venerdì, 13 febbraio 2009
Il libro è un po' datato (1965) ma ancora molto interessante, inoltre, ci sono degli aspetti interessanti anche sul piano storico.

L'idea di base è che un gruppo di persone con uno stesso interesse potrebbe non essere in grado di portarlo avanti per via dei costi di transazione dell'azione coordinata. Ad esempio, un gruppo di consumatori danneggiati dal protezionismo potrebbe non essere in grado di difendersi da una piccola lobby agguerrita di produttori tessili inefficienti.

L'analisi della politica che ne risulta è incompleta, perché monotematica: di fatto si parla solo dell'effetto del "numero" nella ripartizione dei costi e dei benefici nella produzione di beni con esternalità (beni pubblici). Ad esempio, mille aziende agricole non possono accordarsi per fissare i prezzi, perché se il cartello avesse successo, ogni fattoria avrebbe interesse a barare, e molti produttori vorrebbero entrare: i costi di transazione sarebbero troppo elevati. Infatti l'organizzazione stabile dell'agricoltura come gruppo di pressione negli USA si ebbe con il New Deal, tramite l'intervento governativo (Roosevelt riuscì a rendere un monopolio qualsiasi cosa, anche l'incartellizzabile).

L'incompletezza si ha perché non si analizzano alcuni temi importanti:
  • (1) l'organizzazione dei gruppi di pressione può essere il risultato dell'interventismo pubblico anche indirettamente, perché persone che si vedono come rivali possono diventare alleati se si tratta di fare numero per fare pressione;
  • (2) gran parte dei "beni collettivi" prodotti dalla politica sono pagati dalle minoranze (spesso maggioranze) soccombenti, ad esempio i consumatori nel caso del protezionismo, e i lavoratori deboli nel caso del sindacalismo;
  • (3) un problema notevole dell'organizzazione dei gruppi di pressione è informativo (il problema della conoscenza di Mises/Hayek), in quanto spesso è difficile capire e spiegare le relazioni di causa ed effetto;
  • (4) nella teoria dei beni pubblici si suppone che i consumatori vogliano il bene (Olson dice esplicitamente che presuppone dal gruppo una comunione di interessi), ma nella realtà non è così, senza contare che spesso per motivi di ignoranza o ideologici si supportano misure dannose per i propri interessi (e.g., il consumatore protezionista);
  • (5) l'interventismo è il sistema preferito dai produttori, mentre il libero mercato favorisce i consumatori, infatti i produttori sono avvantaggiati in un sistema interventista perché i loro interessi sono facilmente organizzabili.
Del resto si tratta di un libro breve, di meno di 200 pagine. In compenso si scoprono un sacco di cose interessanti: Olson, simpatizzante del movimento sindacale, dice che i sindacati senza l'uso della violenza sono impossibili. Infatti afferma che i sindacati sono cartelli e i cartelli sul mercato sono improbabili. Di conseguenza sin dalla loro origine i sindacati sono stati delle entità contrarie al diritto, tollerati e spesso favoriti dalle leggi, ma rappresentano un istituto contrario alla natura del mercato (questo Olson non lo dice). I sindacati - quando non siano gruppi di aiuto reciproco o "fraternal societies", del tutto legittimi in un ordine sociale liberale - sono organizzazioni dedite al picchettaggio, all'intimidazione, all'introduzione di closed shop (discriminazione dei lavoratori non sindacalizzati) ed altre amenità.

Altri aspetti interessanti sono un'analisi critica delle teorie corporativiste e dei gruppi di pressione politica (sono quasi la stessa cosa: uno stato interventista facilita lo sviluppo di centri di potere organizzati per settori di produzione, essendo naturali gruppi di lobbying); un'analisi critica del concetto di "classe" in Marx; e un'analisi critica delle lobby professionali, come l'American Medical Association.

Olson è figlio della sua epoca: l'inizio del declino del pensiero socialista. Quindi ha delle idee a volte strambe (come che uno stato che produce pannolini non rappresenta una limitazione della libertà economica, come se le tasse fossero l'apoteosi del liberismo; e ci sono diverse confusioni tra fatti e valori). Come ci si aspetta da un economista, la sua analisi dell'"irrazionalità" in politica (cita Hoffer in "The true believer") è superficiale e inadeguata.

E' una lettura molto interessante, ma la sua monotematicità la rende un po' arida. Meglio complementare la lettura con "The clash of group interests" di Mises, o la mia "Demarcomachia" (olè!).
postato da: Libertarian alle ore 22:12 | Permalink | commenti (1)
categoria:libri, economia, liberalismo, teoria politica
mercoledì, 04 febbraio 2009
Cosa dovrebbe fare un padre incapace di sostenere una discussione, incapace di difendersi da un vecchio ubriaco, il cui figlio è appassionato di talebani, e con una moglie che vieta espressamente di intervenire nell'intimità del figlio (il suo "egosistema")?

Il protagonista lavora in un ambiente "antagonista" che è l'apoteosi dello squallore, tra lesbiche manipolatrici, colleghi che prendono per oro colato Al Jazeera e diffidano a priori del Wall Street Journal, segretarie che si vendono per far carriera, banchieri che finanziano la controinformazione/disinformazione per questioni di immagine.

La prima soluzione che viene in mente è "chiuditi in un garage, accendi l'automobile e aspetta che il monossido di carbonio faccia il suo dovere". Valerio - il protagonista di questo romanzo - cerca invece di reagire e riscattarsi, circondato da tante di quelle persone squallide che neanche con le statistiche di Trilussa si riuscirebbe a farsene una ragione.

Il tutto per amore del figlio, un sedicenne che improvvisamente non suona più, non si lava più, vede video di sgozzamenti, difende la lapidazione delle adultere e ripete a memoria tante di quelle fesserie su banche, ebrei e americani che si fa fatica a credere si possano prendere sul serio, se solo non esistessero migliaia di persone che ci credono veramente.

In fin dei conti, la "gauche caviar" è così: a me è capitato d'ascoltare per ore una difesa appassionata e convinta di decrescita, consumismo, rientro dolce, ambientalismo, virtù dell'ozio e recupero dei rapporti umani, per poi sentirmi raccontare - dalla stessa persona - dell'invidia che provava per le mamme ingioiellate e impellicciate che portano i figli a scuola in automobili i cui motori potrebbero dare energia elettrica ad una città africana, per poi riunirsi in bar a sorseggiare costosissimi cocktail equi e solidali.

