mercoledì, 27 febbraio 2008
Basta con l'ossessione totalitaria per il controllo. L'importante sono che alcuni principi di base vengano rispettati.

Germanynews in un'intervista al Prof. Lottieri sull'integrazione e l'assimilazione dei turchi in Germania.
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categoria:islam, liberalismo
giovedì, 21 febbraio 2008
Questo post è così morbosamente noioso che è stato sottoposto a test su animali per vedere se potesse far male alla salute. I test non hanno evidenziato alcuna pericolosità, ma gli sperimentatori hanno espresso il dubbio che il risultato sia dovuto al fatto che gli animali non sanno leggere. Attivisti contro la vivisezione hanno offerto dei volontari umani, ma la sperimentazione è ancora all'inizio. Comincia oggi. Questo post è stato scritto ieri, prima di mangiare un chilo e rotti di fiorentina e di bere due assenzi, quattro ratafie e una genziana. Se l'avessi scritto subito dopo non sarebbe cambiato molto.

Gli indù bruciavano le vedove dopo la morte del marito*. Una storiella, probabilmente apocrifa, racconta che, quando gli inglesi vietarono la pratica, alcuni indigeni reclamarono, affermando che era una loro usanza; gli inglesi risposero che era invece una loro usanza impiccare chi bruciava vivi degli esseri umani, attrezzando una forca nei pressi della pira.

Anche se la storia non fosse vera, comunque mostra, nella sua assurdità, il problema del relativismo: non ci dice nulla su cosa dobbiamo fare. Si limita a fingere che "tutto va bene". Qualsiasi cosa accada, dal bruciare le vedove all'impiccare gli assassini, è ok. Questo problema è stato ereditato dall'ultima incarnazione del relativismo: il multiculturalismo.

Il capo della Chiesa Anglicana ha detto che vedrebbe come un qualcosa del tutto naturale l'introduzione di un po' di Sharia nel diritto inglese. Non so se essere contrario o favorevole all'idea, perchè non sembra del tutto logicamente coerente, e quindi non riesco a criticarla o a difenderla. Occorre quindi fare chiarezza. I paragrafi che c'entrano qualcosa con l'argomento discusso sono in corsivo. Gli altri sono di background.

La scarsità è il problema alla base del diritto: i mezzi non sono sufficienti a realizzare tutti i fini. La scarsità c'è per Crusoe come per l'individuo in una società. Robinson deve decidere quali fini realizzare e quali no. Lo stesso accade in una società, ogni volta che un individuo sceglie. La differenza è che Robinson è un solo individuo. In una società, le scale di preferenza degli individui sono in genere incompatibili, e quindi i fini sono diversamente importanti per i diversi individui.

Passando da Robinson ad una società nasce quindi la necessità del diritto: decidere come impiegare le risorse. Si tratta di un problema di proprietà: decidere quale individuo ha diritto ad una certa risorsa. La proprietà privata è quel particolare tipo di proprietà dove un individuo ha controllo sull'allocazione di una risorsa. Tutto il diritto è diritto di proprietà, anche se non tutta la proprietà è privata.

Il diritto quindi è un istituzione che risolve, inter alia, quel particolare problema di conoscenza che consiste nel sapere chi può usare una certa risorsa. L'alternativa al diritto non è certo l'abbondanza, come vorrebbero i comunisti utopisti (esistono quelli che non lo sono, e accettano le conseguenze del loro ideale: i comunisti sadomasochisti), ma il conflitto.

Il conflitto su una risorsa si ha quando almeno due persone sono convinte di poterla entrambi impiegare. Essendo ciò impossibile, il conflitto si può risolvere solo se tutti gli individui coinvolti convergono su una distribuzione coerente dei diritti di proprietà. Spesso ciò che è accettato dagli individui non è la singola norma che assegna una risorsa ad un certo individuo, ma un complesso di norme che dicono che un terzo individuo può decidere come allocare quella risorsa: a tale complesso di norme si dà il nome di ordinamento giuridico.

L'ordinamento giuridico ha necessariamente, in una società funzionale, un carattere unitario: di ogni risorsa si conosce il proprietario, o perlomeno colui che ne accerta l'identità. Se una risorsa è reclamata da due o più individui, e se non esiste un metodo di risoluzione della disputa, si ha una situazione di conflitto. Il diritto è l'insieme delle regole che definiscono una situazione di pace, mentre la criminalità (quando una piccola minoranza non concorda) e la guerra civile (quando la forza di chi non accetta l'ordinamento non è trascurabile) sono condizioni non-giuridiche.

L'unitarietà dell'ordinamento non implica logicamente una sua organizzazione gerarchica, e la molteplicità di norme, individui e risorse fa sì che ci siano varie forme di conflitto, di varia estensione. Una situazione di conflitto non è per forza incompatibile con l'esistenza di certe norme.

L'ordinamento giuridico liberale è un ordinamento dove gran parte della proprietà è privata, e le norme di base sono uguali per tutti. L'importanza della proprietà privata in tale tipo di ordinamento giustifica la separazione concettuale tra due livelli di diritto. Il diritto di secondo livello è l'insieme delle relazioni contrattuali tra gli individui, che formano istituti di ogni tipo, come aziende, famiglie, club, sindacati, ma potenzialmente anche corti di arbitrato e agenzie di sicurezza. Il ruolo che la volontarietà delle relazioni sociali ha nel liberalismo ha portato ad un notevole interesse per questa forma di diritto, tanto che si è cercato a volte di concepire l'intero diritto come contratto.

