mercoledì, 11 novembre 2009
Chiunque voglia informarsi sul tizio che mi presta il volto, Murray Newton Rothbard, non ha che andare sul sitotitolo. del più grande esperto italiano in materia, il prof. Vernaglione, autore di due libri sul libertarismo (Libertarismo e Paleolibertarismo, Rubbettino Ed.), dove si può trovare di tutto, in inglese o in italiano. L'ultima novità è la traduzione in italiano del saggio di cui al
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categoria:libertarismo
martedì, 13 ottobre 2009
Ho scritto una mail, occasionalmente è sgrammaticata ma non mi va di rileggerla una terza volta.

The common good is a formal concept, because it is defined in terms of what it should engender (a peaceful and efficient commonwealth) but not in terms of how to reach that goal: appeal to the common good are thus similar to appeal to natural law, as no one knows what is a natural law or a natural right but everyone thinks it is great to use the term. From a rethorical point of view it is obviously an advantage to be in favor of the common good because the alternative is to be against the common good or in favor of a common evil.

Jokes apart, the idea of common good has no substantive content as we normally have blurry ideas about it. First of all, there is a logically insurmountable problem in defining what is good, as there are no sources of value judgements but individual subjective preferences. Is it good to make everybody equal from a material point of view; is it bad to kill all redheads? There is no rational reason to know. Even though we knew what is good, we may not have the cognitive skills or the information required to know how to reach it. This is particularly true in a complex society, as it is a novelty in human history, and our instincts are not used to living in it, our main moral systems have evolved when there was nothing of comparable complexity, and our reason and our knowledge are extremely limited in their capacity of understanding the details of the outside world. This is typically austrian problem: if the world has "complexity reducing institutions", such as prices or customs or ideologies, that enable us to live in society even if we don't understand society, and if these institutions are necessary to make a complex world possible, otherwise society would be limited by our cognitive skills and thus it couldn't be based on more than a handful of interacting individuals, then we cannot know the details we need to decide what the common good is.

The common good is an abstract concept which reminds us that living in society is beneficial, and so we can't do without such an idea (Jouvenel), as the natural consequence of saying that no common good exists would be to suggest that social interaction is harmful for individual human beings, and this would be as catastrophic as the ideologies of conflict in modern thought: conflicts of classes, conflicts of races, conflicts of nations, conflicts of civilizations. All these ideologies tend to deny that society works because it is better for almost everybody to live in society than to live alone.

Lacking a precise substantive content, however, the idea is at risk of being exploited for propagandistic reasons, and in fact more often than not the common good is considered synonim of collective choice, democratic choice, political choice. Gemeinnutz geht vor Eigennutz, said the German nationalists, and our modern political thought is based on the dogma that collective choices are the natural place to determine the common good. This is absolutely unliberal, unlibertarian, totalitarian and authoritarian. Locke didn't have this in mind when he considered politics to be a limited chartered social body necessary to circumvent a limited number of problems inherent in the theoretical anarchist natural state of the world, whereas on the contrary Rousseau, the father of totalitarian thought, thought that there was no such a thing as a society without an omnipotent political assembly imposing order on it. This is the conceptual mistake at the root of the whole contemporary western ideology: that society is possible only because a political assembly declares its existence. Governments are no more entitled to fill the concept of common good with content than any individual human being, as it is at least theoretically possible, and I believe it is true, that common good requires more or less strict limitations on political power.
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categoria:liberalismo, libertarismo, filosofia politica
giovedì, 08 ottobre 2009
Un amico mi ha chiesto come si fa a convincere la gente a capire che la maggior parte delle politiche danneggia la maggior parte della popolazione. Gli ho detto che è impossibile, perché i governati sono razionalmente ebeti e i governanti governano nel loro interesse. Questo post spiega la mia visione delle democrazie totalitarie viventi e delle (pessime) prospettive del liberalismo.

La libertà è un bene pubblico: i benefici del combattere per la libertà sono pubblici mentre i costi sono privati, e quindi ci sarà necessariamente un'insufficiente offerta di liberali.

