lunedì, 16 giugno 2008
AA.VV. è probabilmente l'autore più prolifico della storia dell'umanità. La sua strana abitudine di cambiare nome ad ogni capitolo è mantenuta anche in questa sua ennesima opera, dedicata alla teoria libertaria della guerra.

La prefazione è stata scritta sotto il nome H. H. Hoppe, che a parte qualche scempiaggine sula non-Wertfreiheit delle teorie misesiane si limita a riassumere il contenuto dei capitoli successivi. Il libro è una collezione di articoli che toccano molti aspetti dell'argomento discusso. Ne manca soltanto uno: la teoria delle relazioni internazionali. Questo si evince già dalla bibliografia, dove si citano Clausewitz e Sun Tsu, ma non Tucidide, Morgenthau, Waltz, Aron, Carr o magari Luttwak, Kissinger, Mearsheimer, Walt... quando un'opera del genere vedrà la luce non sarà mai troppo presto.

Il primo capitolo è dei proff. Lottieri e Bassani, ed è un excursus sulla nozione di stato e sul concetto di sovranità nell'era moderna: si parte da Machiavelli, Hobbes e Bodin per poi finire a Mosca, Pareto e Schmitt. Il capitolo non tratta di problemi strategici o geopolitici, nè delle teorie sottostanti, ma di filosofia politica: da questo punto di vista è molto interessante, sottolineando la comunanza di pars destruens tra libertari e realisti politici (Mosca, Pareto e Schmitt), alleati contro le teorie melense ed agiografiche della volontà popolare e della neutralità dello stato. Avere una visione storica dello stato è sicuramente un must per iniziare un'analisi della questione della sicurezza "nazionale".

Il secondo capitolo è di Rothbard, ed è dedicato alla teoria libertaria della guerra: purtroppo è soltanto un capitolo di teoria morale, cioè di wishful thinking, e non di teoria nel senso positivo del termine. Spiega come i libertari vorrebbero il mondo fosse, non spiega com'è, e neanche come renderlo come lo si vorrebbe. Il problema non è tanto la natura normativa (meglio sapere dove si vuole andare il prima possibile), il problema è che all'autore non passa neanche per la testa testare la realizzabilità delle sue idee in materia. C'è da dire non può esistere una politica, estera o domestica, werfrei: ogni politica richiede giudizi di valore, e concetti come sovranità, legittimità, interesse sono concetti normativi. Questo non significa che ogni teoria normativa è compatibile con la realtà: un libro del genere dovrebbe preoccuparsi di questa domanda.

Il terzo capitolo, di Erik von Kuenhelt-Leddihn, è un esempio di propaganda politica in stile XX secolo. Alcuni spunti sono interessanti e illuminanti, come il fatto che l'introduzione della coscrizione obbligatoria nella Francia rivoluzionaria abbia causato una reazione a catena di armamenti e coscrizioni di massa che hanno potenziato lo stato, fino a renderlo totalitario (i lettori questo blog hanno letto questo insight infinite volte: è un paradosso del prigioniero), e indebolito, anzi ucciso, la libertà. Ma il testo è fondamentalmente risibile. E' manicheo: idolatra le monarchie (cristiane) e demonizza le democrazie (progressiste); ed è patetico: vorrebbe un'Europa governata da Re Cristiani, e dimostra di conoscere, probabilmente a memoria, la genealogia di tutte le case regnanti d'Europa sin da Carlo Magno e Maometto (che grande notizia scoprire che tutti i regnanti d'Europa discendono da Maometto!).

Il quarto capitolo, di Lemmenicier, applica la teoria dei giochi alla proliferazione nucleare, e fortunatamente riesce ad essere sufficientemente poco sofisticato da risultare banale. L'alternativa era risultare assurdo, quindi non c'è problema (questa è la grande opinione che ho "im"-maturato della teoria dei giochi: assurda o banale, tertium non datur). Prima o poi scoprirò un'applicazione della teoria dei giochi che non cade in una delle due precedenti categorie. Comunque, il risultato è che più paesi armati nuclearmente ci sono meglio è: l'autore dimentica di considerare la possibilità che un'arma nucleare sia in possesso di un'organizzazione non-territorializzata, e quindi fondamentalmente non dissuadibile tramite minaccia di Mutually Assured Destruction.

Il quinto, di Radnitsky, si occupa della natura, pacifica o guerrafondaia, della democrazia, con ottimi insight di teoria politica sul processo democratico, ispirati ad Antony de Jasay. La critica della teoria della pace democratica è abbastanza convincente, anche se ritengo che ci sia qualcosa dietro la teoria (magari per motivi diversi da quanto si pensa in genere, ad esempio i problemi di legittimità interna possono spingere un dittatore a cercare una crisi geopolitica): in effetti è raro che le democrazie nel XX si siano combattute. Del resto per mobilitare la folla serve demonizzare l'avversario, e demonizzare una democrazia è difficile.

Il sesto capitolo è di Stromberg e riguarda le varie forme di organizzazione della difesa: mercenari, guerriglieri, eccetera. Il capitolo è breve e l'argomento è enorme, quindi è normale che si rimanga con l'idea che è tutto trattato in maniera troppo semplice. L'idea è che gli eserciti non servono, basta difendersi contro un invasore con un po' di minutemen. C'è anche scritto che la guerriglia "vince" senza aiuto esterno: questo purtroppo basta a lasciarmi assolutamente perplesso.

