lunedì, 14 luglio 2008
Niente post per oggi: ho lasciato la pennetta USB sul comodino del letto... ma guardate che interessante dialogo che ho avuto pochi giorni fa:

Parente di Libertyfirst (PLF): "Per le Olimpiadi i cinesi hanno tolto Mao dalle banconote!"

LF: "Parrebbe una buona notizia, anche se più simbolica per altro... le autorità cinesi passano da un mix di cattiva ideologia e terrore totale ad un mix di crescita economica e repressione più soft (rispetto agli standard di Mao e parenti) per sostenere il proprio apparato di potere."

PLF: "Ma cosa, questi rifiutano anche i propri simboli identitari per i soldi."

LF: "Anche questa mi sembra un'ottima notizia: è più facile dialogare di interessi che non di fissazioni ideologiche, soprattutto quando gli interessi, in questo caso di tipo economico, sono del tutto compatibili: lo scambio fa bene a tutte le parti in causa, salvo casi eccezionali e poco realistici."

PLF: "Ma si tratta solo di avidità."

LF: "Se vogliamo fare a gara di cinismo vinco io: il governo cinese ha semplicemente cambiato strategia per assicurarsi l'appoggio del popolo: più carote e meno bastoni, più automobili e meno libretti rossi. Il governo cinese continuerà ad usare tutta la violenza che gli parrà necessaria ogni volta che vuole, e può, più o meno come tutti i governi, anche se probabilmente ne userà di più perchè ha più problemi di tenuta interna, visto che l'ideologia democratica, a differenza di quella marxista, ancora funziona bene come oppio dei popoli (e per fortuna, aggiungo!). Ma il fatto che abbia bisogno di aprirsi per rimanere in piedi significa che dovrà perdere controllo sulla società, far entrare nuove idee, aumentare i margini di autonomia e il rispetto dei diritti. Anche se non farà mai un passo in più rispetto ai suoi stretti interessi di mantenimento e accrescimento del potere, il governo cinese sarà molto meno oppressivo del passato, almeno nei confronti dei cinesi, e questa è un'ottima notizia. Non sono altrettanto convinto che lo sia per i vicini, visto che un paese più economicamente aperto è un paese più ricco, e quindi anche un paese più potente."
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categoria:politica internazionale, politica interna
lunedì, 07 luglio 2008
E' uscito un mio articolo su Giornalettismo: Hugo Chavez, presidente (purtroppo).

In appendice al mio post sul Messico, faccio inoltre notare che recentemente un commando di narco-trafficanti messicani con divise dei reparti d'assalto della polizia USA sono intervenuti a Phoenix, Arizona: territorio USA. La guerra alla droga fa backfire, finanziando gli aggressori?
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categoria:politica internazionale
giovedì, 19 giugno 2008
Mio articolo su Giornalettismo, ispirato ad una articolo di Stratfor in cui si paventava la possibilità che il Messico degenerasse in una sorta di Failed State. Sin City, Sin Nation.
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categoria:politica internazionale, liberalismo
lunedì, 16 giugno 2008
AA.VV. è probabilmente l'autore più prolifico della storia dell'umanità. La sua strana abitudine di cambiare nome ad ogni capitolo è mantenuta anche in questa sua ennesima opera, dedicata alla teoria libertaria della guerra.

La prefazione è stata scritta sotto il nome H. H. Hoppe, che a parte qualche scempiaggine sula non-Wertfreiheit delle teorie misesiane si limita a riassumere il contenuto dei capitoli successivi. Il libro è una collezione di articoli che toccano molti aspetti dell'argomento discusso. Ne manca soltanto uno: la teoria delle relazioni internazionali. Questo si evince già dalla bibliografia, dove si citano Clausewitz e Sun Tsu, ma non Tucidide, Morgenthau, Waltz, Aron, Carr o magari Luttwak, Kissinger, Mearsheimer, Walt... quando un'opera del genere vedrà la luce non sarà mai troppo presto.

Il primo capitolo è dei proff. Lottieri e Bassani, ed è un excursus sulla nozione di stato e sul concetto di sovranità nell'era moderna: si parte da Machiavelli, Hobbes e Bodin per poi finire a Mosca, Pareto e Schmitt. Il capitolo non tratta di problemi strategici o geopolitici, nè delle teorie sottostanti, ma di filosofia politica: da questo punto di vista è molto interessante, sottolineando la comunanza di pars destruens tra libertari e realisti politici (Mosca, Pareto e Schmitt), alleati contro le teorie melense ed agiografiche della volontà popolare e della neutralità dello stato. Avere una visione storica dello stato è sicuramente un must per iniziare un'analisi della questione della sicurezza "nazionale".

