giovedì, 09 luglio 2009
Locke scriveva che lo stato è necessario perché nelle dispute tra privati il giudice terzo è fondamentale per poter applicare le regole di giustizia. C'è un piccolo non sequitur nel ragionamento, comunque: è vero che l'imparzialità è un desideratum fondamentale del giudizio giuridico, ed è vero che nelle dispute tra due privati l'unica soluzione credibile passa per un tribunale terzo rispetto alle parti in causa. Però due conseguenze non derivano da queste premesse: il primo non sequitur è che la parte terza non necessariamente deve essere lo stato, come dimostra l'esistenza tra l'altro delle corti di arbitrato, la seconda è che non c'è nulla che garantisca che lo stato sia terzo rispetto alle parti in causa.

Mentre il primo non sequitur è abbastanza ovvio, il secondo si presta a riflessioni più approfondite. In primis, la terzietà dello stato dipende dall'estensione dello stesso, in quanto uno stato che fa una cosa ha automaticamente interessi in questa, e quindi non può essere terzo in particolari casi, mentre uno stato che fa mille cose ha automaticamente interessi in ogni ambito della vita sociale, e quindi non è praticamente mai terzo: l'aspirazione alla terzietà quindi è inversamente proporzionale all'estensione del dominio della politica, in qualche modo.

In secundis, è possibile migliorare la terzietà dello stato, ad esempio vincolando la burocrazia e la polizia a regole certe, introducendo corti non statuali (come le giurie americane, magari), istituendo un ordine di giudici o autorità indipendenti. Si tratta comunque solo di pagliativi, in quanto lo spirito di corpo aleggerebbe comunque, ad esempio tra i magistrati, rendendo difficile punire penalmente un giudice, anche quando si macchia di gravi violazioni nei suoi doveri professionali o anche commette reati nella sua vita privata. Lo stesso ovviamente vale per i corpi di polizia, visto che si avrà una tendenza ad occultare prove a sfavore degli agenti o a crearne a favore, potendo chi indaga influenzare appunto le indagini.

Fermo restando quindi l'aspirazione alla terzietà, rimane il fatto che è un problema aperto: non esiste un sistema giuridico in cui il problema dell'imparzialità è automaticamente risolto, e lo stato di per sé non è la soluzione al problema (e comunque non è un problema solo dello stato, come potrebbe argomentare un anarchico).

Ho parlato di aspirazione perché Lon Fuller, nel suo "La moralità del diritto", parla apertamente di etica dell'aspirazione: i cittadini di un paese che vuole dirsi civile devono aspirare a tante cose, tra cui la terzietà dei giudici nelle cause tra privati (e, cosa molto più difficile da ottenere, la terzietà nelle cause tra privati e il settore pubblico).

L'idea lockiana di un giudice terzo è, appunto, un'aspirazione, e non un dato di fatto: non è una proprietà dei sistemi giuridici statali, e, anzi, è un problema che si intensifica man mano che lo stato cresce rispetto alla società e l'ambito del diritto legislato si espande a dismisura.
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categoria:filosofia, liberalismo
martedì, 30 giugno 2009
Quando si pensa al libero mercato spesso ci si immagina un insieme di individui che agiscono in concorrenza pura, senza accordarsi, senza cooperare, senza perseguire un fine comune. Quando ciò non avviene si parla addirittura di fallimento di mercato: collusione, potere di mercato, monopoli. Il risultato è un catch-22 in cui se si collude si fallisce per un motivo, e se non lo si fa si fallisce per un altro, ogni qual volta si presentano le condizioni in cui la concorrenza atomistica non è ottimale.

In base a quale principio farsi concorrenza è libero mercato mentre fare una joint venture non lo è non mi è chiaro*. Sta di fatto che l'ipotesi sottostante è che ogni forma di cooperazione sociale è politica, e quindi ogni forma di cooperazione sociale implica una scelta collettiva imposta obbligatoriamente a tutti i membri di un corpo politico. Questa ipotesi è campata per aria, anche se ha un forte potenziale di autoavveramento: man mano che la politica impone con la coercizione, si riducono gli spazi per realizzare con la cooperazione.