Il settimo è di Sechrest e riguarda la marina privata. Parla del privateering, dalle sue origini nel Medioevo, come modo per rifarsi da danni subiti in attacchi, attaccando navi con la stessa bandiera, fino al suo uso nella guerra di indipendenza americana e nel XIX secolo. L'articolo è molto interessante e spiega gli incentivi ad usare le tattiche o a rispettare determinate regole, i metodi di finanziamento, l'entità del fenomeno.

L'ottavo è di Hummel e riguarda il ruolo dell'ideologia nella guerra. Le idee giocano un ruolo fondamentale perchè sono la base della legittimità, che è il lubrificante che consente ad un assetto istituzionale di funzionare senza distruggere cinghie, alberi e motore. E' anche fondamentale per creare un'alternativa ad un determinato assetto di potere: chi infatti vuole cambiare le cose, anche in un modo che benefici tutti (tutti i rivoluzionari ne sono convinti, ma questo è un altro discorso), è frenato dal fatto che i benefici sono dispersi in tutta la società, e i costi solo sull'avanguardia rivoluzionaria. La soluzione a questo problema Hummel non la dà, ma ironicamente si potrebbe dire che l'avanguardia è ricompensata in genere con un potere ancora più assoluto e totalitario, nel periodo post-rivoluzionario. Ovviamente non è quello che intende Hummel: anche a fare del bene si incorre nello stesso problema, e una rivoluzione liberale non potrebbe convincere "l'avanguardia" promettendo il potere assoluto: sarebbe contraddittorio. Il capitolo conclude affermando che anche se non si potesse eliminare lo stato, molto si può comunque fare per limitarlo, e ha perfettamente ragione.

Il nono è di Block è di teoria economica: beni pubblici, esternalità. Le critiche di Block a questi concetti, un suo cavallo di battaglia, hanno senso e sono perfettamente corrette. Ad esempio, se è vero che John, beneficiando della difesa di Jack, non parteciperà alla difesa (l'esternalità crea una produzione insufficiente), lo stesso è vero per qualsiasi struttura territorialmente limitata, a meno che il territorio non coincida perfettamente con i limiti delle esternalità. Parla anche di una teoria assurda che afferma che gli stati sono come club volontari, teoria che, secondo la celebre frase di Schumpeter, prova quanto le scienze politiche siano lontane dalla mentalità scientifica. L'argomento è collegato coi market failure e quindi con l'intervento pubblico, in questo caso nel "mercato" della difesa.

Il decimo è di Hoppe e riguarda la produzione di difesa. Di fatto è la teoria standard delle assicurazioni intese come agenzie di difesa, sviluppata sulle linee di Molinari e i coniugi Tannehill. Analizza il concetto di assicurazione, i problemi di moral hazard, eccetera. L'argomento fornisce soltanto le fondamenta per affrontare i problemi di sicurezza, ma evidentemente è considerato dai libertari il tetto del sistema, perchè sono decenni anni che non ci sono passi avanti nell'analisi. E ci si lamenta della lunghezza delle opere pubbliche...

L'undicesimo e ultimo è di Huelsmann e riguarda la secessione. Huelsmann definisce la secessione in un modo così strano che qualsiasi secessione storicamente avvenuta non rientra nella sua definizione: si ha una secessione quando ci si allontana da un potere centrale per eliminare determinati legami egemonici e sostituirli con legami volontari. In realtà le secessioni sono un cambiamento del territorio sovrano, quindi sostituiscono in genere legami egemonici a legami egemonici. L'autore fa poi un'ottima difesa del gradualismo: i liberali usarono lo stato per combattere l'aristocrazia, e si ritrovarono in una società dove c'era un solo centro di potere rimasto, quindi potenzialmente totalitaria. La gatta frettolosa fa i gattini ciechi. Huelsmann conclude con un'analisi della guerriglia, quando supportata dalla popolazione e quindi "quasi invicibile", teoria che ha un punto debole (oltre al fatto che la maggior parte delle guerriglie sono state combattute per creare un sistema di potere ancora peggiore, come afferma lo stesso autore, o che spesso la popolazione civile è stata massacrata dai "guerriglieri", cosa che nel libro è invece trascurata): la guerriglia può forse impedire il controllo del territorio, ma quello che dovrebbe fare per servire veramente a qualcosa è creare un ordine sociale, che è tutto un altro problema. Che faccia casino non è sufficiente. L'articolo è deludente perchè ci sono ottimi ragionamenti da fare a favore della secessione, ma non ci sono: secondo la difesa migliore della secessione è che, rendendo volontaria la partecipazione alla politica, fa sì che, se si vuole cooperare, tutte le parti in causa debbano vincere: non è possibile fregare le minoranze puntando loro la pistola alla tempia, come in democrazia (in teoria: in pratica la maggioranza perde sempre rispetto alle elite organizzate).

