martedì, 15 luglio 2008
Si tratta di un libro breve, quindi con molti spunti, ma pochi argomenti approfonditi: comunque molto interessante. Anche perchè gli argomenti, anche se a mala pena accennati, sono convincenti.

Il titolo è una provocazione: il liberismo, non so perchè, è da tutti considerato di destra. Il che è strano: basti pensare a Tremonti. Le ragioni storiche sono due: il liberalismo (cioè il liberismo) è stato il nemico storico del socialismo, cioè della sinistra; e in passato è esistita una destra liberista, tipo la Old Right americana degli anni '30, o Einaudi negli anni '50. Pochi personaggi isolati, soprattutto in Italia.

Il libro di fatto sottolinea la bancarotta del socialismo e della socialdemocrazia dal punto di vista degli ideali del socialismo e della socialdemocrazia: per questo è un libro geniale. Il liberismo è descritto come un sistema efficiente, ma questo lo sanno tutti, ma anche un sistema equo, dove il merito conta più del censo, e dove i lavoratori deboli non sono costretti alla disoccupazione, e i consumatori poveri ottengono beni e servizi a buon mercato.

Prima di entrare nel merito del libro, occorre notare che l'argomentazione può avere un limite: l'egalitarismo come ideale è intrinsecamente illiberale, in quanto totalitario (richiede un dittatore sociale benevolo che determini i risultati dell'azione sociale, o, il che sostanzialmente è lo stesso, fissi le condizioni iniziali). Ma il significato del libro è un altro (e tra l'altro mi sembra sottolinei che migliorare le condizioni dei poveri è più importante dell'uguaglianza): il liberismo è maggiormente in grado di favorire le condizioni di vita delle classi povere. Cosa che saprebbero tutti, se non ci fosse stato Marx ha inventare la frottola secondo la quale i proletari sonos tati impoveriti, anzichè enormemente arricchiti, dal capitalismo.

Quando i propri valori cozzano con i propri convincimenti, in politica in genere si chiudono gli occhi, o accettando pragmaticamente valori diversi da quelli professati, o negando l'evidenza. Libri del genere, mettendo il dito nella piaga delle contraddizioni, in questo caso sottolineando l'inconsistenza della falsa dicotomia tra equità ed efficienza, oltre che tra libertà e solidarietà (termini non usati dagli autori), possono essere molto utili, se non altro perchè possono essere illuminanti.

Nel libro si afferma che la meritocrazia è di sinistra, perchè l'alternativa è la società divisa per censo, mentre la meritocrazia è la base della dinamicità verticale della società; che la liberalizzazione dei mercati è di sinistra, perchè riduce i costi dei consumi, cosa che avvantaggia soprattutto le fasce di reddito minori; addirittura la riforma del mercato del lavoro sarebbe di sinistra, perchè riduce la disoccupazione, soprattutto tra i poveri, ed è preferibile al sistema di lavoratori di serie A e di serie B che si è voluto creare per non danneggiare i sindacati; addirittura ridure la spesa pubblica ed eliminare lo stato imprenditore è di sinistra.

Insomma, c'ho messo anni per capire che non ero di destra, ora mi si vuole convincere che sono di sinistra: ma dal libro desumo che sia di sinistra, cioè "equo", l'esatto opposto di ciò che la sinistra è sempre stata ed ha sempre voluto. Quindi non bisogna essere di sinistra per essere liberisti: il libro dimostra semplicemente che la parola "equità" è stata usata a sproposito dai difensori dello status quo social-democratico, ma è perfettamente compatibile con una visione liberale dei rapporti sociali.

Alla fine, la cosa meno condivisibile del libro è l'ottimismo che pervade le conclusioni. Ma si sa, io sono un pessimista da record.

PS Ci saranno i liberisti di destra che strepitano per lo scippo dell'etichetta: ma il miglior modo per tenersi un'etichetta è meritarsela, e l'attuale governo sta facendo di tutto per dimostrarsi statalista, dirigista, interventista.
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categoria:libri, economia, politica interna, liberalismo
sabato, 28 giugno 2008
Questo bel libro parla delle radici profonde dei problemi politici e sociali italiani, che hanno origine nell'assetto istituzionale stesso, oltre che nella cultura italiana.

E' un libro applicativo, ma con un solido background teorico, in cui si analizzano i legami tra regolamentazione statale, qualità dell'informazione sui media, imprenditorialità creatrice, imprenditorialità parassitaria, livello di corruzione, innovazione tecnologica, capitale sociale, fiducia interpersonale.

Il libro è pieno di regressioni lineari: si scoprono così una serie di ovvietà, come che il numero di ricercatori è legato alla quantità di brevetti o all'innovatività del sistema industriale; o cose meno ovvie, ma comunque credibili, come che il numero di avvocati è inversamente proporzionale al numero di ingegneri: i primi che servono per far funzionare la macchina burocratica, e gestire i rapporti con essa, i secondi impossibilitati ad operare per la sclerosi sociale indotta dalle regolamentazioni pubbliche.

Le regressioni implicano correlazione, lineare, e non causazione, così senza una teoria non si può mai capire cosa causa cosa: chi è causa e chi è effetto. La cosa è importante dal punto di vista della policy, perchè mentre la riduzione della burocrazia e delle regolamentazioni statali nel lungo termine faciliterebbe gli investimenti in capitale umano e fisico, in ricerca e in sviluppo, e quindi in innovazione e crescita, la stessa cosa non si può dire per quanto riguarda lo sterminio degli avvocati. Questo perchè (1) l'interventismo pubblico causa (2) la crescita del numero degli avvocati e (3) la riduzione del ruolo degli innovatori, mentre il secondo fattore non causa il terzo, anche se in qualche modo ha interesse nel perpetuarsi del primo.

Cubbeddu è uno degli studiosi italiani (non pochi) influenzato dalla Scuola austriaca, soprattutto per quanto riguarda il pensiero del fondatore, Carl Menger, il proto-"neo-istituzionalista": per questo motivo analisi austriache ed analisi neo-istituzionaliste si compenetrano e si completano a vicenda per tutto il libro. Personalmente ho difficoltà a capire la differenza, se non altro perchè neo-istituzionalisti come Ronald Coase fanno parte del bagaglio austriaco da decenni, e altri come Douglass North, influenzato dagli austriaci, lo sto leggendo solo ora, incuriosito dal libro di Vannucci e Cubbeddu.