Gli esseri umani possono tollerare una quantità enorme di contraddizioni: ciò è probabilmente necessario per sopravvivere e mantenere un minimo di amor proprio. Scriveva Adam Smith nella "Teoria dei Sentimenti Morali": "L'autoinganno, questa debolezza fatale dell'umanità, è la fonte di metà dei disordini della vita umana. Se ci vedessimo nella luce in cui gli altri ci vedono, o in quella in cui ci vedremmo se fossimo a conoscenza di tutto, un cambiamento sarebbe inevitabile. Altrimenti non riusciremmo a tollerare ciò che osserviamo". Esiste però un limite oltre il quale i meccanismi di protezione diventano un ostacolo alla sopravvivenza. La preoccupazione per un figlio la cui vita sta prendendo una brutta piega sarà l'occasione per risalire la china e riscoprire ciò che è veramente importante.

Il romanzo è coraggioso, perché si azzarda ad affermare che tra radical chic e terroristi islamici non ci sono molte differenze - tranne magari l'igiene personale. Il centro del romanzo sono le ansie da genitori "antiautoritari", mentre l'ambiente lavorativo, il cui squallore ad una prima impressione mi sembrava esasperato (ma poi mi sono reso conto di essere semplicemente troppo ottimista) ha il divertentissimo pregio di prendere di mira ogni luogo comune politicamente corretto e ribaltarlo. Il romanzo è godibile e si legge in pochi giorni: potrebbe far venire l'orticaria a molti, ma li farebbe riflettere.
postato da: Libertarian alle ore 09:14 | Permalink | commenti
categoria:libri, islam
martedì, 09 dicembre 2008
Il libro di Frei faceva parte di una collana di libri di storia pubblicati una ventina di anni fa in Germania. La collana ha la caratteristica di basarsu sull'analisi di un particolare evento storico, per attirare l'attenzione dei lettori, con l'aggiunta di altre analisi e di un'appendice documentale.

Per questo motivo il libro ha una struttura strana. Inizia da un'analisi dei fatti del Giugno 1934, che portarono alla liquidazione della sinistra (tutta la dirigenza delle SA) e della destra (i conservatori tradizionalisti aristocratici) che inizialmente avevano fatto parte (le SA) o avevano supportato (i conservatori) l'ascesa del regime nazista, e alla concentrazione del potere nelle mani di Hitler.

Dopodichè, si passa a quattro capitoli sull'evoluzione politica del nazismo: la formazione, il consolidamento e la radicalizzazione del regime, per finire con una breve analisi sul ruolo del Fuehrer. Infine, ci sono diversi documenti, che ho visto solo in parte.

Il libro è interessante e ci sono diversi punti sorprendenti, e altri su cui ho qualche dubbio perchè avevo informazioni diverse. Ma la mia ben nota ignoranza in Storia mi impedisce di fare un'analisi comparata.

Tra le cose sorprendenti, devo dire di aver commesso l'errore di prendere troppo sul serio i signoraggisti. L'anno scorso avevo letto alcune analisi "economiche", si fa per dire, della politica monetaria hitleriana, e avevo immaginato che la Reichsbank, la banca centrale tedesca, amministrava la politica monetaria senza il sostegno delle banche commerciali. La cosa aveva due evidenti problemi, che rendevano la cosa impossibile: la prima è che un'autorità centrale non può gestire efficientemente l'allocazione delle risorse creditizie; la seconda è che iniettare liquidità tramite spese pubbliche alimenta il consumo e quindi mina le basi della crescita, tramite un forte crowding out degli investimenti.

Ecco la soluzione: per favorire l'industrializzazione, il regime hitleriano elargiva credito direttamente alle grandi industrie pesanti, tramite monetizzazione dei loro asset. La Mefo, Metallurgische Forschungsgemeinschaft, era una società che aveva un canale diretto con la Reichsbank, che ne scontava automaticamente la carta commerciale. Bernanke sta provando la stessa cosa in America.

Ho inoltre scoperto l'origine del mito secondo il quale il movimento sionista era favorevole allo sterminio degli ebrei, patetica idiozia che avevo già sentito da qualche parte. Lo sterminio effettivo degli ebrei non iniziò prima della Guerra, mentre prima c'erano solo violenze occasionali e una discriminazione legale molto ampia. La stessa notte dei cristalli, nel 1938, uccise "solo" 91 persone: nulla rispetto agli anni successivi.

Pochi mesi dopo, nel Novembre 1938, ci fu l'abolizione di un trattato con un'organizzazione sionista, tesa a cacciare 30,000 ebrei verso la Palestina (successivamente si fecero anche piani per espatriarli verso il Madagascar, mentre libertari come Kinsella, più di recente, hanno proposto, almeno in parte scherzosamente, piani per espatriarli verso l'Arizona). Questo trattato, il trattato di Haavara, era solo la versione moderata della soluzione finale: dopo si passò a mezzi più radicali.

Altre cose invece non mi hanno stupito per niente: il regime godeva delle simpatie della popolazione, soprattutto dei piccoli intellettuali e dei piccoli commercianti che guadagnavano dalla repressione degli intellettuali maggiori, quando ebrei o antinazisti, e delle catene di distribuzione, spesso di proprietà ebrea; molti nazisti della seconda ora provenivano dal partito comunista, senza che ciò implicasse il minimo "tradimento" (come insegna Hoffer); anche il partito social-democratico aveva una milizia paramilitare durante la Repubblica (come afferma Mises).

L'aspetto critico del libro sono le analisi economiche. Uno storico dovrebbe conoscere tutte le teorie sociali: senza queste, potrebbe fare cattiva storiografia, ma mai storia. Purtroppo, il non capire bene queste teorie fa entrare molti pregiudizi e luoghi comuni nell'analisi.

Così, ad esempio, l'autore si stupisce che la ripresa economica metteva pressione sui salari nonostante l'eliminazione del movimento sindacale, come se i salari fossero una conseguenza della contrattazione e non un fenomeno di mercato. Poi, afferma che è stato il deficit spending a far riprendere l'economia tedesca, senza però notare che fu probabilmente la MeFo, cioè l'inflazione del credito, a facilitare la ripresa, e non certo le "soluzioni" keynesiane, all'epoca tra l'altro già praticate in tutto il mondo.

Per questo motivo dal libro non si riesce a capire se il sistema tedesco fosse un socialismo vero e proprio, in cui il pianificatore centrale decideva l'allocazione delle risorse, o una forma di capitalismo di stato, non molto dissimile dall'Italia democristiana. L'idea di Mises, che di economia ne capiva, era che l'economia tedesca fosse di tipo socialista: l'imprenditore era diventato un direttore funzionale (Betriebsfuehrer) e prendeva ordini. Aveva una certa autonomia decisionale e soprattutto la speranza di rientrare in possesso dei suoi averi a crisi finita, e quindi c'era comunque un insieme di incentivi corretti a garantire un minimo di efficienza economica, cosa che nei primi esperimenti sovietici non ci fu (ma anche Lenin passò ad una reintroduzione parziale del mercato sin dagli anni '20, per gli stessi problemi).

