospizi di lavoratori inoccupati no.

Comunque sia, il mondo degli anni '80 non tornerà mai: i sindacati hanno sbagliato secolo, e io personalmente non vedo come si possa esser fieri di un sistema che ha impedito a milioni di persone di lavorare, ma ai sindacalisti piace la retorica (e la propria carriera, immagino): i disoccupati sono un dettaglio trascurabile, e la crescita economica (l'unica politica sociale che funziona) pure.

La scelta è tra mali di grosse dimensioni, ed eventuali mali minori si avranno solo tra almeno un decennio, posto che si abbia coraggio oggi, cosa che nessuno ha. Del resto, se al Governo ci sono gli scarti del PSI e della DC, e se il capo vero dell'opposizione è in realtà Veronica Lario, abbiamo un problema. :-)
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categoria:economia, politica interna, politiche sociali, liberalismo
domenica, 08 marzo 2009
Il dibattito sull'applicabilità del concetto di merce al lavoro mi sembra mal posto: la domanda importante è "i concetti dell'analisi economica sono utili a comprendere le dinamiche del mercato del lavoro?", e la risposta è secondo me "sì", ma in Italia sto in netta minoranza.

Gallino, professore di Sociologia a Torino, ha scritto un libro contro tutte le riforme del mercato del lavoro degli ultimi anni. Il libro è ovviamente scritto dal punto di vista sociologico, e infatti il maggiore difetto è la carenza di argomenti economici validi.

Il libro inizia con una stima dell'estensione del "precariato", inteso (condivisibilmente) come ogni forma di contratto di lavoro non a tempo pieno e a tempo indeterminato, che è largamente maggiore di tutte le stime fatte da altre fonti, arrivando fino a circa 8 milioni di persone. Bisogna dire che almeno 2 di questi milioni sono dovuti al fatto che si considerano tra i precari anche i lavoratori in nero (cosa che indubbiamente ha senso). Non capisco molto di stime statistiche su popolazioni e sinceramente non sono molto convinto dei numeri forniti, ma non ho molto da dire a riguardo. Uno degli argomenti usati è che stimare una probabilità pari allo 1% su una popolazione di 40,000,000 di persone (quindi un insieme di 400,000) a partire da una sottopopolazione di sole 100,000 (il sottoinsieme ISTAT) non fornisce stime credibili, e per quel poco che ne so la cosa non mi torna molto.

Il libro drammatizza molto il concetto di flessibilità, come se ogni cambiamento del lavoro fosse una tragedia umana: la cosa molto più realistica è che cambiare lavoro è un problema solo se i salari sono bassi e la probabilità di non trovare lavoro presto è bassa. Ma sono esattamente i due tipi di problemi che se l'Italia non avesse avuto politiche economicamente folli per trent'anni non avrebbe. Sicuramente esistono dei costi nel cambiare lavoro, ma la mentalità della rigidità a tutti i costi equivale ad una mentalità di inefficienza e declino a tutti i costi. Si analizzano poi alcune delle cause della domanda di maggiore flessibilità, come cambiamenti di organizzazione industriale e una maggiore concorrenza internazionale (aggiungerei un maggiore dinamismo tecnologico), e l'analisi è condivisibile.

Il primo problema principale del libro è che vuole convincere il lettore che il mercato del lavoro italiano era un paradiso prima che le cattive multinazionali, Treu e Biagi intervenissero (con estrema, per non dire eccessiva, secondo me, moderazione) per danneggiare i lavoratori.

Il secondo problema grave è che si vuole convincere il lettore che l'esportazione del diritto del lavoro, così come si è sviluppato in Occidente fino agli anni '70, dai paesi ricchi ai paesi poveri sia la panacea per tutti i mali, sia dei primi che dei secondi.

La prima tesi è fattualmente poco credibile. Se c'era una disoccupazione del 10%, e se al Sud superava il 20%, se la disoccupazione tra i giovani era altissima, la colpa era proprio della rigidità del mercato del lavoro. Chiunque dia un'occhiata anche svogliata ai dati si rende conto che è bastato veramente poco, in termini di riforme, per trasformare un esercito di disoccupati e di lavoratori in nero (creato appunto dai sindacati e dal diritto del lavoro) in un esercito di lavoratori flessibili che perlomeno ora un lavoro, e un minimo di garanzie giuridiche, ce l'hanno. Di certo non è stato sufficiente, e condivido il punto dell'autore secondo cui la maggior parte della differenza l'hanno probabilmente fatta i lavoratori in nero che hanno finalmente ottenuto un contratto legale, ma sicuramente c'è stato un passo avanti: la scelta reale non è tra paradiso e precarietà, ma tra flessibilità e disoccupazione.

La seconda tesi è teoricamente infondata. Se il costo del lavoro in India salisse troppo, la competitività dell'India andrebbe a farsi benedire, i capitali andrebbero altrove, e i lavoratori indiani, oggi come tra trent'anni, continuerebbero a morire di fame. Se invece non fanno follie "sindacali", probabilmente riusciranno ad accumulare i capitali necessari a svilupparsi e ad accrescere la produttività e quindi i salari. Alla fine sarebbe molto più onesto dire "noi temiamo la concorrenza dei cinesi, e quindi i cinesi devono morire di fame", piuttosto che disegnare paradisi di carta avulsi dalla realtà.

Per il resto, alcuni dettagli come "gli investitori non possono chiedere ritorni sull'investimento del 20% se la crescita economica è del 3%" hanno un impatto trascurabile sul libro, però sono indicativi. Il fatto è che anche un'economia perfettamente stazionaria (crescita nulla) in cui occorre rinnovare il capitale investendo ogni anno ad esempio il 25% del prodotto annuo, e che per posticipare tali consumi ha bisogno di premiare il risparmiatore con un rendimento del 10% è del tutto concepibile*.