Chiunque pensi di poter cambiare questo paese con un po' di riforme calate dall'alto è affetto da illusione costruttivista: la società è complessa e i vari fattori che impediscono all'Italia di dare il massimo interagiscono tra loro, influenzando anche la (pessima) qualità della politica. I problemi non sono solo grandi, ma si rafforzano a vicenda.

L'Italia soffre di incapacità di creare legami sociali di lungo raggio, cioè manca di una struttura sociale adeguata ad una "società aperta" di tipo hayekiano: non ci fidiamo dell'altro, quindi non cooperiamo, perchè tanto sappiamo che le leggi che regolano i rapporti sono inefficienti, e le istituzioni corrotte. Cerchiamo di risolvere la corruzione e l'inefficienza statale attraverso rapporti informali, in "nero", spesso al limite, anzi oltre, la legalità ufficiale, ma questo tipo di rapporti sociali non è un'alternativa efficace ad un'assetto istituzionale da "società aperta": si basa troppo sui rapporti personali e quindi è necessariamente limitata a piccole cose.

In Italia manca una società liberale perchè manca una cultura liberale, e manca una cultura liberale perchè manca una società liberale. In quest'ottica lo stato inefficiente e corrotto e la politica ladra e autoreferenziale sono il massimo che ci meritiamo, oltre ad essere la principale causa della sclerosi sociale italiana: siamo un paese ricco per errore, culturalmente degno del Terzo mondo, con istituzioni che a mala pena fanno invidia all'Africa subsahariana.

Alcuni dettagli non mi convincono moltissimo, come l'idea che la politica crei certezza (ma quando mai?) o che l'antitrust svolga un ruolo utile nel migliorare la concorrenza sul mercato, ma per il resto l'analisi è tanto profonda quando condivisibile.
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giovedì, 19 giugno 2008
Ero rimasto entusiasta di "Power: the natural history of its growth" dello stesso autore, che avevo letto l'anno scorso, ma inizialmente ero un po' deluso di questo libro, il seguito del seguito di On Power (in mezzo c'è stato "Sovreignty, an inquiry into the political good"). Invece no: i primi capitoli sono banali in quanto espongono l'individualismo metodologico, ma gli ultimi danno bei frutti. Praticamente il libro si conclude con un incrocio di temi già riconoscibili in Talmon, Hoffer, Mises. E quindi è simile ad alcuni temi di Glucksmann. Ma partiamo dall'inizio.

La prefazione afferma che Power è un lavoro storico, Sovereignty è normativo, e The Pure Theory è analitico. Non ho letto il secondo, ma negli altri due casi mi ci ritrovo. Il secondo sta sul comodino.

La prima tesi è che la politica è una scienza storica e non una scienza geografica: si occupa di processi e non di equilibri, di dinamica e non di statica. Si noti l'aria vagamente austriaca nel sottolineare il processo dinamico.

Il libro continua poi con un interessante dialogo immaginario tra Alcibiade, il principale responsabile della caduta di Atene, e Socrate, ripresa dal dialogo platonico "Alcibiade". Alcibiade canzona Socrate perchè è saggio senza avere il potere di mettere in pratica la sua saggezza, e Socrate teme Alcibiade per il suo potere non assistito dalla saggezza. Insomma, con 2500 anni di ritardo non ci vuole molto ad avere ragione nelle previsioni sul destino di Atene, ma il dialogo è interessante comunque.

La seconda tesi importante è che la politica riguarda giudizi di valore: è sempre normativa, riguarda sempre l'azione umana. L'azione politica è l'azione di convincimento o di mobilitazione o di imposizione della propria volontà e delle proprie idee. La natura conflittuale di questo tipo d'azioni è tipicamente politica, e non va confusa con le azioni di tipo economico, dove fondamentalmente le azioni di diversi individui si combinano armoniosamente tra loro. Come vedremo alla fine, la conflittualità inerente ai conflitti di pretese non deve assolutamente implicare una conflittualità "violenta".

Seguono una serie di ovvietà che non devono essere dimenticate nell'analisi della società politica: che gli individui nascono non in abstracto ma in una società determinata, con determinate caratteristiche, in un determinato periodo; che la prima forma di società è la famiglia; che la società oltre la famiglia è diversa (non è gratuita come il rapporto genitori-figlio); che il contratto sociale è un'astrazione priva di contenuto.

Successivamente si passa al dettaglio dell'azione politica: istigare e rispondere alle sollecitazioni altrui. Direbbe Leoni: pretendere. Potere, autorità, e altri concetti vengono analizzati. La scelta politica è correttamente definita come quella che non ammette obiezioni: obbligatoria per il gruppo, quindi imposta coattivamente alla minoranza soccombente. Jouvenel dà per scontato, come in On Power, il concetto di gruppo. In ogni caso la classificazione tra differenze che si possono ricomporre e differenze fondamentali è fondamentale indipendentemente dall'organizzazione politica. Diciamo che in uno stato totale tutto è strutturalmente conflittuale.

Il paragone a Leoni e a Mises, mai citati nel testo, impone una domanda: quando comincia la politica e finisce il diritto? La decisione giuridica è atemporale, e richiede oggettività e verifica dei fatti; quella politica richiede tempestività.

La parte finale del libro è la migliore. Se non altro perchè quanto detto finora è sostanzialmente corretto, ma a me sembra ovvio, essendoci arrivato per altri percorsi.

Cominciamo a defenestrare gli intellettuali dalla torre d'avorio: la maggior parte delle critiche alla politica di tipo astratto sono "facili" perchè non devono preoccuparsi di problemi concreti. La distinzione che fa Jouvenel è tra attenzione (analisi) e intenzione (azione). L'attenzione non è mai conflittuale, l'azione può esserlo.

Il libro si conclude con tre capitoli da applauso.

"The team against the committee" parla dei gruppi di pressione (team) che influenzano le decisioni collettive (committee). Contiene una denuncia della violenza e dell'integralismo molto chiara e profonda.

"The manners of Politics" comincia parlando del bene comune, ma dopo due pagine afferma che non è possibile definirlo. E' un concetto potente, ma indefinito: la politica si occupa di problemi irrisolvibili, a differenza di quelli che ci si abitua a risolvere a scuola, in quanto implicano pretese (Jouvenel non usa il termine) incompatibili. Il motto del liberalismo è dopo poche pagine: "Concludiamo quindi che per tenere il gioco della Politica dentro le regole, la posta in gioco deve essere limitata". In politica purtroppo non si può decidere di non giocare: chi non gioca perde automaticamente. Anche qui continua l'analisi critica della violenza politica del XX Secolo. L'analisi del fatto che nel XIX Secoli i popoli potevano fregarsene della guerra perchè il nuovo Re non avrebbe modificato le istituzioni locali la si trova anche in Mises. Infine, Jouvenel fa notare che la soluzione Hobbesiana della conflittualità è una non-soluzione (altro paragone: l'analisi comparativa di Bodin e Montaigne in Glucksmann).

