domenica, 20 aprile 2008
Questo libro è molto interessante anche se non è il tipo di libro con cui mi sento particolarmente a mio agio: c'è troppa storia di mezzo e ho sempre l'impressione che la mia scarsa preparazione in maniera mi faccia sfuggire qualcosa.

Il libro parla del pensiero radicale francese, dal XVIII secolo fino alla congiura di Babeuf dopo la Rivoluzione Francese, e mostra come alcuni tratti di pensiero siano una costante in molti fenomeni politici di stampo integralista: i nomi che mi sono venuti in mente leggendo i vari capitoli del libro sono Popper, Mises, Hayek e soprattutto Glucksmann...

Innanzitutto: cosa si intende per "democrazia totalitaria"? Anche se ho comprato il libro pensando che si occupasse della democrazia così come è oggi (totalitarismo come stato onnipresente), in realtà il libro interpreta il termine "totalitario" come movimento che cerca il potere assoluto per imporre un cambiamento radicale delle istituzioni e realizzare una qualche sorta di Paradiso Terrestre.

Perchè "democrazia" non lo so: Talmon fa una distinzione tra le democrazie totalitarie come ad esempio l'URSS e le democrazie liberali come quelle occidentali, e i totalitarismi di Destra come la Germania Nazista. Mentre alla luce della definizione che dà di totalitarismo l'esclusione delle democrazie liberali è ovvia, la distinzione tra Nazismo e Comunismo non mi sembra significativa: per Talmon il secondo ha tendenze universalistiche e nasce comunque col mito della Volontà Generale (da Mably a Babeuf, molti radicali erano comunisti).

Prima di perdermi nelle divagazioni spendo due parole sulla struttura del libro: la prima parte parla delle premesse culturali e teoriche della Rivoluzione Francese, focalizzandosi su Rousseau e su altri autori meno noti come Morelly, Mably, Seyes; la seconda parte parla della Rivoluzione, focalizzandosi sul Giacobinismo, soprattutto Robespierre e Saint-Just; la terza parte parla del pensiero di Babeuf e della Congiura degli Eguali, un tentativo fallito di riportare in auge i valori egalitari e comunistici della Rivoluzione dopo la caduta del Giacobinismo.

Veniamo ai tratti fondamentali di questo tipo di movimenti.

* La volontà generale è sovrana, ma non è la volontà del popolo: il popolo è corrotto dal Feudalesimo e dalla proprietà privata e non sa giudicare, l'avanguardia deve guidare il popolo.

* La società è un insieme atomizzato di individui che si trovano di fronte al Potere come atomi, del tutto indifferenziati, senza distinzioni e strutture sociali come le classi, le professioni... questa visione è centralistica, atomizzante e totalitaria, in quanto nega che esista una struttura sociale, anzi, la distrugge alla radice. Da qui Talmon fa l'interessante commento che dall'individualismo iniziale al comunismo totale il passaggio non era enorme.

* Il costruttivismo: la società si può rifare da capo, anzi deve essere ricostruita da capo, in quanto corrotta, e ciò è possibile. Le soluzioni ai problemi sociali sono semplici, e se esistono problemi sociali è perchè il Potere corrotto non vuole risolverli, anzi li causa. Siccome la soluzione è semplice, la diversità di opinioni è inammissibile. Prendete nota: chi propone soluzioni semplici in politica è quasi sicuramente un idiota.

* Il manicheismo e il nefas integralista+: il mondo ha già raggiunto il grado massimo di corruzione e l'ingiustizia è insopportabile, quindi ogni strumento è giustificato per finire questo orrore.

* Il potere assoluto, necessario per creare una società completamente nuova da zero, ed eliminare tutti gli ostacoli sulla strada verso il Paradiso Terrestre.

* La necessità di una religione civile, perchè della religione bisogna prendere il potenziale di mobilitazione e il fideismo, ma bisogna sostituire Dio con qualcos'altro, con la "nazione", nel caso dei rivoluzionari francesi.