E' comunque probabile che il regime aveva bisogno di supporto nei primi anni della sua vita, e quindi la normalizzazione della situazione, la ripresa economica, la propaganda politica, il revanscismo internazionale e la sicurezza dei cittadini erano degli obiettivi primari per il regime: per questo avevano bisogno del supporto delle grandi imprese industriali e di altre istituzioni, come del resto non potevano mettersi contro nè le chiese protestanti nè la Chiesa Cattolica. Ma era una cosa temporanea: e lo stesso Frei fa affermazioni che fanno pensare ad una presa sempre più "centralizzata" del regime sull'economia, man mano che questo si stabilizzava, oltre che la lotta per la totale depoliticizzazione di ogni alternativa plausibile al regime: le chiese, i sindacati, l'opposizione conservatrice, le SA, eccetera. Tutto come da copione.
postato da: Libertarian alle ore 11:07 | Permalink | commenti (4)
categoria:libri, storia
giovedì, 16 ottobre 2008
Due libri di filosofia, per giunta divulgativi, uno dietro l'altro: decisamente troppo. Eppure il libro in questione, non troppo banale, è molto migliore del precedente (che era "A cosa serve la verità?" di Engels e Rorty): almeno Frankfurt ha qualcosa da dire..

Frankfurt pare abbia scritto un saggio, chiamato simpaticamente "stronzate" ("bullshit", in originale), in cui critica l'indifferenza verso la verità. Una "stronzata", infatti, differentemente dalla menzogna, non è un l'opposto della verità, ma un qualcosa detto per fini diversi dal dire la verità (come convincere un uditorio), e che non dà la minima importanza, è cioè indifferente, alla verità. Il precedente libro, però, pare lasciasse aperto un problema: perchè l'indifferenza verso la verità è un male?

Il primo argomento di Frankfurt è che la verità è utile: sapere che un corpo lasciato libero cade a terra, in genere, anzichè volare per aria, è sicuramente una conoscenza fondamentale per vivere. La società ha bisogno di un certo controllo della natura e di una certa prevedibilità nei rapporti umani, e indubbiamente tutto ciò ha qualcosa a che fare con la nozione di verità.

Frankfurt critica l'idea, tipicamente post-modernista, che la verità non sia altro che un rapporto di potere: tesi nichilista dietro la quale si nasconde il nulla assoluto. Il relativismo in forma pura è solo una perdita di tempo, e nel momento stesso in cui smette di essere un'oziosa perdita di tempo smette di essere relativismo in forma pura: quando il relativismo afferma qualcosa sulla verità o la giustizia, infatti, non è più tale; e finchè non afferma nulla non serve a nulla.

Frankfurt passa poi alla questione dei giudizi di valore. Afferma qualcosa contro la mia posizione filosofica, il non-cognitivismo etico ("vero" e "falso" non sono attributi possibili per i giudizi di valore), ma ricorda che i giudizi di fatto sono comunque fondamentali per dare supporto e sostanza ai giudizi di valore. Ad esempio (esempio mio e non di Frankfurt), chi crede che il salario minimo sia giusto (giudizio di valore) argomenta spesso che sia utile per i più deboli (giudizio di fatto). Il fatto che il giudizio di fatto sia falso ha una qualche rilevanza sul giudizi di valore. La cosa ha perfettamente senso, ma evidentemente Frankfurt non ha mai parlato con un sindacalista, se ancora crede che la realtà abbia una qualche influenza sui propri giudizi in campo politico.

Frankfurt continua affermando che la distinzione tra vero e falso è la base stessa della razionalità, cioè è necessaria per impiegare le capacità più elevate dell'essere umano. Purtroppo qui il ragionamento si fa più approssimativo, anche se è difficile dargli torto.

Successivamente, l'autore afferma, giustamente, che non è vero che dire la verità sia sempre la cosa migliore da fare (non che sia chiarissimo il concetto di "fare la cosa giusta": sempre di un giudizio di valore si tratta). Ciò non toglie che il bugiardo, secondo Frankfurt, si trova a vivere in un mondo fittizio, visto che la menzogna mina la comunicazione e la fiducia reciproca.

Per finire, Frankfurt fa notare come la verità non è nient'altro che l'ipostatizzazione dell'osservazione secondo la quale non siamo onnipotenti: il fatto che ci sia una realtà che non controlliamo del tutto, e che limita la nostra volontà, implica che esista qualcosa che vada oltre le nostre fissazioni e le nostre preferenze. Qualcosa che non siamo noi. Probabilmente è questo che rende il concetto così insopportabile... i "pomo+" sono bambini viziati, e la verità è una governante severa*.

+ PO(st)-MO(dernisti).

* Vaga assonanza col romanzo fantascientifico "The moon is a harsh mistress".
postato da: Libertarian alle ore 17:28 | Permalink | commenti (2)
categoria:libri, filosofia
lunedì, 22 settembre 2008
L'unica cosa peggiore di un libro scritto da chi non ha voglia di scrivere è un libro scritto da chi non ha nulla da scrivere. Non so a quale delle due categorie appartenga Richard Rorty. Peccato che in tutto ciò rimanga coinvolto anche un tizio sensato, a giudicare da quel che scrive, come Pascal Engel.

Si tratta della trascrizione di una conferenza di filosofia. Ma a Rorty non andava di argomentare, ammesso che avesse qualcosa da dire, e quindi i suoi interventi sono pieni di "a che serve questo?", "che noia!" e altre esemplificazioni di alta filosofia.

La verità è un problema sicuramente importante. Engel, che a differenza di Rorty non fluttua in un Iperuranio totalmente avulso dalla realtà, fa notare come ogni piccola verità della nostra vita privata viene considerata importante, mentre i rivelatori di Verità con la "V" maiuscola sono presi in genere come folli (giustamente!). E qui di fatto ci si scontra con uno dei temi che avrebbero potuto rendere il libro interessante, se la conferenza fosse stata tenuta da chi era interessato all'argomento: per evitare gli integralisti abbiamo bisogno di fare a meno addirittura della verità, oltre che del giusto e del bene? Quanto dobbiamo sacrificare della nostra civiltà per difenderci da un manipolo di psicopatici?

La risposta è un secco no. Ma Rorty avrebbe qualcosa da ridire, anche se non si periterebbe di spiegare perché. Il fatto che i fanatici sono impermeabili ai fatti e alla ragione dimostra che la verità è un concetto fondamentale per esorcizzarli. I relativisti, come Rorty, vogliono farci digerire l'idiozia secondo cui ciò che non va con i fondamentalisti è che hanno una Verità, quando è almeno altrettanto evidente che il problema è che questa "Verità" non sono razionalmente in grado di difenderla. Proprio come Rorty.

Che Engel sia una persona sensata lo si vede dalla sua ironica nota sul suo maestro Michel Foucault. Engel afferma che il suo maestro diceva che la verità non era altro che uno strumento del potere, che il potere era sempre malvagio, e che quindi la verità era un mezzo di dominazione sociale. Poi, però, alle manifestazioni del '68 Foucault urlava "Verità e giustizia".