Infine, "The myth of the Solution". Già il titolo mi erotizza: far notare l'insolubilità di un determinato problema è l'acme di tutti i miei ragionamenti filosofici. Qui la "schoolboy fallacy" (mia definizione) viene spiegata: ci si abitua a risolvere problemi e si crede che l'autorità (il maestro) dia solo problemi con soluzione. Nella realtà non tutti i problemi sono così: e qui torna utile la citazione di Glucksmann: "La mentalità ingegneristica non si capacità che esistano problemi senza soluzioni" (è quanto affermava Hayek sulla Scuola Politecnica di Parigi e il costruttivismo positivista, in "L'abuso della ragione"). La conseguenza della fallacia dello scolaro è che chi non è d'accordo è considerato un nemico perchè non vede la soluzione.

La politica non ha soluzioni: ha compromessi. Non essere in grado di accettarne è antisociale, in quanto è contrario alla natura dei problemi posti dalla convivenza umana. I compromessi sono sempre instabili e mai definitivi: il buonsenso è l'unico cemento concepibile della società umana.
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categoria:libri, liberalismo, filosofia politica, teoria politica
lunedì, 16 giugno 2008
AA.VV. è probabilmente l'autore più prolifico della storia dell'umanità. La sua strana abitudine di cambiare nome ad ogni capitolo è mantenuta anche in questa sua ennesima opera, dedicata alla teoria libertaria della guerra.

La prefazione è stata scritta sotto il nome H. H. Hoppe, che a parte qualche scempiaggine sula non-Wertfreiheit delle teorie misesiane si limita a riassumere il contenuto dei capitoli successivi. Il libro è una collezione di articoli che toccano molti aspetti dell'argomento discusso. Ne manca soltanto uno: la teoria delle relazioni internazionali. Questo si evince già dalla bibliografia, dove si citano Clausewitz e Sun Tsu, ma non Tucidide, Morgenthau, Waltz, Aron, Carr o magari Luttwak, Kissinger, Mearsheimer, Walt... quando un'opera del genere vedrà la luce non sarà mai troppo presto.

Il primo capitolo è dei proff. Lottieri e Bassani, ed è un excursus sulla nozione di stato e sul concetto di sovranità nell'era moderna: si parte da Machiavelli, Hobbes e Bodin per poi finire a Mosca, Pareto e Schmitt. Il capitolo non tratta di problemi strategici o geopolitici, nè delle teorie sottostanti, ma di filosofia politica: da questo punto di vista è molto interessante, sottolineando la comunanza di pars destruens tra libertari e realisti politici (Mosca, Pareto e Schmitt), alleati contro le teorie melense ed agiografiche della volontà popolare e della neutralità dello stato. Avere una visione storica dello stato è sicuramente un must per iniziare un'analisi della questione della sicurezza "nazionale".

Il secondo capitolo è di Rothbard, ed è dedicato alla teoria libertaria della guerra: purtroppo è soltanto un capitolo di teoria morale, cioè di wishful thinking, e non di teoria nel senso positivo del termine. Spiega come i libertari vorrebbero il mondo fosse, non spiega com'è, e neanche come renderlo come lo si vorrebbe. Il problema non è tanto la natura normativa (meglio sapere dove si vuole andare il prima possibile), il problema è che all'autore non passa neanche per la testa testare la realizzabilità delle sue idee in materia. C'è da dire non può esistere una politica, estera o domestica, werfrei: ogni politica richiede giudizi di valore, e concetti come sovranità, legittimità, interesse sono concetti normativi. Questo non significa che ogni teoria normativa è compatibile con la realtà: un libro del genere dovrebbe preoccuparsi di questa domanda.

Il terzo capitolo, di Erik von Kuenhelt-Leddihn, è un esempio di propaganda politica in stile XX secolo. Alcuni spunti sono interessanti e illuminanti, come il fatto che l'introduzione della coscrizione obbligatoria nella Francia rivoluzionaria abbia causato una reazione a catena di armamenti e coscrizioni di massa che hanno potenziato lo stato, fino a renderlo totalitario (i lettori questo blog hanno letto questo insight infinite volte: è un paradosso del prigioniero), e indebolito, anzi ucciso, la libertà. Ma il testo è fondamentalmente risibile. E' manicheo: idolatra le monarchie (cristiane) e demonizza le democrazie (progressiste); ed è patetico: vorrebbe un'Europa governata da Re Cristiani, e dimostra di conoscere, probabilmente a memoria, la genealogia di tutte le case regnanti d'Europa sin da Carlo Magno e Maometto (che grande notizia scoprire che tutti i regnanti d'Europa discendono da Maometto!).

Il quarto capitolo, di Lemmenicier, applica la teoria dei giochi alla proliferazione nucleare, e fortunatamente riesce ad essere sufficientemente poco sofisticato da risultare banale. L'alternativa era risultare assurdo, quindi non c'è problema (questa è la grande opinione che ho "im"-maturato della teoria dei giochi: assurda o banale, tertium non datur). Prima o poi scoprirò un'applicazione della teoria dei giochi che non cade in una delle due precedenti categorie. Comunque, il risultato è che più paesi armati nuclearmente ci sono meglio è: l'autore dimentica di considerare la possibilità che un'arma nucleare sia in possesso di un'organizzazione non-territorializzata, e quindi fondamentalmente non dissuadibile tramite minaccia di Mutually Assured Destruction.

Il quinto, di Radnitsky, si occupa della natura, pacifica o guerrafondaia, della democrazia, con ottimi insight di teoria politica sul processo democratico, ispirati ad Antony de Jasay. La critica della teoria della pace democratica è abbastanza convincente, anche se ritengo che ci sia qualcosa dietro la teoria (magari per motivi diversi da quanto si pensa in genere, ad esempio i problemi di legittimità interna possono spingere un dittatore a cercare una crisi geopolitica): in effetti è raro che le democrazie nel XX si siano combattute. Del resto per mobilitare la folla serve demonizzare l'avversario, e demonizzare una democrazia è difficile.