* Il Terrore, come strumento di rigenerazione sociale, come strumento per legare assieme i rivoluzionari (una sorta di solidarietà nel nefas, di cui parla anche Glucksmann). Un Terrore inizialmente "utilitaristico", tattico, e poi in realtà interminabile, visto che il fine, il Paradiso Terrestre, non arriva mai.

Viene da chiedersi cosa abbiano inventato Marx e Lenin che già non esisteva in precedenza...

Il libro non è facile da capire ma è illuminante. La mia opinione "istintiva" è che ciò che viene dalla Francia deve fare quasi necessariamente schifo... poi penso a Toqueville, a Bastiat, a Constant e mi modero... però... quelli si mangiano pure le rane!!! Che schifo...

+ Secondo Glucksmann, che riprende, pur ribaltandola, la tripartizione di Seneca della struttura della tragedia classica, il nefas (il terzo elemento della tragedia, quello educativo) diventa una sorta di nichilismo distruttivo in cui tutto è permesso. E' il grado finale dello sradicamento dalla realtà degli integralisti.
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categoria:libri, storia, filosofia, filosofia politica
lunedì, 25 febbraio 2008
L'articolo di Williams sulla difesa intellettuale della libertà, recentemente pubblicato dall'IBL, mi ha fatto pensare una cosa che a me sembra banale, ma non sono convinto che lo sia per tutti.

La dicotomia tra giusnaturalismo e consequenzialismo è basata su un malinteso.

Il consequenzialismo non è una dottrina morale, perchè i criteri con cui si giudicano le consequenze non possono derivare tale conseguenze: sono sempre giudizi di valore. Quindi il consequenzialista semplicemente nasconde giudizi di valore da qualche parte. Quando si appella alle conseguenze, usa un artificio retorico: quello che sta in realtà facendo è appellarsi alle sue valutazioni delle conseguenze, che sono appunto giudizi di valore.

Tempo fa, sul blog del Prof. Mankiw, uscì un articolo che mostrava che le tasse sugli spilungoni avevano certe conseguenze: l'articolo era ironico e il suo scopo era probabilmente mettere in discussione determinate convinzioni riguardo l'auspicabilità dell'efficienza economica. Un professore della GMU difese l'articolo: "Certo che l'approvo! Tale politica è un miglioramento sociale!". Il professore sembrava aver dimenticato la Legge di Hume: pensava che le conseguenze si giudicassero da sole, come se il concetto di "miglioramento" non implicasse giudizi di valore.

Da un certo punto di vista il consequenzialismo è ovvio: chi giudicherebbe qualcosa senza considerare le conseguenze? La favola della cicala insegna ai bambini a tenerne conto da più di due millenni. Tutta un'altra questione è invece passare dal mondo dei fatti a quello dei valori, passaggio logicamente necessario quando si deve prendere una decisione.

Chi dice di guardare solo alle conseguenze e poi propone il da farsi in base alle sue teorie o è uno sprovveduto o è un ciarlatano, o, più semplicemente, sta supponendo che quelle conseguenze sono insopportabili, e questo è un giudizio di valore. Questo è quello che accade la maggior parte delle voltre, anche se nella retorica del consequenzialismo si tende a dimenticarlo.

D'altra parte, ho come l'impressione che il campo opposto sbagli in maniera simmetrica: vedono ogni analisi delle conseguenze con sospetto. Come se le conseguenze da sole potessero fare concorrenza ai loro principi morali! Ovviamente non possono, trattandosi di due cose ontologicamente distinte. Ho sfogliato diversi libri e non ho trovato istanze di questo errore, ma negli strati inferiori della cultura a cui io stesso appartengo probabilmente l'errore è frequente.

La distinzione è quindi basata su un errore di categorizzazione.
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categoria:filosofia
martedì, 19 febbraio 2008
Le discussioni di filosofia politica in genere avvengono tra due schieramenti opposti, generalmente chiamati giusnaturalisti o utilitaristi. Questi due schieramenti hanno in comune, stranamente, un errore concettuale.

