domenica, 08 marzo 2009
Il dibattito sull'applicabilità del concetto di merce al lavoro mi sembra mal posto: la domanda importante è "i concetti dell'analisi economica sono utili a comprendere le dinamiche del mercato del lavoro?", e la risposta è secondo me "sì", ma in Italia sto in netta minoranza.

Gallino, professore di Sociologia a Torino, ha scritto un libro contro tutte le riforme del mercato del lavoro degli ultimi anni. Il libro è ovviamente scritto dal punto di vista sociologico, e infatti il maggiore difetto è la carenza di argomenti economici validi.

Il libro inizia con una stima dell'estensione del "precariato", inteso (condivisibilmente) come ogni forma di contratto di lavoro non a tempo pieno e a tempo indeterminato, che è largamente maggiore di tutte le stime fatte da altre fonti, arrivando fino a circa 8 milioni di persone. Bisogna dire che almeno 2 di questi milioni sono dovuti al fatto che si considerano tra i precari anche i lavoratori in nero (cosa che indubbiamente ha senso). Non capisco molto di stime statistiche su popolazioni e sinceramente non sono molto convinto dei numeri forniti, ma non ho molto da dire a riguardo. Uno degli argomenti usati è che stimare una probabilità pari allo 1% su una popolazione di 40,000,000 di persone (quindi un insieme di 400,000) a partire da una sottopopolazione di sole 100,000 (il sottoinsieme ISTAT) non fornisce stime credibili, e per quel poco che ne so la cosa non mi torna molto.

Il libro drammatizza molto il concetto di flessibilità, come se ogni cambiamento del lavoro fosse una tragedia umana: la cosa molto più realistica è che cambiare lavoro è un problema solo se i salari sono bassi e la probabilità di non trovare lavoro presto è bassa. Ma sono esattamente i due tipi di problemi che se l'Italia non avesse avuto politiche economicamente folli per trent'anni non avrebbe. Sicuramente esistono dei costi nel cambiare lavoro, ma la mentalità della rigidità a tutti i costi equivale ad una mentalità di inefficienza e declino a tutti i costi. Si analizzano poi alcune delle cause della domanda di maggiore flessibilità, come cambiamenti di organizzazione industriale e una maggiore concorrenza internazionale (aggiungerei un maggiore dinamismo tecnologico), e l'analisi è condivisibile.

Il primo problema principale del libro è che vuole convincere il lettore che il mercato del lavoro italiano era un paradiso prima che le cattive multinazionali, Treu e Biagi intervenissero (con estrema, per non dire eccessiva, secondo me, moderazione) per danneggiare i lavoratori.

Il secondo problema grave è che si vuole convincere il lettore che l'esportazione del diritto del lavoro, così come si è sviluppato in Occidente fino agli anni '70, dai paesi ricchi ai paesi poveri sia la panacea per tutti i mali, sia dei primi che dei secondi.

La prima tesi è fattualmente poco credibile. Se c'era una disoccupazione del 10%, e se al Sud superava il 20%, se la disoccupazione tra i giovani era altissima, la colpa era proprio della rigidità del mercato del lavoro. Chiunque dia un'occhiata anche svogliata ai dati si rende conto che è bastato veramente poco, in termini di riforme, per trasformare un esercito di disoccupati e di lavoratori in nero (creato appunto dai sindacati e dal diritto del lavoro) in un esercito di lavoratori flessibili che perlomeno ora un lavoro, e un minimo di garanzie giuridiche, ce l'hanno. Di certo non è stato sufficiente, e condivido il punto dell'autore secondo cui la maggior parte della differenza l'hanno probabilmente fatta i lavoratori in nero che hanno finalmente ottenuto un contratto legale, ma sicuramente c'è stato un passo avanti: la scelta reale non è tra paradiso e precarietà, ma tra flessibilità e disoccupazione.

La seconda tesi è teoricamente infondata. Se il costo del lavoro in India salisse troppo, la competitività dell'India andrebbe a farsi benedire, i capitali andrebbero altrove, e i lavoratori indiani, oggi come tra trent'anni, continuerebbero a morire di fame. Se invece non fanno follie "sindacali", probabilmente riusciranno ad accumulare i capitali necessari a svilupparsi e ad accrescere la produttività e quindi i salari. Alla fine sarebbe molto più onesto dire "noi temiamo la concorrenza dei cinesi, e quindi i cinesi devono morire di fame", piuttosto che disegnare paradisi di carta avulsi dalla realtà.

Per il resto, alcuni dettagli come "gli investitori non possono chiedere ritorni sull'investimento del 20% se la crescita economica è del 3%" hanno un impatto trascurabile sul libro, però sono indicativi. Il fatto è che anche un'economia perfettamente stazionaria (crescita nulla) in cui occorre rinnovare il capitale investendo ogni anno ad esempio il 25% del prodotto annuo, e che per posticipare tali consumi ha bisogno di premiare il risparmiatore con un rendimento del 10% è del tutto concepibile*.