Questo concetto di libertà è in realtà del tutto privo di senso. La libertà è la libertà da coercizione: ognuno ha il diritto di usare i propri mezzi per i propri fini. Ciò che distingue una società di mutui soccorso da un sindacato è che la prima non usa la coercizione per perseguire i propri scopi; se i sindacati si limitassero a "colludere" (cioè cooperare) per influenzare il mercato del lavoro, senza privilegi legali, non ci sarebbe nulla di male dal punto di vista della libertà.

Il principio corretto per distinguere quindi una transazione libera da una non libera non è l'assenza di cooperazione, ma l'assenza di violenza. In una società liberale, del resto, gli uomini coopererebbero molto più spesso di oggi, proprio perché non avrebbero a disposizione un governo che produce beni e servizi a spese di tutti e in regime di monopolio.

* Non è necessario arrivare all'esagerata conclusione di Rothbard per cui la collusione è sempre un bene.
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categoria:liberalismo, filosofia politica
mercoledì, 20 maggio 2009
Ho letto un articolo di un sindacalista della FIOM: riflessioni sparse senza riferimenti al testo. L'articolo diceva di tornare alla vecchia Italia, quella con disoccupazione di massa, di lungo termine, e con trend in crescita, precedente alla riforma Treu (e poi a quella Biagi).

In Italia si sceglie sempre tra due mali: la disoccupazione di massa di lungo termine oppure il precariato. In teoria si può far molto per migliorare il secondo (esempio: se solo producessimo quanto i tedeschi, avremmo salari maggiori), ma nulla che funzioni nel breve termine: nel lungo serve coraggio politico e nessuno ce l'ha (Berlusconi preferisce rimorchiare donzelle, Franceschini si guarda allo specchio ogni mattina chiedendosi "io esisto?").

Concordo che bisogna togliere i 36 (?) contratti attuali: ne basta uno, il resto è solo una fonte di reddito per gli avvocati. Il problema è se ne serve uno rigido (disoccupazione ed inefficienza, con molte garanzie però per quel 85% dei lavoratori che un lavoro l'avrebbe) oppure uno flessibile (efficienza ma instabilità dell'occupazione).

Prima l'Italia aveva il 12% di disoccupazione, al sud e tra i giovani era il 20-30%, il 70% della disoccupazione era (è) di lungo termine (almeno un anno), il tasso di occupazione era (è) bassissimo, soprattutto tra le donne (ma Berlusconi ha promesso di assumerne 200,000 come sue amanti, quindi il problema si risolverà ). Oggi, con la crisi, quell'Italia forse starebbe con la disoccupazione al 15%: la disoccupazione da rigidità, infatti, anche se aumenta lentamente (per omissione di assunzione e non per commissione di licenziamento), tende a persistere, cosa che è chiamata "isteresi".

Poi Treu e Biagi hanno fatto quello che si fa in Italia in mancanza di coraggio politico: si legalizza ciò che era già realtà. Prima i disoccupati permanenti erano in realtà lavoratori in nero, almeno in parte: ora i lavoratori in nero si chiamano "lavoratori atipici" e almeno hanno mezza pensione (altro esempio di riforme fatte a metà per mancanza di fegato).

Una parte dei lavoratori atipici che prima era in nero o disoccupata sta sicuramente meglio di prima: poi c'è una parte di lavoratori "tipici" che ora sono diventati atipici, che si può dire stiano peggio. Il numero di questi è difficile da calcolare: in teoria è facile, perché gli atipici sono il 13% circa dei lavoratori, la disoccupazione è calata del 6% (dal 12% al 6%), quindi sarebbero il 50% circa. In pratica bisogna compensare l'aumento della partecipazione alla forza lavoro e soprattutto il trend della disoccupazione (che non sarebbe rimasta al 12% di qualche anno fa, ma sarebbe salita). Non mi azzardo a dare fiducia alla mia stima, ma diciamo che il 33% dei lavoratori atipici nell'Italia precedente avrebbe avuta un contratto standard, mentre il rimanente 67%% sarebbe stata in nero o disoccupata. Quindi le riforme hanno avvantaggiato il 67% dei "precari".

