martedì, 22 luglio 2008
Gli Stati Uniti potrebbero non sopravvivere alla messicanizzazione. Questa non è un'analisi ma una tesi non argomentata: non che mi stia tremontizzando, ma non ho nessuna informazione, solo questa intuizione. Moriremo di democrazia*.

* Proprio Domenica dicevo che corruzione, inefficienza e problemi sociali permanenti siano la necessaria conseguenza della politica. E che mi si risponde? "Vogliamo rimettere i dittatori?". Il che implica che la sovranità limitata è uscita dalle categorie del pensiero politico: tutti credono che tutte le scelte sociali siano scelte collettive, quindi l'alternativa alla democrazia per loro può essere solo la dittatura (si noti che questo è il pensiero politico di alcuni libri di ampia diffusione di Bobbio). Mala tempora currunt: se nessuno capisce che, se la maggioranza perde il diritto di dirmi che calzini mettere, non per questo sono un dittatore, non c'è speranza per il liberalismo.
postato da: Libertarian alle ore 10:59 | Permalink | commenti (1)
categoria:liberalismo
sabato, 19 luglio 2008
Avendo appena iniziato a studiare temi a metà strada tra il diritto e l'economia, e capendo molto poco del primo, ho cercato di scrivere una breve riflessione sul rapporto tra le due discipline, su cui gradirei un po' di feedback da parte di persone che conoscono il diritto, che hanno esperienza di come viene studiato nelle università italiane, e di come viene "vissuto" dai giuristi.

E' facile rendersi conto che l'economista non ha la sensibilità per capire i problemi specifici dell'ordinamento giuridico, anche se si considerano i progressi delle discipline economiche che tengono in adeguata considerazione gli aspetti istituzionali dell'azione economica, come il Neo-istituzionalismo, e per quanto ci si possa basare su un'antropologia e una visione dell'economia più generale e più ricca di quella standard, come quella austriaca: il diritto ha sue specificità che spesso nelle analisi economiche vengono trascurate.

Anche la law & economics è eccessivamente fondata sul paradigma microeconomico standard, e conseguentemente eccessivamente semplicistica nei suoi assunti e quindi nelle sue conclusioni (senza contare i gravi problemi teorici del concetto di efficienza, de facto un'ideologia politica spacciata per giudizio rigorosamente scientifico). Eppure la law & economics e il neo-istituzionalismo, corroborati dalle dottrine della Scuola austriaca (e qui penso soprattutto a Leoni), rappresentano gli unici utensili disponibili per la comprensione dell'ordinamento giuridico.

Arrivo a questa conclusione perchè mi sono chiesto: se chiedo ad un giurista come migliorare l'ordinamento esistente, o perchè determinate norme hanno determinate conseguenze, ho spesso l'impressione che la domanda sia considerata stramba. Farò due esempi pratici.

Sul "Compendio di diritto del lavoro" della Simone, che è una casa editrice e non una donna con questo cognome come avevo pensato inizialmente, c'è scritta una frase veramente insensata, che, andando a spanne, suona più o meno così: "Nel diritto del lavoro si sono venuti a diffondere concetti di origine economicistica [sic, NdLF], quali l'efficienza, al posto di concetti di origine più tradizionalmente giuridica come la dignità della persona.".

L'altro esempio è invece tratto dalle "Lezioni di Diritto del Lavoro" di Ichino, che non ho ancora letto: "La realtà dei rapporti sociali è costituita da un intreccio di essere socio-economico (l'insieme dei comortamenti tenuti dai soggetti, nella loro obbiettività storica) e di dover essere giuridico (l'insieme delle norme di comportamento rese effettive dalle rispettive sanzioni), in dialettica continua fra loro. Si può dire, in via di prima approssimazione, che l'economista e il giurista focalizzano la propra attenzione rispettivamente sull'uno e sull'altro polo dialettico di questa realtà.".

Questo mi fa pensare che l'irrilevanza della dottrina giuridica ai fini della comprensione delle dinamiche sociali, e quindi delle conseguenze della normazione sulla società, sia legata all'imperante egemonia del kelsenismo nella filosofia del diritto italiana. Il kelsenismo ha infatti due difetti esiziali che impediscono una vera e propria scienza del diritto fondata su di esso.

Il primo difetto è che è una dottrina de facto volontaristica: si occupa della volontà del potente di turno, non delle conseguenze; si occupa della forma, non della sostanza; si occupa della validità (spesso solo di carta) e non dell'efficacia (sociologica) delle norme. Praticamente non dice nulla sulla società, perchè dire qualcosa sulla società è considerato o non-scientifico (il giusnaturalismo), e qui concordo, o "impuro" (la sociologia del diritto, e per estensione qualsiasi analisi di law & economics), e quindi indegno del giurista.

Il secondo è che il kelsenismo non è affatto una teoria generale del diritto, e quindi rappresenta una cornice concettuale insufficiente per categorizzare i problemi giuridici: è una teoria che vale solo in un particolare assetto istituzionale, in cui la società è inerme e il legislatore è onnipotente, cosicchè la prima fa da creta e il secondo da Demiurgo. Fenomeni di public choice, di dinamica politica e sociale, o di conflitto ed equilibrio tra poteri, difficilmente entrano nel quadro concettuale kelseniano, cosicchè interi ambiti del diritto, come il diritto consuetudinario, il diritto internazionale, e l'ordinamento giuridico dei failed state (o dei semi-failed state, come lo Stato Italiano in alcune regioni meridionali), diventano fenomeni incomprensibili.

