mercoledì, 10 giugno 2009
Come la vedete qualche centinaio di bombe su Pyongyang? Palazzi del governo, centri di ricerca nucleari, installazioni missilistiche. Alto livello d'allarme per qualche settimana e poi il regime potrebbe cedere: in fin dei conti, probabilmente l'escalation è dovuta al fatto che il regime sa di avere di fronte dei "buonisti". Pro, contro?

Pro:
  • Riportare il programma nucleare vicino allo zero (le infrastrutture nucleari sono pesanti e concentrate... se si sapesse dove sono è facile attaccarle);
  • Ridurre notevolmente la capacità missilistica del regime;
  • Ristabilire una certa presenza sul territorio, che sarà ben accetta da quasi tutti (tranne dalla Cina, ovviamente);
Contro:
  • Le armi nucleari e i missili già esistono e potrebbero essere usati;
  • I paesi vicini potrebbero non cooperare per paura, e fare attacchi da portaerei è difficile;
  • Rapporti USA-Cina deteriorati;
  • La posizione dei centri nevralgici del regime, soprattutto nucleari e missilistici, potrebbe essere ignota;
  • Anche se internazionalmente castrata, il regime sarebbe un pericolo per la propria popolazione, e per farlo cedere occorre probabilmente un intervento militare vero e non un bombardamento strategico, altrimenti il problema si potrebbe riproporre;
  • Il regime è socialmente un fallimento totale, quindi non è possibile una soluzione negoziata, visto che ogni appeasement da parte del regime lo farebbe crollare.
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categoria:politica internazionale
domenica, 11 gennaio 2009

Che legame c'è tra territorio e sicurezza? Un'ipotesi implicita nelle teorie anarco-capitaliste è che questo legame sia di fatto inesistente, frutto soltanto dell'abitudine a pensare in termini di stati e quindi di territori. Soltanto in un mondo dove tra difesa e territorio non c'è un legame stretto sembra infatti possibile concepire la fornitura di servizi di sicurezza in modo non monopolistico.

In realtà ci sono almeno tre elementi che legano il problema della sicurezza militare al controllo territoriale:

1. La dipendenza della difendibilità di un'area dalla posizione tattica che si ha nelle aree limitrofe: ad esempio, se l'Alto Adige fosse austriaco, l'Austria potrebbe facilmente entrare nella pianura padana; se ne deduce che qualsiasi agenzia di difesa che voglia difendere il Nord Italia deve assicurarsi che nessuna forza potenzialmente ostile abbia il controllo dell'Alto Adige.

2. La necessità di fare numero: se un nemico si avvicina, bisogna essere in grado di sconfiggerlo; se poi si è addirittura in grado di dissuaderlo a priori, tanto di guadagnato. Un mondo diviso in migliaia di comuni di piccole dimensioni militarmente autosufficienti è un mondo estremamente facile da conquistare, o peggio ancora da manipolare (l'esempio di D. Friedman: si minaccia uno a caso con una bomba atomica e gli altri obbediscono).

3. L'inevitabilità dei danni collaterali: se il mio vicino di casa lancia missili contro il Vaticano, e le guardie svizzere rispondono bombardandolo o invadendolo, di fatti c'è un'alta probabilità che io venga ucciso o ferito anche se sono completamente innocente. Il collateral damage è inevitabile, e io devo avere il potere di fermare il mio vicino di casa se voglio stare al sicuro dai missili di provenienza vaticana.

Quali di questi problemi può essere risolto a prescindere dal monopolio su un territorio?

Almeno in linea di principio, l'(1) è un problema analogo ad un'azienda che cerchi una posizione sul mercato, controllando determinate risorse e fondendosi eventualmente con aziende simili. La condizione (1) indica che ad un nemico non si deve lasciare la cima della collina, non che la collina deve necessariamente essere sotto il nostro diretto controllo.

D'altra parte, (2) richiede un'alleanza e un accordo di mutua difesa. Se si risolvono i problemi di incentivo a non cooperare, non c'è motivo per cui si debba avere un monopolio. Eventuali forme di difesa che richiedono ampi investimenti si possono mettere in piedi eventuali joint venture. Anche in questo caso, l'importante non è comandare su un vasto territorio, ma essere in grado di assicurarsi che le risorse del vasto territorio possano essere impiegate per raggiungere obiettivi strategici comuni, come la difesa da un invasore.

