giovedì, 09 luglio 2009

Interessante e condivisibile riflessione epistemologica: “Conoscere non è un atto solo materiale, perché il conosciuto nasconde sempre qualcosa che va al di là del dato empirico. Ogni nostra conoscenza, anche la più semplice, è sempre un piccolo prodigio, perché non si spiega mai completamente con gli strumenti materiali che adoperiamo” (§77)

postato da: Libertarian alle ore 15:40 | Permalink | commenti
categoria:filosofia
giovedì, 09 luglio 2009
Locke scriveva che lo stato è necessario perché nelle dispute tra privati il giudice terzo è fondamentale per poter applicare le regole di giustizia. C'è un piccolo non sequitur nel ragionamento, comunque: è vero che l'imparzialità è un desideratum fondamentale del giudizio giuridico, ed è vero che nelle dispute tra due privati l'unica soluzione credibile passa per un tribunale terzo rispetto alle parti in causa. Però due conseguenze non derivano da queste premesse: il primo non sequitur è che la parte terza non necessariamente deve essere lo stato, come dimostra l'esistenza tra l'altro delle corti di arbitrato, la seconda è che non c'è nulla che garantisca che lo stato sia terzo rispetto alle parti in causa.

Mentre il primo non sequitur è abbastanza ovvio, il secondo si presta a riflessioni più approfondite. In primis, la terzietà dello stato dipende dall'estensione dello stesso, in quanto uno stato che fa una cosa ha automaticamente interessi in questa, e quindi non può essere terzo in particolari casi, mentre uno stato che fa mille cose ha automaticamente interessi in ogni ambito della vita sociale, e quindi non è praticamente mai terzo: l'aspirazione alla terzietà quindi è inversamente proporzionale all'estensione del dominio della politica, in qualche modo.

In secundis, è possibile migliorare la terzietà dello stato, ad esempio vincolando la burocrazia e la polizia a regole certe, introducendo corti non statuali (come le giurie americane, magari), istituendo un ordine di giudici o autorità indipendenti. Si tratta comunque solo di pagliativi, in quanto lo spirito di corpo aleggerebbe comunque, ad esempio tra i magistrati, rendendo difficile punire penalmente un giudice, anche quando si macchia di gravi violazioni nei suoi doveri professionali o anche commette reati nella sua vita privata. Lo stesso ovviamente vale per i corpi di polizia, visto che si avrà una tendenza ad occultare prove a sfavore degli agenti o a crearne a favore, potendo chi indaga influenzare appunto le indagini.

Fermo restando quindi l'aspirazione alla terzietà, rimane il fatto che è un problema aperto: non esiste un sistema giuridico in cui il problema dell'imparzialità è automaticamente risolto, e lo stato di per sé non è la soluzione al problema (e comunque non è un problema solo dello stato, come potrebbe argomentare un anarchico).

Ho parlato di aspirazione perché Lon Fuller, nel suo "La moralità del diritto", parla apertamente di etica dell'aspirazione: i cittadini di un paese che vuole dirsi civile devono aspirare a tante cose, tra cui la terzietà dei giudici nelle cause tra privati (e, cosa molto più difficile da ottenere, la terzietà nelle cause tra privati e il settore pubblico).

L'idea lockiana di un giudice terzo è, appunto, un'aspirazione, e non un dato di fatto: non è una proprietà dei sistemi giuridici statali, e, anzi, è un problema che si intensifica man mano che lo stato cresce rispetto alla società e l'ambito del diritto legislato si espande a dismisura.
postato da: Libertarian alle ore 12:26 | Permalink | commenti (3)
categoria:filosofia, liberalismo
venerdì, 26 giugno 2009
Dicevo ieri che il sistema delle conoscenze teoriche in campo economico diverge verso il caos totale. Oppure no. Qui veniamo a Mises, che non ha trovato - checché ne dicano gli austriaci - una soluzione definitiva al problema (che secondo me è insolubile), ma almeno ha fornito una concettualizzazione adeguata e una soluzione parziale.

Il concetto centrale è la distinzione tra teoria e storia: che ci siano venti spiegazioni della crisi del '29 e che ogni paio d'anni se ne aggiunga un'altra è dovuto al fatto che la storia è un fenomeno complesso dove non è possibile tracciare a colpo sicuro relazioni causali. Anche fare solo una lista di fattori rilevanti è un compito difficile, figuriamoci valutarne il peso relativo. La statistica economica scova solo correlazioni, a volte spurie, e non aiuta più di tanto quando si tratta di spiegare relazioni causa/effetto.

