mercoledì, 11 marzo 2009
Io non so - anche se spesso il dubbio mi viene - se il Papa preferirebbe un mondo di fanatici islamici, come argomenta Gregorj, o un mondo completamente agnostico. Forse è un'esagerazione, forse no: io non leggo nella mente delle persone, e a dir la verità l'argomento mi interessa poco e non leggo in genere neanche ciò che le persone scrivono a riguardo.

Però esistono validi motivi per ritenere che in generale, una persona religiosa abbia molto di più in comune con un'altra persona di differente fede, piuttosto che con un agnostico come me.

Fino a pochi secoli fa il Cristianesimo era l'unica "ideologia*" dell'Occidente, cioè l'unico insieme di credenze, miti, valori, idee, ideali che giocava un ruolo centrale nella vita e nella cultura dei paesi occidentali.

Le cose hanno cominciato a cambiare con i "Lumi": nelle parole di Glucksmann ("La terza morte di Dio"), si è sostituito a Dio qualcos'altro, ma si è lasciato il trono di Dio dov'era. In sostanza, concetti come assolutezza, perfezione, onnipotenza sono rimasti, ma a riempire il vuoto lasciato da Dio si sono create nuove divinità: la ragione, il popolo, la democrazia, la scienza, la razza, la classe, l'ambiente.

La mentalità fideistica è rimasta, ma Dio è stato trasferito dall'aldilà all'aldiquà, con esiti infausti (si pensi alle tre rivoluzioni socialiste: Francese, Bolscevica e Nazista e ha tutto il sangue che hanno fatto scorrere, o a tutte le idiozie che sono state dette e credute in nome della Ragione e della Scienza).

Io preferisco di gran lunga un assoluto impalpabile ad uno contingente: meglio spostare la sete di assoluto sull'invisibile che nella storia. Peccato che la mentalità fideistica si presta naturalmente ad essere usata come strumento di potere: il passaggio tra credere all'autorità che parla di cose invisibili a credere all'autorità che parla di cose visibili non è un "quantum leap", ma una questione di grado. L'obbedienza e l'abitudine a credere senza pensare (senza pensare ai fondamenti, ovviamente, al resto ovviamente ci si pensa, anche se secondo gli atei razionalisti non è vero) non può quindi facilmente essere neutralizzata dallo spostare questi desideri oltre la Storia, perché chi ha il potere cercherà di capitalizzarlo per ottenere vantaggi nella Storia. Si pensi a questo articolo di Quagliarello sul diritto naturale, tentativo di trasformare un mito (il diritto naturale) in potere politico reale.

Ora supponiamo che ci sia una rivoluzione antropologica: domani tutti gli uomini diventano come me. Si perde completamente interesse per l'invisibile e l'indimostrabile (ovviamente si può avere interesse per l'invisibile dimostrabile e per l'indimostrabile visibile), non si accetta nulla come atto di Fede (ovviamente è necessario avere "ipotesi di lavoro" e una "teoria della giustizia" per poter agire nel mondo reale), e si usa la ragione al massimo grado (fermo restando che la ragione di per sé può veramente poco quando si tratta di giudizi di valore, che sono necessari).

In questo modo, non solo Dio, non solo le divinità artificiose create negli ultimi secoli, ma il  suo stesso "trono", cioè l'idea stessa di assoluto, di perfezione, di onnipotenza, verrebbe a mancare: una volta che questi concetti diventano frutto di un'astrazione che esiste solo nelle nostre menti, di fatto la base culturale della religione (il platonismo) sparirebbe.

E' molto più probabile che un comunista diventi cattolico piuttosto che lo diventi un agnostico, di conseguenza è verosimile che la Chiesa preferisca un mondo di religioni e/o ideologie (non faccio differenza tra le due cose) piuttosto che un mondo post-platonico come quello che esiste solo nella mia testa (e in quella di Glucksmann, e di diversi lettori di questo blog).

Non so se è antropologicamente possibile una tale rivoluzione. Forse ha ragione il cattolico Chesterton, quando dice che "il problema di non credere in Dio non è il non credere più in nulla, ma il credere a tutto". Forse gli uomini hanno bisogno di credere in qualcosa, Dio, l'ambiente, o la patria che sia.

Per un liberale non è necessario (e a me non me ne frega niente) che tutto questo venga a mancare: per un liberale basta che queste costruzioni astratte non uccidano altri uomini: va bene che si creda in Maometto, ma che non si punisca l'apostasia; che si dia retta al Papa, ma che non si discriminino i valdesi; che si creda all'uguaglianza, ma che non la si imponga per legge. L'importante non è non credere, ma non commettere crimini (anche se certi crimini necessitano di una fede strabiliante per poter essere compiuti).