Non conosco la proposta di Ichino, ma conosco la proposta di Boeri e Garibaldi, visto che ho letto il loro libro. Purtroppo ho dimenticato i dettagli della proposta (ho il libro a casa), però in linea di massima si tratta di un contratto a due o tre stadi, in cui le garanzie aumentano col tempo, e dopo 36 mesi si ha un contratto identico all'attuale. Praticamente è un incentivo a licenziare la gente al 35° mese, e se ciò non fosse possibile a posticipare le assunzioni fino a far aumentare il tasso di disoccupazione: ho poca fiducia che funzioni. Credo che sia tra l'altro anche simile al piano Tiraboschi (allievo di Biagi), ma non ne sono convinto.

La proposta Ichino, invece, consiste da quel che ho capito interamente nell'aiutare i disoccupati a trovare un altro lavoro, invece che pagarli per non lavorare nelle vecchie aziende con la cassa integrazione: in un paese senza assistenza ai disoccupati, e dove la cassa integrazione beneficia soprattutto i dipendenti delle grandi aziende del Nord, è una buona idea. Di certo sarebbe un passo avanti per milioni di lavoratori in aziende piccole e medie.

A ben pensare la proposta Ichino è ovvia: in un'economia basata su continue innovazioni tecnologiche i lavoratori non possono lavorare 40 anni nello stesso posto e fare per 40 anni le stesse cose. Le aziende nascono e muoiono, le tecniche cambiano, l'organizzazione cambia: dare un sussidio ai disoccupati e fare "retraining" è una politica sociale efficiente; conservare aziende inefficienti come ospizi di lavoratori inoccupati no.

Comunque sia, il mondo degli anni '80 non tornerà mai: i sindacati hanno sbagliato secolo, e io personalmente non vedo come si possa esser fieri di un sistema che ha impedito a milioni di persone di lavorare, ma ai sindacalisti piace la retorica (e la propria carriera, immagino): i disoccupati sono un dettaglio trascurabile, e la crescita economica (l'unica politica sociale che funziona) pure.

La scelta è tra mali di grosse dimensioni, ed eventuali mali minori si avranno solo tra almeno un decennio, posto che si abbia coraggio oggi, cosa che nessuno ha. Del resto, se al Governo ci sono gli scarti del PSI e della DC, e se il capo vero dell'opposizione è in realtà Veronica Lario, abbiamo un problema. :-)
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categoria:economia, politica interna, politiche sociali, liberalismo
giovedì, 30 aprile 2009
"In modern times the most generous use of such laws1 has been in the field of economic, health, and safety regulations, though it is not uncommon also to impose a stict criminal liability in areas having to do with the possession of narcotics, gambling apparatus, and prohibited liquors. Strict criminal liability has never achieved respectability in our2 law. ... There is however no mystery about the reason for their continued and perhaps expanding appearance in modern legislation: they serve mightily the convenience of the prosecutor. Their apparent injustice, he is likely to assure us, is removed by "selective enforcement." Though theoretically such laws are a trap for the innocent, it is only the real villains who are pursued in practice. As for them, their being brought to justice is greatly facilitated because the government in making out its case is relieved from aving to prove intent or fault, a particlarly difficult task when complicated regulatory measures are involved. ... The conveniences of what has been called "jawbone enforcement" - it might less charitably be called "enforcement by blackmail" - became widely known during the hectic days of World War II, when overworked administrators of complex economic regulations had to find some way of simplifying their task. ... Fortunately, influential and persuasive voices have recently3 been raised against this evil and the other abuses that go with strict criminal liability".

Lon Fuller, "The morality of law".

Al di là dei dettagli, di cui capisco poco, è sorprendente che non sia considerato autoevidente che i limiti al potere politico impliciti nelle garanzie processuali, nei vincoli alla forma del diritto, eccetera, servono ad assicurare la sicurezza dei cittadini dall'arbitrio dell'unica organizzazione con cui hanno a che fare quotidianamente che può mettere in pericolo la vita di decine di milioni di loro4. Quando si dice che c'è conflitto tra sicurezza e libertà si commette un'imprecisione: la libertà è la sicurezza (in questo caso ottenuta mediante diritti giuridici) dal potere. Non ci sarebbe bisogno di vincoli ai tribunali e ai legislatori se questi fossero onniscienti e infinitamente buoni, esattamente come non ci sarebbe bisogno del diritto penale5 in una società di angeli: ma siccome nessuna delle due ipotesi è vera, occorrono delle regole per difendersi dai criminali, dagli altri stati, e anche dal proprio stato. Come questo possa essere tradotto in "libertà vs sicurezza" non riesco a capire. Il trade-off semmai è tra efficacia nel contrastare il crimine ed efficacia nel contrastare gli abusi del potere: un trade-off tra due forme di sicurezza, quindi.