Più interessante dal punto di vista pratico è quando ci si lamenta che i fondi pensione chiedano rendimenti troppo elevati alle imprese, e che questi andrebbero soggetti a vincoli di impiego del capitale per evitare che i capitali vadano ai paesi poveri in cui le condizioni del lavoro (data la scarsità di capitali) non piacciono all'autore. Ma i fondi pensioni i rendimenti a chi li passano? Ai lavoratori, ovviamente. In sostanza, si dice che bisogna vincolare i capitali in modo che non avvantaggino i paesi poveri, così che continueranno a morire di fame, e in modo che rendano poco, così che le pensioni in futuro saranno inferiori.

Il libro mostra che l'analisi di un problema economico senza una teoria economica è impossibile. Tolta quest'ultima, infatti, rimane il wishful thinking. Il problema del wishful thinking è che il contenuto calorico delle buone intenzioni è nullo: i lavoratori si sfamano con le merci.

* Lo spiego meglio? Supponiamo che c'è un solo investimento, che dura un anno, e che rende in termini di produzione reale il 3%. Quindi investire 1 oggi darà 1.03 tra un anno. Il rendimento degli investimenti è dato dalla differenza tra lo 1.03 tra un anno e il valore attuale delle merci future, che dipende dal tasso di sconto (e quindi dalle preferenze temporali e dal rischio). Se ad esempio 1.03 merci tra un anno valgono oggi 0.9, avremo rendimenti degli investimenti del 15% circa. Che la crescita riduca il costo del risparmiare è verosimile, ma che sia necessaria a spiegare i rendimenti è falso.
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categoria:economia, politiche sociali, giustizia sociale
domenica, 28 ottobre 2007
E' facile convincersene, basta coprirsi gli occhi di speck. Però forse il pescatore de La mia destra è più vicino alla realtà...

Mi viene in mente la canzone dei Dropkicks Murphys "Kiss me, I'm shitfaced", di quello completamente ubriaco che si credeva Dio... beh, probabilmente c'aveva più ragioni di coloro che credono nella giustizia sociale dello stato.
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categoria:giustizia sociale
domenica, 13 maggio 2007
La libertà negativa è il diritto di non subire coercizione, mentre la libertà positiva è il diritto di avere qualcosa. Come dice la parola stessa, la libertà negativa non impone agli altri di fare alcunchè, ma solo di astenersi dal fare qualcosa; d'altra parte, la libertà positiva impone agli altri di fare qualcosa, e cioè un diritto sul lavoro altrui.

Risulta evidente da questa schematica definizione che i due concetti di libertà sono in larga misura incompatibili tra loro: avere una libertà positiva significa avere il diritto che qualcun'altro faccia qualcosa per noi, il che implica che l'altro non abbia la libertà negativa di fare qualcos'altro senza esserne impedito se ha altri obiettivi.

Il diritto al cibo è essenzialmente il diritto ad un cameriere, ad un cuoco, ad un agricoltore. Il diritto alla salute è un diritto sull'operaio farmaceutico, sul ricercatore bio-chimico, sull'infermiere e sul medico. Il diritto al cibo quindi implica che da qualche parte del mondo ci saranno un cameriere, un cuoco, un agricoltore, un operaio, un ricercatore, un infermiere e un medico costretti a lavorare per qualcun'altro.

Una volta, quando il vocabolario politico non era stato ancora trasformato in una neo-lingua orwelliana, una tale libertà positiva si chiamava servitù o schiavitù, a seconda se la vittima del diritto positivo altrui fosse costretta soltanto a lavorare per qualcun'altro o fosse per intero di proprietà di qualcun'altro.

Nel mondo contemporaneo non sono l'agricoltore e il medico a essere ridotti in servitù, e anzi spesso sono i primi ad avvantaggiarsi delle libertà positive, essendo sovvenzionati per "garantire il servizio". La riduzione in stato di servitù è stata sapientemente spalmata tra milioni di cittadini nella loro funzione di contribuenti. Ma ciò non cambia le carte in tavola: il contribuente è un individuo che deve lavorare per realizzare i fini di qualcun'altro anzichè i propri. Se le tasse rappresentano il 50% del PIL, ogni cittadino è per il 50% del suo tempo un servo. Politici e burocrati esclusi, ovviamente.

Esiste una differenza notevole tra libertà negative e positive anche dal punto di vista politico. Una libertà negativa non chiede nessun servizio a nessuno, e quindi non richide un'organizzazione che fornisca beni e servizi agli individui. Una libertà positiva richiede invece prestazioni particolari a favore del beneficiario, e quindi implica una struttura organizzata per fornire quei servizi.