Però è logicamente possibile che si possa fare a meno di questi concetti, e un mondo del genere sarebbe terribile per chi cerca di convincere gli altri dell'esistenza di assoluti. In questo senso, reputo probabile che piuttosto di vivere in un mondo di agnostici, le autorità religiose preferiscano le altre ideologie e le altre religioni.

* Per ideologia intendo un sistema di valori e di teorie sul mondo sociale. Non c'è nulla di sminuente a chiamare "ideologia" la religione. Ovviamente la religione dice di essere anche altro, e per chi ci crede indubbiamente lo è, ma non è quest'altro che mi interessa. A me interessa il potere di muovere gli uomini, che istintivamente reputo pericoloso (ma non sempre è così, ovviamente).

PS La prima frase era sbagliata e l'ho cambiata, c'era scritto che Gregorj diceva il contrario di quello che dice.
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categoria:storia, islam, liberalismo, filosofia politica
mercoledì, 04 febbraio 2009
Cosa dovrebbe fare un padre incapace di sostenere una discussione, incapace di difendersi da un vecchio ubriaco, il cui figlio è appassionato di talebani, e con una moglie che vieta espressamente di intervenire nell'intimità del figlio (il suo "egosistema")?

Il protagonista lavora in un ambiente "antagonista" che è l'apoteosi dello squallore, tra lesbiche manipolatrici, colleghi che prendono per oro colato Al Jazeera e diffidano a priori del Wall Street Journal, segretarie che si vendono per far carriera, banchieri che finanziano la controinformazione/disinformazione per questioni di immagine.

La prima soluzione che viene in mente è "chiuditi in un garage, accendi l'automobile e aspetta che il monossido di carbonio faccia il suo dovere". Valerio - il protagonista di questo romanzo - cerca invece di reagire e riscattarsi, circondato da tante di quelle persone squallide che neanche con le statistiche di Trilussa si riuscirebbe a farsene una ragione.

Il tutto per amore del figlio, un sedicenne che improvvisamente non suona più, non si lava più, vede video di sgozzamenti, difende la lapidazione delle adultere e ripete a memoria tante di quelle fesserie su banche, ebrei e americani che si fa fatica a credere si possano prendere sul serio, se solo non esistessero migliaia di persone che ci credono veramente.

In fin dei conti, la "gauche caviar" è così: a me è capitato d'ascoltare per ore una difesa appassionata e convinta di decrescita, consumismo, rientro dolce, ambientalismo, virtù dell'ozio e recupero dei rapporti umani, per poi sentirmi raccontare - dalla stessa persona - dell'invidia che provava per le mamme ingioiellate e impellicciate che portano i figli a scuola in automobili i cui motori potrebbero dare energia elettrica ad una città africana, per poi riunirsi in bar a sorseggiare costosissimi cocktail equi e solidali.

Gli esseri umani possono tollerare una quantità enorme di contraddizioni: ciò è probabilmente necessario per sopravvivere e mantenere un minimo di amor proprio. Scriveva Adam Smith nella "Teoria dei Sentimenti Morali": "L'autoinganno, questa debolezza fatale dell'umanità, è la fonte di metà dei disordini della vita umana. Se ci vedessimo nella luce in cui gli altri ci vedono, o in quella in cui ci vedremmo se fossimo a conoscenza di tutto, un cambiamento sarebbe inevitabile. Altrimenti non riusciremmo a tollerare ciò che osserviamo". Esiste però un limite oltre il quale i meccanismi di protezione diventano un ostacolo alla sopravvivenza. La preoccupazione per un figlio la cui vita sta prendendo una brutta piega sarà l'occasione per risalire la china e riscoprire ciò che è veramente importante.

Il romanzo è coraggioso, perché si azzarda ad affermare che tra radical chic e terroristi islamici non ci sono molte differenze - tranne magari l'igiene personale. Il centro del romanzo sono le ansie da genitori "antiautoritari", mentre l'ambiente lavorativo, il cui squallore ad una prima impressione mi sembrava esasperato (ma poi mi sono reso conto di essere semplicemente troppo ottimista) ha il divertentissimo pregio di prendere di mira ogni luogo comune politicamente corretto e ribaltarlo. Il romanzo è godibile e si legge in pochi giorni: potrebbe far venire l'orticaria a molti, ma li farebbe riflettere.
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categoria:libri, islam
sabato, 22 novembre 2008
... vi suggerisco un degno bersaglio: secondo qualcuno è giusto violentare donne ebree.

Leggetelo da Kulturame che è più incisivo.