Consideriamo il punto (3), che è meno ovvio. Supponiamo che un'agenzia di protezione, chiamata I(sraele) debba difendersi da attacchi provenienti da un territorio limitrofo a quello dei suoi clienti. Questo territorio, P(alestina), non è diviso in gruppi di monopolisti territoriali, ma in un mix di due agenzie di protezione, F(atah) e H(amas). Possiamo anche supporre che esistano degli individui non protetti, il gruppo N(eutrali). Supponiamo che H sia responsabile degli attacchi.

Siccome F, H ed N convivono sullo stesso territorio, ogni possibile reazione di media-grande scala di I contro gli attacchi di H dovrà necessariamente fare danni collaterali tra i membri dei gruppi F e N. Ancora più ovvio è il fatto che qualsiasi attacco contro l'agenzia H implicherà dei danni contro clienti di H che potrebbero non essere legalmente responsabili degli attacchi (potrebbero essere costretti ad affiliarsi ad H - in questo caso H sarebbe un proto-stato e non un'agenzia privata).

La prima (triste) riflessione è che qualsiasi ius ad bello debba consentire la legittimità dei danni collaterali: siccome non c'è difesa senza danni collaterali, infatti, un diritto che richieda un numero di vittime innocenti pari a zero sarebbe irrealizzabile, equivalendo infatti alla stretta impossibilità di difendersi. Ma un mondo in cui il diritto richiede di suicidarsi o farsi ammazzare senza protestare non può funzionare: neanche Hobbes toglieva ai sudditi del Leviatano un tale diritto. Qualsiasi presa di posizione contraria a priori ai danni collaterali è quindi priva di senso in quanto inapplicabile.

L'intervento di I quindi non può essere considerato illegittimo, anche se danneggerà per necessità i membri di H, F e N, non necessariamente colpevoli degli attentati.

Supponiamo ora che I faccia un accordo di pace. Con chi? Necessariamente, lo deve fare sia con H che con F, e con ogni sottoinsieme di N non militarmente trascurabile. Infatti un accordo che preveda che I non bombardi e non occupi militarmente il territorio P richiede che la controparte sia in grado di fare il lavoro che I prima cercava di svolgere militarmente: la controparte dell'accordo deve avere la possibilità di controllare che qualsiasi individuo in P non lanci attacchi militari contro i clienti di I.

Quindi c'è un elemento di monopolio territoriale ineliminabile: la controparte di ogni accordo di pace deve necessariamente avere il controllo del territorio. Più precisamente, ogni agenzia operante in un territorio geograficamente rilevante per proteggersi dagli attacchi provenienti da P deve essere preso in considerazione in un accordo con I.

Se esistesse un'autorità unica sul territorio P l'accordo di pace sarebbe in linea di principio firmabile: I si impegna a non usare la forza nel territorio P a patto che l'autorità che monopolizza il territorio P fermi eventuali attacchi contro I. Una precondizione è che una tale autorità abbia il potere di controllate gli abitanti di P.

E' necessario che questa autorità sia uno stato? Probabilmente no: potrebbe essere un accordo multilaterale tra I, H, F e i gruppi di N più importanti militarmente, se ve ne sono.

Fedeli all'ovvietà secondo cui la guerra si può fare da soli ma per fare la pace bisogna essere almeno in due, ogni gruppo militarmente rilevante deve firmare l'accordo di pace. Se ce n'è anche uno solo che non vuole, o questo gruppo diventa militarmente irrilevante oppure l'accordo di pace è impossibile.

Nel caso in esame, non potendo F e N lamentarsi dei danni collaterali indotti dalle legittime azioni di I, è necessario che gli abitanti di P distruggano più o meno completamente H come precondizione per la pace (condizione necessaria ma non sufficiente).

Siccome né (1), né (2), né (3) implicano il monopolio del territorio, ma implicano solo una certa capacità di controllarlo, ed eventualmente di accordarsi con i vicini per firmare accordi con i lontani e/o per proteggersi a vicenda e/o per cooperare per fini comuni, non è detto che non si possa difendere un territorio senza il monopolio della difesa: di certo le interrelazioni ci sono e sono importanti.

Potrebbe non esserci bisogno di uno stato, ma di sicuro servono autorità in grado di controllare il territorio, quindi. Eventuali accordi tra agenzie private per affrontare i problemi (1), (2) e (3) sono ovviamente soggetti a costi di transazione e la dinamica di queste eventuali reti di alleanze non sarebbe necessariamente diversa da quella tra alleati statuali normali: defezione  e bandwagoning potrebbero risultare opzioni allettanti e questo paradosso del prigioniero potrebbe impedire una seria difesa.

