lunedì, 07 settembre 2009
In Italia c'è un governo che scopa invece che fare politica e un'opposizione che ha da ridire su come il governo scopa e non su come fa politica.
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categoria:politica interna
mercoledì, 20 maggio 2009
Ho letto un articolo di un sindacalista della FIOM: riflessioni sparse senza riferimenti al testo. L'articolo diceva di tornare alla vecchia Italia, quella con disoccupazione di massa, di lungo termine, e con trend in crescita, precedente alla riforma Treu (e poi a quella Biagi).

In Italia si sceglie sempre tra due mali: la disoccupazione di massa di lungo termine oppure il precariato. In teoria si può far molto per migliorare il secondo (esempio: se solo producessimo quanto i tedeschi, avremmo salari maggiori), ma nulla che funzioni nel breve termine: nel lungo serve coraggio politico e nessuno ce l'ha (Berlusconi preferisce rimorchiare donzelle, Franceschini si guarda allo specchio ogni mattina chiedendosi "io esisto?").

Concordo che bisogna togliere i 36 (?) contratti attuali: ne basta uno, il resto è solo una fonte di reddito per gli avvocati. Il problema è se ne serve uno rigido (disoccupazione ed inefficienza, con molte garanzie però per quel 85% dei lavoratori che un lavoro l'avrebbe) oppure uno flessibile (efficienza ma instabilità dell'occupazione).

Prima l'Italia aveva il 12% di disoccupazione, al sud e tra i giovani era il 20-30%, il 70% della disoccupazione era (è) di lungo termine (almeno un anno), il tasso di occupazione era (è) bassissimo, soprattutto tra le donne (ma Berlusconi ha promesso di assumerne 200,000 come sue amanti, quindi il problema si risolverà ). Oggi, con la crisi, quell'Italia forse starebbe con la disoccupazione al 15%: la disoccupazione da rigidità, infatti, anche se aumenta lentamente (per omissione di assunzione e non per commissione di licenziamento), tende a persistere, cosa che è chiamata "isteresi".

Poi Treu e Biagi hanno fatto quello che si fa in Italia in mancanza di coraggio politico: si legalizza ciò che era già realtà. Prima i disoccupati permanenti erano in realtà lavoratori in nero, almeno in parte: ora i lavoratori in nero si chiamano "lavoratori atipici" e almeno hanno mezza pensione (altro esempio di riforme fatte a metà per mancanza di fegato).

Una parte dei lavoratori atipici che prima era in nero o disoccupata sta sicuramente meglio di prima: poi c'è una parte di lavoratori "tipici" che ora sono diventati atipici, che si può dire stiano peggio. Il numero di questi è difficile da calcolare: in teoria è facile, perché gli atipici sono il 13% circa dei lavoratori, la disoccupazione è calata del 6% (dal 12% al 6%), quindi sarebbero il 50% circa. In pratica bisogna compensare l'aumento della partecipazione alla forza lavoro e soprattutto il trend della disoccupazione (che non sarebbe rimasta al 12% di qualche anno fa, ma sarebbe salita). Non mi azzardo a dare fiducia alla mia stima, ma diciamo che il 33% dei lavoratori atipici nell'Italia precedente avrebbe avuta un contratto standard, mentre il rimanente 67%% sarebbe stata in nero o disoccupata. Quindi le riforme hanno avvantaggiato il 67% dei "precari".

Non conosco la proposta di Ichino, ma conosco la proposta di Boeri e Garibaldi, visto che ho letto il loro libro. Purtroppo ho dimenticato i dettagli della proposta (ho il libro a casa), però in linea di massima si tratta di un contratto a due o tre stadi, in cui le garanzie aumentano col tempo, e dopo 36 mesi si ha un contratto identico all'attuale. Praticamente è un incentivo a licenziare la gente al 35° mese, e se ciò non fosse possibile a posticipare le assunzioni fino a far aumentare il tasso di disoccupazione: ho poca fiducia che funzioni. Credo che sia tra l'altro anche simile al piano Tiraboschi (allievo di Biagi), ma non ne sono convinto.

La proposta Ichino, invece, consiste da quel che ho capito interamente nell'aiutare i disoccupati a trovare un altro lavoro, invece che pagarli per non lavorare nelle vecchie aziende con la cassa integrazione: in un paese senza assistenza ai disoccupati, e dove la cassa integrazione beneficia soprattutto i dipendenti delle grandi aziende del Nord, è una buona idea. Di certo sarebbe un passo avanti per milioni di lavoratori in aziende piccole e medie.