PS E qui una divertente presa per il sedere di un tizio che dice che lo stupro è lecito se la gonna è corta. Trattandosi di un futuro capo di stato (probabile) ci sarebbe da riflettere.

PPS Stavo morendo dal ridere a ricordare che certe idee sul ruolo delle donne in guerra hanno radici profonde in quel del Nilo. Beh, se non capite nulla dell'angloamericano cantato in growl con chitarre distorte e batteria a mazzetta, basta leggere il demenziale testo. Quello che non capisco dei testi brutal death metal: perché impegnarsi tanto a far schifo per finta, quando a molti viene naturale far schifo sul serio? Non c'è partita.

PPPS I Nile sono un grandissimo gruppo... ma "Moltitude of Foes" è un capolavoro ineguagliabile. Purtroppo su youtube non c'è.
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categoria:islam
mercoledì, 27 febbraio 2008
Basta con l'ossessione totalitaria per il controllo. L'importante sono che alcuni principi di base vengano rispettati.

Germanynews in un'intervista al Prof. Lottieri sull'integrazione e l'assimilazione dei turchi in Germania.
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categoria:islam, liberalismo
giovedì, 21 febbraio 2008
Questo post è così morbosamente noioso che è stato sottoposto a test su animali per vedere se potesse far male alla salute. I test non hanno evidenziato alcuna pericolosità, ma gli sperimentatori hanno espresso il dubbio che il risultato sia dovuto al fatto che gli animali non sanno leggere. Attivisti contro la vivisezione hanno offerto dei volontari umani, ma la sperimentazione è ancora all'inizio. Comincia oggi. Questo post è stato scritto ieri, prima di mangiare un chilo e rotti di fiorentina e di bere due assenzi, quattro ratafie e una genziana. Se l'avessi scritto subito dopo non sarebbe cambiato molto.

Gli indù bruciavano le vedove dopo la morte del marito*. Una storiella, probabilmente apocrifa, racconta che, quando gli inglesi vietarono la pratica, alcuni indigeni reclamarono, affermando che era una loro usanza; gli inglesi risposero che era invece una loro usanza impiccare chi bruciava vivi degli esseri umani, attrezzando una forca nei pressi della pira.

Anche se la storia non fosse vera, comunque mostra, nella sua assurdità, il problema del relativismo: non ci dice nulla su cosa dobbiamo fare. Si limita a fingere che "tutto va bene". Qualsiasi cosa accada, dal bruciare le vedove all'impiccare gli assassini, è ok. Questo problema è stato ereditato dall'ultima incarnazione del relativismo: il multiculturalismo.

Il capo della Chiesa Anglicana ha detto che vedrebbe come un qualcosa del tutto naturale l'introduzione di un po' di Sharia nel diritto inglese. Non so se essere contrario o favorevole all'idea, perchè non sembra del tutto logicamente coerente, e quindi non riesco a criticarla o a difenderla. Occorre quindi fare chiarezza. I paragrafi che c'entrano qualcosa con l'argomento discusso sono in corsivo. Gli altri sono di background.

La scarsità è il problema alla base del diritto: i mezzi non sono sufficienti a realizzare tutti i fini. La scarsità c'è per Crusoe come per l'individuo in una società. Robinson deve decidere quali fini realizzare e quali no. Lo stesso accade in una società, ogni volta che un individuo sceglie. La differenza è che Robinson è un solo individuo. In una società, le scale di preferenza degli individui sono in genere incompatibili, e quindi i fini sono diversamente importanti per i diversi individui.

Passando da Robinson ad una società nasce quindi la necessità del diritto: decidere come impiegare le risorse. Si tratta di un problema di proprietà: decidere quale individuo ha diritto ad una certa risorsa. La proprietà privata è quel particolare tipo di proprietà dove un individuo ha controllo sull'allocazione di una risorsa. Tutto il diritto è diritto di proprietà, anche se non tutta la proprietà è privata.

Il diritto quindi è un istituzione che risolve, inter alia, quel particolare problema di conoscenza che consiste nel sapere chi può usare una certa risorsa. L'alternativa al diritto non è certo l'abbondanza, come vorrebbero i comunisti utopisti (esistono quelli che non lo sono, e accettano le conseguenze del loro ideale: i comunisti sadomasochisti), ma il conflitto.

Il conflitto su una risorsa si ha quando almeno due persone sono convinte di poterla entrambi impiegare. Essendo ciò impossibile, il conflitto si può risolvere solo se tutti gli individui coinvolti convergono su una distribuzione coerente dei diritti di proprietà. Spesso ciò che è accettato dagli individui non è la singola norma che assegna una risorsa ad un certo individuo, ma un complesso di norme che dicono che un terzo individuo può decidere come allocare quella risorsa: a tale complesso di norme si dà il nome di ordinamento giuridico.