L'informazione politica è un bene pubblico: l'elettore informato beneficia gli altri tanto quanto sé stesso, quindi ci sarà un'insufficiente domanda (e dunque offerta) di informazione sui temi politici.

La ragionevolezza politica è un bene pubblico: l'elettore ragionevole beneficia gli altri tanto quanto sé stesso, quindi ci sarà un'epidemia di credenze false e irrazionali tra gli elettori.

La politica è troppo complessa: l'ignoranza e l'irrazionalità razionali sono rese più gravi dall'enorme numero di temi di cui si occupa la politica nelle nostre società iperpoliticizzate (totalitarie in senso lato), dove nessuno anche volendo è in grado di giudicare l'insieme delle politiche.

Qualsiasi sistema politico di tipo democratico offre margini di manovra libera notevoli ai politici: siccome gli elettori sono disinformati e irragionevoli, non possono controllare i propri sedicenti rappresentanti.

I margini di manovra dei politici possono prendere la forma di investimenti in credenze irrazionali: in media, cioè, i politici cercheranno di inculcare credenze favorevoli al mantenimento e all'estensione del proprio potere.

I margini di manovra dei politici e l'ignoranza e l'irrazionalità dei governanti genera necessariamente due classi: chi prende decisioni e chi le subisce, l'elite e il popolo, chi trae vantaggio dalla politica e chi ne subisce le conseguenze senza capire e senza saperlo.

Ne risulta che la politica socialdemocratica è stabile nel breve e nel medio periodo: ciò è nell'interesse dell'elite, mentre il popolo è razionalmente ebete.

Ne risulta anche che la politica socialdemocratica tende naturalmente ad espandersi e a rafforzarsi: ciò è nell'interesse dell'elite, mentre opporsi a questo processo richiede investimenti in "liberalismo" che sono un bene pubblico.

L'unico modo per privatizzare i benefici della lotta politica è arrivare al potere: in sostanza, si combatte non per difendersi dal potere, ma per poterlo ottenere.

La rivoluzione paga solo i rivoluzionari: i rivoluzionari saranno quasi sempre almeno altrettanto sociopatici o comunque totalitari dell'elite precedente.

La democrazia tende a creare problemi a costi diffusi: più i costi sono socializzati e meno incentivi privati ad opporsi ci sono.

La democrazia tende a creare problemi di lungo termine: posticipare il redde rationem è sempre preferito all'affrontare il problema perché l'orizzonte temporale dei politici è basso.

I problemi a costi diffusi e di lungo termine sono difficili da affrontare e si aggravano nel tempo: inflazione, crisi finanziarie, disoccupazione, parassitismo, lobbyismo, sistemi pensionistici non sostenibili, danni alla crescita economica, consumo di capitale e caos legislativo sono esempi abbastanza universali dei problemi creati dalle democrazie.

Le politiche a benefici diffusi tendono a generare pressioni lobbystiche: la democrazia tende a generare spontaneamente parassitismo e a degenerare naturalmente in una società di mendicanti che di mestiere fanno gli elettori, o i mediatori di voti.

Nel lungo termine il potere non paga: creando problemi difficilmente rintracciabili e di lungo termine, tenderà a causare disastri e a minare le proprie stesse fondamenta.

Ogni tanto succede che la classe politica si riforma: finge di essere liberale per salvare le propri prospettive di lungo termine, ma tendenzialmente questo avviene in maniera insufficiente, o nascondendo i problemi nel lungo termine (Neoliberalismo e Reaganismo).

Siccome la politica tende ad evitare costi privati, alcune garanzie giuridiche sono stabili: nessuno vuole essere torturato e si opporrebbe se ciò avvenisse, purtroppo esistono infiniti altri metodi per sfruttarlo a beneficio dell'elite.

Il mercato sopravvive solo perché è efficiente, e quindi consente all'elite di massimizzare la base imponibile e di mantenere intatti o rafforzare i rapporti di forze con gli altri stati.

Il liberalismo è morto, con l'esclusione di alcune garanzie giuridiche, alcune tecniche costituzionali e un certo margine di libertà economica.

Nessuno ha interesse a combattere per la libertà, e gli unici che hanno interesse a fare opposizione lo fanno per raggiungere il potere e poter sfruttare le masse.

