Liberalismo
Per molti il liberalismo è un termine generico che descrive ogni sistema politico senza campi di sterminio, senza autocrazia e con un minimo di garanzie giuridiche e di libertà personali. Questo concetto onnicomprensivo - come tutti i concetti onnicomprensivi - è poco significativo: mette assieme mele e pere e non aiuta a comprendere differenze e distinzioni rilevanti.
D'altra parte, una parola comune deve esprimere un cuore comune di concetti, valori o teorie. Serve qualcosa che distingua il liberalismo dal resto del mondo, che non sia né settario né indiscriminato.
Io seguirò Angelo Panebianco nel definire il liberalismo come la dottrina della limitazione del potere. Questa definizione è l'unica che conosco che è in grado di mettere assieme Locke, Mises, Leoni, Jouvenel, Tocqueville, eccetera.
Il liberalismo quindi è pre-politico, non politico. Mentre la democrazia denota un particolare assetto politico, trattandosi di un semplice metodo di controllo (poco efficace) del potere, il liberalismo si pone problemi per così dire "preliminari".
Contrapporre liberalismo e democrazia è un errore di categorizzazione, come parlare della durezza di un liquido. Il liberalismo si chiede come limitare il potere: la democrazia si chiede come esercitarlo. La distinzione non è netta, ovviamente (il voto può essere un modo per controllare il potere, ad esempio), ma è significativa. L'essenza della distinzione è che la democrazia si pone domande a posteriori rispetto alla formazione della comunità politica; il liberalismo si pone una questione a priori.
Storicamente, seguendo l’eccezionale analisi di Panebianco ("Il potere, lo stato, la libertà", il Mulino), il liberalismo ha cercato – invano – di controllare e limitare il potere mediante varie tecniche: costituzioni rigide che limitavano l’ambito e le forme della politica, mercati forti e indipendenti dalla politica, gruppi di potere forti e indipendenti dalla politica, e norme del diritto non influenzabili direttamente dalla politica.
Costituzione
Il costituzionalismo liberale è in primis la Costituzione americana: è un breve testo che elenca le poche cose che il governo deve fare, analizza i modi in cui queste cose vanno fatto e limita i potenziali arbitri con una moltitudine di “checks and balances”.
Sappiamo com’è andata: la Costituzione USA non ha più molta rilevanza. È morta pian piano, prima con Hamilton con il suo Patriot Act (no, non si chiamava così, era l’Aliens and Sedition Act); poi con Lincoln, poi con Wilson, poi con Hoover, poi soprattutto con Roosevelt, il social-fascista americano (la prova della superiorità politica degli USA è che il peggior nazicomunista che hanno avuto è stato Roosevelt e non Stalin o Mussolini). Poi hanno continuato con Johnson (la grande società), Nixon (l’uscita dalla gold window) e con Bush Jr (non voglio fare un elenco, prenderebbe troppo tempo). Ora continueranno a farsi del male con Obama, probabilmente.
Le costituzioni rigide servivano proprio a stabilire una cornice oltre la quale l’azione politica diventava illegittima. La rigidità è una condizione necessaria, perché una cornice estendibile non è un vincolo. La realizzabilità di un assetto costituzionale rigido vive e muore con l’esistenza di un sistema legale indipendente dallo stato: nel momento in cui l’ordinamento è soltanto la volontà del potente di turno, anche le costituzioni perdono utilità.
Le costituzioni contemporanee assomigliano ad una collezione di promesse elettorali, e non svolgono granché il ruolo di vincolo all’attività politica. Non voglio dire che non valgano nulla: intendo dire che sono estremamente più flessibili e meno liberali di come era stata pensata l'originale costituzione dei liberale.
Il problema del costituzionalismo è che le costituzioni le fanno i politici: quindi come vincolo per il potere sono un po' campate per aria. Diciamolo: meglio una costituzione che una legge ordinaria, modificabile in due minuti, ma non esageriamone il ruolo come garante del liberalismo.
Mercato, gruppi di potere, monopolio della forza
Altre due teorie liberali tipiche sono che gruppi sociali organizzati con un interesse nella libertà e un mercato libero vincolano il potere e ne riducono l'estensione e la pericolosità.
Un mercato indipendente è un ostacolo al potere? Ci credo poco.
Il mercato è il paradiso dei potenziali entranti: chi sta per entrare in un mercato ha tutto l’interesse ad avere mercati aperti all’ingresso. Ma è anche l’inferno per chi ha una posizione: questi ultimi hanno tutto l’interesse a trasformare la libera scelta dei consumatori in un privilegio legale imposto dalle autorità.
Il risultato finale dell’intervento politico in economia è che gli inefficienti produttori con rendite di posizione hanno interesse a privilegi, e i produttori efficienti senza rendite hanno interesse invece al libero mercato: il problema è che i primi sono un gruppo di interesse facilmente organizzabile, perché esistono, perché si incontrano, perché sono coscienti dei propri interessi; i secondi no. Il risultato è un bias a favore dell’inefficienza, della staticità e delle rendite di posizione.
Il problema non è nato con la politica di massa, comunque. Il liberalismo economico è inefficace perché presuppone che ci siano dei gruppi interessati alla libertà generale. Nessun gruppo sociale ha interessi del genere: si può essere liberali - al più - per sè stessi; verso gli altri è difficile.
I gruppi di potere (il “liberalismo sociologico”) sono un meccanismo apparentemente illiberale di limitare il potere politico: basarsi su gruppi sociali con interessi opposti a quelli del potere centrale per limitare il secondo. Ad esempio, l’aristocrazia vedrà male la monarchia che cerca di accentrare il potere a sé, e i singoli stati si opporranno al governo federale; e la chiesa si opporrà all'impero.
