AA.VV. è probabilmente l'autore più prolifico della storia dell'umanità. La sua strana abitudine di cambiare nome ad ogni capitolo è mantenuta anche in questa sua ennesima opera, dedicata alla teoria libertaria della guerra.
La prefazione è stata scritta sotto il nome H. H. Hoppe, che a parte qualche scempiaggine sula non-Wertfreiheit delle teorie misesiane si limita a riassumere il contenuto dei capitoli successivi. Il libro è una collezione di articoli che toccano molti aspetti dell'argomento discusso. Ne manca soltanto uno: la teoria delle relazioni internazionali. Questo si evince già dalla bibliografia, dove si citano Clausewitz e Sun Tsu, ma non Tucidide, Morgenthau, Waltz, Aron, Carr o magari Luttwak, Kissinger, Mearsheimer, Walt... quando un'opera del genere vedrà la luce non sarà mai troppo presto.
Il primo capitolo è dei proff. Lottieri e Bassani, ed è un excursus sulla nozione di stato e sul concetto di sovranità nell'era moderna: si parte da Machiavelli, Hobbes e Bodin per poi finire a Mosca, Pareto e Schmitt. Il capitolo non tratta di problemi strategici o geopolitici, nè delle teorie sottostanti, ma di filosofia politica: da questo punto di vista è molto interessante, sottolineando la comunanza di pars destruens tra libertari e realisti politici (Mosca, Pareto e Schmitt), alleati contro le teorie melense ed agiografiche della volontà popolare e della neutralità dello stato. Avere una visione storica dello stato è sicuramente un must per iniziare un'analisi della questione della sicurezza "nazionale".
Il secondo capitolo è di Rothbard, ed è dedicato alla teoria libertaria della guerra: purtroppo è soltanto un capitolo di teoria morale, cioè di wishful thinking, e non di teoria nel senso positivo del termine. Spiega come i libertari vorrebbero il mondo fosse, non spiega com'è, e neanche come renderlo come lo si vorrebbe. Il problema non è tanto la natura normativa (meglio sapere dove si vuole andare il prima possibile), il problema è che all'autore non passa neanche per la testa testare la realizzabilità delle sue idee in materia. C'è da dire non può esistere una politica, estera o domestica, werfrei: ogni politica richiede giudizi di valore, e concetti come sovranità, legittimità, interesse sono concetti normativi. Questo non significa che ogni teoria normativa è compatibile con la realtà: un libro del genere dovrebbe preoccuparsi di questa domanda.
Il terzo capitolo, di Erik von Kuenhelt-Leddihn, è un esempio di propaganda politica in stile XX secolo. Alcuni spunti sono interessanti e illuminanti, come il fatto che l'introduzione della coscrizione obbligatoria nella Francia rivoluzionaria abbia causato una reazione a catena di armamenti e coscrizioni di massa che hanno potenziato lo stato, fino a renderlo totalitario (i lettori questo blog hanno letto questo insight infinite volte: è un paradosso del prigioniero), e indebolito, anzi ucciso, la libertà. Ma il testo è fondamentalmente risibile. E' manicheo: idolatra le monarchie (cristiane) e demonizza le democrazie (progressiste); ed è patetico: vorrebbe un'Europa governata da Re Cristiani, e dimostra di conoscere, probabilmente a memoria, la genealogia di tutte le case regnanti d'Europa sin da Carlo Magno e Maometto (che grande notizia scoprire che tutti i regnanti d'Europa discendono da Maometto!).
Il quarto capitolo, di Lemmenicier, applica la teoria dei giochi alla proliferazione nucleare, e fortunatamente riesce ad essere sufficientemente poco sofisticato da risultare banale. L'alternativa era risultare assurdo, quindi non c'è problema (questa è la grande opinione che ho "im"-maturato della teoria dei giochi: assurda o banale, tertium non datur). Prima o poi scoprirò un'applicazione della teoria dei giochi che non cade in una delle due precedenti categorie. Comunque, il risultato è che più paesi armati nuclearmente ci sono meglio è: l'autore dimentica di considerare la possibilità che un'arma nucleare sia in possesso di un'organizzazione non-territorializzata, e quindi fondamentalmente non dissuadibile tramite minaccia di Mutually Assured Destruction.
