sabato, 19 luglio 2008
Avendo appena iniziato a studiare temi a metà strada tra il diritto e l'economia, e capendo molto poco del primo, ho cercato di scrivere una breve riflessione sul rapporto tra le due discipline, su cui gradirei un po' di feedback da parte di persone che conoscono il diritto, che hanno esperienza di come viene studiato nelle università italiane, e di come viene "vissuto" dai giuristi.

E' facile rendersi conto che l'economista non ha la sensibilità per capire i problemi specifici dell'ordinamento giuridico, anche se si considerano i progressi delle discipline economiche che tengono in adeguata considerazione gli aspetti istituzionali dell'azione economica, come il Neo-istituzionalismo, e per quanto ci si possa basare su un'antropologia e una visione dell'economia più generale e più ricca di quella standard, come quella austriaca: il diritto ha sue specificità che spesso nelle analisi economiche vengono trascurate.

Anche la law & economics è eccessivamente fondata sul paradigma microeconomico standard, e conseguentemente eccessivamente semplicistica nei suoi assunti e quindi nelle sue conclusioni (senza contare i gravi problemi teorici del concetto di efficienza, de facto un'ideologia politica spacciata per giudizio rigorosamente scientifico). Eppure la law & economics e il neo-istituzionalismo, corroborati dalle dottrine della Scuola austriaca (e qui penso soprattutto a Leoni), rappresentano gli unici utensili disponibili per la comprensione dell'ordinamento giuridico.

Arrivo a questa conclusione perchè mi sono chiesto: se chiedo ad un giurista come migliorare l'ordinamento esistente, o perchè determinate norme hanno determinate conseguenze, ho spesso l'impressione che la domanda sia considerata stramba. Farò due esempi pratici.

Sul "Compendio di diritto del lavoro" della Simone, che è una casa editrice e non una donna con questo cognome come avevo pensato inizialmente, c'è scritta una frase veramente insensata, che, andando a spanne, suona più o meno così: "Nel diritto del lavoro si sono venuti a diffondere concetti di origine economicistica [sic, NdLF], quali l'efficienza, al posto di concetti di origine più tradizionalmente giuridica come la dignità della persona.".

L'altro esempio è invece tratto dalle "Lezioni di Diritto del Lavoro" di Ichino, che non ho ancora letto: "La realtà dei rapporti sociali è costituita da un intreccio di essere socio-economico (l'insieme dei comortamenti tenuti dai soggetti, nella loro obbiettività storica) e di dover essere giuridico (l'insieme delle norme di comportamento rese effettive dalle rispettive sanzioni), in dialettica continua fra loro. Si può dire, in via di prima approssimazione, che l'economista e il giurista focalizzano la propra attenzione rispettivamente sull'uno e sull'altro polo dialettico di questa realtà.".

Questo mi fa pensare che l'irrilevanza della dottrina giuridica ai fini della comprensione delle dinamiche sociali, e quindi delle conseguenze della normazione sulla società, sia legata all'imperante egemonia del kelsenismo nella filosofia del diritto italiana. Il kelsenismo ha infatti due difetti esiziali che impediscono una vera e propria scienza del diritto fondata su di esso.

Il primo difetto è che è una dottrina de facto volontaristica: si occupa della volontà del potente di turno, non delle conseguenze; si occupa della forma, non della sostanza; si occupa della validità (spesso solo di carta) e non dell'efficacia (sociologica) delle norme. Praticamente non dice nulla sulla società, perchè dire qualcosa sulla società è considerato o non-scientifico (il giusnaturalismo), e qui concordo, o "impuro" (la sociologia del diritto, e per estensione qualsiasi analisi di law & economics), e quindi indegno del giurista.

Il secondo è che il kelsenismo non è affatto una teoria generale del diritto, e quindi rappresenta una cornice concettuale insufficiente per categorizzare i problemi giuridici: è una teoria che vale solo in un particolare assetto istituzionale, in cui la società è inerme e il legislatore è onnipotente, cosicchè la prima fa da creta e il secondo da Demiurgo. Fenomeni di public choice, di dinamica politica e sociale, o di conflitto ed equilibrio tra poteri, difficilmente entrano nel quadro concettuale kelseniano, cosicchè interi ambiti del diritto, come il diritto consuetudinario, il diritto internazionale, e l'ordinamento giuridico dei failed state (o dei semi-failed state, come lo Stato Italiano in alcune regioni meridionali), diventano fenomeni incomprensibili.

La cosa interessante è che solo se il secondo difetto non è stringente (e quindi il legislatore è effettivamente un demiurgo) il primo difetto si può trascurare. In tutti gli altri casi, cioè sempre, il kelsenismo è un ostacolo per l'analisi scientifica del diritto. Il diritto è l'unica disciplina delle scienze umane in cui si crede che la parola crei automaticamente una qualche entità effettivamente esistente. E' la filosofia giuridica del funzionario statale stipendiato. E' essenzialmente una superstizione, come la magia.
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venerdì, 20 giugno 2008
Stato e mafia: ho difficoltà a separare concettualmente le due cose.