Gruppi di non-monopolisti incapaci di difendersi lascerebbero spazio a gruppi di difesa monopolisti. Anche se questi di per sé non rappresenterebbero uno stato, è improbabile che non lo diventino: basta imporre il monopolio de iure dopo aver conseguito quello de facto, ad esempio, e trasformare i premi assicurativi volontari in tasse obbligatorie.

Probabilmente la totale separazione tra difesa militare e difesa dalla microcriminalità confinerebbe questi eventuali problemi di monopolizzazione locale dell'uso della forza a problemi solamente legati ai grandi problemi strategici. In poche parole, l'eventuale agenzia di difesa monopolista potrebbe coesistere con agenzie di difesa "non-militari", nel senso che che si occupano solo della microcriminalità.

PS La distinzione tra polizia ed esercito parrebbe quindi essere un aspetto fondamentale del liberalismo, e la parziale equiparazione delle due funzioni da parte di Berlusconi andrebbe perlomeno vista con sospetto. I militari per strada sono roba da paese sud-americano.

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categoria:politica internazionale, libertarismo
martedì, 06 gennaio 2009
If the existence of a nation-state is guaranteed by some external authority-whether by the United Nations or the United States-then one of its incentives to a realistic policy, both domestic and foreign, has been removed from play. To see this problem, think back to the old chaotic world in which the rules of realpolitik operated: there, if a state pursued a domestic or a foreign policy that was too grossly unrealistic, it would inevitably pay the price for doing so. It would be invaded, or annexed, or partitioned, as the example of eighteenth-century Poland made clear. The price of any nation-state's survival was the cultivation of a heightened sense of realism.

This is no longer the case. Indeed, the current international arrangement might be compared to an economic system in which each business enterprise has been assured of not going broke by a guarantee of a governament subsidy in the face of financial insolvency. Would such a system be inclined to produce hard-nosed realism among the operators of these business enterprises, or would it rather induce them to pay less attention to the complaints of their customers or to the innovations of their competitors?

The principle of self-determination in a world of perpetual peace may not in fact be the panacea for mankind's ills but rather a means for prolonging these ills unnecessary, by sanctioning a status quo of despotism and tyranny, by virtually underwriting the brutal caprice of petty dictators, and by furthering the fantasies of ruthless fanatics. Self determination at the level of the nation-state may entail complete loss of freedom and dignity at the level of the individual-and all in the name of liberalism.

Da Civilization and its Enemies di Lee Harris.

Da Wellington.

Il libro l'ho ordinato ieri e ho letto qui e là cose interessanti su cui tornerò. Sono perfettamente d'accordo con l'idea, comunque: un Bernanke in politica estera è ancora più pericoloso che alla Fed.
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categoria:politica internazionale
martedì, 02 dicembre 2008
Dopo mesi di sola economia o quasi, ecco due commenti di geopolitica. Che ruolo hanno le idee nella geopolitica? I due interventi sono miei commenti ai due bei post di Andrea Gilli su Epistemes, in cui si sottolinea l'assurdità di derivare affermazioni allarmanti sulla pericolosità effettiva dell'Islam-in-sé, inteso spesso come entità contrapposta alla "cristianità" occidentale. Andrea riporta un po' di sano realismo nel dibattito, io non sono però d'accordo con il ritenere il concetto di "ideologia" secondario.

Gli articolo sono UNO e DUE. I commenti stanno al secondo.
  1. Salve.

    Concordo appieno con entrambi gli articoli, tranne per un dettaglio:

    La minaccia è rappresentata dalle dotazioni materiali, non dalle idee.

    Senza idee non ci sono risorse materiali che tengano. Sono le idee che danno ad Hitler le SS, e sono le idee che tengono i tedeschi sotto il giogo di Hitler. Le dotazioni materiali vengono dopo, perché sono una conseguenza dell’organizzazione politica, che è a sua volta una conseguenza delle ideologie politiche.

    Se l’islamismo fosse un’ideologia dominante tra gli islamici - e non lo è - sarebbe un problema notevolissimo.

    Quando il 10-20% della popolazione europea credeva a idiozie come comunismo e fascismo ci sono state guerre civili, guerre mondiali e genocidi. In primis guerre civili, la versione pre-statale dei genocidi. Se il 10-20% della popolazione islamica facesse lo stesso nei Paesi Arabi, le loro istituzioni sarebbero in pessima salute - come ora. Se il 10% di una minoranza che è meno del 10% della popolazione (gli islamici in Europa) impazzisce, è solo un problema di ordine pubblico.

    Al momento per noi quindi è solo ordine pubblico, ma le ideologie fanatiche hanno il potenziale per creare danni. E quando una parte cospicua di una popolazione non si fila più il governo non è l’esercito che può risolvere il problema. Almeno non senza una lunga e sanguinosa guerra.

