martedì, 13 ottobre 2009
Ho scritto una mail, occasionalmente è sgrammaticata ma non mi va di rileggerla una terza volta.

The common good is a formal concept, because it is defined in terms of what it should engender (a peaceful and efficient commonwealth) but not in terms of how to reach that goal: appeal to the common good are thus similar to appeal to natural law, as no one knows what is a natural law or a natural right but everyone thinks it is great to use the term. From a rethorical point of view it is obviously an advantage to be in favor of the common good because the alternative is to be against the common good or in favor of a common evil.

Jokes apart, the idea of common good has no substantive content as we normally have blurry ideas about it. First of all, there is a logically insurmountable problem in defining what is good, as there are no sources of value judgements but individual subjective preferences. Is it good to make everybody equal from a material point of view; is it bad to kill all redheads? There is no rational reason to know. Even though we knew what is good, we may not have the cognitive skills or the information required to know how to reach it. This is particularly true in a complex society, as it is a novelty in human history, and our instincts are not used to living in it, our main moral systems have evolved when there was nothing of comparable complexity, and our reason and our knowledge are extremely limited in their capacity of understanding the details of the outside world. This is typically austrian problem: if the world has "complexity reducing institutions", such as prices or customs or ideologies, that enable us to live in society even if we don't understand society, and if these institutions are necessary to make a complex world possible, otherwise society would be limited by our cognitive skills and thus it couldn't be based on more than a handful of interacting individuals, then we cannot know the details we need to decide what the common good is.

The common good is an abstract concept which reminds us that living in society is beneficial, and so we can't do without such an idea (Jouvenel), as the natural consequence of saying that no common good exists would be to suggest that social interaction is harmful for individual human beings, and this would be as catastrophic as the ideologies of conflict in modern thought: conflicts of classes, conflicts of races, conflicts of nations, conflicts of civilizations. All these ideologies tend to deny that society works because it is better for almost everybody to live in society than to live alone.

Lacking a precise substantive content, however, the idea is at risk of being exploited for propagandistic reasons, and in fact more often than not the common good is considered synonim of collective choice, democratic choice, political choice. Gemeinnutz geht vor Eigennutz, said the German nationalists, and our modern political thought is based on the dogma that collective choices are the natural place to determine the common good. This is absolutely unliberal, unlibertarian, totalitarian and authoritarian. Locke didn't have this in mind when he considered politics to be a limited chartered social body necessary to circumvent a limited number of problems inherent in the theoretical anarchist natural state of the world, whereas on the contrary Rousseau, the father of totalitarian thought, thought that there was no such a thing as a society without an omnipotent political assembly imposing order on it. This is the conceptual mistake at the root of the whole contemporary western ideology: that society is possible only because a political assembly declares its existence. Governments are no more entitled to fill the concept of common good with content than any individual human being, as it is at least theoretically possible, and I believe it is true, that common good requires more or less strict limitations on political power.
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categoria:liberalismo, libertarismo, filosofia politica
giovedì, 08 ottobre 2009
Un amico mi ha chiesto come si fa a convincere la gente a capire che la maggior parte delle politiche danneggia la maggior parte della popolazione. Gli ho detto che è impossibile, perché i governati sono razionalmente ebeti e i governanti governano nel loro interesse. Questo post spiega la mia visione delle democrazie totalitarie viventi e delle (pessime) prospettive del liberalismo.

La libertà è un bene pubblico: i benefici del combattere per la libertà sono pubblici mentre i costi sono privati, e quindi ci sarà necessariamente un'insufficiente offerta di liberali.

L'informazione politica è un bene pubblico: l'elettore informato beneficia gli altri tanto quanto sé stesso, quindi ci sarà un'insufficiente domanda (e dunque offerta) di informazione sui temi politici.

La ragionevolezza politica è un bene pubblico: l'elettore ragionevole beneficia gli altri tanto quanto sé stesso, quindi ci sarà un'epidemia di credenze false e irrazionali tra gli elettori.

La politica è troppo complessa: l'ignoranza e l'irrazionalità razionali sono rese più gravi dall'enorme numero di temi di cui si occupa la politica nelle nostre società iperpoliticizzate (totalitarie in senso lato), dove nessuno anche volendo è in grado di giudicare l'insieme delle politiche.

Qualsiasi sistema politico di tipo democratico offre margini di manovra libera notevoli ai politici: siccome gli elettori sono disinformati e irragionevoli, non possono controllare i propri sedicenti rappresentanti.

I margini di manovra dei politici possono prendere la forma di investimenti in credenze irrazionali: in media, cioè, i politici cercheranno di inculcare credenze favorevoli al mantenimento e all'estensione del proprio potere.

