Che legame c'è tra territorio e sicurezza? Un'ipotesi implicita nelle teorie anarco-capitaliste è che questo legame sia di fatto inesistente, frutto soltanto dell'abitudine a pensare in termini di stati e quindi di territori. Soltanto in un mondo dove tra difesa e territorio non c'è un legame stretto sembra infatti possibile concepire la fornitura di servizi di sicurezza in modo non monopolistico.
In realtà ci sono almeno tre elementi che legano il problema della sicurezza militare al controllo territoriale:
1. La dipendenza della difendibilità di un'area dalla posizione tattica che si ha nelle aree limitrofe: ad esempio, se l'Alto Adige fosse austriaco, l'Austria potrebbe facilmente entrare nella pianura padana; se ne deduce che qualsiasi agenzia di difesa che voglia difendere il Nord Italia deve assicurarsi che nessuna forza potenzialmente ostile abbia il controllo dell'Alto Adige.
2. La necessità di fare numero: se un nemico si avvicina, bisogna essere in grado di sconfiggerlo; se poi si è addirittura in grado di dissuaderlo a priori, tanto di guadagnato. Un mondo diviso in migliaia di comuni di piccole dimensioni militarmente autosufficienti è un mondo estremamente facile da conquistare, o peggio ancora da manipolare (l'esempio di D. Friedman: si minaccia uno a caso con una bomba atomica e gli altri obbediscono).
3. L'inevitabilità dei danni collaterali: se il mio vicino di casa lancia missili contro il Vaticano, e le guardie svizzere rispondono bombardandolo o invadendolo, di fatti c'è un'alta probabilità che io venga ucciso o ferito anche se sono completamente innocente. Il collateral damage è inevitabile, e io devo avere il potere di fermare il mio vicino di casa se voglio stare al sicuro dai missili di provenienza vaticana.
Quali di questi problemi può essere risolto a prescindere dal monopolio su un territorio?
Almeno in linea di principio, l'(1) è un problema analogo ad un'azienda che cerchi una posizione sul mercato, controllando determinate risorse e fondendosi eventualmente con aziende simili. La condizione (1) indica che ad un nemico non si deve lasciare la cima della collina, non che la collina deve necessariamente essere sotto il nostro diretto controllo.
D'altra parte, (2) richiede un'alleanza e un accordo di mutua difesa. Se si risolvono i problemi di incentivo a non cooperare, non c'è motivo per cui si debba avere un monopolio. Eventuali forme di difesa che richiedono ampi investimenti si possono mettere in piedi eventuali joint venture. Anche in questo caso, l'importante non è comandare su un vasto territorio, ma essere in grado di assicurarsi che le risorse del vasto territorio possano essere impiegate per raggiungere obiettivi strategici comuni, come la difesa da un invasore.
Consideriamo il punto (3), che è meno ovvio. Supponiamo che un'agenzia di protezione, chiamata I(sraele) debba difendersi da attacchi provenienti da un territorio limitrofo a quello dei suoi clienti. Questo territorio, P(alestina), non è diviso in gruppi di monopolisti territoriali, ma in un mix di due agenzie di protezione, F(atah) e H(amas). Possiamo anche supporre che esistano degli individui non protetti, il gruppo N(eutrali). Supponiamo che H sia responsabile degli attacchi.
Siccome F, H ed N convivono sullo stesso territorio, ogni possibile reazione di media-grande scala di I contro gli attacchi di H dovrà necessariamente fare danni collaterali tra i membri dei gruppi F e N. Ancora più ovvio è il fatto che qualsiasi attacco contro l'agenzia H implicherà dei danni contro clienti di H che potrebbero non essere legalmente responsabili degli attacchi (potrebbero essere costretti ad affiliarsi ad H - in questo caso H sarebbe un proto-stato e non un'agenzia privata).
La prima (triste) riflessione è che qualsiasi ius ad bello debba consentire la legittimità dei danni collaterali: siccome non c'è difesa senza danni collaterali, infatti, un diritto che richieda un numero di vittime innocenti pari a zero sarebbe irrealizzabile, equivalendo infatti alla stretta impossibilità di difendersi. Ma un mondo in cui il diritto richiede di suicidarsi o farsi ammazzare senza protestare non può funzionare: neanche Hobbes toglieva ai sudditi del Leviatano un tale diritto. Qualsiasi presa di posizione contraria a priori ai danni collaterali è quindi priva di senso in quanto inapplicabile.
L'intervento di I quindi non può essere considerato illegittimo, anche se danneggerà per necessità i membri di H, F e N, non necessariamente colpevoli degli attentati.