Il liberalismo è fondamentale perché la socialdemocrazia crea problemi esiziali nel lungo termine, ma nessuno se ne accorgerà prima che sarà troppo tardi.

L'interesse dell'elite a conservare lo status quo può posticipare il redde rationem e moderare lo sfruttamento delle masse e ridurre l'inefficienza della politica.

In ogni società, ci sarà almeno tanta libertà quanta è nell'interesse dell'elite al potere.

In una società liberale, ci sarà più libertà perché il popolo si oppone al potere: allo stato attuale nessuno lo fa, o quasi.

Non esiste nessuna soluzione politica ai problemi politici, perché gli elettori razionalmente non se ne preoccupano, o chiedono semplicemente prebende, mentre le soluzioni politiche passano nelle mani dell'elite e quindi sono nel loro interesse.

La democrazia e la libertà sono nemiche naturali: la prima tende a far considerare la seconda inutile, la seconda deve opporsi alle tendenze totalitarie della prima.

La democrazia ha vinto, il liberalismo è morto, e almeno nel breve-medio termine l'equilibrio politico socialdemocratico attuale è stabile.
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categoria:liberalismo, libertarismo, teoria politica
mercoledì, 09 settembre 2009
Quando un bene o servizio è dichiarato diritto positivo, il mercato è automaticamente impossibilitato a fornirlo, se non per il tramite delle istituzioni politiche (appalti, monopoli, charter, finanziamenti pubblici...). In sostanza, è possibile fornire un diritto positivo solo tramite il socialismo (produzione statale) o il "capitalismo di stato", che non assomiglia molto al capitalismo e tecnicamente non è di stato, ma è certamente più di stato che capitalismo.

La ragione è semplice: se qualcosa è un diritto positivo, allora deve essere gratis, perché deve essere fornito indipendentemente dalla capacità dell'individuo di pagarla. Questo significa che occorra curare, sfamare, educare e/o difendere (esempi di diritti positiv) anche chi non vuole o non può lavorare, e quindi non potrebbe pagarsi neanche il pane e l'acqua. Questo esempio è volutamente esagerato perché in realtà è raro che ciò accada, se non altro perché il capitalismo ha prodotto ricchezza per praticamente tutti.

Se una merce è gratuita, non è possibile produrla sul mercato, perché i costi di produzione, necessariamente maggiori di zero (altrimenti la merce non sarebbe scarsa, e sarebbe inutile sia produrla che garantirla come diritto), non possono essere coperti dalla vendita della merce. Il risultato è un'atrofia del mercato: nel dominio del diritto positivo non vi può essere scambio, produzione e consumo come su un normale libero mercato.

E' quindi necessario trovare metodi alternativi di produzione, che possono andare dalla nazionalizzazione completa della produzione al sovvenzionamento dei produttori a spese dei contribuenti. Entrambe le soluzioni si prestano a notevoli inefficienze, e tendono a portare corruzione. Inoltre, per come funziona la politica, è normale che questi meccanismi andranno quasi sempre a favore delle lobby organizzate e non della popolazione, che quindi pagherà moltissimo (in termini di tasse, ma anche di mancata crescita e ricchezza non prodotta) per i beni che a livello individuale sembrano gratuiti.

Siccome si tende a considerare diritto positivo qualsiasi merce importante, dall'abitazione alle cure mediche, si arriva al risultato assurdo secondo cui il mercato è impossibilitato a funzionare proprio per quanto riguarda la produzione di merci importanti: così per i videogame e i gioielli ci sarà un'efficiente struttura produttiva, mentre per le produzioni agricole o l'estrazione di petrolio invece ci saranno sprechi enormi*. Più l'estensione dei diritti positivi aumenta, quindi, peggio sarà per il mercato, e maggiore sarà il potere del settore pubblico, cioè della classe politica, sul resto della società. La società nel suo complesso, normalmente, ci perde, perché la politica produrrà beni e servizi peggio del mercato, salvo nei rari casi di gravi fallimenti del mercato (semplici fallimenti del mercato non sono sufficienti, perché mai riuscirebbero a compensare gli enormi tipici fallimenti della politica).