Organizzazioni criminali e statali sono difficilmente distinguibili su un piano istituzionale. Ad esempio, lo stato si finanzia attraverso monopoli coercitivi o tassazione, mentre la mafia attraverso mercati difesi con la lupara dalla concorrenza e il racket. La logica di entrambe gli schemi è identica: “ti faccio un’offerta che non puo rifiutare”, dice il Padrino, “hai firmato il contratto sociale e se disubbidisci muori”, dice Rousseau (vai in galera, secondo lo stato democratico, o viene limitata comunque la tua libertà: la violenza contro i cittadini è ormai fortunatamente un po' demodè).

Si dice però che i meccanismi di finanziamento dello stato abbiano una controparte in termini di servizi. Al di là del fatto che un servizio deciso unilateralmente e a prezzi decisi unilateralmente puzza di losco in ogni caso, non è detto che la somiglianza regga.

L’anno scorso Ferrara e il braccio destro di D’Alema (mi sfugge il nome) discutevano di ‘ndrangheta ad 8:30. Dicevano che la “mafia” aiutava le persone a trovare le loro auto rubate, e in cambio chiedeva favori: il servizio c’era. Probabilmente la mafia in qualche modo lo faceva apposta, ma non è che lo stato sia diverso: quando impedisce alla gente di mettere su un capitale, di fatto li costringe a vivere alle dipendenze della classe politica.

I narcos sono uno stato? La definizione di Weber dice che lo stato è il monopolista della violenza su un territorio. Nessuna mafia può essere uno stato, salvo magari nel proprio feudo. Ma uno stato “sulla carta” può non essere uno stato in senso weberiano, e parrebbe che il Messico rischi di perdere questo attributo.

Non esiste una distinzione di fatto tra stato e mafia: la distinzione è di valore, cioè frutto di un giudizio etico.

Anche la soluzione liberale al problema della definizione è normativa sul piano logico: si afferma che la distinzione rilevante è tra relazioni volontarie e relazioni egemoniche (violente), ma la definizione di volontario non può essere wertfrei, se non altro perchè implica un sistema di diritti di proprietà da rispettare (relazione volontaria) o violare (relazione egemonica). E la proprietà, come ogni norma… è normativa!

Ora, non facciamo i positivisti del cavolo: il fatto che sia di valore non significa nulla. Non esiste un'alternativa di fatto ad una scelta di valore, altrimenti non sarebbe una scelta di valore sul piano logico! Molto semplicemente, fattualmente la differenza tra stato e mafia è praticamente inesistente. Normativamente ognuno può fare logicamente come vuole... la scelta è sicuramente socialmente rilevante, ma non esiste una soluzione logicamente necessaria.

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giovedì, 19 giugno 2008
Ero rimasto entusiasta di "Power: the natural history of its growth" dello stesso autore, che avevo letto l'anno scorso, ma inizialmente ero un po' deluso di questo libro, il seguito del seguito di On Power (in mezzo c'è stato "Sovreignty, an inquiry into the political good"). Invece no: i primi capitoli sono banali in quanto espongono l'individualismo metodologico, ma gli ultimi danno bei frutti. Praticamente il libro si conclude con un incrocio di temi già riconoscibili in Talmon, Hoffer, Mises. E quindi è simile ad alcuni temi di Glucksmann. Ma partiamo dall'inizio.

La prefazione afferma che Power è un lavoro storico, Sovereignty è normativo, e The Pure Theory è analitico. Non ho letto il secondo, ma negli altri due casi mi ci ritrovo. Il secondo sta sul comodino.

La prima tesi è che la politica è una scienza storica e non una scienza geografica: si occupa di processi e non di equilibri, di dinamica e non di statica. Si noti l'aria vagamente austriaca nel sottolineare il processo dinamico.

Il libro continua poi con un interessante dialogo immaginario tra Alcibiade, il principale responsabile della caduta di Atene, e Socrate, ripresa dal dialogo platonico "Alcibiade". Alcibiade canzona Socrate perchè è saggio senza avere il potere di mettere in pratica la sua saggezza, e Socrate teme Alcibiade per il suo potere non assistito dalla saggezza. Insomma, con 2500 anni di ritardo non ci vuole molto ad avere ragione nelle previsioni sul destino di Atene, ma il dialogo è interessante comunque.

La seconda tesi importante è che la politica riguarda giudizi di valore: è sempre normativa, riguarda sempre l'azione umana. L'azione politica è l'azione di convincimento o di mobilitazione o di imposizione della propria volontà e delle proprie idee. La natura conflittuale di questo tipo d'azioni è tipicamente politica, e non va confusa con le azioni di tipo economico, dove fondamentalmente le azioni di diversi individui si combinano armoniosamente tra loro. Come vedremo alla fine, la conflittualità inerente ai conflitti di pretese non deve assolutamente implicare una conflittualità "violenta".

Seguono una serie di ovvietà che non devono essere dimenticate nell'analisi della società politica: che gli individui nascono non in abstracto ma in una società determinata, con determinate caratteristiche, in un determinato periodo; che la prima forma di società è la famiglia; che la società oltre la famiglia è diversa (non è gratuita come il rapporto genitori-figlio); che il contratto sociale è un'astrazione priva di contenuto.