Il problema del diritto puramente volontario è che il diritto creato contrattualmente non può logicamente fare a meno di un diritto di livello superiore, precontrattuale: è possibile scambiare liberamente solo ciò di cui si è proprietari, il che vuol dire che la proprietà è a priori rispetto ai contratti. Le norme di livello superiore sono la cornice delle norme di origine contrattuale, e regolano l'applicazione dei contratti incompleti, le dispute interpretative sul loro contenuto, il diritto di firmare contratti (ad esempio, le norme sui minori e sugli infermi di mente), l'uscita e l'ingresso da un ordinamento, eccetera.

Ci si può chiedere se questa mia visione sia in contrasto con la filosofia del diritto di Bruno Leoni. Credo di no. Se Leoni interpretava il diritto come il risultato (in termini di efficacia della norma) di "scambi", mentre io sto affermando che lo scambio è a posteriori rispetto al diritto, è semplicemente perchè sto sottolineando la natura non puramente volontaria dell'ordinamento: la volontarietà può non giocare un ruolo (come nel totalitarismo) o giocarne uno fondamentale (come nel liberalismo), ma di certo non possiamo chiamare volontario il divieto di uccidere. D'altra parte, in alcune interpretazioni di Leoni si afferma che il modello Leoni non implica coercizione (dando una definizione ristretta e poco wertfrei, a parer mio, del termine, limitandolo all'azione statale): io non sono d'accordo con questa interpretazione.

Il liberalismo tende a difendere un diritto di secondo livello flessibile e vasto, in cui gli individui hanno una libertà contrattuale pressochè totale. D'altra parte, tende anche a difendere un diritto di primo livello rigido e limitato. Un ordinamento dove tutto è lasciato a norme del secondo tipo è molto più liberale di un ordinamento dove i contratti non giocano alcun ruolo. Le norme del primo tipo, tempo fa da me battezzate metanorme, rappresentano in questa interpretazione il residuo non volontaristico dell'ordinamento giuridico.

Ai liberali non piace che l'ordinamento giuridico sia monopolizzato dallo stato, che decide l'estensione della cooperazione volontaria in funzione degli interessi della classe dirigente. Questa è la parte dell'argomento sulla Sharia che può piacere. Ma un ordinamento giuridico non è soltanto una collezione di norme di secondo livello. Bisogna quindi vedere come regolare i rapporti tra appartenenti a differenti sistemi di norme, e i passaggi da un sistema all'altro. Queste norme sono norme del primo tipo. Ad esempio, è possibile pensare che il rito di un matrimonio sia officiato in un certo modo scelto dagli interessati, ma è auspicabile che non venga punito un delitto d'onore perchè avvenuto in un mini-ordinamento a parte? Una musulmana che vuole divorziare a che ordinamento deve far capo? E' evidente che un ordinamento liberale non può tollerare certe forme di relativismo, come è altrettanto evidente che l'attuale ordinamento giuridico è illiberale e tende a mettere il naso in affari privati.

E' per questo che la mia impressione alla lettura delle dichiarazioni del vescovo era ambivalente: non si capiva se riguardava la parte rigida o la parte flessibile di un ordinamento giuridico liberale. Se si tratta di tollerare il diritto di gestire in un certo modo i propri affari personali è una cosa; se si tratta di scendere a compromessi su certi principi fondamentali è tutta un'altra cosa. Il multiculturalismo tende a non fare questa distinzione perchè tende a non avere principi. Il liberalismo non ha nulla a che fare con questa mentalità.

La parte valida del ragionamento del vescovo in questione è che probabilmente un diritto del primo tipo, che è al giorno d'oggi monopolizzato dallo stato, e quindi soggetto alle voglie dei gruppi di pressione, ed è lesivo dell'autonomia degli individui e dei vari gruppi sociali, può essere fonte di conflittualità sociale, difficilmente evitabile nel caso di fratture culturali e sociali. Esistono però delle conflittualità sociali che vale la pena affrontare perchè sono "questioni di principio". Non credo di poter dare troppa rilevanza a questo argomento: gran parte della conflittualità è legata a fallimento sociali del welfare state, e una parte ancora più rilevante è giocata probabilmente dalla diffusione di ideologie radicali negli ambienti degli immigrati.

In conclusione, se è concepibile, se non addirittura auspicabile, che l'interventismo statale negli affari privati sia ridotto, e che l'estensione delle relazioni contrattuali sia ampliato, anche per minimizzare le frizioni nel caso in cui ci sia diversità di opinione facilmente risolvibile con un maggiore pluralismo, ci sono dei casi in cui non è auspicabile, e non è liberale, scendere a compromessi. Se una consistente parte di una società rifiuta determinati principi di base, non si può e non si deve chiudere un occhio. Il radicalismo islamico ci pone di fronte a domande sull'importanza dell'uguaglianza dei sessi o sulla libertà di espressione: non possiamo non rispondere, e auspicabilmente la risposta dovrebbe essere liberale.