Più interessante dal punto di vista pratico è quando ci si lamenta che i fondi pensione chiedano rendimenti troppo elevati alle imprese, e che questi andrebbero soggetti a vincoli di impiego del capitale per evitare che i capitali vadano ai paesi poveri in cui le condizioni del lavoro (data la scarsità di capitali) non piacciono all'autore. Ma i fondi pensioni i rendimenti a chi li passano? Ai lavoratori, ovviamente. In sostanza, si dice che bisogna vincolare i capitali in modo che non avvantaggino i paesi poveri, così che continueranno a morire di fame, e in modo che rendano poco, così che le pensioni in futuro saranno inferiori.

Il libro mostra che l'analisi di un problema economico senza una teoria economica è impossibile. Tolta quest'ultima, infatti, rimane il wishful thinking. Il problema del wishful thinking è che il contenuto calorico delle buone intenzioni è nullo: i lavoratori si sfamano con le merci.

* Lo spiego meglio? Supponiamo che c'è un solo investimento, che dura un anno, e che rende in termini di produzione reale il 3%. Quindi investire 1 oggi darà 1.03 tra un anno. Il rendimento degli investimenti è dato dalla differenza tra lo 1.03 tra un anno e il valore attuale delle merci future, che dipende dal tasso di sconto (e quindi dalle preferenze temporali e dal rischio). Se ad esempio 1.03 merci tra un anno valgono oggi 0.9, avremo rendimenti degli investimenti del 15% circa. Che la crescita riduca il costo del risparmiare è verosimile, ma che sia necessaria a spiegare i rendimenti è falso.
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categoria:economia, politiche sociali, giustizia sociale
venerdì, 06 marzo 2009
Nel secondo articolo su Giornalettismo tratto temi più complessi:
  1. I modelli outsider/insider del mercato del lavoro
  2. La disoccupazione e i salari di efficienza
  3. Il monopsonio nel mercato del lavoro
  4. La rigidità del lavoro come assicurazione
  5. L'effetto del commercio internazionale sui mercati del lavoro interni
  6. Il ruolo del capitale umano
  7. L'assurdità dell'Effetto Ricardo (come abitualmente considerato)
  8. L'assurdità del "Paid enough to buy the product".
A parer mio, ho detto tutto quello che bisogna sapere sul mercato del lavoro sul piano della teoria economica. Di fatto ho riassunto libri come "Advanced Macroeconomics" di David Romer e "Lezioni di diritto del lavoro" di Pietro Ichino. Ci sono alcuni dettagli che mancano, sicuramente, ma i temi fondamentali più o meno ci sono tutti (manca il modello dei "lavoratori scoraggiati" e non ho avuto il coraggio di chiamare "search/match model" quello che a tutti gli effetti è sempre stata nota come disoccupazione frizionale, essendo i modelli S/M solo la complicata formalizzazione dell'ovvio).
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categoria:economia, politiche sociali
sabato, 24 gennaio 2009
Le NBR (Non National Bureau of Rebels, ma le Nuove Brigate Rosse) minacciano Pietro Ichino dalle galere in cui (sperabilmente) passeranno gran parte di ciò che rimane loro da vivere (più precisamente dalle aule del tribunale).

Io volevo dire una cosa che secondo me è importante ma puzza di strumentalizzazione. L'Italia è il paese delle strumentalizzazioni, da chi approfitta dell'11/9 per fare pubblicità al terzomondismo a chi usa Palazzo Chigi per salvare i colleghi proprietari di squadre di calcio.

Però è un rischio che forse vale la pena correre.

In Italia c'è una diffusa mentalità, che secondo me è sicuramente infondata e forse addirittura ipocrita, secondo cui la difesa dei lavoratori dal mercato è "solidarietà sociale" e la difesa di mercato dei lavoratori è "macelleria sociale".

Così anche se le NBR sono - auspicabilmente - rifiutate da tutte le parti politiche in quanto indegne di un paese civile, comunque un residuo di malrisposto senso di "superiorità morale" sembrerebbe rimanere.

Se uno vuole più mercato per il lavoro è per ridurre la disoccupazione, soprattutto di lungo termine, aumentare la produttività e la competitività, e quindi stimolare la crescita e i salari futuri. Questi sono punti molto "sociali", sicuramente più della disoccupazione di massa e della stagnazione economica che le politiche più stataliste - a parer mio - comportano.

Alla fine il dibattito sulla riforma del lavoro deve riguardare l'auspicabilità di misure che potranno avere effetti, positivi o negativi, su redditi da lavoro, crescita economica, disoccupazione, costo degli ammortizzatori, indipendenza sociale dei lavoratori, ruolo politico dei sindacati, competitività, differenziali Nord-Sud.

Le riforme liberali del mercato del lavoro chiedono un costo, probabilmente neanche troppo grande, a impiegati pubblici e operai iperprotetti di grandi aziende (spesso del Nord), in cambio di maggiori opportunità di lavoro e di sviluppo per i giovani e i meridionali, e di una maggior competitività che andrà a vantaggio di tutto il paese.

Questo è l'argomento di cui discutere. La superiorità morale lasciamola ai terroristi, se sono contenti così. Finché stanno in galera, possiamo dimenticarci di loro.
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categoria:economia, politica interna, politiche sociali
giovedì, 17 luglio 2008
Sto leggendo qualcosa su alcuni progetti dei sindacati per introdurre qualche sorta di rappresentanza a livello europeo. Non essendo ancora entrato nell'ottica del diritto del lavoro, con i suoi tecnicismi intrisi di moralismo gratuito, parlerò di fanta-politica... che potrebbe non essere tanto fanta, forse sarebbe quindi meglio dire coca-politica, anche perchè l'idea diventa credibile solo dopo l'uso di stupefacenti.

Supponiamo che i sindacati europei si coalizzino e facciano un contratto collettivo europeo del lavoro (un CCEL), che fissa tutti gli standard minimi di lavoro su tutto il territorio dell'Unione Europea a livello centralizzato.