A ben pensare la proposta Ichino è ovvia: in un'economia basata su continue innovazioni tecnologiche i lavoratori non possono lavorare 40 anni nello stesso posto e fare per 40 anni le stesse cose. Le aziende nascono e muoiono, le tecniche cambiano, l'organizzazione cambia: dare un sussidio ai disoccupati e fare "retraining" è una politica sociale efficiente; conservare aziende inefficienti come ospizi di lavoratori inoccupati no.

Comunque sia, il mondo degli anni '80 non tornerà mai: i sindacati hanno sbagliato secolo, e io personalmente non vedo come si possa esser fieri di un sistema che ha impedito a milioni di persone di lavorare, ma ai sindacalisti piace la retorica (e la propria carriera, immagino): i disoccupati sono un dettaglio trascurabile, e la crescita economica (l'unica politica sociale che funziona) pure.

La scelta è tra mali di grosse dimensioni, ed eventuali mali minori si avranno solo tra almeno un decennio, posto che si abbia coraggio oggi, cosa che nessuno ha. Del resto, se al Governo ci sono gli scarti del PSI e della DC, e se il capo vero dell'opposizione è in realtà Veronica Lario, abbiamo un problema. :-)
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categoria:economia, politica interna, politiche sociali, liberalismo
lunedì, 27 aprile 2009
Della questione meridionale si possono dire poche cose certe e tante cose incerte.

Le poche cose certe che mi vengono in mente sono:
  1. Tutte le politiche messe in campo finora hanno fallito, molte sono causa della perpetuazione del problema, non sembra ci sia né la capacità né la volontà politica di risolvere efficientemente ed efficacemente la questione (probabilmente è un tema intrattabile per problemi di public choice: non c'è quasi speranza che si possa risolverlo all'interno dell'attuale quadro istituzionale).
  2. Nessuna politica, e nessuna non-politica liberale, risolverebbero rapidamente e completamente tutti i problemi, in quanto lo sviluppo richiede sempre tempo, i problemi hanno molteplici cause, e se ci sono problemi di carattere culturale nella mentalità del meridionale quadratico medio questi non potranno scomparire nel breve-medio termine.
  3. I problemi sono molteplici e anche solo farne una lista è un problema complesso. La lista deve includere la mafia, la corruzione delle istituzioni, la carenza di infrastrutture, gli incentivi perversi legati ai finanziamenti dall'alto, il malfunzionamento del mercato del lavoro dovuto ai sindacati, le lungaggini burocratiche, l'inefficienza delle scuole e delle università, eccetera. Pensare di risolvere tutto contemporaneamente è mero wishful thinking.
  4. Nessuna soluzione globale probabilmente funzionerà mai perché probabilmente ogni regione, provincia o comune hanno problemi specifici che non possono essere risolti con una sola ricetta che vada ben per tutti.
Una politica liberale può affrontare molti di questi problemi, soprattutto nel medio-lungo termine. Nel breve termine è possibile migliorare il sistema finanziario e il mercato del lavoro, e cambiare gli incentivi degli imprenditori in modo che creino ricchezza, cercando fondi in base a piani economicamente validi e non a fondo perduto, ad esempio, e riducendo tasse e burocrazia. Il risultato potrebbe essere che il Meridione smetterebbe di essere tale e diventerebbe come l'Europa dell'Est: dinamica, in crescita (salvo crisi finanziaria), relativamente libera economicamente.

Esiste probabilmente una grossa complicazione, e addirittura un fattore che rompe l'idillio.

La grossa complicazione è la mentalità meridionale: decenni di richieste di elemosina non possono non aver influenzato la cultura, i valori, le abitudini. Il dispotismo colpisce più gravemente la mentalità dei servi che dei padroni, diceva Tocqueville (però riferendosi alla classe dirigente americana, troppo servile per eccesso di democrazia). Non è pensabile che di colpo spariscano la corruzione, l'omertà, il familismo, i favoritismi, la tendenza a riempire le università di parenti e amici*.

Di certo soluzioni locali, e soprattutto la responsabilità individuale tipica del mercato, possono innescare circoli virtuosi. La cosa importante è che in democrazia la presenza di scelte collettive causa esternalità su tutti: sul mercato invece benefici e costi sono in primis privati, con qualche eccezione. Per questo dico che il mercato funziona fino a prova contraria e la politica non funziona fino a prova contraria. Se un'università si crea una reputazione di serietà, sul mercato può ottenere studenti migliori, maggiori fondi, professori migliori; solo se manca la concorrenza è possibile comprare familismo e favoritismi gratuitamente.