Il quinto, di Radnitsky, si occupa della natura, pacifica o guerrafondaia, della democrazia, con ottimi insight di teoria politica sul processo democratico, ispirati ad Antony de Jasay. La critica della teoria della pace democratica è abbastanza convincente, anche se ritengo che ci sia qualcosa dietro la teoria (magari per motivi diversi da quanto si pensa in genere, ad esempio i problemi di legittimità interna possono spingere un dittatore a cercare una crisi geopolitica): in effetti è raro che le democrazie nel XX si siano combattute. Del resto per mobilitare la folla serve demonizzare l'avversario, e demonizzare una democrazia è difficile.
Il sesto capitolo è di Stromberg e riguarda le varie forme di organizzazione della difesa: mercenari, guerriglieri, eccetera. Il capitolo è breve e l'argomento è enorme, quindi è normale che si rimanga con l'idea che è tutto trattato in maniera troppo semplice. L'idea è che gli eserciti non servono, basta difendersi contro un invasore con un po' di minutemen. C'è anche scritto che la guerriglia "vince" senza aiuto esterno: questo purtroppo basta a lasciarmi assolutamente perplesso.
Il settimo è di Sechrest e riguarda la marina privata. Parla del privateering, dalle sue origini nel Medioevo, come modo per rifarsi da danni subiti in attacchi, attaccando navi con la stessa bandiera, fino al suo uso nella guerra di indipendenza americana e nel XIX secolo. L'articolo è molto interessante e spiega gli incentivi ad usare le tattiche o a rispettare determinate regole, i metodi di finanziamento, l'entità del fenomeno.
L'ottavo è di Hummel e riguarda il ruolo dell'ideologia nella guerra. Le idee giocano un ruolo fondamentale perchè sono la base della legittimità, che è il lubrificante che consente ad un assetto istituzionale di funzionare senza distruggere cinghie, alberi e motore. E' anche fondamentale per creare un'alternativa ad un determinato assetto di potere: chi infatti vuole cambiare le cose, anche in un modo che benefici tutti (tutti i rivoluzionari ne sono convinti, ma questo è un altro discorso), è frenato dal fatto che i benefici sono dispersi in tutta la società, e i costi solo sull'avanguardia rivoluzionaria. La soluzione a questo problema Hummel non la dà, ma ironicamente si potrebbe dire che l'avanguardia è ricompensata in genere con un potere ancora più assoluto e totalitario, nel periodo post-rivoluzionario. Ovviamente non è quello che intende Hummel: anche a fare del bene si incorre nello stesso problema, e una rivoluzione liberale non potrebbe convincere "l'avanguardia" promettendo il potere assoluto: sarebbe contraddittorio. Il capitolo conclude affermando che anche se non si potesse eliminare lo stato, molto si può comunque fare per limitarlo, e ha perfettamente ragione.
Il nono è di Block è di teoria economica: beni pubblici, esternalità. Le critiche di Block a questi concetti, un suo cavallo di battaglia, hanno senso e sono perfettamente corrette. Ad esempio, se è vero che John, beneficiando della difesa di Jack, non parteciperà alla difesa (l'esternalità crea una produzione insufficiente), lo stesso è vero per qualsiasi struttura territorialmente limitata, a meno che il territorio non coincida perfettamente con i limiti delle esternalità. Parla anche di una teoria assurda che afferma che gli stati sono come club volontari, teoria che, secondo la celebre frase di Schumpeter, prova quanto le scienze politiche siano lontane dalla mentalità scientifica. L'argomento è collegato coi market failure e quindi con l'intervento pubblico, in questo caso nel "mercato" della difesa.
Il decimo è di Hoppe e riguarda la produzione di difesa. Di fatto è la teoria standard delle assicurazioni intese come agenzie di difesa, sviluppata sulle linee di Molinari e i coniugi Tannehill. Analizza il concetto di assicurazione, i problemi di moral hazard, eccetera. L'argomento fornisce soltanto le fondamenta per affrontare i problemi di sicurezza, ma evidentemente è considerato dai libertari il tetto del sistema, perchè sono decenni anni che non ci sono passi avanti nell'analisi. E ci si lamenta della lunghezza delle opere pubbliche...