L'ordinamento giuridico ha necessariamente, in una società funzionale, un carattere unitario: di ogni risorsa si conosce il proprietario, o perlomeno colui che ne accerta l'identità. Se una risorsa è reclamata da due o più individui, e se non esiste un metodo di risoluzione della disputa, si ha una situazione di conflitto. Il diritto è l'insieme delle regole che definiscono una situazione di pace, mentre la criminalità (quando una piccola minoranza non concorda) e la guerra civile (quando la forza di chi non accetta l'ordinamento non è trascurabile) sono condizioni non-giuridiche.

L'unitarietà dell'ordinamento non implica logicamente una sua organizzazione gerarchica, e la molteplicità di norme, individui e risorse fa sì che ci siano varie forme di conflitto, di varia estensione. Una situazione di conflitto non è per forza incompatibile con l'esistenza di certe norme.

L'ordinamento giuridico liberale è un ordinamento dove gran parte della proprietà è privata, e le norme di base sono uguali per tutti. L'importanza della proprietà privata in tale tipo di ordinamento giustifica la separazione concettuale tra due livelli di diritto. Il diritto di secondo livello è l'insieme delle relazioni contrattuali tra gli individui, che formano istituti di ogni tipo, come aziende, famiglie, club, sindacati, ma potenzialmente anche corti di arbitrato e agenzie di sicurezza. Il ruolo che la volontarietà delle relazioni sociali ha nel liberalismo ha portato ad un notevole interesse per questa forma di diritto, tanto che si è cercato a volte di concepire l'intero diritto come contratto.

Il problema del diritto puramente volontario è che il diritto creato contrattualmente non può logicamente fare a meno di un diritto di livello superiore, precontrattuale: è possibile scambiare liberamente solo ciò di cui si è proprietari, il che vuol dire che la proprietà è a priori rispetto ai contratti. Le norme di livello superiore sono la cornice delle norme di origine contrattuale, e regolano l'applicazione dei contratti incompleti, le dispute interpretative sul loro contenuto, il diritto di firmare contratti (ad esempio, le norme sui minori e sugli infermi di mente), l'uscita e l'ingresso da un ordinamento, eccetera.

Ci si può chiedere se questa mia visione sia in contrasto con la filosofia del diritto di Bruno Leoni. Credo di no. Se Leoni interpretava il diritto come il risultato (in termini di efficacia della norma) di "scambi", mentre io sto affermando che lo scambio è a posteriori rispetto al diritto, è semplicemente perchè sto sottolineando la natura non puramente volontaria dell'ordinamento: la volontarietà può non giocare un ruolo (come nel totalitarismo) o giocarne uno fondamentale (come nel liberalismo), ma di certo non possiamo chiamare volontario il divieto di uccidere. D'altra parte, in alcune interpretazioni di Leoni si afferma che il modello Leoni non implica coercizione (dando una definizione ristretta e poco wertfrei, a parer mio, del termine, limitandolo all'azione statale): io non sono d'accordo con questa interpretazione.

Il liberalismo tende a difendere un diritto di secondo livello flessibile e vasto, in cui gli individui hanno una libertà contrattuale pressochè totale. D'altra parte, tende anche a difendere un diritto di primo livello rigido e limitato. Un ordinamento dove tutto è lasciato a norme del secondo tipo è molto più liberale di un ordinamento dove i contratti non giocano alcun ruolo. Le norme del primo tipo, tempo fa da me battezzate metanorme, rappresentano in questa interpretazione il residuo non volontaristico dell'ordinamento giuridico.

Ai liberali non piace che l'ordinamento giuridico sia monopolizzato dallo stato, che decide l'estensione della cooperazione volontaria in funzione degli interessi della classe dirigente. Questa è la parte dell'argomento sulla Sharia che può piacere. Ma un ordinamento giuridico non è soltanto una collezione di norme di secondo livello. Bisogna quindi vedere come regolare i rapporti tra appartenenti a differenti sistemi di norme, e i passaggi da un sistema all'altro. Queste norme sono norme del primo tipo. Ad esempio, è possibile pensare che il rito di un matrimonio sia officiato in un certo modo scelto dagli interessati, ma è auspicabile che non venga punito un delitto d'onore perchè avvenuto in un mini-ordinamento a parte? Una musulmana che vuole divorziare a che ordinamento deve far capo? E' evidente che un ordinamento liberale non può tollerare certe forme di relativismo, come è altrettanto evidente che l'attuale ordinamento giuridico è illiberale e tende a mettere il naso in affari privati.