I margini di manovra dei politici e l'ignoranza e l'irrazionalità dei governanti genera necessariamente due classi: chi prende decisioni e chi le subisce, l'elite e il popolo, chi trae vantaggio dalla politica e chi ne subisce le conseguenze senza capire e senza saperlo.

Ne risulta che la politica socialdemocratica è stabile nel breve e nel medio periodo: ciò è nell'interesse dell'elite, mentre il popolo è razionalmente ebete.

Ne risulta anche che la politica socialdemocratica tende naturalmente ad espandersi e a rafforzarsi: ciò è nell'interesse dell'elite, mentre opporsi a questo processo richiede investimenti in "liberalismo" che sono un bene pubblico.

L'unico modo per privatizzare i benefici della lotta politica è arrivare al potere: in sostanza, si combatte non per difendersi dal potere, ma per poterlo ottenere.

La rivoluzione paga solo i rivoluzionari: i rivoluzionari saranno quasi sempre almeno altrettanto sociopatici o comunque totalitari dell'elite precedente.

La democrazia tende a creare problemi a costi diffusi: più i costi sono socializzati e meno incentivi privati ad opporsi ci sono.

La democrazia tende a creare problemi di lungo termine: posticipare il redde rationem è sempre preferito all'affrontare il problema perché l'orizzonte temporale dei politici è basso.

I problemi a costi diffusi e di lungo termine sono difficili da affrontare e si aggravano nel tempo: inflazione, crisi finanziarie, disoccupazione, parassitismo, lobbyismo, sistemi pensionistici non sostenibili, danni alla crescita economica, consumo di capitale e caos legislativo sono esempi abbastanza universali dei problemi creati dalle democrazie.

Le politiche a benefici diffusi tendono a generare pressioni lobbystiche: la democrazia tende a generare spontaneamente parassitismo e a degenerare naturalmente in una società di mendicanti che di mestiere fanno gli elettori, o i mediatori di voti.

Nel lungo termine il potere non paga: creando problemi difficilmente rintracciabili e di lungo termine, tenderà a causare disastri e a minare le proprie stesse fondamenta.

Ogni tanto succede che la classe politica si riforma: finge di essere liberale per salvare le propri prospettive di lungo termine, ma tendenzialmente questo avviene in maniera insufficiente, o nascondendo i problemi nel lungo termine (Neoliberalismo e Reaganismo).

Siccome la politica tende ad evitare costi privati, alcune garanzie giuridiche sono stabili: nessuno vuole essere torturato e si opporrebbe se ciò avvenisse, purtroppo esistono infiniti altri metodi per sfruttarlo a beneficio dell'elite.

Il mercato sopravvive solo perché è efficiente, e quindi consente all'elite di massimizzare la base imponibile e di mantenere intatti o rafforzare i rapporti di forze con gli altri stati.

Il liberalismo è morto, con l'esclusione di alcune garanzie giuridiche, alcune tecniche costituzionali e un certo margine di libertà economica.

Nessuno ha interesse a combattere per la libertà, e gli unici che hanno interesse a fare opposizione lo fanno per raggiungere il potere e poter sfruttare le masse.

Il liberalismo è fondamentale perché la socialdemocrazia crea problemi esiziali nel lungo termine, ma nessuno se ne accorgerà prima che sarà troppo tardi.

L'interesse dell'elite a conservare lo status quo può posticipare il redde rationem e moderare lo sfruttamento delle masse e ridurre l'inefficienza della politica.

In ogni società, ci sarà almeno tanta libertà quanta è nell'interesse dell'elite al potere.

In una società liberale, ci sarà più libertà perché il popolo si oppone al potere: allo stato attuale nessuno lo fa, o quasi.

Non esiste nessuna soluzione politica ai problemi politici, perché gli elettori razionalmente non se ne preoccupano, o chiedono semplicemente prebende, mentre le soluzioni politiche passano nelle mani dell'elite e quindi sono nel loro interesse.

La democrazia e la libertà sono nemiche naturali: la prima tende a far considerare la seconda inutile, la seconda deve opporsi alle tendenze totalitarie della prima.

La democrazia ha vinto, il liberalismo è morto, e almeno nel breve-medio termine l'equilibrio politico socialdemocratico attuale è stabile.
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categoria:liberalismo, libertarismo, teoria politica
mercoledì, 30 settembre 2009
Ludwig von Mises è un autore sia semplice che complesso. E' semplice da capire, mai tecnico nel linguaggio e molto chiaro e conciso su praticamente ogni argomento, ma d'altro canto, trattando argomenti complessi e mischiando assieme temi provenienti da una miriade di discipline, dalla teoria economica alla storia, dalle scienze politiche alla filosofia, in realtà la semplicità è spesso illusoria. L'edificio teorico di Mises è fatto di mattoni semplici ma la struttura complessiva è molto complessa.