* Non potevano farlo ovviamente prima, perchè non sarebbero state vedove.
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categoria:islam, liberalismo, filosofia politica
venerdì, 25 gennaio 2008
Uno dei tanti miti che riguarda l'Islam è che di un musulmano non ci si possa fidare perchè in caso di Jihad può mentire per apparire buono o moderato.

Fermo restando che questo lo possono fare tutti... la giustificazione dottrinale per questa affermazione è quanto meno debole.

La taqqyiya, o dissimulazione, innanzitutto si applica solo agli sciiti, che rappresentano solo il 10% della popolazione. Inoltre, essendo nata come forma di difesa contro le persecuzioni sunnite, è da considerarsi almeno in origine come una pratica difensiva, consistente di fatto nel rispondere "No" alla domanda "Sei sciita?".

Chiaramente ogni teoria, affermazione o credenza può essere sfruttata o deformata per motivi propagandistici. Ciò non toglie che il mito della taqqyiya sia infondato.
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categoria:islam
martedì, 25 dicembre 2007
L'autore AA.VV., notoriamente, soffre di sindrome dapersonsalità multiple, e quindi è difficile recensire un libro scritto da lui. In questo caso il paziente prende diversi nomi, e almeno uno di questi lo adoro.

Il saggio di Besançon ha un'unica qualità: è molto breve. Si chiama "L'Islam come paganesimo", e rappresenta una sorta di collezione di pseudo-argomenti teologici (ammetto di non esser ferrato in materia)... sarebbe comunque più corretto parlare di ingiurie, visto che "il contatto con loro è tossico, contagioso, perverso" non lo considererei un argomento teologico.

Il saggio di Mathieu, "Terrorismo", è molto interessante: è una riproposizione dei saggi di Andrè Glucksmann sul terrorismo, replicandone l'analisi della dicotomia tra terrorismo "utilitarista" e totalitarismo "apocalittico", con in più l'odio per "globalizzazione, USA, multinazionali..." e un'analisi dell'etimologia del termine "panico" che si discosta dall'omonima affermazione di Glucksmann solo perchè non accetta l'interpretazione che lo fa derivare da "pan" inteso come tutto.

Minogue, "Integrità e decadenza della civiltà occidentale", analizza brevemente i pericoli di apparire decadenti (incentivando politiche aggressive da parte degli avversari), l'eccessivo peso del politicamente corretto e del concetto di "comunità internazionale", il rischio di avere un imperialismo dei diritti umani. L'idea è che esista un Occidente "razionalista" che si differenzia dall'Occidente-civiltà e che è interpretabile come pericoloso per le civiltà altrui. Potrei dirmi d'accordo o meno solo se il discorso venisse approfondito. Divertenti le note sul fatto che i pacifisti occidentali sono pronti a lottare contro le polizie occidentali, ma con regimi più proni alla violenza sono tendenzialmente più mansueti, ammesso che trovino qualcosa da ridire sulle dittature altrui...

Pellicani fa un esercizio di collettivismo metodologico, e anche quando dice cose su cui potrei essere d'accordo riesce ad esprimerle in maniera così lontana dai canoni dell'individualismo a cui sono abituato che mi chiedo se sono veramente d'accordo o no. Così, affermare che le civiltà vogliono mantenere legami col passato mi sembra un modo contorto e tutto sommato anche mitologico di sottolineare che i processi di acquisizione culturale richiedono tempo, sono molto complessi, e si basano su trasmissione di informazioni non espresse verbalmente (Hayek) che sono difficili da assimilare. Immaginate quanto sono stato contento di leggere dell'"imperialismo del mercato" e del ruolo dei sindacati nel migliorare le condizioni di vita dei lavoratori (post hoc ergo propter hoc)... l'idea è che un certo risentimento esista, e che venga sfruttato, da Marx come da Khomeini, per poterlo canalizzare verso progetti politici, in genere totalitari. Proprio per questo, forse, sarebbe meglio stare più attenti a scrivere cose fondamentalmente infondate, allora...

Il saggio di Salin parla di diritti individuali e individualismo metodologico: ci voleva proprio. Parla anche di diritto di escludere, e quindi di politica "liberale" dell'immigrazione. Personalmente, non credo che lo stato sociale giochi un ruolo rilevante nell'immigrazione, anche se sicuramente ne aumenta i costi e aumenta il rent seeking (e quindi la xenofobia). Il fatto è che gli immigrati vengono in Occidente anche da clandestini, quindi probabilmente senza benefici sociali. Il fatto è che lavorare in nero in un pascolo italiano è meglio che essere cittadino di un paese del Terzo Mondo.

Nolte si chiede se l'Islam stia all'attacco o in difesa. Su alcune cose la sua interpretazione è dubbia. Dar al-Harb (Terra della guerra, cioè il territorio non islamizzato), per alcuni, ha una connotazione difensiva, per altri offensiva. Come tutti i termini politici, è anfibologico e può essere usato per giustificare molte cose senza che le masse se ne accorgano. Che significhi realmente il termine non lo so. Un altro termine problematico è Taquiyah, dissimulazione, che per Nolte è un modo di fare la guerra santa di nascosto, findendosi "bravi cittadini". Ma che io sappia il termine, in uso nel mondo sciita, consiste soltanto in una dispensa agli sciiti a non professare pubblicamente la loro fede, quando erano perseguitati dai sunniti.