Successivamente si passa al dettaglio dell'azione politica: istigare e rispondere alle sollecitazioni altrui. Direbbe Leoni: pretendere. Potere, autorità, e altri concetti vengono analizzati. La scelta politica è correttamente definita come quella che non ammette obiezioni: obbligatoria per il gruppo, quindi imposta coattivamente alla minoranza soccombente. Jouvenel dà per scontato, come in On Power, il concetto di gruppo. In ogni caso la classificazione tra differenze che si possono ricomporre e differenze fondamentali è fondamentale indipendentemente dall'organizzazione politica. Diciamo che in uno stato totale tutto è strutturalmente conflittuale.

Il paragone a Leoni e a Mises, mai citati nel testo, impone una domanda: quando comincia la politica e finisce il diritto? La decisione giuridica è atemporale, e richiede oggettività e verifica dei fatti; quella politica richiede tempestività.

La parte finale del libro è la migliore. Se non altro perchè quanto detto finora è sostanzialmente corretto, ma a me sembra ovvio, essendoci arrivato per altri percorsi.

Cominciamo a defenestrare gli intellettuali dalla torre d'avorio: la maggior parte delle critiche alla politica di tipo astratto sono "facili" perchè non devono preoccuparsi di problemi concreti. La distinzione che fa Jouvenel è tra attenzione (analisi) e intenzione (azione). L'attenzione non è mai conflittuale, l'azione può esserlo.

Il libro si conclude con tre capitoli da applauso.

"The team against the committee" parla dei gruppi di pressione (team) che influenzano le decisioni collettive (committee). Contiene una denuncia della violenza e dell'integralismo molto chiara e profonda.

"The manners of Politics" comincia parlando del bene comune, ma dopo due pagine afferma che non è possibile definirlo. E' un concetto potente, ma indefinito: la politica si occupa di problemi irrisolvibili, a differenza di quelli che ci si abitua a risolvere a scuola, in quanto implicano pretese (Jouvenel non usa il termine) incompatibili. Il motto del liberalismo è dopo poche pagine: "Concludiamo quindi che per tenere il gioco della Politica dentro le regole, la posta in gioco deve essere limitata". In politica purtroppo non si può decidere di non giocare: chi non gioca perde automaticamente. Anche qui continua l'analisi critica della violenza politica del XX Secolo. L'analisi del fatto che nel XIX Secoli i popoli potevano fregarsene della guerra perchè il nuovo Re non avrebbe modificato le istituzioni locali la si trova anche in Mises. Infine, Jouvenel fa notare che la soluzione Hobbesiana della conflittualità è una non-soluzione (altro paragone: l'analisi comparativa di Bodin e Montaigne in Glucksmann).

Infine, "The myth of the Solution". Già il titolo mi erotizza: far notare l'insolubilità di un determinato problema è l'acme di tutti i miei ragionamenti filosofici. Qui la "schoolboy fallacy" (mia definizione) viene spiegata: ci si abitua a risolvere problemi e si crede che l'autorità (il maestro) dia solo problemi con soluzione. Nella realtà non tutti i problemi sono così: e qui torna utile la citazione di Glucksmann: "La mentalità ingegneristica non si capacità che esistano problemi senza soluzioni" (è quanto affermava Hayek sulla Scuola Politecnica di Parigi e il costruttivismo positivista, in "L'abuso della ragione"). La conseguenza della fallacia dello scolaro è che chi non è d'accordo è considerato un nemico perchè non vede la soluzione.

La politica non ha soluzioni: ha compromessi. Non essere in grado di accettarne è antisociale, in quanto è contrario alla natura dei problemi posti dalla convivenza umana. I compromessi sono sempre instabili e mai definitivi: il buonsenso è l'unico cemento concepibile della società umana.
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categoria:libri, liberalismo, filosofia politica, teoria politica
mercoledì, 18 giugno 2008
A course of terrorism can be guaranteed to call forth from the authorities reactions which displease public opinion and worry consciences within the government itself. Any innocent who happens to be hurt by repressive action benefits the guilty, to whom compassion extends. The trick of combining the manners of gangsters with the moral benefits of martyrdom has been developed throughout the twentieth century. This is the century of the terrorist technique, fittingly opened by Sorel's Reflexions sur la violence.

...

The acts of violence are positively desired by the team not only for their immediate impact upon the adversary, but for the reactions to which they will goad him and the harm they will do to his reputation. Devising such a strategy requires the complete abolition of moral sense which can be obtained in Man only if and when he becomes possessed by an "idee fixe", an intention, deemed moral, which he pursues at all costs. The most immoral of all beliefs is the belief that it can be moral to suspend the operation of all moral beliefs for the sake of one ruling (supposedly moral) passion. But this precisely is the doctrine which has run throughout the twentieth century. It has led to a form of Politics which first admits that what is waged is a form of war, and secondly admits that there are no ethical rules in this sort of war. This deadful evolution has been prepared by the thoughtless admission that Politics is institutionalized conflict. If it is essentially conflict, why respect the institutions?