Come se non bastasse, la gratuità (fittizia, ma pur sempre rilevante ai margini) delle merci in questione genererà un aumento scriteriato della domanda, e quindi tutti cercheranno di accaparrarsi beni e servizi perché tanto saranno pagati da tutti indiscriminatamente. Il risultato sarà un uso scriteriato di risorse scarse, che è un'altra forma di inefficienza. Tutto sommato, perché contenersi se tanto a pagare saremo tutti? E' una tragedia dei beni comuni, come quando al ristorante si paga alla romana e, siccome su N commensali ognuno contribuisce solo 1/N al conto totale, tutti ordinano i piatti più costosi, anche se in condizioni normali non li sceglierebbero.

Se poi la cosa va avanti, e invece di interessare due o tre mercati interessa mille mercati, allora avremo la sparizione del sistema dei prezzi (o di un sistema dei prezzi significativo, il che è la stessa cosa) necessario alla produzione di questi beni e servizi, e a questo punto anche solo avvicinarsi ad un anno-luce dall'efficienza produttiva sarà impossibile.

* Un canadese ebbe i calcoli e dovette aspettare sei mesi (con i calcoli!) per essere operato da un medico nel settore pubblico; dopo un po' di tempo il suo cavallo ebbe i calcoli e fu operato dal veterinario privato dopo tre giorni. Non so se la storia è vera, ma è una conseguenza molto probabile.
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categoria:liberalismo, libertarismo, teoria politica
martedì, 08 settembre 2009
A volte, soprattutto su temi come le relazioni internazionali, le posizioni libertarie mi fanno un po' sorridere. Eppure se si lasciasse completamente perdere il messianismo e l'utopismo da quattro soldi e se ci si focalizzasse sul realismo, si scoprirebbe che il libertarismo è un prisma per vedere la realtà dei processi politici, e in quanto tale ha molto in comune con l'elitismo, ad esempio. Ad esempio, questo bell'articolo di Andrea Gilli su Epistemes recita:

Dalla notizia, l’unica conclusione che riusciamo a trarre è quella che la filosofia libertaria ha più volte sottolineato. La politica è potere, il potere corrompe. Per sconfiggere corruzione, guerra e malefatte varie della politica, la soluzione non si trova in una moralizzazione forzata della politica (la famosa “questione morale”), né tanto meno in altre soluzioni più o meno estemporanee (dal divieto di avere parenti in politica, al limite di due mandati nel Parlamento, etc.). Piuttosto, se dove c’è politica c’è corruzione, la soluzione si trova nel ridurre al minimo lo spazio della politica nell’arena sociale.

Riporto il mio commento:

Concordo pienamente, anche se non credo all’autolimitazione della politica. Il body politics deve trovare modi per limitare il potere dei governanti o dire addio alla propria libertà (tranne quando, come una certa dose di libertà economica, è utile anche ai potenti, che hanno ad esempio una maggiore base imponibile). Purtroppo è così economico sbattere i piedi per terra e chiedere prebende che nessuno si mette a combattere per la libertà. Il risultato è che la classe politica trae una rendita di posizione enorme, a danno del resto della società che non sa difendersi. Di tutti i meccanismi inventati dai liberali (Panebianco ne fa una lista in un suo libro: diritto comune, costituzioni, libero mercato, centri di potere indipendenti, federalismo…), nessuno è sufficiente, molti sono necessari, ma al momento non ce n’è uno che sia in grado di riportare la libertà al centro dell’arena politica. Questo perché l’unico meccanismo di limitazione del potere che ovviamente non può funzionare – la democrazia – e che normalmente ha l’effetto contrario, è anche l’unico su cui ci si basa. Bossi, in fin dei conti, è la politica nella sua forma meno ipocrita, e non mi stupirei se il “volgo” si offendesse per questo: meglio essere derubati con destrezza che con questi mezzucci. Ma in Italia dubito che qualcuno si stupisca di qualcosa. :-)
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categoria:libertarismo
martedì, 08 settembre 2009
Si parla (negli USA) di cure sanitarie universali e capita ogni tanto che qualche liberale ci caschi. In realtà, i diritti positivi* c'entrano col liberalismo tanto quanto la libertà di espressione c'entra con lo stalinismo: sono due cose che non si possono combinare, e al massimo si può pensare ad un compromesso, una sorta di normalizzazione dei rapporti tra due mondi incompatibili.