  2. Guarda, se pensi che siano le idee a trainare il mondo, allora adotti una prospettiva costruttivista. Cambiando le idee, cambi il mondo.

    Non è logicamente necessario. Le idee sono “sticky”, non solo il frutto della volontà di qualcuno.

    Se gli americani di oggi obbediscono alla Casa Bianca, invece di fare rivolte contro il suo strapotere, sono le idee che rendono ciò possibile. Non è che, saputo questo, domani gli americani improvvisamente torneranno alla Costituzione. Questo è un altro discorso.

    Sono stati cambiamenti culturali, legati soprattutto alle due guerre mondiali e al New Deal, che hanno resto gli americani insensibili alla perdità di libertà che hanno subito nel XX secolo (a parte progressi come i diritti civili, il resto è stato un peggioramento, dal punto di vista dei principi dei Padri Fondatori).

    E’ l’ideologia che è alla base dell’obbedienza politica, e, senza obbedienza politica, esercito, polizia e tribunali sarebbero irrelevanti, se non proprio impossibili. Hume diceva che è l’opinione che tiene in piedi i governi, ripetendo un’idea risalente al XVI secolo (de la Boetie).

    Quando viene a mancare una comunanza di principi politici unificanti, si hanno guerre civili, come in molti episodi del XX secolo europeo.

    Piu’ che un’idea che traina il mondo, mi sembra che il mondo si inventi un’idea per andare nella direzione che vuole.

    Sì. Il governo controlla stampa e scuola e assume gli intellettuali apposta. Se le idee fossero irrilevanti, i faraoni non avrebbero bisogno di scribi e sacerdoti. Avrebbero i frombolieri, e basterebbero. (devo smetterla di giocare a Age of Empires).

    I sensi di identità sono costruzioni artificiali (nei contenuti) che stimolano una innata tendenza a volersi sentir parte di qualcosa. Per quanto ne so, i fiamminghi sono stati creati nel XIX secolo, come i baschi e i catalani: prima esistevano, ma se ne fregavano. Non aveva “coscienza di classe”, per dirla alla Marx (fa ridere citarlo in una difesa del ruolo delle idee… principio antimarxista alla radice).

    Quello che volgio sottolineare però è che il rapporto tra idee e potere non è unidirezionale. Un potere senza l’appoggio dell’ideologia vacilla. Un potere stabile tenderà a stimolare un’ideologia favorevole. Nel breve termine il potere è sempre in grado di influenzare le idee; nel lungo probabilmente domani la tendenza contraria. Un potere che non investe in idee è un potere morto, o moribondo.

    L’islamismo non è solo una giustificazione retorica: è un’ideologia, recentissima (se si escludono i Wahhabiti, è del XX secolo), sfruttata da alcuni potenti (sauditi, Sadat, Khomeini) per i propri scopi. A volte sfugge di mano (Sadat). Sfugge di mano perché non è eteronoma rispetto al potere, ma ha una sua autonomia, che più ci si allontana dal breve termine più diventa rilevante.

    E’ verissimo che l’ideologia è in genere solo l’oppio dei popoli: noi crediamo alla democrazia nonostante sia evidente che non abbiamo alcun controllo della politica; i russi si fanno derubare e sottomettere in nome della “russità”. Ma se è valido come strumento di manipolazione delle masse, è perché è rilevante. E se ogni tanto sfugge di mano al potere, è perché ha almeno in parte una dinamica autonoma.

    Penso che conveniamo sul fatto che al-qaeda e’ una minaccia non per la sua ideologia, ma perche’ dispone di uomini e mezzi per portare a termine i suoi piani. Nel momento in cui distruggiamo i suoi mezzi, la minaccia non esiste piu’.”

    Certamente. Però, anche se distruggiamo i suoi fini sparisce la minaccia. Un’organizzazione richiede una volontà e dei mezzi. Che sia meglio colpire la prima o i secondi è questione di giudizio storico.

    Ci sono migliaia di sette sparse in giro per il mondo che chiedono la distruzione del mondo, del capitalismo, della terra. Non le riteniamo minacciose non perche’ le loro idee non sono fanatiche ma semplicemente perche’ queste non hanno i mezzi per raggiungere i loro obiettivi.

    Concordo appieno. Infatti distinguo tra i fanatismi che rappresentano solo problemi di ordine pubblico (come i pro-life ammazza-medici) e i fanatismi che sono un problema strategico (come nazisti, socialdemocratici, nazionalisti e comunisti nella Germania degli anni ‘20). E’ questione di numeri: un’idea folle di mille persone è trattabile con camicie di forza; se è di un milione di persone no.