In poche parole: le libertà positive favoriscono la centralizzazione del potere politico (come ogni forma di egalitarismo). Infatti, il diritto al cibo di un nero sarebbe del tutto vuoto di significato se a dover pagare per questo diritto dovessero essere i suoi connazionali altrettanto mal messi sul piano alimentare. Per essere efficace, una libertà positiva richiede dei mezzi, e richiede quindi che qualcuno li vada a prendere, portando questi mezzi, e le persone che li producono, all'interno del sistema politico dove vige un tale diritto positivo.

Si noti inoltre che politici e burocrati sarebbero in larga misura superflui se non esistessero libertà positive: dovrebbero infatti trovarsi un impiego per fornire beni e servizi su base volontaria, cosa che non stento a credere non siano all'altezza di fare.

Per concludere, il diritto negativo è compatibile col concetto originario e fondamentale di scarsità, cioè di insufficienza dei mezzi rispetto a tutti i fini che gli uomini possono porsi. Il diritto positivo, al contrario, tende a promettere a destra e a manca senza tener conto di questo aspetto fondamentale della vita umana e, peggiorando ulteriormente le cose, tende a separare la fruizione di un bene o servizio dalla sua produzione, con conseguenze anche devastanti sul piano dell'efficienza della produzione, e quindi della quantità di beni e servizi oggetto dei diritti positivi. Il che, palesemente, assomiglia ad un boomerang.

Il fatto che i diritti positivi siano stati introdotti man mano che il mercato, cioè un sistema basato essenzialmente su diritti negativi, produceva i beni e i servizi oggetto dei primi ha reso meno evidente questa assurdità. Ma tutti sono in grado di rendersi conto, tranne forse qualche ottuso liberal di New York*, che gli stessi diritti positivi che abbiamo noi potrebbero essere letali in un paese del terzo mondo, impedendo la crescita e lo sviluppo.

Mentre ogni uomo può avere il diritto di non essere ucciso, per mangiare una bistecca a testa bisogna prima risolvere il problema di produrre sei miliardi di bistecche.

* Ma quanto mi piacciono gli stereotipi...
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categoria:giustizia sociale
giovedì, 01 marzo 2007
Un interessante articolo sulla crisi dei Kibbutz israeliani è apparso sul sito del Christian Science Monitor (non è che mi sia chiaro cosa sia, nè se sia o meno una fonte credibile, ma non è la prima volta che ne sento parlare). Comunque la notizia è verosimile, nel senso che è esattamente ciò che uno si aspetterebbe da un'iniziativa sociale irragionevole, come ogni forma di socialismo.

I kibbutz, da quel che ne so, sono uno dei rari esempi di socialismo non autoritario (cioè, non imposto con i gulag), ma scelto liberamente da persone che ci credono. Tra l'altro, con un secolo di storia alle spalle, si tratta anche di un successo particolarmente duraturo, a differenza delle falansterie di Fourier.

Il vecchio sogno, di origine tribale, di organizzare la Grande Società come se fosse una famiglia, basandola sull'impegno e la convinzione individuale anzichè sulla divisione del lavoro, aveva maggiori probabilità di successo in una comunità con ideali religiosi e politici comuni che non in qualsiasi altra situazione sociale, eppure ciò non sembra bastare.

"The kibbutz creates too much friction. The secretariat dictates too many things to members. And people want more freedom to take responsibility for their lives.", si legge, e non si stenta a crederlo. Aggiungo che, oltre al secretariat rompino, pare che le decisioni su cosa coltivare spettino al Ministero dell'Agricoltura, e potete immaginare che bravi imprenditori si possono trovare tra i burocrati e i portaborse...

"the kibbutz lifestyle could be oppressive and suffocating. ... The kibbutz compelled members to turn over possessions for public use. Children were raised in communal dorms rather than in parents' homes. Social life revolved around the dining hall. A kibbutz committee approved plans for higher education and careers. Whoever left was considered a traitor."


E la domanda è: ma chi gliel'ha fatto fare per così tanto tempo? Di fatto, è come vivere in un'assemblea condominiale che dura 24h al giorno, 365 giorno l'anno... Ed ecco la risposta:

"With the ascension of the right-wing Likud party to power in the 1980s, the government cut off generous subsidies that exposed waste and unprofitable kibbutz operations, as well as billions of dollars in debt. A $17 billion bailout made the kibbutzes seem spoiled rather than selfless. Meanwhile, observing Israel's growing prosperity, kibbutzniks lost sight of the ideals behind their Spartan existence and began seeking the same creature comforts."

Quindi inutile stupirsi se "In the past 20 years, the kibbutzes have lost one-fourth of their population and members today number 120,000, a small fraction of Israel's 7 million people.". Chissà che fine farebbero le cooperative italiane senza privilegi legali...

Ma, per fortuna, c'è il consueto lieto fine: "Postprivatization kibbutzes cut down on waste, and experience a jump in member's earning power of almost 40 percent".