L'utilitarista David Friedman, ne "L'ordine del diritto", afferma che, siccome non c'è accordo tra gli uomini sui criteri morali di giudizio, non è possibile risolvere i problemi appellandosi ai valori, e bisogna parlare invece di efficienza.

Il giusnaturalista Murray Rothbard, in "L'etica della libertà", critica Mises, utilitarista sui generis*, dicendo che non basta dire che se si hanno determinati fini, alcuni mezzi sono inadeguati, perchè esistono degli individui con altri fini, per cui il ragionamento ipotetico precedente in questo caso non varrebbe.

La terza opzione, che entrambi dimenticano di analizzare, è che possa esistere un problema (i valori influenzano la convivenza sociale) senza che esista una soluzione (una giustificazione razionale per determinati valori). Friedman nega il problema (il sonno della ragione genera utilitaristi), Rothbard afferma la soluzione (senza ovviamente riuscire a dimostrarla). Mises afferma il problema e nega la soluzione (per lui lo "ultimate given" dell'azione umana è "irrational", termine che tradurrei con "a-razionale").

A Rothbard sembra sfuggire che, se veramente i conflitti sono irriducibili, l'unica soluzione è il kalashnikov§, e non c'è teoria morale, e men che meno analisi delle conseguenze, che regga. A Friedman sfugge invece l'intero problema, contraddicendosi inoltre quando, dopo aver difeso il criterio l'efficienza perchè c'è disaccordo sui fini, critica Posner (ipotesi di efficienza della common law) affermando esplicitamente che l'efficienza è un valore+.

Alla mentalità scientifica sfugge che possa esistere un problema non accompagnato da una soluzione, come afferma il filosofo francese Glucksmann.

* Il suo utilitarismo non ha nulla a che fare con ciò che abitualmente si intende con la parola.

§ La cosa è ovviamente tautologica, visto che abbiamo supposto i conflitti irriducibili. Nel mondo reale ci sono due possibilità: o cooperare è un vantaggio, e allora solo farlo notare agli individui e fare in modo che l'assetto istituzionale sottolinei questi vantaggi, o è un costo, e allora non c'è speranza che ci sarà mai pace e cooperazione tra gli uomini. In entrambe i casi, però, Mises c'era già arrivato...

+ Fa un po' ridere pensare che Friedman, criticando i principi altrui dicendo che sono principi morali, che non c'è accordo su di essi, e che vengono imposti agli altri, introduca successivamente un principio che ha proprio queste tre caratteristiche. Io personalmente del concetto di efficienza non so che farmene: non è wertfrei, non è descrittivo, serve al più come indicazione che ci sono dei pasti gratis potenziali (guadagni paretiani), che in genere sono apparenti (e l'appello all'efficienza si riduce quindi ad un "sacrificati per il superiore bene comune", ma non c'era bisogno degli economisti per questo principio... è sempre stato usato da tutti i tiranni di tutto il mondo). Mi tocca dar ragione a Krugman che, in International Economics, per difendere le sue fisime liberal sull'equità, fa notare che l'efficienza è solo un modo per fare battaglia ideologica.
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categoria:filosofia, libertarismo, teoria politica
lunedì, 11 febbraio 2008
Non è logicamente possibile confrontare fatti e valori: si tratta di due cose ontologicamente diverse, e un tale confronto è impossibile perchè le due cose non hanno una base comune. Quando si criticano i valori citando dei fatti, il confronto è soltanto apparente: ciò che si fa è semplicemente asserire che il valore proposto è legato a qualche conseguenza a cui si dà un valore negativo. In questo modo si evita di confrontare pere e mele, visto che si confrontano due giudizi di valore.

Quando si decide tra due o più alternative si sceglie sempre tra giudizi di valore. In questa scelta i fatti servono soltanto a chiarire le conseguenze. Ovviamente queste possono influenzare il processo decisionale soltanto in quanto giudicate dai valori.