L'undicesimo e ultimo è di Huelsmann e riguarda la secessione. Huelsmann definisce la secessione in un modo così strano che qualsiasi secessione storicamente avvenuta non rientra nella sua definizione: si ha una secessione quando ci si allontana da un potere centrale per eliminare determinati legami egemonici e sostituirli con legami volontari. In realtà le secessioni sono un cambiamento del territorio sovrano, quindi sostituiscono in genere legami egemonici a legami egemonici. L'autore fa poi un'ottima difesa del gradualismo: i liberali usarono lo stato per combattere l'aristocrazia, e si ritrovarono in una società dove c'era un solo centro di potere rimasto, quindi potenzialmente totalitaria. La gatta frettolosa fa i gattini ciechi. Huelsmann conclude con un'analisi della guerriglia, quando supportata dalla popolazione e quindi "quasi invicibile", teoria che ha un punto debole (oltre al fatto che la maggior parte delle guerriglie sono state combattute per creare un sistema di potere ancora peggiore, come afferma lo stesso autore, o che spesso la popolazione civile è stata massacrata dai "guerriglieri", cosa che nel libro è invece trascurata): la guerriglia può forse impedire il controllo del territorio, ma quello che dovrebbe fare per servire veramente a qualcosa è creare un ordine sociale, che è tutto un altro problema. Che faccia casino non è sufficiente. L'articolo è deludente perchè ci sono ottimi ragionamenti da fare a favore della secessione, ma non ci sono: secondo la difesa migliore della secessione è che, rendendo volontaria la partecipazione alla politica, fa sì che, se si vuole cooperare, tutte le parti in causa debbano vincere: non è possibile fregare le minoranze puntando loro la pistola alla tempia, come in democrazia (in teoria: in pratica la maggioranza perde sempre rispetto alle elite organizzate).
Per concludere, ci sono tanti insight, tante idee provenienti da ogni branca delle scienze sociali, molta voglia di non fermarsi alla banalità. Quello che manca è la capacità di concettualizzare i problemi delle cosiddette Relazioni Internazionali ed arrivare ad una teoria credibile della Sicurezza. Senza questo il resto è inutile: buona economia, buona teoria politica, buona filosofia politica, e niente strategia e geopolitica. Per un libro sulla Difesa nazionale è un grosso problema. Io ho ordinato Aron, Peace and War. Non so se fornisce tali basi, ma chi leggerà, tra qualche mese, la mia futuribile recensione dell'opera vedrà...
La prefazione è stata scritta sotto il nome H. H. Hoppe, che a parte qualche scempiaggine sula non-Wertfreiheit delle teorie misesiane si limita a riassumere il contenuto dei capitoli successivi. Il libro è una collezione di articoli che toccano molti aspetti dell'argomento discusso. Ne manca soltanto uno: la teoria delle relazioni internazionali. Questo si evince già dalla bibliografia, dove si citano Clausewitz e Sun Tsu, ma non Tucidide, Morgenthau, Waltz, Aron, Carr o magari Luttwak, Kissinger, Mearsheimer, Walt... quando un'opera del genere vedrà la luce non sarà mai troppo presto.
Il primo capitolo è dei proff. Lottieri e Bassani, ed è un excursus sulla nozione di stato e sul concetto di sovranità nell'era moderna: si parte da Machiavelli, Hobbes e Bodin per poi finire a Mosca, Pareto e Schmitt. Il capitolo non tratta di problemi strategici o geopolitici, nè delle teorie sottostanti, ma di filosofia politica: da questo punto di vista è molto interessante, sottolineando la comunanza di pars destruens tra libertari e realisti politici (Mosca, Pareto e Schmitt), alleati contro le teorie melense ed agiografiche della volontà popolare e della neutralità dello stato. Avere una visione storica dello stato è sicuramente un must per iniziare un'analisi della questione della sicurezza "nazionale".
Il secondo capitolo è di Rothbard, ed è dedicato alla teoria libertaria della guerra: purtroppo è soltanto un capitolo di teoria morale, cioè di wishful thinking, e non di teoria nel senso positivo del termine. Spiega come i libertari vorrebbero il mondo fosse, non spiega com'è, e neanche come renderlo come lo si vorrebbe. Il problema non è tanto la natura normativa (meglio sapere dove si vuole andare il prima possibile), il problema è che all'autore non passa neanche per la testa testare la realizzabilità delle sue idee in materia. C'è da dire non può esistere una politica, estera o domestica, werfrei: ogni politica richiede giudizi di valore, e concetti come sovranità, legittimità, interesse sono concetti normativi. Questo non significa che ogni teoria normativa è compatibile con la realtà: un libro del genere dovrebbe preoccuparsi di questa domanda.