Supponiamo ora che I faccia un accordo di pace. Con chi? Necessariamente, lo deve fare sia con H che con F, e con ogni sottoinsieme di N non militarmente trascurabile. Infatti un accordo che preveda che I non bombardi e non occupi militarmente il territorio P richiede che la controparte sia in grado di fare il lavoro che I prima cercava di svolgere militarmente: la controparte dell'accordo deve avere la possibilità di controllare che qualsiasi individuo in P non lanci attacchi militari contro i clienti di I.
Quindi c'è un elemento di monopolio territoriale ineliminabile: la controparte di ogni accordo di pace deve necessariamente avere il controllo del territorio. Più precisamente, ogni agenzia operante in un territorio geograficamente rilevante per proteggersi dagli attacchi provenienti da P deve essere preso in considerazione in un accordo con I.
Se esistesse un'autorità unica sul territorio P l'accordo di pace sarebbe in linea di principio firmabile: I si impegna a non usare la forza nel territorio P a patto che l'autorità che monopolizza il territorio P fermi eventuali attacchi contro I. Una precondizione è che una tale autorità abbia il potere di controllate gli abitanti di P.
E' necessario che questa autorità sia uno stato? Probabilmente no: potrebbe essere un accordo multilaterale tra I, H, F e i gruppi di N più importanti militarmente, se ve ne sono.
Fedeli all'ovvietà secondo cui la guerra si può fare da soli ma per fare la pace bisogna essere almeno in due, ogni gruppo militarmente rilevante deve firmare l'accordo di pace. Se ce n'è anche uno solo che non vuole, o questo gruppo diventa militarmente irrilevante oppure l'accordo di pace è impossibile.
Nel caso in esame, non potendo F e N lamentarsi dei danni collaterali indotti dalle legittime azioni di I, è necessario che gli abitanti di P distruggano più o meno completamente H come precondizione per la pace (condizione necessaria ma non sufficiente).
Siccome né (1), né (2), né (3) implicano il monopolio del territorio, ma implicano solo una certa capacità di controllarlo, ed eventualmente di accordarsi con i vicini per firmare accordi con i lontani e/o per proteggersi a vicenda e/o per cooperare per fini comuni, non è detto che non si possa difendere un territorio senza il monopolio della difesa: di certo le interrelazioni ci sono e sono importanti.
Potrebbe non esserci bisogno di uno stato, ma di sicuro servono autorità in grado di controllare il territorio, quindi. Eventuali accordi tra agenzie private per affrontare i problemi (1), (2) e (3) sono ovviamente soggetti a costi di transazione e la dinamica di queste eventuali reti di alleanze non sarebbe necessariamente diversa da quella tra alleati statuali normali: defezione e bandwagoning potrebbero risultare opzioni allettanti e questo paradosso del prigioniero potrebbe impedire una seria difesa.
Gruppi di non-monopolisti incapaci di difendersi lascerebbero spazio a gruppi di difesa monopolisti. Anche se questi di per sé non rappresenterebbero uno stato, è improbabile che non lo diventino: basta imporre il monopolio de iure dopo aver conseguito quello de facto, ad esempio, e trasformare i premi assicurativi volontari in tasse obbligatorie.
Probabilmente la totale separazione tra difesa militare e difesa dalla microcriminalità confinerebbe questi eventuali problemi di monopolizzazione locale dell'uso della forza a problemi solamente legati ai grandi problemi strategici. In poche parole, l'eventuale agenzia di difesa monopolista potrebbe coesistere con agenzie di difesa "non-militari", nel senso che che si occupano solo della microcriminalità.
PS La distinzione tra polizia ed esercito parrebbe quindi essere un aspetto fondamentale del liberalismo, e la parziale equiparazione delle due funzioni da parte di Berlusconi andrebbe perlomeno vista con sospetto. I militari per strada sono roba da paese sud-americano.
Salve.
Concordo appieno con entrambi gli articoli, tranne per un dettaglio:
“La minaccia è rappresentata dalle dotazioni materiali, non dalle idee.”
Senza idee non ci sono risorse materiali che tengano. Sono le idee che danno ad Hitler le SS, e sono le idee che tengono i tedeschi sotto il giogo di Hitler. Le dotazioni materiali vengono dopo, perché sono una conseguenza dell’organizzazione politica, che è a sua volta una conseguenza delle ideologie politiche.
Se l’islamismo fosse un’ideologia dominante tra gli islamici - e non lo è - sarebbe un problema notevolissimo.
Quando il 10-20% della popolazione europea credeva a idiozie come comunismo e fascismo ci sono state guerre civili, guerre mondiali e genocidi. In primis guerre civili, la versione pre-statale dei genocidi. Se il 10-20% della popolazione islamica facesse lo stesso nei Paesi Arabi, le loro istituzioni sarebbero in pessima salute - come ora. Se il 10% di una minoranza che è meno del 10% della popolazione (gli islamici in Europa) impazzisce, è solo un problema di ordine pubblico.