Accettando, quindi, senza soluzione il problema epistemologico delle scienze storiche (compresa ogni applicazione della teoria economica alla realtà, tranne casi ovviamente banali dove la complessità storica non gioca un ruolo), Mises cerca di salvare la teoria in un altro modo, indagando sulla sua struttura logica, il cosiddetto a priori.

Cominciamo da un esempio semplice: se qualcuno dice "I russi comprano più fuoristrada quando i prezzi della benzina sono alti, per effetto sostituzione", il problema non è empirico, ma logico. Non è possibile che un aumento dei prezzi faccia aumentare il consumo per effetto sostituzione: è possibile dire per pura logica che è un effetto reddito, visto il "segno". Nella vita reale non è mai possibile dire a priori se vincerà l'uno o l'altro: ma a livello puramente teorico questi "oggetti" hanno delle proprietà logiche, il cui studio è lo scopo della teoria economica.

Ovviamente, la capacità predittiva di una teoria fatta così è scarsa, perché punta sulla comprensione e non sulla previsione; ma da questo punto di vista non è che ci siano alternative credibili. Ovviamente, c'è bisogno di un qualche riscontro pratico che indichi la rilevanza di un "oggetto teorico" in un particolare contesto, perché discettare di effetto sostituzione senza sapere se influenza lo 0.5% o il 50% della domanda è poco utile.

La soluzione misesiana ai problemi epistemologici dell'economia può dunque essere vista come divisa in livelli: un primo livello di studio della struttura logica della teoria economica che fornisce gli strumenti di base, un secondo livello di teorie basate su ipotesi specifiche (non a priori) ma abbastanza generali, e altri livelli via via più specifici, che però diventano sempre più indimostrabili e inconfutabili man mano che diventano complessi.

In pratica, c'è molto da dire indipendentemente dall'effettiva controllabilità empirica dei risultati: se dovessimo basarci solo su questa, staremmo verament e nei guai. Questo è ciò che fanno tutti: un libro di microeconomia, ad esempio, prima ancora di parlare di qualcosa di reale introdurrà una miriade di assiomi e di teorie.

Non c'è bisogno di osservazione per capire che il moral hazard incentiverà il rischio: c'è bisogno di osservazione per capire quanto sia stato rilevante il moral hazard in un certo contesto passato. Il primo problema è teorico, il secondo storico. La teoria economica può progredire senza che ci sia alcuna convergenza nelle spiegazioni degli eventi reali.
postato da: Libertarian alle ore 12:53 | Permalink | commenti
categoria:economia, filosofia
giovedì, 25 giugno 2009
Siccome mi è stato accettato un paper ad una conferenza di economia, posso dire di essere entrato ufficialmente nel mondo della ricerca economica. Ovviamente il livello non è un granché, e se proprio riuscirò mai a scrivere qualcosa di significativo ci vorranno ancora anni di studio*.

Scrivere impone di interrogarsi sui dettagli, e improvvisamente mi sono trovato di fronte ad un problema di cui ho parlato diverse volte a livello teorico su questo blog: il problema del valutare la significatività di una teoria. Si tratta di un tema metodologico fondamentale perché sta al centro della cesura tra il pensiero metodologico di Mises, e in generale degli austriaci, e quello convenzionale.

Il problema è semplice da spiegare: supponiamo che io scriva un paper (non è quello che sto scrivendo) in cui mi cerco di rispondere alla domanda teorica: "come distinguo un investimento giusto da uno sbagliato?".

La risposta neoclassica è che non esistono investimenti sbagliati, o meglio che esiste un livello ottimo di errori (ad esempio, è errato investire in un'assicurazione sanitaria se non ci si ammala, ma siccome non lo si può sapere a priori, non è un vero errore assicurarsi).

La risposta austriaca è che ogni tanto gli errori avvengono, anzi, avvengono più o meno sistematicamente, e particolari condizioni possono renderli molto frequenti e tutti tendenti verso la stessa direzione.

Se gli investimenti avessero un cartellino con scritto "giusto" o "sbagliato" nessuno sceglierebbe (salvo esternalità) gli investimenti sbagliati a posteriori, e quindi la risposta neoclassica sarebbe giusta. Se il cartellino fosse osservabile solo a posteriori, potrebbero aver ragione gli austriaci, però consuntivamente sarebbe possibile confrontare empiricamente le due teorie e dire quanto sono rilevanti, e in quali condizioni, gli errori imprenditoriali.

Il caso che avevo di fronte appartiene alla folta schiera di quelli irrisolvibili anche a posteriori. L'erroneità di un investimento non è dimostrabile neanche ex post, e lo stesso si può dire della neutralità della moneta, dell'esistenza di bolle speculative, e di una miriade di altri problemi economici.

