domenica, 20 luglio 2008
In un articolo sul Corsera Giavazzi riflette su alcune scelte del governo. Su alcuni aspetti tecnici no so cosa dire, ma purtroppo almeno per il resto ha ragione su tutta la linea.

1. Alla "vecchia teoria" (Tremonti dixit) secondo cui parte di una tassa sui produttori si può scaricare sui consumatori, Tremonti non ha saputo opporre, come al solito, nulla. La sua speranza, sicuramente molto ben fondata, è che tanto di economia nessuno capisce nulla.

2. Su Robin, ICI e pressione fiscale non so che dire, non ho dati per esprimermi.

3. La Lega dimostra ancora una volta di essere molto interessata a creare feudi al Nord dove i propri membri possono farla da padroni. Il che potrebbe, per eterogenesi di fini, avere anche qualche effetto positivo: ad esempio, riducendo i trasferimenti verso Sud si indebolisce probabilmente la Mafia. Ma rimane il fatto che è un partito contrario alla concorrenza, al libero mercato, e quindi all'efficienza, che è parte di ciò che manca al sistema Italia per ripartire. Alla fine loro cercano la poltrona, non certo il bene del paese, e neanche del Nord-Italia: questa non è una critica, perchè a volte si fa del bene senza volerlo. In questo caso, però, non vedo come.

4. Su Alitalia, avevo già detto che nessuno sarà mai così idiota da comprarsela senza qualche concessione governativa. Per il semplice fatto che Alitalia è un caso senza speranze. Si pensava che Airone, una società con un fatturato inferiore alle perdite di Alitalia, volesse semplicemente il monopolio su alcune tratte locali e molto lucrose, come Milano-Roma. L'idea di Giavazzi, che dietro ci sia di più, come concessioni a costruttori e ad appaltatori pubblici, anche se non ho elementi per confermarla, mi sembra molto più realistica. Alla fine qualcuno deve pagare, e in democrazia è sempre la società intera.

Mala tempora currunt.
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categoria:politica interna, casa della libertà
giovedì, 17 luglio 2008
Giovedi 3 e Venerdi 4 sono stato a Firenze per un convegno organizzato da NoisefromAmerika. Il convegno è stato interessante e si è parlato di diversi argomenti importanti: l'unica cosa che non andava è che nessuno dei cibi del pranzo offerto dalla New York University era incompatibile con la mia dieta... troppi carboidrati e poche verdure.

La prima sessione, sulla sicurezza energetica (curata da Stagnaro dell'IBL), è stata molto istruttiva, con una relazione introduttiva del Prof. Beccarello sul mercato dell'energia in Europa e in Italia. Ho scoperto cose assurde, come che (assurdo manco per il cavolo) il protocollo di Kyoto rischia di spostare le produzioni dove si inquina di più (da chi non rispetta il protocollo), con conseguenze perverse per l'inquinamento; o che in Italia non esiste un mercato future per l'energia!

Ma la cosa più assurda è la Borsa per l'energia elettrica in Italia, penso l'unico mercato al mondo dove il prezzo che si paga per consumare differisce dal prezzo che si ottiene per produrre. Così, la produzione in Sicilia costa più che in Lombardia (la cosa dovrebbe stimolare gli investimenti in energia in Sicilia), ma i consumi hanno lo stesso prezzo indipendentemente dalla regione, così nessun siciliano ha interesse a produrre energia in loco (sindrome Nimby: not in my back yard), e chi vuole produrre, attratto dai prezzi di vendita, non ottiene autorizzazioni dalle autorità locali.