Ma, anche se il socialismo non funziona come sistema economico, meglio educare comunque tutti ai suoi principi, altrimenti poi i cittadini potrebbero mettere in dubbio l'utilità di ogni forma di collettivismo e interventismo: "Rogalin says that their role will be to cultivate a quality education system that will teach children values of social justice."

Che dire, difendere mediante l'educazione una moralità inadeguata alle necessità della Grande Società...

Per concludere, riporto questa bellissima descrizione di una qualsiasi economia statalista (o azienda senza potere sul personale): "The kibbutz is like a wagon: 20 people work hard at the front, 60 in the middle say they don't want to work much, and 20 at the rear want to take everything in sight."

P.S. Simpatica la voce Kibbutz su Wikipedia: "When electricity was free, kibbutzniks had no incentive to save energy. People would leave their air conditioners running constantly. In the 1980s, kibbutzim began to meter energy usage. Having kibbutzniks pay for energy usage required that kibbutzniks actually have personal money. Hence returned private accounts."
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categoria:giustizia sociale
mercoledì, 30 agosto 2006

Interessantissimo articolo di un economista svedese di scuola Austriaca (Stefan Karlsson) sul mito svedese. L'articolo ripercorre la storia economica della Svezia sin dall'Ottocento.

Prima del 1850 circa, la Svezia era un paese povero. Negli anni '60 dell'Ottocento, però, vi furono diverse riforme di libero mercato e la Svezia entrò nella Rivoluzione Industriale. Inoltre, dal 1809 la Svezia non è stata invischiata in guerre, cosa che ha consentito al paese di evitare distruzione di uomini e mezzi su scala enorme negli ultimi 200 anni. Dal 1870 al 1950 il reddito pro-capite svedese crebbe a ritmi impressionanti, e la Svezia divenne un paese con reddito pro capite elevatissimo.

Negli anni '30 del XX secolo, però, il governo svedese imitò le politiche sociali interventiste dei vari Roosevelt, Mussolini, Hitler... i socialdemocratici volevano trasformare la Svezia in una "folkhem", un termine di origine fascista che significa "casa del popolo". Negli stessi anni, la Svezia iniziò un programma eugenetico che non sembra avesse molto da invidiare al suo omologo nazista.

Dagli anni '50 alla metà degli anni '70 le politiche si fecero via via più invasive, e la spesa pubblica superò il 50% del PIL nel 1975. Negli anni '70 si aggiunsero anche molte regolamentazioni anti-mercato (cioè, anti-libertà), e ulteriori tasse. Le ovvie nefaste conseguenze di tali politiche costrinsero il governo ad impiegare politiche di svalutazione monetaria, che causarono però elevati livelli di inflazione dei prezzi.

Il centrodestra riuscì alla fine addirittura a vincere le elezioni. Ma siccome era una maggioranza statalista e rissosa, persero subito dopo (ogni riferimento alla Casa della Libertà è ovviamente causale...).

Di svalutazione in svalutazione, l'inflazione continuò a crescere. La deregolamentazione del settore finanziario, necessaria ad aumentare l'efficienza in questo fondamentale mercato, amplificò l'effetto nefasto delle politiche inflazionistiche, accelerando ulteriormente l'inflazione, la svalutazione e le bolle speculative (immobili e mercati finanziari).

Per affrontare il problema, nel 1985 si eliminarono le politiche di controllo dei cambi, e le tasse cominciarono a diminuire. Siccome il boom generato dall'inflazione è un processo instabile che genera inevitabilmente depressioni, la Svezia entrò in recessione negli anni '90. A questo punto, le precarie condizioni del bilancio e della politica monetaria posero le condizioni per una forte instabilità nei cambi.

Minori tasse, minori controlli sui cambi, banche deregolamentate, privatizzazioni e deregolamnetazioni nei settori della vendita a dettaglio, delle telecomunicazioni e dei voli e la riduzione della spesa pubblica aiutarono l'economia a riprendersi.

Un aspetto molto interessante dell'articolo è quello relativo alla disoccupazione.

A proposito di come lo stato distrugge le famiglie, traduco letteralmente: "Inoltre, le casalinghe sono molto rare in Svezia. A causa degli incentivi creati dal sistema svedese di assistenza sociale, di ispirazione femminista, le madri in genere lasciano i loro bambini ai centri di assistenza giornaliera del governo. Anche se si crede che le madri che si curano dei propri bambini sono vittime dell'oppressione patriarcale, non si può negare che la cura dei bambini richiede molta fatica, e solo coloro che si occupano della cura dei bambini altrui sono considerati occupati. Spostando la cura dei bambini dalle famiglie al settore pubblico, il governo esagera ulteriormente il tasso di occupazione".

La disoccupazione ufficiale è del 5-5.5%. Questo dato non include molti che sono pagati per NON lavorare. Inoltre, molte persone che hanno avuto per lunghi periodi benefici di malattia non sono considerate disoccupate, anche se non lavorano. Basta questo per far aumentare all'8% la disoccupazione stimata. Se si sommano anche i prepensionamenti e altre forme di assistenza, come i lavori "socialmente (in)utili" pare si sfori il 25% (del resto, ci sono 540,000 prepensionati, contro circa 300,000 disoccupati ufficiali).