I paesi che a livello di reddito pro capite stanno meglio di noi sono: Germania, Francia, Regno Unito, Olanda, Belgio, Svezia, Austria, Danimarca, Finlanda, Irlanda, Lussemburgo. Sono 266 milioni di abitanti, il 54% della popolazione europea. Alcuni di questi paesi (credo Francia, Irlanda e Regno Unito) non dovrebbero avere reddito molto più alti di quelli italiani, ma non ho controllato. In altri la differenza è considerevole.

I paesi che stanno peggio sono: Polonia, Romania, Grecia, Portogallo, Rep. Ceca, Ungheria, Bulgaria, Slovacchia, Lituania, Lettonia, Slovenia, Estonia, Cipro e Malta. Sono 125 milioni di persone, il 25% della popolazione europea.

Al livello dell'Italia c'è la Spagna, e insieme sono 104 milioni di abitanti, il 21% della popolazione europea.

Si noti quindi che Italia e Spagna sono circa in posizione mediana: i ricchi sono leggermente più del 50% (se si mettono più paesi insieme ad Italia e Spagna sono anche di meno). Quindi un accordo europeo votato a maggioranza richiederebbe il voto favorevole di almeno un paese povero o di fascia media.

Detto questo, vediamo come funziona la contrattazione collettiva: in genere si fissa un salario minimo, o meglio, in Italia, un costo del lavoro minimo. Questo costo minimo del lavoro, in Italia, è la causa dell'elevato livello di disoccupazione nel Meridione, in quanto troppo alto.

Se lo stesso salario venisse imposto ai paesi "poveri", la disoccupazione in questi paesi salirebbe a livelli incredibili, ben oltre il 20% del Sud. Lo stesso identico discorso vale a livello europeo: un costo del lavoro minimo irrilevante per la Germania Occidentale sarebbe troppo elevato per gran parte dell'Italia. Questo implica che un CCEL votato a maggioranza dai paesi ricchi causerebbe probabilmente un notevole aumento della disoccupazione, anche nel Nord Italia.

Una complicazione è legata al fatto che alcuni paesi, come la Germania e l'Italia, sono economicamente eterogenei e quindi hanno già problemi con le politiche sindacali (sinceramente non ho idea di come stiano effettivamente le cose in Germania), ma trascuro la complicazione.

Consideriamo due ipotesi: votazione all'unanimità, e votazione a maggioranza assoluta.

Nel primo caso, nessun paese povero accetterebbe un accordo con salari da paese ricco: l'Ungheria non fisserebbe il costo del lavoro minimo a, mettiamo, 20,000€ lordi l'anno, perchè il suo mercato del lavoro collasserebbe. Questo significa che l'elevata eterogeneità economica dell'Unione Europea farebbe fallire qualsiasi CCEL. Problema risolto.

Non così nel caso di votazione a maggioranza: qui c'è il rischio che l'Italia e la Spagna siano costrette a costi del lavoro incompatibili con la piena occupazione, trasformando tutta l'Italia, tranne forse qualche distretto particolarmente attivo del Nord, in un grande Meridione. Questo perchè l'Italia è lievemente sotto la mediana: quindi il 50%+1 degli elettori è nei paesi più ricchi dell'Italia.

D'altro canto, le dinamiche demografiche, le possibilità di allargamento, il numero dei lavoratori sulla popolazione potrebbero cambiare questo risultato: c'è la possibilità che l'Italia sia proprio in posizione mediana. In questo caso, l'accordo politico che si riuscirebbe a fare, l'unico che garantirebbe il 50%+1 dei voti, sarebbe un CCEL sufficientemente basso da non rovinare l'Itala, ma sufficientemente alto da rovinare tutta l'Europa Orientale, più Grecia e Portogallo.

Insomma: la contrattazione collettiva, per come funziona, danneggia il 50%-1 dei lavoratori più economicamente deboli, a vantaggio del 50%+1 più economicamente forte.

La realtà è ovviamente più complessa, ma quello che ho descritto è proprio ciò che accade in Italia. E ciò che accadrebbe con Europa con un CCEL. Attenti a ciò che desiderate, potreste ottenerlo.
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categoria:economia, politiche sociali
mercoledì, 16 luglio 2008
Ho appena finito di leggere una pubblicazione della CGIL sul lavoro nel Sud, e ho trovato un'argomentazione del tutto erronea contro le cosiddette gabbie salariali.

L'argomento è il seguente: non è vero che il Sud è meno produttivo del Nord, in quanto la produttività media nelle grandi aziende è uguale nei due casi, mentre le differenze ci sono solo nelle piccole aziende, mediamente meno produttive delle grandi; di conseguenza, la riduzione dei salari al sud non influenzerebbe l'occupazione.

Lasciamo perdere il fatto che, se la disoccupazione è al 20%, una ragione deve pur'esserci, e 150 pagine di analisi del libro non ne forniscono uno. Lasciamo anche perdere le difficoltà nel misurare la produttività, visto che la propensione a pagare il lavoro dipende anche da molti fattori qualitativi, come l'assenteismo e la carenza di infrastrutture di trasporti.

Sono due i problemi veri del ragionamento: la teoria economica dice che i salari tendono ad essere pari alla produttività marginale, non alla produttività media. E si confonde la produttività del singolo impianto con la produttività sistemica (se ci sono 50 grandi impianti e 500 piccoli impianti, al Sud, mentre al Nord ce ne sono 2,000 e 10,000, che i pochi impianti produttivi al Sud non siano diversi rispetto a quelli del Nord non è una grande consolazione). Insomma: rimandati in microeconomia.

Il punto è questo: al Nord ci sono più aziende, sia piccole che grandi, e quindi le possibilità di trovare lavoro sono molte. L'equilibrio di mercato, su tassi di disoccupazione spesso ridicolamente bassi (intorno al 3% in alcune zone, in alcuni periodi), si ha per livelli di produttività marginale alti, e quindi i salari sono alti.