E' per questo che la mia impressione alla lettura delle dichiarazioni del vescovo era ambivalente: non si capiva se riguardava la parte rigida o la parte flessibile di un ordinamento giuridico liberale. Se si tratta di tollerare il diritto di gestire in un certo modo i propri affari personali è una cosa; se si tratta di scendere a compromessi su certi principi fondamentali è tutta un'altra cosa. Il multiculturalismo tende a non fare questa distinzione perchè tende a non avere principi. Il liberalismo non ha nulla a che fare con questa mentalità.

La parte valida del ragionamento del vescovo in questione è che probabilmente un diritto del primo tipo, che è al giorno d'oggi monopolizzato dallo stato, e quindi soggetto alle voglie dei gruppi di pressione, ed è lesivo dell'autonomia degli individui e dei vari gruppi sociali, può essere fonte di conflittualità sociale, difficilmente evitabile nel caso di fratture culturali e sociali. Esistono però delle conflittualità sociali che vale la pena affrontare perchè sono "questioni di principio". Non credo di poter dare troppa rilevanza a questo argomento: gran parte della conflittualità è legata a fallimento sociali del welfare state, e una parte ancora più rilevante è giocata probabilmente dalla diffusione di ideologie radicali negli ambienti degli immigrati.

In conclusione, se è concepibile, se non addirittura auspicabile, che l'interventismo statale negli affari privati sia ridotto, e che l'estensione delle relazioni contrattuali sia ampliato, anche per minimizzare le frizioni nel caso in cui ci sia diversità di opinione facilmente risolvibile con un maggiore pluralismo, ci sono dei casi in cui non è auspicabile, e non è liberale, scendere a compromessi. Se una consistente parte di una società rifiuta determinati principi di base, non si può e non si deve chiudere un occhio. Il radicalismo islamico ci pone di fronte a domande sull'importanza dell'uguaglianza dei sessi o sulla libertà di espressione: non possiamo non rispondere, e auspicabilmente la risposta dovrebbe essere liberale.

* Non potevano farlo ovviamente prima, perchè non sarebbero state vedove.
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categoria:islam, liberalismo, filosofia politica
venerdì, 25 gennaio 2008
Uno dei tanti miti che riguarda l'Islam è che di un musulmano non ci si possa fidare perchè in caso di Jihad può mentire per apparire buono o moderato.

Fermo restando che questo lo possono fare tutti... la giustificazione dottrinale per questa affermazione è quanto meno debole.

La taqqyiya, o dissimulazione, innanzitutto si applica solo agli sciiti, che rappresentano solo il 10% della popolazione. Inoltre, essendo nata come forma di difesa contro le persecuzioni sunnite, è da considerarsi almeno in origine come una pratica difensiva, consistente di fatto nel rispondere "No" alla domanda "Sei sciita?".

Chiaramente ogni teoria, affermazione o credenza può essere sfruttata o deformata per motivi propagandistici. Ciò non toglie che il mito della taqqyiya sia infondato.
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categoria:islam
martedì, 25 dicembre 2007
L'autore AA.VV., notoriamente, soffre di sindrome dapersonsalità multiple, e quindi è difficile recensire un libro scritto da lui. In questo caso il paziente prende diversi nomi, e almeno uno di questi lo adoro.

Il saggio di Besançon ha un'unica qualità: è molto breve. Si chiama "L'Islam come paganesimo", e rappresenta una sorta di collezione di pseudo-argomenti teologici (ammetto di non esser ferrato in materia)... sarebbe comunque più corretto parlare di ingiurie, visto che "il contatto con loro è tossico, contagioso, perverso" non lo considererei un argomento teologico.

Il saggio di Mathieu, "Terrorismo", è molto interessante: è una riproposizione dei saggi di Andrè Glucksmann sul terrorismo, replicandone l'analisi della dicotomia tra terrorismo "utilitarista" e totalitarismo "apocalittico", con in più l'odio per "globalizzazione, USA, multinazionali..." e un'analisi dell'etimologia del termine "panico" che si discosta dall'omonima affermazione di Glucksmann solo perchè non accetta l'interpretazione che lo fa derivare da "pan" inteso come tutto.

Minogue, "Integrità e decadenza della civiltà occidentale", analizza brevemente i pericoli di apparire decadenti (incentivando politiche aggressive da parte degli avversari), l'eccessivo peso del politicamente corretto e del concetto di "comunità internazionale", il rischio di avere un imperialismo dei diritti umani. L'idea è che esista un Occidente "razionalista" che si differenzia dall'Occidente-civiltà e che è interpretabile come pericoloso per le civiltà altrui. Potrei dirmi d'accordo o meno solo se il discorso venisse approfondito. Divertenti le note sul fatto che i pacifisti occidentali sono pronti a lottare contro le polizie occidentali, ma con regimi più proni alla violenza sono tendenzialmente più mansueti, ammesso che trovino qualcosa da ridire sulle dittature altrui...