Il secondo capitolo è di Rothbard, ed è dedicato alla teoria libertaria della guerra: purtroppo è soltanto un capitolo di teoria morale, cioè di wishful thinking, e non di teoria nel senso positivo del termine. Spiega come i libertari vorrebbero il mondo fosse, non spiega com'è, e neanche come renderlo come lo si vorrebbe. Il problema non è tanto la natura normativa (meglio sapere dove si vuole andare il prima possibile), il problema è che all'autore non passa neanche per la testa testare la realizzabilità delle sue idee in materia. C'è da dire non può esistere una politica, estera o domestica, werfrei: ogni politica richiede giudizi di valore, e concetti come sovranità, legittimità, interesse sono concetti normativi. Questo non significa che ogni teoria normativa è compatibile con la realtà: un libro del genere dovrebbe preoccuparsi di questa domanda.

Il terzo capitolo, di Erik von Kuenhelt-Leddihn, è un esempio di propaganda politica in stile XX secolo. Alcuni spunti sono interessanti e illuminanti, come il fatto che l'introduzione della coscrizione obbligatoria nella Francia rivoluzionaria abbia causato una reazione a catena di armamenti e coscrizioni di massa che hanno potenziato lo stato, fino a renderlo totalitario (i lettori questo blog hanno letto questo insight infinite volte: è un paradosso del prigioniero), e indebolito, anzi ucciso, la libertà. Ma il testo è fondamentalmente risibile. E' manicheo: idolatra le monarchie (cristiane) e demonizza le democrazie (progressiste); ed è patetico: vorrebbe un'Europa governata da Re Cristiani, e dimostra di conoscere, probabilmente a memoria, la genealogia di tutte le case regnanti d'Europa sin da Carlo Magno e Maometto (che grande notizia scoprire che tutti i regnanti d'Europa discendono da Maometto!).

Il quarto capitolo, di Lemmenicier, applica la teoria dei giochi alla proliferazione nucleare, e fortunatamente riesce ad essere sufficientemente poco sofisticato da risultare banale. L'alternativa era risultare assurdo, quindi non c'è problema (questa è la grande opinione che ho "im"-maturato della teoria dei giochi: assurda o banale, tertium non datur). Prima o poi scoprirò un'applicazione della teoria dei giochi che non cade in una delle due precedenti categorie. Comunque, il risultato è che più paesi armati nuclearmente ci sono meglio è: l'autore dimentica di considerare la possibilità che un'arma nucleare sia in possesso di un'organizzazione non-territorializzata, e quindi fondamentalmente non dissuadibile tramite minaccia di Mutually Assured Destruction.

Il quinto, di Radnitsky, si occupa della natura, pacifica o guerrafondaia, della democrazia, con ottimi insight di teoria politica sul processo democratico, ispirati ad Antony de Jasay. La critica della teoria della pace democratica è abbastanza convincente, anche se ritengo che ci sia qualcosa dietro la teoria (magari per motivi diversi da quanto si pensa in genere, ad esempio i problemi di legittimità interna possono spingere un dittatore a cercare una crisi geopolitica): in effetti è raro che le democrazie nel XX si siano combattute. Del resto per mobilitare la folla serve demonizzare l'avversario, e demonizzare una democrazia è difficile.

Il sesto capitolo è di Stromberg e riguarda le varie forme di organizzazione della difesa: mercenari, guerriglieri, eccetera. Il capitolo è breve e l'argomento è enorme, quindi è normale che si rimanga con l'idea che è tutto trattato in maniera troppo semplice. L'idea è che gli eserciti non servono, basta difendersi contro un invasore con un po' di minutemen. C'è anche scritto che la guerriglia "vince" senza aiuto esterno: questo purtroppo basta a lasciarmi assolutamente perplesso.

Il settimo è di Sechrest e riguarda la marina privata. Parla del privateering, dalle sue origini nel Medioevo, come modo per rifarsi da danni subiti in attacchi, attaccando navi con la stessa bandiera, fino al suo uso nella guerra di indipendenza americana e nel XIX secolo. L'articolo è molto interessante e spiega gli incentivi ad usare le tattiche o a rispettare determinate regole, i metodi di finanziamento, l'entità del fenomeno.