Possiamo dire che Rorty sembra rappresentare il peggio della sinistra: un po' post-modernista, un po' contro-culturalista, magari, chissà, anche un po' marxista. Praticamente rappresenta tutto ciò per cui mi vien voglia di pregare "Dateci una sinistra come quella di Heath e Potter (o Polito, Giavazzi, F. De Benedetti). Il problema è che Rorty è così noiosamente, e annoiatamente, generico nelle sue affermazioni che risulta difficile accusarlo di qualsiasi cosa. Quel poco che si sa del pensiero di Rorty bisogna quindi desumerlo dalle domande di Engel, a cui Rorty si limita a rispondere, senza troppa voglia, che la descrizione è corretta. Probabilmente era il jetlag.

L'idea di Rorty è che valga la pena dibattere un tema filosofico se questo ha qualche rilevanza sulla realtà. Il che è del tutto sensato, ammesso che si riesca a capire cosa abbia rilevanza per Rorty, cosa che dal libro è impossibile desumere. Mi sembra poi l'unica possibile risposta alla crisi del positivismo: se (1) la maggior parte dei problemi filosofici non ha una soluzione definitiva, ma (2) molti problemi filosofici sono rilevanti, l'unica soluzione è concentrarsi su questi, pur sapendo che la discussione non terminerà mai. Il che però non è la stessa cosa di non iniziarla mai, cosa che Rorty di fatto fa.

Insomma, l'idea che bisognerebbe affrontare un problema insolubile solo se è un problema importante (e solo se iniziare un percorso è importante indipendentemente dalla possibilità di giungere a destinazione) è del tutto condivisibile (infatti l'ho tradotta io in questo linguaggio sensato).

Alla fine tutto, per Rorty, si riconduce alla solita solfa: solidarietà, bene sociale, tolleranza, libertà (quale delle mille accezioni?), senso della comunità. In pratica, la filosofia muore e degenera nella pura ideologia, tra l'altro senza il minimo approfondimento sulle categorie concettuali impiegate.

Magari a chi conosce in dettaglio Rorty il libro serve a qualcosa, perchè qualcosa riusciranno a desumere dai suoi vagabondaggi argomentativi. Ma dubito che avranno bisogno di un libro di 80 pagine. A chi non conosce Rorty, il libro non serve, e lascia il dubbio che non ci sia nulla che valga la pena conoscere su di lui. A casa ho il suo "Contingency, irony & solidariety" e non ho voglia di leggerlo. Non ho tempo. Da perdere.
postato da: Libertarian alle ore 13:25 | Permalink | commenti (11)
categoria:libri, filosofia, filosofia politica
lunedì, 15 settembre 2008
Anche se l'autore è francese, questo libro di economia è molto interessante. Basato sulle lectures dedicate a Paolo Baffi, organizzate dalla Banca di Italia, di cui Baffi fu governatore, parla delle crisi finanziarie nell'economia internazionale. Queste crisi sono molto frequenti, soprattutto nei paesi emergenti, e rappresentano probabilmente uno dei più visibili problemi dell'economia monetaria internazionale odierna. Nonostante la sua brevità, il libro tocca moltissimi temi, e i riferimenti bibliografici, per chi può beneficiarne, sono numerosi.

Dei molti temi trattati, ne analizzerò brevemente alcuni per far capire di cosa parla e cosa dice il libro. E soprattutto per esprimere la mia opinione, tanto mica sono un recensore professionista, io. Comunque il messaggio del libro è che i flussi di capitali internazionali sono troppo importanti per l'efficienza e la crescita economica per danneggiarli con politiche "no-global", ma che qualcosa bisogna fare per capire, ed affrontare, i problemi di instabilità finanziaria.

Duration mismatch

Il duration mismatch di una istituzione finanziaria è la differenza di timing tra debiti e crediti. Se ad esempio una banca ha un miliardo di euro di depositi a vista e un miliardo di euro di prestiti ad un anno, le passività sono immediate e le attività sono "lunghe". In questo caso la banca può sopravvivere solo se ha abbastanza liquidità da pagare i propri depositanti che chiedono contanti. Un altro esempio di duration mismatch si ha quando un'azienda si indebita ad esempio con bond di un anno per un investimento di cinque anni.

Il duration mismatch è una caratteristica normale dell'economia fintantochè i debiti a breve fanno "roll-over": a scadenza si trovano nuovi crediti con cui pagare i propri debiti. Ma in presenza di credit crunch questo può avere paurosi effetti sistemici, perchè è un comportamento molto rischioso. Purtroppo è anche una caratteristica tipica di tutte le istituzioni bancarie e finanziarie al giorno d'oggi, sia nella sua forma "storica", di passività bancarie a vista immobilizzate in investimenti di lungo termine, sia in forme più complesse, come le cartolarizzazioni, dove obbligazioni ad esempio con scadenza ad un anno sono usate per finanziare mutui quarantennali, con la speranza che le rate dei mutui verranno pagate (problema alla base della crisi subprime).

Proprio perchè è un problema di carattere universale, l'analisi di Tirole è un po' limitativa; ma questo è inevitabile, perchè il libro si occupa soltanto di economia monetaria internazionale. Il duration mismatch di cui parla Tirole è il fatto che le aziende di paesi emergenti tendono ad avere debiti a bassa duration, e quindi sono particolarmente soggette a "sudden stops and reversals", cioè a interruzioni brusche, seguite magari da inversioni, dei flussi di credito esteri. Questo amplifica le crisi finanziarie: ma perchè accade? La risposta più plausibile è che nessuno si fida dei governi stranieri, che possono sfruttare gli investitori esteri incauti che immobilizzano risorse nel paese: tanto questi non votano.

Il risultato dell'interventismo governativo, o anche solo della minaccia di questo, è che i flussi di credito di lunga durata sono di molto ridotti, con conseguente riduzione dei foreign direct investment, ad esempio. L'altra conseguenza è che le crisi finanziarie sono più improvvise ed estese di quanto avrebbero dovuto. Questa riduzione dell'efficienza, e degli orizzonti temporali degli investimenti, non può essere risolta, a meno che non si riduca il potere dello stato di intervenire sull'economia, cosa che andrebbe a vantaggio di tutti i cittadini. Ma non a vantaggio dei loro "rappresentanti", ovviamente.

Il duration mismatch è inerente al fractional reserve banking: quando le istituzioni insolventi possono essere salvate creando e iniettando liquidità, nessuno si cura dei propri flussi di cassa e dei problemi di ALM (asset-liability management), perchè l'esistenza di un lender of last resort crea moral hazard. Intendiamoci: il duration mismatch crea profitti extra, e le banche, come tutte le istituzioni finanziarie, hanno incentivo a farlo; ma il duration mismatch crea rischio, e solo il continuo intervento salvifico delle banche centrali può impedire alle istituzioni finanziarie di internalizzare tale rischio.