Il liberalismo sociologico è prigioniero tra la Scilla del rimuovere privilegi ingiusti (si pensi agli stati americani che facevano leggi a favore della schiavitù, o ai privilegi legali dell’aristocrazia) e la Cariddi di spianare la strada all’espansione totale del potere centrale (si pensi alla di fatto eliminazione del federalismo negli USA nel XX secolo: ora gli stati sono solo questuanti alla ricerca di soldi federali, senza effettiva autonomia).
Valgono le stesse amare conclusioni precedenti, ma bisogna dire che il liberalismo sociologico almeno ha retto un po’ storicamente, mentre quello economico non ha mai giocato un ruolo.
Poi c’è il liberalismo delle baionette: se nessuno ha la forza di imporre la propria volontà, allora forse c’è speranza che un sistema di regole condivise vantaggiose per tutti venga fuori. Questa forma di liberalismo è stata utile nel XIX sotto forma di equilibrio di potenza, ed era forse teorizzata da alcuni founding fathers (si pensi al ruolo delle milizie). La forma più pura di liberalismo delle baionette è l’anarchia: la privatizzazione e il pluralismo del diritto di usare la coercizione.
Che questo funzioni o meno non si sa, però potrebbe essere interessante: questa è l'unica forma "realista" di liberalismo che Panebianco non considera. Eppure il monopolio della forza non è scritto nelle equazioni della meccanica quantistica: non è una necessità. Che poi funzioni è un altro paio di maniche.
Diritto
Il diritto non è stato sempre – e a maggior ragione non deve necessariamente essere – frutto della volontà di un’assemblea. Anzi, è inconcepibile che un’istituzione dotata di un potere così sterminato possa esistere in una società liberale.
Se il diritto è nient’altro che la volontà del potente di turno si aprono potenzialità di statalismo enormi: è possibile usare leggi e regolamentazione a favore dei gruppi di pressione, trasformando i cittadini in “accattoni che di mestiere fanno gli elettori” (Antiseri); è impossibile avere certezza del diritto, perché ogni principio può essere rimosso in ogni momento (Leoni, ma anche Antigone, quando diceva che il diritto di Creonte è "diritto di un'ora"); il diritto diventa un affare centralizzato gestito dalle elite al potere, e quindi ogni cittadino è privato della possibilità di influenzare il proprio microcosmo legale attraverso liberi contratti e abitudini giuridiche.
Di fatto, la legislazione elimina il diritto di ogni cittadino di fare pretese sugli altri e di ottenere dagli altri determinati comportamenti in cambio di altri comportamenti; l’unica forma di pretesa rimasta diventa fare pressione politica, il che però implica tutti i difetti visti finora, in quanto è una decisione collettiva e non individuale.
Morale
Il liberalismo “etico”, quello dei pistolotti moralistici su cosa è giusto o non è giusto, ma non è preso in considerazione nel libro di Panebianco. Il che ha senso, perlomeno se si guarda il mondo con occhi “realisti”, ma probabilmente è un’esagerazione: il fatto che è la percezione di ciò che è o non è giusto gioca un ruolo fondamentale in politica.
I politici attuali possono togliervi quasi tutti i soldi che avete senza che voi possiate fiatare, possono distruggere il valore dei vostri risparmi, prelevare nei vostri conti correnti, impedirvi di lavorare, di trasferire denaro, di spostarvi, di aprire giornali, di aprire un’azienda. Questo perché la maggioranza non si accorge dell’assurdità di queste pretese.
Però non può scoparvi la moglie la prima notte di nozze: questo è uno dei pochi progressi morali dell’umanità che il XX secolo ha mantenuto. Questo non perché chi ha potere è impotente o perché sono tutti convinti, come i potenti siculi, che “cumannari è megghiu ca futtiri”: semplicemente perché la cosa verrebbe vista come un oltraggio dall’opinione pubblica.
Purtroppo la morale è un’abitudine: se siete abituati a vedere gli indios come animali non vi creerete problemi a vederli morire ammazzati; la moralità del liberalismo ha fatto una brutta fine: negli anni ’30 alcuni sparuti intellettuali si opponevano al New Deal, ora nessuno capirebbe i loro motivi, probabilmente.
I liberali etici si sono estinti come il brontosauro: ora nessuno crede che immischiarsi nelle azioni altrui sia ingiusto, mentre sono tutti pronti ad accettare limitazioni della libertà altrui in nome di altri valori - più di moda - come la democrazia, la solidarietà, l'egalitarismo.
Conclusioni
Il liberalismo è morto. C'è un problema reale dietro la sua morte: non è riuscito a porre vincoli credibili al potere. Ogni forma di liberalismo ha posto fiducia in assetti istituzionali che hanno perso il loro contenuto liberale.
Ogni forma di liberalismo può essere utile: uno stato che spende il 5% del PIL è meno capace di comprare i voti di uno stato che ne spende il 50%. Ma nessuna soluzione istituzionale proposta dai liberali è stata in grado di porre un freno al totalitarismo democratico del XX secolo.
Come visto nelle precedenti puntate, l'attuale assetto istituzionale peggiora la situazione, rendendo ancora più improbabile il ripristino di un sistema liberale. Ma la mancanza di un assetto istituzionale "naturalmente" liberale non è un problema della democrazia o una cospirazione: è un problema strutturale del liberalismo.
In termini semplici, il liberalismo non è solo difficile da realizzare: è pure difficile da mantenere. La confusione concettuale tra libertà e democrazia ha di fatto rimosso ogni ostacolo - istituzionale, morale, filosofico - all'eliminazione del liberalismo.