Sul piano bibliografico, poi, la dualità permane: esistono opere straordinariamente semplici e opere terribilmente complesse. Tendenzialmente è più facile che Mises sia semplice da leggere quanto tratta di politica, o anche politica economica, mentre tende ad essere difficile quando tratta alcuni temi di economia ed epistemologia.

Tutte le opere di Mises possono trovarsi in questa pagina (in inglese, alcune in tedesco, ma sono quasi tutte tradotte). In italiano sono facilmente trovabili presso Rubbettino, Liberilibri, e in passato Rusconi e Armando. Su IBS ce ne sono parecchi (se si cerca per autore).

Nel seguito farò una bibliografia per argomento, partendo dai testi semplici per poi arrivare a quelli complessi.

Testi generali

Un buon sunto introduttivo del pensiero misesiano in campo politico ed economico è "Politica Economica" (Liberilibri).

"Human action" (in uscita per Rubbettino, ma probabilmente non nel breve termine) è un mattone di quasi 1,000 pagine dove si trova praticamente tutto il pensiero di Mises in ogni campo. In teoria basterebbe leggere questo per conoscere quasi tutte le altre opere (anche se alcune opere specialistiche come "Teoria e storia", "Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione", "Socialismo" e "Lo stato onnipotente" contengono più dettagli). In pratica la difficoltà è trarre profitto da un'opera tanto complessa se non si hanno le basi.

"Money method and the market process" è un insieme di saggi, alcuni semplici altri meno, su molti temi diversi.

Teoria del ciclo economico

"The causes of the economic crises" è un testo tecnico sulla teoria monetaria e del ciclo economico austriaco. Non ricordo cosa dica, l'ho letta una miriade di tempo fa.

Teoria monetaria

"Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione" (ESI) è il testo fondamentale per la teoria monetaria austriaca. Decisamente vecchio (1912 in prima edizione), ma c'è molta roba. Purtroppo nessuno si è preso la briga di aggiornarlo ai giorni nostri, tranne "The mystery of banking" di Rothbard che almeno spiega il funzionamento delle banche centrali, almeno negli anni '70.

Calcolo economico e socialismo

"Economic calculation in the socialist commonwealth" è breve ma complesso, richiede molta comprensione della teoria del processo di mercato e dei prezzi per poter essere capito.

"Socialismo" (Rusconi) è molto più di un'analisi del problema del calcolo economico. E' un testo complesso ma non difficile. Rimane che il tema del calcolo economico sia invece difficile da capire in sé.

Metodologia

"Epistemological problems of economics" è una sorta di versione breve e più semplice di "Teoria e storia".

"Teoria e storia" (Rubbettino) è la bibbia della metodologia misesiana, ma è molto complesso.

Storia

"Lo stato onnipotente" (Rubbettino) è un'analisi della genesi e dello sviluppo del totalitarismo nazista, a partire dall'unificazione tedesca.

"Stato nazione economia" (Bollati Boringhieri) è un'analisi della situazione dell'Europa dopo la Prima Guerra Mondiale. Non l'ho mai letto.

Filosofia e scienze politiche

Un sunto introduttivo del pensiero politico di Mises è "Libertà e proprietà" (Rubbettino)

"Liberalismo" (Rubbettino) è un classico del pensiero politico misesiano. Non vado pazzo per l'opera perché è molto introduttiva, ma per chi è alle prime armi è semplice. E' nota perché Mises scrisse, nel 1926, che i fascisti, che erano socialisti passati dall'altra parte, avevano contribuito a salvare il mondo dalla barbarie socialista. Mises disse esplicitamente che il fascismo è il tentativo della società di salvarsi usando gli stessi metodi dei suoi nemici (il socialismo bolscevico): non un granché come complimento, ma la disperazione per il mantenimento della democrazia negli anni '20 era palpabile, come oggi in America Latina, tra Chavez e colpi di stato militari.

"The clash of group interests": un'opera semplice e illuminante di teoria politica democratica, o della sua degenerazione lobbystica.

Interventismo economico

"Burocrazia" (Rusconi) è un libro semplice ed illuminante sull'effetto burocratizzante dell'interventismo statale.

"I fallimenti dello stato interventista" (Rubbettino) è un po' più lungo ma non difficile da capire: la teoria sottostante è veramente semplice, e basta microeconomia di base per capirla.
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categoria:liberalismo, economia austriaca
martedì, 29 settembre 2009
Oggi Ludwig von Mises compie 128 anni. La sua data di nascita dà il nome al blog.

