Si tratta di un libro breve, quindi con molti spunti, ma pochi argomenti approfonditi: comunque molto interessante. Anche perchè gli argomenti, anche se a mala pena accennati, sono convincenti.
Il titolo è una provocazione: il liberismo, non so perchè, è da tutti considerato di destra. Il che è strano: basti pensare a Tremonti. Le ragioni storiche sono due: il liberalismo (cioè il liberismo) è stato il nemico storico del socialismo, cioè della sinistra; e in passato è esistita una destra liberista, tipo la Old Right americana degli anni '30, o Einaudi negli anni '50. Pochi personaggi isolati, soprattutto in Italia.
Il libro di fatto sottolinea la bancarotta del socialismo e della socialdemocrazia dal punto di vista degli ideali del socialismo e della socialdemocrazia: per questo è un libro geniale. Il liberismo è descritto come un sistema efficiente, ma questo lo sanno tutti, ma anche un sistema equo, dove il merito conta più del censo, e dove i lavoratori deboli non sono costretti alla disoccupazione, e i consumatori poveri ottengono beni e servizi a buon mercato.
Prima di entrare nel merito del libro, occorre notare che l'argomentazione può avere un limite: l'egalitarismo come ideale è intrinsecamente illiberale, in quanto totalitario (richiede un dittatore sociale benevolo che determini i risultati dell'azione sociale, o, il che sostanzialmente è lo stesso, fissi le condizioni iniziali). Ma il significato del libro è un altro (e tra l'altro mi sembra sottolinei che migliorare le condizioni dei poveri è più importante dell'uguaglianza): il liberismo è maggiormente in grado di favorire le condizioni di vita delle classi povere. Cosa che saprebbero tutti, se non ci fosse stato Marx ha inventare la frottola secondo la quale i proletari sonos tati impoveriti, anzichè enormemente arricchiti, dal capitalismo.
Quando i propri valori cozzano con i propri convincimenti, in politica in genere si chiudono gli occhi, o accettando pragmaticamente valori diversi da quelli professati, o negando l'evidenza. Libri del genere, mettendo il dito nella piaga delle contraddizioni, in questo caso sottolineando l'inconsistenza della falsa dicotomia tra equità ed efficienza, oltre che tra libertà e solidarietà (termini non usati dagli autori), possono essere molto utili, se non altro perchè possono essere illuminanti.
Nel libro si afferma che la meritocrazia è di sinistra, perchè l'alternativa è la società divisa per censo, mentre la meritocrazia è la base della dinamicità verticale della società; che la liberalizzazione dei mercati è di sinistra, perchè riduce i costi dei consumi, cosa che avvantaggia soprattutto le fasce di reddito minori; addirittura la riforma del mercato del lavoro sarebbe di sinistra, perchè riduce la disoccupazione, soprattutto tra i poveri, ed è preferibile al sistema di lavoratori di serie A e di serie B che si è voluto creare per non danneggiare i sindacati; addirittura ridure la spesa pubblica ed eliminare lo stato imprenditore è di sinistra.
Insomma, c'ho messo anni per capire che non ero di destra, ora mi si vuole convincere che sono di sinistra: ma dal libro desumo che sia di sinistra, cioè "equo", l'esatto opposto di ciò che la sinistra è sempre stata ed ha sempre voluto. Quindi non bisogna essere di sinistra per essere liberisti: il libro dimostra semplicemente che la parola "equità" è stata usata a sproposito dai difensori dello status quo social-democratico, ma è perfettamente compatibile con una visione liberale dei rapporti sociali.
Alla fine, la cosa meno condivisibile del libro è l'ottimismo che pervade le conclusioni. Ma si sa, io sono un pessimista da record.
PS Ci saranno i liberisti di destra che strepitano per lo scippo dell'etichetta: ma il miglior modo per tenersi un'etichetta è meritarsela, e l'attuale governo sta facendo di tutto per dimostrarsi statalista, dirigista, interventista.