Il fattore critico è che ruolo avrà la mafia in tutto ciò. La mafia potrebbe benissimo subire un tracollo se finissero i soldi dall'alto, ma la cosa potrebbe non essere né rapida né indolore. In più il temporaneo (se tutto va bene) peggioramento sociale potrebbe causare le premesse per avere un bel "failed state" (l'etichetta è già applicabile ora sul piano economico, ma prima di arrivare alle migliaia di morti ammazzati l'anno del Messico ce ne vuole).

Il problema è questo: un monopolista dello sfruttamento può scegliere il livello ottimo di parassitismo che non danneggi troppo la società sottostante; degli oligopolisti dello sfruttamento invece potrebbero trovarsi di fronte ad una tragedy of the commons: le opportunità di sfruttamento non sfruttate divengono opportunità perse, e investire in migliorare la società beneficia gli altri sfruttatori. E' per questo che probabilmente una società anarchica non regolata sarebbe peggio di una società statalizzata: meglio servire un padrone che due.

In quest'ottica, se lo stato si concentrasse nel controllare la mafia e proteggere i titoli di proprietà e quindi il libero funzionamento del mercato, sarebbe probabilmente la cosa migliore: se intervenisse economicamente, del resto, non farebbe che perpetuare i disastri di decenni di "politiche del meridione". Uno stato che si occupasse solo di sicurezza avrebbe meno "parassiti" da sfamare, perché avrebbe meno favori da dare; avrebbe più risorse da impiegare nel suo unico scopo; e impedirebbe alla mafia di finanziarsi tramite appalti e sovvenzionamenti pagati dal Nord Italia.

* Un paper interessante di Pietro Ichino mostra che al Sud un lavoratore ha maggiori probabilità di avere ragione sul datore di lavoro in giudizio, peggiorando quindi le rigidità del mercato del lavoro e quindi, indirettamente, la condizione dei lavoratori. E' solo un esempio, tra i tanti.
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categoria:politica interna, teoria politica
lunedì, 23 marzo 2009
Boldrin e Phastidio discutono del PDL e di Libertiamo, il primo asserendo che Libertiamo è un movimento inutile, una foglia di fico che servirà solo a giustificare le politiche illiberali del PDL, il secondo che difende Libertiamo pur senza difendere una sola politica del PDL.

Riflessioni sparse:
  1. Io riluttantemente alle elezioni ho annullato la scheda: per abitudine votavo a destra ma mi sono reso conto che non avevo alcun motivo di farlo e molti per non farlo. In retrospettiva, i miei voti precedenti erano frutto di immaturità. Dopo circa un anno di governo direi che ho cambiato idea: non sono più riluttante, e l'annullamento della scheda credo diventerà una mia abitudine sistematica.
  2. Se dividiamo - convenzionalmente - i temi politici in "economici" ed "etici", abbiamo che il PDL e il PD sono identici economicamente (anzi: le poche riforme - incomplete e riluttanti - che sono state fatte le ha fatte il PD, tranne la riforma Biagi); mentre il PD è più liberale sul piano etico, anche se poi la cosa rimane su carta, visto che il PD è composto in gran parte di gente che preferisce astenersi piuttosto che fare qualcosa per le proprie idee (quando il precedente governo Berlusconi reintrodusse il reato di possesso di droghe leggere, il PD non lo abolì quando andò al governo; e mentre Berlusconi fa votare leggi contro la proprietà privata dei corpi umani, il PD si astiene ignominosamente).
  3. La cultura liberale in Italia non c'è e non serve stupirsi se non ci sono politiche liberali. Non bisogna fare gli schifiltosi: va bene fare propaganda da soli, va bene farla nel PDL, va bene farla nel PD. L'importante è che sia chiaro cosa è il liberalismo - che è l'esatto contrario del PDL: altrimenti si è solo degli utili idioti, come dice Boldrin. Se una goccia di liberalismo oggi filtra attraverso il PDL, domani attraverso il PLI, dopodomani attraverso il PD, tanto di guadagnato:gutta cavat lapidem. Ma se questo stillicidio viene perpetrato a danno della credibilità del liberalismo, permettendo al PDL di farsene interprete con le sue politiche clericali e corporative, allora il gioco non vale la candela. Non è il tempo di essere educati: occorre urlare che il governo fa schifo, e che l'unico governo buono è un governo morto (degli altri si deve, a priori, diffidare).
  4. Il PDL si sta trasformando in un partito. La cosa probabilmente ha una sua logica: Forza Italia non è che un'emanazione di Berlusconi, e non ha struttura territoriale, tranne vari circoli di discussione che più o meno contano come i liberali - cioè niente. AN è invece un partito. Quando Berlusconi uscirà dalle scene il PDL sarà terra di nessuno, e forse seminare e prepararsi all'evento - che potrebbe avere conseguenze epocali (improbabile) per l'Italia, dall'interno del PDL ha qualche senso.
  5. Nessuno sa come rendere l'Italia un paese liberale, e quindi nessuno può dire di avere la soluzione in tasca e può permettersi di dire "No, col PDL no", "No, da soli no", "No, con il PD no". Alla fine molto probabilmente la battaglia è persa, ma ogni strategia che non sia un'assurdità andrebbe impiegata, basta che non sia controproduttiva: spacciare il PDL per liberale è controproduttivo, e questo è l'unico rischio che vedo con Libertiamo. L'assemblea fondativa mi è sembrata abbastanza chiara sul non voler commettere questo errore, e ciò è un buon segno.
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categoria:politica interna, casa della libertà
mercoledì, 04 marzo 2009
Sviluppando un mio post e aggiungendo diversi spunti datimi da Retore (io da bravo teorico puro non conosco mai la realtà) ho scritto un pezzo su Giornalettismo sulla rimborsabilità fiscale dei pagamenti ritardati della P.A. (ritardati i pagamenti, non la P.A.).