La cosa interessante è che solo se il secondo difetto non è stringente (e quindi il legislatore è effettivamente un demiurgo) il primo difetto si può trascurare. In tutti gli altri casi, cioè sempre, il kelsenismo è un ostacolo per l'analisi scientifica del diritto. Il diritto è l'unica disciplina delle scienze umane in cui si crede che la parola crei automaticamente una qualche entità effettivamente esistente. E' la filosofia giuridica del funzionario statale stipendiato. E' essenzialmente una superstizione, come la magia.
postato da: Libertarian alle ore 19:15 | Permalink | commenti (33)
categoria:economia, liberalismo, filosofia politica, teoria politica
sabato, 19 luglio 2008
Scopiazzando il titolo di un libro di Giobbe Covatta, breve domanda:

Ma se il cosiddetto, piuttosto mitologico, "Neoliberismo" è stato introdotto negli anni '80 per scongiurare il collasso fiscale e monetario dello stato sociale degli anni '70, mantenendo il potere politico intatto e facendo il minimo necessario ad evitare crisi profonde, cosa sta succedendo ora? Stiamo tornando ad una situazione di partecipazioni statali, banche nazionalizzate e mercati capitali vincolati da sempre più regolamentazioni?

Questo significa che ci saranno perdite enormi di efficienza, che la crescita economica si bloccherà, e che la politica monetaria perderà buona parte della sua efficacia.

Vediamo come se la caveranno i politici questa volta. Se sceglieranno la via del mercato, dovranno mettere freno alla spesa pubblica e alla politica monetaria, se sceglieranno la via dello stato torneremo alla situazione degli anni '70 e accelereremo il declino, anche se eviteremo il collasso (finanziario) nel breve termine.

L'unico freno all'onnipotenza statale è che lo stato non può far funzionare l'economia senza il mercato. Purtroppo lo stato non può manipolare la politica monetaria senza causare instabilità radicali nel mercato. Delle due l'una, o si fa un vero neoliberismo (e nel breve termine si paga un prezzo elevato in termini di aggiustamenti macroeconomici), o si va verso il socialismo, che però non funzionava ieri come non funziona oggi e non funzionerà domani.

Le vie di mezzo, come il "Neoliberismo" inflazionistico, che pure hanno consentito di recuperare efficienza, stimolare l'innovazione e ridurre inflazione e disoccupazione, sono intrinsecamente instabili.

"Middle of the road policies lead to socialism", diceva Mises. "Il socialismo è impossibile", diceva sempre Mises. Quindi o mercato o età della pietra. Il destino dell'Occidente è nelle mani dei suoi politici. Quindi stiamo nei guai.
postato da: Libertarian alle ore 12:16 | Permalink | commenti (13)
categoria:economia, liberalismo
giovedì, 17 luglio 2008
Giovedi 3 e Venerdi 4 sono stato a Firenze per un convegno organizzato da NoisefromAmerika. Il convegno è stato interessante e si è parlato di diversi argomenti importanti: l'unica cosa che non andava è che nessuno dei cibi del pranzo offerto dalla New York University era incompatibile con la mia dieta... troppi carboidrati e poche verdure.

La prima sessione, sulla sicurezza energetica (curata da Stagnaro dell'IBL), è stata molto istruttiva, con una relazione introduttiva del Prof. Beccarello sul mercato dell'energia in Europa e in Italia. Ho scoperto cose assurde, come che (assurdo manco per il cavolo) il protocollo di Kyoto rischia di spostare le produzioni dove si inquina di più (da chi non rispetta il protocollo), con conseguenze perverse per l'inquinamento; o che in Italia non esiste un mercato future per l'energia!

Ma la cosa più assurda è la Borsa per l'energia elettrica in Italia, penso l'unico mercato al mondo dove il prezzo che si paga per consumare differisce dal prezzo che si ottiene per produrre. Così, la produzione in Sicilia costa più che in Lombardia (la cosa dovrebbe stimolare gli investimenti in energia in Sicilia), ma i consumi hanno lo stesso prezzo indipendentemente dalla regione, così nessun siciliano ha interesse a produrre energia in loco (sindrome Nimby: not in my back yard), e chi vuole produrre, attratto dai prezzi di vendita, non ottiene autorizzazioni dalle autorità locali.

Successivamente si è parlato del mercato del gas, troppo concentrato nelle mani dell'ex monopolista pubblico ENI, e si è parlato male del governo in carica. Tanto per capire in mano a chi stiamo: la "concorrenza" nel campo dei servizi pubblici è soggetta ad una social clause per cui l'azienda che vince il contratto deve "risarcire" i dipendenti della vecchia azienda uscente. Questa è stata un'idea di Prodi, precisamente della Lanzillotta: Berlusconi ha aggiunto, udite udite, una "environmental clause"... che è ancora più arbitraria e controproducente. L'ideale per il voto di scambio: io costo di più della concorrenza, ma puoi farmi vincere l'appalto giustificandoti col fatto che pianterò cento pioppi nel territorio comunale.

La seconda sessione non mi ha entusiasmato: si parlava della giustizia civile, un tema fondamentale per lo sviluppo economico di questo paese, ma fondamentalmente non c'erano giuristi che avessero una comprensione di prima mano del tema. Comunque, che i magistrati e anche i giudici di pace abbiano problemi di incentivi, e quindi siano assolutamente inefficienti, mi sembra abbastanza ovvio. Non saprei però come affrontare questi problemi, per mancanza di sensibilità e di conoscenze sull'argomento. Tempo fa mi è stato detto che la giustizia civile in ITalia non funziona per interessi sia dei magistrati che degli avvocati, e sarebbe bello saperne di più.