Infine, Revel si chiede se il Medio Oriente sia democratizzabile: ci ricorda che democrazia ed elezioni non sono la stessa cosa, e che quando parliamo dei benefici della democrazia, in realtà, ci riferiamo ai diritti individuali, e non alla democrazia in sè (Revel è più moderato di me: parla di democrazia liberale... ma è ovvio che, se è liberale, non è democratica, perchè i diritti individuali sono dei freni alla volontà della maggioranza). La democrazia liberale richiede delle precondizioni politiche, culturali, sociologiche, e, cioè, la limitazione del potere delle maggioranze, per poter funzionare. Quindi, conclude Revel, la democratizzazione è un processo lungo, ma per tagliare le radici al fondamentalismo è probabilmente necessario comunque perseguire un tale obiettivo, anche se al momento, aggiungo, non si sa come.
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categoria:libri, islam
domenica, 18 novembre 2007
Il libro analizza in vari capitoli tutti i movimenti radicali islamici in giro per il mondo: dai Fratelli Musulmani ad Al Quaeda, passando per Hamas, il regime degli Ayatollah, i Talebani, il GIA algerino, e altri. Che io abbia notato, mancano solo Hezbollah libanesi, e l'analisi della situazione in alcune regioni come l'Estremo Oriente e il Caucaso.

Di ogni movimento è ripercorsa la storia, la strategia politica, le premesse ideologiche; si riassumono le idee dei principali protagonisti e dei padri ideologici dell'Islam radicale (Al-Banna, Mawdudi, Qutb, Khomeini, Shariati, Wahhab). La "dicotomia" tra neo-tradizionalisti e radicali, tra coloro che sono radicali ma operano attraverso l'indottrinamento e la solidarietà sociale, e coloro che sono radicali ma operano attraverso il terrorismo e la sedizione permea tutta l'opera. Le due cose sono però in diverse occasioni mostrate come due facce della stessa medaglia, visto che de facto i primi e i secondi portano avanti le stesse tesi, a volte si aiutano e si compenetrano a vicenda, e differiscono solo per la tattica operata sul campo.

E' stato il primo libro che ho letto dell'Autore, ed ero abbastanza sospettoso, perchè scriveva su Limes, Micromega, Repubblica ed Espresso, ma il libro non concede sconti ai radicali, con tutti i "se" e i "ma" che una situazione complessa richiede (politicamente, ad esempio, la scelta tra includere e sradicare un movimento di protesta è difficile, inutile pensare a ricette che valgano sempre e ovunque). Così, a volte i Fratelli Musulmani sembrano dei moderati, ma il loro ruolo nella filiazione di movimenti estremisti come Al Quaeda e Hamas non viene certo nascosta, senza contare l'affinità ideologica su temi quale il diritto di Israele ad esistere e il ruolo della donna nella società.

Penso di poter riassumere con alcuni punti fermi:

  • La distinzione tra Sciiti e Sunniti è sempre rilevante nell'analizzare i movimenti islamisti, non si può fare di tutto l'Islam un fascio;
  • Le distinzioni etniche sono rilevanti tanto quanto quelle religiose ogni qual volta sono presenti, come in Iraq e in Afghanistan;
  • In quasi tutti i Paesi i movimenti islamisti hanno una faccia "presentabile", sotto forma di attività sociali e caritatevoli, e una "impresentabile", sotto forma di attività terroristiche;
  • Pressochè tutti i regimi islamici hanno avuto un rapporto contraddittorio con l'Islamismo, divisi tra l'idea di sfruttarli per ottenere potere e il pericolo di venirne travolti;
  • Soprattutto ad opera dei Fratelli Musulmani, nel mondo sunnita, gli islamisti hanno l'egemonia "culturale", controllando gran parte delle università e delle scuole religiose. Questa politica "gramsciana" garantisce forti appoggi nel ceto medio istruito e nella classe dirigente";
  • Sia per l'egemonia culturale che per le opere pie, i movimenti islamisti sono abbastanza ben radicati, e non sarà facile eliminarli (purtroppo, soprattutto per le popolazioni musulmane).

Questo riassunto rappresenta forse più le mie idee che quelle dell'autore, ma non mi sembra ci siano differenze esplicite con quanto scrive. Anche se ho intenzione di continuare ad approfondire, e di certo non sono esperto di "cose medio-orientali", è un bel libro.
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categoria:libri, islam
venerdì, 16 novembre 2007
Questa è la prima stroncatura da quando ho aperto la sezione "libri" di questo blog (si vedano i tag a sinistra). Il libro non è brutto, è soltanto praticamente superfluo, e il titolo non c'entra quasi nulla col contenuto. Non si parla di Islam: non ci sono fonti, argomenti, approfondimenti, analisi sull'Islam o l'Islamismo, sui Califfi o la Sha'ria o i Fratelli Musulmani o Nasser. Niente di tutto ciò. E non c'è neanche nulla di economia.

Viene da chiedersi perchè il libro si chiami così. Glielo do io il nome: "Le relazioni Chiesa-Stato secondo i cattolici liberali, con note a margine sulla situazione nei paesi islamici". Con questo nome, il libro rimane superficiale, ma almeno ha spunti interessanti. Il suo limite è che dice molte più cose sui suoi autori che non sul mercato e sull'Islam.