Alla fine, nei commenti, propongo un sistema ancora più estremo, che assomiglia al Wehrgeld del diritto germanico: se io ho diritto ad un rimborso da parte della P.A., non solo posso scalarlo automaticamente dalle tasse, ma posso vendere tale diritto in modo che il compratore possa scalarlo immediatamente dalle tasse.

Ricordiamo che vendere i diritti giuridici sul mercato garantisce: un risarcimento immediato alla vittima (cosa che oggi avviene dopo anni e anni) e l'allocazione efficiente dei diritti a chi è in grado di difenderli (ad esempio, uno studio di avvocati può comprare diritti di risarcimento dai poveri, riempirli di soldi oggi, e vincere le cause domani, guadagnando un reddito dalla procedura).
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categoria:politica interna
lunedì, 02 marzo 2009
Un sistema meccanico - se ricordo bene i miei due esami di meccanica del 2002-2003 - è iperstatico se i vincoli sono così numerosi che il sistema non può muoversi, e anche se se ne rimuove qualcuno non è possibile il movimento.

Ad esempio, una porta aperta non è statica (infatti si gira se viene spinta); una porta chiusa è statica ma non iperstatica perché basta rimuovere il perno della maniglia per aprirla; una porta chiusa con due serrature è iperstatica.

L'Italia è iperstatica: ci sono tanti di quei problemi strutturali che non è possibile che il sistema riesca a crescere e ad adattarsi in maniera ragionevolmente efficiente.

Consideriamo ad esempio il sistema del mercato del lavoro: a partire dall'inizio del XXI secolo la disoccupazione è stata di fatto dimezzata grazie alle riforme che sono state introdotte. Questo dimostra che la teoria economica era corretta (non che ce ne fosse bisogno). Nonostante ciò, non c'è stata alcuna ripresa economica e/o aumento di efficienza e quindi del ritmo di crescita economica. Probabilmente quindi esiste più di un vincolo che rende impossibile la crescita economica (o anche solo il mantenimento dello standard di vita, probabilmente).

Del resto, le riforme hanno mantenuto l'inefficiente staticità del lavoro ipergarantito, e il costo dei cambiamenti strutturali è stato pagato dai cosiddetti precari, politicamente impotenti, che prima erano disoccupati tout court, e ora almeno un lavoro ce l'hanno (molti probabilmente sono passati dal lavoro in nero al lavoro ufficiale grazie appunto alla flessibilità introdotta dalle nuove forme contrattuali).