Il terzo capitolo, di Erik von Kuenhelt-Leddihn, è un esempio di propaganda politica in stile XX secolo. Alcuni spunti sono interessanti e illuminanti, come il fatto che l'introduzione della coscrizione obbligatoria nella Francia rivoluzionaria abbia causato una reazione a catena di armamenti e coscrizioni di massa che hanno potenziato lo stato, fino a renderlo totalitario (i lettori questo blog hanno letto questo insight infinite volte: è un paradosso del prigioniero), e indebolito, anzi ucciso, la libertà. Ma il testo è fondamentalmente risibile. E' manicheo: idolatra le monarchie (cristiane) e demonizza le democrazie (progressiste); ed è patetico: vorrebbe un'Europa governata da Re Cristiani, e dimostra di conoscere, probabilmente a memoria, la genealogia di tutte le case regnanti d'Europa sin da Carlo Magno e Maometto (che grande notizia scoprire che tutti i regnanti d'Europa discendono da Maometto!).
Il quarto capitolo, di Lemmenicier, applica la teoria dei giochi alla proliferazione nucleare, e fortunatamente riesce ad essere sufficientemente poco sofisticato da risultare banale. L'alternativa era risultare assurdo, quindi non c'è problema (questa è la grande opinione che ho "im"-maturato della teoria dei giochi: assurda o banale, tertium non datur). Prima o poi scoprirò un'applicazione della teoria dei giochi che non cade in una delle due precedenti categorie. Comunque, il risultato è che più paesi armati nuclearmente ci sono meglio è: l'autore dimentica di considerare la possibilità che un'arma nucleare sia in possesso di un'organizzazione non-territorializzata, e quindi fondamentalmente non dissuadibile tramite minaccia di Mutually Assured Destruction.
Il quinto, di Radnitsky, si occupa della natura, pacifica o guerrafondaia, della democrazia, con ottimi insight di teoria politica sul processo democratico, ispirati ad Antony de Jasay. La critica della teoria della pace democratica è abbastanza convincente, anche se ritengo che ci sia qualcosa dietro la teoria (magari per motivi diversi da quanto si pensa in genere, ad esempio i problemi di legittimità interna possono spingere un dittatore a cercare una crisi geopolitica): in effetti è raro che le democrazie nel XX si siano combattute. Del resto per mobilitare la folla serve demonizzare l'avversario, e demonizzare una democrazia è difficile.
Il sesto capitolo è di Stromberg e riguarda le varie forme di organizzazione della difesa: mercenari, guerriglieri, eccetera. Il capitolo è breve e l'argomento è enorme, quindi è normale che si rimanga con l'idea che è tutto trattato in maniera troppo semplice. L'idea è che gli eserciti non servono, basta difendersi contro un invasore con un po' di minutemen. C'è anche scritto che la guerriglia "vince" senza aiuto esterno: questo purtroppo basta a lasciarmi assolutamente perplesso.
Il settimo è di Sechrest e riguarda la marina privata. Parla del privateering, dalle sue origini nel Medioevo, come modo per rifarsi da danni subiti in attacchi, attaccando navi con la stessa bandiera, fino al suo uso nella guerra di indipendenza americana e nel XIX secolo. L'articolo è molto interessante e spiega gli incentivi ad usare le tattiche o a rispettare determinate regole, i metodi di finanziamento, l'entità del fenomeno.
L'ottavo è di Hummel e riguarda il ruolo dell'ideologia nella guerra. Le idee giocano un ruolo fondamentale perchè sono la base della legittimità, che è il lubrificante che consente ad un assetto istituzionale di funzionare senza distruggere cinghie, alberi e motore. E' anche fondamentale per creare un'alternativa ad un determinato assetto di potere: chi infatti vuole cambiare le cose, anche in un modo che benefici tutti (tutti i rivoluzionari ne sono convinti, ma questo è un altro discorso), è frenato dal fatto che i benefici sono dispersi in tutta la società, e i costi solo sull'avanguardia rivoluzionaria. La soluzione a questo problema Hummel non la dà, ma ironicamente si potrebbe dire che l'avanguardia è ricompensata in genere con un potere ancora più assoluto e totalitario, nel periodo post-rivoluzionario. Ovviamente non è quello che intende Hummel: anche a fare del bene si incorre nello stesso problema, e una rivoluzione liberale non potrebbe convincere "l'avanguardia" promettendo il potere assoluto: sarebbe contraddittorio. Il capitolo conclude affermando che anche se non si potesse eliminare lo stato, molto si può comunque fare per limitarlo, e ha perfettamente ragione.