Successivamente si è parlato del mercato del gas, troppo concentrato nelle mani dell'ex monopolista pubblico ENI, e si è parlato male del governo in carica. Tanto per capire in mano a chi stiamo: la "concorrenza" nel campo dei servizi pubblici è soggetta ad una social clause per cui l'azienda che vince il contratto deve "risarcire" i dipendenti della vecchia azienda uscente. Questa è stata un'idea di Prodi, precisamente della Lanzillotta: Berlusconi ha aggiunto, udite udite, una "environmental clause"... che è ancora più arbitraria e controproducente. L'ideale per il voto di scambio: io costo di più della concorrenza, ma puoi farmi vincere l'appalto giustificandoti col fatto che pianterò cento pioppi nel territorio comunale.

La seconda sessione non mi ha entusiasmato: si parlava della giustizia civile, un tema fondamentale per lo sviluppo economico di questo paese, ma fondamentalmente non c'erano giuristi che avessero una comprensione di prima mano del tema. Comunque, che i magistrati e anche i giudici di pace abbiano problemi di incentivi, e quindi siano assolutamente inefficienti, mi sembra abbastanza ovvio. Non saprei però come affrontare questi problemi, per mancanza di sensibilità e di conoscenze sull'argomento. Tempo fa mi è stato detto che la giustizia civile in ITalia non funziona per interessi sia dei magistrati che degli avvocati, e sarebbe bello saperne di più.

La terza sessione era sul risparmio: gestito o strutturato? Interessante per chi vuole capire meglio i mercati finanziari. Ho infatti capito perchè il mio piccolo investimento vale meno del nominale e la mi banca dice che non devo preoccuparmi: il capitale è garantito! Quindi la prossima volta li terrò nel conto corrente, tanto è lo stesso. Pazienza. Si è parlato degli enormi costi delle regolamentazioni, e delle assurdità di certe regole (tipo "dichiarare di non avere rapporti con tutti i protestati di Italia" o qualcosa del genere).

Qui avrei due cose da ridire. La prima riguarda le agenzie di rating, e la seconda una domanda fatta da Franco Debenedetti, che non ha avuto risposta (forse perchè troppo semplice?).

Le agenzie di rating sono tre: Moody's, Fitch e S&P. Erano le tre sul mercato prima delle regolamentazioni che ne hanno resi obbligatori i servizi. Il rappresentante di Fitch diceva che le regolamentazioni hanno semplicemente ufficializzato il risultato del libero mercato. Ma non è vero! L'hanno cristallizzato! Ora le tre "sorelle" del rating hanno un bacino di utenza obbligatorio, ed eventuali new-comers daranno rating senza alcun valore economico, in quanto senza riconoscimento. Il risultato è che la situazione di oligopolio di mercato è stata trasformata in un oligopolio legale, de jure: il problema è che, mentre un oligopolio economico può avere ragioni di razionalità economica, quest'ultima non ha in genere nulla a che fare con i monopoli legali.

DeBenedetti ha chiesto stupito perchè la crisi subprime e l'inflazione sono venute insieme... la risposta è banale! Crisi => più moneta => più prezzi. Si tratta dell'effetto di politiche anticicliche, i cui effetti sui prezzi sono esacerbati da situazioni geopolitiche (e.g., la nazionalizzazione di Gazprom) e scelte economiche (e.g., bloccare le trivellazioni in Alaska), e soprattutto dalla scarsa efficacia delle politiche monetarie, che continueranno ad essere lassiste, ma senza riuscire a risolvere i problemi dell'economia, che sono strutturali. Ho sentito addirittura dire che la crisi non è stata veramente grave, e infatti le banche hanno aumentato i profitti: ma se le banche centrali intervengono per salvarle iniettando liquidità a manetta, o trasformando le loro passività a breve in passività a lungo termine, la cosa mi sembra ovvia.

Inoltre c'era un relatore che cercava di accecare gli astanti facendo rifrangere un puntatore laser su un bicchiere di vetro...