Il sesto capitolo è di Stromberg e riguarda le varie forme di organizzazione della difesa: mercenari, guerriglieri, eccetera. Il capitolo è breve e l'argomento è enorme, quindi è normale che si rimanga con l'idea che è tutto trattato in maniera troppo semplice. L'idea è che gli eserciti non servono, basta difendersi contro un invasore con un po' di minutemen. C'è anche scritto che la guerriglia "vince" senza aiuto esterno: questo purtroppo basta a lasciarmi assolutamente perplesso.

Il settimo è di Sechrest e riguarda la marina privata. Parla del privateering, dalle sue origini nel Medioevo, come modo per rifarsi da danni subiti in attacchi, attaccando navi con la stessa bandiera, fino al suo uso nella guerra di indipendenza americana e nel XIX secolo. L'articolo è molto interessante e spiega gli incentivi ad usare le tattiche o a rispettare determinate regole, i metodi di finanziamento, l'entità del fenomeno.

L'ottavo è di Hummel e riguarda il ruolo dell'ideologia nella guerra. Le idee giocano un ruolo fondamentale perchè sono la base della legittimità, che è il lubrificante che consente ad un assetto istituzionale di funzionare senza distruggere cinghie, alberi e motore. E' anche fondamentale per creare un'alternativa ad un determinato assetto di potere: chi infatti vuole cambiare le cose, anche in un modo che benefici tutti (tutti i rivoluzionari ne sono convinti, ma questo è un altro discorso), è frenato dal fatto che i benefici sono dispersi in tutta la società, e i costi solo sull'avanguardia rivoluzionaria. La soluzione a questo problema Hummel non la dà, ma ironicamente si potrebbe dire che l'avanguardia è ricompensata in genere con un potere ancora più assoluto e totalitario, nel periodo post-rivoluzionario. Ovviamente non è quello che intende Hummel: anche a fare del bene si incorre nello stesso problema, e una rivoluzione liberale non potrebbe convincere "l'avanguardia" promettendo il potere assoluto: sarebbe contraddittorio. Il capitolo conclude affermando che anche se non si potesse eliminare lo stato, molto si può comunque fare per limitarlo, e ha perfettamente ragione.

Il nono è di Block è di teoria economica: beni pubblici, esternalità. Le critiche di Block a questi concetti, un suo cavallo di battaglia, hanno senso e sono perfettamente corrette. Ad esempio, se è vero che John, beneficiando della difesa di Jack, non parteciperà alla difesa (l'esternalità crea una produzione insufficiente), lo stesso è vero per qualsiasi struttura territorialmente limitata, a meno che il territorio non coincida perfettamente con i limiti delle esternalità. Parla anche di una teoria assurda che afferma che gli stati sono come club volontari, teoria che, secondo la celebre frase di Schumpeter, prova quanto le scienze politiche siano lontane dalla mentalità scientifica. L'argomento è collegato coi market failure e quindi con l'intervento pubblico, in questo caso nel "mercato" della difesa.

Il decimo è di Hoppe e riguarda la produzione di difesa. Di fatto è la teoria standard delle assicurazioni intese come agenzie di difesa, sviluppata sulle linee di Molinari e i coniugi Tannehill. Analizza il concetto di assicurazione, i problemi di moral hazard, eccetera. L'argomento fornisce soltanto le fondamenta per affrontare i problemi di sicurezza, ma evidentemente è considerato dai libertari il tetto del sistema, perchè sono decenni anni che non ci sono passi avanti nell'analisi. E ci si lamenta della lunghezza delle opere pubbliche...

L'undicesimo e ultimo è di Huelsmann e riguarda la secessione. Huelsmann definisce la secessione in un modo così strano che qualsiasi secessione storicamente avvenuta non rientra nella sua definizione: si ha una secessione quando ci si allontana da un potere centrale per eliminare determinati legami egemonici e sostituirli con legami volontari. In realtà le secessioni sono un cambiamento del territorio sovrano, quindi sostituiscono in genere legami egemonici a legami egemonici. L'autore fa poi un'ottima difesa del gradualismo: i liberali usarono lo stato per combattere l'aristocrazia, e si ritrovarono in una società dove c'era un solo centro di potere rimasto, quindi potenzialmente totalitaria. La gatta frettolosa fa i gattini ciechi. Huelsmann conclude con un'analisi della guerriglia, quando supportata dalla popolazione e quindi "quasi invicibile", teoria che ha un punto debole (oltre al fatto che la maggior parte delle guerriglie sono state combattute per creare un sistema di potere ancora peggiore, come afferma lo stesso autore, o che spesso la popolazione civile è stata massacrata dai "guerriglieri", cosa che nel libro è invece trascurata): la guerriglia può forse impedire il controllo del territorio, ma quello che dovrebbe fare per servire veramente a qualcosa è creare un ordine sociale, che è tutto un altro problema. Che faccia casino non è sufficiente. L'articolo è deludente perchè ci sono ottimi ragionamenti da fare a favore della secessione, ma non ci sono: secondo la difesa migliore della secessione è che, rendendo volontaria la partecipazione alla politica, fa sì che, se si vuole cooperare, tutte le parti in causa debbano vincere: non è possibile fregare le minoranze puntando loro la pistola alla tempia, come in democrazia (in teoria: in pratica la maggioranza perde sempre rispetto alle elite organizzate).

Per concludere, ci sono tanti insight, tante idee provenienti da ogni branca delle scienze sociali, molta voglia di non fermarsi alla banalità. Quello che manca è la capacità di concettualizzare i problemi delle cosiddette Relazioni Internazionali ed arrivare ad una teoria credibile della Sicurezza. Senza questo il resto è inutile: buona economia, buona teoria politica, buona filosofia politica, e niente strategia e geopolitica. Per un libro sulla Difesa nazionale è un grosso problema. Io ho ordinato Aron, Peace and War. Non so se fornisce tali basi, ma chi leggerà, tra qualche mese, la mia futuribile recensione dell'opera vedrà...
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categoria:libri, politica internazionale, libertarismo
domenica, 08 giugno 2008
Ho trovato gli appunti che avevo preso su Naomi Klein man mano che leggevo il suo terzo libro. Ho recentemente scoperto di non avere tempo da perdere con libri e scrittori così mediocri, quindi ho lasciato perdere dopo meno di 100 pagine. Peccato per i soldi che c'ho buttato, ma qualche risata me la sono fatta. Siccome non ho letto tutto il libro, questa non è una recensione.

