Il libro è un po' datato (1965) ma ancora molto interessante, inoltre, ci sono degli aspetti interessanti anche sul piano storico.
L'idea di base è che un gruppo di persone con uno stesso interesse potrebbe non essere in grado di portarlo avanti per via dei costi di transazione dell'azione coordinata. Ad esempio, un gruppo di consumatori danneggiati dal protezionismo potrebbe non essere in grado di difendersi da una piccola lobby agguerrita di produttori tessili inefficienti.
L'analisi della politica che ne risulta è incompleta, perché monotematica: di fatto si parla solo dell'effetto del "numero" nella ripartizione dei costi e dei benefici nella produzione di beni con esternalità (beni pubblici). Ad esempio, mille aziende agricole non possono accordarsi per fissare i prezzi, perché se il cartello avesse successo, ogni fattoria avrebbe interesse a barare, e molti produttori vorrebbero entrare: i costi di transazione sarebbero troppo elevati. Infatti l'organizzazione stabile dell'agricoltura come gruppo di pressione negli USA si ebbe con il New Deal, tramite l'intervento governativo (Roosevelt riuscì a rendere un monopolio qualsiasi cosa, anche l'incartellizzabile).
L'incompletezza si ha perché non si analizzano alcuni temi importanti:
Altri aspetti interessanti sono un'analisi critica delle teorie corporativiste e dei gruppi di pressione politica (sono quasi la stessa cosa: uno stato interventista facilita lo sviluppo di centri di potere organizzati per settori di produzione, essendo naturali gruppi di lobbying); un'analisi critica del concetto di "classe" in Marx; e un'analisi critica delle lobby professionali, come l'American Medical Association.
Olson è figlio della sua epoca: l'inizio del declino del pensiero socialista. Quindi ha delle idee a volte strambe (come che uno stato che produce pannolini non rappresenta una limitazione della libertà economica, come se le tasse fossero l'apoteosi del liberismo; e ci sono diverse confusioni tra fatti e valori). Come ci si aspetta da un economista, la sua analisi dell'"irrazionalità" in politica (cita Hoffer in "The true believer") è superficiale e inadeguata.
E' una lettura molto interessante, ma la sua monotematicità la rende un po' arida. Meglio complementare la lettura con "The clash of group interests" di Mises, o la mia "Demarcomachia" (olè!).
L'idea di base è che un gruppo di persone con uno stesso interesse potrebbe non essere in grado di portarlo avanti per via dei costi di transazione dell'azione coordinata. Ad esempio, un gruppo di consumatori danneggiati dal protezionismo potrebbe non essere in grado di difendersi da una piccola lobby agguerrita di produttori tessili inefficienti.
L'analisi della politica che ne risulta è incompleta, perché monotematica: di fatto si parla solo dell'effetto del "numero" nella ripartizione dei costi e dei benefici nella produzione di beni con esternalità (beni pubblici). Ad esempio, mille aziende agricole non possono accordarsi per fissare i prezzi, perché se il cartello avesse successo, ogni fattoria avrebbe interesse a barare, e molti produttori vorrebbero entrare: i costi di transazione sarebbero troppo elevati. Infatti l'organizzazione stabile dell'agricoltura come gruppo di pressione negli USA si ebbe con il New Deal, tramite l'intervento governativo (Roosevelt riuscì a rendere un monopolio qualsiasi cosa, anche l'incartellizzabile).
L'incompletezza si ha perché non si analizzano alcuni temi importanti:
- (1) l'organizzazione dei gruppi di pressione può essere il risultato dell'interventismo pubblico anche indirettamente, perché persone che si vedono come rivali possono diventare alleati se si tratta di fare numero per fare pressione;
- (2) gran parte dei "beni collettivi" prodotti dalla politica sono pagati dalle minoranze (spesso maggioranze) soccombenti, ad esempio i consumatori nel caso del protezionismo, e i lavoratori deboli nel caso del sindacalismo;
- (3) un problema notevole dell'organizzazione dei gruppi di pressione è informativo (il problema della conoscenza di Mises/Hayek), in quanto spesso è difficile capire e spiegare le relazioni di causa ed effetto;
- (4) nella teoria dei beni pubblici si suppone che i consumatori vogliano il bene (Olson dice esplicitamente che presuppone dal gruppo una comunione di interessi), ma nella realtà non è così, senza contare che spesso per motivi di ignoranza o ideologici si supportano misure dannose per i propri interessi (e.g., il consumatore protezionista);
- (5) l'interventismo è il sistema preferito dai produttori, mentre il libero mercato favorisce i consumatori, infatti i produttori sono avvantaggiati in un sistema interventista perché i loro interessi sono facilmente organizzabili.
Altri aspetti interessanti sono un'analisi critica delle teorie corporativiste e dei gruppi di pressione politica (sono quasi la stessa cosa: uno stato interventista facilita lo sviluppo di centri di potere organizzati per settori di produzione, essendo naturali gruppi di lobbying); un'analisi critica del concetto di "classe" in Marx; e un'analisi critica delle lobby professionali, come l'American Medical Association.
Olson è figlio della sua epoca: l'inizio del declino del pensiero socialista. Quindi ha delle idee a volte strambe (come che uno stato che produce pannolini non rappresenta una limitazione della libertà economica, come se le tasse fossero l'apoteosi del liberismo; e ci sono diverse confusioni tra fatti e valori). Come ci si aspetta da un economista, la sua analisi dell'"irrazionalità" in politica (cita Hoffer in "The true believer") è superficiale e inadeguata.
E' una lettura molto interessante, ma la sua monotematicità la rende un po' arida. Meglio complementare la lettura con "The clash of group interests" di Mises, o la mia "Demarcomachia" (olè!).
postato da: Libertarian alle ore 22:12 | Permalink | commenti (1)
categoria:libri, economia, liberalismo, teoria politica
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