Ammettiamo che le grandi aziende del Sud abbiano la stessa produttività delle aziende del Nord, a parità di condizioni. Il problema è che sono di meno: e per dare lavoro a tutti i lavoratori occorre quindi lavorare a livelli di produttività marginali minori, con salari di equilibrio minori. Tutto sommato, è logico che non serve a nulla che ci sia un impianto industriale da 3,000 posti di lavoro in Campania che produce come al Nord, quando al Nord ce ne sono, per una popolazione simile, dieci volte di più.

Se i mercati sono segmentati, con capitali e lavoratori immobili, ci saranno due salari di equilibrio diversi al Sud e al Nord. Se ci sono scambi di capitali e scambi di lavoratori si avrà un'equalizzazione dei salari: questo avviene sia perchè i salari del Nord attrarranno lavoratori dal Sud, sia perchè coeteris paribus i bassi salari del Sud attrarranno capitali, per via dei maggiori rendimenti.

L'introduzione di un costo minimo del lavoro, in Italia tramite Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro, produrrà disoccupazione al Sud, perchè il costo minimo del lavoro dovrà essere pagato dalla produttività delle poche aziende del Sud.

La maggior parte dei lavoratori disoccupati finirà nel mercato nero, dove troverà lavoro al di là del CCNL: il mercato nero è una manna per queste persone, ma non è un sostituto perfetto. Il lavoro nero è meno sicuro, meno produttivo. E' più difficile fare grandi investimenti in grandi impianti assumendo in nero. Quindi il sottosviluppo del Meridione diventa eterno e irrisolvibile. Bel risultato.

Se ora consideriamo che le minori infrastrutture, il minore rispetto della legalità, e probabilmente anche maggiore assenteismo tra i lavoratori del Sud fanno sì che un investimento al Sud sia meno redditizio a parità di condizioni rispetto ad uno nel nord, capiamo dov'è il problema...

E pensioni di anzianità finte e pubblico impiego non hanno mai arricchito una regione... non ci si sviluppa con l'elemosina e il parassitismo, ma con l'accumulazione di capitale. Quello che i sindacati impediscono. Ma trovare una frase del genere su una pubblicazione della CGIL... è una vana speranza. Meglio usare pessimi argomenti.
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categoria:economia, politiche sociali
martedì, 01 luglio 2008
L'anno scorso, Giornalettismo pubblicò un commento ad una articolo del Professor Zingales, su L'Espresso, in cui si proponeva una strategia innovativa ed interessante per combattere la diffusione di droghe pesanti.

La mia posizione è che la cosa migliore sarebbe liberalizzare tutte le droghe e contemporaneamente reprimere ogni comportamento antisociale da esse derivato, dalla guida sotto l'effetto di stupefacenti alle minacce ai passanti con le siringhe, considerando l'uso di droga un pesante aggravante nei processi. In questo modo la giustizia e le carceri sarebbero meno occupate ad infastidire persone innocue, i profitti del narcotraffico sparirebbero, e se veramente esistono droghe pericolose, i loro utilizzatori riempirebbero le carceri, che avrebbero più posti disponibili grazie all'abolizione della lotta alla droga (non so quanto dei 2-3 milioni di carcerati USA stiano dentro per droga, ma almeno negli USA la lotta alla droga rappresenta un costo notevole per la giustizia penale). Il mio articolo su Giornalettismo sul Messico, inoltre, dimostra che i costi della lotta alla droga nei paesi produttori possono essere ben maggiori dei costi nei paesi consumatori, anche se non vengono quasi mai presi in considerazione.

Zingales parla di insuccessi delle liberalizzazioni parziali, in Svizzera e Olanda. Non so molto sull'argomento, e non so quanto le informazioni di Wikipedia siano affidabili: si noti comunque che in Olanda si è avuta soltanto una mezza liberalizzazione, del consumo e non della produzione, e limitata alle droghe leggere, mentre in Svizzera non sembra esserci stata alcuna liberalizzazione: l'anno scorso, quando sono stato a Losanna, si stava svolgendo un referendum sull'eroina.

In ogni caso, siccome l'Olanda o la Svizzera non possono influenzare il prezzo globale della droga, la loro liberalizzazione non può avere alcun effetto sui profitti del narcotraffico. Inoltre è naturale che, finché la liberalizzazione rimane localizzata, si attrarranno drogati da tutto il resto del mondo (il che, tra l’altro, fa bene al turismo, almeno nel caso delle droghe leggere, che non hanno alcun tipo di ripercussione sociale). Ciò non accadrebbe se si liberalizzassero le droghe in tutto il mondo: eventuali insuccessi negli esperimenti di liberalizzazione locale, quindi, non confutano le teorie libertarie sulla liberalizzazione.

La proposta di liberalizzazione totale ha due soli difetti, o se vogliamo due assunti critici:

  • a.       Gli effetti antisociali della droga diminuiscono con l’uscita dei narcotrafficanti dal mercato, cioè non esistono droghe socialmente pericolose in sé, ma i problemi sociali legati alla droga dipendono quasi esclusivamente dal proibizionismo (droga tagliata male, microcriminalità, profitti del narcotraffico),
  • b.      La domanda di droga non è troppo elastica, altrimenti il mondo si riempirebbe di tossicodipendenti.

L’autore afferma poi che proibire la droga può tenere lontano i minorenni da questa: secondo me è tanto facile comprare sigarette quanto comprare hashish, e chiunque abbia più di 14 anni sa come farlo o conosce persone che sanno come farlo. Una cosa però è certa: non è possibile ridurre a zero la domanda di qualcosa richiesto dai consumatori, che siano sigarette, prostitute, merendine o droga; quindi la liberalizzazione non farà sparire la droga, ma al più la criminalità ad essa associata. Probabilmente il consumo aumenterebbe, a meno che questo consumo non sia dovuto ad effetti di "status symbol" o di rivolta contro le proibizioni sociali (entrambe le cose mi sembrano improbabili, ma per un divertente excursus, c’è la mia teoria alla Dornbrusch dell’overshoot della domanda di cocaina, che ho sottomesso al Review of Paperopoli’s Economics).