Il problema di un sistema iperstatico è che nessuna riforma presa singolarmente può essere sufficiente, e, peggio ancora, che ogni riforma parziale può essere considerata "fallimentare" non perché sbagliata, ma perché non può fare effetto senza le riforme complementari necessarie. Ad esempio, una porta con due serrature non può essere aperta con una sola chiave, e non è certo colpa della chiave se la porta rimane chiusa dopo la "riforma". Insomma: l'iperstaticità si presta al populismo conservatore dello status quo.

Quali vincoli impediscono all'Italia di crescere?

1. Il mercato del lavoro è passato da rigido e inefficiente, a duale, parzialmente flessibile e quindi più efficiente per gli ex disoccupati e molti ex occupati sine die, e rigido come prima per le categorie privilegiate, come gli operai delle grandi imprese e degli enti pubblici. Le riforme hanno dimezzato la disoccupazione, ma di per sé non hanno creato crescita.

2. I mercati finanziari sono asfittici, sottosviluppati e inefficienti. Molte risorse vengono canalizzate non da un meccanismo di mercato, ma da decisioni burocratiche, probabilmente slegate da ogni considerazione di efficienza (si pensi agli aiuti al Sud, che in decenni di politiche per il Meridione non sono mai serviti a nulla). Il punto è che in un sistema di piccole e medie imprese la finanza convenzionale serve a poco: non ci si può quotare in Borsa con cinque dipendenti. L'unica soluzione è un sistema bancario funzionante (se...) e il private equity (sogni...), o un mercato del credito strutturato (non va più molto di moda) che garantisca accesso economico e rapido a investimenti altrimenti illiquidi.

3. Il sistema pensionistico sposta una quantità enorme di risparmi dagli investimenti produttivi al consumo (dei prepensionati), di fatto riducendo la dotazione di capitale del paese e quindi impedendo la crescita dei salari. Occorre aumentare l'età pensionabile, e canalizzare le risorse verso il settore privato attraverso un sistema finanziario decente, che al momento non abbiamo.

4. La spesa pubblica e il debito pubblico hanno lo stesso effetto del sistema pensionistico, con l'ulteriore difetto che spesso non si capisce a cosa serva, essendo essenzialmente un modo per prendere i soldi degli italiani e finanziare impiegati pubblici assunti per prendere voti alle elezioni. Siccome l'impiego pubblico è stata la risposta all'inefficienza del mercato del lavoro indotta dalla rigidità legislativa e sindacale, l'unico modo per tagliare la spesa è rendere il mercato del lavoro migliore e poi mandare nel settore privato un paio di milioni di persone...

5. Il sistema giuridico fa pena, spesso non si conoscono i propri diritti di proprietà, e in caso di dubbio occorre aspettare anni e anni per capire chi possiede cosa, e quindi chi può impiegare una risorsa. Se l'esito delle leggi fosse prevedibile, e se ci fosse la possibilità di non ricorrere ai tribunali pubblici, probabilmente sarebbe molto meglio per tuttti (tranne che per gli avvocati).

6. La burocrazia è lenta e inefficiente, e una parte non trascurabile del bilancio delle imprese, soprattutto piccole e medie, è sprecata in queste cose inutili.

7. La tassazione è elevata, tale da scoraggiare l'investimento produttivo: occorrerebbe ridurre considerevolmente soprattutto l'IRAP e l'IRES.

8. Si dice che si fa poca ricerca in Italia. E' vero. Ma bisogna considerare che la ricerca che si fa è spesso di cattiva qualità: le Università non hanno alcun tipo di incentivi a fare cose utili, e quindi moltissime risorse umane sono sprecate. Non serve aumentare i fondi per la ricerca se non si ha la volontà di fare ricerca.

9. L'innovazione e l'adattamento economico si basano sulla funzione imprenditoriale. In Italia ci sono imprenditori? Sicuramente sì, ma la maggior parte ha solo esperienza di piccolissime aziende: la grande industria italiana è in massima parte una lobby, e difficilmente si può considerare che questa diventi innovativa, imprenditoriale, dinamica. Al momento sono un pozzo senza fondo di privilegi economici e/o un sostituto dello stato sociale.

10. In Italia c'è una mentalità di conservazione del singolo posto di lavoro incompatibile con la razionalità, l'efficienza, il dinamismo, la crescita. Bisogna passare da un sistema che difenda il singolo posto di lavoro (pubblico o della grande industria, visto che gli altri non sono protetti) ad uno che aiuti il lavoratore a riadattarsi e ad andare dove è veramente produttivo.