Il giorno dopo è cominciato con i sistemi elettorali: maggioritario o proporzionale? Si è parlato a lungo di un complicatissimo sistema elettorale adottato in Australia, ma non ho capito bene il senso del tutto: inutile, come ha detto un commentatore, cercare di cambiare un paese cambiando le leggi elettorali, visto che queste sono endogene al processo politico che si vuole cambiare. Comunque, l'idea di base regge: il maggioritario, coeteris paribus, favorisce spese locali; il proporzionale favorisce compromessi che generano spese di welfare generali, spesso maggiori.

La quinta sessione era sul federalismo, e si criticava l'idea di imporlo dall'alto, quando i processi sociali e politici di questo tipo in genere avvengono nel lungo termine, dopo conflitti, e comunque in modalità bottom-up. Si è parlato del ruolo dei politici nella creazione di identità collettive (da liberale non so cosa sono, ma sono importanti), e dei casi belgi e spagnoli. Il commentatore faceva notare che la spinta al federalismo dirigista forse ha più a che fare con il rent seeking dei leader locali che non col benessere delle popolazioni. E il cinismo, non si sa perchè, in politica avvicina sempre alla verità.

La sesta sessione parlava delle spese dei comuni, ed è stata organizzata da una rete, chiamata Civicum, che è molto interessante e che studierò. Era un'analisi comparativa delle spese dei principali comuni italiani, per controllare come funzionavano. L'idea è che probabilmente basterebbe una riorganizzazione per risparmiare 50-100 miliardi di euro. Successivamente ha parlato l'assessore al bilancio del Comune di Firenze, che era molto preparata e ha spiegato le varie voci del comune: molti trasferimenti dallo stato, poi le tasse, poi i monopoli dei servizi pubblici, poi... le multe! Le finanze comunali andrebbero ristrutturate ex nihilo, basandole solo sulle tasse locali: le altre cose sono odiose e tendenti agli abusi (le multe), o economicamente inefficienti (trasferimenti e monopoli). Le tasse sono l'unico modo di responsabilizzare l'elettore, che le vede in busta paga e pensa a cosa sta votando. No representation without taxation...

Infine c'è stata la sessione sul welfare, che ha mostrato in primis che l'Italia sta messa male rispetto al resto d'Europa, il che non è una novità, con una tendenza a spendere per le pensioni (i pensionati stranamente sono il 50% degli iscritti ai sindacati), e a non spendere in assistenza sociale. La spesa pensionistica, udite udite, non esploderà in funzione del PIL (probabilmente perchè i giovani non prenderanno nulla, ipotizzo), mentre nel breve termine la spesa che rischia di impazzire è quella sanitaria (e qui la retorica contro i ticket si fa sentire). Comunque, anche la riforma delle pensioni è fondamentale, e se n'è parlato.

Di queste cose bisognerebbe farne almeno una l'anno. E non nei giorni lavorativi: i liberali lavorano, non sono autonomi dei centri sociali. Queste cose vanno fatte il sabato e la domenica. E con tante verdure al buffet, per chi ha un limite di 40g di riso, 40g di pane e 120g di carne a pasto.
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categoria:economia, politica interna, liberalismo
martedì, 15 luglio 2008
Si tratta di un libro breve, quindi con molti spunti, ma pochi argomenti approfonditi: comunque molto interessante. Anche perchè gli argomenti, anche se a mala pena accennati, sono convincenti.

Il titolo è una provocazione: il liberismo, non so perchè, è da tutti considerato di destra. Il che è strano: basti pensare a Tremonti. Le ragioni storiche sono due: il liberalismo (cioè il liberismo) è stato il nemico storico del socialismo, cioè della sinistra; e in passato è esistita una destra liberista, tipo la Old Right americana degli anni '30, o Einaudi negli anni '50. Pochi personaggi isolati, soprattutto in Italia.

Il libro di fatto sottolinea la bancarotta del socialismo e della socialdemocrazia dal punto di vista degli ideali del socialismo e della socialdemocrazia: per questo è un libro geniale. Il liberismo è descritto come un sistema efficiente, ma questo lo sanno tutti, ma anche un sistema equo, dove il merito conta più del censo, e dove i lavoratori deboli non sono costretti alla disoccupazione, e i consumatori poveri ottengono beni e servizi a buon mercato.