Per concludere, ci sono tanti insight, tante idee provenienti da ogni branca delle scienze sociali, molta voglia di non fermarsi alla banalità. Quello che manca è la capacità di concettualizzare i problemi delle cosiddette Relazioni Internazionali ed arrivare ad una teoria credibile della Sicurezza. Senza questo il resto è inutile: buona economia, buona teoria politica, buona filosofia politica, e niente strategia e geopolitica. Per un libro sulla Difesa nazionale è un grosso problema. Io ho ordinato Aron, Peace and War. Non so se fornisce tali basi, ma chi leggerà, tra qualche mese, la mia futuribile recensione dell'opera vedrà...
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categoria:libri, politica internazionale, libertarismo
domenica, 08 giugno 2008
Io sono anti-proibizionista, ma solo se non si sta per scrivere un libro. Altrimenti escono fuori frasi come:

"[Rothbard] in synthesizing Molinari's monopoly (or rather antimonopoly) theory with Ludwig vonn Mises's neo-Austrian system of free-market economics (praxeology) and natural-law ethics"

Hoppe, "The Myth of National Defense"

Lo dirò in termini moderati: la frase di Hoppe concentra due minchiate pazzesche in due righe.
  1. La prasseologia è wertfrei. Hoppe è tedesco e dovrebbe conoscere il significato del termine, anche se probabilmente non gli è chiarissimo, visti i suoi continui, e per necessità logica infruttuosi, tentativi di dimostrare "scientificamente" i principi del libertarismo. Parrebbe che Hoppe non abbia letto Human Action.
  2. Mises non parla mai di natural-law ethics, se non in un trafiletto di Theory and history dove dice che la teoria del diritto naturale è ideologica, ma può essere in qualche modo giustificata perchè l'analisi scientifica successiva ha mostrato che in effetti esistono delle regolarità, cioè delle "leggi", negli affari umani. Ovviamente queste non hanno nulla a che fare con l'etica.
Fondamentalmente, scrivendo queste abominevoli panzane c'è il serio rischio di screditare l'opera di Ludwig von Mises, e tutta la Scuola Austriaca di Economia. Chi non è in grado di distinguere fatti e valori dovrebbe evitare di occuparsi dei fatti.

Propongo il proibizionismo degli Hoppiacei, ma solo nel periodo pre-editoriale.

PS Ma poi cosa cavolo significa neo-Austrian?
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categoria:libertarismo, economia austriaca
venerdì, 06 giugno 2008
Questo link segnalatomi da Wellington è un articolo di Tom Palmer su Hans-Hermann Hoppe. L'articolo è molto critico e tutto sommato mi ci ritrovo: alcune posizioni di Hoppe sono veramente imbarazzanti, come quella famosa su "gay, democratici e comunisti", che secondo Hoppe andrebbero esclusi tramite ostracismo dalla società civile per non inquinare con le loro opinioni il Mondo delle Idee, quello che Popper chiamava Mondo Tre, ma che di questo passo dovremmo chiamare Terzo Mondo.

Ho da ridire solo, o perlomeno soprattutto, su un punto abbastanza tecnico: la distinzione tra Eigentum e Besitz che fa Palmer sarà anche filologicamente corretta ma il ragionamento non lo è. Palmer scrive:

"Not only does Hoppe fail to understand a basic distinction (in his native language!) between “Besitz” (posession, tenure, or occupancy) and “Eigentum” (property), but he shows barely any understanding of why property generates economic growth. Property (rather than mere possession) is the foundation of markets, through which goods are traded and capital values are established; the right to capture the residual (e.g., the difference between the purchase price and the sale price) is what leads people to take actions that will maximize the capital value of their property; since there is not much of a market for the buying and selling of monarchical “Besitz,” there's damn little incentive for monarchs to act so as to increase the capital value (since there's no market to establish one) of what they “possess.” Moreover, there is a connection between the legal security of property, as distinct from mere possession, and economic growth and prosperity. (One might compare the experiences of monarchies the rulers of which considered the entire realm their “Besitz” with the republican/democratic U.S. during the nineteenth century to see how that worked.) The late Mancur Olson, who was an economist (in contrast to Hoppe, whose knowledge of economics is profoundly cartoonish), understood the relation between the institutions necessary to economic freedom and those of democracy: "Interestingly, the conditions that are needed to have the individual rights needed for maximum economic development are exactly the same conditions taht are needed to have a lasting democracy. Obviously, a democracy is not viable if individuals, including the leading rivals of the administration in power, lack the rights to free speech and to security for their property and contracts or if the rule of law is not followed even when it calls for the current administration to leave office. Thus the same court system, independent judiciary, and respect for law and individual rights that are needed for a lasting democracy are also required for security of property and contract rights.” — Mancur Olson, “Dictatorship, Democracy, and Development,” American Political Science Review, Vol. 87, No. 3, September 1993, p. 572

Il ragionamento di Hoppe, un ragionamento assolutamente fondato e a cui però Hoppe dà troppa importanza, come se fosse l'unico elemento rilevante (Hoppe non distingue a sufficienza teoria e storia, quindi tende a tagliare tutto con l'accetta. Non è il solo), è un altro.

Il Re governa per i propri pronipoti, il Presidente per sè soltanto: chi dei due sarà più lungimirante? La risposta vera a priori è che coeteris paribus sarà più lungimirante il primo. Il Presidente può permettersi di porre a zero costi e benefici successivi all'ottavo anno del suo Regno (i suoi compagni di partito no, e ciò costituisce una crepa nel ragionamento di Hoppe); il Re potrebbe permetterselo, ma sa che ha molto da perdere, per sè, per i figli, per il Casato.

Nella teoria dell'ecologia liberale si fa lo stesso ragionamento per dire che, se mi danno in concessione un bosco per dieci anni, io al decimo anno taglierò tutto e venderò tutto su e-bay; mentre se mi danno una vera e propria proprietà terrò conto anche del valore futuro del bosco.