Pellicani fa un esercizio di collettivismo metodologico, e anche quando dice cose su cui potrei essere d'accordo riesce ad esprimerle in maniera così lontana dai canoni dell'individualismo a cui sono abituato che mi chiedo se sono veramente d'accordo o no. Così, affermare che le civiltà vogliono mantenere legami col passato mi sembra un modo contorto e tutto sommato anche mitologico di sottolineare che i processi di acquisizione culturale richiedono tempo, sono molto complessi, e si basano su trasmissione di informazioni non espresse verbalmente (Hayek) che sono difficili da assimilare. Immaginate quanto sono stato contento di leggere dell'"imperialismo del mercato" e del ruolo dei sindacati nel migliorare le condizioni di vita dei lavoratori (post hoc ergo propter hoc)... l'idea è che un certo risentimento esista, e che venga sfruttato, da Marx come da Khomeini, per poterlo canalizzare verso progetti politici, in genere totalitari. Proprio per questo, forse, sarebbe meglio stare più attenti a scrivere cose fondamentalmente infondate, allora...

Il saggio di Salin parla di diritti individuali e individualismo metodologico: ci voleva proprio. Parla anche di diritto di escludere, e quindi di politica "liberale" dell'immigrazione. Personalmente, non credo che lo stato sociale giochi un ruolo rilevante nell'immigrazione, anche se sicuramente ne aumenta i costi e aumenta il rent seeking (e quindi la xenofobia). Il fatto è che gli immigrati vengono in Occidente anche da clandestini, quindi probabilmente senza benefici sociali. Il fatto è che lavorare in nero in un pascolo italiano è meglio che essere cittadino di un paese del Terzo Mondo.

Nolte si chiede se l'Islam stia all'attacco o in difesa. Su alcune cose la sua interpretazione è dubbia. Dar al-Harb (Terra della guerra, cioè il territorio non islamizzato), per alcuni, ha una connotazione difensiva, per altri offensiva. Come tutti i termini politici, è anfibologico e può essere usato per giustificare molte cose senza che le masse se ne accorgano. Che significhi realmente il termine non lo so. Un altro termine problematico è Taquiyah, dissimulazione, che per Nolte è un modo di fare la guerra santa di nascosto, findendosi "bravi cittadini". Ma che io sappia il termine, in uso nel mondo sciita, consiste soltanto in una dispensa agli sciiti a non professare pubblicamente la loro fede, quando erano perseguitati dai sunniti.

Infine, Revel si chiede se il Medio Oriente sia democratizzabile: ci ricorda che democrazia ed elezioni non sono la stessa cosa, e che quando parliamo dei benefici della democrazia, in realtà, ci riferiamo ai diritti individuali, e non alla democrazia in sè (Revel è più moderato di me: parla di democrazia liberale... ma è ovvio che, se è liberale, non è democratica, perchè i diritti individuali sono dei freni alla volontà della maggioranza). La democrazia liberale richiede delle precondizioni politiche, culturali, sociologiche, e, cioè, la limitazione del potere delle maggioranze, per poter funzionare. Quindi, conclude Revel, la democratizzazione è un processo lungo, ma per tagliare le radici al fondamentalismo è probabilmente necessario comunque perseguire un tale obiettivo, anche se al momento, aggiungo, non si sa come.
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categoria:libri, islam
domenica, 18 novembre 2007
Il libro analizza in vari capitoli tutti i movimenti radicali islamici in giro per il mondo: dai Fratelli Musulmani ad Al Quaeda, passando per Hamas, il regime degli Ayatollah, i Talebani, il GIA algerino, e altri. Che io abbia notato, mancano solo Hezbollah libanesi, e l'analisi della situazione in alcune regioni come l'Estremo Oriente e il Caucaso.

Di ogni movimento è ripercorsa la storia, la strategia politica, le premesse ideologiche; si riassumono le idee dei principali protagonisti e dei padri ideologici dell'Islam radicale (Al-Banna, Mawdudi, Qutb, Khomeini, Shariati, Wahhab). La "dicotomia" tra neo-tradizionalisti e radicali, tra coloro che sono radicali ma operano attraverso l'indottrinamento e la solidarietà sociale, e coloro che sono radicali ma operano attraverso il terrorismo e la sedizione permea tutta l'opera. Le due cose sono però in diverse occasioni mostrate come due facce della stessa medaglia, visto che de facto i primi e i secondi portano avanti le stesse tesi, a volte si aiutano e si compenetrano a vicenda, e differiscono solo per la tattica operata sul campo.