Prima di entrare nel merito del libro, occorre notare che l'argomentazione può avere un limite: l'egalitarismo come ideale è intrinsecamente illiberale, in quanto totalitario (richiede un dittatore sociale benevolo che determini i risultati dell'azione sociale, o, il che sostanzialmente è lo stesso, fissi le condizioni iniziali). Ma il significato del libro è un altro (e tra l'altro mi sembra sottolinei che migliorare le condizioni dei poveri è più importante dell'uguaglianza): il liberismo è maggiormente in grado di favorire le condizioni di vita delle classi povere. Cosa che saprebbero tutti, se non ci fosse stato Marx ha inventare la frottola secondo la quale i proletari sonos tati impoveriti, anzichè enormemente arricchiti, dal capitalismo.

Quando i propri valori cozzano con i propri convincimenti, in politica in genere si chiudono gli occhi, o accettando pragmaticamente valori diversi da quelli professati, o negando l'evidenza. Libri del genere, mettendo il dito nella piaga delle contraddizioni, in questo caso sottolineando l'inconsistenza della falsa dicotomia tra equità ed efficienza, oltre che tra libertà e solidarietà (termini non usati dagli autori), possono essere molto utili, se non altro perchè possono essere illuminanti.

Nel libro si afferma che la meritocrazia è di sinistra, perchè l'alternativa è la società divisa per censo, mentre la meritocrazia è la base della dinamicità verticale della società; che la liberalizzazione dei mercati è di sinistra, perchè riduce i costi dei consumi, cosa che avvantaggia soprattutto le fasce di reddito minori; addirittura la riforma del mercato del lavoro sarebbe di sinistra, perchè riduce la disoccupazione, soprattutto tra i poveri, ed è preferibile al sistema di lavoratori di serie A e di serie B che si è voluto creare per non danneggiare i sindacati; addirittura ridure la spesa pubblica ed eliminare lo stato imprenditore è di sinistra.

Insomma, c'ho messo anni per capire che non ero di destra, ora mi si vuole convincere che sono di sinistra: ma dal libro desumo che sia di sinistra, cioè "equo", l'esatto opposto di ciò che la sinistra è sempre stata ed ha sempre voluto. Quindi non bisogna essere di sinistra per essere liberisti: il libro dimostra semplicemente che la parola "equità" è stata usata a sproposito dai difensori dello status quo social-democratico, ma è perfettamente compatibile con una visione liberale dei rapporti sociali.

Alla fine, la cosa meno condivisibile del libro è l'ottimismo che pervade le conclusioni. Ma si sa, io sono un pessimista da record.

PS Ci saranno i liberisti di destra che strepitano per lo scippo dell'etichetta: ma il miglior modo per tenersi un'etichetta è meritarsela, e l'attuale governo sta facendo di tutto per dimostrarsi statalista, dirigista, interventista.
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categoria:libri, economia, politica interna, liberalismo
lunedì, 14 luglio 2008
Niente post per oggi: ho lasciato la pennetta USB sul comodino del letto... ma guardate che interessante dialogo che ho avuto pochi giorni fa:

Parente di Libertyfirst (PLF): "Per le Olimpiadi i cinesi hanno tolto Mao dalle banconote!"

LF: "Parrebbe una buona notizia, anche se più simbolica per altro... le autorità cinesi passano da un mix di cattiva ideologia e terrore totale ad un mix di crescita economica e repressione più soft (rispetto agli standard di Mao e parenti) per sostenere il proprio apparato di potere."

PLF: "Ma cosa, questi rifiutano anche i propri simboli identitari per i soldi."