Il formalismo della distinzione tra Eigentum e Besitz fa dimenticare a Palmer che il Re POSSIEDE il valore futuro del suo Regno, mentre il Presidente no, e questo è tutto ciò che conta nel ragionamento di Hoppe. Un Re senza figli sarà forse più miope di un Presidente che dipende molto da un partito pieno di giovani ambiziosi, ma in linea di massima il ragionamento rimane corretto.

Il fatto di non poterlo scambiare sul mercato può forse creare problemi nel valutare economicamente il valore di tale possedimento, un misesianissimo problema di calcolo economico. Ma a che servirebbe? Nel capitalismo il calcolo serve a tenere assieme la produzione, il Re che ci fa, finisce sulle classifiche di Forbes?. Il ragionamento di Palmer sarebbe corretto se il Re se ne fregasse dei figli e del Casato e dovesse morire prima dei 4-8 anni di vita politica di un Presidente.

La citazione di Olson è imbarazzante, perchè non dimostra nulla sul punto specifico della questione. Dice che un paese libero è un paese con determinate istituzioni, e un paese con una democrazia stabile "stranamente" sembra essere caratterizzato da istituzioni molto simili: è quello che diceva Mises affermando che la democrazia totalitaria non può essere democrazia, e che una democrazia senza liberalismo è quindi instabile e tendente al dispotismo e al Terrore. Cosa c'entri col ragionamento di Hoppe non si sa.

I dubbi su Hoppe, e sulla politica di Rockwell, in parte minore del Mises Institute, di mischiarsi a confederati, 9/11 truthers, antiwar new leftists... e magari pubblicare qualche scempiaggine di Paul Craig Roberts ogni tanto... sono assolutamente fondati. Si pensi alla pubblicazione dei testi del fondamentalista cattolico austro-ungarico ultraconservatore Erik Maria Ritter von Kunhelt-Leddihn. I paleolib dovrebbero scolarsi una birra ogni tanto...

PS Definire la conoscenza di economia di Hoppe "cartoonish" non sarà carino ma non è troppo distante dalla realtà. :-)
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categoria:libertarismo
venerdì, 04 aprile 2008
Mi sono avventurato in un terreno che non è il mio (ehm... circuiti integrati analogici e mixed-signal) in un commento su Movimento Arancione ad un articolo di Ismael su un libro di Zanotto "Cattolicesimo, protestantesimo e liberalismo".

Riporto il commento:

"Non mi intendo di teologia comparata nè di storia culturale dell'Europa, però un problema nelle interpretazioni storiche in stile "catholic pride" è che non esiste evidenza storica che i paesi cattolici abbiano fatto qualcosa di liberale. Sarebbe strano che un pensiero politico-filosofico così liberale non abbia dato alcun risultato liberale di nessun tipo ovunque sia stato egemone, mentre il monopolio delle istituzioni liberali storicamente esistenti ce l'hanno i paesi anglo-sassoni (Inghilterra col sui Commonwealth, gli Stati Uniti soprattutto, e forse anche l'Olanda).

Inoltre qual è l'effettivo peso della Scuola di Salamanca nella cultura cattolica? Si sa che San Tommaso ha diversi spunti proto-liberali nel suo pensiero, e la Scuola di Salamanca è addirittura antesignana di certe tesi della Scuola Austriaca, sebbene quest'ultima sia integralmente laica (mai neanche il più piccolo riferimento al cristianesimo in nessuna opera, se non le critiche in Socialismo di Mises e alcune note del tardo Rothbard, quello paleo-lib, in opere di carattere politico). Ma che degli sconosciuti senza peso abbiano scritto dei libri sulla moneta e sui prezzi nel '500 non prova granchè...

Probabilmente è legato al fatto che non è l'escatologia che fa la Storia: è l'accidente storico che fa la libertà. Dove non c'è monopolio politico ci sono lotte di potere: a volte da queste fuoriesce un ordine sociale liberale, il cui esito è un equilibrio tra rapporti di forza di gruppi contrapposti organizzati. Questa interpretazione realista, Jouveneliana, dei processi storici che hanno portato a società liberali la dovrò approfondire, ma almeno non contraddice l'evidente mancanza di istituzioni liberali nei paesi di impostazione cattolica, soprattutto la Spagna.

Per quanto riguarda l'Illuminismo, prima di tutto direi che non c'è nulla di liberale nel pensiero francese salvo alcuni intellettuali come Tocqueville o Constant. Che abbia quindi avuto conseguenze gravi nella Storia occidentale è fuori dubbio, ma cosa prova? In fin dei conti la Francia non era protestante...

Anche se non mi sono mai addentrato nella letteratura non vedo ragioni a priori per credere in uno stretto legame tra cattolicesimo e liberalismo, nè in un verso nè nell'altro.