Inutile far notare che la disoccupazione tra gli stranieri, in linea con la solidarietà implicita nello "stato sociale", è superiore al 50%.

La situazione economica è migliorata negli ultimi anni, anche a causa di un cambiamento di politica economica: l'inflation targeting (una politica avvocata dai cosiddetti NUKE, new-keynesians).

Sfortunatamente, la deregolamentazione ha avvantaggiato così tanto i consumatori, riducendo i prezzi, che l'inflazione si è abbassata a livelli che fanno preoccupare i banchieri centrali. Per targetare l'inflazione, la massa monetaria cresce a ritmi superiori alla media europea (Maggio 2006: +11.5% di non so cosa, probabilmente M3). Stranamente, il boom economico inflazionistico avvantaggerà l'attuale governo, perchè si avvicinano le elezioni. Prima o poi, però, questa inflazione avrà effetti ciclici.

Penso si possa riassumere la situazione, citando di nuovo l'articolo: "L'intera storia dei successi del modello economico svedese è una frode".

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categoria:economia, liberalismo, giustizia sociale
lunedì, 06 febbraio 2006

Molto di ciò che lo stato fa non avrebbe alcuna utilità in una società libera. Ad esempio, la disoccupazione in un'economia libera sarebbe molto più bassa, e la disoccupazione di lungo periodo de facto inesistente: politiche "sociali" per la disoccupazione sarebbero inutili. Basterebbe mettere da parte qualche mese di stipendio, o farsi una piccola assicurazione.

Molte altre cose potrebbero essere fatte meglio in una società libera che non nella società attuale: sarebbe più facile, ad esempio, andare in pensione se lo stato non si impegnasse a svalutare la moneta, a causare cicli economici e a spendere i risparmi dei cittadini in attività politiche anzichè produttive (comprare voti, invece che macchinari).

D'altro canto, pare che alcune forme di assicurazione non possano funzionare un granchè bene in un'economia non basata sulla coercizione Phastidio ne aveva parlato in passato (www.phastidio.net), ma a me mancano 500 pagine del libro di Microeconomia per poter esprimere un giudizio.

In ogni caso, è da notare che è verosimile, una volta presi in considerazione i costi dell'attività politica, la corruzione e le inefficienze, le lobby eccetera, che lo stato non sia in grado comunque di migliorare la situazione. E' invece certo che l'uso della forza rende impossibile la razionalità economica: non è possibile dare agli individui ciò che effettivamente vogliono senza lasciarli liberi di agire per dimostrare lo loro preferenze.

Una società ricca ha meno problemi da risolvere di una società povera (perlomeno meno problemi economici da risolvere), e questo è già un ottimo argomento a favore della ritirata dello stato dalla società. Inoltre, in una società libera, a nessuno viene impedito di aiutare gli altri e di costruire istituzioni atte a svolgere le funzioni dello stato sociale: deve semplicemente sostenerne i costi, oppure convincere qualcuno a contribuire.

E se, come abbiamo visto, la maggioranza vuole seriamente ciò, di certo avrà anche i mezzi di farlo: se necessario, gran parte dello stato sociale potrebbe essere finanziato volontariamente (se considerato buono e giusto).

Certo, il cibo non sarebbe più un diritto: ma questo significa che costringere gli altri a coltivare la terra al posto nostro non sarebbe più un diritto. Da un punto di vista liberale, nulla di perso. Inoltre il "diritto al cibo" sarebbe una frase scritta sull carta, se non esistesse il cibo da "distribuire": trascurare l'atto produttivo, o separarlo da quello distributivo, è solo demagogia.

Se gli uomini sono così egoisti da non curarsi dell'altro da liberi, non è lecito aspettarsi che lo diventino se costretti a farlo da una forza superiore. E' quindi altamente improbabile, in un mondo del genere, che le risorse rubate per fini "altruistici" vengano effettivamente utilizzate per tali scopi: in base all'ipotesi di partenza, è lecito aspettarsi che il potere di rubare venga usato per arricchirsi, e non per beneficiare gli altri. Peggiori gli uomini, peggiori i pericoli del potere. Un'occhiatina alle attività dello "stato sociale" reale dovrebbe cancellare ogni dubbio a riguardo.

Esistono due modi in cui i problemi possono essere risolti senza ricorrere alla coercizione, e mi limiterò a due brevi esempi.