Sono abituato a leggere schifezze: dopo due libri di Arianna Editrice posso dirmi vaccinato. Ma libri come "La moneta libera" di Arianna Editrice hanno il pregio di essere brevi ed economici. Nessuna delle due qualità è invece posseduta dal terzo libro di Naomi Klein. Ero indeciso su quale comprare: il primo, "No Logo", tratta un argomento che non mi interessa; il secondo "Recinti e finestre", riguarda la mitologia di una repressione contro il movimento No Global che almeno in Italia non ho mai visto, se non forse in qualche eccesso della Polizia durante il G8 di Genova. Questo parla di economia: tema su cui è così facile scrivere idiozie che non potevo perdere l'opportunità di sottolinearle e riderci sopra.

Sin dall'introduzione si capisce che la Klein ha intenzione di usare tutti gli strumenti retorici e propagandistici possibili e immaginabili, per creare associazioni di idee infondate, illusioni di fondatezza documentale, e reazioni emotive e irriflesse, del tutto separate da ogni analisi critica dei problemi. Klein è maestra in tutto ciò, e probabilmente si limita a dare al lettore ciò che vuole.

La tesi di partenza è che il Neoliberismo, impersonato da Milton Friedman, cospira per imporre la sua agenda sfruttando le catastrofi, naturali e non, per realizzare rivoluzioni di mercato. Rivoluzioni dietro cui spesso la presenza dello stato è così evidente, come si evince anche leggendo il libro, che c'è da chiedersi se Klein conosca ciò di cui parla.

Una delle frasi, ovviamente estrapolate dal contesto, di Friedman citate è che i grandi cambiamenti in genere sono possibili quando c'è una grossa crisi, e che quando scoppia la crisi le soluzioni vanno cercato nel serbatoio di idee disponibili in quel momento. Friedman dice l'ovvio e ha perfettamente ragione: tutto sta nel riempire il serbatoio di buone idee, e possibilmente anche realizzarle prima che sia troppo tardi.

Per Klein questa è una cospirazione. Pazienza se Klein non nomina la nazionalizzazione post-bellica delle pensioni, o l'interventismo economico statale successivo alla Grande Depressione, tra gli esempi di agende politiche imposte in condizioni di grave crisi. Tutto ciò conferma la frase di Friedman, conferma i suoi timori che le cattive idee approfittino delle crisi per diventare realtà, e conferma l'importanza di avere buone idee nel cassetto. Se Klein avesse capacità critiche, onestà intellettuale, o meglio ancora entrambe, si sarebbe resa conto che le crisi vengono sfruttate per realizzare cambiamenti di tutti i tipi, non solo "Neoliberisti". Anzi... in genere sono cambiamenti in senso totalitario e interventista.

Ma tant'è: è un libro di propaganda, non un libro di analisi, quindi perchè stupirsene? Di che stupirsi se Klein scrive (stavo per scrivere "crede") che le torture in Iraq siano state enormemente maggiori di quelle di Pinochet? Di che stupirsi se liberalismo e neoconservatorismo vengono confusi, o se il Cato Institute è definito "neocon"? Pazienza se nel giro di due pagine si riesce a scrivere che il Neoliberismo è la nuova ortodossia e poi che le politiche adottate non assomigliano molto a quelle suggerite da Friedman. Pazienza se Hayek è definito il mentore di Friedman...

Evidentemente è un libro scritto per semi-alfabetizzati...

Ora, il problema non sono tanto le informazioni false, come il "Friedman consigliere di Pinochet", o le cose messe assieme senza alcun legame credibile, come la guerra alle Falklands e le liberalizzazioni della Thatcher, ma l'assoluta mancanza di argomenti. Addirittura Bush è considerato l'alfiere del Neoliberismo: pazienza se la sua riforma del Medicare costerà agli americani 1000 miliardi di dollari nella prossima decade; pazienza se la sua "ownership society" e il suo "compassionate capitalism" si sono rivelati soltanto slogan elettorali. L'importante è che la Halliburton sia privata: diamine! Allora anche le Coop sono neoliberiste, nonostante tutti gli aiuti di stato che hanno!

Non so se è un libro scritto da uno stupido o scritto per degli stupidi, o tutte e due le cose. So solo che è un manuale di propaganda di prima qualità. Credo che gli agenti della CIA di cui si parla spesso nel libro avranno molto da che imparare su come si pilota l'opinione pubblica e si creano miti.

Magari il resto del libro è migliore delle prime decine di pagine. Ma non c'è il minimo motivo per crederlo.
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categoria:libri, economia, liberalismo, teoria politica
martedì, 03 giugno 2008
Questo breve (100 pagine) libro dell'economia Jadish Bhagwati è molto interessante e ben scritto. E' diviso in tre capitoli: nel primo espone la teoria del commercio internazionale e confuta le più note critiche a questo (come la teoria della protezione dell'industria nascente), nel secondo analizza e critica il moralismo no global, fatto di ecologismi e di fair trade, anche se spesso nasconde semplicemente la ricerca di protezione (si pensi all'agricoltore francese Josè Bovè), nel terzo critica il proliferare di accordi bilaterali di libero commercio (PTA: preferred trade agreement) preferendo a questi approcci multilaterali che diano luogo a regole più semplici e uniformi, rendendo più difficile il protezionismo nascosto sotto le regolamentazioni, e riducendo il peso delle burocrazie.

L'introduzione contiene una tirata contro il '68 che dovrebbe far contento qualsiasi fan di Tremonti, e, sperabilmente, salvarlo dalle pessime argomentazioni del nostro futuro Ministro dell'Economia, che con gli slogan è un campione ma ha problemi ad argomentare le sue tesi. Il principale, se non unico, difetto del primo capitolo è che è eccessivamente basato, essendo Bhagwati un economista neoclassico, sull'economia del benessere.

La terza parte è quella più interessante: la critica del bilateralismo si basa su un semplice argomento i cui dettagli si possono trovare anche su Krugman e Obstfeld, International economics. Supponiamo di avere tre paesi, A, B e C. C produce farina a 100$ il quintale, e B la produce a 150$/q: se A e B formano un'unione doganale (come l'Unione Europea, il GATT, il Mercosur), e impongono verso C un dazio del 51% sulla farina, gli abitanti di A compreranno farina da B, a 150$, anzichè da C, a 151$, nonostante il costo di produrre in C sia di 100$. Questo genera una distorsione nell'allocazione di risorse che in alcuni casi può addirittura peggiorare la situazione rispetto ad una situazione precedente di dazi "tutti contro tutti".