E' stato il primo libro che ho letto dell'Autore, ed ero abbastanza sospettoso, perchè scriveva su Limes, Micromega, Repubblica ed Espresso, ma il libro non concede sconti ai radicali, con tutti i "se" e i "ma" che una situazione complessa richiede (politicamente, ad esempio, la scelta tra includere e sradicare un movimento di protesta è difficile, inutile pensare a ricette che valgano sempre e ovunque). Così, a volte i Fratelli Musulmani sembrano dei moderati, ma il loro ruolo nella filiazione di movimenti estremisti come Al Quaeda e Hamas non viene certo nascosta, senza contare l'affinità ideologica su temi quale il diritto di Israele ad esistere e il ruolo della donna nella società.

Penso di poter riassumere con alcuni punti fermi:

  • La distinzione tra Sciiti e Sunniti è sempre rilevante nell'analizzare i movimenti islamisti, non si può fare di tutto l'Islam un fascio;
  • Le distinzioni etniche sono rilevanti tanto quanto quelle religiose ogni qual volta sono presenti, come in Iraq e in Afghanistan;
  • In quasi tutti i Paesi i movimenti islamisti hanno una faccia "presentabile", sotto forma di attività sociali e caritatevoli, e una "impresentabile", sotto forma di attività terroristiche;
  • Pressochè tutti i regimi islamici hanno avuto un rapporto contraddittorio con l'Islamismo, divisi tra l'idea di sfruttarli per ottenere potere e il pericolo di venirne travolti;
  • Soprattutto ad opera dei Fratelli Musulmani, nel mondo sunnita, gli islamisti hanno l'egemonia "culturale", controllando gran parte delle università e delle scuole religiose. Questa politica "gramsciana" garantisce forti appoggi nel ceto medio istruito e nella classe dirigente";
  • Sia per l'egemonia culturale che per le opere pie, i movimenti islamisti sono abbastanza ben radicati, e non sarà facile eliminarli (purtroppo, soprattutto per le popolazioni musulmane).

Questo riassunto rappresenta forse più le mie idee che quelle dell'autore, ma non mi sembra ci siano differenze esplicite con quanto scrive. Anche se ho intenzione di continuare ad approfondire, e di certo non sono esperto di "cose medio-orientali", è un bel libro.
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categoria:libri, islam
venerdì, 16 novembre 2007
Questa è la prima stroncatura da quando ho aperto la sezione "libri" di questo blog (si vedano i tag a sinistra). Il libro non è brutto, è soltanto praticamente superfluo, e il titolo non c'entra quasi nulla col contenuto. Non si parla di Islam: non ci sono fonti, argomenti, approfondimenti, analisi sull'Islam o l'Islamismo, sui Califfi o la Sha'ria o i Fratelli Musulmani o Nasser. Niente di tutto ciò. E non c'è neanche nulla di economia.

Viene da chiedersi perchè il libro si chiami così. Glielo do io il nome: "Le relazioni Chiesa-Stato secondo i cattolici liberali, con note a margine sulla situazione nei paesi islamici". Con questo nome, il libro rimane superficiale, ma almeno ha spunti interessanti. Il suo limite è che dice molte più cose sui suoi autori che non sul mercato e sull'Islam.

Alcune tesi del libro sono condivisibili, come l'argomento secondo cui tutte le politiche si basano su giudizi di valore, non esistono leggi e politiche moralmente neutrali, e, siccome la religione è una fonte di moralità tra le altre, l'ostracismo anti-religioso giacobino non ha alcuna giustificazione*. Dire che la religione deve rimanere un fatto privato non ha alcun senso, se non quello di lasciar mano libera al Potere garantendogli il monopolio del giudizio morale, trasformando tutti i cittadini-sudditi in yes-man che si accendono una volta ogni cinque anni, dopo sei mesi di pagliacciate in TV. Le idee sulla giustizia non possono essere un fatto privato, altrimenti non sarebbero idee sulla giustizia, che è un concetto relazionale, e quindi sociale+.

Le discussioni sulla Dottrina Sociale della Chiesa e sull'egoismo del capitalismo selvaggio non mi dicono niente che non sia ovvio, anche perchè molto è asserito e poco è argomentato. C'è, è vero, chi ritiene che il mercato funzioni da solo e sia perfetto di per sè, o chi, come Mandeville^, difende il "vizio privato" perchè ritiene che automaticamente porti alle "pubbliche virtù". Ma, a parte queste posizioni estreme, non c'è nulla di quello che c'è scritto nel libro di innovativo rispetto alle posizioni più ovvie del liberalismo§, e continuo a pensare che la distinzione tra "persona" e "individuo" dei cattolici liberali sia aria fritta.