Soliti warning:
  • Il 29 Settembre non è il mio compleanno;
  • Il 29 Settembre non è il compleanno del blog;
  • Il 29 Settembre è una canzone di Battisti ma non ci stavo pensando quando ho deciso il nome del blog;
  • Il 29 Settembre è il compleanno di Berlusconi ma non lo sapevo.
Detto questo, riassumo brevemente quali sono le cose importanti che ha fatto Ludwig von Mises nella sua lunga vita (ovviamente è morto, nel 1973, a 92 anni):
  • Teoria del calcolo economico: gli agenti sul mercato conoscono lo stato del mercato grazie soprattutto ai prezzi, e lo conoscono nei limiti dell'accuratezza dei prezzi stessi;
  • Teoria del processo di mercato: gli imprenditori usano i prezzi per capire il mercato e sfruttare occasioni di profitto; lo sfruttamento delle occasioni di profitto porta il sistema dei prezzi ad essere coerente con la realtà economica sottostante; il processo richiede tempo e il sistema economico non si trova mai in equilibrio, ma è un processo dinamico;
  • Teoria del ciclo economico: le banche centrali e in certe condizioni anche le banche commerciali agendo da sole possono creare uno squilibrio tra domanda e offerta di credito che può portare ad investimenti insostenibili e quindi, una volta finito lo stimolo monetario, alla recessione; l'alternativa alla recessione è perpetuare lo stimolo monetario e allontanare sempre di più il sistema dalle sue tendenze di equilibrio, fino eventualmente all'iperinflazione;
  • Metodologia: molti concetti economici si possono derivare da puro ragionamento (si pensi all'effetto di sostituzione), mentre è estremamente raro se non impossibile che una teoria economica venga confutata dai fatti, non essendo le teorie economiche molto precise nelle previsioni, trattando di uomini e non di elettroni; d'altra parte, la teoria economica da sola non basta a capire e giudicare la realtà, e l'analisi storica (diciamo sperimentale) è necessaria, anche se mai conclusiva, e complementare a quella teorica;
  • Teoria del conflitto sociale: vivere in società conviene a tutti, soprattutto nel lungo termine, e conviene particolarmente nel caso di relazioni di mercato; eliminare le limitazioni al mercato massimizza i benefici (ricardiani) della cooperazione e massimizza i costi del conflitto; occorre anche che le idee dominanti nella società sottolineino questi fattori perché le persone non reagiscono ai fatti ma alle interpretazioni (fatti mediati tramite idee); la politica tende invece a fomentare il conflitto, riducendo i margini di scambio mutuamente benefico.
Stiamo parlando di cose dette negli anni '20 e '30. Il fatto che siano ancora sia misconosciute che attuali è straordinario. Molte di queste teorie si sono evolute e possono ancora evolversi, anche se il potenziale non è secondo me stato sfruttato appieno dai discepoli di Mises. Le principali limitazioni del pensiero misesiano sono:
  • Non c'è un'analisi del concetto di giuridico, mancanza che rende l'analisi politica di Mises incompleta: per questo occorre fare riferimento a Bruno Leoni come complemento;
  • Non c'è un'analisi del conflitto politico nel breve termine, cosa che semplifica un po' troppo i problemi della convivenza sociale, fermo restando che la società è vantaggiosa per tutti nel lungo termine in termini di benessere materiale: per questo non è stato fatto nulla, e occorre riflettere attentamente sulle teorie delle relazioni internazionali e forse alcune teorie economiche come il neoistituzionalismo e la game theory;
  • Manca una teoria dello stato, in quanto Mises è concettualmente westfaliano: per questo occorre vedere Rothbard ;
  • Il trattamento dell'irrazionale è insufficiente, in quanto la follia è un motore storico importante,  e basti pensare all'integralismo: per questo occorre vedere Glucksmann (o Hoffer...)
  • Per il resto gli unici sviluppi di qualità della teoria misesiana sono stati opera di Hayek, nei campi della teoria monetaria, bancaria, del capitale, dell'ordine sociale, dell'evoluzionismo e del calcolo economico.
Continuo a dire che Mises è il più grande pensatore del XX secolo ed l'averlo dimenticato (o mediato tramite un classico come Hayek, che come tutti i classici tutti citano e nessuno legge) è un problema sia per la teoria economica sia per quella politica.

Buon compleanno!
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categoria:liberalismo, economia austriaca
mercoledì, 16 settembre 2009
Le conseguenze politiche dell'estensione del dominio dei diritti positivi sono anche più gravi di quelle economiche. Innanzitutto, data l'impossibilità del mercato di fornire merci gratuitamente, si ha un aumento enorme del potere della classe politica, che potrà controllare più o meno centralmente la produzione di tutti i beni e i servizi essenziali.