Fermo restando che valutazioni di questo tipo mi sembrano in massima parte aleatorie, il ragionamento è corretto, in quanto tasse differenziali sono sicuramente distorsive nelle scelte di consumo e produzione.

Purtroppo i negoziati bilaterali hanno successo perchè garantiscono un maggior ruolo alle burocrazie e perchè consentono di nascondere il protezionismo nelle pieghe delle regolamentazioni, e Bhagwati fa una convincente difesa della politica di abolire unilateralmente i dazi e persuadere gli altri paesi a fare altrettanto.

Il libro è un interessante complemento al precedente "Elogio della globalizzazione", in cui Bhagwati, durante l'epopea del movimento no global, mostrava i benefici della globalizzazione e confutava le pseudo-teorie no global. In definitiva, si può dire che chi ha idee non ha potere (i liberoscambisti), chi ha potere non ha idee (e.g. Tremonti), e poi c'è chi non ha nè potere nè idee (e.g. Naomi Klein). Preferisco i terzi ai secondi perchè possono fare meno danni.
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categoria:libri, economia
sabato, 26 aprile 2008
Krugman è famoso per i suoi editoriali liberal sul New York Times, ma è anche un economista. Obstfeld non l'ho mai sentito nominare separatamente da questo libro. E' un libro è molto chiaro e illuminante, trattando tra l'altro un tema politicamente scottante come il commercio internazionale (cioè la "globalizzazione"). Il livello è undergraduate, cioè tutti possono capire ciò che leggono purchè conoscano le curve di domanda e di offerta e poco più (diciamo che basta un testo preliminare del livello di "Economics" di Samuelson e Nordhaus, il mio primo libro di economia... una perdita di tempo).

Come molti libri di economia internazionale, è diviso in due sezioni: economia non monetaria ed economia monetaria. Ogni sezione è divisa in due sottosezioni: teoria economica e politica economica. In questo modo il lettore si trova a studiare, argomento per argomento, la teoria del commercio, la politica commerciale, la teoria monetaria del commercio, e la politica monetaria internazionale.

Per capire il perchè il commercio internazionale fa bene a tutti è probabilmente preferibile "Contro il protezionismo" di Bhagwati, visto che sono solo 100 pagine (mentre il manuale di Krugman e Obstfeld supera le 700), ma per capire tutti i dettagli di base della teoria e della politica economica del commercio un manuale come questo è molto importante.

La prima parte, di teoria del commercio internazionale, espone la teoria del vantaggio comparato, la teoria dei fattori specifici e del commercio con più fattori di produzione, e la teoria del commercio internazionale in presenza di potere di mercato. Il risultato, come tutti sanno, è che il protezionismo fa male a tutti, ma purtroppo le pressioni di public choice sul governo fanno sì che l'interesse concentrato di pochi sia politicamente più importante dell'interesse diffuso di molti. Magari ci si può stupire, date le note idee politiche di Krugman, ma la sua difesa del commercio internazionale è quasi totale, cosa vera del resto anche per altri economisti neoclassici "di Sinistra" come Stiglitz. L'unica stranezza che ho notato è che per Krugman la politica è vittima dei gruppi di pressione, invece che l'unica raison d'etre di questi, ma si tratta di dettagli...

La seconda parte, di politica del commercio internazionale, parla degli strumenti e delle giustificazioni del protezionismo, criticandole pressochè tutte sia teoricamente che empiricamente. Parla inoltre degli accordi di commercio e di organizzazioni come il WTO.

La terza parte, di teoria monetaria internazionale, è molto elementare e un po' deludente: definisce i concetti di parità di potere d'acquisto e di parità scoperta e coperta dei tassi di interesse, e poi costruisce una teoria monetaria del commercio internazionale a partire dallo schema "keynesiano" del diagramma IS/LM. La cosa mi sembra del tutto inadeguata: un framework teorico in grado di interpretare gli eventi della globalizzazione fondamentalmente manca. Sinceramente non so nemmeno se sia un limite del manuale o un limite della teoria economica contemporanea.

La quarta parte, di politica monetaria internazionale, parte da un riassunto della storia dell'architettura monetaria internazionale negli ultimi 200 anni, dal gold standard alla fiat money, e di altri argomenti interessanti come l'integrazione monetaria (con una descrizione minimale della teoria delle aree monetarie ottime), le crisi finanziarie e le politiche commerciali dei paesi in via di sviluppo. In questa parte si vede la passione degli autori, non so chi dei due, per l'inflazione monetaria, vista come strumento per stimolare l'economia domestica, e si giustificano diverse forme di controllo del mercato dei capitali e del sistema bancario per combattere le crisi.

La mia opinione è che l'economia, negli ultimi venti anni, sia stata liberalizzata in moltissimi aspetti, tranne uno: la moneta. In questo modo si è sfruttata al massimo la capacità di "distruzione creatrice" del mercato, dopato dalla continua iniezione di credito, provocando una serie di effetti non voluti potenzialmente pericolosi, come instabilità finanziaria, squilibri macroeconomici, eccesso di debito.

Gli autori affermano che secondo la teoria del "second best" (economia del benessere) rimuovere una distorsione del mercato può non essere ottimale se ci sono altre distorsioni in gioco. In un certo senso potrebbe esser vero, se il socialismo monetario delle banche centrali continuerà a fare danni in tutto il mondo, e se l'unica risposta che troveranno i politici (certo non "riduciamo il nostro potere") sarà ridurre l'efficienza del sistema economico, e ovviamente anche aumentare la corruzione politica, attraverso regolamentazioni e controlli. Senza perder tempo con la welfare economics, Mises si limitava a scrivere, decenni fa: "Middle-of-the-road policies lead to socialism".
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categoria:libri, economia
domenica, 20 aprile 2008
Questo libro è molto interessante anche se non è il tipo di libro con cui mi sento particolarmente a mio agio: c'è troppa storia di mezzo e ho sempre l'impressione che la mia scarsa preparazione in maniera mi faccia sfuggire qualcosa.

Il libro parla del pensiero radicale francese, dal XVIII secolo fino alla congiura di Babeuf dopo la Rivoluzione Francese, e mostra come alcuni tratti di pensiero siano una costante in molti fenomeni politici di stampo integralista: i nomi che mi sono venuti in mente leggendo i vari capitoli del libro sono Popper, Mises, Hayek e soprattutto Glucksmann...