L'ottavo è di Hummel e riguarda il ruolo dell'ideologia nella guerra. Le idee giocano un ruolo fondamentale perchè sono la base della legittimità, che è il lubrificante che consente ad un assetto istituzionale di funzionare senza distruggere cinghie, alberi e motore. E' anche fondamentale per creare un'alternativa ad un determinato assetto di potere: chi infatti vuole cambiare le cose, anche in un modo che benefici tutti (tutti i rivoluzionari ne sono convinti, ma questo è un altro discorso), è frenato dal fatto che i benefici sono dispersi in tutta la società, e i costi solo sull'avanguardia rivoluzionaria. La soluzione a questo problema Hummel non la dà, ma ironicamente si potrebbe dire che l'avanguardia è ricompensata in genere con un potere ancora più assoluto e totalitario, nel periodo post-rivoluzionario. Ovviamente non è quello che intende Hummel: anche a fare del bene si incorre nello stesso problema, e una rivoluzione liberale non potrebbe convincere "l'avanguardia" promettendo il potere assoluto: sarebbe contraddittorio. Il capitolo conclude affermando che anche se non si potesse eliminare lo stato, molto si può comunque fare per limitarlo, e ha perfettamente ragione.

Il nono è di Block è di teoria economica: beni pubblici, esternalità. Le critiche di Block a questi concetti, un suo cavallo di battaglia, hanno senso e sono perfettamente corrette. Ad esempio, se è vero che John, beneficiando della difesa di Jack, non parteciperà alla difesa (l'esternalità crea una produzione insufficiente), lo stesso è vero per qualsiasi struttura territorialmente limitata, a meno che il territorio non coincida perfettamente con i limiti delle esternalità. Parla anche di una teoria assurda che afferma che gli stati sono come club volontari, teoria che, secondo la celebre frase di Schumpeter, prova quanto le scienze politiche siano lontane dalla mentalità scientifica. L'argomento è collegato coi market failure e quindi con l'intervento pubblico, in questo caso nel "mercato" della difesa.

Il decimo è di Hoppe e riguarda la produzione di difesa. Di fatto è la teoria standard delle assicurazioni intese come agenzie di difesa, sviluppata sulle linee di Molinari e i coniugi Tannehill. Analizza il concetto di assicurazione, i problemi di moral hazard, eccetera. L'argomento fornisce soltanto le fondamenta per affrontare i problemi di sicurezza, ma evidentemente è considerato dai libertari il tetto del sistema, perchè sono decenni anni che non ci sono passi avanti nell'analisi. E ci si lamenta della lunghezza delle opere pubbliche...

L'undicesimo e ultimo è di Huelsmann e riguarda la secessione. Huelsmann definisce la secessione in un modo così strano che qualsiasi secessione storicamente avvenuta non rientra nella sua definizione: si ha una secessione quando ci si allontana da un potere centrale per eliminare determinati legami egemonici e sostituirli con legami volontari. In realtà le secessioni sono un cambiamento del territorio sovrano, quindi sostituiscono in genere legami egemonici a legami egemonici. L'autore fa poi un'ottima difesa del gradualismo: i liberali usarono lo stato per combattere l'aristocrazia, e si ritrovarono in una società dove c'era un solo centro di potere rimasto, quindi potenzialmente totalitaria. La gatta frettolosa fa i gattini ciechi. Huelsmann conclude con un'analisi della guerriglia, quando supportata dalla popolazione e quindi "quasi invicibile", teoria che ha un punto debole (oltre al fatto che la maggior parte delle guerriglie sono state combattute per creare un sistema di potere ancora peggiore, come afferma lo stesso autore, o che spesso la popolazione civile è stata massacrata dai "guerriglieri", cosa che nel libro è invece trascurata): la guerriglia può forse impedire il controllo del territorio, ma quello che dovrebbe fare per servire veramente a qualcosa è creare un ordine sociale, che è tutto un altro problema. Che faccia casino non è sufficiente. L'articolo è deludente perchè ci sono ottimi ragionamenti da fare a favore della secessione, ma non ci sono: secondo la difesa migliore della secessione è che, rendendo volontaria la partecipazione alla politica, fa sì che, se si vuole cooperare, tutte le parti in causa debbano vincere: non è possibile fregare le minoranze puntando loro la pistola alla tempia, come in democrazia (in teoria: in pratica la maggioranza perde sempre rispetto alle elite organizzate).