Il titolo è una provocazione: il liberismo, non so perchè, è da tutti considerato di destra. Il che è strano: basti pensare a Tremonti. Le ragioni storiche sono due: il liberalismo (cioè il liberismo) è stato il nemico storico del socialismo, cioè della sinistra; e in passato è esistita una destra liberista, tipo la Old Right americana degli anni '30, o Einaudi negli anni '50. Pochi personaggi isolati, soprattutto in Italia.
Il libro di fatto sottolinea la bancarotta del socialismo e della socialdemocrazia dal punto di vista degli ideali del socialismo e della socialdemocrazia: per questo è un libro geniale. Il liberismo è descritto come un sistema efficiente, ma questo lo sanno tutti, ma anche un sistema equo, dove il merito conta più del censo, e dove i lavoratori deboli non sono costretti alla disoccupazione, e i consumatori poveri ottengono beni e servizi a buon mercato.
Prima di entrare nel merito del libro, occorre notare che l'argomentazione può avere un limite: l'egalitarismo come ideale è intrinsecamente illiberale, in quanto totalitario (richiede un dittatore sociale benevolo che determini i risultati dell'azione sociale, o, il che sostanzialmente è lo stesso, fissi le condizioni iniziali). Ma il significato del libro è un altro (e tra l'altro mi sembra sottolinei che migliorare le condizioni dei poveri è più importante dell'uguaglianza): il liberismo è maggiormente in grado di favorire le condizioni di vita delle classi povere. Cosa che saprebbero tutti, se non ci fosse stato Marx ha inventare la frottola secondo la quale i proletari sonos tati impoveriti, anzichè enormemente arricchiti, dal capitalismo.
Quando i propri valori cozzano con i propri convincimenti, in politica in genere si chiudono gli occhi, o accettando pragmaticamente valori diversi da quelli professati, o negando l'evidenza. Libri del genere, mettendo il dito nella piaga delle contraddizioni, in questo caso sottolineando l'inconsistenza della falsa dicotomia tra equità ed efficienza, oltre che tra libertà e solidarietà (termini non usati dagli autori), possono essere molto utili, se non altro perchè possono essere illuminanti.
Nel libro si afferma che la meritocrazia è di sinistra, perchè l'alternativa è la società divisa per censo, mentre la meritocrazia è la base della dinamicità verticale della società; che la liberalizzazione dei mercati è di sinistra, perchè riduce i costi dei consumi, cosa che avvantaggia soprattutto le fasce di reddito minori; addirittura la riforma del mercato del lavoro sarebbe di sinistra, perchè riduce la disoccupazione, soprattutto tra i poveri, ed è preferibile al sistema di lavoratori di serie A e di serie B che si è voluto creare per non danneggiare i sindacati; addirittura ridure la spesa pubblica ed eliminare lo stato imprenditore è di sinistra.
Insomma, c'ho messo anni per capire che non ero di destra, ora mi si vuole convincere che sono di sinistra: ma dal libro desumo che sia di sinistra, cioè "equo", l'esatto opposto di ciò che la sinistra è sempre stata ed ha sempre voluto. Quindi non bisogna essere di sinistra per essere liberisti: il libro dimostra semplicemente che la parola "equità" è stata usata a sproposito dai difensori dello status quo social-democratico, ma è perfettamente compatibile con una visione liberale dei rapporti sociali.
Alla fine, la cosa meno condivisibile del libro è l'ottimismo che pervade le conclusioni. Ma si sa, io sono un pessimista da record.
PS Ci saranno i liberisti di destra che strepitano per lo scippo dell'etichetta: ma il miglior modo per tenersi un'etichetta è meritarsela, e l'attuale governo sta facendo di tutto per dimostrarsi statalista, dirigista, interventista.
postato da: Libertarian alle ore 16:17 | Permalink | commenti (13)
categoria:libri, economia, politica interna, liberalismo
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