1 Strict criminal liability: quando qualcuno commette un reato penale senza avere colpa.

2 Quella americana.

3 Scritto nel 1964.

4 Il che suona retorico, però è banalmente vero.

5 La frase di Fuller non si riferisce al diritto penale nel senso "liberale" del termine, cioè alla punizione di chi viola i diritti altrui (life, liberty & property) con la forza o la frode. Si riferisce al processo di espansione del diritto penale che era servito - a partire dalla WWII, dice Fuller, ma immagino che si potrebbe partire dal New Deal, data l'epopea delle regolamentazioni - a imporre meglio i diktat di agenzie regolative e altre conseguenze dello sviluppo del "welfare-warfare State". Il mio ragionamento è più generale.
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categoria:usa , giustizia, liberalismo
mercoledì, 22 aprile 2009
Appunti che mi servono per un lavoretto che sto facendo, ma che non avendo la pennetta USB non posso aggiornare.

1. Supponiamo che 10,000 persone votino 1 rappresentante che si occuperà di decisioni politiche in 100 ambiti diversi. Supponiamo che ogni singolo argomento interessa 100 persone, e che le altre persone siano completamente indifferenti. Si avranno quindi 100 lobby che si concentreranno per avere 1 favore, e il 99% della popolazione non si ribellerà, visto che l'unico incentivo a farlo è che ognuno paghi lo 0.01% del costo totale del favore (entità trascurabile). All'equilibrio avremo 100 lobby che imporranno decisioni inefficienti che complessivamente avranno costi molto maggiori dei benefici.

2. Se io come elettore mi informo sulla politica, o cerco di ricordare eventi politici passati per imparare dall'esperienza, o cerco di criticare i miei convincimenti politici errati, o cerco di studiare un argomento difficile perché importante per le decisioni politiche, beneficio me stesso solo marginalmente (visto che aumento di un infinitesimo la probabilità che la democrazia prenda una decisione ragionata), e beneficio indifferentemente ogni singolo elettore. Siccome nessuno ha incentivo quindi a fare queste cose, l'azione politica sarà basata su: teorie semplicistiche (Keynes anziché Mises, ad esempio), convincimenti irrazionali (il salario minimo aiuta i lavoratori, ad esempio), ignoranza e miopia (in precedenza ho detto che i politici sono miopi: gli elettori lo sono altrettanto).

Insomma: il mercato funziona fino a prova contraria (esternalità o altri problemi); la democrazia non funziona fino a prova contraria (cioè, l'analisi teorica dimostra che ci sono tante di quelle sfighe che c'è da stupirsi che la realtà non sia ben peggiore di quella che è).
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categoria:liberalismo, teoria politica
sabato, 04 aprile 2009
Ripetizioni di liberalismo

Su Il Foglio del 3 Aprile il più grande ideologo di Forza Italia, Gianni Baget Bozzo, è riuscito a dimostrare al mondo di non avere la minima idea di cosa sia il liberalismo, attraverso una lunga sequela di paralogismi che in confronto la Pravda era una lettura edificante.

Questo è l'articolo (courtesy of ElBoaro), e questa è l'ottima risposta di Carmelo Palma su Libertiamo.

I presupposti del ragionamento di Baget Bozzo sono i seguenti:

(1) La volontà della maggioranza deve essere onnipotente
(2) Lo stato e la società sono la stessa cosa
(3) I limiti costituzionali e legali al potere sono antidemocratici
(4) Lo stato etico è lo stato che pone limiti al potere della maggioranza

Non occorre ch'io argomenti la cosa perché Palma lo ha già fatto perfettamente. Baget Bozzo non ha una prosa semplice da leggere, ed è difficile capire quando argomenta e quando scherza. Di certo nulla di quanto scrive nell'articolo ha qualcosa a che fare con il liberalismo: un'argomentazione simile a quella di Baget Bozzo la trovai anni fa in un libro di Norberto Bobbio, in cui si affermava che ogni limitazione della democrazia è autoritaria. Le radici ideologiche sono quelle della volontà generale di Rousseau e quindi dei giacobini. Baget Bozzo respingerà il paragone, ma la forma del suo ragionamento è identica. E' terribile che in un paese senza una solida tradizione di libertà la parola "liberale" sia usata da chi col liberalismo non ha nulla a che fare.
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categoria:liberalismo
sabato, 28 marzo 2009
Oggi riassumo tutta la storia umana.