...

Violence is poison to the body politic, which, once introduced, spreads and leads to convulsions. It must never begin.
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categoria:filosofia politica
martedì, 29 aprile 2008
Avrei dovuto continuare con l'opera di recensire i libri che leggo ma, nel caso di "The true believer" di Eric Hoffer, Wellington l'ha già fatto, e meglio di come avrei potuto farlo io. Questa non è quindi una recensione, ma uno stream of consciousness.

C'è una tensione irrisolta, nel resoconto di Hoffer dei movimenti di massa: da un lato, soprattutto nella fase più fanatica dei rivolgimenti sociali (Stalin, Hitler, i Giacobini...) rappresentano un enorme problema; dall'altro, Hoffer afferma che i movimenti di massa sono spesso necessari per far "rivivere i morti", cioè provocare grandi cambiamenti in civiltà immobilizzate e in crisi, come la Cina imperiale, o l'Islam (e perchè non l'Italia?).

La cosa mi lascia perplesso, anche perchè Hoffer giudica positivamente la Rivoluzione Francese, cosa che non mi riesce di fare, per quel poco che capisco di Storia, avendo dato luogo al Terrore, ad una "guerra mondiale" (Napoleone), ad un enorme accentramento di potere nelle mani dello stato, all'introduzione nella storia dell'egalitarismo* e fondamentalmente ad una democrazia instabile. La democrazia in Francia deve più allo sbarco in Normandia che alla presa della Bastiglia. Se è venuto qualcosa di buono fuori dalla Guerra di Indipendenza americana e dalla Rivoluzione Gloriosa inglese, forse è proprio perchè non erano rivoluzioni.

La tensione irrisolta è l'ennesima reincarnazione del dilemma centrale del liberalismo^. Supponiamo che un po' di stato sia necessario, col suo corrollario di violazione dei diritti individuali e con l'implicito rischio di derive dispotiche. Quanto ne serve? Chi decide quanto ne serve? Come si torna indietro dopo una crisi? Come si revocano i poteri d'emergenza? Come si controlla il Potere?

Essendo i movimenti di massa di Hoffer, come il totalitarismo di Talmon, affetti da una sorta di delirio di onnipotenza che mira alla conquista del Potere come soluzione di tutti i mali della società, il fanatismo dei movimenti di massa è intrinsecamente illiberale. A questo punto rimane aperta la domanda: possiamo farne a meno? Altrimenti finiamo come il Socrate dell'"Alcibiade" di Jouvenel+. L'elettorato è sempre pronto a seguire chi promette paradisi, anche quando è relativamente facile capire che si tratta di stupidaggini: ma è possibile sfruttare i movimenti di massa per fini non illiberali? Probabilmente no: quindi ai liberali rimane solo la cicuta.



* Come diceva il Sergente Hartman nel film Full Metal Jacket: "Qui siamo tutti uguali, non conta niente nessuno". L'egalitarismo è incompatibile con la libertà in quanto l'unico modo per realizzare l'uguaglianza è imporla dall'altro attraverso un Potere sterminato.

^ I minarchici, come Rand o Nozick (volendo anche Locke), cercano di risolvere il problema giustificando in qualche modo la coercizione. Mi sembra una strada mediocre: è come dire: "A volte la guerra è necessaria, in guerra muoiono degli innocenti, quindi è giusto uccidere degli innocenti".

+ "The pure theory of politics" di Jouvenel inizia con un dialogo immaginario (un seguito del dialogo platonico) tra Socrate e Alcibiade, ambientato prima della spedizione ateniese in Sicilia, in cui Socrate rimprovera Alcibiade, responsabile del successivo declino ateniese, di avere potere senza avere saggezza, mentre Alcibiade canzona Socrate dicendogli di avere saggezza senza avere potere.
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categoria:filosofia politica, teoria politica
domenica, 20 aprile 2008
Questo libro è molto interessante anche se non è il tipo di libro con cui mi sento particolarmente a mio agio: c'è troppa storia di mezzo e ho sempre l'impressione che la mia scarsa preparazione in maniera mi faccia sfuggire qualcosa.

Il libro parla del pensiero radicale francese, dal XVIII secolo fino alla congiura di Babeuf dopo la Rivoluzione Francese, e mostra come alcuni tratti di pensiero siano una costante in molti fenomeni politici di stampo integralista: i nomi che mi sono venuti in mente leggendo i vari capitoli del libro sono Popper, Mises, Hayek e soprattutto Glucksmann...

Innanzitutto: cosa si intende per "democrazia totalitaria"? Anche se ho comprato il libro pensando che si occupasse della democrazia così come è oggi (totalitarismo come stato onnipresente), in realtà il libro interpreta il termine "totalitario" come movimento che cerca il potere assoluto per imporre un cambiamento radicale delle istituzioni e realizzare una qualche sorta di Paradiso Terrestre.