Il ragionamento di Zingales vale se:

  1. Ci si droga soltanto se si ottengono le prime dosi gratis,
  2. I profitti si fanno solo dopo che si è diventati tossicodipendenti.

In queste condizioni, se lo stato desse gratis la droga a tutti i tossicodipendenti, sparirebbero i profitti da droga (2), e quindi gli incentivi ad offrire droga gratuitamente (1): la mafia non avrebbe interesse a causare tossicodipendenza, in quanto perderebbe i clienti a vantaggio delle ASL. Ciò ridurrebbe la domanda e farebbe sparire i profitti del narcotraffico.

La proposta presuppone che:

  • A.      Non ci sia domanda di droga se non da chi è già drogato,
  • B.      Tutti i drogati siano disponibili a mettersi in una lista per la distribuzione di droghe.

Ma (B) non è vera per tutti i drogati che svolgono un ruolo in società, come i numerosi cocainomani nel mondo dello spettacolo, degli affari e della politica: queste persone non si metterebbero mai in lista alla ASL, quindi continuerebbero a comprare droga, di alta qualità, ad alto prezzo, dai narcotrafficanti, che continuerebbero a fare profitti.

D'altra parte, non sono del tutto convinto di (A): le persone si drogano perché la droga fa star bene, fa sentire in paradiso, fa sentire potenti, allontana i problemi e le responsabilità. Si tratta di preferenze temporali: stare da dio oggi ma stare male domani. Inoltre, anche se la mafia non offrisse più droga gratuitamente, basterebbe investire poche centinaia di euro in droghe per diventare tossicodipendenti e avere droga gratis a vita dalle ASL.

Per capire se la mafia ne verrebbe ridimensionata, bisognerebbe conoscere la domanda di droga dell'upper class rispetto a quella totale: se i profitti vengono principalmente da calciatori e manager, la proposta di Zingales non influenzerà i ricavi del narcotraffico; altrimenti il narcotraffico avrà un mercato molto ridotto. Penso che la massa di tossicodipendenti poveri complessivamente abbia una domanda sufficientemente grande da fornire gran parte dei profitti ai narcotrafficanti, anche perché i diserbanti per tagliare la droga costano poco. Quindi probabilmente i narcotrafficanti perderebbero ricavi: è la Legge di Pareto, che dice che il numero di ricchi diminuisce sovra-linearmente con la ricchezza…

Altri due vantaggi della proposta sono che sparirebbe la droga tagliata male, uno dei principali problemi causati dal proibizionismo, probabilmente causa di buona parte delle morti per droga; e la microcriminalità da droga, in quanto non ci sarebbe bisogno di rubare per comprarsi le dosi (salvo droghe socialmente pericolose in sé).

Insomma, la proposta di Zingales ha qualche vantaggio rispetto allo status quo, in cui in pratica guadagnano solo i narcotrafficanti, ma continuo a preferire la liberalizzazione totale. Quest'ultima, però, è molto difficile se fatta da un singolo paese: se tutto il mondo liberalizzasse, sparirebbero i cartelli della droga; ma se la stessa politica venisse adottata soltanto da un piccolo paese, i cartelli rimarrebbero e i drogati si concentrerebbero lì (a meno che non si chiudano le frontiere).

Sul piano etico, mi faccio inoltre problemi a costringere i contribuenti a finanziare il consumo di droga altrui: ritengo fondamentalmente ingiusto costringere delle persone a finanziare politiche che ritengono ingiuste. Ma questo è un altro discorso.

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categoria:politiche sociali, liberalismo
sabato, 28 giugno 2008
Probabilmente la politica migliore nella maggior parte dei casi è che lo stato si faccia semplicemente da parte: ci sarebbero meno disoccupati, meno debiti, più investimenti, più stabilità finanziaria, meno inflazione. Ciò non toglie che questa politica, per quanto semplice, sia politicamente irrealizzabile, e per ovvi motivi: va contro l'interesse della classe politica, di molti gruppi organizzati che traggono vantaggi da privilegi legali pagati dall'intera collettività, e anche contro luoghi comuni tipici della cultura politica statalista dominante (anche grazie all'influenza statale su scuole, università e media).

Le politiche possono essere classificate secondo varie categorie, e una a cui stavo pensando in questi giorni riguarda l'influenza che la politica ha sulla fornitura privata, basata su contratti e cooperazione pacifica anziché sulla tassazione e la legislazione, di determinati beni e servizi. Alcuni tipi di intervento provocano l'eliminazione dell'iniziativa privata: le aziende che si occupano di determinati servizi spariscono, l'iniziativa privata anche non-profit, diciamo "solidaristica", scompare; venendosi quindi a creare un vuoto sociale riempito dalle burocrazie statali, finanziato dalle tasse e influenzato dalle lobby politiche. Altri tipi di intervento non provocano questo effetto socialmente atomizzante e sclerotizzante ed economicamente inefficiente.

Consideriamo la politica per la scuola.

Se lo stato si occupa di dare gratuitamente a tutti gli studenti l'istruzione, l'istruzione privata sparirà: perché chi si accontenta della scuola pubblica andrà nelle scuole pubbliche; chi vorrebbe la privata deve pagare le tasse per finanziare le scuole pubbliche e non potrà andarci; chi preferisce le private e può pagarsele è una piccola minoranza, guardata ovviamente con invidia (il più socialista dei sentimenti) dal resto della società. In questo caso la politica elimina ogni incentivo alla fornitura privata di beni e servizi, e ogni incentivo alla cooperazione sociale per la fornitura di questi: in poche parole si crea un monopolio finanziato dallo stato attraverso le tasse, il debito, l'inflazione o le concessioni monopolistiche.