Una possibile "soluzione" è quello di eliminare le ipotesi non verificabili, ma questo è sbagliato, perché come scegliere tra una delle due ipotesi, se non a priori? Perché dire che la moneta è neutrale, se non possiamo dimostrare né che sia neutrale né che non lo sia? L'economia diventerebbe una branca della metafisica, e forse a volte un po' lo è effettivamente.

Un'altra soluzione è trascurare i problemi non decidibili perché non trattabili scientificamente: questa è la stessa fallacia del behaviorismo in psicologia, però, perché ci porta a scegliere i problemi in base non alla loro rilevanza, ma alla loro facilità (epistemologica). Così, siccome un Vector Auto Regression non può dimostrare la neutralità della moneta, bisogna costruire una teoria economica senza il concetto di neutralità: mi sembra evidente che sia una totale idiozia.

A questo punto abbiamo però un problema enorme. Lo avevo io nel mio piccolo e irrilevante paper, lo hanno sicuramente avuto tutti i premi Nobel  dell'economia passati, presenti e futuri, anche se non tutti forse lo avevano capito. Ovviamente, il problema in questione è rilevante per il secondo motivo, non perché mi ci si sono imbattuto io.

Il problema è: abbiamo due teorie, non possiamo buttarne una via per partito preso, non possiamo verificare quale è giusta: il dibattito quindi su quale sia quella corretta durerà in eterno. Ricorda qualcosa? Quante decine di spiegazioni esistono per la crisi del '29? Più la teoria economica avanza, più il numero aumenta. Non ricordo di teorie che siano state confutate. Il sistema delle conoscenze teoriche in campo economico diverge verso il caos totale.

Mises si pose il problema è cercò una soluzione, che vedremo nel prossimo articolo. La maggior parte degli altri economisti non si pose il problema, e questo ha portato a molti importanti ed utili risultati, come vedremo nell'ultimo articolo della serie. L'astuzia della storia...

*
Mises scrisse il suo primo capolavoro, "La teoria della moneta e del credito", nel 1912, quando aveva 31 anni. Io ho quindi ancora due anni per ripetere l'exploit (non ci conto molto).
postato da: Libertarian alle ore 10:51 | Permalink | commenti
categoria:economia, filosofia
sabato, 06 giugno 2009
Un mio amico mi ha fatto conoscere la seguente affermazione di Christopher Hitchens:

"what can be asserted without proof can be dismissed without proof"

Sono un po' ambivalente in proposito, perché fondamentalmente ritengo che nulla possa essere asserito "with proofs", tranne forse qualche principio logico (e non ne sono sicuro). Quindi prendendo alla lettera il principio si arriva alla dismissione totale di tutto. "Dismiss" significa non prendere in considerazione, e quindi non è come "Refute" che significa confutare: prendere alla lettera il principio significa abdicare completamente dall'uso della ragione, essendo tutte le costruzioni della mente, dalla scienza all'etica, "fondate su palafitte" (come diceva Popper), incomplete, fallibili, e fondate su dati ultimi non ulteriormente fondabili (gli "ultimate given" di Mises).

D'altra parte, è intuitivo che esistano vari tipi di affermazioni:
  1. In alcuni casi si fa riferimento ad un qualche principio logico, come "Una banconota da cinque euro non è una banconota da dieci euro"
  2. In altri casi si fa riferimento ad un fatto accertabile (direttamente o indirettamente), come "Esiste un paese che si chiama Birmania"
  3. In altri casi non si fa riferimento né a fatti accertabili né a principi logici dimostrabili, come "Ieri  sera mentre dormivo da solo sono stato rapito da un UFO e gli alieni mi hanno costretto ad accoppiarmi con T'Pol".
Ho pochi dubbi sul fatto di dover accettare le proposizioni di tipo (1): la logica posso controllarla davanti al caminetto e vedere se è convincente, posso sbagliarmi, ma non ho bisogno di niente per accertare la verità del ragionamento. Può darsi che esistano vari tipi di logiche, che esistano alieni che non ragionano in questo modo, può darsi che ci sono dei casi in cui questo tipo di affermazioni è inapplicabile (un fotone quantistico può essere polarizzato orizzontalmente e verticalmente contemporaneamente, ad esempio). Ma una persona che mi dicesse che la banconota che ha in mano è contemporaneamente da cinque e da dieci euro la rinchiuderei in un manicomio.