Mises diceva che il socialismo non è in grado di usare il calcolo economico e quindi di gestire un'economia complessa. Il socialismo come ideologia è un giudizio di valore. La teoria del calcolo economico ci mette però di fronte ad un fatto: la società socialista sarà necessariamente una società povera. Ma la scelta a favore o contro il socialismo non è diretta conseguenza di questo fatto: è un altro giudizio di valore, l'auspicabilità o meno di non far morire di fame miliardi di persone, che va confrontato con il socialismo come valore.

Tutto ciò che ci dice la teoria economica è che non si può avere A (socialismo) senza avere B (povertà). Prima di sapere questo, era possibile valutare A senza tener conto di B. Dopo la teoria del calcolo economico bisogna valutare A e B insieme perchè sono legati.

Da qui nasce la tipica forma di argomentazione misesiana: dal punto di vista dei proponenti di A, A ha conseguenze nefaste. Il giudizio di valore è quello dei proponenti, e la scienza mostra che il mezzo non è adeguato al fine.

Rothbard criticò questo ragionamento dicendo che non vale contro chi desidera veramente le conseguenze nefaste. L'argomento di Rothbard ha una parte credibile, che Mises non avrebbe certo negato, una parte banale, che Mises non avrebbe mai accettato, e una parte errata, che Mises non avrebbe accettato.

La parte credibile è che la scelta richiede sempre giudizi di valore e che l'analisi economica, e i fatti in generale, non possono eliminare. La parte banale è credere che un tizio che dice "facciamo il socialismo perchè tutti moriranno di fame!" avrebbe le stesse chance di successo ideologica di un altro che dice "facciamo il socialismo per avere pane e figa per tutti". La parte errata è pensare che Rothbard abbia trovato una soluzione, cioè un modo per generare giudizi di valore dal puro ragionamento.
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categoria:filosofia, filosofia politica
lunedì, 28 gennaio 2008
Mi capita abbastanza spesso di notare come certe discussioni tra due proponenti di sistemi teorici diversi si basino su interpretazioni della teoria avversata così assurdamente semplicistiche, meccaniche e limitative che è ovvio che poi alla fine ci si convinca di aver ragione, senza però contribuire granchè nè all'avanzamento della conoscenza nè alla comprensione reciproca.

Ad esempio:

(1) I critici della teoria della pace democratica cercano di confutare la proposizione "due democrazie non si fanno mai la guerra" anzichè la più credibile proposizione "la probabilità che succeda è bassa".

(2) I critici della teoria della parità di potere d'acquisto non provano a confutare il ragionamento dietro la spiegazione economica dei processi di arbitraggio, ma confutano la proposizione, palesemente insostenibile, "il tasso di cambio tra due valute è uguale al rapporto del livello dei prezzi nelle due aree monetarie".

(3) I critici della teoria della "pace commerciale" falsificano la proposizione "se c'è interscambio non c'è mai guerra", che è palesemente falsa, e la più credibile proposizione "gli scambi commerciali sono la principale se non l'unica spinta verso la convivenza sociale" rimane in sordina.

Si potrebbe pensare che tali critiche siano solo artifici retorici, nella fattispecie argomento contro uomini di paglia (straw men), cioè versioni false e tendenziose, e facilmente criticabili, della teoria avversaria.

Secondo me no: si tratta di una conseguenza della filosofia positivista ed empirista che anima tutta la teoria economica moderna, e in parte anche altre scienze sociali, dove credo il positivismo abbia fatto meno presa, o perlomeno che l'abbia già allentata da tempo.

Il mondo è una cosa complessa. Qualsiasi proposizione sufficientemente semplice da poter essere verificata o falsificata sperimentalmente, relativa a fatti sufficientemente complessi, sarà sicuramente falsa. Ad esempio, è falso che il tasso di cambio rispetti sempre la condizione della parità di potere d'acquisto, o, al di fuori dell'economia, che esista una ricetta semplice per far sparire la guerra dalla Storia umana.

Ovviamente le proposizioni sono false. Ma come renderle credibili?

Nel primo caso, bisogna tener conto della mobilità delle merci, dei costi di trasporto e di transazione, del rischio di cambio, eccetera. Qualsiasi teoria in grado di tener conto di ciò sarebbe così complessa da essere inconfutabile.