La terza sessione era sul risparmio: gestito o strutturato? Interessante per chi vuole capire meglio i mercati finanziari. Ho infatti capito perchè il mio piccolo investimento vale meno del nominale e la mi banca dice che non devo preoccuparmi: il capitale è garantito! Quindi la prossima volta li terrò nel conto corrente, tanto è lo stesso. Pazienza. Si è parlato degli enormi costi delle regolamentazioni, e delle assurdità di certe regole (tipo "dichiarare di non avere rapporti con tutti i protestati di Italia" o qualcosa del genere).

Qui avrei due cose da ridire. La prima riguarda le agenzie di rating, e la seconda una domanda fatta da Franco Debenedetti, che non ha avuto risposta (forse perchè troppo semplice?).

Le agenzie di rating sono tre: Moody's, Fitch e S&P. Erano le tre sul mercato prima delle regolamentazioni che ne hanno resi obbligatori i servizi. Il rappresentante di Fitch diceva che le regolamentazioni hanno semplicemente ufficializzato il risultato del libero mercato. Ma non è vero! L'hanno cristallizzato! Ora le tre "sorelle" del rating hanno un bacino di utenza obbligatorio, ed eventuali new-comers daranno rating senza alcun valore economico, in quanto senza riconoscimento. Il risultato è che la situazione di oligopolio di mercato è stata trasformata in un oligopolio legale, de jure: il problema è che, mentre un oligopolio economico può avere ragioni di razionalità economica, quest'ultima non ha in genere nulla a che fare con i monopoli legali.

DeBenedetti ha chiesto stupito perchè la crisi subprime e l'inflazione sono venute insieme... la risposta è banale! Crisi => più moneta => più prezzi. Si tratta dell'effetto di politiche anticicliche, i cui effetti sui prezzi sono esacerbati da situazioni geopolitiche (e.g., la nazionalizzazione di Gazprom) e scelte economiche (e.g., bloccare le trivellazioni in Alaska), e soprattutto dalla scarsa efficacia delle politiche monetarie, che continueranno ad essere lassiste, ma senza riuscire a risolvere i problemi dell'economia, che sono strutturali. Ho sentito addirittura dire che la crisi non è stata veramente grave, e infatti le banche hanno aumentato i profitti: ma se le banche centrali intervengono per salvarle iniettando liquidità a manetta, o trasformando le loro passività a breve in passività a lungo termine, la cosa mi sembra ovvia.

Inoltre c'era un relatore che cercava di accecare gli astanti facendo rifrangere un puntatore laser su un bicchiere di vetro...

Il giorno dopo è cominciato con i sistemi elettorali: maggioritario o proporzionale? Si è parlato a lungo di un complicatissimo sistema elettorale adottato in Australia, ma non ho capito bene il senso del tutto: inutile, come ha detto un commentatore, cercare di cambiare un paese cambiando le leggi elettorali, visto che queste sono endogene al processo politico che si vuole cambiare. Comunque, l'idea di base regge: il maggioritario, coeteris paribus, favorisce spese locali; il proporzionale favorisce compromessi che generano spese di welfare generali, spesso maggiori.

La quinta sessione era sul federalismo, e si criticava l'idea di imporlo dall'alto, quando i processi sociali e politici di questo tipo in genere avvengono nel lungo termine, dopo conflitti, e comunque in modalità bottom-up. Si è parlato del ruolo dei politici nella creazione di identità collettive (da liberale non so cosa sono, ma sono importanti), e dei casi belgi e spagnoli. Il commentatore faceva notare che la spinta al federalismo dirigista forse ha più a che fare con il rent seeking dei leader locali che non col benessere delle popolazioni. E il cinismo, non si sa perchè, in politica avvicina sempre alla verità.

La sesta sessione parlava delle spese dei comuni, ed è stata organizzata da una rete, chiamata Civicum, che è molto interessante e che studierò. Era un'analisi comparativa delle spese dei principali comuni italiani, per controllare come funzionavano. L'idea è che probabilmente basterebbe una riorganizzazione per risparmiare 50-100 miliardi di euro. Successivamente ha parlato l'assessore al bilancio del Comune di Firenze, che era molto preparata e ha spiegato le varie voci del comune: molti trasferimenti dallo stato, poi le tasse, poi i monopoli dei servizi pubblici, poi... le multe! Le finanze comunali andrebbero ristrutturate ex nihilo, basandole solo sulle tasse locali: le altre cose sono odiose e tendenti agli abusi (le multe), o economicamente inefficienti (trasferimenti e monopoli). Le tasse sono l'unico modo di responsabilizzare l'elettore, che le vede in busta paga e pensa a cosa sta votando. No representation without taxation...

Infine c'è stata la sessione sul welfare, che ha mostrato in primis che l'Italia sta messa male rispetto al resto d'Europa, il che non è una novità, con una tendenza a spendere per le pensioni (i pensionati stranamente sono il 50% degli iscritti ai sindacati), e a non spendere in assistenza sociale. La spesa pensionistica, udite udite, non esploderà in funzione del PIL (probabilmente perchè i giovani non prenderanno nulla, ipotizzo), mentre nel breve termine la spesa che rischia di impazzire è quella sanitaria (e qui la retorica contro i ticket si fa sentire). Comunque, anche la riforma delle pensioni è fondamentale, e se n'è parlato.