Supponiamo che due organizzazioni, la mafia e lo stato, possano ottenere un reddito a spese di una certa società tramite l'uso di coercizione.

Supponiamo che l'uso della coercizione distrugga ricchezza, cioè danneggi l'economia della società oggetto di sfruttamento da parte dell'organizzazione in questione.

Sto ipotizzando, e non dimostrando, che non esistano beni per la cui produzione la mafia o lo stato siano necessari, come ad esempio la sicurezza da altre mafie/stati o dalla microcriminalità.

Questa ipotesi permette di distinguere uno stato in forma pura come monopolista dell'uso della forza, uno stato "impuro" come entità dominante ma che divide il potere con almeno un'altra organizzazione (la mafia), e una situazione di anarchia come lotta tra mafie che vogliono diventare stato.

Nel modello non c'è spazio per uno stato o una mafia buoni o per un'anarchia ordinata, per semplicità. L'ultima eventualità è comunque trattata implicitamente.

Considererò la tassazione come l'unica fonte di reddito dello stato o della mafia, per semplicità.

SCENARIO #1

Supponiamo che esista un monopolista dello sfruttamento, lo stato, e che il suo potere sia stabile.

In questo caso lo Stato ha un punto di ottimo nel massimizzare il valore atteso della propria rendita da sfruttamento futura, cioè la somma attualizzata del massimo che riesce ad estrarre dalla società che sfrutta. L'ottimo dipende dalle preferenze temporali di chi ha potere, dal livello di tassazione che riesce ad imporre, e dalla dannosità della tassazione per quanto riguarda la ricchezza della società sottostante.

Tasse troppo basse lasciano alla società risorse non sfruttate adeguatamente dallo stato, e tasse troppo elevate distruggono la società e quindi impediscono allo stato di sfruttare adeguatamente la rendita nel lungo termine.

Quello che si ottiene è un regime ottimale di sfruttamento, che non danneggia troppo il futuro e non lascia troppa libertà nel presente: il punto di ottimo verrà chiamato "ottimo lafferiano" per l'ovvia similitudine con la curva di Laffer.

Da ciò si deduce che lo stato, anche in situazioni ottimali, sarà liberale controvoglia: accetterà la libertà solo perché aiuta la crescita e quindi aumenta la base imponibile. Siccome il liberalismo funziona, cioè, ci sarà sempre quel minimo di libertà che serve per ottenere il massimo della rendita da sfruttamento.

E' possibile rendere questo risultato ancora più ottimale per la società vincolando lo stato, come vogliono fare i liberali (con scarso successo).

SCENARIO #2

Supponiamo che esista un monopolista dello sfruttamento ma che il suo potere sia instabile.

In questo caso l'ottimo lafferiano non verrà raggiunto, perché il rischio di perdere il potere riduce l'orizzonte temporale dello stato, e quindi fa sì che le rendite future abbiano minore valore attuale. Il risultato è che lo stato concentrerà l'attenzione al breve termine, trascurando le rendite future, e quindi si avrà un livello di sfruttamento sovraottimale, che danneggerà la crescita di lungo termine per garantire il massimo del reddito da sfruttamento nel breve termine. Si noti che la miopia può indurre politiche inefficientemente illiberali, come fatto notare da Hoppe in "Democrazia: il dio che ha fallito".

Una società nello scenario #2 sarà più povera e meno libera di una società nello scenario #1.

SCENARIO #3

Supponiamo che esista un duopolio (o una concorrenza) di sfruttatori.

Se non esiste un regime statuale, ma si hanno almeno due organizzazioni mafiose che cercano di sfruttare il territorio, abbiamo lo stesso risultato dello scenario #2, in quanto non si tenderà a dare importanza a sufficienza alle rendite da sfruttamento future.