La lista è incompleta? Certamente. Il problema è trovare un sottonsieme di vincoli la cui eliminazione congiunta sia in grado di smuovere il paese. La differenza con la teoria delle strutture è che i sistemi sociali hanno tempi di risposta anche notevoli, e quindi processi di selezione come quelli necessari a dare le risorse agli imprenditori veri prenderanno anni e anni. Ma se non si comincia non si uscirà mai dalla palude.
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categoria:economia, politica interna
domenica, 15 febbraio 2009
Il fusionismo è la dottrina politica in base alla quale i liberali possono ottenere qualcosa di buono dalla politica alleandosi con i conservatori. La cosa suona strana perché, per definizione, i conservatori conservano, e nelle attuali società occidentali ci sono moltissime cose che vanno cambiate, e non molto da conservare.

Il fusionismo ha avuto successo negli anni '80 con Reagan, negli USA, e la Thatcher, in Gran Bretagna, e negli anni '90 con Aznar, in Spagna. Sicuramente ha raggiunto alcuni obiettivi liberali, come dimostra il fatto che alcuni problemi strutturali di questi paesi, come la bassa crescita e l'elevata disoccupazione, si sono di molto ridimensionati dopo la cura.

Si noti, preliminarmente, che questi sono anche i tre paesi (almeno tra i più grandi) ad avere le crisi finanziarie più gravi: questo è probabilmente dovuto al fatto che un mercato più libero è più sensibile all'effetto manipolativo delle politiche del credito, in quanto in un paese come l'Italia è molto più difficile creare credito o finanziare nuove attività. In sostanza, si è trattato di un liberismo incompleto, in quanto nei paesi "neoliberisti" si ha più crescita e più instabilità; mentre in quelli che non hanno avuto alcuna riforma, semplicemente, la crescita si è semplicemente bloccata.

Al di là di questi dettagli, il fusionismo, per quanto possa aver raggiunto qualche obiettivo interessante in passato, è ormai morto e sepolto. I conservatori attuali non sono Reagan, Aznar o la Thatcher: sono Bush, Cameron, Sarkozy e Berlusconi (della Merkel non so che dire, e questo è sicuramente un grave difetto della mia analisi).

I liberal-conservatori dell'epoca del successo del fusionismo erano almeno in parte dei liberali: non lo sono stati fino in fondo, ad esempio non con la spesa pubblica, non con la riforma dello stato sociale, non con il debito pubblico, non con la politica del credito, e a volte non con la libertà di commercio internazionale, ma lo sono stati almeno in parte. All'epoca aveva senso turarsi il naso e ottenere che una parte della propria agenda venisse preso in considerazione.

Oggi ci sono due problemi.

Il primo è che i conservatori attuali non hanno nulla di liberale: Bush ha riempito al testa dei suoi elettori con la "ownership society" e il "capitalismo compassionevole", ma è stato uno statalista convinto; Berlusconi ormai ha più interesse ad obbedire al Vaticano che non a liberare le energie produttive di questo paese; Sarkozy rappresenta tutto quello che un liberale deve disprezzare in un politico: provincialismo (anche se su scala nazionale), interventismo economico, demagogia anti-liberista; Cameron per fortuna dei suoi concittadini non è ancora andato al potere, ma la sua immagine di ambientalista interventista non lascia certo ben sperare.

Il secondo è che il frutto avvelenato del primo fusionismo, i compromessi che forse all'epoca erano stati necessari, ora rischiano di mettere in pericolo quel poco che dal punto di vista liberale il fusionismo aveva ottenuto. Le consequenze economiche del Neoliberismo a metà sono infatti state la finanziarizzazione, l'instabilità economica, la deindustrializzazione, l'iperconsumismo e l'irresponsabilità fiscale.

I liberali, in nome del fusionismo, rischiano quindi di difendere posizioni illiberali, come quella di Berlusconi sull'eutanasia; di difendere passate riforme economiche che avevano difetti esiziali (come tagliare le tasse senza tagliare le spese, o liberalizzare i mercati finanziari senza liberalizzare la creazione di credito); e difendere coalizioni di governo che hanno da tempo dimenticato cosa è il libero mercato.