Ad un numero più o meno elevato di produttori indipendenti, che subiscono sempre la pressione di potenziali entranti, si sostituisce il monopolio di un ristretto gruppo di persone, la classe politica, che controlla tutto contemporaneamente, un po' come se la Coca-Cola si occupasse anche di difesa, di trasporti, di supermercati, di costruzioni, di assicurazioni previdenziali. Nessuno crederebbe che l'assemblea democratica degli azionisti potrebbe controllare un mostro del genere, eppure lo stato è ben più complicato e nonostante ciò tutti credono alla democrazia.

L'ovvia conseguenza è che ci sarà un assalto alla diligenza (o alla dirigenza, visto che alla fine si sostituisce al mercato una struttura perfettamente gerarchica), in quanto ci saranno lobby di produttori che cercheranno vantaggi a spese della collettività, e lobby di consumatori a spingere per socializzare determinati beni e servizi, sempre a spese altrui, ovviamente.

Il cambiamento psicologico è notevole: se prima per ottenere una merce occorreva impegnarsi a fare qualcosa per gli altri (vendendo i propri servizi sul mercato), dopo che l'ideologia dei diritti positivi si sarò affermata sarà sufficiente organizzarsi politicamente, manifestare e in qualche modo quindi spingere la forza pubblica a realizzare i propri desideri, contro i desideri, ovviamente, di chi soccomberà nel processo politico.

Siccome al mercato è impedito di funzionare, si sostituirà ad esso quindi un sistema gerarchico che però funzionerà senza un mercato a fianco per molte produzioni essenziali, e quindi in maniera ancora più inefficiente (solo se, però, l'estensione dei diritti positivi si fa drammatica, altrimenti il mercato dei singoli fattori continua ad esistere, e quindi almeno in teoria sarebbe possibile produrre efficientemente, grazie al calcolo economico: in pratica ciò non accade perché non ci sono incentivi ad economizzare e ci sono invece incentivi a usare le risorse per comprare voti).

Infine, se supponiamo che esistano dei problemi che richiedono sforzi anche al di là del mero mercato, come associazioni mutualistiche o qualsiasi struttura sociale cooperativa che abbia un particolare scopo non facilmente perseguibile tramite il normale mercato, queste associazioni scompariranno, per via della concorrenza - sleale, proprio perché gratuita, finanziata com'è dalla coercizione - dello stato. Il risultato sarà che gli uomini disimpareranno a cooperare e a impegnarsi per ottenere determinati risultati sociali. Si confrontino ad esempio gli americani di Tocqueville, capaci di organizzarsi immediatamente per risolvere qualsiasi problema, come ad esempio una frana che ostruiva una strada locale, con l'attuale cittadino occidentale, che non alza mai un dito per nulla e continua a farsi fico predicando diritti positivi a spese altrui.

In definitiva, liberalismo e diritti positivi sono incompatibili tra loro: più i secondi si estendono, più il primo si contrae, a tutto vantaggio della democrazia illiberale, cioè a tutto vantaggio della classe politica e delle lobby organizzate. Sebbene si possa dubitare che sia possibile eliminare del tutto la nozione di diritto positivo, cosa che richiederebbe niente meno che l'eliminazione dello stato come istituzione (in quanto anche lo stato minimo comunque garantisce, o meglio dice di garantire, il diritto alla sicurezza, e questo è un diritto positivo - mentre al contrario il diritto di difendersi o di accordarsi per la difesa è negativo).

Non c'è nulla di cui vantarsi, sul piano etico, dell'essere a favore di un diritto positivo: significa dire agli altri di fare una cosa che non si vuole fare, significa finanziare un'opera che si ritiene meritoria senza volerne pagare il costo, significa fare prediche morali senza mettere veramente alla prova la propria coscienza. Se non è ipocrisia morale, poco ci manca.