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categoria:politica internazionale, filosofia politica
mercoledì, 05 novembre 2008
E' difficile immaginare come l'Amministrazione Obama potrà essere peggiore dell'Amministrazione Bush, ma probabilmente è solo mancanza di fantasia: chi avrebbe immaginato un governo tedesco peggiore di quello della Repubblica di Weimar?

Posto quindi che per il peggio c'è sempre tempo, riassumiamo i risultati degli otto anni di Amministrazione Bush:
  1. Una politica estera con pochi risultati ottenuti e molti interrogativi aperti. Chi sarà l'egemone globale tra 30 anni, se ce ne sarà uno? Che succede in Afghanistan? Chi ha vinto in Iraq, oltre ovviamente all'Iran? Lo sforzo globale contro il terrorismo è compatibile con le risorse economiche USA, che nel lungo termine saranno relativamente inadeguate all'attuale ruolo di leadership americano?
  2. Una situazione economica disastrata. Le basi del disastro sono precedenti a Bush, visto che risalgono a Reagan (Greenspan) e a Clinton (Fannie e Freddie). In ogni caso, Bush non ha perso occasione per non cambiare rotta, cosa che, se avesse voluto, avrebbe potuto certamente fare.
  3. Una politica sociale statalista e fondamentalmente insostenibile. Il ruolo dello stato nella spesa sanitaria USA passerà dal 40% al 50% negli ultimi anni, grazie alla social-democrazia repubblicana: le spese aggiuntive si aggirano sulle centinaia di miliardi di dollari l'anno. Con i baby-boomer in agguato sarebbe stato necessario (già molti anni fa) cominciare a prepararsi stringendo la cinghia, ma si è preferito illudersi di vivere nel Paese della Cuccagna. Non parliamo di politica fiscale.
  4. La situazione dei diritti civili è peggiorata con l'inizio della guerra al terrorismo, con moderati permessi di perpretare forme moderate di tortura (per quelle non moderate ci pensano gli alleati), una riduzione dei diritti giuridici degli imputati (al momento quasi esclusivamente per gli stranieri: quanto ci vorrà per ridurre anche quelle dei cittadini americani?), e campi di prigionia internazionali che, pur decisamente più igienici di una caverna afgana, sono comunque un orrore per il diritto.
  5. Il ruolo che lo stato deve avere nell'"ideologia americana" è decisamente aumentato: finiti i tempi del limited government (finiti più o meno negli anni '10 del XX secolo, se non prima), gli americani s'erano illusi di essere ancora liberali grazie a qualche buona riforma di Reagan. Come da molto tempo da me affermato, quelle riforme erano incomplete e non potevano finire in nessun altro modo che con la crisi finanziaria ed economica attuale. Obama forse è il figlio di questo ritorno del biggovernmentismo, ma sicuramente il fallimento della politica del "mercati liberi + credito manipolato" di Reagan e Greenspan è la principale causa dell'attuale riflusso (insieme ad Al Qaeda, ovviamente).
E' vero che sulla carta Obama potrebbe riuscire a fare peggio in ogni singolo punto che ho sottolineato, tranne nelle libertà civili. E magari aggiungere qualche assurdità liberal, magari un aumento dei salari minimi (i disoccupati tanto non se ne accorgeranno) o qualche legge contro chi afferma che Obama non è WASP (i politicamente corretti potrebbero vietare che lo si dica, anche se è ovvio che Obama non è una vespa! Sulla fronte ha scritto Hope and Change, non "Piaggio"). In politica estera si corre il rischio, al contrario, d'essere imbelli, ma staremo a vedere: comunque forse è meglio essere imbelli che overstretched, il primo errore ha meno conseguenze nel lungo termine. Io spero che la demagogia elettoralistica degli ultimi mesi sia stata solo un modo per riempire gli elettori di stupidaggini, come fanno sempre tutti i politici, e che non lascerà traccia nell'operato dell'Amministrazione.

Nel 2000 Bush fu eletto chiacchierando di ownership society e altre mezze promesse liberali che si sono rivelate tutte fandonie: i Big Government Republicans meritavano di perdere. I Big Government Democrats avranno ora almeno 4 anni per meritare altrettanto. Sono sicuro che non perderanno l'occasione, ma non credete che ci saranno cambiamenti radicali.