Nel secondo caso, bisogna considerare che l'organizzazione statale, e per la precisione la capacità di finanziarsi togliendo risorse ai "cittadini" e la presenza della coscrizione obbligatoria e di un apparato scolastico-mediatico in mano allo stato sono condizioni fondamentali per avere guerre su vasta scala come quelle che hanno insanguinato il XX secolo. Non bisogna però dimenticare in questo semplice schema che la Guerra dei Trent'anni è stata altrettanto distruttiva pur senza tutte queste diavolerie moderne (controesempio storico) e che in realtà la condizione necessaria è che nessuno abbia questi strumenti, mentre basterebbe che un solo stato li ottenesse per aumentare il rischio di guerra* (critica teorica).

Sembrerebbe quindi che la forma mentis del positivismo porti a risultati dialettici molto vicini a quel trucchetto retorico da quattro soldi che è la critica allo straw man. A rischio di sembrare clericale, per tre volte di fila in due settimane (sarà l'influenza di Daisy Miller? Ma che gente frequento?), forse comincio a capire perchè Bernard de Jouvenel riteneva l'educazione pre-moderna culturalmente superiore a quella scientifica: quando si vede il mondo umano con gli occhiali della fisica, si dicono solo un sacco di puttanate. L'argomentazione razionale è un'arte che non può essere ridotta all'empirismo: ma senza argomentazione razionale non c'è nè conoscenza nè dialogo.

*
Prisoner's dilemma: la base dell'inefficienza strutturale delle relazioni internazionali, dove quasi tutti perdono sempre, anche quando vincono le guerre.
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categoria:filosofia
domenica, 27 gennaio 2008
Per criticare un sistema teorico e proporne uno migliore si possono adottare due tipi di argomentazione: la critica immanente e la critica trascendente. La critica immanente si ha quando un sistema teorico è criticato mostrando contraddizioni e assurdità dall'interno: assumendo ciò la validità delle ipotesi della teoria, se ne dimostra l'inconsistenza o l'inadeguatezza. La critica trascendente è una critica esterna: partendo da un sistema teorico altro, in genere quello che si propone come migliore, si critica l'altra teoria.

Sono diventato un fan delle critiche immanenti. Per una serie di motivi.

(1) Critiche immanenti e apertura mentale

Una critica immanente impone al critico di comprendere il sistema che sta criticando, cosa che nel caso delle critiche trascendenti è di fatto un optional. Di conseguenza, sforzarsi di fornire critiche immanenti rende il critico più aperto di mente, permette di sviluppare una conoscenza approfondita delle teorie concorrenti, fa sviluppare una certa consapevolezza della complessità e della non ovvietà di molti assunti che si potrebbero dare per scontati.

(2) Critiche immanenti e dialogo

Le critiche immanenti consentono di avere (due) basi comuni su cui iniziare un dialogo, perchè due persone provenienti da basi culturali diverse possono non capirsi, o, ancora peggio, se usano lo stesso lessico o studiano lo stesso argomento, potrebbero illudersi di capirsi. Conoscendo due sistemi teorici è possibile capire quali parole hanno significato diverso, quali aspetti del problema sono considerati centrali e rilevanti, eccetera.

(3) Critiche immanenti ed epistemologia

Le dottrine epistemologiche diffuse in filosofia possono distinguersi in tre idealtipi: razionalismo, empirismo e scetticismo. Io ad esempio sono uno scettico razionalista empirista, ma ci sono persone puramente razionaliste, puramente empiriste e puramente scettiche. I razionalisti dicono che la conoscenza si ottiene tramite ragione; gli empiristi tramite osservazione; gli scettici dicono che la conoscenza non esiste. Io dico che la conoscenza non esiste, se si seguono gli standard del positivismo (che è una forma di empirismo), ma esiste se si è più modesti negli scopi. Tutto questo per dire che la conoscenza non ha fondamenta certe, quindi una critica immanente permette di capire come gli altri hanno girato intorno al problema, invece di illudersi di sapere già tutto.
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categoria:filosofia
venerdì, 18 gennaio 2008
Riporto un mio commento su LumeRinnovato. Fondamentalmente pare che le mie intuizioni siano confermate dalla biologia. Beh... merito di Mises e Hayek.