Di queste cose bisognerebbe farne almeno una l'anno. E non nei giorni lavorativi: i liberali lavorano, non sono autonomi dei centri sociali. Queste cose vanno fatte il sabato e la domenica. E con tante verdure al buffet, per chi ha un limite di 40g di riso, 40g di pane e 120g di carne a pasto.
postato da: Libertarian alle ore 13:01 | Permalink | commenti (2)
categoria:economia, politica interna, liberalismo
martedì, 15 luglio 2008
Si tratta di un libro breve, quindi con molti spunti, ma pochi argomenti approfonditi: comunque molto interessante. Anche perchè gli argomenti, anche se a mala pena accennati, sono convincenti.

Il titolo è una provocazione: il liberismo, non so perchè, è da tutti considerato di destra. Il che è strano: basti pensare a Tremonti. Le ragioni storiche sono due: il liberalismo (cioè il liberismo) è stato il nemico storico del socialismo, cioè della sinistra; e in passato è esistita una destra liberista, tipo la Old Right americana degli anni '30, o Einaudi negli anni '50. Pochi personaggi isolati, soprattutto in Italia.

Il libro di fatto sottolinea la bancarotta del socialismo e della socialdemocrazia dal punto di vista degli ideali del socialismo e della socialdemocrazia: per questo è un libro geniale. Il liberismo è descritto come un sistema efficiente, ma questo lo sanno tutti, ma anche un sistema equo, dove il merito conta più del censo, e dove i lavoratori deboli non sono costretti alla disoccupazione, e i consumatori poveri ottengono beni e servizi a buon mercato.

Prima di entrare nel merito del libro, occorre notare che l'argomentazione può avere un limite: l'egalitarismo come ideale è intrinsecamente illiberale, in quanto totalitario (richiede un dittatore sociale benevolo che determini i risultati dell'azione sociale, o, il che sostanzialmente è lo stesso, fissi le condizioni iniziali). Ma il significato del libro è un altro (e tra l'altro mi sembra sottolinei che migliorare le condizioni dei poveri è più importante dell'uguaglianza): il liberismo è maggiormente in grado di favorire le condizioni di vita delle classi povere. Cosa che saprebbero tutti, se non ci fosse stato Marx ha inventare la frottola secondo la quale i proletari sonos tati impoveriti, anzichè enormemente arricchiti, dal capitalismo.

Quando i propri valori cozzano con i propri convincimenti, in politica in genere si chiudono gli occhi, o accettando pragmaticamente valori diversi da quelli professati, o negando l'evidenza. Libri del genere, mettendo il dito nella piaga delle contraddizioni, in questo caso sottolineando l'inconsistenza della falsa dicotomia tra equità ed efficienza, oltre che tra libertà e solidarietà (termini non usati dagli autori), possono essere molto utili, se non altro perchè possono essere illuminanti.

Nel libro si afferma che la meritocrazia è di sinistra, perchè l'alternativa è la società divisa per censo, mentre la meritocrazia è la base della dinamicità verticale della società; che la liberalizzazione dei mercati è di sinistra, perchè riduce i costi dei consumi, cosa che avvantaggia soprattutto le fasce di reddito minori; addirittura la riforma del mercato del lavoro sarebbe di sinistra, perchè riduce la disoccupazione, soprattutto tra i poveri, ed è preferibile al sistema di lavoratori di serie A e di serie B che si è voluto creare per non danneggiare i sindacati; addirittura ridure la spesa pubblica ed eliminare lo stato imprenditore è di sinistra.

Insomma, c'ho messo anni per capire che non ero di destra, ora mi si vuole convincere che sono di sinistra: ma dal libro desumo che sia di sinistra, cioè "equo", l'esatto opposto di ciò che la sinistra è sempre stata ed ha sempre voluto. Quindi non bisogna essere di sinistra per essere liberisti: il libro dimostra semplicemente che la parola "equità" è stata usata a sproposito dai difensori dello status quo social-democratico, ma è perfettamente compatibile con una visione liberale dei rapporti sociali.

Alla fine, la cosa meno condivisibile del libro è l'ottimismo che pervade le conclusioni. Ma si sa, io sono un pessimista da record.

PS Ci saranno i liberisti di destra che strepitano per lo scippo dell'etichetta: ma il miglior modo per tenersi un'etichetta è meritarsela, e l'attuale governo sta facendo di tutto per dimostrarsi statalista, dirigista, interventista.
postato da: Libertarian alle ore 16:17 | Permalink | commenti (13)
categoria:libri, economia, politica interna, liberalismo
martedì, 01 luglio 2008
L'anno scorso, Giornalettismo pubblicò un commento ad una articolo del Professor Zingales, su L'Espresso, in cui si proponeva una strategia innovativa ed interessante per combattere la diffusione di droghe pesanti.

La mia posizione è che la cosa migliore sarebbe liberalizzare tutte le droghe e contemporaneamente reprimere ogni comportamento antisociale da esse derivato, dalla guida sotto l'effetto di stupefacenti alle minacce ai passanti con le siringhe, considerando l'uso di droga un pesante aggravante nei processi. In questo modo la giustizia e le carceri sarebbero meno occupate ad infastidire persone innocue, i profitti del narcotraffico sparirebbero, e se veramente esistono droghe pericolose, i loro utilizzatori riempirebbero le carceri, che avrebbero più posti disponibili grazie all'abolizione della lotta alla droga (non so quanto dei 2-3 milioni di carcerati USA stiano dentro per droga, ma almeno negli USA la lotta alla droga rappresenta un costo notevole per la giustizia penale). Il mio articolo su Giornalettismo sul Messico, inoltre, dimostra che i costi della lotta alla droga nei paesi produttori possono essere ben maggiori dei costi nei paesi consumatori, anche se non vengono quasi mai presi in considerazione.