Invece di farsi prendere in giro, i liberali dovrebbero temporaneamente adottare il principio epicureo del "Lathe Biosas", dell'allontanarsi dalla politica attiva, e impegnarsi invece nel cambiamento della dialettica politica verso prospettive più liberali. Il liberalismo non è né di destra né di sinistra, la destra ha tradito e non ha più nulla da offrire.
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categoria:unione europea, usa , politica interna, liberalismo, casa della libertà
giovedì, 12 febbraio 2009
C'è una cosa che potrebbe essere ancora più grave del fatto che il Governo sta strumentalizzando il caso Englaro per far passare una legge che impedirà alle persone di decidere cosa fare della propria vita.

Ora vuole tenere al guinzaglio la Corte dei Conti, l'istituzione costituzionale che si occupa di controllare l'onestà della Pubblica Amministrazione (che latita), e che pare abbia protestato per alcune porcate - di non so chi - su Alitalia (vedi PPS). La Corte dei Conti si occupa anche del bilancio pubblico, che viene il dubbio Berlusconi voglia assaltare, magari per combattere la crisi economica (e si cautela preventivamente).

Insomma: prima di diventare la prima teocrazia d'Europa, il Governo si sta impegnando su cose meno improbabili: farci diventare il paese più corrotto di lingua neolatina (per essere il più corrotto d'Europa ci vuole poco, meglio aggiungere tutta l'America Latina).

Ci vorrebbe qualche parlamentare che lo fa cadere, queste cose sono troppo gravi. Ma purtroppo grazie alla recente riforma in Parlamento parei ci siano soltanto yesman... teniamoci questo governo per altri 4 anni... o speriamo che anche Obama cerchi armi chimiche da qualche parte. :-)

PS Che poi la Corte dei Conti costa tanto e produce poco, come tutta la P.A. italiana, mi sembra probabile, come si è detto nei giorni passati. Ma rendere il suo organo di controllo un'emanazione del Presidente del Consiglio non migliorerà certo le cose.

PPS Qui si dice: "Il pg (procuratore generale della Corte dei Conti), inoltre, tra i casi di limitazione dell'attività di verifica della magistratura contabile, indica anche la norma con la quale si è esclusa la responsabilità di amministratori, componenti del collegio sindacale e dirigenti preposti alla redazione di documenti contabili di Alitalia e società controllate per fatti successivi al 18 luglio 2007, giorno in cui fallì la gara avviata dal precedente governo."
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categoria:politica interna, liberalismo, casa della libertà
martedì, 03 febbraio 2009
Vabbè. Nessuno capirà il riferimento del titolo*.

Diversi giorni fa cinque animali hanno violentato una ragazza vicino Roma. Il timore che se la cavino con pochi mesi di galera, data la disfunzionalità della giustizia italiana, è più che giustificato.

Un sistema funzionante dovrebbe cercare i colpevoli, controllare le prove (da quel che ho sentito sono schiaccianti, ma i processi servono proprio a verificare ciò) e condannare i criminali ad una pena il più vicino possibile al massimo. Per ragioni di law & economics - ma solo per queste+ - sono contrario all'ergastolo, e quasi mi dispiace esserlo (anche perché sono dell'idea che certi reati dovrebbero causare l'ostracismo dalla società, magari tramite lancio in paracadute in Amazzonia, come vorrebbe Hoppe per gli omosessuali e i democratici^).

In Italia si fa di più. Se qualcuno si sforza di mantenere la calma e di rispettare le regole processuali - non le conosco, ma dubito che il pestaggio faccia parte dell'ordinamento - viene "linciata" dall'indignazione di chi evidentemente reputa che il Codice Penale serva a sfogare il sadismo e non a togliere i criminali dalle strade, dissuaderli, compensare le vittime (allo stato attuale non è così, ma in molti ordinamenti giuridici primitivi i reati penali erano considerati danni alle vittime e non ad un'inesistente comunità pubblica), magari (ci credo poco, e ho anche qualche remora) rieducarli.

Mi riferisco al caso della deputata radicale Bernardini, che per aver adombrato la possibilità (tutt'altro che remota) che le carceri italiane non siano luoghi di soggiorno per criminali, ma luoghi di tortura e malversazioni illegali, ha ricevuto una valanga di mail del tipo: "Fai veramente schifo, ti auguro di essere stuprata da un branco di merde come quelle li, ma magari ti piace perche a quanto sei brutta e fai schifo non ti scopa nessuno troia del cazzo, ti auguro pure che ti venga un tumore al cervello (se possibile visto che materia grigia non ne hai molta), e che te ne vada quanto prima tra atroci sofferenze, pregheremo tutti perchè tu muoia. Crepa puttana di merda"

In un paese semicivilizzato, che inneggiava ai linciaggi mediatici (molto) e giudiziario (poco, visto che alla fine i colpevoli dimostrati sono stati una piccola parte) di Tangentopoli§ e alla fucilazione dell'amante di un ex Capo del Governo la cosa non mi stupisce. Mi fa schifo, anche se non quanto gli stupratori, ma non mi stupisce.