Si ha inoltre un paradosso del prigioniero: ogni singola mafia ha infatti incentivo a sfruttare la società che tiranneggia, ma paga soltanto una parte delle conseguenze dello sfruttamento, di conseguenza ci sarà una sovraproduzione di sfruttamento mafioso che danneggerà la crescita ulteriormente. Una mafia che si astiene dall'esagerare con la coercizione perderà rendita, ma subirà comunque i danni delle altre mafie, e l'equilibrio finale è un failed state.

Il risultato sarà un eccesso di coercizione e di povertà rispetto all'ottimo lafferiano, anche peggiore dello scenario #2.

Il risultato hobbesiano (un monopolista dell'uso della forza) è ottimale perché in questo scenario l'alternativa è il bellum omnium contra omnes. Un'alternativa ad entrambi è un insieme di regole: un ordine giuridico basato su determinati principi consuetudinari comunemente accettati. Questo sarebbe una situazione di anarchia - se l'uso della forza viene frazionato - o semplicemente uno stato liberale - se il monopolio della forza viene mantenuto. La libertà naviga tra la Scilla dell'ottimo lafferiano e la Cariddi della guerra tra mafie: più precisamente, la libertà è preferibile ad entrambe le alternative, è più simile alla seconda, ma la prima è migliore della seconda.

SCENARIO #4

Supponiamo che la regione in questione sia finanziata esternamente, ad esempio con donazioni per lo sviluppo.

Questo caso ha molta rilevanza per l'economia del Meridione d'Italia e dei paesi africani che campano di donazioni dai paesi occidentali: la mafia che sfrutta la società può contare su una fonte di reddito slegata dai danni che impone alla società che tiranneggia, e quindi non deve curarsi dell'efficienza del suo intervento rispetto all'ottimo lafferiano, che verrà quindi superato.

In più, più il suo intervento è dannoso, più probabilmente gli aiuti aumenteranno, e quindi si ha un equilibrio di sottosviluppo stabile in cui il danno che la mafia impone alla società è una condizione necessaria per il reddito della mafia stessa, che non solo non deve preoccuparsi della crescita, ma farà di tutto per danneggiarla.

Anche questo risultato sarà peggiore dello scenario #2, e a fortiori dello scenario #1.
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categoria:liberalismo, libertarismo, filosofia politica, teoria politica
mercoledì, 11 marzo 2009
Io non so - anche se spesso il dubbio mi viene - se il Papa preferirebbe un mondo di fanatici islamici, come argomenta Gregorj, o un mondo completamente agnostico. Forse è un'esagerazione, forse no: io non leggo nella mente delle persone, e a dir la verità l'argomento mi interessa poco e non leggo in genere neanche ciò che le persone scrivono a riguardo.

Però esistono validi motivi per ritenere che in generale, una persona religiosa abbia molto di più in comune con un'altra persona di differente fede, piuttosto che con un agnostico come me.

Fino a pochi secoli fa il Cristianesimo era l'unica "ideologia*" dell'Occidente, cioè l'unico insieme di credenze, miti, valori, idee, ideali che giocava un ruolo centrale nella vita e nella cultura dei paesi occidentali.

Le cose hanno cominciato a cambiare con i "Lumi": nelle parole di Glucksmann ("La terza morte di Dio"), si è sostituito a Dio qualcos'altro, ma si è lasciato il trono di Dio dov'era. In sostanza, concetti come assolutezza, perfezione, onnipotenza sono rimasti, ma a riempire il vuoto lasciato da Dio si sono create nuove divinità: la ragione, il popolo, la democrazia, la scienza, la razza, la classe, l'ambiente.

La mentalità fideistica è rimasta, ma Dio è stato trasferito dall'aldilà all'aldiquà, con esiti infausti (si pensi alle tre rivoluzioni socialiste: Francese, Bolscevica e Nazista e ha tutto il sangue che hanno fatto scorrere, o a tutte le idiozie che sono state dette e credute in nome della Ragione e della Scienza).