Perchè "democrazia" non lo so: Talmon fa una distinzione tra le democrazie totalitarie come ad esempio l'URSS e le democrazie liberali come quelle occidentali, e i totalitarismi di Destra come la Germania Nazista. Mentre alla luce della definizione che dà di totalitarismo l'esclusione delle democrazie liberali è ovvia, la distinzione tra Nazismo e Comunismo non mi sembra significativa: per Talmon il secondo ha tendenze universalistiche e nasce comunque col mito della Volontà Generale (da Mably a Babeuf, molti radicali erano comunisti).

Prima di perdermi nelle divagazioni spendo due parole sulla struttura del libro: la prima parte parla delle premesse culturali e teoriche della Rivoluzione Francese, focalizzandosi su Rousseau e su altri autori meno noti come Morelly, Mably, Seyes; la seconda parte parla della Rivoluzione, focalizzandosi sul Giacobinismo, soprattutto Robespierre e Saint-Just; la terza parte parla del pensiero di Babeuf e della Congiura degli Eguali, un tentativo fallito di riportare in auge i valori egalitari e comunistici della Rivoluzione dopo la caduta del Giacobinismo.

Veniamo ai tratti fondamentali di questo tipo di movimenti.

* La volontà generale è sovrana, ma non è la volontà del popolo: il popolo è corrotto dal Feudalesimo e dalla proprietà privata e non sa giudicare, l'avanguardia deve guidare il popolo.

* La società è un insieme atomizzato di individui che si trovano di fronte al Potere come atomi, del tutto indifferenziati, senza distinzioni e strutture sociali come le classi, le professioni... questa visione è centralistica, atomizzante e totalitaria, in quanto nega che esista una struttura sociale, anzi, la distrugge alla radice. Da qui Talmon fa l'interessante commento che dall'individualismo iniziale al comunismo totale il passaggio non era enorme.

* Il costruttivismo: la società si può rifare da capo, anzi deve essere ricostruita da capo, in quanto corrotta, e ciò è possibile. Le soluzioni ai problemi sociali sono semplici, e se esistono problemi sociali è perchè il Potere corrotto non vuole risolverli, anzi li causa. Siccome la soluzione è semplice, la diversità di opinioni è inammissibile. Prendete nota: chi propone soluzioni semplici in politica è quasi sicuramente un idiota.

* Il manicheismo e il nefas integralista+: il mondo ha già raggiunto il grado massimo di corruzione e l'ingiustizia è insopportabile, quindi ogni strumento è giustificato per finire questo orrore.

* Il potere assoluto, necessario per creare una società completamente nuova da zero, ed eliminare tutti gli ostacoli sulla strada verso il Paradiso Terrestre.

* La necessità di una religione civile, perchè della religione bisogna prendere il potenziale di mobilitazione e il fideismo, ma bisogna sostituire Dio con qualcos'altro, con la "nazione", nel caso dei rivoluzionari francesi.

* Il Terrore, come strumento di rigenerazione sociale, come strumento per legare assieme i rivoluzionari (una sorta di solidarietà nel nefas, di cui parla anche Glucksmann). Un Terrore inizialmente "utilitaristico", tattico, e poi in realtà interminabile, visto che il fine, il Paradiso Terrestre, non arriva mai.

Viene da chiedersi cosa abbiano inventato Marx e Lenin che già non esisteva in precedenza...

Il libro non è facile da capire ma è illuminante. La mia opinione "istintiva" è che ciò che viene dalla Francia deve fare quasi necessariamente schifo... poi penso a Toqueville, a Bastiat, a Constant e mi modero... però... quelli si mangiano pure le rane!!! Che schifo...

+ Secondo Glucksmann, che riprende, pur ribaltandola, la tripartizione di Seneca della struttura della tragedia classica, il nefas (il terzo elemento della tragedia, quello educativo) diventa una sorta di nichilismo distruttivo in cui tutto è permesso. E' il grado finale dello sradicamento dalla realtà degli integralisti.
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categoria:libri, storia, filosofia, filosofia politica
giovedì, 17 aprile 2008
Talmon dice due cose interessanti su Hobbes, anche se non riesco a trovare la citazione esatta:
  1. Hobbes difendeva un dispotismo assoluto ma non il totalitarismo, in quanto il suo sistema politico mancava di finalità messianiche, integraliste e palingenetiche.
  2. Hobbes era fondamentalmente un manicheo: ordine o totale anomia; sicurezza o pericolo mortale.
Nel precedente articolo sulle definizioni di totalitarismo ho citato Glucksmann tra i difensori della tesi secondo cui l'essenza del totalitarismo è il messianesimo. Eppure il manicheismo è uno dei sintomi dell'integralismo.

L'anno scorso avevo discusso un po' con Kaelidan su Hobbes come totalitario ma non si era arrivati ad una conclusione.