Se l'istruzione è un bene, ha un valore sul mercato: i relativamente più istruiti verranno pagati più dei relativamente meno istruiti. E la differenza salariale, se si trascura il valore della cultura come bene di consumo, deve essere tale da compensare i costi e il tempo necessari allo studio. Investire in una persona intelligente, che non ha i mezzi per studiare, non è molto diverso da comprare una buona azione in Borsa: se va tutto bene, con i salari futuri si potranno pagare gli studi presenti. La cosa non dovrebbe avere costi di transazione notevoli: si firma un contratto sui salari futuri dello studente e si anticipano le spese universitarie.

Infine, se l'istruzione è considerata un bene "sociale", molte persone saranno disposte a pagare per fornirla a tutti: ci sarebbero prestiti e borse di studio anche in assenza di possibilità di profitto. Il libertarismo garantisce ai "buoni" la libertà di fare del bene: dovrebbero essere contenti di questa opportunità, che viene loro negata dalla natura coercitiva dell'obbligo giuridico. In fin dei conti, la società non è esclusivamente un equilibrio non cooperativo, e la coercizione dello stato solo ipocritamente può essere considerata "cooperazione".

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categoria:giustizia sociale
venerdì, 03 febbraio 2006

La politica è uno strano mondo dove il furto si chiama tassazione, la contraffazione si chiama politica monetaria, la riduzione in schiavitù si chiama servizio militare, e la servitù si chiama "giustizia sociale". In questo mondo ovattato, politicamente corretto da prima ancora che il politicamente corretto (o corrotto, come direbbe SalentoLibero (http://www.salentolibero.ilcannocchiale.it/) prendesse piede, è naturale che la violenza arbitraria, chiamata di volta in volta legge, ordine, sovranità, volontà popolare o legalità, svolga un ruolo fondamentale.

Per farlo capire in termini chiari e semplici, consideriamo l'aborto: in un mondo dove l'aborto è chiamato omicidio (non necessariamente "piccolo"), di aborti ce ne saranno di meno (coeteris paribus è sempre vero, nel mondo reale giocano altri fattori). In un mondo dove il feto è considerato una nullità, invece, di aborti, tendenzialmente, ce ne saranno molti di più.

Lo stesso vale con l'uso della forza, in una società politica: io, insieme al 95% della popolazione italiana, non sarei in grado di andare dal mio vicino di casa e imporgli di pagarmi la pensione. Non lo farei, perchè l'idea stessa di usare la forza, o di minacciare di usarla, per imporre la mia volontà sulla parte soccombente ripugna il mio senso morale.

Gli istinti più bassi e biechi dell'umanità, però, hanno trovato una valvola di sfogo: invece di usare voi la pistola, la fate usare al vostro rappresentante politico. Invece di parlare di forza bruta, la chiamate politica e "giustizia sociale"...

Voi, che non avreste mai il coraggio di prendere una pistola e derubare il vostro vicino, non avete nulla da ridire se la pistola è della Polizia, se la decisione è del Parlamento, e se il furto si chiama "giustizia sociale": due pesi e due misure.

Il risultato è che l'uso della forza, spesso non riconosciuto come tale neanche da chi lo subisce, diventa onnipervasivo, e dà dipendenza: chi si abitua a sfruttare gli altri, difficilmente perde l'abitudine, anche perchè non perde la capacità di essere utile agli altri, come dovrebbe avvenire in ogni scambio. In questo gara a fottere tutti per primi, che viene chiamata "democrazia", costringere una persona a lavorare per gli altri, punirla per aver fatto cose che non danneggiavano nessuno, e obbligarla a perdere il controllo del frutto del proprio lavoro, diventa la cosa più normale di questo mondo.

E, piano piano, oltre all'assuefazione alla violenza, si fa strada, tra i più furbi, la consapevolezza che la strategia "chiagni e fotti" è premiante. Gruppi di pressione imparano a sfruttare i media per ottenere privilegi che, singolarmente, costano un infinitesimo ad ogni cittadino, ma, considerati assieme, ingessano l'economia, soffocano la società, e ne ipotecano il futuro.

E, infine, l'idea stessa di "giustizia sociale", facendo nascere l'idea che gli "altri" ci debbano qualcosa, tende a far sviluppare una mentalità secondo cui gli "altri" siano solo dei mezzi, e che noi "abbiamo diritto" a usarli come tali. E' improbabile che una società possa durare a lungo in queste condizioni: le banlieu sono moniti da non sottovalutare.

Con l'aumentare del numero di stranieri, estranei al nostro (vostro) ethos culturale, la contraddizione implicita tra una politica che li esclude nei fatti e promette loro ogni cosa a parole è destinata a trasformarsi in una fortissima conflittualità.

Vegliate, dunque, chè non sapete nè il giorno, nè l'ora.

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categoria:giustizia sociale
giovedì, 02 febbraio 2006

Che cos'è un diritto? Prima di tutto, è un giudizio di valore, e non un giudizio di fatto. Ma non basta... è un giudizio di valore con valenza universale, garantibile ad ogni individuo, in ogni contingenza storica.