Alcune tesi del libro sono condivisibili, come l'argomento secondo cui tutte le politiche si basano su giudizi di valore, non esistono leggi e politiche moralmente neutrali, e, siccome la religione è una fonte di moralità tra le altre, l'ostracismo anti-religioso giacobino non ha alcuna giustificazione*. Dire che la religione deve rimanere un fatto privato non ha alcun senso, se non quello di lasciar mano libera al Potere garantendogli il monopolio del giudizio morale, trasformando tutti i cittadini-sudditi in yes-man che si accendono una volta ogni cinque anni, dopo sei mesi di pagliacciate in TV. Le idee sulla giustizia non possono essere un fatto privato, altrimenti non sarebbero idee sulla giustizia, che è un concetto relazionale, e quindi sociale+.

Le discussioni sulla Dottrina Sociale della Chiesa e sull'egoismo del capitalismo selvaggio non mi dicono niente che non sia ovvio, anche perchè molto è asserito e poco è argomentato. C'è, è vero, chi ritiene che il mercato funzioni da solo e sia perfetto di per sè, o chi, come Mandeville^, difende il "vizio privato" perchè ritiene che automaticamente porti alle "pubbliche virtù". Ma, a parte queste posizioni estreme, non c'è nulla di quello che c'è scritto nel libro di innovativo rispetto alle posizioni più ovvie del liberalismo§, e continuo a pensare che la distinzione tra "persona" e "individuo" dei cattolici liberali sia aria fritta.

Insomma: il cattolicesimo liberale indubbiamente esiste, ma non differisce in nulla di rilevante rispetto al liberalismo normale... a meno che non si considerino certe forme estreme di determinismo e meccanicismo sociale implicite in certe forme di liberalismo piuttosto naive.

L'unica parte interessante sull'Islam è l'articolo del Professor Mustafà Erdogan sul (e contro) il laicismo kemalista in Turchia. La tesi è che il kemalismo non era democratico ma dittatoriale, il suo laicismo imposto illiberale e autoritario, e che i partiti islamici turchi sono in massima parte moderati e non fondamentalisti. Non so giudicare la fondatezza della ricostruzione, ma è comunque interessante l'idea che il laicismo imposto dall'alto possa provocare reazioni di accresciuto fervore religioso. Dubito comunque che sia l'unico fattore in gioco... del resto il fondamentalismo religioso non è certo sempre frutto dell'intolleranza.



* Aggiungo che non stiamo messi meglio con la fondatezza dell'idea che l'unica fonte della moralità è la religione et similia. Al solito, dell'assolutismo morale accetto solo la pars destruens e la consapevolezza dell'importanza dei fattori morali nella società umana.

+ Per la precisione, un liberale non può, per motivi logici nessuno può farlo, sostenere la separazione tra diritto e morale, ma deve limitare l'ambito del diritto a quelle poche cose necessarie alla convivenza sociale, lasciando libero spazio a tutto ciò che non costituisca un'aggressione dei diritti altrui.

^ A proposito, cavolo, sono due anni che lo devo leggere...

§ Si pensi alle affermazioni di Hayek sull'errore del liberalismo, perlomeno nella sua variante "falsa", quella "giacobina", di essere andato contro la religione in sè. O quella di Popper, quando afferma che il liberalismo dialoga con tutti ma non ha bisogno di nessuno.
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categoria:libri, islam, liberalismo
mercoledì, 07 novembre 2007
Interessante articolo di Mauro Gilli per Epistemes, "How big a threat does terrorism pose?". La tesi è che l'islamismo e il terrorismo islamico non rappresentino una minaccia significativa per l'Occidente e la libertà (quale). Concordo con l'analisi, con qualche aggiunta secondaria.

  1. Gli islamici radicali sono il 10% della popolazione islamica, secondo le stime. La popolazione islamica in Europa è di pochi punti percentuali, il che vuole dire che il massimo numero di supporters del terrorismo islamico in Europa è di pochi punti su mille. Il che significa che le persone effettivamente pericolose sono molto di meno, e che solo un 0.5% della popolazione europea potrebbe supportarle più o meno passivamente. Decisamente troppo poco per una guerra civile credibile, e sicuramente niente in confronto alla storia europea della prima metà del XX secolo. La loro presenza diventerebbe un pericoloso se cominciassero a rappresentare un 20-30% della popolazione, e se l'islamismo radicale e fondamentalista attirasse molto più del 10% del totale della popolazione islamica. Come minimo si tratta di un pericolo che si avrà, se si avrà, solo tra molti decenni.
  2. L'unico pericolo reale è che i movimenti terroristici entrino in possesso di armi atomiche vere. Armi radiologiche, chimiche e batteriologiche non dovrebbero rappresentare un grosso problema (ho dubbi sul fatto che quelle biologiche siano trascurabili, comunque). Ma solo uno stato può fornire ad Al Quaeda e soci armi nucleari. Ma, se lo facesse, verrebbe raso al suolo il giorno dopo. Quindi è improbabile che la minaccia possa realizzarsi.
  3. Esistono tre canali attraverso i quali la sicurezza occidentale possa essere messa in pericolo: se le forze democratiche decidono di ufficializzare il radicalismo e riconoscere istanze criminali come valide componenti dell'ordinamento giuridico e del processo politico; se la lotta al terrorismo consente il passaggio di legislazioni fasciste (tipo Patriot Act) sulla scorta del terrore causato da qualche attentato; se le risorse dedicate alla lotta al terrorismo provocassero un problema economico serio all'Occidente, per via dell'overstretching. Tutti e tre questi problemi non sono direttamente legati al terrorismo, ma rappresentano un problema del processo decisionale politico dei paesi occidentali.
Per agire bisogna bilanciare costi e benefici, ovviamente futuri e presunti, visto che l'azione umana avviene nel tempo, e il futuro non è noto. Per farlo occorre valutare seriamente quali siano le effettive minacce. Poche migliaia di effettivi terroristi non rappresentano una minaccia reale; decine di migliaia di manifestanti violenti rappresentano una minaccia solo se la classe politica dà loro retta.
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categoria:politica internazionale, islam
mercoledì, 24 ottobre 2007
(che non significa "prendi il tutù")