In definitiva, le conseguenze politiche ed economiche dell'ideologia dei diritti positivi sono:
  1. La quasi totale perdita delle capacità cooperative e autoorganizzative degli individui;
  2. L'estensione scriteriata del potere statale;
  3. La contrazione dell'ambito degli scambi di mercato;
  4. La deresponsabilizzazione degli individui;
  5. L'inefficienza nella produzione;
  6. La corruzione da parte di politici e lobby di potere.
Se queste cose non assomigliano vagamente alla realtà, aprite gli occhi. Si può obiettare ovviamente che la politica è sempre stata così, ma questa non è un'obiezione: sono perfettamente d'accordo. La politica è questo, è sempre stata questo e sarà sempre questo: ma prima dell'ultimo secolo i politici avevano un decimo del potere attuale.
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categoria:liberalismo, teoria politica
mercoledì, 09 settembre 2009
Mio articolo sul totalitarismo su Giornalettismo, ispirato alle ultime politiche di Chavez.
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categoria:liberalismo, teoria politica
mercoledì, 09 settembre 2009
Quando un bene o servizio è dichiarato diritto positivo, il mercato è automaticamente impossibilitato a fornirlo, se non per il tramite delle istituzioni politiche (appalti, monopoli, charter, finanziamenti pubblici...). In sostanza, è possibile fornire un diritto positivo solo tramite il socialismo (produzione statale) o il "capitalismo di stato", che non assomiglia molto al capitalismo e tecnicamente non è di stato, ma è certamente più di stato che capitalismo.

La ragione è semplice: se qualcosa è un diritto positivo, allora deve essere gratis, perché deve essere fornito indipendentemente dalla capacità dell'individuo di pagarla. Questo significa che occorra curare, sfamare, educare e/o difendere (esempi di diritti positiv) anche chi non vuole o non può lavorare, e quindi non potrebbe pagarsi neanche il pane e l'acqua. Questo esempio è volutamente esagerato perché in realtà è raro che ciò accada, se non altro perché il capitalismo ha prodotto ricchezza per praticamente tutti.

Se una merce è gratuita, non è possibile produrla sul mercato, perché i costi di produzione, necessariamente maggiori di zero (altrimenti la merce non sarebbe scarsa, e sarebbe inutile sia produrla che garantirla come diritto), non possono essere coperti dalla vendita della merce. Il risultato è un'atrofia del mercato: nel dominio del diritto positivo non vi può essere scambio, produzione e consumo come su un normale libero mercato.

E' quindi necessario trovare metodi alternativi di produzione, che possono andare dalla nazionalizzazione completa della produzione al sovvenzionamento dei produttori a spese dei contribuenti. Entrambe le soluzioni si prestano a notevoli inefficienze, e tendono a portare corruzione. Inoltre, per come funziona la politica, è normale che questi meccanismi andranno quasi sempre a favore delle lobby organizzate e non della popolazione, che quindi pagherà moltissimo (in termini di tasse, ma anche di mancata crescita e ricchezza non prodotta) per i beni che a livello individuale sembrano gratuiti.

Siccome si tende a considerare diritto positivo qualsiasi merce importante, dall'abitazione alle cure mediche, si arriva al risultato assurdo secondo cui il mercato è impossibilitato a funzionare proprio per quanto riguarda la produzione di merci importanti: così per i videogame e i gioielli ci sarà un'efficiente struttura produttiva, mentre per le produzioni agricole o l'estrazione di petrolio invece ci saranno sprechi enormi*. Più l'estensione dei diritti positivi aumenta, quindi, peggio sarà per il mercato, e maggiore sarà il potere del settore pubblico, cioè della classe politica, sul resto della società. La società nel suo complesso, normalmente, ci perde, perché la politica produrrà beni e servizi peggio del mercato, salvo nei rari casi di gravi fallimenti del mercato (semplici fallimenti del mercato non sono sufficienti, perché mai riuscirebbero a compensare gli enormi tipici fallimenti della politica).

Come se non bastasse, la gratuità (fittizia, ma pur sempre rilevante ai margini) delle merci in questione genererà un aumento scriteriato della domanda, e quindi tutti cercheranno di accaparrarsi beni e servizi perché tanto saranno pagati da tutti indiscriminatamente. Il risultato sarà un uso scriteriato di risorse scarse, che è un'altra forma di inefficienza. Tutto sommato, perché contenersi se tanto a pagare saremo tutti? E' una tragedia dei beni comuni, come quando al ristorante si paga alla romana e, siccome su N commensali ognuno contribuisce solo 1/N al conto totale, tutti ordinano i piatti più costosi, anche se in condizioni normali non li sceglierebbero.

Se poi la cosa va avanti, e invece di interessare due o tre mercati interessa mille mercati, allora avremo la sparizione del sistema dei prezzi (o di un sistema dei prezzi significativo, il che è la stessa cosa) necessario alla produzione di questi beni e servizi, e a questo punto anche solo avvicinarsi ad un anno-luce dall'efficienza produttiva sarà impossibile.