Innanzitutto: cosa si intende per "democrazia totalitaria"? Anche se ho comprato il libro pensando che si occupasse della democrazia così come è oggi (totalitarismo come stato onnipresente), in realtà il libro interpreta il termine "totalitario" come movimento che cerca il potere assoluto per imporre un cambiamento radicale delle istituzioni e realizzare una qualche sorta di Paradiso Terrestre.

Perchè "democrazia" non lo so: Talmon fa una distinzione tra le democrazie totalitarie come ad esempio l'URSS e le democrazie liberali come quelle occidentali, e i totalitarismi di Destra come la Germania Nazista. Mentre alla luce della definizione che dà di totalitarismo l'esclusione delle democrazie liberali è ovvia, la distinzione tra Nazismo e Comunismo non mi sembra significativa: per Talmon il secondo ha tendenze universalistiche e nasce comunque col mito della Volontà Generale (da Mably a Babeuf, molti radicali erano comunisti).

Prima di perdermi nelle divagazioni spendo due parole sulla struttura del libro: la prima parte parla delle premesse culturali e teoriche della Rivoluzione Francese, focalizzandosi su Rousseau e su altri autori meno noti come Morelly, Mably, Seyes; la seconda parte parla della Rivoluzione, focalizzandosi sul Giacobinismo, soprattutto Robespierre e Saint-Just; la terza parte parla del pensiero di Babeuf e della Congiura degli Eguali, un tentativo fallito di riportare in auge i valori egalitari e comunistici della Rivoluzione dopo la caduta del Giacobinismo.

Veniamo ai tratti fondamentali di questo tipo di movimenti.

* La volontà generale è sovrana, ma non è la volontà del popolo: il popolo è corrotto dal Feudalesimo e dalla proprietà privata e non sa giudicare, l'avanguardia deve guidare il popolo.

* La società è un insieme atomizzato di individui che si trovano di fronte al Potere come atomi, del tutto indifferenziati, senza distinzioni e strutture sociali come le classi, le professioni... questa visione è centralistica, atomizzante e totalitaria, in quanto nega che esista una struttura sociale, anzi, la distrugge alla radice. Da qui Talmon fa l'interessante commento che dall'individualismo iniziale al comunismo totale il passaggio non era enorme.

* Il costruttivismo: la società si può rifare da capo, anzi deve essere ricostruita da capo, in quanto corrotta, e ciò è possibile. Le soluzioni ai problemi sociali sono semplici, e se esistono problemi sociali è perchè il Potere corrotto non vuole risolverli, anzi li causa. Siccome la soluzione è semplice, la diversità di opinioni è inammissibile. Prendete nota: chi propone soluzioni semplici in politica è quasi sicuramente un idiota.

* Il manicheismo e il nefas integralista+: il mondo ha già raggiunto il grado massimo di corruzione e l'ingiustizia è insopportabile, quindi ogni strumento è giustificato per finire questo orrore.

* Il potere assoluto, necessario per creare una società completamente nuova da zero, ed eliminare tutti gli ostacoli sulla strada verso il Paradiso Terrestre.

* La necessità di una religione civile, perchè della religione bisogna prendere il potenziale di mobilitazione e il fideismo, ma bisogna sostituire Dio con qualcos'altro, con la "nazione", nel caso dei rivoluzionari francesi.

* Il Terrore, come strumento di rigenerazione sociale, come strumento per legare assieme i rivoluzionari (una sorta di solidarietà nel nefas, di cui parla anche Glucksmann). Un Terrore inizialmente "utilitaristico", tattico, e poi in realtà interminabile, visto che il fine, il Paradiso Terrestre, non arriva mai.

Viene da chiedersi cosa abbiano inventato Marx e Lenin che già non esisteva in precedenza...

Il libro non è facile da capire ma è illuminante. La mia opinione "istintiva" è che ciò che viene dalla Francia deve fare quasi necessariamente schifo... poi penso a Toqueville, a Bastiat, a Constant e mi modero... però... quelli si mangiano pure le rane!!! Che schifo...

+ Secondo Glucksmann, che riprende, pur ribaltandola, la tripartizione di Seneca della struttura della tragedia classica, il nefas (il terzo elemento della tragedia, quello educativo) diventa una sorta di nichilismo distruttivo in cui tutto è permesso. E' il grado finale dello sradicamento dalla realtà degli integralisti.
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categoria:libri, storia, filosofia, filosofia politica
domenica, 20 aprile 2008
Tremonti e Naomi Klein scrivono libri simili: il libero mercato è contro l'ambiente, fa aumentare i prezzi, il livello degli oceani (non è dato per certo, Tremonti almeno non è Al Gore), causa povertà... e ci vuole un politico che guidi la società contro il pensiero unico liberale, accettato senza condizioni sia a Destra che a Sinistra (nel mondo di Tremonti, che non è quello in cui viviamo noi altri)... Poi c'è però l'elogio della civiltà contadina e la ormai di moda critica del relativismo, con tanto di turisti che affollano le cattedrali al posto dei fedeli (Anch'io! Ho fatto migliaia di foto di chiese da quando ho la digitale!).

Mettere dei fatti assieme senza una teoria è un ottimo modo per trasformare la lettura svogliata dei giornali in una visione globale. Una visione purtroppo priva di fondamenti. E così, se il petrolio aumenta, e c'è la crisi subprime, il lettore viene esposto ad una tale sequela di associazioni di idee (l'alternativa a buon mercato del ragionamento) che potrebbe convincersi di aver capito qualcosa di profondo sugli eventi economici degli ultimi venti anni.

Pazienza se si dà la colpa della bassa natalità alla globalizzazione, o se la tecno-finanza sembra uscire fuori dal nulla (abbinata alla globalizzazione) senza che si percepisca anche solo un tenuo legame con la politica monetaria dei governi (che viene nominata, ma parrebbe abbiano un ruolo puramente reattivo e mai attivo rispetto alle crisi), del cui abuso Tremonti scrive entusiasticamente... fortuna che l'euro l'ha privato dello strumento. Tremonti, che due anni fa diceva che l'economia USA si era rimessa in moto dopo la crisi dell'e-economy come se niente fosse, si è reso conto che qualcosa in realtà non andava.

Tremonti è una collezione di contraddizioni: non solo perchè definisce l'euroburocrazia l'apice del libero mercato, ma anche perchè dice che il mercato ha bisogno di regole e contemporaneamente che l'UE ne fa troppe, o che abbiamo, a detta di Tremonti, uno stato sociale che funziona benissimo, ma non abbiamo una politica sociale. Le contraddizioni sono apparenti: in realtà Tremonti dice "il potere come lo si è usato finora fa schifo, ma io sono tutta un'altra cosa, fidatemi di me; se non vi fidate, siete dei mercatisti" (che non so cosa significa).