Le proposizioni di tipo (2) mi creano maggiori problemi: non posso verificarli davanti al caminetto, e l'unico modo possibile è andare sul campo a controllare; al limite posso fidarmi di una,  dieci, cento, mille persone che mi dicono che la Birmania esiste, e accettare questa proposizione in base alla fiducia. Affermazioni di questo tipo sono facilmente oggetto di manipolazioni, e soltanto il controllo diretto, o indiretto da parte di persone di cui si ha fiducia, può opporsi a queste manipolazioni. Vediamo nella storia che moltissimi fatti erano in realtà delle invenzioni, come la donazione di Costantino e l'elevato tenore di vita degli operai sovietici: in teoria è possibile verificare affermazioni di questo tipo, ma il potenziale di manipolazione rimane elevato.

Le proposizioni di tipo (3) sono quelle per cui applicherei il principio di Hitchens: dismiss. Se una persona mi dice di essere stata rapita dagli alieni io non le credo; se mi dice che Dio esiste non le credo; se mi dice che ha parlato con dei morti oppure che nella vita passata era Napoleone non le credo. Questo non significa che ciò che dice sia falso (refute), ma che non ho né posso avere alcuna evidenza che sia vero, e quindi decido di passare al "dismiss".

Esiste un'alternativa credibile? Se io dovessi accettare ogni proposizione di tipo (3), allora dovrei credere contemporaneamente ad una miriade di cose incompatibili, che vanno dal "i morti si reincarnano" induista al "i morti vanno nell'Aldilà" cristiano. Non posso fare una cosa del genere senza contraddirmi. Allora dovrei cercare un principio per distinguere tra proposizioni di tipo (3) "buone" e proposizioni "cattive", ma questa distinzione non può essere logica, altrimenti sarebbe una proposizione di tipo (1), e non può essere fattuale, altrimenti sarebbe di tipo (2). In sostanza, non esiste alcun motivo, né fattuale, né logico, per credere ad alcune di queste proposizioni e non ad altre.

Il discorso cambierebbe se fosse possibile verificare una proposizione considerata di tipo (3) mediante ragionamento od osservazione: in questo caso si ha un errore di classificazione. Ad esempio, potrebbe darsi che si possa dimostrare logicamente oppure osservare che la reincarnazione induista avvenga effettivamente: se ciò fosse possibile, allora la reincarnazione sarebbe un problema scientificamente trattabile. Ma proprio per questo non sarebbe più una questione di religione: la fede sarebbe superflua.

Un principio simile a quello di partenza è che se una cosa non è né osservabile né frutto di ragionamenti allora molto probabilmente è irrilevante, visto che non posso incontrarla né dimostrarla: ma è sbagliato. Siccome ogni costruzione della mente umana è priva di fondamento ultimo, e  siccomequindi anche la classificazione tra categorie (1), (2) e (3) è problematica (anche se nella maggior parte dei casi non lo è), esiste sempre un elemento (3) in ogni proposizione, anche se classificata come (1) e (2). Ad esempio, le proposizioni (2) si basano sull'assioma che esista un mondo esterno oggettivamente uguale per tutti gli uomini (assioma indimostrabile) e le proposizioni (1) si basano sull'assioma che la logica è uguale per tutti gli uomini.

Per evitare abuso della ragione, quindi, sarebbe meglio dire che una proposizione di tipo (3) deve essere accettata soltanto se è "rilevante" (giudizio di valore soggettivo) ai fini della vita individuale: dire che il mondo esiste e che 1+1=2 è rilevante; mi risulta difficile dire la stessa cosa della stragrande maggioranza delle proposizioni di tipo (3) che si incontrano in teologia od ufologia.
postato da: Libertarian alle ore 10:46 | Permalink | commenti (2)
categoria:filosofia
mercoledì, 25 marzo 2009
Anche se la frase originale non era così (non si parlava di giusnaturalisti), il titolo è adatto.

Immaginate un dialogo siffatto:
  • A: "La ragione non può risolvere questo problema"
  • B: "E come fai a risolvere il problema dell'acne giovanile?"
  • A: "Mi rendo conto dell'importanza del problema, ma l'acne non si risolve certo con l'uso della ragione"
  • B: "Vedi, il tuo sistema non risolve il problema dell'acne, mentre il mio sì"
  • A: "Non è vero che il tuo sistema lo risolve: dici di risolverlo ma non riesci a spiegare come"
  • B: "Ma il tuo sistema non comunque non risolve il problema dell'acne".
  • A: "Meglio ammettere di non risolverlo che far finta di averlo risolto, no?"
  • B: "Però l'acne è un problema importante".
Insomma, si può andare avanti ad nauseam. Se sostituite all'acne il giusnaturalismo e qualsiasi forma di oggettivismo e assolutismo etico otterrete esattamente la stessa cosa.