Currency mismatch

Un problema molto simile si ha per il currency mismatch, che si ha quando un paese, o le istituzioni economiche di questo paese, si indebita in valute diverse da quella domestica. Un esempio è l'emissione di obbligazioni in dollari da parte di paesi del Terzo Mondo.

La spiegazione più verosimile è che nessuno si fiderebbe di investire in uno strumento finanziario denominato in una valuta sotto il controllo del governo locale. In fin dei conti, un governo che può svalutare la propria moneta come vuole, potrebbe azzerare il valore economico dei titoli in mano ai propri creditori semplicemente svalutando la propria moneta. Con debiti in moneta non controllabile questo problema non si pone.

La spiegazione di Tirole è più complessa, ma tutto sommato analoga: un'economia può produrre beni commerciabili (tradables) o non commerciabili (nontradables), e solo i secondi possono essere impiegati per comprare sui mercati internazionali valuta estera "pregiata" con cui pagare i debiti denominati in dollari ("pregiati" i dollari... ehm... si fa per dire: sono carta igienica colorata, neanche molto igienica). Con debiti denominati in valuta locale non c'è motivo di produrre tradables, e quindi l'economia indebitata produrrà non-tradables, che non hanno alcun valore sui mercati internazionali.

Essenzialmente, il problema è che il governo locale non ha interesse a non fregare gli investitori internazionali. Il risultato è una diminuzione del flusso di capitali e minore ricchezza e sviluppo per tutti i cittadini. Il costo della politica è altissimo e nascosto. E altissimo in quanto nascosto.

Tirole giustamente dice che sia il duration sia il currency mismatch sono un sintomo e non un problema "originario".

Public choice e crisi finanziarie

Di fatto, per Tirole gran parte dei problemi dei mercati internazionali sono di origine politica, perchè i governi locali non hanno incentivi a comportarsi correttamente. Tirole parla di dual agency (quando il risultato di un investimento richiede sia lo sforzo del debitore che impiega i fondi che del governo locale), e di common agency (che si ha quando ci sono più investitori e un solo agente, il governo, e gli investitori non tengono conto degli effetti reciproci).

Ridurre i poteri del governo è l'unico modo che mi viene in mente per risolvere i problemi: non si può sperare che il potere sia usato bene, quindi si può solo tentare di limitarlo. Dove non può la democrazia (il controllo del potere), può la libertà (la limitazione del potere).

Cambi variabili o cambi fissi

Ovviamente la domanda su quale regime di cambio impiegare nasce spontanea. La scelta è tra tre possibilità: cambi flessibili, cambi rigidi aggiustabili, cambi rigidi. Ma quali cambi rigidi? Cambi rigidi con l'oro, o cambi rigidi con il dollaro? Cambi rigidi con riserva intera o cambi rigidi a riserva frazionale? Vedremo questi tre temi in tre capitoletti diversi. Cominciamo dal primo.

I cambi flessibili impediscono le crisi finanziarie, perchè spesso le crisi avvengono perchè si sa che il governo locale non riuscirà a mantenere le promesse di cambio fisso e quindi sarà costretto a svalutare improvvisamente la propria valuta, dopo magari aver perso gran parte delle riserve di valuta internazionale.

I cambi fissi sono sempre instabili? No, ma di questo parleremo dopo. In ogni caso, se per cambio fisso si intende il peg di una valuta al dollaro (una divisa molto poco seria sul piano della politica monetaria), e in più si intende un peg a riserva frazionale (la Banca Centrale locale non ha abbastanza dollari per pagare tutti i debiti), allora il peg è instabile. E' meglio un cambio flessibile?

Il cambio flessibile aggiunge un rischio di mercato agli altri rischi tipici degli investimenti: il rischio di cambio. Il costo di copertura del rischio di cambio è una stima dei problemi causati dal cambio flessibile. Un aumento dei costi degli investimenti ne riduce la portata e l'estensione, soprattutto nel lungo termine dove i cambi possono variare di molto, riducendo l'efficienza degli scambi finanziari internazionali. Questo è un altro costo dell'interventismo governativo.

D'altra parte, le crisi valutarie sono spettacolari, spesso hanno conseguenze reali gravissime, e comunque i cambi fissi come sono normalmente implementati hanno un elevato rischio di default, anche se fanno risparmiare, almeno nel breve termine (prima del default), i rischi di cambio.

Dollar peg o gold peg?

Una prima distinzione teoricamente rilevante tra diversi tipi di cambio fisso è il tipo di ancoraggio: bisogna ancorarsi al dollaro o all'oro? Nel primo caso, si importeranno tutte le distorsioni economiche e tutte le inflazioni generate dalla Federal Reserve. Nel secondo caso, se l'oro fosse una moneta, non si avrebbero problemi di distorsioni economiche, si avrebbero prezzi stabili o lievemente in caduta, e il cambio si rivaluterebbe costantemente rispetto al resto del mondo.

Il primo costo del gold peg è che la politica monetaria smetterebbe di esistere: ma questo è un costo che si ha con qualsiasi tipo di peg. Se il governo locale vuole usare la politica monetaria, si troverà a perdere dollari o oro, fino ad essere costretto a smettere. Questo non è un costo: è l'unica vera speranza per una politica monetaria credibile, soprattutto quando la politica monetaria è influenzabile dalla politica, cosa che è inevitabile, essendo le BC enti di diritto pubblico, controllate dalla politica, anche se si può ridurre con determinate tecniche "costituzionali"*.

Il secondo costo (serio, allo stato attuale) è che l'oro non è moneta: il suo valore è molto fluttuante, perchè in buona parte è dovuto agli usi industriali, e alle scelte di inflation hedging degli investitori, oltre che alle manovre delle banche centrali. Se l'uso dell'oro si diffondesse, il suo valore salirebbe a diverse migliaia di dollari l'oncia, e la sua domanda acquisirebbe stabilità. Allo stato attuale è un peg poco stabile.

Riserve intere o riserve frazionali?

La riserva frazionale è per gli austriaci la fonte di tutte le instabilità finanziarie, sia nelle economie chiuse che nelle economie aperte. Nel caso delle economie aperte, di cui parla Tirole, il problema si pone quando i dollari necessari a pagare tutti i debiti non stanno dentro i forzieri della Banca Centrale locale, che quindi in caso di crisi finanziaria finirà prima i dollari che i debiti.

Un hard peg, come lo chiama Tirole, risolverebbe il problema alla radice. Ma un hard peg richiede l'eliminazione alla radice della politica monetaria indipendente, quindi in risposta a shock esogeni non si potrà fare nulla. La cosa non è un problema se gli shock sono principalmente generati dalla politica monetaria stessa, parrebbe, ma anche questo è un errore: si si fa un hard peg sul dollaro, tutte le distorsioni del dollaro si ripecuoteranno sull'economia locale. Un hard peg sull'oro risolverebbe il problema, e renderebbe impossibile la creazione ex nihilo di moneta in senso proprio.