Definisco diritto positivo un qualsiasi diritto sugli altri, che li obblighi a fare qualcosa, cioè qualsiasi obbligo che gli altri hanno nei nostri confronti di usare i loro mezzi nel modo che vogliamo. Ad esempio, il diritto positivo al cibo può significare costringere il contadino a sfamare un mendicante, il diritto positivo alle cure mediche può significare l'obbligo del medico a lavorare, il diritto positivo alla sicurezza può significare il diritto di ordinare ad un soldato di difenderci. D'altra parte, un diritto negativo è semplicemente il diritto di essere lasciato in pace, e non chiede agli altri più di astenersi da determinate azioni: il diritto negativo alla vita vieta l'omicidio, il diritto negativo alla proprietà vieta il furto, eccetera.

Ci sono tante definizioni di liberalismo e quelle che sono andate per la maggiore nel XX secolo avevano poco a che fare con quelle precedenti. Il libertarismo contemporaneo, d'altra parte, ha eliminato (a costo di una certa naivete, spesso) alcune contraddizioni del liberalismo classico e a parer mio può esser visto come uno sviluppo coerente di quei principi.

Secondo Locke, il cui liberalismo può essere considerato uno dei più puri, gli individui hanno diritti e le istituzioni statali hanno il solo scopo di difenderli. La contraddizione è abbastanza evidente: per difendere un diritto (anzi, tutti i diritti) occorre violarne alcuni, in quanto la sicurezza diventa un diritto positivo, cioè una fonte di servitù. In questo modo, il proprietario può essere tassato (cioè derubato) per finanziare la difesa dai nemici esterni ed interni (tranne che dal proprio governo, stranamente), e può addirittura essere coscritto (cioè rapito e ridotto in schiavitù) per contribuire agli sforzi bellici. Che sia possibile o meno eliminare del tutto i diritti positivi, rimane il fatto che ogni diritto positivo viola il principio secondo cui "ogni essere umano ha il diritto di fare ciò che vuole con ciò che ha".

L'estensione dei diritti positivi nell'ultimo secolo è stata enorme, così come del resto l'estensione del potere della classe politica. Nei prossimi due post analizzerò le conseguenze economiche del dichiarare un diritto positivo, e successivamente le conseguenze politiche.

* In italiano "diritto positivo" ha un altro significato, legato all'ideologia giuspositivista che va per la maggiore. Per cercare la definizione di diritto positivo che mi interessa occorre andare su Wikipedia in inglese (positive right) e non in quella in italiano.
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categoria:liberalismo, libertarismo, filosofia politica
venerdì, 12 giugno 2009
Chiara Lalli su Giornalettismo tocca un tema vagamente scabroso, uno di quei temi che se uno venisse da me a dire "hai visto che legge orribile stanno discutendo in Parlamento?" io per esprimere tutto il mio disappunto e soprattutto tutto il mio interesse per la questione risponderei "che tempo fa a Newfoundland?". La questione è: gay e lesbiche possono adottare bambini?

Due anni fa ne discussi sul blog di Jinzo e venne fuori che ero l'unico a difendere l'idea che fondamentalmente è meglio una famiglia male assortita (un solo genitore o due genitori dello stesso sesso) che un orfanotrofio. Lascerei volentieri al tutore del bambino (il direttore dell'orfanotrofio) la scelta, dato lo stato attuale delle mie (non informate) opinioni.