Zingales parla di insuccessi delle liberalizzazioni parziali, in Svizzera e Olanda. Non so molto sull'argomento, e non so quanto le informazioni di Wikipedia siano affidabili: si noti comunque che in Olanda si è avuta soltanto una mezza liberalizzazione, del consumo e non della produzione, e limitata alle droghe leggere, mentre in Svizzera non sembra esserci stata alcuna liberalizzazione: l'anno scorso, quando sono stato a Losanna, si stava svolgendo un referendum sull'eroina.

In ogni caso, siccome l'Olanda o la Svizzera non possono influenzare il prezzo globale della droga, la loro liberalizzazione non può avere alcun effetto sui profitti del narcotraffico. Inoltre è naturale che, finché la liberalizzazione rimane localizzata, si attrarranno drogati da tutto il resto del mondo (il che, tra l’altro, fa bene al turismo, almeno nel caso delle droghe leggere, che non hanno alcun tipo di ripercussione sociale). Ciò non accadrebbe se si liberalizzassero le droghe in tutto il mondo: eventuali insuccessi negli esperimenti di liberalizzazione locale, quindi, non confutano le teorie libertarie sulla liberalizzazione.

La proposta di liberalizzazione totale ha due soli difetti, o se vogliamo due assunti critici:

  • a.       Gli effetti antisociali della droga diminuiscono con l’uscita dei narcotrafficanti dal mercato, cioè non esistono droghe socialmente pericolose in sé, ma i problemi sociali legati alla droga dipendono quasi esclusivamente dal proibizionismo (droga tagliata male, microcriminalità, profitti del narcotraffico),
  • b.      La domanda di droga non è troppo elastica, altrimenti il mondo si riempirebbe di tossicodipendenti.

L’autore afferma poi che proibire la droga può tenere lontano i minorenni da questa: secondo me è tanto facile comprare sigarette quanto comprare hashish, e chiunque abbia più di 14 anni sa come farlo o conosce persone che sanno come farlo. Una cosa però è certa: non è possibile ridurre a zero la domanda di qualcosa richiesto dai consumatori, che siano sigarette, prostitute, merendine o droga; quindi la liberalizzazione non farà sparire la droga, ma al più la criminalità ad essa associata. Probabilmente il consumo aumenterebbe, a meno che questo consumo non sia dovuto ad effetti di "status symbol" o di rivolta contro le proibizioni sociali (entrambe le cose mi sembrano improbabili, ma per un divertente excursus, c’è la mia teoria alla Dornbrusch dell’overshoot della domanda di cocaina, che ho sottomesso al Review of Paperopoli’s Economics).

Il ragionamento di Zingales vale se:

  1. Ci si droga soltanto se si ottengono le prime dosi gratis,
  2. I profitti si fanno solo dopo che si è diventati tossicodipendenti.

In queste condizioni, se lo stato desse gratis la droga a tutti i tossicodipendenti, sparirebbero i profitti da droga (2), e quindi gli incentivi ad offrire droga gratuitamente (1): la mafia non avrebbe interesse a causare tossicodipendenza, in quanto perderebbe i clienti a vantaggio delle ASL. Ciò ridurrebbe la domanda e farebbe sparire i profitti del narcotraffico.

La proposta presuppone che:

  • A.      Non ci sia domanda di droga se non da chi è già drogato,
  • B.      Tutti i drogati siano disponibili a mettersi in una lista per la distribuzione di droghe.

Ma (B) non è vera per tutti i drogati che svolgono un ruolo in società, come i numerosi cocainomani nel mondo dello spettacolo, degli affari e della politica: queste persone non si metterebbero mai in lista alla ASL, quindi continuerebbero a comprare droga, di alta qualità, ad alto prezzo, dai narcotrafficanti, che continuerebbero a fare profitti.

D'altra parte, non sono del tutto convinto di (A): le persone si drogano perché la droga fa star bene, fa sentire in paradiso, fa sentire potenti, allontana i problemi e le responsabilità. Si tratta di preferenze temporali: stare da dio oggi ma stare male domani. Inoltre, anche se la mafia non offrisse più droga gratuitamente, basterebbe investire poche centinaia di euro in droghe per diventare tossicodipendenti e avere droga gratis a vita dalle ASL.

Per capire se la mafia ne verrebbe ridimensionata, bisognerebbe conoscere la domanda di droga dell'upper class rispetto a quella totale: se i profitti vengono principalmente da calciatori e manager, la proposta di Zingales non influenzerà i ricavi del narcotraffico; altrimenti il narcotraffico avrà un mercato molto ridotto. Penso che la massa di tossicodipendenti poveri complessivamente abbia una domanda sufficientemente grande da fornire gran parte dei profitti ai narcotrafficanti, anche perché i diserbanti per tagliare la droga costano poco. Quindi probabilmente i narcotrafficanti perderebbero ricavi: è la Legge di Pareto, che dice che il numero di ricchi diminuisce sovra-linearmente con la ricchezza…

Altri due vantaggi della proposta sono che sparirebbe la droga tagliata male, uno dei principali problemi causati dal proibizionismo, probabilmente causa di buona parte delle morti per droga; e la microcriminalità da droga, in quanto non ci sarebbe bisogno di rubare per comprarsi le dosi (salvo droghe socialmente pericolose in sé).