L'ottimo liberale sarebbe che lo stato non facesse nulla, perché costringere qualcuno a pagare un servizio contro la sua volontà è evidentemente immorale. Ma in assenza di questo, è possibile pensare a politiche per la scuola alternative alla precedente, che non impediscono l'iniziativa e la cooperazione spontanea degli individui e delle aziende, e quindi non sclerotizzano e non anestetizzano la capacità individuale di creare relazioni e servizi sociali al di là delle relazioni affettive e parentali (quasi unica cosa che lo stato totale lascia, solo in parte, libera).

L'alternativa è pagare ad ogni studente un assegno di entità pari alla somma che avrebbe speso lo stato per mandarlo in una scuola pubblica, e far decidere allo studente quale scuola scegliere, senza alcuna regolamentazione su programmi, scelta dei professori e metodi didattici. In questo modo, ognuno comprerà sul mercato ciò che vuole, e le aziende o le organizzazioni private avranno incentivi a fornire servizi e beni nel mercato dell'istruzione. Si vorrebbero probabilmente a creare tipologie di scuole, metodi didattici, organizzazioni di professori, aziende di servizi di pulizia o di mensa, strutture sportive, società per l'organizzazione di gite e vacanze studio... tutto privato, tutto finanziato dai clienti, cioè gli studenti. Alcune saranno non-profit, altre for-profit, altre addirittura caritatevoli.

I vantaggi di questa soluzione sono notevoli, visto che si evitano il monopolio, la burocratizzazione, l'inefficienza economica dell'intervento statale, il controllo statale sull'istruzione. Gli svantaggi sono minimi: si conserverebbe la natura redistributiva della politica fiscale, e si rischierebbe di controllare le scuole tramite regolamentazioni, che per ragioni di sicurezza dovrebbero essere minimali e difficilmente modificabili.

Tutti i servizi sociali potrebbero essere finanziati in questo modo. Invece di far fornire servizi ai burocrati, si fanno pagare le tasse per finanziare determinati tipi di consumi, distorcendo sì le preferenze individuali, e intervenendo sì coercitivamente nelle vite degli individui, ma eliminando tutti i difetti tipici dei servizi pubblici statali. L'unica scelta dello stato rimarrebbe: quali beni e servizi finanziare con le tasse e quanto finanziarli, ma questa scelta è più semplice e più controllabile, rendendo più facili le decisioni degli elettori e più efficace il controllo democratico, che oggi, data la complessità delle scelte pubbliche, è poco più di un mito.

Si potrebbe ad esempio pensare di dare ad ogni individuo tra i 6 e i 19 anni un assegno di X€ l'anno per gli studi; dare un assegno di Y€ a tutti gli individui oltre i 65 anni per pagare l'assicurazione sanitaria e le cure infermieristiche; dare un assegno di Z€ a tutti gli individui disoccupati da mettere comunque nel fondo-pensione; dare W€ a chiunque si segni all'università e sia in grado di fare tot esami l'anno.

Non sto dicendo che derubare il contribuente sia giusto: ma questo permetterebbe di eliminare tutti i servizi sociali pubblici, di dimezzare l'organico della pubblica amministrazione, di ridurre il controllo politico sull'istruzione... ovviamente la scelta di X, Y, Z e W rimarrà del tutto arbitrario, e quindi soggetto alle inefficienze e ai giochi politici tipici dell'intervento pubblico, ma la società sarà in grado di fornire qualsiasi tipo di servizi, in qualsiasi modo li si possa fornire. Se poi un giorno si porranno X, Y, Z e W a zero, si sarà di fatto abolito lo stato sociale senza che nessuno se ne accorga.

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categoria:politiche sociali, liberalismo, teoria politica
venerdì, 29 febbraio 2008
Tra poco ci saranno le elezioni politiche, anche se non so in che giorno perchè non sono cose che mi interessano più di tanto. Però volevo fare un programma: se a qualcuno piace, e se questo qualcuno vince le elezioni, mi candido come Ministro dell'Economia. Tanto, non sono pericoloso per le vostre tasche come Visco, non sono meno competente di Tremonti, e non faccio battute alla "Pecchè io so' io, e voi nun sete un ca$$o" come Padoa Schioppa.

(1) Liberalizzare il commercio conferendo una licenza scambiabile a tutti i commercianti, e abolire le licenze dopo un decennio. Niente permessi per iniziare attività commerciali: si apre e basta.

(2) Permettere a chiunque di effettuare scambi con qualsiasi moneta estera, oro, o certificati redimibili, o qualsiasi altra cosa. La domanda di moneta di stato diminuirebbe, e il potenziale di inflazione delle banche centrali ne verrebbe ridotto. Non si tenderebbe ad usare un numero enorme di monete, ma sarebbe più facile sbarazzarsi di quelle inaffidabili. Siccome ciò distruggerebbe il sistema monetario anzitempo, si dovrebbe fare solo dopo aver liberalizzato i mercati, per rendere più rapida l'inevitabile recessione.

(3) Prendere tutti i fondi per l'edilizia scolastica e per la scuola, decurtarli del 30%, e darli (in parti uguali) ad ogni individuo tra i 6 e i 19 anni per pagarsi la scuola. Dare a tutti il diritto di entrare sul mercato dell'istruzione. Privatizzare tutte le scuole, anche trasformandole in cooperative di professori, usare i fondi ottenuti con la privatizzazione per finanziare gli assegni. Dare il diritto di sfruttare eventuali fondi rimasti nell'assegno di studio per i libri o le vacanze studio o corsi di lingua. Detassare libri, scuole, corsi professionali e di lingua e vacanze studio. Impedire a stato ed enti locali di finanziare le scuole in qualsiasi modo alternativo.

(4) Fare la stessa identica cosa per la didattica nelle università. Togliere tutti i fondi per le università, tranne che per la Ricerca. Detassare tutte le spese in ricerca e le joint venture università-aziende.