Io continuo a non capire perché illudersi di poter risolvere un problema irrisolvibile con gli strumenti proposti (nel caso in esame - trovare una teoria oggettiva del giusto - il problema è irrisolvibile tout court) sia considerata una cosa tanto importante. Mi viene in mente il gangster londinese di cui parlava Wellington, che diceva "Ingannare gli altri può servire, ma ingannare se stessi a che serve?".

Tanto per fare esempi, ci sono il post di Astrolabio e i relativi commenti. Come dico nei commenti: "Se un problema non ha soluzione, non è che lamentandosene se ne trova una."

Comunque, alla fine una cosa rimane: 2,500 anni e rotti di giusnaturalismo non hanno prodotto una sola norma giuridica oggettivamente giusta, per il semplice fatto che l'oggettivamente giusto non esiste.
postato da: Libertarian alle ore 15:18 | Permalink | commenti (11)
categoria:filosofia
martedì, 10 marzo 2009
Husserl è stato un filosofo austriaco che, in libri come "La filosofia come scienza rigorosa", ha cercato di creare una filosofia appunto epistemologicamente fondata, criticando sia l'empirismo che lo storicismo. Entrambi i temi si ritrovano nel fondatore della Scuola austriaca, Menger, e successivamente, con un'altra terminologia, in Mises.

Per come ho letto Husserl, attraverso però lenti misesiane, ho capito quattro cose:

H1. Scienza rigorosa

Husserl voleva creare un sistema logico certo su cui fondare l'intera filosofia. Questo sistema si basava sullo studio della "struttura logica" dell'apriori, una sorta di schema che la mente umana deve necessariamente avere per affrontare la realtà.

H2. Essenza ed esistenza

L'apriori è la struttura dell'essenza logica delle cose, ragionare sull'apriori è una "ricerca di essenza". Capire cosa è successo in un preciso momento è invece una "ricerca d'esistenza": non ci si può aspettare che studiando logica si dimostri che esiste Walt Disney.

H3. Storicismo

Lo storicismo vuole derivare le leggi delle scienze dall'osservazione storica, ma senza studiare a parte l'apriori non c'è alcuna possibilità di comprendere la storia e di derivarne leggi.

H4. Empirismo

L'empirismo cerca di verificare le leggi delle scienze, ma non può essere applicato, né è necessario applicarlo, per lo studio dell'apriori.

Se non ho commesso crimini filologici e filosofici, ognuno di questi quattro temi è stato applicato da Mises al caso specifico delle scienze sociali.

M1. Teoria

La teoria economica è un insieme di concetti di cui è possibile studiare le proprietà logiche, per arrivare ad un corpus teorico che è a priori, universale e sintetico. L'analisi logica dei concetti economici permette di scoprire molte proprietà della realtà economica.

M2. Teoria e storia

La teoria riguarda le essenze, non è però sufficiente a capire l'esistente, cioè la realtà storica. Ad esempio, la moneta è il mezzo di scambio comunemente accettato. Però la moneta può essere una mucca, una barra d'oro o un pezzo di carta a seconda delle epoche. La storia è complessa, irriducibile alla teoria; allo storico la teoria non basta ma gli è necessaria.

M3. Storicismo

Lo storicismo è criticato da Husserl, da Menger e da Mises. Gli ultimi due criticavano la giovane scuola storica tedesca di economia che riteneva di poter studiare l'economia senza teoria, semplicemente compilando tabelle statistiche di prezzi. Con questo metodo del resto non sono mai approdati a nulla.

M4. Positivismo metodologico

La storia non può confutare o verificare la teoria perché questa, per come è stata costruita, non ha bisogno di verifica, e perché la storia è complessa e le osservazioni non dimostrano di per sé nulla. Questo mi sembra affine alla critica dell'empirismo: c'è da dire che in economia per positivismo si intende in genere l'empirismo, e non il positivismo logico.