Io preferisco di gran lunga un assoluto impalpabile ad uno contingente: meglio spostare la sete di assoluto sull'invisibile che nella storia. Peccato che la mentalità fideistica si presta naturalmente ad essere usata come strumento di potere: il passaggio tra credere all'autorità che parla di cose invisibili a credere all'autorità che parla di cose visibili non è un "quantum leap", ma una questione di grado. L'obbedienza e l'abitudine a credere senza pensare (senza pensare ai fondamenti, ovviamente, al resto ovviamente ci si pensa, anche se secondo gli atei razionalisti non è vero) non può quindi facilmente essere neutralizzata dallo spostare questi desideri oltre la Storia, perché chi ha il potere cercherà di capitalizzarlo per ottenere vantaggi nella Storia. Si pensi a questo articolo di Quagliarello sul diritto naturale, tentativo di trasformare un mito (il diritto naturale) in potere politico reale.

Ora supponiamo che ci sia una rivoluzione antropologica: domani tutti gli uomini diventano come me. Si perde completamente interesse per l'invisibile e l'indimostrabile (ovviamente si può avere interesse per l'invisibile dimostrabile e per l'indimostrabile visibile), non si accetta nulla come atto di Fede (ovviamente è necessario avere "ipotesi di lavoro" e una "teoria della giustizia" per poter agire nel mondo reale), e si usa la ragione al massimo grado (fermo restando che la ragione di per sé può veramente poco quando si tratta di giudizi di valore, che sono necessari).

In questo modo, non solo Dio, non solo le divinità artificiose create negli ultimi secoli, ma il  suo stesso "trono", cioè l'idea stessa di assoluto, di perfezione, di onnipotenza, verrebbe a mancare: una volta che questi concetti diventano frutto di un'astrazione che esiste solo nelle nostre menti, di fatto la base culturale della religione (il platonismo) sparirebbe.

E' molto più probabile che un comunista diventi cattolico piuttosto che lo diventi un agnostico, di conseguenza è verosimile che la Chiesa preferisca un mondo di religioni e/o ideologie (non faccio differenza tra le due cose) piuttosto che un mondo post-platonico come quello che esiste solo nella mia testa (e in quella di Glucksmann, e di diversi lettori di questo blog).

Non so se è antropologicamente possibile una tale rivoluzione. Forse ha ragione il cattolico Chesterton, quando dice che "il problema di non credere in Dio non è il non credere più in nulla, ma il credere a tutto". Forse gli uomini hanno bisogno di credere in qualcosa, Dio, l'ambiente, o la patria che sia.

Per un liberale non è necessario (e a me non me ne frega niente) che tutto questo venga a mancare: per un liberale basta che queste costruzioni astratte non uccidano altri uomini: va bene che si creda in Maometto, ma che non si punisca l'apostasia; che si dia retta al Papa, ma che non si discriminino i valdesi; che si creda all'uguaglianza, ma che non la si imponga per legge. L'importante non è non credere, ma non commettere crimini (anche se certi crimini necessitano di una fede strabiliante per poter essere compiuti).

Però è logicamente possibile che si possa fare a meno di questi concetti, e un mondo del genere sarebbe terribile per chi cerca di convincere gli altri dell'esistenza di assoluti. In questo senso, reputo probabile che piuttosto di vivere in un mondo di agnostici, le autorità religiose preferiscano le altre ideologie e le altre religioni.

* Per ideologia intendo un sistema di valori e di teorie sul mondo sociale. Non c'è nulla di sminuente a chiamare "ideologia" la religione. Ovviamente la religione dice di essere anche altro, e per chi ci crede indubbiamente lo è, ma non è quest'altro che mi interessa. A me interessa il potere di muovere gli uomini, che istintivamente reputo pericoloso (ma non sempre è così, ovviamente).

PS La prima frase era sbagliata e l'ho cambiata, c'era scritto che Gregorj diceva il contrario di quello che dice.
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categoria:storia, islam, liberalismo, filosofia politica
martedì, 10 marzo 2009
"I have often wondered why economists, with the absurdities all around them, so easily adopt the view that men act rationally. This may be because they study an economic system in which the discipline of the market ensures that, in a business setting, decisions are more ore less rational. The employee of a corporation who buys something for $10 and sells it for $8 is not likely to do so for long. Someone who, in a family setting, does much the same thing, may make his wife and children miserable throughout his life. A politician who wastes his country's resources on a grand scale may have a successful career."