Che dire? Impariamo un po' di civiltà: "Excessive bail shall not be required, nor excessive fines imposed, nor cruel and unusual punishments inflicted". Ma forse basterebbe Cesare Beccaria.



* Serenity in Murder, un bel pezzo degli Slayer in "Divine Intervention" (il testo, come si confà agli Slayer, fa schifo)

+ Se si usa il massimo della pena per reati diversi dall'omicidio volontario, si crea un incentivo per i delinquenti a uccidere i testimoni e le loro vittime, così diminuisce la probabilità che vengano arrestati. Se invece la pena è inferiore al massimo, questo calcolo razionale è almeno in parte compensato dal fatto che la pena può peggiorare. Ovviamente si può compensare questo calcolo razionale anche modulando la pena (ad esempio, carcere duro o normale) o la probabilità di essere perseguiti (ma questo richiede di non massimizzare la probabilità di arrestare i non-omicidi, ed è mostruoso, soprattutto in questo caso).

^ Ci tengo a precisare che io non sono hoppiaceo.

§ In un paese civile dubito che si possa interrogare una persona per ore e tenerla in cella finché non fa nomi, senza uno straccio di prove, senza rispettare alcuna procedura, e usando le manette, le celle e i quotidiani nazionali come strumenti di tortura.

PS Qui c'è la lista delle mail. Non tutte sono incivili. Una è addirittura divertente: "Vai aff. te e Caino!". E vabbé, il mio senso dell'umorismo non è correlato con la mia approvazione ideologica...
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categoria:giustizia, politica interna, liberalismo
sabato, 24 gennaio 2009
Le NBR (Non National Bureau of Rebels, ma le Nuove Brigate Rosse) minacciano Pietro Ichino dalle galere in cui (sperabilmente) passeranno gran parte di ciò che rimane loro da vivere (più precisamente dalle aule del tribunale).

Io volevo dire una cosa che secondo me è importante ma puzza di strumentalizzazione. L'Italia è il paese delle strumentalizzazioni, da chi approfitta dell'11/9 per fare pubblicità al terzomondismo a chi usa Palazzo Chigi per salvare i colleghi proprietari di squadre di calcio.

Però è un rischio che forse vale la pena correre.

In Italia c'è una diffusa mentalità, che secondo me è sicuramente infondata e forse addirittura ipocrita, secondo cui la difesa dei lavoratori dal mercato è "solidarietà sociale" e la difesa di mercato dei lavoratori è "macelleria sociale".

Così anche se le NBR sono - auspicabilmente - rifiutate da tutte le parti politiche in quanto indegne di un paese civile, comunque un residuo di malrisposto senso di "superiorità morale" sembrerebbe rimanere.

Se uno vuole più mercato per il lavoro è per ridurre la disoccupazione, soprattutto di lungo termine, aumentare la produttività e la competitività, e quindi stimolare la crescita e i salari futuri. Questi sono punti molto "sociali", sicuramente più della disoccupazione di massa e della stagnazione economica che le politiche più stataliste - a parer mio - comportano.

Alla fine il dibattito sulla riforma del lavoro deve riguardare l'auspicabilità di misure che potranno avere effetti, positivi o negativi, su redditi da lavoro, crescita economica, disoccupazione, costo degli ammortizzatori, indipendenza sociale dei lavoratori, ruolo politico dei sindacati, competitività, differenziali Nord-Sud.

Le riforme liberali del mercato del lavoro chiedono un costo, probabilmente neanche troppo grande, a impiegati pubblici e operai iperprotetti di grandi aziende (spesso del Nord), in cambio di maggiori opportunità di lavoro e di sviluppo per i giovani e i meridionali, e di una maggior competitività che andrà a vantaggio di tutto il paese.

Questo è l'argomento di cui discutere. La superiorità morale lasciamola ai terroristi, se sono contenti così. Finché stanno in galera, possiamo dimenticarci di loro.
postato da: Libertarian alle ore 12:31 | Permalink | commenti (8)
categoria:economia, politica interna, politiche sociali