Rispetto per i diritti individuali e rispetto per i diritti collettivi delle minoranze non sono certamente la stessa cosa, soprattutto quando questi diritti collettivi, veri o presunti, includono il diritto dei mariti sardi di picchiare le proprie mogli, come nella recente sentenza di un tribunale in Germania.

Tempo fa dissi che c'era un modo semplicissimo per capire se un "moderato", nel senso di un tipo che parla con toni moderati, sia o meno un integralista: metterlo alle corde interrogandolo senza remore sui temi scottanti che differenziano le persone normali dagli integralisti.

Il Times m'ha copiato l'idea... ha posto 16 domande ai progressisti... per vedere se hanno principi o sono solo dei relativisti (parola che non significa nulla, a parte per intendere che non conoscono la risposta a certi problemi, come del resto non la conosce nessuno, solo che gli assolutisti fanno finta di conoscerla).

  1. E' tollerabile che i musulmani siano omofobici per via della loro cultura?
  2. E' giusto rendere illegali i matrimoni forzati per le donne?
  3. E' accettabile insistere che una donna indossi il velo?
  4. L'antisemitismo è una reazione legittima alla politica israeliana e americana?
  5. Si può permettere al regime di Ahmadinejad in Iran di acquisire la bomba nucleare?
  6. Puoi essere il difensore del popolo, se questo non ha alcuno strumento per liberarsi di te?
  7. Può essere giustificabile il carcere per i nemici politici?
  8. Al Qaeda si può considerare una legittima organizzazione di resistenza in Iraq?
  9. Ayan Hirsi Ali è troppo critica dell'Islam?
  10. Avrebbe dovuto il governo olandese farla espatriare per sicurezza?
  11. E' giusto che Salman Rushdie abbia scritto quello che ha scritto sul Corano nei Versetti Satanici?
  12. La libertà di parola, la libertà di radunarsi, la libertà di culto (e di ateismo) sono diritti umani universali?
  13. E' una tradizione culturale accettabile quella di condannare a morte gli apostati?
  14. Va bene bandire i membri di altre religioni da siti sacri come la Mecca?
  15. I delitti d'onore o le mutilazioni genitali femminili possono essere interpretate nel loro contesto "culturale"? 
  16. E' accettbile invocare la morte di vignettisti perchè le loro vignette non ti fanno ridere?

Le mie risposte da liberale estremista sono:

  1. No. Se per intolleranza si intende la coercizione.
  2. Sì. Un contratto forzato non è valido, mai.
  3. No. Se per "insistere" si intende la coercizione.
  4. No. Ma in questo caso gli integralisti islamici stanno in "buona" compagnia.
  5. Il pericolo evidente, ma nessun principio può dimostrare che alcuni possono e altri no.
  6. No. Non mi fido dei leader democratici, figuriamoci degli altri...
  7. No. A meno che non intendiamo riferirci a terroristi, e quindi a reati specifici contro cose e persone.
  8. No. E' una delle principali cause prossime di morti e instabilità.
  9. No. Non so chi sia, ma non esiste il "troppo critico".
  10. No. Al di là di come reagire ad una minaccia, il problema è la minaccia e non il minacciato.
  11. Sì. E' uno scrittore, scrive. Tutto qui.
  12. Sì.
  13. No.
  14. Sì. Decide il proprietario.
  15. No. L'omicidio è omicidio; la mutilazione è mutilazione*.
  16. No.

E a quegli utilitaristi che dicono che il diritto solo occasionalmente ha a che fare con la morale, che vadano a far ridere i polli...

Comunque, come progressista non vado male, ho sbagliato solo un paio di risposte...

Per l'originale, si veda qui.

* Ci si può chiedere lo stesso per la circoncisione. La differenza è che, a differenza della mutilazione di un braccio e del clitoride, non ha alcuna conseguenza invalidante per il soggetto (se non si sbagliano a tagliare).
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categoria:giustizia, islam, liberalismo
venerdì, 28 settembre 2007
E' il più bell'articolo che ho letto negli ultimi mesi: "The Rule of Law without the State" di Spencer Heath MacCallum, un Daily Article del Mises Institute di qualche settimana fa.