Crisi dei fondamentali o animal spirits?

Un'interessante discussione del libro riguarda la distinzione tra teorie fondamentaliste, che ritengono che le crisi finanziarie abbiano radici nella struttura finanziaria reale, e teorie irrazionaliste, che ritengono che le crisi finanziarie non abbiano a che fare con l'economia reale o con le istituzioni finanziarie, ma siano fondamentalmente problemi legati a fenomeni di irrazionalità di massa.

Tirole tifa per i fondamentalisti, e io pure credo che le crisi abbiano una causa sottostante, che non sia l'imprevedibile e improvvisa comparsa di ingenti dosi di irrazionalità nel comportamento degli operatori economici.

La differenza importante tra le due teorie è che i fondamentalisti si pongono il problema di controllare se esistono problemi strutturali reali, mentre gli "irrazionalisti" sottovalutano questi problemi e perseverano negli errori che stanno alla base dei problemi.

Basta con la welfare economics!

Tirole afferma che la teoria della finanza internazionale deve darsi una funzione obiettivo, cioè una funzione di welfare che leghi assieme i vari parametri reali in un indicatore di performance economica. Costruire un tale indicatore è soltanto un modo di introdurre giudizi di valore arbitrari nel ragionamento economico, e non se ne vede il motivo: sarebbe meglio lasciare le figures-of-merit agli ingegneri e occuparsi di economia positiva.

Tirole poi usa il termine "fallimento di mercato" in un'accezione strettamente tecnica, di allontanamento della realtà dal modello di Arrow-Debreu di equilibrio economico generale di concorrenza perfetta. Questa accezione è corretta, anche se fa ridere l'uso del termine (non sarebbe meglio "Arrow-Debreu failure"? Non è colpa della realtà se la teoria è inadeguata!), e Tirole dice qualcosa di veramente divertente a riguardo: il fatto di non riuscire ad incentivare i governi stranieri a comportarsi lealmente è considerato un fallimento del mercato. Vabbè... secondo questa definizione, anche la CGIL è un fallimento di mercato, mica un'istituzione che fa fallire il mercato, danneggiando i lavoratori più deboli! Gran parte dei market failure sono quindi policy failure.

* Si noti che anche una BC assolutamente indipendente può essere costretta a monetizzare il debito governativo. Basta che il governo immetta debito pubblico sul mercato, facendo alzare i tassi per crowding out. Se la BC tiene i tassi costanti, sarà costretta a elargire più credito per sopperire all'accresciuta domanda di risparmi.
postato da: Libertarian alle ore 10:59 | Permalink | commenti (4)
categoria:libri, economia
mercoledì, 10 settembre 2008
La parola "depressione", sebbene spesso abusata per indicare ogni forma di tristezza che sia un minimo persistente, ha un significato abbastanza noto. Penso che la maggior parte delle persone possa aver conosciuto, più probabilmente pensare di aver conosciuto, persone che ne soffrivano. La depressione non è tristezza: è tristezza senza un motivo, persistente per anni, che impedisce di valutare correttamente la realtà, amplificando il male e attenuando il bene, e che impedisce di pensare al futuro come qualcosa che si può positivamente influenzare. Non sono neanche un rimpianto, non un rimorso, non sono shock: rimpianti e rimorsi riguardano il passato, non il futuro, gli shock hanno una causa precisa, e si accettano col tempo.

La parola "maniacale", invece, in italiano non ha molto del suo significato tecnico. A volte è sinonimo di eccessivamente metodico, a volte di pervertito, altre volte è usato per intendere una fissazione. In realtà, tecnicamente, una mania è l'esatto opposto di una depressione: uno stato di esaltazione e di delirio di onnipotenza. I maniaci sono estremamente più rari dei depressi, da quanto ho potuto osservare, o semplicemente una persona molto attiva viene considerata più normale di una persona molto passiva. Un maniaco tenderà a intraprendere diecimila opere difficilissime contemporaneamente, a non dormire per giorni, a spendere soldi in cose inutili, a coprirsi indiscriminatamente di debiti, a incorrere in rischi enormi. No, non si tratta della Banca Centrale.

Il disturbo bipolare è una malattia mentale caratterizzata da un'alternanza di stati depressivi e maniacali. L'autrice di questo libro, professoressa universitaria di psicologia, l'ha avuta per trenta anni, e il libro è un'autobiografia "clinica". E' molto ben scritto e interessante, spesso commovente. Alcune cose sono così particolari e improbabili che sembrerebbe un romanzo, ed il fatto che si tratti di vicende biografiche è quindi sorpredendente.

Il mio interesse per l'argomento deriva dal fatto che conosco una miriade di depressi, nel senso lasco del termine, e anch'io lo sono stato per brevi periodi (sei mesi / un anno: troppo poco per poter parlare di depressione) in due occasioni. Non sapevo che il libro fosse sul disturbo bipolare, e se l'avessi saputo forse non l'avrei comprato: il che sarebbe stato un peccato. In realtà, la curiosità di sapere come ragiona un maniaco spesso in passato mi era venuta.

Il libro parla dell'importanza del litio e degli psicofarmaci, dell'importanza della psicoterapia, e dell'importanza degli affetti. Parla della devastazione, personale e relazionale, indotta dalla depressione e quella, non meno grave, indotta dagli stati maniacali. Accenna alle manie psicotiche - che, tra le manie, è la meno esaltante in quanto incute un terrore assoluto nella vittima - di cui un paziente dell'autrice soffriva, e del tentativo di suicidio per overdose di litio (forse ci sono troppi dettagli su come si fa).

La parte più triste del libro, che pur parla per tutta la sua durata di tragedie, è quando l'autrice, avendo trovato un grande amore, sembrava stare sulla strada per la guarigione, finché non arrivò la notizia dell'improvvisa morte di lui. La cosa sorprendente di questa tragedia è che l'autrice dice che, nonostante ciò, i bei ricordi di quella storia erano per lei un motivo sufficiente, per la prima volta nella sua vita, per voler vivere. La cosa è straordinaria, e fa riflettere su come la depressione, pur sembrando la cosa più naturale di questo mondo, non ha nulla a che fare con le vere e proprie tragedie della vita: è un fenomeno endogeno al cervello. Chiunque abbia a che fare con depressivi sa che si preoccupano per cose che non hanno la minima importanza, e non li distinguono da problemi più seri, perdendo il contatto con la realtà.