PS Si potrebbe dire che Mises è positivista nel senso che cercava appunto di creare una "teoria economica rigorosa" fondata su principi logici universali. Ovviamente era antipositivista nel senso di antiempirista, e temo che solo in economia questi due concetti sono conflati. In realtà Mises aveva una concezione più soft della teoria: la struttura logica della mente è un dato universale, ma ha una probabile origine evolutiva; la teoria è universale, ma comunque è insufficiente a capire la realtà, è solo necessaria; la teoria è sempre incompleta, e fondamentalmente è fallibile (l'esempio di Mises è: J. S. Mill credeva che la teoria del valore fosse un capitolo chiuso, poi scoprirono la teoria del valore soggettivo che distrusse completamente la teoria del valore-lavoro classica). Le interpretazioni ultrazionaliste di Mises non fanno giustizia al suo pensiero. In passato ho detto che questo errore interpretativo è dovuto a Rothbard, in realtà anche Hayek credo "leggesse" Mises allo stesso modo. E bisogna dire che la terminologia misesiana spesso dà adito a queste forzature: alla fine parlare di "teoria vera a priori, non bisognosa di verifica sperimentale", senza tutti questi distinguo, fa pensare ad un pazzo razionalista costruttivista.
postato da: Libertarian alle ore 11:17 | Permalink | commenti
categoria:filosofia, economia austriaca
martedì, 17 febbraio 2009
Daisy Miller fa finta di non capire la distinzione tra morale e diritto, così ho scritto un post a riguardo. La distinzione tra morale e diritto è molto semplice (per un liberale), anche se mi rendo conto che per un cattolico, come per un socialista o un conservatore, è difficile.

(1) Tecnicamente la morale e il diritto sono giudizi di valore. Esattamente come ontologicamente "uccidere tutti gli ebrei" e "aiutare le vecchiette ad attraversare la strada" sono sempre giudizi morali, dire che una cosa è giusta, dire che è lecita, dire che è buona, dire che è bella è sempre un giudizio di valore.

(2) Dato il peculiare ruolo che ha il diritto in una società, possiamo dire che il diritto ha una peculiarità: riguarda l'uso della coercizione. Quando io dico che una cosa è un mio diritto, intendo dire che ho il diritto di difenderla o di farla difendere dalle istituzioni. Dichiarare una cosa illegale significa che è lecito usare la coercizione contro chi la fa. Insomma: il diritto è l'insieme dei giudizi di valore vigenti in una società relativi all'uso della forza.

(3) Per un liberale, l'uso della forza è legittimo in pratica solo per autodifesa. Se cioè la controparte lede la mia vita, la mia libertà o la mia proprietà contro la mia volontà, io ho il diritto di difendermi o farmi difendere. Ad esempio, la posizione liberale ortodossa sull'eutanasia è che una persona ha il diritto di decidere della propria vita, a differenza della posizione cattolica che è "Welby deve soffrire così la mia coscienza è a posto" (semplificando le cose).

(4) La linea di distinzione tra morale e diritto è soggettiva. Ad esempio, nell'Islam l'apostasia è un problema giuridico, in quanto infatti è punita con la morte. Nell'Occidente non è neanche un problema morale, perché ce ne sbattiamo altamente, ma di certo non è giuridico.

(5) Per i socialisti, i conservatori e i cattolici l'ambito del diritto è in genere pressoché illimitato: può essere giuridicamente rilevante essere valdesi (la discriminazione contro di loro fu eliminata dallo Statuto Albertino), lo stato deve redistribuire la ricchezza, lo stato deve rapire i giovani e farli diventare bravi soldati (sempre per semplificare).

(6) Anni fa ci un dibattito sulla neutralità del libertarismo, in cui un tizio attaccava i libertari dicendo che non è vero che i libertari sono eticamente neutrali. Ma è ovvio: nessuna ideologia può essere eticamente neutrale, perché sono tutte fondate su giudizi di valore.

(7) En passant, il porre standard irraggiungibili e criticare gli altri per non essere all'altezza degli standard è uno stratagemma argomentativo molto frequente. Ad esempio, il giusnaturalista / assolutista etico / positivista dirà "il tuo sistema filosofico non dice cosa è lecito / giusto / vero e lascia le persone senza guida". La risposta corretta è "Il tuo sistema filosofico fa finta di aver risolto questi problemi, ma visto alla luce del tuo stesso standard è fallace, perché parli di razionalità senza poter essere perfettamente razionale". In queste situazioni la risposta filosofica ottima è abbassare gli standard.

(8) Il liberalismo e il libertarismo hanno in realtà una caratteristica di "massima neutralità", se così vogliamo dire: ogni stile di vita, religione, opinione, gusto è legittimo, purché sia compatibile con i diritti di proprietà altrui. In pratica, mentre per vivere bene in una teocrazia cattolica bisogna essere cattolici, oppure si è costretti a sorbirsi i sermoni, si è giuridicamente inferiori, si è bruciati sul rogo oppure si vive in un ghetto (esempi storici ovvi), in un paese liberale non serve avere determinate opinioni in ogni ambito, basta essere d'accordo sulla "limitata" utilizzabilità della coercizione, ed essere moralmente in grado di coordinarsi e di cooperare con i propri simili.