Insomma, la proposta di Zingales ha qualche vantaggio rispetto allo status quo, in cui in pratica guadagnano solo i narcotrafficanti, ma continuo a preferire la liberalizzazione totale. Quest'ultima, però, è molto difficile se fatta da un singolo paese: se tutto il mondo liberalizzasse, sparirebbero i cartelli della droga; ma se la stessa politica venisse adottata soltanto da un piccolo paese, i cartelli rimarrebbero e i drogati si concentrerebbero lì (a meno che non si chiudano le frontiere).

Sul piano etico, mi faccio inoltre problemi a costringere i contribuenti a finanziare il consumo di droga altrui: ritengo fondamentalmente ingiusto costringere delle persone a finanziare politiche che ritengono ingiuste. Ma questo è un altro discorso.

postato da: Libertarian alle ore 10:59 | Permalink | commenti (5)
categoria:politiche sociali, liberalismo
sabato, 28 giugno 2008
Questo bel libro parla delle radici profonde dei problemi politici e sociali italiani, che hanno origine nell'assetto istituzionale stesso, oltre che nella cultura italiana.

E' un libro applicativo, ma con un solido background teorico, in cui si analizzano i legami tra regolamentazione statale, qualità dell'informazione sui media, imprenditorialità creatrice, imprenditorialità parassitaria, livello di corruzione, innovazione tecnologica, capitale sociale, fiducia interpersonale.

Il libro è pieno di regressioni lineari: si scoprono così una serie di ovvietà, come che il numero di ricercatori è legato alla quantità di brevetti o all'innovatività del sistema industriale; o cose meno ovvie, ma comunque credibili, come che il numero di avvocati è inversamente proporzionale al numero di ingegneri: i primi che servono per far funzionare la macchina burocratica, e gestire i rapporti con essa, i secondi impossibilitati ad operare per la sclerosi sociale indotta dalle regolamentazioni pubbliche.

Le regressioni implicano correlazione, lineare, e non causazione, così senza una teoria non si può mai capire cosa causa cosa: chi è causa e chi è effetto. La cosa è importante dal punto di vista della policy, perchè mentre la riduzione della burocrazia e delle regolamentazioni statali nel lungo termine faciliterebbe gli investimenti in capitale umano e fisico, in ricerca e in sviluppo, e quindi in innovazione e crescita, la stessa cosa non si può dire per quanto riguarda lo sterminio degli avvocati. Questo perchè (1) l'interventismo pubblico causa (2) la crescita del numero degli avvocati e (3) la riduzione del ruolo degli innovatori, mentre il secondo fattore non causa il terzo, anche se in qualche modo ha interesse nel perpetuarsi del primo.

Cubbeddu è uno degli studiosi italiani (non pochi) influenzato dalla Scuola austriaca, soprattutto per quanto riguarda il pensiero del fondatore, Carl Menger, il proto-"neo-istituzionalista": per questo motivo analisi austriache ed analisi neo-istituzionaliste si compenetrano e si completano a vicenda per tutto il libro. Personalmente ho difficoltà a capire la differenza, se non altro perchè neo-istituzionalisti come Ronald Coase fanno parte del bagaglio austriaco da decenni, e altri come Douglass North, influenzato dagli austriaci, lo sto leggendo solo ora, incuriosito dal libro di Vannucci e Cubbeddu.

Chiunque pensi di poter cambiare questo paese con un po' di riforme calate dall'alto è affetto da illusione costruttivista: la società è complessa e i vari fattori che impediscono all'Italia di dare il massimo interagiscono tra loro, influenzando anche la (pessima) qualità della politica. I problemi non sono solo grandi, ma si rafforzano a vicenda.

L'Italia soffre di incapacità di creare legami sociali di lungo raggio, cioè manca di una struttura sociale adeguata ad una "società aperta" di tipo hayekiano: non ci fidiamo dell'altro, quindi non cooperiamo, perchè tanto sappiamo che le leggi che regolano i rapporti sono inefficienti, e le istituzioni corrotte. Cerchiamo di risolvere la corruzione e l'inefficienza statale attraverso rapporti informali, in "nero", spesso al limite, anzi oltre, la legalità ufficiale, ma questo tipo di rapporti sociali non è un'alternativa efficace ad un'assetto istituzionale da "società aperta": si basa troppo sui rapporti personali e quindi è necessariamente limitata a piccole cose.

In Italia manca una società liberale perchè manca una cultura liberale, e manca una cultura liberale perchè manca una società liberale. In quest'ottica lo stato inefficiente e corrotto e la politica ladra e autoreferenziale sono il massimo che ci meritiamo, oltre ad essere la principale causa della sclerosi sociale italiana: siamo un paese ricco per errore, culturalmente degno del Terzo mondo, con istituzioni che a mala pena fanno invidia all'Africa subsahariana.

Alcuni dettagli non mi convincono moltissimo, come l'idea che la politica crei certezza (ma quando mai?) o che l'antitrust svolga un ruolo utile nel migliorare la concorrenza sul mercato, ma per il resto l'analisi è tanto profonda quando condivisibile.
postato da: Libertarian alle ore 22:15 | Permalink | commenti (14)
categoria:libri, economia, liberalismo, teoria politica
sabato, 28 giugno 2008
Probabilmente la politica migliore nella maggior parte dei casi è che lo stato si faccia semplicemente da parte: ci sarebbero meno disoccupati, meno debiti, più investimenti, più stabilità finanziaria, meno inflazione. Ciò non toglie che questa politica, per quanto semplice, sia politicamente irrealizzabile, e per ovvi motivi: va contro l'interesse della classe politica, di molti gruppi organizzati che traggono vantaggi da privilegi legali pagati dall'intera collettività, e anche contro luoghi comuni tipici della cultura politica statalista dominante (anche grazie all'influenza statale su scuole, università e media).