Per concludere, ci sono tanti insight, tante idee provenienti da ogni branca delle scienze sociali, molta voglia di non fermarsi alla banalità. Quello che manca è la capacità di concettualizzare i problemi delle cosiddette Relazioni Internazionali ed arrivare ad una teoria credibile della Sicurezza. Senza questo il resto è inutile: buona economia, buona teoria politica, buona filosofia politica, e niente strategia e geopolitica. Per un libro sulla Difesa nazionale è un grosso problema. Io ho ordinato Aron, Peace and War. Non so se fornisce tali basi, ma chi leggerà, tra qualche mese, la mia futuribile recensione dell'opera vedrà...
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categoria:libri, politica internazionale, libertarismo
venerdì, 06 giugno 2008
Ieri pomeriggio sono andato alla sede del quotidiano L'Opinione, dove si è tenuto un convegno sulla politica estera italiana, organizzato da Epistemes e i Riformatori Liberali. Il convegno è stato interessante, anche se per colpa di Di Pietro l'organizzazione è stata un inferno: il fatto che questa abbia retto è sicuramente un gran merito degli organizzatori, tra i quali Piercamillo Falasca. L'unico vero cruccio è stata l'assenza di un vero e proprio dibattito col pubblico, per mancanza di tempo. In teoria sarebbero dovuti intervenire Benedetto della Vedova e Fiamma Nirenstein, ma erano impegnati alla Camera per le votazioni: Della Vedova è riuscito a venire una mezz'ora e ha fatto solo un breve discorso.

I relatori erano Andrea e Mauro Gilli, di Epistemes, Carmelo Palma dei Riformatori Liberali, Marco Perduca, Senatore del Partito Democratico, Della Vedova, Marco Taradash dei Riformatori Liberali e il Direttore de L'Opinione, nonchè padrone di casa, Arturo Diaconale.

Le tesi che si confrontavano erano le solite: Realismo o idealismo? Interesse nazionale o esportazione della democrazia? Neoconservatori o cinici? Perduca ha difeso le ragioni delle organizzazioni internazionali, ONU e UE in primis, e l'importanza del diritto internazionale nella politica estera. I Gilli Twins hanno difeso le ragioni del realismo, dell'analisi costi/benefici, dell'importanza dei rapporti di forza. Il top è stato raggiunto quando Perduca ha paragonato Andreotti a Kissinger: per metà uditorio era un'offesa a Kissinger, per l'altra un complimento ad Andreotti. Differenze di prospettiva.

Il continuo andirivieni di relatori tra Senato e sede del convegno ha un po' rallentato l'evoluzione del discorso, che è rimasto quindi su un livello piuttosto teorico. Le carne sul fuoco era tanta e spero che in futuro si avrà l'occasione di riorganizzare simili convegni, con fini di alfabetizzazione geo-politica e di informazione ed analisi su temi importanti e tanto trascurati quanto poco compresi, su specifici argomenti di politica internazionale, quali ad esempio i rapporti con la Russia, quelli con la Cina e la situazione in Medio Oriente. Astraendo troppo dai problemi specifici, infatti, il rischio è che non si capiscano le differenze "pratiche" tra i vari punti di vista, col pericolo di trasformare il "diritto internazionale" e il suo antagonista, l'"interesse nazionale", in due contenitori vuoti.

Da parte mia, continuo a ritenere che un'alleanza tra Stati Uniti ed Europa, possibilmente estesa verso Oriente per motivi di contenimento della Cina, che intervenga il meno possibile e nella maniera più economica possibile (data anche la precaria situazione economica USA), che crei una rete di alleanze (Corea, Giappone, India, Taiwan...) "passive" attorno alla Cina, solo per dissuadere eventuali politiche aggressive (in parte poco credibili: chi morirebbe per la Birmania? Ma per il Giappone è sicuramente una cosa diversa), sfruttando la paura dell'Impero di Mezzo, sia l'unica strategia possibile per entrambe le sponde dell'Atlantico settentrionale. Disinnescare (nessuno sa come) il fanatismo islamico, risparmiare e conservare le forze, gestire reti di alleanze nella maniera più economica possibile (i.e., diplomaticamente) e non spaventare Cina, India e Russia occupando militarmente tutto il Medio Oriente (a parte evitare che accada il contrario), riformare le economie per renderle più sane e robuste e in grado di crescere sono tutti aspetti fondamentali e necessari di una strategia di lungo termine.