La flessibilità morale è un bene, perchè se siamo auto-programmabili siamo più adattabili. E' per questo che dico che i geni non diranno mai granchè sulla moralità: l'anno scorso lessi un libro di diritto evolutivo, e l'unica cosa degna di nota che lessi è che in base alle teorie di Dawkins, e in base ai dati criminologici, i padri adottivi sono in media più filicidi dei padri naturali.

La mia congettura è:
  1. se la cultura è il X% della morale (diciamo il 100% meno qualcosa), i geni sono poco significativi;
  2. se i geni sono perfettamente ottimizzati per la vita arboricola, il rimanente 1-X% non è una risorsa ma potenzialmente una iattura sociale;
  3. e la cultura consiste nel frenare e/o deviare gli istinti, gli istinti saranno rilevanti solo nel caso di individui più bruti, con potenzialità notevoli nell'analisi criminologica di stupratori o assassini, e forse nell'antropologia delle tribù primitive. Cioè nei casi in cui la corteccia prefrontale non funziona bene, o funziona bene ma la struttura culturale del cervello non sa frenare gli istinti.
Si nota la straordinaria simpatia che provo per il primitivismo romantico. :-)
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categoria:filosofia
mercoledì, 16 gennaio 2008
David Ricardo, con la teoria dei vantaggi comparati, aveva dimostrato che la coesistenza pacifica era vantaggiosa per tutti.

Mises diceva che questo è ciò che ci fa sperare che un mondo civile sia possibile, nonostante socialisti e nazionalisti mettano il conflitto violento prima di ogni cosa, non potendo capire la legge di Ricardo.

Hayek rincarava la dose dicendo che le comunità che non si sono rese conto di ciò sono probabilmente rimaste primitive o si sono estinte.

Gli istinti possono dire qualcosa di rilevante sulla morale solo se la situazione problematica dell'uomo moderno fosse la stessa dell'uomo primitivo. Ma Hayek dubitava che nei nostri geni ci fosse scritto che la Legge di Ricardo è corretta, quindi non eravamo istintivamente a nostro agio in una società libera, preferendo pseudo-tribù allargate come la classe e la nazione.

Da parte mia noto che le strutture mentali e concettuali umane sono così flessibili e plastiche che l'istinto morale può essere declinato in infiniti modi diversi. Ad esempio, è possibile usare l'"istinto comunitario" a favore di tribù o nazioni o razze o classi. Basta un'idea di successo, e gli uomini rielaborano gli istinti e li trasformano in qualcosa di impensabile.

Ciò che rimane sono dei vincoli molto laschi. E questo è un bene: se il nostro comportamento fosse limitato strettamente dai geni, non avremmo potuto evolverci socialmente. E' la flessibilità che consente la cultura. Ed è la flessibilità che impedisce alla genetica di dire molto di specifico sulla moralità.

Penso che un organismo con una moralità DNA-constrained non avrebbe mai creato la società umana: la cultura è molto più veloce, e richiede una mente in grado di astrarre, rielaborare e controllare gli istinti.

Ma de che sto a parla'? Era un mio commento all'articolo di Pinker su Lume Rinnovato.
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categoria:filosofia, liberalismo
martedì, 15 gennaio 2008
La Legge di Hume dice che una cosa che non possiamo evitare di fare è impossibile, e solo per questo sembra un paradosso. Per via di questo apparente paradosso tutti fanno finta di vivere come se non esistesse, in filosofia politica, in biologia evoluzionistica, nelle relazioni internazionali e nella teoria economica.