E' un articolo sulla situazione in Somalia, ed è così pieno di riflessioni interessanti su due problemi che mi stanno a cuore che sono settimane che ci penso. I due temi portanti sono:

  • Il ruolo dell'asimmetria totale della forza (cioè lo stato) nel generare conflittualità sociale*
  • Il ruolo del diritto consuetudinario e decentrato nel creare l'ordine sociale
Parrebbe che in Somalia i tentativi di creare uno stato abbiano creato molti problemi, che l'assenza di uno stato ha avuto diversi vantaggi, che esista una tradizione di diritto consuetudinario consolidato, chiamato Xeer+.

Non è detto nel testo, ma i recenti disordini potrebbero semplicemente dimostrare che la Somalia è troppo piccola per difendersi da gruppi islamisti finanziati da tutto il mondo Arabo, senza dimostrare nulla contro l'idea portante del testo. Ovviamente, è impossibile trarre conclusioni da un esempio storico, e la storia con i "se" non è storia, quindi chiedersi se i warlord sono la conseguenza dei tentativi di instaurare uno stato non è una domanda che ammette risposte definitive. Quel che importa allo stato attuale è che l'articolo porta valide ragioni teoriche per credere che possa essere così§.

Non voglio esagerare, ma per la prima volta, in nuce, ho visto su una pubblicazione libertaria un abbozzo di teoria delle Relazioni Internazionali. Forse il legame non è chiarissimo, ma si veda la nota *.

Ecco cose che mi hanno colpito:

"When the Somalis ... returned to their precolonial political status"

Comincio a pensare che il mondo debba essere salvato dalle nostre idee politiche.

"Life expectancy increased from 46 to 48.5 years
Number of one-year-olds fully immunized against measles rose from 30 to 40 percent.
Number of physicians per 100,000 population rose from 3.4 to 4.
Number of infants with low birth weight fell from 16 per thousand to 0.3.
nfant mortality per 1,000 births fell from 152 to 114.9.
Maternal mortality per 100,000 births fell from 1,600 to 1,100.
Percent of population with access to sanitation rose from 18 to 26.
Percent of population with access to at least one health facility rose from 28 to 54.8.
Fatalities due to measles fell from 8,000 to 5,600."

E pensare che un mio amico si è forse rotto un menisco e dovrà aspettare 6 settimane per una radiografia. Bisognerà che vada in Somalia invece che alla ASL!

"We find that Somalia's living standards have improved generally … not just in absolute terms, but also relative to other African countries"

Ovviamente non valgono confronti con San Marino, ma con Kenya, Etiopia e Uganda sì...

"Like most of precolonial Africa, Somalia is traditionally a stateless society. When the colonial powers withdrew, in order to better serve their purposes, they hastily trained local people and set up European-style governments in their place. These were supposed to be democratic. But they soon devolved into brutal dictatorships. ... Democracy is unworkable in Africa for several reasons. The first thing that voting does is to divide a population into two groups — a group that rules and a group that is ruled. This is completely at variance with Somali tradition. Second, if democracy is to work, it depends in theory, at least, upon a populace that will vote on issues. But in a kinship society such as Somalia, voting takes place not on the merit of issues but along group lines; one votes according to one's clan affiliation. Since the ethic of kinship requires loyalty to one's fellow clansmen, the winners use the power of government to benefit their own members, which means exploitation of the members of other clans. Consequently when there exists a governmental apparatus with its awesome powers of taxation and police and judicial monopoly, the interests of the clans conflict. Some clan will control that apparatus. To avoid being exploited by other clans, each must attempt to be that controlling clan."

La distinzione tra democrazia è autocrazia è secondaria rispetto a quella tra libertà e totalitarismo. E si noti che le democrazie europee si sono stabilizzate DOPO che guerre, genocidi e deportazioni, oltre ovviamente alla propaganda nazionalista nelle scuole e nei media, avevano reso le società europee omogenee. E che con l'immigrazione stiamo perdendo omogeneità: se c'è qualcosa di sbagliato nel modello hobbesiano di stato, meglio scoprirlo prima che sia troppo tardi.

"The turmoil in Somalia consists in the clans maneuvering to position themselves to control the government whenever it might come into being, and this has been exacerbated by the governments of the world, especially the United States, keeping alive the expectation that a government will soon be established and supplying arms to whoever seems at present most likely to be able to "bring democracy" to Somalia."

Tucidide dice che la paura è una delle cause della guerra. E sicuramente un Leviatano fa tanta paura. Ovviamente non è l'unica fonte di paura.

"First, law and, consequently, crime are defined in terms of property rights. The law is compensatory rather than punitive. Because property right requires compensation, rather than punishment, there is no imprisonment, and fines are rare. Such fines as might be imposed seldom exceed the amount of compensation and are not payable to any court or government, but directly to the victim. A fine might be in order when, for example, the killing of a camel was deliberate and premeditated, in which case the victim receives not one but two camels."

Parrebbe che il diritto consuetudinario, più prossimo alla natura del diritto che non quello positivo, tenda spesso ad essere compensatorio (come quello Anglo-Sassone prima dei Normanni, a sentire Bruce Benson). L'evoluzione del diritto in forme punitive potrebbe essere l'effetto della sua statalizzazione. Si noti comunque che a volte le punizioni (multe) servono, e che nel diritto penale è impossibile limitarsi alla compensazione. Come confermano i due cammelli nel caso dello Xeer.

"A third point about the Xeer is that there is no monopoly of police or judicial services. Anyone is free to serve in those capacities as long as he is not at the same time a religious or political dignitary, since that would compromise the sharp separation of law, politics, and religion."