Il liberalismo non è nè cattolico nè protestante: è anglosassone. E le cause vanno cercate nelle condizioni giuridiche e politiche e sociali ed economiche e militari della Gran Bretagna, secondo me."
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categoria:storia, liberalismo, libertarismo, filosofia politica
mercoledì, 02 aprile 2008
Alcune persone ritengono che il grande difetto dello Stato Italiano sia la sua eccessiva debolezza. L'ultimo in ordine di tempo che ho sentito esporre questa tesi è stato Ferrara, ma l'ho sentita anche da fonti con credenziali liberali credibili, come nel libro di Boccalatte "La proprietà e la legge" (IBL/Rubbettino/Facco), in cui, se non ricordo male, si afferma che, dopo l'Unità, lo Stato Italiano, finanziariamente debole, promise favori a tutti i gruppi socialmente influenti (i "poteri forti" dell'epoca) in cambio dei fondi di cui aveva bisogno (immagino anche di controllo del territorio, soprattutto nel Meridione).

Sebbene questa interpretazione possa essere fondata (non me ne intendo di Storia) e sebbene sia verosimile, vorrei focalizzare l'attenzione sulla questione più generale: abbiamo bisogno di uno stato più forte o di uno stato più debole?

I fattori in gioco sono molti.
  1. Uno stato debole ha bisogno di gruppi sociali "forti" per poter controllare la società, e la strategia è promettere il frutto della politica (la spoliazione del resto della società) in cambio di favori politici da parte dei gruppi che lo sostengono.
  2. Uno stato forte non ha bisogno di gruppi sociali forti e quindi è meno ricattabile da parte di gruppi politici non-statali, come grande finanza, sindacati, pubblico impiego, grande industria, mafia.
  3. E' anche vero che uno stato forte non ha bisogno di ascoltare la società civile.
  4. Uno stato debole ha problemi di legittimità, e può aver bisogno di un maggiore uso della violenza contro i propri cittadini, e verso gli stranieri (questo è un problema soprattutto per le dittature, che nel mondo attuale hanno problemi di giustificazione politica rispetto alle democrazie).
  5. In democrazia coloro che sperano di andare al potere non si curano di quanto potere ha la classe politica; mentre chi non ha la possibilità di andare in politica non ha la possibilità di controllarla, quindi perde sempre. In entrambe i casi il liberalismo è politicamente perdente.
In tempi di sclerosi sociale e politica, come quelli attuali, può sembrare che uno stato più forte e autoritario, che possa distruggere le precedenti relazioni di potere vigenti nella società, possa essere l'unica via d'uscita. D'altra parte, non credo che nella Storia umana si sia mai avuta libertà quando un'organizzazione sociale ha avuto il predominio totale su tutte le altre: cosa ne sarebbe stato delle libertà inglesi senza aristocrazia, senza clero e senza borghesia? Chi crede che la libertà si possa avere per gentile concessione del Potere, come premio per la resa incondizionata al Leviatano, si illude.

Il problema è che lo stato è sufficientemente forte da poter garantire privilegi a determinati gruppi sociali in cambio di servizi politici, come consenso popolare, controllo del territorio, finanziamenti alle attività della politica, carriere per i politici e visibilità mediatica. Non è però sufficientemente forte da fare a meno di questi servizi politici, e quindi deve ascoltare i fornitori di questi servizi per rimanere al potere.

Uno stato più forte potrebbe ridurre i ricatti, ma renderebbe la società politica nel suo complesso atomizzata: il singolo individuo impotente da un lato e lo stato onnipotente dall'altro, e ciò potrebbe rendere lo stato del tutto invulnerabile e ininfluenzabile da parte della società. Questo significa che verrebbero a mancare gli strumenti politici, costituzionali, legali e sociali per vincolare il Potere.

Un altro errore di questa dottrina è che considera lo stato come una persona: in realtà lo stato è uno strumento, e questo strumento è in mano ad una classe di persone, che per semplicità chiamiamo classe politica. L'analisi in termini di classe è applicabile solo nei limiti in cui c'è comunanza di obiettivi, come la conservazione e l'ampliamento del potere. D'altra parte all'interno della classe politica possono esserci delle divisioni, soprattutto quando l'impiego del potere da parte di un gruppo mette in pericolo i privilegi, se non addirittura la sopravvivenza fisica, degli altri gruppi (per questo si può avere una "destalinizzazione": la riduzione del potere per paura del suo abuso).

Lo strumento-stato è pericoloso in quanto chi controlla lo stato è in grado di usare a proprio vantaggio il diritto, le tasse, la spesa pubblica, la moneta, eccetera. Tale strumento andrebbe abolito, o perlomeno controllato e vincolato il più possibile: una volta raggiunto questo obiettivo, lo stato non avrebbe più la possibilità di garantire privilegi e quindi non sarebbe più "ricattabile" (si fa per dire...).

Se consideriamo la quadripartizione di Panebianco, il liberalismo può essere giuridico (c'è un diritto sopra lo stato), costituzionale (l'attività politica è limitata da procedure), economico (lo stato non controlla molte risorse e la società non ha bisogno dello stato) oppure sociologico (gruppi di potere esterni allo stato ne limitano l'azione). A questa quadripartizione aggiungerei il liberalismo anarchico (nessuno ha il monopolio della forza, come nell'equilibrio di potenza nell'Europa del XIX Secolo).

D'altra parte, la forma deontica del liberalismo è molto più semplice: gli individui hanno diritti (tutti negativi), e ciò che li viola (scippatori, mafiosi, politici...) è ingiusto e va combattuto. La forma deontica da sola tende a far dimenticare che i diritti devono essere efficaci, e quindi devono essere istituzionalizzati, ma permette una trattazione unificata del liberalismo come dottrina, sottolineando i comuni valori.