* Un canadese ebbe i calcoli e dovette aspettare sei mesi (con i calcoli!) per essere operato da un medico nel settore pubblico; dopo un po' di tempo il suo cavallo ebbe i calcoli e fu operato dal veterinario privato dopo tre giorni. Non so se la storia è vera, ma è una conseguenza molto probabile.
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categoria:liberalismo, libertarismo, teoria politica
martedì, 08 settembre 2009
Si parla (negli USA) di cure sanitarie universali e capita ogni tanto che qualche liberale ci caschi. In realtà, i diritti positivi* c'entrano col liberalismo tanto quanto la libertà di espressione c'entra con lo stalinismo: sono due cose che non si possono combinare, e al massimo si può pensare ad un compromesso, una sorta di normalizzazione dei rapporti tra due mondi incompatibili.

Definisco diritto positivo un qualsiasi diritto sugli altri, che li obblighi a fare qualcosa, cioè qualsiasi obbligo che gli altri hanno nei nostri confronti di usare i loro mezzi nel modo che vogliamo. Ad esempio, il diritto positivo al cibo può significare costringere il contadino a sfamare un mendicante, il diritto positivo alle cure mediche può significare l'obbligo del medico a lavorare, il diritto positivo alla sicurezza può significare il diritto di ordinare ad un soldato di difenderci. D'altra parte, un diritto negativo è semplicemente il diritto di essere lasciato in pace, e non chiede agli altri più di astenersi da determinate azioni: il diritto negativo alla vita vieta l'omicidio, il diritto negativo alla proprietà vieta il furto, eccetera.

Ci sono tante definizioni di liberalismo e quelle che sono andate per la maggiore nel XX secolo avevano poco a che fare con quelle precedenti. Il libertarismo contemporaneo, d'altra parte, ha eliminato (a costo di una certa naivete, spesso) alcune contraddizioni del liberalismo classico e a parer mio può esser visto come uno sviluppo coerente di quei principi.

Secondo Locke, il cui liberalismo può essere considerato uno dei più puri, gli individui hanno diritti e le istituzioni statali hanno il solo scopo di difenderli. La contraddizione è abbastanza evidente: per difendere un diritto (anzi, tutti i diritti) occorre violarne alcuni, in quanto la sicurezza diventa un diritto positivo, cioè una fonte di servitù. In questo modo, il proprietario può essere tassato (cioè derubato) per finanziare la difesa dai nemici esterni ed interni (tranne che dal proprio governo, stranamente), e può addirittura essere coscritto (cioè rapito e ridotto in schiavitù) per contribuire agli sforzi bellici. Che sia possibile o meno eliminare del tutto i diritti positivi, rimane il fatto che ogni diritto positivo viola il principio secondo cui "ogni essere umano ha il diritto di fare ciò che vuole con ciò che ha".

L'estensione dei diritti positivi nell'ultimo secolo è stata enorme, così come del resto l'estensione del potere della classe politica. Nei prossimi due post analizzerò le conseguenze economiche del dichiarare un diritto positivo, e successivamente le conseguenze politiche.

* In italiano "diritto positivo" ha un altro significato, legato all'ideologia giuspositivista che va per la maggiore. Per cercare la definizione di diritto positivo che mi interessa occorre andare su Wikipedia in inglese (positive right) e non in quella in italiano.
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categoria:liberalismo, libertarismo, filosofia politica
sabato, 25 luglio 2009
Giusnaturalismo e scienza giuridica

Se per giusnaturalismo intendiamo che esistano delle regolarità del mondo del diritto, allora stiamo semplicemente dicendo che esiste una scienza del diritto. Le azioni hanno conseguenze e queste conseguenze possono essere oggetto di analisi scientifica. Oppure possiamo dire che se vogliamo determinati obiettivi occorre che il sistema giuridico rispetti determinati requisiti (come in Fuller).  Questo però non è da considerarsi giusnaturalismo, quanto più che altro qualcosa di simile alla Law & Economics.

Le precedenti citazioni di Chafuen mostrano che questo ragionamento era tipico dei giusnaturalisti scolastici, che forse andrebbero quindi chiamati “utilitaristi”, seguendo Rothbard. Anche San Tommaso, nella parte della Summa dedicata all’idea di Giustizia, difende la proprietà privata in base a considerazioni consequenzialiste (senza proprietà non ci sarebbe cura dei beni e quindi saremmo tutti poveri, cosa tra l’altro detta anche da Aristotele). Lo stesso vale per Hume, con i suoi tre principi della “stabilità del possesso”, del “trasferimento del consenso” e del “mantenimento delle promesse”. E idem per Fuller, secondo cui la moralità interna del diritto è necessaria affinché il diritto serva al fine di consentire la coordinazione tra attività umane.

E' interessante notare come la dicotomia tra consequenzialismo e utilitarismo potrebbe essere un artefatto del pensiero politico contemporaneo, visto che da quel poco che ho letto degli scolastici medievali la naturalità del diritto era vista spesso come naturalità della valutazione di certe conseguenze, e non come sistema di teoremi a priori derivati dall'analisi di situazioni astratte alla Crusoe. Questa cosa merita decisamente ulteriori studi.