LF: "Anche questa mi sembra un'ottima notizia: è più facile dialogare di interessi che non di fissazioni ideologiche, soprattutto quando gli interessi, in questo caso di tipo economico, sono del tutto compatibili: lo scambio fa bene a tutte le parti in causa, salvo casi eccezionali e poco realistici."

PLF: "Ma si tratta solo di avidità."

LF: "Se vogliamo fare a gara di cinismo vinco io: il governo cinese ha semplicemente cambiato strategia per assicurarsi l'appoggio del popolo: più carote e meno bastoni, più automobili e meno libretti rossi. Il governo cinese continuerà ad usare tutta la violenza che gli parrà necessaria ogni volta che vuole, e può, più o meno come tutti i governi, anche se probabilmente ne userà di più perchè ha più problemi di tenuta interna, visto che l'ideologia democratica, a differenza di quella marxista, ancora funziona bene come oppio dei popoli (e per fortuna, aggiungo!). Ma il fatto che abbia bisogno di aprirsi per rimanere in piedi significa che dovrà perdere controllo sulla società, far entrare nuove idee, aumentare i margini di autonomia e il rispetto dei diritti. Anche se non farà mai un passo in più rispetto ai suoi stretti interessi di mantenimento e accrescimento del potere, il governo cinese sarà molto meno oppressivo del passato, almeno nei confronti dei cinesi, e questa è un'ottima notizia. Non sono altrettanto convinto che lo sia per i vicini, visto che un paese più economicamente aperto è un paese più ricco, e quindi anche un paese più potente."
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categoria:politica internazionale, politica interna
mercoledì, 02 luglio 2008
Tremonti è imbarazzante. Mettete qualcun'altro al suo post, magari Paolo Cento, che almeno era simpatico. L'economia italiana ha già sufficienti problemi, anche senza l'ulteriore carico delle sue idee assurde.
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categoria:economia, politica interna
mercoledì, 30 aprile 2008
Leggo sul giornale che sono disponibili online tutte le dichiarazioni di redditi degli italiani. Il Grande Fratello Fiscale ci controlla con 120 milioni di occhi... e poi ci si stupisce che Berlusconi stravince... a quando il numero di serie tatuato sul braccio? Skynet camps per gli evasori?

PS A proposito: pare che faranno la seconda serie di Terminator: the Sarah Connor Chronicles. Il cyborg Cromartie Visco avrà nuovi poteri...
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categoria:politica interna
martedì, 08 aprile 2008
Non è una recensione, ho appena cominciato a leggerlo. In compenso posso fare la seguente citazione:

"Rispetto a qualche anno fa, rispetto al vecchio mondo come era prima della globalizzazione, abbiamo certo un po' più di cose materiali, ma stiamo perdendo una cosa fondamentale. Stiamo perdendo la speranza. Abbiamo i telefonini, ma non abbiamo più i bambini."

Io non so se il lettore medio di Tremonti abbia le facoltà intellettive per rendersi conto che la denatalità in Italia è cominciata prima dell'ingresso della Cina nel WTO... nel caso non le avesse, spero legga questo semplice post...

Questa ridicola affermazione fa il paio con quella del precedente "Rischi fatali", in cui si diceva che l'11 Settembre era la reazione del mondo arabo alla globalizzazione neocolonialista...

Giulio Tremonti e Naomi Klein sono la stessa persona con due nomi diversi...

Le paure sono molte: che l'autore sia un potente politico, che i suoi lettori ed elettori lo considerino un importante punto di riferimento politico, che le sue idee divertano l'attenzione dai veri problemi europei ed italiani...

La speranza è che gli italiani si rendano tutti conto della pochezza de suoi argomenti...
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categoria:politica interna, casa della libertà
lunedì, 07 aprile 2008
Ho appena detto che questa campagna elettorale non è involontariamente umoristica come la precedente, a parte il manifesto di Casini sulle prostitute... ma non è così... è solo un cambiamento di media: il grottesco si è spostato dai cartelli pubblicitari a Youtube...