Un altro tema di discussione sul pensiero hobbesiano è il suo rapporto col giuspositivismo. Talmon non ne parla, però abbiamo il conflitto tra due aspetti del pensiero di Hobbes:
  1. Il potere assoluto del Leviatano è giustificato come parte del diritto naturale.
  2. Il diritto, soggetto ai vincoli del giusnaturalismo hobbesiano, è di fatto la volontà del Sovrano: quindi i vincoli giusnaturalistici al diritto in Hobbes sono puramente formali.
Mi viene quindi da pensare che Hobbes sia un totalitarista incompleto: è giuspositivista*, e quindi favorevole al controllo assoluto del diritto da parte del Potere centrale; è totalitario nel senso di potere assoluto (prima definizione di totalitarismo). D'altra parte, ancora ragiona in termini di diritto naturale, anche se in maniera sufficientemente formale da renderlo impotente, e dell'integralismo ha soltanto un dettaglio, il manicheismo ordine/anomia.

Mettiamola così: era un totalitario, ma a differenza di Rousseau, di Robespierre, di Babeuf, di Saint Just e di Lenin non era un malato di mente, e quindi gli aspetti di rilevanza psichiatrica del totalitarismo non gli erano propri. Mi sembra però difficile dubitare che sia stato uno degli antenati diretti del totalitarismo successivo.

* Come sul termine "totalitarismo", il termine "giuspositivismo" necessita di una nota esplicativa. Finchè si studia il diritto così com'è, cioè si descrive il diritto vigente in una data società, non c'è nulla nè di totalitario nè di illiberale nel giuspositivismo. Il giuspositivismo è totalitario solo in quanto ritiene che l'unica forma di diritto sia il diritto emanato dal Potere: questa tesi è sul piano scientifico falsa, e sul piano normativo orribile, per un liberale.
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categoria:liberalismo, filosofia politica
mercoledì, 16 aprile 2008
Le seguenti definizioni sono mie e l'etichetta che ho affibiato loro è soltanto indicativa del libro che mi ha fatto riflettere sull'argomento. Soprattutto nel caso di Jouvenel il legame tra l'autore reale e l'etichetta potrebbe essere abbastanza tenue. Questo post non ha una tesi precisa, è frutto della sovrapposizione di letture interessanti e di poco tempo libero.

Jouvenel ("Power: the natural history of its growth"): Una società è totalitaria se il potere politico centrale è illimitato e permea ogni aspetto della vita sociale.

Talmon ("Le origini della democrazia totalitaria"): Una società è totalitaria se il potere politico centrale ha finalità palingenetiche di rinnovamento e rivoluzione radicale della società tramite l'uso illimitato degli strumenti politici, compreso il Terrore.

Fisichella ("Totalitarismo"): Una società è totalitaria se il potere politico centrale usa una violenza illimitata contro la popolazione, tenuta in uno stato di terrore, attraverso la guerra civile permanente e la creazione di un universo concentrazionario e di una polizia politica.

Le tre definizioni si riferiscono a diversi aspetti del problema, e non sono equivalenti. A titolo di esempio, "1984" di Orwell è totalitario secondo tutte e tre le definizioni, mentre "Il mondo nuovo" di Huxley è totalitario per Jouvenel e per Talmon ma non per Fisichella; il nazismo e il comunismo (cinese, russo, vietnamita, cambogiano...) sono totalitari per tutte e tre le definizioni, mentre la Russia Sovietica post-stalinista e la democrazia contemporanea sono totalitarie solo per Jouvenel; Hobbes è totalitario per Jouvenel, non per Talmon (lo dice esplicitamente: non ha sogni palingenetici, quindi è "soltanto" assolutamente dispotico), e potrebbe esserlo per Fisichella solo se ritenesse il Terrore utile per l'ordine sociale.

Indubbiamente tutti e tre i fattori sono importanti: sarebbe folle equiparare la follia costruttivista di cui parla Talmon (riguardo la Rivoluzione Francese) al mediocre tran tran politico delle democrazie moderne, e sarebbe folle equiparare le varie forme di legislazione che influenzano istituzioni come la famiglia in queste democrazie con le deportazioni e gli stermini di Lenin o Hitler.

In un certo senso le tre definizioni sono poste in ordine logico: un potere illimitato è la pre-condizione per mettere in pratica sogni costruttivisti e integralisti, mentre il Terrore può essere uno strumento per realizzare questi sogni. Non è detto che sia necessariamente così, comunque.

La prima definizione di totalitarismo è probabilmente quella più vicina al liberalismo classico. Il totalitarismo, con l'eccezione della Rivoluzione Francese, fa la sua comparsa quando il liberalismo come dottrina e come pratica politiche era già in crisi, quindi le definizioni di Talmon e Fisichella sarebbero sembrate strane a tutti, tranne forse a chi scriveva durante il Terrore Giacobino. Locke, Toqueville, Leoni, Hayek... sono nomi che in un senso o nell'altro hanno posto l'accento sulla concentrazione di potere per mettere in luce i pericoli per la libertà.

La seconda definizione è tipica di un liberalismo moderato che vuole in tutti i modi salvare la democrazia contemporanea dall'"accusa" di totalitarismo. La seconda definizione ha senso in relazione alla terza, visto che "non è possibile fare una frittata senza rompere le uova", come insegna Lenin: Popper ha stressato la differenza tra integralismo totalitario e social-democrazia moderata, tra palingenesi rivoluzionaria e statalismo gradualista (non lo chiamava così, in ogni caso, ma per me è e rimane un socialdemocratico e uno statalista)... Un altro autore che sottolinea l'aspetto integralista e irrazionale delle pulsioni totalitarie è Glucksmann.