Preventivamente, voglio sottolineare la natura apparente del paradosso: la Legge di Hume afferma che non si possono fondare razionalmente giudizi morali, non che non si possano effettuare giudizi morali. Ogni essere umano effettua giudizi morali ogni volta che agisce, visto che il fine dell'azione è un giudizio di valore: la Legge di Hume ci dice che una motivazione etica dei propri giudizi morali non può mai essere puramente razionale, ma deve necessariamente rifarsi a qualcos'altro.

Ecco un campionario di tentativi non riusciti di girare intorno al problema:

1. Rothbard e il diritto naturale

Con un ragionamento intuitivo che tra l'altro non mi convince moltissimo, Rothbard dimostra che, se si vuole (A) una morale uguale per tutti e (B) la sopravvivenza del genere umano, bisogna accettare (C) il principio di non-aggressione. Ammesso che la derivazione sia corretta, si noti che (A) e (B) sono già di per sè giudizi di valore, anche se relativamente ovvi, quindi il ragionamento non viola la Legge di Hume (non si può del resto violare un teorema di impossibilità), anche se può creare l'illusione che non valga. Se si considerano ovvi (A) e (B), si ha al più un appeal to reasonableness (il massimo che si può fare in filosofia morale!), ma non certo una dimostrazione morale.

2. L'interesse nazionale e/o il bene pubblico

Qui passiamo dalla razionalizzazione di principi etici, tentativo che tutto sommato ha un suo perchè, alla petizione di principio. Il bene pubblico, come l'interesse nazionale, è sicuramente un giudizio di valore, quindi non è ontologicamente diverso da qualsiasi altro obiettivo che si possa dare ad uno stato, o, meglio qualsiasi obiettivo che i politici possano perseguire, o perlomeno convincere i cittadini di volerlo fare. Il motto nazista "Gemeinnutz geht vor Eigennutz" (il bene sociale prima del bene individuale) non è nient'altro che una parola in codice per dire "il mio bene prima del tuo". Siccome beni e interessi non si trovano in natura, bisogna decidere cosa è bene... e quindi con simili frasi non si afferma nulla di concreto.

3. L'utilitarismo

L'utilitarismo è uno straordinario tentativo di sostituire ad un coacervo non sistematico di principi morali un qualcosa di razionalmente impossibile, cioè una somma di utilità (le utilità non sono misurabili e men che meno sommabili). In compenso, riesce anche a cadere nella trappola rousseauiana di confondere la convivenza sociale con la scelta di un ipotetico dittatore sociale, la volontà generale, e di trasformare ogni evento nella sfera sociale in una scelta politica. La parola appropriata in questo caso è totalitarismo*.

4. Il consequenzialismo

Il consequenzialismo è la versione raffinata dell'utilitarismo: non bisogna fare morale, bisogna guardare alle conseguenze! Beh... e poi? Le conseguenze non si giudicano da sole, e qualsiasi cosa giudichi le conseguenze non può che essere un giudizio morale. Quindi, non bisogna fare morale, bisogna far finta di non farla! Ottimo. Immaginate quanta stima ho delle critiche del giusnaturalismo che partono da questo para-logismo.

5. Gli istinti evolutivi

Un'altra versione di cognitivismo etico è: esiste una morale naturale, quella che centinaia di migliaia di anni di evoluzione hanno scritto nei nostri geni. Accettare gli istinti non è poi meno arbitrario di combatterci contro, quindi si tratta di un non sequitur. Parrebbe che la corteccia prefrontale serva proprio a questo: evidentemente l'evoluzione ci ha fornito gli strumenti per non prenderla troppo seriamente. Il problema è un altro: e se centinaia di migliaia di anni di evoluzione c'avessero abituati male? Se non servisse al giorno d'oggi far finta di vivere in una tribù di nomadi cacciatori-raccoglitori, ma servisse una morale più evoluta? E' per questo magari che abbiamo una corteccia pre-frontale, o forse stiamo qui perchè ne abbiamo una: senza staremmo ancora nelle caverne.