E poi, orrore su orrore, in un delirio costruttivista, propone una sfilza di politiche: politiche demografiche (come nella Cina comunista), politiche culturali (la Rivoluzione culturale?)... tutto controllato dalla classe politica illuminata dal suo "pensiero", ovviamente. Mi viene in mente, quando leggo che "per difendere i valori serve un potere politico", lo Stato Etico.

La spesa pubblica: non tagliarla, ma ridirigerla. Il potere: non ce n'è abbastanza (tanto "il popolo fa la legge", roba da Rousseau). Il protezionismo: no, ma ci vogliono i "social clause" sul libero commercio.

Le soluzioni che propone Tremonti? Valori, famiglia, identità, autorità, ordine, responsabilità, federalismo... non sono del tutto contrario a tutte, e sono favorevole ad affiancare lo stato con attività private (ma non finanziate dal settore pubblico). Ma è inutile discuterle: Tremonti è un politico interventista, che usa molta retorica per avere seguito, e la cui unica preoccupazione è che i politici come lui potrebbero perdere potere e controllo sulla società.

Avrei potuto fare una recensione in cui analizzo gli argomenti di Tremonti. Ma Tremonti non argomenta, non ragiona, non dimostra, non analizza. Tremonti afferma. E quello che afferma non ha il minimo fondamento. C'è chi dice che il sarcasmo è l'ultima risorsa di una mente povera: non ci credo, perchè il sarcasmo mi piace. Ma in questo libro non c'è nulla oltre al sarcasmo.
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categoria:libri
sabato, 19 aprile 2008
Questo è un libro da campagna elettorale (quella del 2006): di quelli che servono per dire all'elettore che passa in libreria (capita) che c'è qualcuno in Parlamento che sa leggere e scrivere, o per andare in TV nei dibattiti, o per finanziare la campagna elettorale (dubito che in Italia ci siano tanti lettori), e per elettrizzare l'elettorato. Un libro quindi destinato a vivere per un periodo di pochi mesi, per poi essere dimenticato, ed essere sostituito da un libro non dissimile (salvo sconquassi politici) alle elezioni successive.

Da un libro di questo tipo non ci si possono aspettare analisi, studi, teorie, ragionamenti, spiegazioni. Forse è per questo motivo che la maggior parte dei periodi ha un solo verbo e un paio di complementi. Ma il problema non è la forma, ma il contenuto, o più precisamente la sua mancanza.

Tremonti in circa 100 pagine riesce a dire che:

1. L'11 Settembre è stata la risposta dell'Islam alla globalizzazione forzata dai fondamentalisti neocolonialisti del libero mercato (pag. 10);

2. L'UE e gli USA finanziano la Cina (pag. 14), quando in realtà è la Cina che finanzia gli USA. E' sicuramente vero che l'alta domanda di importazioni USA incrementa la crescita cinese, ma l'algebra contabile del commercio internazionale non andrebbe dimenticata: X - M = S - I (il deficit commerciale, la differenza tra esportazioni X e importazioni M, è uguale alla differenza tra risparmi S e investimenti I).

3. Il passaggio dal free trade al rules based trade è un passo avanti (pag 15): Tremonti si accorse con ritardo che "fair trade" in inglese è il commercio equo e solidale e dovetta cambiare slogan. Non importa se 300 anni di teoria economica dicono il contrario... ma in un rules based trade Tremonti può avere un ruolo, nel free trade no.

4. Un miliardo di euro di export cinese è una cosa più grave di un miliardo di euro di export di altri paesi perchè nel primo caso ci sono molte più merci (pag. 20): pazienza se questo significa che il consumatore ottiene di più a meno, cosa che difficilmente è da considerare un peggioramento...

5. La spesa militare USA è uno dei driver dell'economia USA (pag. 25).

6. Il comunismo e il liberalismo sono la stessa cosa (pag. 29): come slogan è carino, peccato per le argomentazioni, che non ci sono.

7. Il consumismo è l'essenza del liberalismo (pag. 33): peccato che sia il risultato dello stato sociale e delle politiche monetarie inflazionistiche.

8. Il profitto è miope (pag. 34), sebbene sia calcolato sui valori capitalizzati e quindi sconta tutto il futuro prevedibile, a differenza della politica, di cui Tremonti è un lampante esempio, che difficilmente vede oltre l'orizzonte delle prossime elezioni. Infatti propone benefici temporanei e parziali (la protezione) al posto di benefici di lungo termine e generali (il libero mercato).

9. La burocratizzazione dell'Europa e l'antitrust sono l'essenza del liberalismo di libero mercato (pagg. 53, 60, 66). Questa è così ridicola che se non lo ripetesse diverse volte sembrerebbe un errore di stampa.

10. I lacci e lacciuoli che hanno frenato e in parte ancora frenano la crescita indiana, che tanto hanno contribuito alla perpetuazione della povertà più estrema, sono il positivo risultato  dell'influenza delle masse nella "straordinaria democrazia indiana" (pag. 75).

11. L'Italia era un concorrente temibile perchè aveva una moneta flessibile (pag. 91): ringraziamo l'UE se il governo italiano non ha più alcun ruolo nella politica monetaria.

E' forte la tentazione di ridurre il libro a queste pochezze: è giunta l'ora di vedere l'arrosto e non il fumo (negli occhi dei lettori). Il problema è che l'arrosto manca (e qui si capisce il perchè del tanto fumo). Purtroppo sarà Ministro...

Tremonti ha perfettamente ragione quando dice che i lacci e i lacciuoli legislativi, sindacali e regolamentativi dei governi europei e dell'Unione Europea danneggiano il nostro benessere. Ma è troppo impegnato a convincere i suoi lettori a diventare suoi elettori per arrivare all'ovvia conclusione che... i nostri politici, tra i quali Tremonti, sono il principale problema.

Ci sono tre tipi di libri stupidi: quelli scritti dagli stupidi, quelli scritti per gli stupidi e quelli scritti dagli stupidi e per gli stupidi. L'autore di questo stupido non lo è, quindi questo libro appartiene alla seconda categoria. Questa è forse l'unica differenza rilevante rispetto ai libri di Naomi Klein.
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categoria:libri, economia, liberalismo