(5) Privatizzare la RAI. Abolire l'Ordine dei giornalisti. Abolire i sovvenzionamenti alla stampa. Assicurare libertà di ingresso a stampa e TV di qualsiasi nuovo attore senza limiti. Permettere la concorrenza tra TV locali e nazionali e TV su internet o satellitari: le possibilità sono così tante che basta che lo stato si tolga di mezzo per avere più pluralismo.

(6) Estendere i benefici fiscali delle cooperative a tutte le imprese di qualsiasi dimensione, il che è equivalente ad eliminare tutti i privilegi legali e fiscali delle cooperative, ma senza aumentare le tasse. Abolire l'IRAP. Tagliare IRES. Tagliare le aliquote IRPEF. Tagliare le tasse sui capital gains. Introdurre una flat tax, detassare gli investimenti.

(7) Abolire gli enti superflui e le province. Assicurare la possibilità di dividersi o unirsi a livello di ente locale tramite referendum. I proprietari terrieri ai confini tra enti locali possono decidere a chi far capo. Mettere un limite ai deficit di tutti gli enti locali, ad esempio 0%, con picchi del 3% in caso di disastro. Mettere un limite al debito massimo degli enti locali, ad esempio il 20% del PIL generato localmente. Dare un tempo massimo per ridurre il debito, ad esempio 10 anni. Abolire tutti i trasferimenti dallo stato agli enti locali.

(8) Abolire il contratto nazionale del lavoro e lo statuto dei lavoratori. Ripristinare un mercato del lavoro su basi privatistiche. Eliminare ogni forma di privilegio sindacale, come la gestione dei fondi pensione, e ogni forma di trasferimento verso i sindacati.

(9) Abolire i dazi doganali, le quote, la politica agraria comune. Creare un fondo temporaneo per aiutare i produttori e i lavoratori dei settori danneggiati per far loro trovare un altro lavoro.

(10) Diminuire numero, benefit e salari a parlamentari, assessori, consiglieri, magistrati, ministri e portaborse. Globalmente si tratta di decine e decine di migliaia di persone. Il risparmio non sarà enorme, ma dimezzarne il numero e i salari qualche miliarduccio d'euro li farà risparmiare, no?

(11) Privatizzare tutte le aziende pubbliche, dopo aver liberalizzato i relativi mercati, vendere il patrimonio immobiliare statale a prezzi di mercato. Invitare Ryanair in tutti gli aeroporti italiani, privatizzare Alitalia, lasciandola colare a picco nel caso nessuno la voglia. Liberalizzare tutti i servizi pubblici locali, eliminando diritti di monopolio delle aziende pubbliche locali. Usare i proventi delle privatizzazioni per finanziare temporaneamente i tagli alle tasse in attesa di riduzione strutturale della spesa pubblica.

(12) Eliminare tutti gli albi professionali. Basarsi solo sulla responsabilità penale in caso di negligenza o civile in caso di danno di qualsiasi tipo. Dettare standard il cui rispetto meticoloso è condizione sufficiente per ridurre o eliminare la responsabilità civile e penale. Consentire un libero mercato degli standard tramite controllori e standardizzatori privati che certificano e assicurano i fruitori di servizi professionali, togliendo il rischio al singolo professionista.

(13) Passare per intero al sistema a capitalizzazione per le pensioni. Introdurre fondo nazionale per assicurare il capitale del risparmio previdenziale. Lasciare ai mercati finanziari il compito di decidere gli investimenti. Sperare che il non avere un gold standard non faccia crollare tutto (la riforma delle pensioni è impossibile senza una riforma della moneta). Impedire ai parlamentari di avere la pensione subito: si va in pensione con la rendita su ciò che si è effettivamente risparmiato, non con i soldi altrui. Usare i proventi della privatizzazioni per pagare le pensioni a chi va in pensione ora e non ha risparmiato abbastanza, posto che abbia almeno 65-70 anni o sia invalido, altrimenti lavorare! Introdurre possibili eccezioni per lavori logoranti: fare il politico non è un lavoro logorante.

(14) Bloccare le assunzioni nel pubblico impiego non appena l'abolizione dei privilegi sindacali abbia fatto riassorbire la disoccupazione. Incentivare lo spostamento dal pubblico al privato, ad esempio bloccando gli aumenti salariali nel settore. Sperare che raggiungano presto tutti l'età pensionabile. Farli lavorare. Licenziare i fannulloni. Usare la riduzione del numero di dipendenti pubblici per tagliare deficit e tasse.

(15) Introdurre corti di arbitrato scelte contrattualmente dalle parti per togliere lavoro ai tribunali civili, rendere la scelta delle regole indipendente dal Parlamento, e la velocità dei procedimenti e l'applicazione delle regole indipendente dai Magistrati.

(16) Liberalizzare le droghe leggere e la prostituzione. Liberalizzare le droghe pesanti solo in zone lontane dalle persone normali. Far pagare il conto al drogato e non al servizio sanitario nazionale. L'abuso di sostanza psicotrope è da considerarsi aggravante in caso di danni civili o reati penali.

(17) Permettere ai veterinari di esercitare la professione medica. Io non ho mai visto per la cura dei cani gli stessi problemi, ritardi ed inefficienze della cura degli esseri umani.

(18) Trasferire immediatamente la proprietà della parte di depositi bancari non coperti ma disponibili a vista dalla Banca ai suoi clienti, e finanziarci la riforma del sistema pensionistico.

Conclusioni: una riforma della moneta è necessaria, ma è inutile proporla a livello nazionale e non europeo. La riforma delle pensioniichiede prima la riforma della moneta: il sistema previdenziale attuale è nato quasi ovunque dopo che l'inflazione bellica aveva rovinato i risparmiatori. Qualsiasi riforma della moneta porterà ad una recessione nel breve termine: incentivare risparmi e investimenti e liberalizzare i mercati rende ciò meno doloroso e più rapido.