Ne deriva anche che la critica di Rothbard (e quel tal Hesselberg da lui citato) a Hume è del tutto fuori luogo: notare che ci sono due o tre principi senza i quali un ordinamento giuridico non può svolgere determinate funzioni (come assicurare l'ordine sociale) non è giusnaturalismo, è buonsenso. E anche se lo vogliamo chiamare giusnaturalismo, è un giusnaturalismo molto concreto e non un giusnaturalismo astratto e razionalistico.

Fuller, “The morality of law”: “Furthermore, if the law is intended to permit a man to conduct his own affairs subject to an obligation to observe certain restraints imposed by superior authority, this implies that he will not be told at each turn what to do, law furnishes a baseline for self-directed action, not a detailed set of instructions for accomplishing specific objectives.

Hume, “Ricerca sui principi della morale”: “Chi non vede che la proprietà deve del pari passare ai figli ed ai parenti, per garantire lo stesso risultato di utilità? Che deve potersi alienare mediante consenso, per dar luogo al commercio e agli scambi che sono così benefici per la società e che tutti i contratti e le promesse si debbono scrupolosamente adempiere per assicurare la reciproca fiducia, da cui l’interesse generale dell’umanità trae così grande profitto?

Mises, “Theory and history”: “The most momentous attempt to find an absolute and eternal standard of value is presented by the doctrine of natural law. [...] Yet it would be a serious blunder to ignore the fact that all the varieties of the doctrine contained a sound idea which could neither be compromised by connection with untenable vagaries nor discredited by any criticism. Long before the Classical economists discovered that a regularity in the sequence of phenomena prevails in the field of human action, the champions of natural law were dimly aware of this inescapable fact. From the bewildering diversity of doctrines presented under the rubric of natural law there finally emerged a set of theorems which no caviling can ever invalidate. There is first the idea that a nature-given order of things exists to which man must adjust his actions if he wants to succeed. [...] Third: there is no standard available for appraising any mode of acting either of individuals or of groups of individuals but that of the effects produced by such action. Carried to its ultimate logical consequences, the idea of natural law led eventually to rationalism and utilitarianism.

Rothbard, “The ethics of liberty”: “Hesselberg concludes that "thus Hume's original 'primacy of the passions' thesis is seen to be utterly untenable for his social and political theory, and … he is compelled to reintroduce reason as a cognitive normative factor in human social relations" Indeed, in discussing justice and the importance of the rights of private property, Hume was compelled to write that reason can establish such a social ethic: "nature provides a remedy in the judgment and understanding for what is irregular and incommodious in the affections – in short, reason can be superior to the passions.
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sabato, 18 luglio 2009
Questo è il testo (un po’ rimaneggiato) di ciò che avrei dovuto dire al XIII Seminario austriaco di Roma, cosa che poi è saltata perché si è scoperto che era decisamente meglio festeggiare con vino e stuzzichini il primo anno di attività di una iniziativa culturale molto importante. Penso che ci saranno una ventina di post sul tema, visto che sono 12 pagine di appunti, e questo post è il copiancolla di mezza pagina.

Assolutismo e relativismo

Userò i due termini assolutismo e relativismo con questo significato: una dottrina relativista ritiene che l’etica sia irrilevante, e che “anything goes”; una dottrina assolutista ritiene che esista un fondamento razionale e/o naturale solido per l’etica, che possa fungere da norma universale a cui ogni uomo (nel caso del diritto, ogni sistema giuridico) deve tendere.

I due concetti non sono affatto antonimi: è possibile non essere né relativisti (ritenere cioè la moralità un tema rilevante) né assolutisti (ritenere la moralità razionalmente non fondabile) contemporaneamente. Io sono anti-assolutista e anti-relativista, ad esempio.

Necessità logica della scelta etica

L’individuo umano, in quanto homo agens, deve porsi necessariamente dei fini e per questo motivo ha bisogno di giudizi di valore: un uomo non può vivere senza giudizi di valore, nel senso che la scelta è sempre una questione etica. Probabilmente basta questo per buttare a mare il relativismo.

Mises, “Human Action”: “Acting man is eager to substitute a more satisfactory state of affairs for a less satisfactory. His mind imagines conditions which suit him better, and his action aims at bringing about this desired state. […] Man is the being that lives under these conditions. He is not only homo sapiens, but no less homo agens.

Mises, “The ultimate foundation of economic science”: “Action is purposive conduct. It is not simply behavior, but behavior begot by judgments of value, aiming at a definite end and guided by ideas concerning the suitability or unsuitability of definite means.
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