Il "convegno" è ufficiosamente continuato in un bar, tra cocktail e vino, in cui si sono toccati argomenti potenzialmente anche più interessanti, come il legame tra ordinamento giuridico internazionale e presenza di autorità di enforcement (in sostanza: il diritto non è solo un rapporto tra chi dà ordini e chi obbedisce, come nel giuspositivismo, ma può anche nascere dal beneficio di appartenere ad un ordinamento rispettandone le regole, come in un contratto mutuamente benefico per le parti, alla "Leoni": soltanto questo può spiegare perchè ogni tanto gli USA danno retta al WTO, esempio fornito da Daniele Sfregola, e perchè esiste un diritto internazionale nonostante l'assenza di un Leviatano globale con poteri di enforcement). Dopodichè si è andati a cena con il Senatore... e mo' sì che so' 'n'omo 'mportante! A quando la prossima?
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categoria:politica internazionale
mercoledì, 19 marzo 2008
Titolo incomprensibile? Il mio post pure. 1972 scrive:

Therefore, as far as Beijing is concerned, when the regime's moral and political legitimacy is threatened, the leadership almost always chooses to take a hard, uncompromising line. It is one thing to negotiate with protesters when the issue is about lost jobs in Chongqing. It is another thing completely when the protest is a direct challenge to the party's right to rule.

Mi chiedo: c'è veramente differenza tra i vari sistemi politici da questo punto di vista?

C'è una tesi che l'anno scorso avevo concepito e che ancora non so se sia vera o falsa: chi ha potere reagisce pressochè sempre violentemente a ciò che mette in pericolo la sua legittimità, indipendentemente dalla forma del potere. Ciò che differenzia la democrazia dall'autocrazia è che nel primo caso la mentalità dominante è tale che la legittimità della classe politica non è mai in pericolo. E' la filosofia politica dominante che fa la differenza.

Non sono esperto di Storia e non saprei che esempi fare: a me vengono in mente i Serenissimi (anni di galera per una cosa futile, in un Paese dove la violenza degli squatter è all'ordine del giorno), la Guerra Civile Americana (in cui la democrazia USA ha reagito come la Cina col Tibet, anche se almeno con un buon motivo), e boh, forse pure la Rivoluzione Francese. Un po' di analisi delle democrazie appena nate, e quindi senza legittimità, potrebbe portare materiale per testare la tesi. Che io sappia, la violenza politica in queste democrazie non è certo bassa (m'è appena tornato in mente Bava Beccaris, non so se c'entra qualcosa). E ho pochi dubbi su cosa succederebbe se il Veneto dichiarasse l'indipendenza (magari con plebiscito): secondo voi l'Esercito prende e si ritira in territorio italiano?

Insomma: se la popolazione credesse che l'unico sovrano legittimo è quello che discende da Adamo ed Eva, le monarchie assolute sarebbero più pacifiche delle democrazie; se credesse che il comunismo fosse l'unica forma politica legittima, la Corea del Nord dovrebbe proteggersi dall'invasione di disperati provenienti dall Corea del Sud*; attualmente crede che la democrazia sia l'unico sistema politico legittimo. Il risultato è che tutti i dittatori si presentano come democratici, e che i governi democratici hanno solo raramente bisogno di usare la repressione.

Non so se la tesi è vera o meno, o, meglio, quanto rilevante sia il fattore che ho messo in luce. Secondo me la legittimità politica conta più della forma politica. Un problema metodologico notevole è che è difficile definire una democrazia, però si può sempre cercare di confutare la mia tesi definendo la democrazia come quella forma di governo che è formalmente democratica e non usa violenza sui cittadini.

* Esempio volontariamente paradossale: in Corea del Nord si muore di fame, è difficile che una tale invasione avvenga. Indubbiamente la legittimità "filosofica" non è l'unico fattore, e d'altra parte non è indipendente da altri fattori, come il benessere economico.