Pur con un programma veramente inguardabile, il vero problema di Obama è che il suo carisma cementerà la tendenza ideologica contraria a (quel poco che rimane del) liberalismo che già con l'Amministrazione Bush è stata molto evidente. Con tutti questi problemi, ci mancava pure un leader carismatico intriso di culto della personalità. E non c'è cosa che odio di più.

I tempi in cui dei Presidenti USA si poteva non conoscere il nome, perché tanto non avevano nulla da fare, sono tramontati da oltre un secolo. Il resto è democrazia totalitaria, european style.
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categoria:economia, usa , politica internazionale
venerdì, 10 ottobre 2008
La crisi del '29 ha avuto conseguenze tragiche sul piano politico: Hitler in Europa, e Roosevelt negli USA (beati loro... anche quando stanno nel guano ci nuotano meglio). Allo stato attuale la crisi potrebbe rivelarsi altrettanto grave, soprattutto se i disperati tentativi di stimoli monetari e fiscali e di salvataggio di banche e quasi banche non avranno successo.

Però non esistono movimenti politici estremisti organizzati, è cambiata l'ideologia, e non ci sono rossi e marroni in giro a spararsi con armi nascoste dopo una guerra mondiale. Allo stato attuale anche le BR sono un pericolo non immediato. Io direi quindi che il rischio politico interno in occidente (nordamerica, europa, oceania, giappone) è basso.

Ideologicamente è rimasta in piedi solo la socialdemocrazia, che tutto si può dire tranne che sia un'ideologia violenta (per fortuna). Tutte le altre ideologie sono morte, sia quelle violente che quelle innocue (come il liberalismo).

La cosa più simile alle BR / squadracce che abbiamo sono i fondamentalisti islamici, che però in Europa sono una minoranza di una minoranza... in pratica difficilmente saranno più di qualche milione in tutta Europa i simpatizzanti, di cui attivisti al più qualche decina o centinaia di migliaia.

Fondamentalmente, l'unico pericolo prossimo venturo è una rivincita dello statalismo, ma è già tra noi, altro che prossimo venturo.

In america latina ci sarà un accrescimento della demagogia e quindi un successo di figli e nipoti di Chavez. Questa tendenza è già in atto da diversi anni, e ormai comandano in diversi paesi, e fanno tentativi per rimanere al potere sub specie aeternitatis. Tentativi che più la crisi va avanti più è probabile che avranno successo. Ma non è chiara l'esposizione a questa crisi dell'America Latina.

La Russia è un mistero... ha la Borsa Valori distrutta, una moneta che fa ridere eppure presta soldi all'Islanda... si vede che del russo medio a Putin non frega proprio nulla. Forse i gas tossici al teatro lo avevano già dimostrato anni fa. Se i russi sono contenti così, a sorbirsi meno pane ma più grandeur, credo che non si ribelleranno. Mal che vada c'è la vodka.

Il Medio Oriente potrebbe avere problemi per il disimpegno USA, se dovesse avvenire, o comunque per la minore credibilità di un impegno USA di lungo termine, che stimolerebbe oggi attività sovversive (ah... le aspetattive... non rispettano la cronologia). Se il petrolio dovesse crollare, i vari despoti potrebbero avere problemi, e soffiare sul fuoco del fondamentalismo potrebbe essere una strategia per calmare le acque. Per quanto possa sembrare assurdo... Egitto, Iran e Arabia Saudita hanno fatto così per decenni, e allo stato attuale solo l'Egitto sembra aver smesso (con Mubarak ottuagenario fare previsioni è difficile).

La Cina al momento non rallenta granché la crescita economica, ma se dovesse rallentare le campagne potrebbero arrabbiarsi, già ora fanno migliaia di rivolte l'anno. Senza paravento ideologico la legittimità del governo potrebbe basarsi ormai quasi solo sulla crescita.

Il resto dell'E.O. non so, e neanche l'India. Ma se la Cina ha problemi di legittimità interni, proverà con qualche str*nzata nazionalistica, tipo distrarre i cinesi invadendo Taiwan. Tutto sommato la politica estera risponde a problemi di politica interna: altrimenti cosa fregherebbe all'Iran di Israele?

L'Africa non ha bisogno delle crisi finanziaria per essere in crisi, quindi potrebbe passarsela sempre uguale.

In conclusione, direi che la parentesi del Neoliberismo è finita, anche se per me non è mai veramente iniziata (un liberismo su alcuni mercati e non su quello centrale di un'economia di mercato: il mercato del credito. Che assurdità!), e ricominceremo con la socialdemocrazia iperregolamentata. Solo che nel lungo termine è finanziariamente ed economicamente insostenibile e quindi ci avviamo al declino globale come civiltà.
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categoria:economia, politica internazionale
domenica, 28 settembre 2008
Mi si chiede in privato cosa è la sovranità. Incredibile dictu et auditu, non mi sono mai posto la domanda. Ho studiato malamente Schmitt e Hobbes, ancora più malamente Kelsen, e sarebbe ora che studiassi forse anche Bodin e Rousseau. Ma al momento mi sono fatto questa idea.