La terza definizione è estremamente restrittiva, tant'è che non è applicabile al Mondo Nuovo di Huxley, o alla Cina contemporanea: sembrerebbe che il totalitarismo è un fenomeno estremamente raro, durato meno di 15 anni in Germania, circa 30 in Russia, un po' meno in Cina, e con codazzi in Estremo Oriente... sebbene mi sembri fondamentale che una società non abbia polizie politiche o campi di concentramento, la definizione dà troppa importanza ad un fenomeno che potrebbe benissimo essere accidentale (oltre che funzionale alla concentrazione di potere, in base alla prima definizione, o frutto di un periodo di follia integralista, secondo la seconda definizione).
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categoria:filosofia politica, teoria politica
giovedì, 10 aprile 2008
Ho comprato il libro 10 secondi dopo che Wellington mi ha informato della sua esistenza. Quando arriverà lo leggerò. Intanto leggetevi la recensione di Wellington su Kulturame. Il libro è breve ma dalla descrizione di Wellington, e dalla recensione, direi che è un must. Ci tornerò dopo che l'avrò letto.

L'argomento è fondamentale: l'integralismo nei movimenti di massa, un qualcosa presente spesso anche all'interno del libertarismo, nonostante la mancanza di Wille zur Macht che caratterizza il movimento.

"La fede in una santa causa è in buona parte un sostituto alla perdita della fede in noi stessi"
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categoria:libri, filosofia politica, teoria politica
giovedì, 10 aprile 2008
M'ero dimenticato come si mettono i link su Splinder, ma recentemente ne ho aggiunto uno, Manublog. Non c'è niente di meglio che cominciare criticando un post sulla democrazia...

Il post comincia così "La democrazia dovrebbe essere, nella sua concezione più alta, la dittatura della maggioranza", mentre io direi piuttosto "Per fortuna che la democrazia non è quella che dovrebbe essere". Come perdere infatti questa ghiotta occasione?

Si tratta di definizioni... c'è la democrazia liberale, o almeno i libri di filosofia politica mi dicono che esiste, e la democrazia totalitaria, che è quella in cui viviamo in Occidente. La differenza tra liberale e totalitariopotere, per la precisione l'estensione dell'ambito delle scelte collettive: in una democrazia liberale il metodo democratico si applica a poche cose (ad esempio la politica estera), mentre in una democrazia totalitaria tutto è soggetto a scelte collettive.

Se ho comunque qualche dubbio sulla democrazia liberale (reputo che la perfezione teorica del liberalismo si raggiunga con l'eliminazione delle scelte collettive... ma in questo caso limite la dicotomia democrazia/autocrazia smette di avere senso), non ci sono dubbi che ho orrore di quella totalitaria. Eppure, se si parla di "dittatura della maggioranza", di democrazia totalitaria si parla.

C'è una buona notizia: la democrazia totalitaria, come quella liberale, esiste soltanto nei libri di filosofia politica. Il motivo è semplice: la democrazia totalitaria è impossibile.

Un motivo, di cui non parlerò in dettaglio in quanto ovvio, è che un potere illimitato è incompatibile col pluralismo sociale ed economico che definisce una società aperta... ma in una società chiusa che democrazia si può sperare di avere? Se il potere è onnipotente, dispone di tutti gli strumenti per perpetuarsi e per concentrarsi... e per eliminare le condizioni sociologiche necessarie per la democrazia stessa. Pensate a cosa sarebbe della libertà di stampa se tutte le stamperie fossero di proprietà pubblica. Una "dittatura della maggioranza" che sia "equilibrata e garantista" mi sembra una contraddizione in termini.

Possiamo quindi dire, come prima conclusione, che la democrazia richiede una certa limitazione del potere. Filosofi politici per me poco interessanti come Bobbio non avevano le categorie politiche per capire questo concetto: per Bobbio ciò che limita la democrazia è ipso facto autoritarismo, perchè Bobbio non fa alcuna differenza tra liberalismo e totalitarismo. Poichè se si crede il potere illimitato per natura, il liberalismo e il totalitarismo diventano due concetti indistinguibili*.

Bobbio fa parte di quella famiglia di pensatori politici che non capisce il liberalismo, essenzialmente per l'impossibilità concettuale di capire la distinzione tra diritto e potere nel pensiero liberale. Alla stessa famiglia appartiene Rousseau, citato nel post, ma anche Robert Dahl (che cita sempre "Locke e Rousseau" come padri della democrazia senza mai chiedersi se l'abbinamento abbia senso) e un'infinità di pensatori, soprattutto di sinistra (diremmo "liberal", inteso come opposto di "classical liberal").

William Penn, affermando "Lasciate che la gente creda di governare e sarà governata" aveva forse capito che la democrazia totalitaria era un sogno (o meglio un incubo) privo di possibili realizzazioni pratiche, e aveva capito anche che l'idea di democrazia totalitaria era fondamentale per l'estensione illimitata del potere politico che abbiamo visto nel XX secolo. Insomma: la democrazia totalitaria è nata morta, ma il suo cadavere serve ai politici per giustificare il proprio potere illimitato sulla società. La democrazia rimane al giorno d'oggi l'unica giustificazione intellettuale del totalitarismo.