PS Devo dire qualcosa sul Tibet? Spero che ottengano l'indipendenza, la repressione cinese fa schifo. Però qualsiasi proposta che ho letto è completamente inutile.
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categoria:politica internazionale, teoria politica
martedì, 26 febbraio 2008
Il tema della secessione è tornato alla ribalta delle cronache per via dei problemi in Kosovo. Cosa stia succedendo, o, meglio, perchè stia succendo non è proprio chiaro. Le interpretazioni sono diverse, e c'è chi dice:
  • E' un errore della politica estera della NATO, andata fuori controllo per leggerezza;
  • E' frutto del moralismo della politica estera americana;
  • Così faremo pagare a Putin il casino che sta facendo con l'Iran.
Ho le idee confuse, e nei limiti in cui non lo sono, è merito delle discussioni con Wellington. In linea di massima, però, un pizzicarsi tra grandi potenze mi sembra una spiegazione realistica: la speranza è che i pizzicotti diano vita ad accordi senza che si arrivi all'uso della forza.

Quindi credo che l'interpretazione più realistica sia: la Russia rompe da anni, e gli USA e l'Europa si stanno attrezzando per ridurla a più miti consigli. Ogni strategia di frizione che si basi sul buonsenso delle parti è rischiosa, soprattutto in politica, dove il buonsenso non è di casa; ma questa spiegazione mi sembra molto più realistica delle altre.

Il problema di questa strategia è che nessuno rischierebbe anche un solo uomo per il Kosovo, a meno che non sia serbo, kosovaro, o... russo. Per questo motivo non riesco ad escludere che si tratti di una situazione parzialmente andata oltre le intenzioni.

Però Wellington m'ha fatto leggere un articolo che conferma la terza interpretazione: gli USA vogliono regalare una portaerei all'India. Quindi, ad occhio, direi che le cose stanno così:
  • A1 La Russia minaccia di sospendere forniture di gas naturale;
  • A2 Uccide spie in pubblico;
  • A3 Avvelena politici avversari;
  • A4 Si lamenta se i suoi vicini temono la sua politica e vogliono essere protetti dalla NATO;
  • A5 Aiuta l'Iran, anche nel programma nucleare.
A questo punto la risposta occidentale è:
  • B1 Allargare la NATO in Europa Orientale;
  • B2 Danneggiare la Serbia;
  • B3 Allontanare l'India dalla Russia;
  • B4 Danneggiare l'industria militare russa.
La spiegazione sembra realistica, però mi aspetterei anche:
  • C1 Mettere il naso nella politica russa cercando di aiutare gli oppositori di Putin;
  • C2 Ridurre l'esposizione europea alle non affidabili forniture di gas russe;
  • C3 Aiutare la Cecenia, popolo massacrato dall'Armata R(u)ssa negli ultimi venti anni;
  • C4 Dipingere Putin come un dittatore (non è che ci voglia molto).
Lo scopo della strategia è: tu smettila con A1-A5, noi la smettiamo con B1-B4, e non facciamo C1-C4. Uno scambio di pretese alla Bruno Leoni, diciamo. Può funzionare, a patto che ci sia sufficiente buonsenso tra le parti per realizzare che il muro contro muro è molto più costoso dell'indifferenza reciproca.

Sarebbe anche opportuno che l'Occidente concentrasse i motivi di frizione con la Russia solo a pochi temi importanti, tipo non mettere in pericolo la sicurezza dell'Europa, soprattutto Orientale e non aiutare l'Iran, ed evitare frizioni gratuite, a meno che non sia un "tit for tat" come quello visto ora (a parer mio, la guerra in Serbia del 1999 era una frizione gratuita e difficilmente giustificabile alla luce di costi e benefici).

Un altro potenziale problema è accordare i fini (contenere la Russia) coi mezzi (in questo caso, provocando frizioni su vari teatri e proponendo uno scambio leoniano), invece che limitarsi a fare moralismo senza uno scopo (tipo "Boicottiamo le Olimpiadi a Pechino"), che è costoso e privo di benefici reali. Siccome la retorica moralista serve all'opinione pubblica ma non è in genere una spiegazione dei fatti della politica internazionale, si potrebbe anche trascurare, ma potrebbe influenzare la politica attraverso l'opinione pubblica, quindi meglio mettere le cose in chiaro.

Ovviamente le liste A, B e C sono incomplete... è possibile allungarle ad libitum.

Comunque, normativamente, sono contento per i kosovari, un po' meno per le enclavi serbe.

PS Mi piace molto anche che ritorni alla ribalta una recente guerra (Serbia, 1999) dove l'ONU è stata bypassata da tutti i paesi europei (la Russia avrebbe messo il veto e l'ONU si sarebbe bloccata), che solo pochi anni dopo (Iraq, 2003) hanno finto di credere nella legittimità della stessa organizzazione per opporsi alla politica estera USA. Come sembre, distinguere i fatti dalla retorica è difficile: l'ONU non sembra essere un attore della politica internazionale, ma più che altro un artificio retorico.