Il nono è di Block è di teoria economica: beni pubblici, esternalità. Le critiche di Block a questi concetti, un suo cavallo di battaglia, hanno senso e sono perfettamente corrette. Ad esempio, se è vero che John, beneficiando della difesa di Jack, non parteciperà alla difesa (l'esternalità crea una produzione insufficiente), lo stesso è vero per qualsiasi struttura territorialmente limitata, a meno che il territorio non coincida perfettamente con i limiti delle esternalità. Parla anche di una teoria assurda che afferma che gli stati sono come club volontari, teoria che, secondo la celebre frase di Schumpeter, prova quanto le scienze politiche siano lontane dalla mentalità scientifica. L'argomento è collegato coi market failure e quindi con l'intervento pubblico, in questo caso nel "mercato" della difesa.
Il decimo è di Hoppe e riguarda la produzione di difesa. Di fatto è la teoria standard delle assicurazioni intese come agenzie di difesa, sviluppata sulle linee di Molinari e i coniugi Tannehill. Analizza il concetto di assicurazione, i problemi di moral hazard, eccetera. L'argomento fornisce soltanto le fondamenta per affrontare i problemi di sicurezza, ma evidentemente è considerato dai libertari il tetto del sistema, perchè sono decenni anni che non ci sono passi avanti nell'analisi. E ci si lamenta della lunghezza delle opere pubbliche...
L'undicesimo e ultimo è di Huelsmann e riguarda la secessione. Huelsmann definisce la secessione in un modo così strano che qualsiasi secessione storicamente avvenuta non rientra nella sua definizione: si ha una secessione quando ci si allontana da un potere centrale per eliminare determinati legami egemonici e sostituirli con legami volontari. In realtà le secessioni sono un cambiamento del territorio sovrano, quindi sostituiscono in genere legami egemonici a legami egemonici. L'autore fa poi un'ottima difesa del gradualismo: i liberali usarono lo stato per combattere l'aristocrazia, e si ritrovarono in una società dove c'era un solo centro di potere rimasto, quindi potenzialmente totalitaria. La gatta frettolosa fa i gattini ciechi. Huelsmann conclude con un'analisi della guerriglia, quando supportata dalla popolazione e quindi "quasi invicibile", teoria che ha un punto debole (oltre al fatto che la maggior parte delle guerriglie sono state combattute per creare un sistema di potere ancora peggiore, come afferma lo stesso autore, o che spesso la popolazione civile è stata massacrata dai "guerriglieri", cosa che nel libro è invece trascurata): la guerriglia può forse impedire il controllo del territorio, ma quello che dovrebbe fare per servire veramente a qualcosa è creare un ordine sociale, che è tutto un altro problema. Che faccia casino non è sufficiente. L'articolo è deludente perchè ci sono ottimi ragionamenti da fare a favore della secessione, ma non ci sono: secondo la difesa migliore della secessione è che, rendendo volontaria la partecipazione alla politica, fa sì che, se si vuole cooperare, tutte le parti in causa debbano vincere: non è possibile fregare le minoranze puntando loro la pistola alla tempia, come in democrazia (in teoria: in pratica la maggioranza perde sempre rispetto alle elite organizzate).
Per concludere, ci sono tanti insight, tante idee provenienti da ogni branca delle scienze sociali, molta voglia di non fermarsi alla banalità. Quello che manca è la capacità di concettualizzare i problemi delle cosiddette Relazioni Internazionali ed arrivare ad una teoria credibile della Sicurezza. Senza questo il resto è inutile: buona economia, buona teoria politica, buona filosofia politica, e niente strategia e geopolitica. Per un libro sulla Difesa nazionale è un grosso problema. Io ho ordinato Aron, Peace and War. Non so se fornisce tali basi, ma chi leggerà, tra qualche mese, la mia futuribile recensione dell'opera vedrà...
postato da: Libertarian alle ore 17:30 | Permalink | commenti (14)
categoria:libri, politica internazionale, libertarismo
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