Come in tutti gli approcci a problemi etici cerco di dividere la questione in vari "livelli" via via più estremi.
  1. Alcune argomentazioni contro l'adozione da parte dei single valgono anche per quelle da parte degli omosessuali: se c'è bisogno di due ruoli ben definiti per far crescere il pupo, è più probabile che vengano fuori da una coppia eterosessuale e stabile che non da coppie che non hanno queste due caratteristiche. Trovo l'idea moderatamente convincente. In ogni caso, che questo cattivo assortimento sia o meno rilevante per l'educazione del pupo è una questione più o meno di fatto e non so nulla in proposito.
  2. Esiste almeno un argomento che vale contro l'adozione da parte di un single e non per una coppia omosessuale: il tempo libero per accudire il pargolo. Questo è anche un ottimo argomento a favore della poligamia, e lo lascerei stare.
  3. La vera scelta non è tra una famiglia bene assortita e una famiglia male assortita, ma tra orfanotrofio e famiglia: immagino che molti casi diventerebbero più semplici se si confrontassero le opzioni reali e non quelle immaginarie.
  4. Se gli omosessuali non possono crescere figli, che farne dei figli di una lesbica? Li si dà in adozione, o si arriva alla conclusione che il figlio "è" di chi lo "fa"? Il caso è leggermente diverso, però se si crede che una famiglia male assortita non possa crescere un figlio, perché non fare qualcosa anche per questa immane tragedia delle lesbiche che si fanno mettere incinte da uomini di mezz'età pelosi e sovrappeso*?
In definitiva, penso che l'unico modo per avvicinarsi ad una risposta è vedere un po' i dati sulle conseguenze del crescere in famiglie male assortite+. Se ci fosse una maggiore incidenza, chessò, di alcolismo, abusi, suicidi, depressione... probabilmente il gioco non vale la candela. Se non si trova nulla, why not? Io sono favorevole a dare un punteggio alle potenziali famiglie: (1) la famiglia è stabile?; (2) sono stati commessi dei reati?; (3) è in grado di assicurare mezzi di sussistenza?; (4) è in grado di dedicare tempo libero?; (5) hanno intenzioni serie? In linea di massima, queste mi sembrano le domande importanti; eventuali domande extra possono essere concepite, ma bisogna chiedersi se veramente sono fattori rilevanti, e ciò è una questione di fatto^.

In definitiva, non ho un'opinione a riguardo:non vedo particolari motivi per pendere da una parte o l'altra in base alle mie conoscenze attuali.

Istintivamente tendo a dar credito alle argomentazioni di tipo hayekiano-ingegneristiche contro "l'innovazione etica": ingegneristiche in base al principio "if it works, don' try to fix it", hayekiane perché la principale argomentazione che mi viene in mente contro questi "sperimenti" è che fondamentalmente spesso non conosciamo le conseguenze e invece di sperimentare sulla pelle altrui è meglio non fare nulla. Non mi sembra però che questo tipo di argomenti sia molto rilevante in questo caso.
* Il riferimento è ad un romanzo che ho letto: "I compagni del fuoco" di Ernesto Aloia.

+ E' evidente che sto scimmiottando il vocabolario del politicamente corretto?

^ In realtà la decisione finale è sempre necessariamente una questione di valore. Ma chiedersi se dei fattori sono rilevanti alla luce di determinati "desiderata" è una questione di fatto: un'analisi dell'incidenza dell'alcolismo in funzione dell'età della madre è un'analisi di fatto; che l'alcolismo sia o meno importante o se un 10% in più di incidenza sia o meno una cosa grave sono giudizi di valore.
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categoria:libertarismo
giovedì, 16 aprile 2009

Un giorno, mentre percorrevo un buio sentiero in un bosco, un gruppo di furfanti mi circondò per derubarmi: “questo sentiero è socialmente utile e devi pagare per la sua manutenzione", mi disse uno di loro, "ed essendo un luogo oscuro e preicoloso, devi pagare per la tua protezione”.

Io non credetti alle parole di quel furfante, che evidentemente aveva una passione per la filosofia politica, e quindi scappai via per non esser derubato.

Allora i furfanti circondarono un altro viandante, lo derubarono di tutto, togliendogli anche le mutande, e gli dissero: “Noi volevamo farti contribuire con un piccolo obolo alla tua sicurezza e alla manutenzione della strada. Ma un tizio prima di te è andato via senza pagare, e per colpa sua dobbiamo derubarti il doppio”.