Al momento per noi quindi è solo ordine pubblico, ma le ideologie fanatiche hanno il potenziale per creare danni. E quando una parte cospicua di una popolazione non si fila più il governo non è l’esercito che può risolvere il problema. Almeno non senza una lunga e sanguinosa guerra.
“Guarda, se pensi che siano le idee a trainare il mondo, allora adotti una prospettiva costruttivista. Cambiando le idee, cambi il mondo.”
Non è logicamente necessario. Le idee sono “sticky”, non solo il frutto della volontà di qualcuno.
Se gli americani di oggi obbediscono alla Casa Bianca, invece di fare rivolte contro il suo strapotere, sono le idee che rendono ciò possibile. Non è che, saputo questo, domani gli americani improvvisamente torneranno alla Costituzione. Questo è un altro discorso.
Sono stati cambiamenti culturali, legati soprattutto alle due guerre mondiali e al New Deal, che hanno resto gli americani insensibili alla perdità di libertà che hanno subito nel XX secolo (a parte progressi come i diritti civili, il resto è stato un peggioramento, dal punto di vista dei principi dei Padri Fondatori).
E’ l’ideologia che è alla base dell’obbedienza politica, e, senza obbedienza politica, esercito, polizia e tribunali sarebbero irrelevanti, se non proprio impossibili. Hume diceva che è l’opinione che tiene in piedi i governi, ripetendo un’idea risalente al XVI secolo (de la Boetie).
Quando viene a mancare una comunanza di principi politici unificanti, si hanno guerre civili, come in molti episodi del XX secolo europeo.
“Piu’ che un’idea che traina il mondo, mi sembra che il mondo si inventi un’idea per andare nella direzione che vuole.”
Sì. Il governo controlla stampa e scuola e assume gli intellettuali apposta. Se le idee fossero irrilevanti, i faraoni non avrebbero bisogno di scribi e sacerdoti. Avrebbero i frombolieri, e basterebbero. (devo smetterla di giocare a Age of Empires).
I sensi di identità sono costruzioni artificiali (nei contenuti) che stimolano una innata tendenza a volersi sentir parte di qualcosa. Per quanto ne so, i fiamminghi sono stati creati nel XIX secolo, come i baschi e i catalani: prima esistevano, ma se ne fregavano. Non aveva “coscienza di classe”, per dirla alla Marx (fa ridere citarlo in una difesa del ruolo delle idee… principio antimarxista alla radice).
Quello che volgio sottolineare però è che il rapporto tra idee e potere non è unidirezionale. Un potere senza l’appoggio dell’ideologia vacilla. Un potere stabile tenderà a stimolare un’ideologia favorevole. Nel breve termine il potere è sempre in grado di influenzare le idee; nel lungo probabilmente domani la tendenza contraria. Un potere che non investe in idee è un potere morto, o moribondo.
L’islamismo non è solo una giustificazione retorica: è un’ideologia, recentissima (se si escludono i Wahhabiti, è del XX secolo), sfruttata da alcuni potenti (sauditi, Sadat, Khomeini) per i propri scopi. A volte sfugge di mano (Sadat). Sfugge di mano perché non è eteronoma rispetto al potere, ma ha una sua autonomia, che più ci si allontana dal breve termine più diventa rilevante.
E’ verissimo che l’ideologia è in genere solo l’oppio dei popoli: noi crediamo alla democrazia nonostante sia evidente che non abbiamo alcun controllo della politica; i russi si fanno derubare e sottomettere in nome della “russità”. Ma se è valido come strumento di manipolazione delle masse, è perché è rilevante. E se ogni tanto sfugge di mano al potere, è perché ha almeno in parte una dinamica autonoma.
“Penso che conveniamo sul fatto che al-qaeda e’ una minaccia non per la sua ideologia, ma perche’ dispone di uomini e mezzi per portare a termine i suoi piani. Nel momento in cui distruggiamo i suoi mezzi, la minaccia non esiste piu’.”
Certamente. Però, anche se distruggiamo i suoi fini sparisce la minaccia. Un’organizzazione richiede una volontà e dei mezzi. Che sia meglio colpire la prima o i secondi è questione di giudizio storico.
“Ci sono migliaia di sette sparse in giro per il mondo che chiedono la distruzione del mondo, del capitalismo, della terra. Non le riteniamo minacciose non perche’ le loro idee non sono fanatiche ma semplicemente perche’ queste non hanno i mezzi per raggiungere i loro obiettivi.”
Concordo appieno. Infatti distinguo tra i fanatismi che rappresentano solo problemi di ordine pubblico (come i pro-life ammazza-medici) e i fanatismi che sono un problema strategico (come nazisti, socialdemocratici, nazionalisti e comunisti nella Germania degli anni ‘20). E’ questione di numeri: un’idea folle di mille persone è trattabile con camicie di forza; se è di un milione di persone no.