"Mi sono spesso chiesto perché gli economisti, con tutte le assurdità che li circondano, so così proni a credere che gli uomini agiscano razionalmente. Questo potrebbe essere dovuto al fatto che studiano un sistema economico in cui la disciplina del mercato assicura che, in un contesto di affari, le decisioni siano più o meno razionali. Il dipendente di una ditta che compra qualcosa a $10 e la vende a 8$ non lo farà probabilmente a lungo. Chi, in una famiglia, fa all'incirca la stessa cosa, potrebbe improverire la moglie e i figli per tutta la vita. Un politico che spreca le risorse del paese su vastissima scala può avere una carriera di successo".

Ronald Coase

Citato in B. Caplan, "The myth of the rational voter", un libro che ho appena iniziato e sembra molto interessante.
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categoria:liberalismo, teoria politica
domenica, 08 marzo 2009
Ci sono due test di serietà da fare ad una proposta politica: (1) le analisi e i fatti sottostanti alla proposta sono veri?, (2) le soluzioni proposte sono un miglioramento?

Qualche giorno fa ho visto tipo un video dei signoraggisti (che a quanto pare non si limitano a far finta di capire di economia monetari) in cui si diceva che chi lavora è uno schiavo e che l'occidente consuma l'80% delle risorse solo per il 20% della popolazione.

Peccato che:

(a) l'uomo ha sempre lavorato e sudato ed è sempre stato ignorante; le cose sono cambiate storicamente a partire dalla fine del '700, nel senso che calorie e libri a disposizione degli individui sono aumentate considerevolmente. Ed è anche diminuito l'orario di lavoro, anche se non molto (perché sono aumentati i consumi).

(b) La storia dell'80%/20% nel 2009 è falsa. L'economia americana è circa il 20% del PIL globale, e quella europea (compresi paesi relativamente poveri come Portogallo o Ungheria) è poco di più. Quindi semmai il 20% della popolazione mondiale produce il 40-45%, non l'80% della ricchezza. E non lo ruba: lo produce. Il contadino padano che produce 5 tonnellate di grano ad ettaro ruba qualcosa al contadino del Maghreb che ne produce 0.5? Ovviamente no.

Finiti i giochi, parliamo di cose serie. A che punta stanno liberalismo e libertarismo con i punti (1) e (2)?

(1) L'analisi della società è ottima su molti punti di vista. Alcuni liberali (diciamo "Chicago"-style) in realtà tendono ad avere una visione un po' semplicistica dell'economia e delle istituzioni, mentre altri hanno una visione più realista e potenzialmente possono rendersi conti di eventuali problemi con maggiore vigore (dico potenzialmente perché non è detto che lo si faccia). Dopo trecento anni di liberalismo stiamo ancora al punto che di relazioni internazionali non si capisce nulla, ed è un peccato.

(2) La cosa divertente è che nessuna proposta liberale, che non sia staordinariamente moderata, può essere messa in pratica allo stato attuale. Diciamo che i fatti danno ampiamente ragione ai liberali su temi come la liberalizzazione del mercato del lavoro (dimezzare la disoccupazione è di fatto un gioco da bambini). In altri ambiti ci sono dubbi, ma stranamente sono ambiti dove l'intervento statale è all'ordine del giorno da almeno un paio di decenni: banche e finanza. Di argomenti convincenti pro-mercato a riguardo ce ne sono, anche se non nelle teorie "liberiste" mainstream (si pensi alla teoria del ciclo economico reale). Però se per liberalismo intendiamo qualcosa di più serio che non una piattaforma per migliorare quello o quell'altro problema specifico, ma un'intera architettura istituzionale capace di vincolare e ridurre il potere politico, e garantire il rispetto della libertà di scelta delle persone, abbiamo che il liberalismo e il libertarismo hanno qualche problema. Può forse consolare che la situazione attuale ha tanti di queli aspetti di criticità strutturale nel lungo termine che prima o poi il mondo si accorgerà di avere bisogno dei liberali, però se uno capisce un po' come funziona la politica, scopre che (1) se alla politica serviranno i liberali, è perché i primi saranno in cerca di capri espiatori; (2) anche se ciò accadesse, sarebbe probabilmente tardi per non passare un brutto periodo.
postato da: Libertarian alle ore 15:20 | Permalink | commenti (1)
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