Il libro parla di molte altre cose. I maniaci-depressivi dovrebbero fare figli, anche se la malattia è genetica? I dottori devono avere un rapporto umano col paziente? Il discriminare i maniaci-depressivi sul posto di lavoro non favorisce l'elusione dei controlli, e quindi peggiora la situazione del malato e di chi ci lavora? Che ruolo hanno le manie di lievi entità nel successo professionale (si lavora meglio), nella vita sociale (si è più estroversi - e si scopa una cifra), e nella produzione artistica (si è più creativi)?

Il disturbo bipolare è una malattia quasi perfettamente controllabile con i farmaci (in realtà alcuni sembrano reagire meglio di altri al litio, che, essendo tossico, può cominciare ad essere curativo in concentrazioni non assimilabili).

Un altro aspetto interessante del libro è il coraggio di ammettere certe cose in pubblico, rischiando qualche perdita di reputazione pur di aiutare molti malati, sia lettori, sia pazienti dei lettori.

PS Se prendete il litio e vi vergognate a dirlo in farmacia, non mangiate le batterie dei cellulari, anche se c'è scritto "litio" dietro.

PPS Nell'ultimo articolo su giornalettismo proponevo di assumere solo maniaci nelle banche perché si accolleranno più rischi e saranno più irrazionali, evitando quindi il credit crunch. In realtà la cosa è spontanea: individui leggermente maniacali verranno più facilmente selezionati per tutti i lavori che richiedono impegno e l'assunzione di rischi.
postato da: Libertarian alle ore 18:49 | Permalink | commenti (9)
categoria:libri
lunedì, 25 agosto 2008
Ho lasciato il blog, per andare in vacanza, prospettando una ripresa incentrata su temi teologici e mistici, e invece comincio recensendo un romanzo. Un romanzo d'amore, per giunta! Un romanzo d'amore tra due adolescenti, la somma delle cui età è poco superiore alla mia, come se quanto già detto non bastasse! Io? Io che non ho letto mai un romanzo, e che probabilmente, tra l'altro, non sono mai stato adolescente. Non sono impazzito di colpo: semplicemente l'autrice è una mia amica.

Penso che i due pomeriggi spesi a leggerlo sono stati spesi bene. Il romanzo è breve, godibile, e soprattutto scritto bene, e solo per questo è difficile credere che l'autrice sia nata negli anni '80. La trama è apparentemente del tutto scontata, ma alcune sorprese fanno sì che in realtà non sia tale. Il finale è invece niente affatto scontato: anzi, pare che non ci sia neppure (ma non posso dir altro).

E' un libro che ha addirittura una morale, visto che consiglia agli adolescenti di non farsi le canne. Peccato che l'argomento non sia molto convincente, come dimostrerò ricorrendo al Teorema di Bayes (io ed Elisabetta siamo ingegneri, anche se non ingegneri dentro, quindi ci capiamo).

Possiamo tranquillamente ipotizzare che la probabilità che un individuo usi droghe leggere (evento DL) posto che usa droghe pesanti (evento DP) sia pari al 100% (tecnicamente, si dice che la probabilità di DL dato DP è 1: P(DP|DL)=1); ammettiamo che gli utilizzatori di droghe leggere (P(DL)) siano circa il 50% della popolazione giovanile, e che gli utilizzatori di droghe pesanti (P(DP)) siano circa il 2%. Sotto queste ipotesi, il teorema di Bayes ci assicura che la probabilità che un tizio che si fa le canne usi anche droghe pesanti è molto bassa: P(DP|DL) = P(DL|DP)*P(DP)/P(DL) = 4%: se vostro figlio si fa le canne, la probabilità che si faccia anche di eroina è trascurabile+.

Ora che sono riuscito a rendere noioso anche un romanzo d'amore, continuiamo la recensione. Il libro è scorrevole anche per via di un buon senso dell'umorismo; le analisi psicologiche, per quel poco che servono in un romanzo leggero, sono realistiche ed azzeccate.

A parte il teorema di Bayes, la morale da trarre dal libro è che tirare conclusioni da osservazioni è spesso fuorviante; che quello che osserviamo è spesso solo ciò che vogliamo osservare; e che discutere, quando possibile, risolve un sacco di casini. Sono due le categorie sociali che commettono più frequentemente questo errore: gli adolescenti, perchè imparano l'uso delle gonadi prima dell'uso del cervello, e gli economisti di formazione positivista (a volte anche loro sembrano ragionare con le gonadi).

In definitiva gli adolescenti di oggi non leggono nulla: è una fortuna che esistano Tolkien, Moccia, Rowling. Ed Elisabetta.

PS Avevo promesso all'autrice un po' di pubblicità, ma non pensavo che non mi sarei affatto annoiato a leggerlo. C'è da dire che l'età media dei lettori del mio blog, non me ne voglia nessuno, è un po' superiore a quella dei potenziali lettori del romanzo. Quindi lo consiglio ai vostri figli (vabbè, non esageriamo neanche per eccesso).

PPS Ho voglia di scrivere un romanzo anch'io. Ma forse è meglio cominciare perlomeno a leggerli.

+ Ringrazio il mio professore di Calcolo delle Probabilità per questo esempio, che sicuramente ha reso più avvincente l'intero corso. L'argomento non è da considerarsi un argomento a favore del consumo di hashish.

Sito dell'editore

Blog dell'autrice (da accedervi con le casse spente, c'è una canzone di Tiziano Ferro di sottofondo)

Forum del libro
postato da: Libertarian alle ore 22:15 | Permalink | commenti (11)
categoria:libri
martedì, 15 luglio 2008
Si tratta di un libro breve, quindi con molti spunti, ma pochi argomenti approfonditi: comunque molto interessante. Anche perchè gli argomenti, anche se a mala pena accennati, sono convincenti.

Il titolo è una provocazione: il liberismo, non so perchè, è da tutti considerato di destra. Il che è strano: basti pensare a Tremonti. Le ragioni storiche sono due: il liberalismo (cioè il liberismo) è stato il nemico storico del socialismo, cioè della sinistra; e in passato è esistita una destra liberista, tipo la Old Right americana degli anni '30, o Einaudi negli anni '50. Pochi personaggi isolati, soprattutto in Italia.

Il libro di fatto sottolinea la bancarotta del socialismo e della socialdemocrazia dal punto di vista degli ideali del socialismo e della socialdemocrazia: per questo è un libro geniale. Il liberismo è descritto come un sistema efficiente, ma questo lo sanno tutti, ma anche un sistema equo, dove il merito conta più del censo, e dove i lavoratori deboli non sono costretti alla disoccupazione, e i consumatori poveri ottengono beni e servizi a buon mercato.

Prima di entrare nel merito del libro, occorre notare che l'argomentazione può avere un limite: l'egalitarismo come ideale è intrinsecamente illiberale, in quanto totalitario (richiede un dittatore sociale benevolo che determini i risultati dell'azione sociale, o, il che sostanzialmente è lo stesso, fissi le condizioni iniziali). Ma il significato del libro è un altro (e tra l'altro mi sembra sottolinei che migliorare le condizioni dei poveri è più importante dell'uguaglianza): il liberismo è maggiormente in grado di favorire le condizioni di vita delle classi povere. Cosa che saprebbero tutti, se non ci fosse stato Marx ha inventare la frottola secondo la quale i proletari sonos tati impoveriti, anzichè enormemente arricchiti, dal capitalismo.