Il giorno dopo incontrai, in un paese lì vicino, un tizio sporco e nudo che mendicava, gli detti un soldo, cominciammo a parlare, e gli raccontai della mia avventura del giorno precedente. Improvvisamente lui se la prese con me: "perché sei scappato dai furfanti? Per colpa tua mi hanno derubato di tutto!".

Quel derelitto non aveva il coraggio di prendersela con la banda di furfanti che lo aveva derubato, e per sublimare la propria vigliaccheria se la prendeva con me. Successivamente, sviluppata una forte Sindrome di Stoccolma, divenne un attivista contro chi fuggiva dai furfanti, "senza i quali", diceva, "non esisterebbero sentieri nei boschi e non ci sarebbe nessuno ad assicurare la sicurezza dei viandanti".

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categoria:libertarismo
martedì, 07 aprile 2009
Questo libro pare interessante. Peter Leeson è un economista della GMU, un austriaco, e il libro è su cosa la teoria economica ha da dire sulla pirateria, non tanto sul bende e uncini, quanto sullo sviluppo di sistemi di regole sociali in assenza di monopolio della forza: l'ordine del diritto non è roba da gentiluomini. :-)

Senza averlo letto, né ancora ordinato, e senza aver letto granché di Leeson (anche se ho vari paper che mi aspettano), le mie aspettative a priori (eufemismo per pregiudizi) sono: tanti insight teorici interessanti, e qualche forzatura o semplificazione storica.

Non so se posso farlo, però copio l'incipit del paper di Leeson sull'anarchia tra pirati, comparso sul Journal of Political Economy:

This article investigates the internal governance institutions of violent
criminal enterprise by examining the law, economics, and organization
of pirates. To effectively organize their banditry, pirates required
mechanisms to prevent internal predation, minimize crew conflict,
and maximize piratical profit. Pirates devised two institutions for this
purpose. First, I analyze the system of piratical checks and balances
crews used to constrain captain predation. Second, I examine how
pirates used democratic constitutions to minimize conflict and create
piratical law and order. Pirate governance created sufficient order and
cooperation to make pirates one of the most sophisticated and successful
criminal organizations in history.

Immagino che il libro sia un'estensione dell'articolo.
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categoria:libertarismo, teoria politica, economia austriaca
sabato, 28 marzo 2009
Oggi riassumo tutta la storia umana.

Supponiamo che due organizzazioni, la mafia e lo stato, possano ottenere un reddito a spese di una certa società tramite l'uso di coercizione.

Supponiamo che l'uso della coercizione distrugga ricchezza, cioè danneggi l'economia della società oggetto di sfruttamento da parte dell'organizzazione in questione.

Sto ipotizzando, e non dimostrando, che non esistano beni per la cui produzione la mafia o lo stato siano necessari, come ad esempio la sicurezza da altre mafie/stati o dalla microcriminalità.

Questa ipotesi permette di distinguere uno stato in forma pura come monopolista dell'uso della forza, uno stato "impuro" come entità dominante ma che divide il potere con almeno un'altra organizzazione (la mafia), e una situazione di anarchia come lotta tra mafie che vogliono diventare stato.

Nel modello non c'è spazio per uno stato o una mafia buoni o per un'anarchia ordinata, per semplicità. L'ultima eventualità è comunque trattata implicitamente.

Considererò la tassazione come l'unica fonte di reddito dello stato o della mafia, per semplicità.

SCENARIO #1

Supponiamo che esista un monopolista dello sfruttamento, lo stato, e che il suo potere sia stabile.

In questo caso lo Stato ha un punto di ottimo nel massimizzare il valore atteso della propria rendita da sfruttamento futura, cioè la somma attualizzata del massimo che riesce ad estrarre dalla società che sfrutta. L'ottimo dipende dalle preferenze temporali di chi ha potere, dal livello di tassazione che riesce ad imporre, e dalla dannosità della tassazione per quanto riguarda la ricchezza della società sottostante.

Tasse troppo basse lasciano alla società risorse non sfruttate adeguatamente dallo stato, e tasse troppo elevate distruggono la società e quindi impediscono allo stato di sfruttare adeguatamente la rendita nel lungo termine.