Non serve che l'autorità sia una persona specifica, l'importante è che ci sia accordo sulle norme da rispettare a livello sociale. La "norma di riconoscimento" di Hart è così completamente de-personalizzata...

"Fourth, there is no victimless crime. Only a victim or his family can initiate a court action. Where there is no victim to call a court into being, no court can form."

I victimless crime sono l'aspetto più odioso del diritto statutorio, che rende la coercizione un mezzo gratuito ad usum moralisti e psicopatici.

* E' ben nota la mia preferenza per l'equilibrio tra potenze nel campo dei rapporti tra stati e degli equilibri tra corpi sociali intermedi autonomi nella struttura di una società. Sono due modi di vedere lo stesso problema.

+ Essendo la Somalia un paese islamico, come si evince anche dalla formula rituale di giuramento nella Xeer, che invoca Allah, e dalle note sul giurista islamico del XII secolo at-Taliban, è sorprendente che il diritto consuetudinario non sia la Sharia. Ancora una volta, il ruolo dei clan e la struttura politica si sovrappongono ad altri tipi di relazioni sociali, come la religione, per impedire una facile comprensione della situazione.

§ O che perlomeno che i fattori analizzati giocano effettivamente un ruolo e sono rilevanti.
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martedì, 25 settembre 2007
La tesi di questo libro, che riguarda il passaggio dalla Civiltà Antica al Medioevo nell'Occidente (essenzialmente, in Francia), è che l'inizio del secondo fu dovuto alla conquista Araba del Mediterraneo, che inibì il commercio marittimo e provocò una grande crisi economica e commerciale. Non sono in grado di esprimere un'opinione informata in proposito, ma diversi punti della tesi mi sembrano difficili da difendere:

1. La "villa", cioè una fattoria autarchica contenente anche artigiani, si sviluppa sin dal III secolo d.C. con la crisi economica dell'Impero Romano, che apri le porte alle invasioni barbariche*. Può darsi che ci sia stata una ripresa fino al VII secolo, periodo dopo il quale il commercio mediterraneo sparì, ma probabilmente l'economia dell'Alto Medioevo era già a livelli ridotti all'auge dell'Impero Romano. Ora, le "villae", come entità economiche auto-sufficienti, non si distinguono molto da analoghe strutture economiche del VIII secolo, come le abazie. Un lento declino del commercio, durato secoli, mi sembra più credibile di un improvviso problema creato dalla perdita del Mediterraneo.

2. Amalfi, Napoli, Venezia e Bisanzio commerciavano. E con chi? Nel Mediterraneo c'erano solo gli Arabi. Perchè i Franchi non lo facevano? Pirenne non lo spiega, ma, tra le righe, parrebbe che i Franchi, non sapendo come farsi una Marina Militare, non erano in grado di controllare i pirati, in primis saraceni, e poi anche normanni. Più che un problema creato dagli Arabi, sembrerebbe un problema creato dai Franchi. Altrimenti non si spiegherebbero i commerci e la ricchezza delle città precedentemente citate.

3. Il resoconto di Pirenne è un continuo di svalutazioni monetarie, controlli dei prezzi, divieti al prestito ad interesse, e leggi contro il "profitto ingiusto". Che questa economia non sia in grado di funzionare non dovrebbe stupire nessuno. Lo stesso Impero Romano entrò in crisi e si "de-globalizzò" anche per via delle svalutazioni monetarie (Diocleziano) e dei controlli dei prezzi... che un'economia già provata e comunque più primitiva c'abbia messo meno tempo per crollare mi sembra plausibile.

4. Pirenne parla di sparizione dell'oro dalla circolazione: come può accadere? L'oro non può scomparire. O viene rubato, ma Pirenne non ne parla, o viene esportato. Per esportare al netto moneta, occorre importare più merci di quante se ne importano, magari per qualche picco di consumismo ante litteram. Però esiste una spiegazione alternativa: non è che si tratta della Legge di Gresham? La moneta era stata svalutata; nel commercio interno è possibile usare a pari monete buone e cattive, tramite la legislazione coattiva di corso forzoso; nel commercio estero, però, senza l'esser costretti a far finta di non accorgersi della truffa dal corso forzoso, si possono usare solo le monete "buone": la perdita di oro può quindi risultare da un terribile mix di monete di diverso valore circolanti contemporaneamente e rapporti fissi di scambio imposti d'autorità. E' soltanto una supposizione, ma... perchè stupirsi?

In poche parole, se l'Occidente europeo nel VIII secolo divenne povero e barbaro, nonostante i ricchi commerci delle repubbliche italiane e dell'Impero Bizantino, non credo si possa dire che sia colpa degli Arabi. Molto probabilmente si trattava di inanità militare sul mare, di interventismo economico e di etica anti-capitalistica. La tesi di Pirenne non è minimamente convincente, ma si tratta di un argomento su cui sono molto ignorante, quindi potrei sbagliare.

* Senza voler scadere nelle spiegazioni monocausali, i barbari erano popolazioni non solo militarmente organizzate, ma anche quantitativamente trascurabili (mai furono più di un ventesimo degli autoctoni, secondo Pirenne). Il tracollo economico è l'unico che può forse spiegare come abbiano potuto trionfare.
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