Al contrario di quanto si afferma nella parte del post sui burattini, sono convinto che il potere politico sia centrale nel controllo dei media e della scuola, sia centrale per il controllo delle masse (il "panem et circenses" dello stato sociale) e sia centrale per la sopravvivenza del sistema bancario-finanziario attuale (per citare gli argomenti del post). Tutto ciò non sarebbe concepibile senza un potere legislativo onnipotente, e quindi senza potere politico.

Un'altra cosa importante è che non c'è alcun modo per controllare il potere nella democrazia totalitaria. Le decisioni politiche sono troppo complesse, è impossibile quindi che i cittadini giudichino con cognizione di causa. La democrazia totalitaria consiste nel chiedere al cittadino di mettere periodicamente una crocetta che ne indichi le preferenze: una crocetta che riassume una miriade di temi, di problemi, di politiche, di teorie, di ambiti... di cui il cittadino non sa e non può intellettualmente sapere nulla.

Pericle, che tanto piaceva a semi-liberali come Popper, affermava che "sebbene solo pochi sono in grado di dar vita ad una politica, tutti siamo in grado di giudicarla". Povero scemo: praticamente faceva tre errori in una sola frase. Il primo a pensare che ci sia una differenza intellettuale reale tra i governanti e la massa, come se i primi fossero più intelligenti: ciò si poteva dire di un Pericle o di un Alcibiade, ma di Prodi e di Berlusconi? Il secondo è pensare che i cittadini siano in grado di capire a sufficienza la politica da poterla giudicare: ma nessuno è così onnisciente da riassumere migliaia di argomenti separati in una sola crocetta con un minimo di cognizione di causa. Il terzo è pensare che i governanti siano all'altezza del compito: ma come credere che un Bernanke o un Greenspan possano pilotare anche solo una delle tante politiche, la politica monetaria, senza fare i casini enormi che hanno effettivamente fatto e stanno tuttora facendo?

L'unica democrazia che potrebbe funzionare sarebbe una democrazia così limitata, cioè uno stato così piccolo, che i cittadini siano in grado di capire cosa succede, e i governanti siano in grado di agire senza perdersi nelle conseguenze inintenzionali di ciò che fanno. Cioè una democrazia liberale.

Ma c'è di più, e con questo chiudo la demolizione teorico-pratica della democrazia illimitata: la democrazia, in quanto politica, non può che essere elitaria, nel senso di fatta per il beneficio delle elite.

Per capirlo basta un semplice ragionamento. Cosa produce la politica? Nulla: produce spoliazione. La politica non è produttiva ma redistributiva. Non c'è nessun servizio, nessun valore aggiunto, nessun bene nella politica: la politica è togliere con la forza a qualcuno per dare a qualcun altro.

Esiste la possibilità teorica che alcuni campi (e.g., la Difesa) necessitino della politica, ma ciò non spiega che meno del 10% della dimensione dello stato attuale: almeno il 90% è quindi spoliazione non produttiva.

Ma chi viene spogliato dalla politica? Salvo forse che nelle guerre, la spoliazione è sempre interna: è la società, la massa degli elettori, che viene spogliata. E qui sta l'impossibilità stessa di una democrazia totalitaria: non ci si può spogliare da soli. Se veramente una maggioranza traesse vantaggio dalla politica, questa maggioranza potrebbe solo avvantaggiarsi contro sè stessa, ma ciò è ridicolo: è solo quando sono in pochi a guadagnarci che la spoliazione ha senso... Quindi una democrazia totalitaria è contraddittoria: come tutti i giochi a somma negativa, ha senso giocarlo solo a scapito di qualcun altro, e questo qualcun altro deve perdere abbastanza da poter avvantaggiare il vincitore e compensare la riduzione della torta... se i vincitori non sono una minoranza, quindi, il potere politico diventa un non-senso.

Il mondo non ha bisogno di più democrazia, ma di più libertà. E ciò implica anche meno democrazia, perlomeno nella forma obbrobriosa di Rousseau. Tolto il potere alla classe politica, le lobby spariranno per mancanza di interesse in una politica incapace di far vivere gli amici del potere a spese di tutta la società... Chi pensa di risolvere gli attuali problemi politici e sociali rafforzando anzichè indebolendo la democrazia sbaglia, e questo errore aiuterà la perpetuazione del potere parassitario della classe politica.

E ora venitemi a dire che sono diventato un moderato...


* Al limite è possibile salvare la distinzione, riferendosi agli stati con e agli stati senza campi di concentramento, come fa Fisichella, ma questa distinzione la trovo poco interessante (anche se fondamentale) ai fini del discorso, e un po' dubbia (non credo molto alle due equazioni: democrazia = tolleranza; dittatura = stermini).
postato da: Libertarian alle ore 18:38 | Permalink | commenti (10)
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