(9) Una distinzione interessante tra giudizi di valore può essere di tre livelli. I valori che riguardano la coercizione riguardano il diritto. I valori che una persona rispettosa di sé e degli altri ritiene importanti per una buona vita, ma che non riguardano la coercizione, sono la morale (rispetto, responsabilità, lungimiranza, ragionevolezza...). I valori che sono puramente privati e che non si ritengono socialmente rilevanti formano l'estetica (non ritengo che una persona sia irresponsabile se ascolta Gigi D'Alessio anziché i Monstrosity). La distinzione è soggettiva: per un libertino la morale è minimale, per un liberale è minimale il diritto (la distinzione è fondamentale).
postato da: Libertarian alle ore 10:58 | Permalink | commenti (12)
categoria:filosofia, liberalismo, libertarismo, filosofia politica
martedì, 10 febbraio 2009
Eluana Englaro è ufficialmente morta ieri e penso che nei prossimi giorni si sapranno più cose a riguardo.

La sentenza della magistratura che aveva dato il permesso di sospendere l'alimentazione e l'idratazione si basava su due principi: la volontà dell'interessata e l'irreversibilità dello stato.

Se l'autopsia rivelerà uno stato simile a quello di Terry Schiavo, si può sicuramente parlare di irreversibilità dello stato: il cervello della Schiavo era infatti idrocefalo, pesava la metà del normale, aveva danni in tutte le regioni e il 70% dei neuroni era morta. La Schiavo è stata per anni una persona morta dentro un corpo vivo.

E' indicativo della scarsa qualità dell'informazione in Italia il fatto che sia difficile, se non impossibile, avere informazioni su TAC e EEG in questo caso: anche se sono per mantenere queste informazioni private, una volta che la politica ci si mette di mezzo (in nome della libertà, diceva ipocritamente Berlusconi) i cittadini devono avere i mezzi per decidere.

Per quanto riguarda la volontà, in assenza di testamento scritto è difficile esserne certi. Ma se lo stato di Eluana era irreversibile mi sembra un dettaglio irrilevante: non sarebbe mai tornata in ogni caso. Si potrebbe obiettare che l'irreversibilità è difficile da diagnosticare, e in effetti mi sono interessato alla questione senza cavare granché dalle mie poche e fugaci letture, anche perché senza una laurea in neurologia credo sia difficile capirne veramente qualcosa.

Occorreranno comunque dei principi giuridici che facilitino l'espressione della volontà individuale, in modo da avere certezza quando si può averne, e, in sua assenza, altri principi che giustifichino l'eutanasia senza dar adito ad eventuali abusi. Questo farà sì che ci sarà sempre un'area grigia in cui non si sa esattamente cosa fare.

Quest'area grigia è dovuta a due difficoltà: definire lo stato di morte e definire la volontà in assenza di coscienza. Secondo me la morte va definita, in linea di principio, come lo stato in cui la coscienza non può tornare. La morte cerebrale è sufficiente ad essere morti ma non è necessaria: un uomo a cui si tolgono i lobi frontali e tutte le parti "superiori" del cervello è da considerarsi morto a tutti gli effetti. Che sia possibile diagnosticare con precisione lo stato di morte in assenza di morte cerebrale è più difficile da immaginare. Meglio dare una condizione sufficiente (la morte cerebrale) e poi lasciare l'area grigia alla giurisprudenza e al progresso della scienza medica.

Al momento ci sono due certezze e una verosimile possibilità: che il Governo se ne sbatte delle procedure e della legalità, che Berlusconi ritiene che qualsiasi limitazione al suo potere sia illegittima perché lui ha sempre buoni sentimenti e buone intenzioni (a questo punto aboliamo il diritto e fidiamoci ciecamente di lui), e che probabilmente ora passerà una legislazione sul testamento biologico che è illiberale e degna di uno Stato Etico.

Di certo il caso Englaro è stato molto difficile, perché a differenza del caso Welby non si poteva essere certi della volontà dell'interessata. Ma proprio per questo occorre un testamento biologico, per evitare che la vita dei cittadini italiani diventi di proprietà del Presidente del Consiglio di turno.

PS Ho per fortuna evitato di leggere riviste come Tempi che all'epoca di Welby, senza alcun pudore e senza alcun rispetto per la sofferenza altrui e per la verità, paragonava la libera scelta di Welby all'eutanasia dei nazisti. Shame on them.
postato da: Libertarian alle ore 11:21 | Permalink | commenti (6)
categoria:filosofia
giovedì, 29 gennaio 2009
Se vogliamo analizzare scientificamente il concetto di coercizione, dobbiamo privarlo di qualsiasi connotato di approvazione o disapprovazione etica: dobbiamo definirlo - non necessariamente, anzi auspicabilmente non, in termini materiali (comportamentismo) - e vedere quanto è rilevante per interpretare la realtà fattuale.