PPS Corollario: considerando che l'unico problema di sicurezza reale per l'Europa è la Russia, può darsi che il rafforzamento della Russia negli ultimi anni stia portando ad un riavvicinamento del mondo occidentale, che si era diviso sulla questione iraqena. Per questo parlo di politica occidentale.
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categoria:usa , politica internazionale
lunedì, 26 novembre 2007
Invece che ridisegnare continenti spendendo centinaia di miliardi di dollari in costruttivismo puro, pare che ci sono state delle missioni militari su scala ridotta, in Colombia, nelle Filippine, in Kenya e altrove. Pochi mezzi, obiettivi limitati, collaborazione con le autorità locali... praticamente un'operazione di polizia internazionale, con obiettivi quali ripulire un'isola da terroristi islamici, fermare gruppi paramilitari che si finanziano grazie alla War on Drugs della Casa Bianca (quando si dice il cane che si morde la coda).

Insomma: una potenza egemone che aiuta i clientes in difficoltà costa poco (riducendo quindi il rischio di overstretching, sia tattico che strategico) e garantisce una maggiore stabilità. La stessa cosa non si può dire dell'intervento in Iraq, progettato male, anche se qualche passo avanti di recente sembra ci sia stato.

Un'altra cosa interessante è che, siccome non ci sono problemi di cui parlare, i media non ne parlano minimamente.

Los Angeles Times (thanks to Wellington)
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categoria:usa , politica internazionale
domenica, 25 novembre 2007
"Studies of conflict have shown that there is a strong tendency in even the most hostile and competitive of systems for repeat players to seek means of cooeperation rather than continued hostility. In World War I, for example, troops permanently garrisoned on opposite sides of the trenches learned to cooperate with each other by coordinating attacks so as to minimize the injury to the other side.

For instance, if A persistently fired a weapon at B without regard for range and accuracy... and perhaps "aimed high", then B attributed A's lack of zeal to choice not chance, for the choice of accurate fire was always possible. By ritualized weapon use, A signalled a wish for peace to B, and if B was of the same mind as A, he reciprocated and ensured that A was not harmed in the subsequent exchange of ritualized fire. Thus, with the most unlikely of means, either adversary could communicate the inclination to live and let live to each other, which if and when required estabilished a mutually reinforncing series of peace exchanges. What an outsider might perceive as a small battle, entirely consistent with the active front policy, might be in fact merely a structure of ritualized aggression, where missiles simbolyzed benevolence not malevolence.

The same number of artillery shells might be fired at the same spot each day so the opponent would know to get out of the way. Patrols would take routes calculated to avoid the enemy and, if confronted accidentally, would give each other a wide berth. The regime of cooperation was reenforced by stern retaliation whenever the peace was broken. And each side developed ways of disciplining their own compatriots who might breach the peace."

Da "The structure of liberty", di Randy Barnett.

Tratto da "Trenche warfare 1914-1918; the live and let live system", di Tony Ashworth.

Che dire? Al di là del fatto che il libro di Barnett è uno dei più bei libri sul diritto che abbia mai letto, anche perchè ne ho letti pochi, e che l'autore svetta, come profondità e comprensione dei fenomeni giuridici, rispetto a D. Friedman e R. Epstein (che ho appena iniziato, però), questa lunga citazione, forse off topic rispetto al libro in questione, mi sembra allo stesso tempo sia ovvia, sia nota, che soprendente.

Ovvia, perchè chi vede i costi della guerra è sicuramente in una posizione migliore per temerla dell'interventista che sta in poltrona.

Nota, perchè sapevo che già nel Dicembre del 1914 le truppe francesi e tedesche sui fronti contrapposti cooperarono per festeggiare in pace il Natale senza farsi troppo male in diverse occasioni.

Soprendente, perchè uno è abituato a pensare ai soldati come degli esaltati e, se pacifista, come dei corpi estranei rispetto alla stessa loro società. E poi scopre che sono più pacifisti e più favorevoli alla limitazione del conflitto dei loro connazionali a casa.