Fermo restando che l'unico autorizzato ad andare al voto con convinzione* senza essere preso per il culo è il protagonista di 28 giorni dopo, supponendo che sia stato in coma negli ultimi 7 anni e non abbia visto la realtà del centrodestra e del centrosinistra, e che tutti gli altri lo fanno per illusione, per malinformazione, o peggio per odio o invidia...

Questo vido del PDL è vero! Non è uno scherzo... è opera di un forzista che spera di vincere Sanremo lodando Berlusconi... ed è stato poi eseguito ad una convention del PDL.



In compenso i circoli del PD di Milano hanno risposto con questo:



Che è almeno altrettanto demenziale. La differenza è che quello del futuro vincitore di Sanremo non parla di politica ma solo di amore... quello del PD parla di promesse campate per aria e che non combaciano con la realtà del governo Prodi... e parla addirittura di "stabilità politica"!!!

Più o meno è la stessa differenza che c'è tra le parole "irrazionale" e "arazionale": quello del PDL è avulso dalla realtà (areale), quello del PD è contrario alla realtà (irreale).

In quanto poi a culto della personalità, stiamo più o meno allo stesso livello... beh, probabilmente Berlusconi è in vantaggio... del resto ci vuole carisma per farsi passare da liberale senza aver fatto nulla di liberale... tanto quanto ne serve per farsi passare da grande sindaco organizzando kermesse, mostre e banchetti... del resto il culto della personalità è l'ultima risorsa di una politica che non ha nulla di serio da dire e da offrire... come Barack Obama...

* Chi vota con convinzione è scemo, a meno che non è candidato o ha speranze di ricevere privilegi a spese del contribuente (quindi non è scemo chi è iscritto alla CGIL o a Confindustria...). C'è ovviamente la possibilità di votare senza convinzione, per disperazione, con una molletta sul naso... tutte posizioni legittime.
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domenica, 30 marzo 2008
In Val di Susa si sono messi a parcellizzare terreni per aumentare i costi di transazione delle contrattazioni per l'esproprio dei terrori per la realizzazione della ferrovia. Il che mi ha fatto venire un'idea per costruire opere pubbliche estese su più terreni:
  1. Pensare ad un tracciato
  2. Contrattare con tutti i proprietari terrieri coinvolti
  3. Farsi firmare una liberatoria
  4. Cominciare a costruire una volta ottenuti tutti i permessi
E' veramente tanto difficile fare un progetto di opera pubblica in questo modo? Contrattare prima di cominciare a costruire significa che il costruttore non ha problemi di costi sommersi e ha la massima autonomia nelle decisioni di investimento: non può essere minacciato da proprietari che non vogliono vendere, perchè sanno che il costruttore ha già investito molto, e non può permettersi di non comprare, a qualsiasi prezzo.

Ciò richiede ovviamente un sistema di giustizia civile funzionante in maniera rapida per smaltire eventuali cause dovute a ripensamenti dei proprietari che hanno dato l'assenso inizialmente, ma poi capiscono che la strategia ottima è l'incoerenza temporale. Ovviamente il vincolo per la costruzione futura rimarrebbe anche se il proprietario vendesse.

Trovare un accordo, e vincolare i proprietari prima, non solo evita l'incoerenza temporale, ma migliora la posizione contrattuale del costruttore in quanto dato un tracciato ci saranno tanti monopolisti nel vendere la casa (tutti quelli lungo il tracciato), ma se il tracciato può variare è possibile evitare il monopolio girando attorno al terreno del monopolista.