Il problema che ho col concetto di coercizione dei libertari è che non è scientifico, è un "mi piace, non mi piace": diventa coercizione soltanto quella in violazione di un insieme di specifiche etiche chiamate "diritto naturale". Un concetto scientifico di coercizione deve avere un significato preciso e non deve essere valutativo: poi deve anche essere utile teoricamente. Ci sono tanti concetti positivi e precisi che non servono a nulla, come la distinzione tra validità ed efficacia.

Consideriamo come prima definizione "La coercizione è una violazione dei diritti di un individuo": non va perché presuppone una teoria morale (i natural rights).

Un'alternativa ancora peggiore è "La coercizione è il costringere un individuo ad obbedire ad una scelta politica": di un concetto di coercizione che non includa l'esistenza di assassini e stupratori non so che farmene.

Mi va bene, invece: "La coercizione è l'uso della forza fisica, o la minaccia del suo uso, per avanzare una pretesa giuridica".

Questa definizione è avalutativa, è chiara, e quindi soddisfa i requisiti. Si veda però una conseguenza della sua avalutatività: se io pretendo un mio diritto naturale sto usando la coercizione. Se la nozione è avalutativa, allora va applicata sia allo stupratore sia alla sua vittima che cerca di difendersi, o si fa difendere da altri individui.

A questo punto diventa impossibile usare la nozione di coercizione a fini "libertari", in quanto anche la legittima difesa è coercizione. D'altra parte, se si vuole fare scienza politica e non propaganda politica, questo è inevitabile.

In pratica: la gente viene alle mani, o minaccia di, e questo fa parte integrante di ogni ordinamento giuridico. Possiamo dire che il diritto è l'insieme dei casi dove la maggior parte delle persone concorda che è lecito usare la coercizione: se rincorro uno scippatore e lo picchio agisco all'interno dell'ordinamento, se rapisco un turista e chiedo il riscatto sono al di fuori (nulla impedisce che esista un ordinamento in cui vale il contrario, ma siccome "ideals have consequences", è improbabile che esista: anche i ladri, tra di loro, hanno bisogno di regole, diceva Leoni).

Da questa definizione di coercizione si deduce che ogni azione relativa all'ordinamento giuridico è coercizione, sia se è pro che contro, che ogni forma di politica è coercizione (tranne nel caso, praticamente irrilevante, di unanimità, un caso in cui, tra l'altro, la politica è irrilevante) e che la coercizione è assente solo negli scambi tra persone che condividono le stesse regole (e non con chi è dissuaso dalla minaccia della coercizione dal violarle, anche se questa distinzione è operativamente irrilevante).

Questo è un miglioramento concettuale rispetto alle definizioni di Hayek, per cui "coercizione" può significare qualsiasi cosa (compresa qualsiasi posizione dominante), e a maggior ragione per quella della Scuola di Francoforte (per cui tutto è coercizione, anche la persuasione, e di conseguenza "nulla è coercizione", nel senso che il concetto tende a diventare irrilevante se la sua estensione diventa universale). La più grande estensione del concetto di coercizione la lessi in un saggio di Oriana Fallaci, secondo cui "anche la crescita dell'erba è violenza", ma mi sembra follia.

Un'altra conseguenza del concetto è che una norma esiste se è accettata (attivamente o passivamente) da chi si trova a doverla applicare. Nella stragrande maggioranza dei casi non serve neanche minacciare la coercizione (abitualmente non si vogliono derubare i vicini di casa), mentre in alcuni casi - soprattutto quando si ha a che fare con criminali - la coercizione gioca un ruolo centrale.

In termini etici, la domanda che ogni individuo deve porsi è quando ritiene giustificato l'uso della coercizione: è giusto tassare? è giusto punire l'adulterio con la morte? è giusto costringere a rispettare il contratto nazionale del lavoro? è giusto difendere un contratto in tribunale? è giusto perseguire gli assassini? etc. etc. etc.

A queste domande non si può dare risposta oggettiva. Ma una corretta concettualizzazione consente di porsele senza far rientrare l'ideologia dalla finestra, come quando si ritiene che una cosa decisa democraticamente non è coercizione perché "l'ha deciso il popolo" o che difendere la propria vita non sia una forma di coercizione contro l'assassino perché è un "diritto naturale" (ovviamente, coercizione giustificatissima, in questo caso, in base alle mie convinzioni ideologiche).
postato da: Libertarian alle ore 11:10 | Permalink | commenti (1)
categoria:filosofia, libertarismo