Il sovranista è colui che crede che un problema comune richieda un decisore comune di ultima istanza. Lo stato hobbesiano che  fa finire il bellum omnium contra omnes con il suo potere assoluto e indiscutibile, e il sovrano totale schmittiano che decide nello stato di eccezione sono esempi di sovranità.

L'alternativa al sovranismo è un insieme di regole comuni, efficaci in quanto comunemente accettate. Il sovranista non può spiegare perché esistono degli stati, e perché esiste il diritto internazionale. Ma una volta accettato che esista il diritto internazionale, la necessità di avere un decisione comune si perde anche nel diritto domestico. Da cui l'inadeguatezza del giuspositivismo, una teoria del diritto che è sociologicamente rilevante solo nei casi in cui esista un sovrano hobbesiano, onnipotente e illimitato nella sua volontà. Ovunque lo stato non abbia un pieno controllo sociale o sia in concorrenza con altri stati vengono fuori delle norme giuridiche che sono estranee al sistema giuspositivista.

Il che mi fa pensare una cosa. Gli anarcocapitalisti dovrebbero studiare attentamente il Concerto Europeo del XIX Secolo. Non c'era nulla di più anarcocapitalista, se non fosse per le tasse (sempre) e la coscrizione (a volte). Un equilibrio di potere tra eserciti privati non potrebbe essere molto diverso dall'equilibrio tra gli stati europei dalla caduta di Napoleone e la Prima Guerra Mondiale, salvo i problemi di public choice, che affliggono gli stati, ma non necessariamente aziende private che si occupano di difesa. Secondo me la politica domestica influenza notevolmente la politica estera, e quindi la domestic public choice è un driver importante delle relazioni internazionali. Esempio: perchè l'Iran dovrebbe interessarsi di Israele? Si tratta di deviare l'attenzione verso un nemico immaginario per distrarre la popolazione dai problemi interni.

Al di là dell'astrattezza e l'inverosimiglianza dell'anarcocapitalismo, questa impostazione concettuale mi sembra quindi rilevante anche per capire la realtà odierna.
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categoria:politica internazionale, filosofia politica, teoria politica
mercoledì, 03 settembre 2008
Su Giornalettismo è uscito un commento un po' bacchettone sull'accordo tra Gheddafi e Berlusconi. A me sembra una buona mossa per l'Italia, e sinceramente la retorica dell'esportazione della democrazia mi ha un po' rotto: in politica estera, come in tutti gli altri ambiti della vita umana, si fa quel che si può, valutando costi e benefici. I benefici di fare gli schizzinosi coi dittatori sono inesistenti.

Il mio commento:

Personalmente non sono affatto convinto che Berlusconi abbia fatto male a stringere l’accordo con Gheddafi. Del resto la sua politica estera è sempre stata così: nel precedente governo faceva accordi con Putin. E non mi venite a dire che Putin sia diverso da Gheddafi. :-)

Il fatto è questo. La politica estera è sostanzialmente concorrenziale: se una cosa non la fa l’Italia la fa la Germania, se non la fa la Germania la fa la Francia, se non la fa la Francia la fanno gli USA.

Questo a volte provoca dei problemi del tipo “prisoner’s dilemma”, dove sarebbe opportuno che, ad esempio, tutta l’Europa si muovesse assieme anzichè seguire 25 politiche estere diverse.

Gli articoli di Leonardo IHC e dell’Economist sul ClubMed mostravano che tutti i paesi europei si stanno guardando da vicino il Nord Africa. E fanno bene. L’Italia non può da sola stare a guardare: perderebbe in sicurezza energetica, perderebbe in peso internazionale, senza guadagnare nulla se non moral self-righteousness, e senza contribuire alla democrazia nel mondo perchè, da soli, non si fa niente. Quindi niente benefici e solo costi.

Resta da vedere se sia opportuno un accordo (un cartello) tra i governi europei per discriminare le dittature e imporre la democrazia in tutto il mondo. Solo attraverso un’azione concertata sarebbe possibile, forse, una cosa del genere. In questo caso, un accordo sanzionerebbe accordi separati e consentirebbe una soluzione cooperativa del paradosso del prigioniero.