Come tutti i processi di liberalizzazione, le lobby cercheranno di conservare i propri privilegi, e usare una liberalizzazione selettiva per scopi di lotta politica. Non c'è modo di far fare qualcosa di buono alla politica, del resto. E' da notare che una serie di privilegi accordati a tutti rende tutti più poveri, e sembra non esserci una strada politica realizzabile per evitare questo risultato irragionevole.

A parte queste complicazioni, il precedente programma è realizzabile, in teoria. Il motivo per cui non lo sarà mai in pratica è perchè i politici sono troppo gelosi dei propri privilegi per mettere in pratica una cosa simile. E ciò equivale a dire che la politica è fatta dalle elite per le elite e non certo per il cosiddetto "popolo", anche quando è democratica.

Si potrebbe dire che il "popolo" vuole tutto ciò e non è la politica che lo impedice. Bene. Teniamoci quindi inflazione, disoccupazione, parassitismo, bassa crescita, eccetera. Il risultato non cambia.
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categoria:economia, politica interna, politiche sociali
domenica, 20 gennaio 2008
L'ONU ha la fama di essere un'organizzazione corrotta, inefficace, elefantiaca. L'UNICEF ne ha ereditato le caratteristiche.

Sono stato un po' sotto tiro (per mail) oggi per le mie tesi sul lavoro minorile, così ho reagito leggendomi report e documenti e riflettendo sulla questione. Sono incappato in questo documento dell'UNICEF: The 1997 state of the world children.

Non credo valga la pena leggerlo. Fondamentalmente, si tratta di:
  • moralismo d'accatto - come le tirate contro il profitto: notate che non ci sarà mai nulla che potrà risolvere i problemi della fame oltre al mercato
  • ignoranza di economia - "sono le minoranze etniche in genere a far lavorare i minori, perchè all'opinione pubblica non interessano": immagino che la spiegazione "perchè hanno redditi minori" era troppo razionale e ragionevole per un burocrate dell'ONU
  • wishful thinking - che il lavoro minorile si possa eliminare è affermato ripetutamente: come non è spiegato.
Ma il Panel 12 a pagina 60 è molto simpatico, perchè mostra quanto possono essere demenziali i burocrati dell'UNICEF, anche quando correggono gli enormi danni che il moralismo da quattro soldi provoca.
  • L'industria tessile del Bangladesh faceva lavorare molti bambini, soprattutto bambine, circa 60,000 persone.
  • Nel 1992 un senatore americano fece passare una legge contro il lavoro minorile, e le fabbriche del Bangladesh cominciarono a licenziare i bambini per evitare di perdere esportazioni.
  • Circa il 75% (non si capisce molto dai dati Unicef) dei bambini fu licenziata.
Il burocrate dell'UNICEF dice che le conseguenze non erano state anticipate. Ovviamente: se era perspicace faceva un altro mestiere. Dice pure che i bambini erano stati liberati: da cosa non si sa, visto che nessuno li teneva in gabbia. Ah, sì, liberati dal lavoro: quello è facile, basta aumentare i salari minimi per liberare dal lavoro milioni di ex-occupati, come dice la teoria economica, è quello che gli italiani fanno nel Meridione, e i tedeschi fanno in Germania Orientale... tutti sono molto contenti di essere liberati. Vabbè, continuiamo:

  • I bambini non andarono comunque a scuola (del resto, come avrebber potutto vivere?), ma andarono in miniera (bello!) o si prostituirono (i pedofili sono fan dell'ONU, parrebbe).
  • Come se non bastasse, le madri, per accudire i figli, persero il lavoro. Comincio a pensare che sia necessario vietare i buoni propositi per legge: ma forse basta impedire che si facciano le leggi sulla base di buoni propositi.
  • Nel 1995 si fece un accordo, in cui i produttori tessili bengalesi misero 1,000,000$ (non si sa nulla delle controparti). L'accordo comprendeva: il licenziamento temporaneo dei bambini per 4 mesi, il blocco delle assunzioni, l'educazione dei bambini in una scuola, il dar loro uno stipendio mensile, il far lavorare i genitori al posto loro, il dare accesso al credito alle famiglie.
  • Come ulteriore buona idea, si impedì il licenziamento nel caso non ci fosse un'alternativa credibile al lavoro minorile.
  • Nel 1996, 4000 bambini cominciarono ad andare a scuola. Gli altri non si sa, bisognerà fare un'inchiesta tra i pedofili per determinarlo.
  • Non si sa se questo programma sia sostenibile nel lungo termine. Però è decisamente una bella vacanza per quel 10% dei bambini che ne traggono giovamento.
Tutto è bene ciò che finisce bene, quindi. Peccato che all'UNICEF non conoscano nè l'economia nè probabilmente la logica. Se i bambini lavorano perchè non sanno come vivere, è ovvio che se vengono pagati per andare a scuola ci vanno... è una cosa che capiscono tutti, non si capisce perchè i burocrati dell'UNICEF sembrano credere d'aver fatto una grande scoperta.

Ma se si va spontaneamente a scuola, sotto queste condizioni, a che serve vietare il lavoro minorile? Le persone scelgono ciò che preferiscono: tra andare a scuola e andare a lavorare è verosimile che si scelga la prima, a parità di condizioni. La parità di condizioni è ristabilita proprio dal fatto che i bambini sono pagati per andare a scuola. Per tutti gli altri, che non si capisce che fine abbiano fatto (probabilmente stanno in miniera o nei bordello, o, lo spero per loro, fanno gli operai tessili), il lavoro era la scelta migliore.

Quindi non c'è alcun motivo razionale per vietare il lavoro minorile, mentre fornire i mezzi per studiare come beneficenza può essere un modo per attutire il problema, senza necessità di usare coercizione contro i produttori tessili, i lavoratori bambini e i loro genitori.

Se i soldi dell'UNICEF venissero usati per comprare scatole di fagioli e piselli per il Terzo Mondo sarebbe meglio. I buoni propositi non sono un bene scarso; le buone analisi purtroppo sì.
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categoria:economia, politiche sociali, commercio internazionale