Consideriamo il diritto alla vita: possiamo asserire che Robinson, sull'isola deserta, abbia il diritto di non essere ucciso; possiamo dirlo anche dopo che è arrivato Venerdì (e possiamo dirlo di Venerdì...); possiamo dirlo di un villanoviano o di un contemporaneo, di un italiano o di un tailandese, di un bianco o di un nero, di un ricco o di un povero. Possiamo dirlo perchè dipende soltanto dalla volontà (altrui) di non uccidere l'individuo in questione, e possiamo quindi affermare che ogni tentativo (altrui) di ucciderlo violi il suo diritto.

Proviamo a fare lo stesso col diritto di ricevere cure mediche: possiamo parlare di "diritto" con lo stesso livello di generalità? Semplicemente no. Innanzitutto, abbiamo che qualcun'altro deve fare qualcosa per il titolare del diritto. Qui, lo abbiamo già detto, ci troviamo di fronte ad una servitù. Ma non basta: infatti i servi sono una risorsa scarsa, e non è detto che tutti i padroni abbiano bisogni così morigerati da non essere eccessivamente scarsa. Abbiamo, quindi, un diritto che crea le condizioni per la sua scarsità... altro che universalità...

Due note sono da aggiungere: prima di tutto, tutti i diritti sono giudizi di valore, inoltre, non tutti i diritti sono compatibili tra loro.

Chi critica il diritto "naturale" perchè i diritti naturali non esistono, dice allo stesso tempo troppo e troppo poco. Dice troppo, perchè non c'è nulla di nuovo nel fatto che la legge di Hume è ineludibile, e, quindi, non esistono valori che derivino dalla pura logica o dalla pura osservazione (o un mix delle due). Ma dice anche troppo poco, perchè ogni società si basa su un ordine giuridico, e ogni norma giuridica è un giudizio di valore: la scelta non è tra una società che crede di violare la legge di Hume, e una società value-free, ma tra diversi giudizi di valore (ad esempio, libertà vs democrazia).

D'altro canto, i giudizi di valore non sono tutti compatibili fra loro, e occorre fare un cernita: se si ritiene che X abbia diritto ai servizi di Y (senza il permesso di Y), non si può ritenere, allo stesso tempo, che Y abbia il diritto di non essere derubato, e di non essere trattato come un servo. Delle due l'una: ogni singola scelta si fa nel rispetto dei diritti delle parti in causa, oppure violandoli. Ed è nel secondo caso che rientriamo, quando consideriamo i diritti sociali insieme a quelli liberali: o sono libero di perseguire i miei fini con i miei mezzi, oppure qualcun'altro impiega i miei mezzi per i suoi fini.

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categoria:giustizia sociale
martedì, 31 gennaio 2006

La "giustizia sociale" è un principio giuridico dal contenuto elastico, infinitamente malleabile ed estendibile, che richiede un potere centralizzato incontrollabile, irresponsabile e illimitato, che richiede risorse economiche in quantità indefinita, tendenzialmente elevatissima, e con una notevole predilezione per gli sprechi e le inefficienze.

Forse pensate che tutto questo sia un male necessario, per salvare i David Copperfield dalle miniere di carbone... siete evidentemente inconsapevoli fautori della concezione "Babbo Natale" dello stato.

Nella realtà, come tutti i liberali hanno sempre saputo, e come i public choicer hanno riportato alla luce in termini più formali, lo stato è il terreno di caccia di tutti i gruppi di pressione possibili ed immaginabili. Un'organizzazione incontrollabile, onnipotente, dal potere illimitato, lontana da chi crea ricchezza, non può non cadere "vittima" (si fa per dire) delle lobby.

I gruppi di pressione sono organizzati in modo da massimizzare l'influenza che hanno sul processo politico, e conoscono i vantaggi che derivano loro da tali privilegi; il resto della comunità, invece, non ha lo stesso livello di "coscienza di casta", non vede modi di influenzare la politica, e non si rende conto dei costi dei privilegi altrui (sia perchè sono divisi tra milioni di persone, sia perchè i costi sono spesso contro-fattuali: non si può sapere cosa si perde, perchè le alternative non appartengono al nostro continuum spazio-temporale).

Abbiamo quindi che il processo politico, messo in moto dal miraggio della "giustizia sociale", tende a mangiare soldi e ad incanalarli verso determinati gruppi, dimenticandosi (com'è nella sua natura) della "giustizia sociale".

Pensato a cosa ci può essere di "socialmente giusto" negli aiuti all'agricoltura? Si arricchiscono gli agricoltori europei, si impoveriscono i consumatori europei, e si uccidono i produttori del Terzo Mondo... ovviamente il motivo per cui questo crimine contro l'umanità avviene è che, alle elezioni in Europa, gli agricoltori europei votano, e quelli della Tanzania no. E quale politico può permettersi di perdere dei voti, per salvare SOLO qualche vita umana?