Chiaramente è sempre possibile che si creino nuovi problemi legali:
  1. I vicini su cui non possa il tracciato possono rendersi conto di problemi di esternalità alla propria proprietà (non so perchè, ma "propria proprietà" suona male...) e fare causa successivamente. Indubbiamente i costi di transazione sono elevati anche con la strategia proposta.
  2. Nuovi fattori possono entrare in gioco, come la scoperta di problemi di costruzione, che richiederebbero comunque nuovi accordi con nuovi proprietari terrieri in caso di cambiamento di tracciato (e stavolta in presenza di costi sommersi!), o cambiamenti negli accordi già stretti.
  3. I proprietari potrebbero accampare scuse di ogni tipo per creare problemi dopo che si sono creati costi sommersi. Qui è una questione di efficienza del sistema giudiziario: in un sistema rapido e dove le cause infruttuose sono pagate da chi inizia la procedura è difficile che si avrà una situazione del genere. Nel caso di cause gratuite (o nel caso di collective actions, procedure che abbassano il costo delle cause, cosa che a volte è utile) potrebbero esserci problemi.
In ogni caso, problemi come quelli della Val di Susa non esisterebbero. Più che la mancanza di incentivi da parte dello stato di fare le cose per bene (un costruttore privato starebbe attento a questi dettagli) il problema potrebbe essere che la giustizia civile italiana è troppo inefficiente per gestire queste procedure, ma di questo non so granchè e magari non è vero.

In questo post non ho parlato di espropri (con rimborso a prezzo di mercato), ma il discorso è compatibile con questo metodo per ottenere terreni contro la volontà dei proprietari, anche se in un sistema dove l'esproprio è rapido ed efficace, come in un regime comunista, il problema della coerenza temporale non si pone proprio: ci pensa l'esercito. Magari è la procedura di esproprio che è inefficiente, ma fondamentalmente sono contrari alla procedura in sè quindi la cosa mi preoccupa meno.

PS Un costo sommerso è un costo passato, che sebbene non influenzi le decisioni future in base al principio marginale, influenza la profittività dell'investimento a seconda se visto prima o dopo rispetto alla decisione iniziale di sobbarcarsi del costo. Il fatto che tra prima e dopo la decisione la prospettiva dell'investitore cambi rende questo vulnerabile all'incoerenza temporale. Quest'ultima si ha quanto cambiare opinione dopo aver promesso una cosa è conveniente: ad esempio, un banchiere centrale può promettere di tener bassi i prezzi e poi inflazionare "inaspettatamente".
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domenica, 30 marzo 2008
Il caso Alitalia meriterebbe uno studio attento per via di tutte le complicazioni implicite nel considerare la salute di un'azienda, la sua regolamentazione, gli incentivi del suo attuale proprietario (lo stato), e il futuro di un intero mercato.

In teoria il problema sarebbe semplice: nessuno vorrebbe comprare un'azienda che perde 600 milioni di euro l'anno, a meno che non si verifichi almeno una delle due condizioni:
  • Chi compra è in grado effettivamente di ristrutturare Alitalia, nonostante i sindacati e la mentalità da pubblico impiego, la legislazione sul lavoro e le pressioni politiche, in modo da trasformare la perdita in profitto e coprire le perdite temporanee e la spesa iniziale per comprare la compagnia (io non la comprerei neanche ad 1€ allo stato attuale, perchè 600 milioni di euro da buttare l'anno non li ho) con i profitti di lungo termine.
  • Chi compra Alitalia si trova ad avere dei privilegi legali di tipo monopolistico che gli consentirebbero di guadagnare posizioni rispetto alla concorrenza e fare un extra-profitto legato a questi privilegi.
Può anche darsi che Alitalia sia un'azienda sana e che le perdite sono temporanee, come può darsi che gli alieni esistano, ma non c'è motivo di crederlo. E nel caso degli alieni almeno non abbiamo motivi per non crederlo. Un'altra alternativa è che chi compra Alitalia non sborsa un euro ma viene pagato per prendersela con un capitale pari al valore attuale delle perdite future di Alitalia e dei suoi attuali debiti.