6. L'efficientismo normativo

Gli economisti ci dicono che dobbiamo evitare le deadweight losses, altrimenti siamo degli homines oeconomici falliti. C'è qualcosa di ragionevole in questo assunto? No. Se non abbiamo un modo per migliorare la nostra posizione, o si trova un modo per farlo, oppure si sacrifica qualcun'altro, e ipso facto ciò implica un giudizio morale. Il giudizio morale tra l'altro è embedded nel concetto di efficienza anche se non lo si usa come concetto normativo: infatti per l'efficienza contano solo costi e benefici monetari, quindi sottovaluta il non-monetario, sottovaluta sistematicamente i beni sovramarginali, e sopravvaluta sistematicamente quelli sottomarginali, eccetera. Inutile dire che come concetto statico si perde gran parte dell'importanza dei processi di coordinazione tra individui.

* L'utilitarismo misesiano non commette questi errori, e infatti non ha senso chiamarlo utilitarismo. E' più un evoluzionismo etico, come si vedrà in seguito.
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categoria:filosofia, filosofia politica
sabato, 12 gennaio 2008
Su liberalizzazioni si continua a discutere di metodo: ora è uscito fuori un nuovo argomento, la distinzione tra fatti e valori. Concordo con l'argomento e la sua rilevanza per una critica sociologica degli Austriaci moderni, che in genere dimenticano questa distinzione. Però ho l'impressione che si stia perdendo focus: qual è il ruolo della falsificabilità e della matematica nelle scienze sociali? Penso di essere l'unico che ha l'impressione che il cuore del problema richieda una discussione, per necessità filosofica, di questi temi. E per questo motivo la parte di me che non si crede un grande filosofo ha l'impressione che mi stia parlando addosso...

Siccome ho scritto valanghe di bit sull'argomento, dico le mie tesi in chiaro:

  1. Non c'è nulla che i critici della Scuola Austriaca possano fare contro le prospettive di successo delle teorie di questa Scuola che gli Austriaci non abbiano già fatto: settarismo, confusione tra ideologia e scienza, incapacità di innovare, ripetizioni ad nauseam di citazioni di Mises e Rothbard, incapacità di studiare l'economia moderna per quello che è oggi e non per quello che era ai tempi di Keynes e quando Friedman e Lucas erano giovani. La sociologia della Scuola Austriaca assomiglia a quella di una setta religiosa, dove alcuni studiosi seri e preparati diventano trascurabili in un rumore di fondo di liturgie esoteriche e litanie incomprensibili.
  2. Le teorie della Scuola Austriaca sono rilevanti: hanno qualcosa da dire oggi su capitale, moneta, informazione, processo di mercato, teoria dell'impresa. Potrebbero dire molto su finanza, credito, economia internazionale. Si basano su una riflessione più approfondita sui problemi fondamentali della scienza economica. La prova migliore di questo fatto è forse che l'economia accademica per certi versi si è avvicinata, con decenni di ritardo (colpa dell'inadeguatezza dei metodi formali, secondo me), ai temi Austriaci: la dicotomia microeconomia/macroeconomia non esiste più; la teoria dei giochi ha parzialmente introdotto uno studio del processo di mercato; le ratex e l'economia dell'informazione hanno reso più realistica la modellizzazione del fattore umano (creativo, dinamico, ma anche irrimediabilmente ignorante e cognitivamente limitato). La metodologia Austriaca è più complessa di quanto i suoi sostenitori mostrino e i suoi critici ritengano: potrei dire con un po' di hubrys che gli assunti metodologici mainstream rimangono in piedi solo grazie all'argumentum ad populum "siccome tutti fanno così, si deve fare così".
PS Si conferma la tesi secondo la quale io odio la politica perchè sono psicologicamente incapace di essere d'accordo con qualcun'altro oltre a me stesso. Sono sempre a metà tra tutte le tesi, valutando vantaggi e svantaggi, e nonostante ciò non sono mai moderato, quindi manco a dire che nella Democrazia Cristiana c'è posto per me... sono ubiquo, a Destra, Sinistra e Centro contemporaneamente. Conoscete uno psichiatra bravo?
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categoria:filosofia, economia austriaca