Ancora: la "giustizia sociale" "vuole" un salario minimo dignitoso per tutti... peccato che, se il salario minimo è superiore a quello di mercato, si crea disoccupazione. E siccome è disoccupato chi non è abbastanza produttivo da coprire il salario minimo, saranno disoccupati, e perennemente tali, i più giovani, gli abitanti delle regioni più povere, gli immigrati, le persone con minori titoli di studio, e i lavoratori le cui qualifiche vengono svalutate dal progresso economico. Insomma, più si ha "giustizia sociale", più chi ne ha bisogno sta peggio...

La cosa non deve stupire: i disoccupati non sanno che la colpa è dello stato, e i loro interessi non sono quindi organizzabili politicamente. La disoccupazione porta qualche voto in meno, ma non abbastanza da far perdere allo stato le brutte abitudini dei privilegi sindacali, dei costi esorbitanti per le assunzioni, dell'impossibilità di licenziare.

Pensate ad un'altra cosa: se l'italiano medio risparmia, paga la tassa sui capital gains e i suoi interessi e il suo salario sono decurtati all'origine dalle tasse sulle imprese... è evidente che tutte queste tasse cadono anche su di lui. Ma provate a tagliare IRPEG, IRAP, e imposte sul capitale... tutti vi diranno "vuoi arricchire le aziende!". Come se i risparmi che mandano avanti l'Italia provenissero tutti da Agnelli, Berlusconi e Della Valle.

Ancora una volta, è il processo decisionale politico: gli elettori si accorgono dell'IRPEF, ma non si rendono conto che le tasse sulle attività che creano ricchezza sono molto più pericolose, e per loro stessi. Anni fa lessi un tizio che diceva "Berlusconi dice che le tasse sono al 50%, le mie, però sono al 25%"... come no.

Al di là del fatto che pagare meno degli altri significa rubare agli altri, faccio notare che in quel ragionamento mancano: le tasse sulle pensioni (che vengono pagate due volte, perchè l'IRPEF è sul reddito lordo), le tasse sui capital gains e sui redditi di impresa, l'IVA su tutti i suoi consumi, e migliaia di tasse, balzelli, accise, imposte, bolli, dazi...

postato da: Libertarian alle ore 10:30 | Permalink | commenti (8)
categoria:giustizia sociale
domenica, 29 gennaio 2006

Al di là del fatto che, per le ragioni viste finora, il concetto stesso di "giustizia sociale" presenta inconvenienti notevoli, esiste un particolare motivo per cui i liberali (anche noiosamente moderati) devono temerla.

La "giustizia sociale" richiede, infatti, un potere centralizzato: è un obbligo giuridico arbitrario che si impone a tutti gli abitanti di una nazione, e richiede uno stato forte, totalitario, con un'amministrazione forte e una burocrazia sterminata. Tutti questi centri di potere irresponsabili tendono ad approfittare del loro status, visto anche che, non essendo soggetti al controllo dei consumatori, possono fare quello che vogliono: è notorio che la prima regola della burocrazia è "non avere mai bilanci in attivo, altrimenti ti tagliano il budget".

E' ovvio che ogni struttura che deve il proprio potere alla propria capacità di essere sistematicamente inefficiente è pericolosa: ma qui abbiamo un problema più grande, il problema di una classe politica onnipotente. La "giustizia sociale" dà le chiavi dei forzieri di tutti i cittadini ai politici: chi si fiderebbe mai a fare veramente una cosa del genere con la propria VERA cassaforte? Solo il velo di ignoranza che copre le malefatte dello stato, e la difficoltà di lottare contro il suo strapotere, giustificano una tale follia. Perchè, alla fine, tutte queste malefatte sono pagate dal vostro portafoglio.

La "giustizia sociale" un principio giuridico indefinito, che può essere declinato in migliaia di modi diversi, e un'organizzazione con costi indefiniti, che possono salire al 50% del PIL senza che nessuno si accorga dei servizi erogati...

E c'è una tendenza alla centralizzazione: siccome la follia delle politiche distruttrici di ricchezza sarebbe evidente a tutti in piccole comunità, tali politiche sono realizzabili solo dove le perdite possono essere nascoste nei meandri di leggi e regolamenti, dove i contribuenti sono milioni, e soggetti a regolamenti fiscali incomprensibili, dove è possibile inflazionare la moneta e accumulare debito per anni senza andare in default... quindi si genera una spinta verso l'allontanamento del potere dai cittadini che dovrebbe essere considerato preoccupante anche dai poveri fessi che ancora credono nella democrazia.

E tutto ciò, tra l'altro, partendo da un presupposto, che secoli di nefandezze perpetrate anche in nome del popolo sovrano non hanno minimamente scalfito: che i governanti facciano realmente l'interesse dei governati. Chi crede nella razionalità umana dovrebbe spiegarmi la politica...

postato da: Libertarian alle ore 12:05 | Permalink | commenti (2)
categoria:giustizia sociale