Le politiche possono essere classificate secondo varie categorie, e una a cui stavo pensando in questi giorni riguarda l'influenza che la politica ha sulla fornitura privata, basata su contratti e cooperazione pacifica anziché sulla tassazione e la legislazione, di determinati beni e servizi. Alcuni tipi di intervento provocano l'eliminazione dell'iniziativa privata: le aziende che si occupano di determinati servizi spariscono, l'iniziativa privata anche non-profit, diciamo "solidaristica", scompare; venendosi quindi a creare un vuoto sociale riempito dalle burocrazie statali, finanziato dalle tasse e influenzato dalle lobby politiche. Altri tipi di intervento non provocano questo effetto socialmente atomizzante e sclerotizzante ed economicamente inefficiente.

Consideriamo la politica per la scuola.

Se lo stato si occupa di dare gratuitamente a tutti gli studenti l'istruzione, l'istruzione privata sparirà: perché chi si accontenta della scuola pubblica andrà nelle scuole pubbliche; chi vorrebbe la privata deve pagare le tasse per finanziare le scuole pubbliche e non potrà andarci; chi preferisce le private e può pagarsele è una piccola minoranza, guardata ovviamente con invidia (il più socialista dei sentimenti) dal resto della società. In questo caso la politica elimina ogni incentivo alla fornitura privata di beni e servizi, e ogni incentivo alla cooperazione sociale per la fornitura di questi: in poche parole si crea un monopolio finanziato dallo stato attraverso le tasse, il debito, l'inflazione o le concessioni monopolistiche.

L'ottimo liberale sarebbe che lo stato non facesse nulla, perché costringere qualcuno a pagare un servizio contro la sua volontà è evidentemente immorale. Ma in assenza di questo, è possibile pensare a politiche per la scuola alternative alla precedente, che non impediscono l'iniziativa e la cooperazione spontanea degli individui e delle aziende, e quindi non sclerotizzano e non anestetizzano la capacità individuale di creare relazioni e servizi sociali al di là delle relazioni affettive e parentali (quasi unica cosa che lo stato totale lascia, solo in parte, libera).

L'alternativa è pagare ad ogni studente un assegno di entità pari alla somma che avrebbe speso lo stato per mandarlo in una scuola pubblica, e far decidere allo studente quale scuola scegliere, senza alcuna regolamentazione su programmi, scelta dei professori e metodi didattici. In questo modo, ognuno comprerà sul mercato ciò che vuole, e le aziende o le organizzazioni private avranno incentivi a fornire servizi e beni nel mercato dell'istruzione. Si vorrebbero probabilmente a creare tipologie di scuole, metodi didattici, organizzazioni di professori, aziende di servizi di pulizia o di mensa, strutture sportive, società per l'organizzazione di gite e vacanze studio... tutto privato, tutto finanziato dai clienti, cioè gli studenti. Alcune saranno non-profit, altre for-profit, altre addirittura caritatevoli.

I vantaggi di questa soluzione sono notevoli, visto che si evitano il monopolio, la burocratizzazione, l'inefficienza economica dell'intervento statale, il controllo statale sull'istruzione. Gli svantaggi sono minimi: si conserverebbe la natura redistributiva della politica fiscale, e si rischierebbe di controllare le scuole tramite regolamentazioni, che per ragioni di sicurezza dovrebbero essere minimali e difficilmente modificabili.

Tutti i servizi sociali potrebbero essere finanziati in questo modo. Invece di far fornire servizi ai burocrati, si fanno pagare le tasse per finanziare determinati tipi di consumi, distorcendo sì le preferenze individuali, e intervenendo sì coercitivamente nelle vite degli individui, ma eliminando tutti i difetti tipici dei servizi pubblici statali. L'unica scelta dello stato rimarrebbe: quali beni e servizi finanziare con le tasse e quanto finanziarli, ma questa scelta è più semplice e più controllabile, rendendo più facili le decisioni degli elettori e più efficace il controllo democratico, che oggi, data la complessità delle scelte pubbliche, è poco più di un mito.

Si potrebbe ad esempio pensare di dare ad ogni individuo tra i 6 e i 19 anni un assegno di X€ l'anno per gli studi; dare un assegno di Y€ a tutti gli individui oltre i 65 anni per pagare l'assicurazione sanitaria e le cure infermieristiche; dare un assegno di Z€ a tutti gli individui disoccupati da mettere comunque nel fondo-pensione; dare W€ a chiunque si segni all'università e sia in grado di fare tot esami l'anno.

Non sto dicendo che derubare il contribuente sia giusto: ma questo permetterebbe di eliminare tutti i servizi sociali pubblici, di dimezzare l'organico della pubblica amministrazione, di ridurre il controllo politico sull'istruzione... ovviamente la scelta di X, Y, Z e W rimarrà del tutto arbitrario, e quindi soggetto alle inefficienze e ai giochi politici tipici dell'intervento pubblico, ma la società sarà in grado di fornire qualsiasi tipo di servizi, in qualsiasi modo li si possa fornire. Se poi un giorno si porranno X, Y, Z e W a zero, si sarà di fatto abolito lo stato sociale senza che nessuno se ne accorga.

postato da: Libertarian alle ore 11:42 | Permalink | commenti (7)
categoria:politiche sociali, liberalismo, teoria politica
mercoledì, 25 giugno 2008
La società aperta

Il branding è un'innovazione fondamentale in un mercato aperto, e in linea di massima la reputazione è un meccanismo fondamentale in una società aperta: in una società chiusa ci si conosce di persona, ma in una società aperta la maggior parte delle relazioni sociali si perdono nell'anonimato dopo un paio di scambi.