Per questo motivo non riesco ad immaginare che un solo happy ending per Alitalia: il fallimento e la vendita degli asset per pagare i creditori. Il solo fatto che esista un compratore mi sembra sorprendente, mentre l'unica alternativa plausibile al fallimento è che i contribuenti italiani continuino sine die a dare 1 euro al mese al carrozzone volante.

Panorama scrive che la vendita ad Air France costerebbe almeno 1.3 miliardi di euro. La cifra sembra elevata, ma sono soltanto due anni di perdite di Alitalia, ed infatti è in gran parte una tantum (si tratta di una causa della SEA contro Alitalia per danni per Malpensa), mentre i costi per gli ammortizzatori sociali (pari a alcune centinaia di milioni di euro) forse non sono una tantum, ma sono comunque temporanei (le perdite di Alitalia no). Senza contare che è assurdo vivere in un Paese dove nesuno vuole che le cose vadano per il meglio perchè tanto se le cose vanno male ci pensa il contribuente: poi però penso a Bear Stearns e capisco che non è un problema solo dell'Italia. Si noti che la causa SEA potrebbe benissimo non essere vinta, e quindi gran parte dei costi di Panorama sparirebbero.

Ieri Berlusconi ha trovato il peggiore argomento possibile per difendere Alitalia: dobbiamo tenerci il carrozzone che perde 600 milioni di euro l'anno perchè altrimenti i cinesi andranno a Parigi e non a Roma. A Berlusconi sfugge che i cinesi non sceglieranno le città da visitare a caso (i turisti vanno a Roma nonostante i servizi facciano schifo e i sindaci che si susseguono da oltre un decennio siano dei totali incapaci); che sovvenzionare un'azienda in perdita per portare un turista in Italia significa pagare il turista per farlo stare a Roma in hotel o per farlo mangiare in un ristorante; che se c'è domanda di voli Pechino Roma chiunque può offrire il volo, con profitti, senza bisogno di pagare la gente per venire in Italia, come le comparse nei film.

In ogni caso, una soluzione autenticamente liberale sarebbe:
  • Smettere di finanziare Alitalia
  • Mettere a tacere chi non vuole riformarla
  • Liberalizzare gli scali, le tratte al massimo
  • Cercare compratori
  • Se non se ne trovano, dichiarare bancarotta e vendere gli arei su e-Bay
La soluzione di Berlusconi è fare propaganda sul nazionalismo in tempo di elezioni, perder tempo per accumulare nuove perdite, e fare prestiti ulteriori ad Alitalia.

La soluzione di Prodi è dare 300 milioni di prestito ad Airfrance per comprare Alitalia. Probabilmente sotto ci sono privilegi di tipo monopolistico, altrimenti non si spiegherebbe perchè una persona sana di mente voglia comprare un carrozzone siffatto. L'unica cosa che non torna di questa storia è che esista un compratore, infatti.

Sarò pessimista, ma qualsiasi cosa succederà sono sicuro che gli interessi dei contribuenti italiani e dei turisti italiani e stranieri andranno a farsi benedire, come al solito. Anche perchè mi vengono in mente alcuni problemi legali di Ryanair che tanto mi puzzavano di tentativi di limitare la concorrenza e avvantaggiare Alitalia.

PS Ho un'amica che lavora ad Alitalia, ora vediamo che dice di questo post.

PPS Qui su LMD si dice che le azioni di Airfrance in mano di Alitalia da sole valgono metà dei soldi che ci sta mettendo Airfrance. Il che fa pensare che tutto sommato è quasi un buyback. A parte gli scherzi, non ho tenuto conto delle normative fiscali perchè non ci capisco nulla. Nel post linkato qualcosa si dice. Io sono sempre dell'idea che Ryanair è la cosa migliore capitata dai tempi dei fratelli Wright.

PPPS Di Alitalia possiamo farne tranquillamente a meno. 600 milioni di euro in più l'anno non sono bruscolini.
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