La deontica liberale traccia un confine abbastanza netto tra il lecito e l'illecito: la tragedia del liberalismo è la difficoltà di trovare un assetto istituzionale compatibile con questa distinzione. Se si rafforza lo stato crollano i limiti giuridici, sociologici, economici ed anarchici al Potere, e rimane solo il liberalismo costituzionale, che non ha retto granchè dopo la crisi del liberalismo come movimento politico alla fine del XIX Secolo, e di cui ora non rimane istituzionalmente nulla (le costituzioni liberali ancora valide, come quella USA, non sono più molto efficaci). Se non si rafforza lo stato ci sono dei problemi organizzativi, ma fondamentalmente è l'unica strada percorribile: non si può credere che uno strumento che implica un potere legislativo ed economico assoluto, assomma un potere enorme rispetto alle altre organizzazioni sociali, e ha il monopolio della forza (potendo imporre qualsiasi cosa) possa in qualche modo essere reso non dannoso dalle semplici procedure costituzionali o dai valori morali della popolazione (che va in scuole pubbliche e legge giornali sovvenzionati).
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categoria:liberalismo, libertarismo, filosofia politica, teoria politica
martedì, 25 marzo 2008
Mah
Torno e scopro un blog (Cattolici-liberali) con questo articolo completamente infondato sul libertarismo.

"Dove nasce allora il disaccordo tra liberali e libertari? Nasce da questo: i primi non sono relativisti, i secondi sì."

E mio nonno era un alieno venuto dal Quadrante Delta. Relativisti? Da come iniziava l'articolo non pensavo l'autore confondesse Rand e Pannella, ma come interpretare questa affermazione, se non alla luce di questa frequente confusione?

"I liberali ritengono che non si debbano sanzionare penalmente nemmeno gli stili di vita più aberranti (purché innocui!), ma ritengono che essi possano e all’occasione debbano essere socialmente criticati e contrastati."

E chi dice di no? Vedo Pannella all'orizzonte vestito da Rothbard... notoriamente io ho già praticato due o tre volte l'eutanasia, essendo favorevole... poi però si arriva al punto:

"[Il liberale] Non esige che i cittadini leggano i giornali, ma ne agevola la diffusione. Arriva a rispettare la libera scelta di chi rifiuti consapevolmente una terapia salvavita, ma sente il dovere di garantire a tutti un’assistenza sanitaria. Lo Stato liberale, insomma, cerca di intercettare bisogni umani reali e profondi e di soddisfarli, quando li riconosce dotati di valore oggettivo."

E allora finalmente abbiamo capito. Il vero liberale non è il socialista che fa fare tutto allo Stato, ma colui che finanzia con i soldi dello Stato organizzazioni semiprivate che si occupano di cose "reali e profonde". Per le cose stupide e superficiali siete liberi di organizzarvi come volete. Per quelle più grandi ci sono le scuole, i giornali e gli ospedali... visto il titolo del blog... cattolici. Non sia mai che si critichino anche queste cose... ora ho capito perchè sono "relativista"... io non faccio eccezioni quando si tratta di costringere la gente a pagare per servizi che non vuole, anche per quelli con "valore oggettivo"

"Per un libertario coerente, che dovrebbe sostenere la neutralità delle politiche statali nei confronti di qualunque stile di vita (ma esistono libertari coerenti?), è pressoché impossibile giustificare queste forme di impegno pubblico. Ecco perché la distinzione tra liberali e libertari è di estremo rilievo: essa corrisponde, né più né meno, che a quella tra un’indifferenza che produce solo disordine sociale e un impegno che cerca di massimizzare il bene della società civile."

Io ho trovato un solo modo coerente di interpretare l'articolo: i liberali e i libertari sono la stessa cosa finchè non si tocca la società civile finanziata dallo Stato (ed è inutile che sottolineo due volte chi è il beneficiario del finanziamento che probabilmente si aveva in mente)... poi basta, aho... ci sono cose così importanti che la coercizione è necessaria (e non serve neppure appellarsi a qualche market failure: basta dire che è un valore oggettivo!).

PS La vera differenza, l'unica rilevante che ho riscontrato, è la fiducia nel maquillage. I liberali pensano che i problemi si risolvano con il sistema attuale, i libertari cercano alternative.
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categoria:liberalismo, libertarismo
martedì, 19 febbraio 2008
Le discussioni di filosofia politica in genere avvengono tra due schieramenti opposti, generalmente chiamati giusnaturalisti o utilitaristi. Questi due schieramenti hanno in comune, stranamente, un errore concettuale.

L'utilitarista David Friedman, ne "L'ordine del diritto", afferma che, siccome non c'è accordo tra gli uomini sui criteri morali di giudizio, non è possibile risolvere i problemi appellandosi ai valori, e bisogna parlare invece di efficienza.

Il giusnaturalista Murray Rothbard, in "L'etica della libertà", critica Mises, utilitarista sui generis*, dicendo che non basta dire che se si hanno determinati fini, alcuni mezzi sono inadeguati, perchè esistono degli individui con altri fini, per cui il ragionamento ipotetico precedente in questo caso non varrebbe.