Sono sempre più convinto che i semplici fattori messi in luce da Mises nella sua teoria dell'armonia e del conflitto di interessi contengano tutti gli elementi necessari a capire la logica "pura" (come qualcosa di distinto da considerazioni tecniche, tattiche, operative, teatrali e geopolitiche*) dei conflitti. In questo caso, l'aspetto dell'edificio misesiano più interessante sono i problemi epistemici della limitazione delle capacità umane di capire e conoscere la realtà: il soldato sul fronte ha meno fog of war dei generali e dei politici nei bunker, che hanno a loro volta meno fog of war del popolo-bue.

Non si può sperare che un problema epistemicamente complesso possa essere risolto senza un meccanismo che riduca questa complessità strutturale, come il sistema dei prezzi semplifica le scelte economiche. C'è un problema di calcolo economico nelle valutazioni delle politiche, che rende le transazioni più costose (impedendo soluzioni cooperative efficaci), i misunderstanding più probabili, gli errori più frequenti, e le convinzioni e le fissazioni più importanti dei fatti e della realtà.

* La classica divisione delle scienze strategiche: caratteristiche tecniche dei sistemi d'arma, impiego  tattico nelle singole missioni di questi sistemi, impiego nelle varie operazioni delle varie tattiche e tecniche, coordinazione delle operazioni a livello di strategia operativa di teatro, e scelta dei mezzi politici (diplomatici, militari...) per trovare una posizione nell'ecosistema strategico.
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categoria:politica internazionale, liberalismo
martedì, 20 novembre 2007
10,000 persone divise in 100 gruppi di 100 persone riescono a difendersi dalla microcriminalità, e siccome tutti sanno che i 98 gruppi neutrali in un conflitto avranno vantaggi relativi, nessun gruppo in questa situazione ha incentivo ad attaccare, essendo troppo costoso, e il costo molto evidente, in una condizione di concorrenza. In questo modo, risolti i problemi di sicurezza, tutti si dedicano al commercio e alla divisione del lavoro, le spese per combattere la micro-criminalità sono le uniche spese di difesa rilevanti, e tutti vissero felici e contenti.

10 gruppi decidono di federarsi sfruttando la disorganizzazione degli altri 90, e si danno alla razzia anzichè al commercio pacifico. Gli altri 90 si federano in gruppi limitrofi per rispondere alla minaccia. Si arriva ad avere 10 gruppi di 1,000 persone, e si ritorna ad un sistema che assomiglia ad (1), solo che lo squilibrio di potere diventa più plausibile, e quindi il costo dell'aggressione meno evidente. Alcuni si rendono conto del problema, dividono in 10 il loro gruppo per tornare alla situazione (1), e vengono attaccati e conquistati. Si ottiene un sistema oligo-polare, se non addirittura bipolare, conflittuale e inefficiente per tutti (tranne ovviamente chi desidera la guerra in sè, e non come un mezzo per conseguire altri fini).

Mi pare che questo schema spieghi tutta la storia umana. Non vedo bisogno di sostenere che la guerra sia insita nella natura umana, basta che (1) alcuni cominciano a razziare organizzandosi in bande di grandi dimensioni, tentazione evidentemente forte sempre e (2) gli altri rispondono aumentando la concentrazione del potere militare e le risorse ivi impiegate. Il risultato è un dilemma del prigioniero da cui  non è possibile uscire e in cui tutti perdono. Che mi pare un bel riassunto del ruolo delle spese militari al benessere umano.

Altri fattori giocano sicuramente un ruolo nelle vicende reali: la mentalità integralista, con la sua idea di "nemico totale"; le esternalità di costi e benefici tra governanti e governati, che rendono la guerra più conveniente per chi prende decisioni di quanto lo sia effettivamente per la società nel suo complesso; i problemi di legittimità e credibilità interna che influenzano la politica estera degli stati; i costi di transazione nel valutare potenzialità e intenzioni altrui...

Esisteranno pure spiegazioni alternative, ma questo semplice schema ha il vantaggio di essere semplice e d'applicabilità universale. Non si fanno ipotesi sulla natura umana, tranne che non sono tutti santi; e non si fanno ipotesi sulla struttura del processo decisionale dei gruppi, così vale per ogni polity immaginabile, essendo sufficiente che ogni gruppo abbia un'organizzazione militare  gerarchica (e chi non l'ha, all'equilibrio, è morto). Spiega perchè lo stato è essenzialmente un problema, ma anche perchè il liberalismo non è riuscito ancora a proporre una soluzione credibile.
postato da: Libertarian alle ore 17:28 | Permalink | commenti (33)
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