Quando i propri valori cozzano con i propri convincimenti, in politica in genere si chiudono gli occhi, o accettando pragmaticamente valori diversi da quelli professati, o negando l'evidenza. Libri del genere, mettendo il dito nella piaga delle contraddizioni, in questo caso sottolineando l'inconsistenza della falsa dicotomia tra equità ed efficienza, oltre che tra libertà e solidarietà (termini non usati dagli autori), possono essere molto utili, se non altro perchè possono essere illuminanti.

Nel libro si afferma che la meritocrazia è di sinistra, perchè l'alternativa è la società divisa per censo, mentre la meritocrazia è la base della dinamicità verticale della società; che la liberalizzazione dei mercati è di sinistra, perchè riduce i costi dei consumi, cosa che avvantaggia soprattutto le fasce di reddito minori; addirittura la riforma del mercato del lavoro sarebbe di sinistra, perchè riduce la disoccupazione, soprattutto tra i poveri, ed è preferibile al sistema di lavoratori di serie A e di serie B che si è voluto creare per non danneggiare i sindacati; addirittura ridure la spesa pubblica ed eliminare lo stato imprenditore è di sinistra.

Insomma, c'ho messo anni per capire che non ero di destra, ora mi si vuole convincere che sono di sinistra: ma dal libro desumo che sia di sinistra, cioè "equo", l'esatto opposto di ciò che la sinistra è sempre stata ed ha sempre voluto. Quindi non bisogna essere di sinistra per essere liberisti: il libro dimostra semplicemente che la parola "equità" è stata usata a sproposito dai difensori dello status quo social-democratico, ma è perfettamente compatibile con una visione liberale dei rapporti sociali.

Alla fine, la cosa meno condivisibile del libro è l'ottimismo che pervade le conclusioni. Ma si sa, io sono un pessimista da record.

PS Ci saranno i liberisti di destra che strepitano per lo scippo dell'etichetta: ma il miglior modo per tenersi un'etichetta è meritarsela, e l'attuale governo sta facendo di tutto per dimostrarsi statalista, dirigista, interventista.
postato da: Libertarian alle ore 16:17 | Permalink | commenti (13)
categoria:libri, economia, politica interna, liberalismo
sabato, 28 giugno 2008
Questo bel libro parla delle radici profonde dei problemi politici e sociali italiani, che hanno origine nell'assetto istituzionale stesso, oltre che nella cultura italiana.

E' un libro applicativo, ma con un solido background teorico, in cui si analizzano i legami tra regolamentazione statale, qualità dell'informazione sui media, imprenditorialità creatrice, imprenditorialità parassitaria, livello di corruzione, innovazione tecnologica, capitale sociale, fiducia interpersonale.

Il libro è pieno di regressioni lineari: si scoprono così una serie di ovvietà, come che il numero di ricercatori è legato alla quantità di brevetti o all'innovatività del sistema industriale; o cose meno ovvie, ma comunque credibili, come che il numero di avvocati è inversamente proporzionale al numero di ingegneri: i primi che servono per far funzionare la macchina burocratica, e gestire i rapporti con essa, i secondi impossibilitati ad operare per la sclerosi sociale indotta dalle regolamentazioni pubbliche.

Le regressioni implicano correlazione, lineare, e non causazione, così senza una teoria non si può mai capire cosa causa cosa: chi è causa e chi è effetto. La cosa è importante dal punto di vista della policy, perchè mentre la riduzione della burocrazia e delle regolamentazioni statali nel lungo termine faciliterebbe gli investimenti in capitale umano e fisico, in ricerca e in sviluppo, e quindi in innovazione e crescita, la stessa cosa non si può dire per quanto riguarda lo sterminio degli avvocati. Questo perchè (1) l'interventismo pubblico causa (2) la crescita del numero degli avvocati e (3) la riduzione del ruolo degli innovatori, mentre il secondo fattore non causa il terzo, anche se in qualche modo ha interesse nel perpetuarsi del primo.

Cubbeddu è uno degli studiosi italiani (non pochi) influenzato dalla Scuola austriaca, soprattutto per quanto riguarda il pensiero del fondatore, Carl Menger, il proto-"neo-istituzionalista": per questo motivo analisi austriache ed analisi neo-istituzionaliste si compenetrano e si completano a vicenda per tutto il libro. Personalmente ho difficoltà a capire la differenza, se non altro perchè neo-istituzionalisti come Ronald Coase fanno parte del bagaglio austriaco da decenni, e altri come Douglass North, influenzato dagli austriaci, lo sto leggendo solo ora, incuriosito dal libro di Vannucci e Cubbeddu.

Chiunque pensi di poter cambiare questo paese con un po' di riforme calate dall'alto è affetto da illusione costruttivista: la società è complessa e i vari fattori che impediscono all'Italia di dare il massimo interagiscono tra loro, influenzando anche la (pessima) qualità della politica. I problemi non sono solo grandi, ma si rafforzano a vicenda.

L'Italia soffre di incapacità di creare legami sociali di lungo raggio, cioè manca di una struttura sociale adeguata ad una "società aperta" di tipo hayekiano: non ci fidiamo dell'altro, quindi non cooperiamo, perchè tanto sappiamo che le leggi che regolano i rapporti sono inefficienti, e le istituzioni corrotte. Cerchiamo di risolvere la corruzione e l'inefficienza statale attraverso rapporti informali, in "nero", spesso al limite, anzi oltre, la legalità ufficiale, ma questo tipo di rapporti sociali non è un'alternativa efficace ad un'assetto istituzionale da "società aperta": si basa troppo sui rapporti personali e quindi è necessariamente limitata a piccole cose.

In Italia manca una società liberale perchè manca una cultura liberale, e manca una cultura liberale perchè manca una società liberale. In quest'ottica lo stato inefficiente e corrotto e la politica ladra e autoreferenziale sono il massimo che ci meritiamo, oltre ad essere la principale causa della sclerosi sociale italiana: siamo un paese ricco per errore, culturalmente degno del Terzo mondo, con istituzioni che a mala pena fanno invidia all'Africa subsahariana.

Alcuni dettagli non mi convincono moltissimo, come l'idea che la politica crei certezza (ma quando mai?) o che l'antitrust svolga un ruolo utile nel migliorare la concorrenza sul mercato, ma per il resto l'analisi è tanto profonda quando condivisibile.
postato da: Libertarian alle ore 22:15 | Permalink | commenti (14)
categoria:libri, economia, liberalismo, teoria politica