Quello che si ottiene è un regime ottimale di sfruttamento, che non danneggia troppo il futuro e non lascia troppa libertà nel presente: il punto di ottimo verrà chiamato "ottimo lafferiano" per l'ovvia similitudine con la curva di Laffer.

Da ciò si deduce che lo stato, anche in situazioni ottimali, sarà liberale controvoglia: accetterà la libertà solo perché aiuta la crescita e quindi aumenta la base imponibile. Siccome il liberalismo funziona, cioè, ci sarà sempre quel minimo di libertà che serve per ottenere il massimo della rendita da sfruttamento.

E' possibile rendere questo risultato ancora più ottimale per la società vincolando lo stato, come vogliono fare i liberali (con scarso successo).

SCENARIO #2

Supponiamo che esista un monopolista dello sfruttamento ma che il suo potere sia instabile.

In questo caso l'ottimo lafferiano non verrà raggiunto, perché il rischio di perdere il potere riduce l'orizzonte temporale dello stato, e quindi fa sì che le rendite future abbiano minore valore attuale. Il risultato è che lo stato concentrerà l'attenzione al breve termine, trascurando le rendite future, e quindi si avrà un livello di sfruttamento sovraottimale, che danneggerà la crescita di lungo termine per garantire il massimo del reddito da sfruttamento nel breve termine. Si noti che la miopia può indurre politiche inefficientemente illiberali, come fatto notare da Hoppe in "Democrazia: il dio che ha fallito".

Una società nello scenario #2 sarà più povera e meno libera di una società nello scenario #1.

SCENARIO #3

Supponiamo che esista un duopolio (o una concorrenza) di sfruttatori.

Se non esiste un regime statuale, ma si hanno almeno due organizzazioni mafiose che cercano di sfruttare il territorio, abbiamo lo stesso risultato dello scenario #2, in quanto non si tenderà a dare importanza a sufficienza alle rendite da sfruttamento future.

Si ha inoltre un paradosso del prigioniero: ogni singola mafia ha infatti incentivo a sfruttare la società che tiranneggia, ma paga soltanto una parte delle conseguenze dello sfruttamento, di conseguenza ci sarà una sovraproduzione di sfruttamento mafioso che danneggerà la crescita ulteriormente. Una mafia che si astiene dall'esagerare con la coercizione perderà rendita, ma subirà comunque i danni delle altre mafie, e l'equilibrio finale è un failed state.

Il risultato sarà un eccesso di coercizione e di povertà rispetto all'ottimo lafferiano, anche peggiore dello scenario #2.

Il risultato hobbesiano (un monopolista dell'uso della forza) è ottimale perché in questo scenario l'alternativa è il bellum omnium contra omnes. Un'alternativa ad entrambi è un insieme di regole: un ordine giuridico basato su determinati principi consuetudinari comunemente accettati. Questo sarebbe una situazione di anarchia - se l'uso della forza viene frazionato - o semplicemente uno stato liberale - se il monopolio della forza viene mantenuto. La libertà naviga tra la Scilla dell'ottimo lafferiano e la Cariddi della guerra tra mafie: più precisamente, la libertà è preferibile ad entrambe le alternative, è più simile alla seconda, ma la prima è migliore della seconda.

SCENARIO #4

Supponiamo che la regione in questione sia finanziata esternamente, ad esempio con donazioni per lo sviluppo.

Questo caso ha molta rilevanza per l'economia del Meridione d'Italia e dei paesi africani che campano di donazioni dai paesi occidentali: la mafia che sfrutta la società può contare su una fonte di reddito slegata dai danni che impone alla società che tiranneggia, e quindi non deve curarsi dell'efficienza del suo intervento rispetto all'ottimo lafferiano, che verrà quindi superato.

In più, più il suo intervento è dannoso, più probabilmente gli aiuti aumenteranno, e quindi si ha un equilibrio di sottosviluppo stabile in cui il danno che la mafia impone alla società è una condizione necessaria per il reddito della mafia stessa, che non solo non deve preoccuparsi della crescita, ma farà di tutto per danneggiarla.

Anche questo risultato sarà peggiore dello scenario #2, e a fortiori dello scenario #1.
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categoria:liberalismo, libertarismo, filosofia politica, teoria politica