Insomma: il cattolicesimo liberale indubbiamente esiste, ma non differisce in nulla di rilevante rispetto al liberalismo normale... a meno che non si considerino certe forme estreme di determinismo e meccanicismo sociale implicite in certe forme di liberalismo piuttosto naive.

L'unica parte interessante sull'Islam è l'articolo del Professor Mustafà Erdogan sul (e contro) il laicismo kemalista in Turchia. La tesi è che il kemalismo non era democratico ma dittatoriale, il suo laicismo imposto illiberale e autoritario, e che i partiti islamici turchi sono in massima parte moderati e non fondamentalisti. Non so giudicare la fondatezza della ricostruzione, ma è comunque interessante l'idea che il laicismo imposto dall'alto possa provocare reazioni di accresciuto fervore religioso. Dubito comunque che sia l'unico fattore in gioco... del resto il fondamentalismo religioso non è certo sempre frutto dell'intolleranza.



* Aggiungo che non stiamo messi meglio con la fondatezza dell'idea che l'unica fonte della moralità è la religione et similia. Al solito, dell'assolutismo morale accetto solo la pars destruens e la consapevolezza dell'importanza dei fattori morali nella società umana.

+ Per la precisione, un liberale non può, per motivi logici nessuno può farlo, sostenere la separazione tra diritto e morale, ma deve limitare l'ambito del diritto a quelle poche cose necessarie alla convivenza sociale, lasciando libero spazio a tutto ciò che non costituisca un'aggressione dei diritti altrui.

^ A proposito, cavolo, sono due anni che lo devo leggere...

§ Si pensi alle affermazioni di Hayek sull'errore del liberalismo, perlomeno nella sua variante "falsa", quella "giacobina", di essere andato contro la religione in sè. O quella di Popper, quando afferma che il liberalismo dialoga con tutti ma non ha bisogno di nessuno.
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mercoledì, 07 novembre 2007
Interessante articolo di Mauro Gilli per Epistemes, "How big a threat does terrorism pose?". La tesi è che l'islamismo e il terrorismo islamico non rappresentino una minaccia significativa per l'Occidente e la libertà (quale). Concordo con l'analisi, con qualche aggiunta secondaria.

  1. Gli islamici radicali sono il 10% della popolazione islamica, secondo le stime. La popolazione islamica in Europa è di pochi punti percentuali, il che vuole dire che il massimo numero di supporters del terrorismo islamico in Europa è di pochi punti su mille. Il che significa che le persone effettivamente pericolose sono molto di meno, e che solo un 0.5% della popolazione europea potrebbe supportarle più o meno passivamente. Decisamente troppo poco per una guerra civile credibile, e sicuramente niente in confronto alla storia europea della prima metà del XX secolo. La loro presenza diventerebbe un pericoloso se cominciassero a rappresentare un 20-30% della popolazione, e se l'islamismo radicale e fondamentalista attirasse molto più del 10% del totale della popolazione islamica. Come minimo si tratta di un pericolo che si avrà, se si avrà, solo tra molti decenni.
  2. L'unico pericolo reale è che i movimenti terroristici entrino in possesso di armi atomiche vere. Armi radiologiche, chimiche e batteriologiche non dovrebbero rappresentare un grosso problema (ho dubbi sul fatto che quelle biologiche siano trascurabili, comunque). Ma solo uno stato può fornire ad Al Quaeda e soci armi nucleari. Ma, se lo facesse, verrebbe raso al suolo il giorno dopo. Quindi è improbabile che la minaccia possa realizzarsi.
  3. Esistono tre canali attraverso i quali la sicurezza occidentale possa essere messa in pericolo: se le forze democratiche decidono di ufficializzare il radicalismo e riconoscere istanze criminali come valide componenti dell'ordinamento giuridico e del processo politico; se la lotta al terrorismo consente il passaggio di legislazioni fasciste (tipo Patriot Act) sulla scorta del terrore causato da qualche attentato; se le risorse dedicate alla lotta al terrorismo provocassero un problema economico serio all'Occidente, per via dell'overstretching. Tutti e tre questi problemi non sono direttamente legati al terrorismo, ma rappresentano un problema del processo decisionale politico dei paesi occidentali.
Per agire bisogna bilanciare costi e benefici, ovviamente futuri e presunti, visto che l'azione umana avviene nel tempo, e il futuro non è noto. Per farlo occorre valutare seriamente quali siano le effettive minacce. Poche migliaia di effettivi terroristi non rappresentano una minaccia reale; decine di migliaia di manifestanti violenti rappresentano una minaccia solo se la classe politica dà loro retta.
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