La terza opzione, che entrambi dimenticano di analizzare, è che possa esistere un problema (i valori influenzano la convivenza sociale) senza che esista una soluzione (una giustificazione razionale per determinati valori). Friedman nega il problema (il sonno della ragione genera utilitaristi), Rothbard afferma la soluzione (senza ovviamente riuscire a dimostrarla). Mises afferma il problema e nega la soluzione (per lui lo "ultimate given" dell'azione umana è "irrational", termine che tradurrei con "a-razionale").

A Rothbard sembra sfuggire che, se veramente i conflitti sono irriducibili, l'unica soluzione è il kalashnikov§, e non c'è teoria morale, e men che meno analisi delle conseguenze, che regga. A Friedman sfugge invece l'intero problema, contraddicendosi inoltre quando, dopo aver difeso il criterio l'efficienza perchè c'è disaccordo sui fini, critica Posner (ipotesi di efficienza della common law) affermando esplicitamente che l'efficienza è un valore+.

Alla mentalità scientifica sfugge che possa esistere un problema non accompagnato da una soluzione, come afferma il filosofo francese Glucksmann.

* Il suo utilitarismo non ha nulla a che fare con ciò che abitualmente si intende con la parola.

§ La cosa è ovviamente tautologica, visto che abbiamo supposto i conflitti irriducibili. Nel mondo reale ci sono due possibilità: o cooperare è un vantaggio, e allora solo farlo notare agli individui e fare in modo che l'assetto istituzionale sottolinei questi vantaggi, o è un costo, e allora non c'è speranza che ci sarà mai pace e cooperazione tra gli uomini. In entrambe i casi, però, Mises c'era già arrivato...

+ Fa un po' ridere pensare che Friedman, criticando i principi altrui dicendo che sono principi morali, che non c'è accordo su di essi, e che vengono imposti agli altri, introduca successivamente un principio che ha proprio queste tre caratteristiche. Io personalmente del concetto di efficienza non so che farmene: non è wertfrei, non è descrittivo, serve al più come indicazione che ci sono dei pasti gratis potenziali (guadagni paretiani), che in genere sono apparenti (e l'appello all'efficienza si riduce quindi ad un "sacrificati per il superiore bene comune", ma non c'era bisogno degli economisti per questo principio... è sempre stato usato da tutti i tiranni di tutto il mondo). Mi tocca dar ragione a Krugman che, in International Economics, per difendere le sue fisime liberal sull'equità, fa notare che l'efficienza è solo un modo per fare battaglia ideologica.
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categoria:filosofia, libertarismo, teoria politica
sabato, 16 febbraio 2008
Dopo qualche giorno di assenza (impegnato a conseguire un Dottorato di Ricerca, ottenuto ieri), torno con qualche pippa mentale di teoria politica.

Forse ne avevo parlato già, di questo articolo di Iannuzzi: "I libertari sono i nuovi marxisti", ma siccome m'è stato rimandato per mail avevo scritto due cose che vale la pena scrivere, credo. Non so come l'articolo sia finito sul sito di Toto Cuffaro, però.

Il mio commento (diviso in due mail, quindi ci sono delle ripetizioni) è:

Nell'articolo manca una pars construens.

Cioè: se dico che sognare mondi non esistenti pensando che sia una cosa semplice è costruttivismo, che credere che i valori da soli siano sufficienti a realizzare istituzioni compatibili con quei valori è utopismo, eccetera, dico tutte cose verissime.

Che questi problemi siano spesso volutamente o inconsciamente ignorati è spesso evidente: il problema della conoscenza in Hayek è stato cancellato; la distinzione tra teoria e storia in Mises è dimenticata, visto che la concezione della storia in Mises è intrinsecamente anti-costruttivistica e anti-utopistica. Fondamentalmente quindi direi che il pensiero di Rothbard ha in comune con il pensiero del XX secolo tutti i problemi di ideologismo, utopismo, iperrazionalismo, eccetera, tranne uno: la volontà di potenza. Il che è già qualcosa (si fa sempre in tempo a diventare fan della Wille zur Macht altrui, però...).

Ma, come dicevo, manca la pars costruens: ritorniamo a Mises e Hayek, certamente, ma che fare? (domanda marxista...) Allo stato attuale non esiste alcuna soluzione a determinati problemi: il protezionismo frega i nostri contribuenti e i produttori poveri? I sindacati fregano i lavoratori? Le banche centrali fregano i risparmiatori e le persone a reddito fisso? Certamente. Ma per evitare queste cose bisogna agire purtroppo a livello istituzionale: non basta votare, occorre cambiare la democrazia. Quindi il groundwork da fare è eminentemente teorico, e radicale. Fermo restando che le fondamenta non bastano per ottenere un edificio...

Popper, pensatore liberal-democrat-socialista che non stimo, diceva che per risolvere i problemi del totalitarismo bisognava eliminare i sogni di palingenesi sociale, e dedicarsi all'ingegneria sociale a spizzico: affrontare un problema alla volta, sperando così che questi, per approssimazioni successive, par tatonnement, si possano risolvere.

Questa difesa del moderatismo rispetto al radicalismo non mi trova del tutto contrario: sono moderato in tutto, anche nel radicalismo.

C'è un problema, però: butta via il bambino con l'acqua sporca. Se un problema (serio, altrimenti non varrebbe la pena affrontarlo) non si può risolvere "a spizzico", perchè ha radici profonde (è "radicale", non nel senso pannelliano del termine, che non so cosa significa). Il moderatismo è un ottimo modo per correre dietro, con nuovi interventi, ai problemi causati dai vecchi interventi, ma non certo per risolvere problemi strutturali.