I singoli stati europei si trovano di fronte a relativamente poche minacce strategiche. Le tre maggiori sono la dipendenza energetica, l’immigrazione politicamente radicale di origine islamica e il declino dell’economia con conseguente collasso dello stato sociale. Due rischi minori sono il potenziale militare russo e gli attentati terroristici di Al Qaeda.

Io ritengo che i singoli stati europei debbano massimizzare la diversificazione energetica, e non possono farlo boicottando paesi come la Libia. Se vogliono possono usare la domanda di petrolio come leva in politica estera per fare pressioni, ma per farlo devono coordinare la politica energetica. Se non vogliono, e del resto la cosa non mi convince del tutto, e ognuno fa come gli pare, alla fine qualcuno i soldi alla Libia li darà comunque. Tanto vale essere noi a stringere accordi.

Non si può poi non gioire che la retorica dell’esportazione della democrazia abbia finalmente lasciato spazio a considerazioni più pragmatiche. Con i pragmatici si può discutere, con i deontici senza se e senza ma è più difficile. Tutto sommato, se è vero, sotto strette condizioni abbastanza rigide, che la democrazia dà più sicurezza ai vicini di una dittatura (e più o meno ci credo), dall’altro l’unico tentativo messo in atto per seguire la retorica della democratizzazione finora è stato un fallimento per quattro anni di fila, e solo ora si sta forse stabilizzando, fermo restando che l’intervento in Iraq, anche se il problema si risolvesse, tutto compreso sembra più una liability strategica che non una vittoria.

Gregorj di Giornalettismo ha inoltre sfruttato una mia segnalazione privata per sputtanarmi facendomi conoscere al mondo come lo scopritore della più grande invenzione del genio umano dopo gli shorts attillati: il perizoma autoreggente.

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categoria:politica internazionale
lunedì, 14 luglio 2008
Niente post per oggi: ho lasciato la pennetta USB sul comodino del letto... ma guardate che interessante dialogo che ho avuto pochi giorni fa:

Parente di Libertyfirst (PLF): "Per le Olimpiadi i cinesi hanno tolto Mao dalle banconote!"

LF: "Parrebbe una buona notizia, anche se più simbolica per altro... le autorità cinesi passano da un mix di cattiva ideologia e terrore totale ad un mix di crescita economica e repressione più soft (rispetto agli standard di Mao e parenti) per sostenere il proprio apparato di potere."

PLF: "Ma cosa, questi rifiutano anche i propri simboli identitari per i soldi."

LF: "Anche questa mi sembra un'ottima notizia: è più facile dialogare di interessi che non di fissazioni ideologiche, soprattutto quando gli interessi, in questo caso di tipo economico, sono del tutto compatibili: lo scambio fa bene a tutte le parti in causa, salvo casi eccezionali e poco realistici."

PLF: "Ma si tratta solo di avidità."

LF: "Se vogliamo fare a gara di cinismo vinco io: il governo cinese ha semplicemente cambiato strategia per assicurarsi l'appoggio del popolo: più carote e meno bastoni, più automobili e meno libretti rossi. Il governo cinese continuerà ad usare tutta la violenza che gli parrà necessaria ogni volta che vuole, e può, più o meno come tutti i governi, anche se probabilmente ne userà di più perchè ha più problemi di tenuta interna, visto che l'ideologia democratica, a differenza di quella marxista, ancora funziona bene come oppio dei popoli (e per fortuna, aggiungo!). Ma il fatto che abbia bisogno di aprirsi per rimanere in piedi significa che dovrà perdere controllo sulla società, far entrare nuove idee, aumentare i margini di autonomia e il rispetto dei diritti. Anche se non farà mai un passo in più rispetto ai suoi stretti interessi di mantenimento e accrescimento del potere, il governo cinese sarà molto meno oppressivo del passato, almeno nei confronti dei cinesi, e questa è un'ottima notizia. Non sono altrettanto convinto che lo sia per i vicini, visto che un paese più economicamente aperto è un paese più ricco, e quindi anche un paese più potente."
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categoria:politica internazionale, politica interna
lunedì, 07 luglio 2008
E' uscito un mio articolo su Giornalettismo: Hugo Chavez, presidente (purtroppo).

In appendice al mio post sul Messico, faccio inoltre notare che recentemente un commando di narco-trafficanti messicani con divise dei reparti d'assalto della polizia USA sono intervenuti a Phoenix, Arizona: territorio USA. La guerra alla droga fa backfire, finanziando gli aggressori?
postato da: Libertarian alle ore 15:50 | Permalink | commenti (12)
categoria:politica internazionale