E' plausibile che si conosca di persona il fornitore diretto, anche se quasi sicuramente lo si conosce in maniera molto superficiale. Ma il fornitore del fornitore, o i dipendenti dell'azienda fornitrice, o gli azionisti, sono quasi certamente ignoti a chi agisce sul mercato. E figuriamoci di tutte le innumerevoli aziende che si trovano lungo la value chain.

Questa cosa non vale solo nel mercato: la reputazione è fondamentale per evitare problemi di mancanza di fiducia reciproca, quindi è un elemento ubiquo nelle società umane. Se esistessero solo giochi non ripetuti, non ci sarebbe un ruolo per la reputazione, e tutti si comporterebbero secondo il beneficio di breve termine, in maniera opportunistica, salvo relazioni affettive e personali, per forza di cose estremamente limitate, e di breve raggio. L'esistenza di giochi ripetuti, e la possibilità imprenditoriale di trasformare giochi non ripetuti in giochi ripetuti, cambia completamente l'ambiente in cui si opera: allunga l'orizzonte d'azione, riduce i costi di transazione, e i benefici netti dell'opportunismo.

I soliti romantici odiano la società aperta per il suo anonimato. Ma ovviamente non hanno chiaro cosa veramente otterrebbero se avessero ciò che vogliono: una società fatta soltanto di rapporti diretti ed intensi sarebbe una società estremamente chiusa, economicamente primitiva, probabilmente molto più violenta dell'attuale, perchè la divisione del lavoro aumenta l'efficienza nell'impiego delle risorse, e quindi "allarga" il mondo, riducendo la conflittualità sulle risorse, in quanto meno scarse.

Chiunque abbia un minimo di vita sociale sa quanto tempo e quante energie servono per creare rapporti personali profondi, e quanto limitato sia il mondo di relazioni costruito in questo modo. Però il fatto che molti si lamentino della società aperta perchè limita il ruolo di questi rapporti alla propria sfera affettiva privata è incomprensibile. Le stesse persone probabilmente non avranno nulla contro il totalitarismo politico, perchè il paternalismo delle istituzioni potrebbe creare un'illusione di sense of belonging ad un gruppo sociale simile a quello dei parenti o degli amici. Non conosco e non padroneggio la terminologia della psichiatria, ma basare la propria vita su un'illusione così grossolana non è cosa da sani di mente. Non è quindi strano che i padri del totalitarismo fossero tutti psicopatici: Rousseau, Saint Simon, Robespierre, Comte...

Nella società umana si possono distinguere vari tipi di relazioni: quelle tra parenti e amici, emotivamente coinvolgenti e profonde, che vanno benissimo per la vita affettiva, ma sono pessime per qualsiasi scopo sociale che vada oltre il ristrettissimo raggio di questi rapporti; quelle anonime di mercato, basate su regole astratte, come i diritti di proprietà, che sono poco coinvolgenti affettivamente, ma sono alla base della prosperità e delle relazioni pacifiche tra i gruppi; e quelle di massa, che sono estese come il mercato, ma cercano di sostituirsi ai rapporti affettivi dal punto di vista emotivo. Queste ultime relazioni sono spesso conflittuali e in genere tendenzialmente autoritarie e/o totalitarie.

Forse non è pensabile una società composta solo di relazioni dei primi due tipi, ma sicuramente il terzo tipo di relazione sociale è il più pericoloso. Di sicuro, una società non primitiva non può non basarsi sulle relazioni di mercato, che quindi giocano un ruolo fondamentale nella civiltà umana: del resto non riesco ad immaginare un solo motivo per avere rapporti con esseri umani che non conosco oltre al reciproco vantaggio implicito in ogni atto di libero scambio.
postato da: Libertarian alle ore 10:12 | Permalink | commenti (7)
categoria:liberalismo, teoria politica
venerdì, 20 giugno 2008
Il modello di Dornbrusch spiega come, in presenza di mercati finanziari flessibili nel breve termine e prezzi dei beni rigidi nel breve e flessibili nel lungo, un aumento dell'offerta di moneta in un'economia aperta può avere un effetto contrastante sul tasso di cambio: nel lungo termine la moneta si svaluta per via della parità di potere d'acquisto, ma nel breve termine può rivalutarsi per via della parità scoperta dei tassi di interesse.

Leonardo su Giornalettismo mi ha fatto venire un'idea veramente geniale. Sto scrivendo un paper per Topolino.

L'idea è questa:

  1. Il consumo di cocaina è considerato uno status symbol perchè costa e solo i ricchi possono permetterselo.
  2. Il consumo di cocaina viene aumentato nel breve termine da una diminuzione di prezzo, perchè l'idea che sia uno status symbol nel breve termine rimane in piedi.
  3. L'idea che la cocaina sia uno status symbol si perde con la sua diffusione e con la riduzione del suo prezzo, e la cocaina diventa un bene comune.
  4. Il consumo di cocaina aumenta dopo la liberalizzazione, per poi scemare dopo la de-status-symbolazione, con una risposta ad overshoot come nel modello dei cambi di Dornbusch.
postato da: Libertarian alle ore 14:40 | Permalink | commenti (7)
categoria:economia, liberalismo