E' ovviamente vero che nessun problema di ampio respiro si può risolvere d'un fiat, e la maggior parte delle soluzioni proposte o proponibili avranno necessariamente conseguenze inattese: "tempo e ignoranza" sono due concetti fondamentali, come nel libro di O'Driscoll e Rizzo sulla Scuola Austriaca.

Riassumendo, abbiamo non una ma due pars destruens, e non una ma zero pars construens. O, meglio, abbiamo mezza pars construens: l'indagine teorica dei libertari è decisamente più profonda della semplice (e banale) speranza (diciamolo: dogma) che le cose si possano risolvere all'interno del presente contesto istituzionale. Come dicevo prima, però, si vive nella storia e non nella teoria.

Ovviamente non voglio far intendere che tutti i problemi teorici siano stati risolti. Su molti bisogna ancora cominciare a pensare (e.g., relazioni internazionali). Inoltre sono piuttosto preoccupato perchè credo di poter dire che l'eredità di Rothbard abbia prodotto molte lingue e pochi cervelli, e ciò ha danneggiato sia la teoria politica libertaria che le teorie economiche della Scuola Austriaca.
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categoria:libertarismo
mercoledì, 23 gennaio 2008
Questo libro, curato da Alberto Mingardi, è una raccolta di articoli di Ricossa, scritti nel corso degli anni '70, '80, '90, e si conclude con un'intervista al più noto economista liberale italiano (almeno dopo Martino, il ministro che sta perennemente al dicastero sbagliato, a giocare a Risiko).

Gli articoli trattano una serie di argomenti, dalle marce contro il fisco alle cronache degli incontri della Monte Pelerin Society, la società fondata da Hayek per riunire tutti gli intellettuali liberali del mondo.

A margine del tema principale della raccolta, il rapporto tra liberalismo e libertarismo, sorge spontanea una riflessione: in 30 anni in Italia non è cambiato nulla. Sempre le solite chiacchiere, sempre i soliti problemi, sempre i soliti politici: è il tempo per affrontare i nodi strutturali del paese che passa, il resto rimane uguale.

Perchè essere liberali o libertari? Che differenza c'è? La mia risposta è: nessuna. La differenza tra le due filosofie politiche sta nella profondità della riflessione: il libertarismo è radicale, anche concettualmente, il liberalismo si accontenta dei suoi pregiudizi, temendo di non sembrare moderato. La differenza tra le due ideologie è che il libertarismo dispera che nell'attuale assetto istituzionale si possano trovare le risorse per le soluzioni ai grandi problemi sociali del nostro tempo, il liberalismo lo pensa, lo intuisce, ma si vergogna. Il radicalismo ha però un costo: rischia di essere poco serio, superficiale, utopistico, fanciullesco. Rischia di perdere nei meandri della filosofia il contatto con la realtà.

La raccolta comincia con un articolo su Claustrofobia: la prima rivista italiana sull'anarco-capitalismo, fondata da Riccardo LaConca, di cui uscirono pochi numeri negli anni '70. La simpatia è immediata ("li trovo logici"), ma il dubbio che ci sia qualche giovanile esagerazione gli viene.

Negli altri articoli attacca Keynes, difende De Maistre (per la precisione, difende la cultura indipendentemente dall'assurdità delle idee politiche, come un qualcosa di indipendente e di superiore alla politica). Scritto nel 1994, a Brigate Rosse finite, non era proprio rivoluzionario, ma in Italia una cosa del genere dobbiamo ancora impararla.

Ricossa si accorge che il liberalismo di Reagan è almeno in parte una bufala: il tempo passa, e gli slogan vivono più a lungo dei fatti. Per dimostrarlo cita il giudizio di Milton Friedman, che parlava di "tirannia dello status quo". La critica è ovvia: il sistema politico rende impossibile o quasi il cambiamento. Gli avvoltoi cominciano a svolazzare intorno al liberalismo classico: nel momento in cui s'accorge che il problema è alla radice, smette di essere tale.

Poi si va avanti: secessione e federalismo radicale, difesa dell'idea di anarchia dalle pratiche degli squatter. Arrivati alla privatizzazione delle balene, per risolvere la tragegy of the commons e salvarle dall'estinzione, il percorso può dirsi completato.

Non resta che tornare al primo articolo: il libertarismo è logico, l'importante è che sia anche adulto. Fatto questo, il liberalismo potrà "morire" in pace. Ma forse è meno lugubre dire che sono sinonimi.
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categoria:libri, liberalismo, libertarismo
sabato, 22 dicembre 2007
In cerca di materiale, mi sono ricordato che Dan D'Amico sta facendo il PhD in Economia alla George Mason University sull'argomento dei sistemi carcerari, questo è il suo blog, che sto spulciando. Spulciando ho trovato una serie di articoli, alcuni li conoscevo, la maggior parte no, su case studies storici di sistemi di regole policentrici, volgarmente detti anarchici. Ad occhio parrebbe che materiale storico di sistemi in cui non c'è "monopolio della coercizione" ce ne sia... volendo studiarlo. In questo momento sono molto più preso da sistemi bancari comparati, monopoli e altro. Nell'articolo c'è un mio omonimo che ha scritto un commento, è molto probabile che sia io, ma non ricordavo di averlo scritto.
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categoria:libertarismo