lunedì, 09 novembre 2009
Nel post precedente facevo notare come un mio lungo ragionamento non fosse sufficientemente lungo. Infatti supponevo che l'economia possa essere costretta ad una dinamica di non-equilibrio non sostenibile e mostrare crescita dell'output maggiore di quella potenziale per periodi di tempo di diversi anni, possibilmente due decenni. Poi supponevo che la politica monetaria avesse qualcosa a che fare con questo problema. Oggi parlerò della prima cosa.

Che una dinamica di crescita superiore al sostenibile che duri anni e anni non possa accadere in un modello di crescita di equilibrio generale alla Solow è evidente: il capitale una grandezza omogenea che si accumula risparmiando e decumula ad un certo ritmo, e quindi la produzione è un problema banale.

Affinché la storia austriaca del ciclo economico possa avere senso è necessario che:

1. L'economia possa stare nel breve-medio termine al di fuori dell'equilibrio;
2. Consumi e investimenti possano crescere assieme nel breve-medio termine.

Il punto (2) si chiama "problema del comovimento", ed è una critica alla teoria austriaca che si basa sull'idea che un boom, essendo nato dal furto di potere d'acquisto a favore dei produttori e a danno dei consumatori per via dell'iniezione creditizia, debba corrispondere ad una diminuzione del consumo, cosa così lontana dalla realtà da poter confutare una tale interpretazione della teoria.

Ci sono vari motivi per cui si può avere, nel breve-medio termine, questo fenomeno, e alcuni sono tipicamente austriaci e altri no.

A. Produzione inefficientemente bassa
B. Crescita economica sostenibile
C. Crescita economica finanziata da assunzione maggiore ma efficiente di rischio
E. Crescita economica finanziata da consumo di capitale
E. Crescita economica finanziata da espansione non sostenibile della struttura del capitale
F. Crescita economica finananziata da accumulazione non sostenibile di debito
G. Crescita economica finanziata da assunzione inefficientemente maggiore di rischio

(A) è la tipica posizione keynesiana: la capacità produttiva inutilizzata è uno spreco di risorse ed è possibile aumentare la produzione a costo zero stimolando la domanda aggregata. In questo caso il comovimento si ha perché consumi e investimenti (la cui somma è pari alla produzione) erano inefficientemente bassi e possono crescere contemporaneamente senza pestarsi i piedi a vicenda.

(B) è la tipica posizione neoclassica: la struttura economica è sostenibile altrimenti non varrebbero le aspettative razionali. Se consumi e investimenti salgono assieme è perché la frontiera delle possibilità produttive si espande. Il comovimento nasce dalla crescita economica.

(C) è un fenomeno ipotizzato da Tyler Cowen in "Risk and business cycles", in cui si possono scegliere rendimenti bassi e sicuri oppure alti e rischiosi e la scelta dei due non implica alcuna inefficienza. La politica monetaria influenza la scelta, spostando gli investimenti verso rischi maggiori, ma con benefici in termini di crescita. Tutto sommato questa posizione è pienamente neoclassica.

(D) è una tipica posizione austriaca: è possibile trascurare di finanziare il mantenimento di beni capitali durevoli per diversi anni, e spostare risorse verso la produzione maggiore di beni di consumo nel breve-medio termine, di fatto espandendo la frontiera delle possibilità produttive in maniera non sostenibile, finché i beni capitali durevoli trascurati non fungeranno da collo di bottiglia per la produzione.

(E) è una tipica posizione austriaca: è possibile che durante il boom si raggiunga un livello di investimento tale da non essere sostenibile perché richiederà in futuro un livello di risparmi superiore a quello che sarà veramente disponibile. Inizialmente questi investimenti possono creare boom, facendo iniziare nuovi piani produttivi, introducendo nuove tecnologie, impiegando beni capitali submarginali.

(F) è un'estensione della posizione austriaca: è possibile ovviamente crescere se si hanno a disposizione risparmi, ma questa crescita potrebbe essere sostenibile in quanto basata su risparmi reali. Ma cosa succede se la struttura creditizia sottostante è intrinsecamente insostenibile per motivi finanziari? Questo è quello che è successo agli USA quando hanno cominciato a chiedere prestiti a tutto il resto del mondo.

(G) è un'estensione della posizione austriaca: la politica monetaria può influenzare l'assunzione di rischio assicurando gli investitori dalle conseguenze dei propri errori, e quindi può creare un percorso di crescita dell'economia che è inefficientemente instabile, ma che può inizialmente portare ad una crescita superiore al ritmo sostenibile aumentando l'assunzione di rischio in ogni sua forma.

Non sono sicuro che (D) e (E) non siano praticamente equivalenti, mentre è abbastanza evidente che (F) è un caso particolare di (G). I punti (D-G) mostrano come, se la teoria austriaca ha problemi, questi non sembrano derivare dalla teoria del capitale, che è in grado di giustificare gran parte degli "stylized facts" dei cicli economici.

(D-E) possono giustificare un comovimento inefficiente tra consumo e investimento soltanto nel breve-medio termine: nel lungo termine i colli di bottiglia stringono. (F-G) invece possono allungare un boom un altro po', a patto di creare speculazione finanziaria insostenibile. Vi ricorda qualcosa? Negli anni '90 l'economia cresceva realmente, poi è cresciuta, nel XXI secolo, in maniera puramente speculativa. Idem per gli anni '20, in cui ci fu crescita fino al '27 e speculazione fino al '29 (se la Fed avesse continuato, la cosa sarebbe durata per ancora qualche anno).

E' indubbio, inoltre, che un boom lungo debba necessariamente avere una base reale (neoclassica), e cioè basarsi su (B). Infatti (D-G) smettono di operare quando si formano colli di bottiglia, o appena un evento negativo colpisce la struttura finanziaria. Il punto è che (B) può coesistere con (D-G), nascondendone i sintomi e prolungando il boom insostenibile. Ma questa è un'altra storia.
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categoria:economia, economia austriaca
domenica, 08 novembre 2009
L'autismo e il solipsismo avanzano e oggi commento un mio commento. O meglio, prometto che lo commenterò, sviluppando alcuni assunti.

Qualche giorno fa ho scritto da Lakeside Capital:

L’output gap è misurato facendo una media dei tassi di crescita. La media è fatta a frequenze del ciclo (5-6 anni?), mentre l’iperestensione economica USA dura perlomeno dalla metà degli anni ‘80, da quando cioè la Fed ha cominciato a fungere da assicurazione per il settore bancario e finanziario.

Quindi le stime di potential output sono errate perché si basano su una traiettoria economica non sostenibile, finanziata da distorsioni strutturali come l’eccesso di rischio, l’eccesso di indebitamento e la canalizzazione di risorse verso settori economicamente non veramente remunerativi (immobiliario, bancario, finanziario, automotive).

Impossibile quindi capire le componenti reali e quelle distorsive delle dinamiche macroeconomiche degli ultimi due decenni, e quindi impossibile capire il path “sostenibile” che potrebbe essere intrapreso. Impossibile, e comunque inutile: le autorità economiche stanno facendo di tutto per perpetuare il path insostenibile, con l’unica differenza che non sembra ci stiano riuscendo, dopo vent’anni di relativa efficacia delle politiche anticicliche (anche se la jobless recovery di inizio secolo doveva far capire che i pasti gratis – si fa per dire – di Greenspan erano arrivati alla frutta).

Se facciamo l’ipotesi che ora si torni verso percorsi di equilibrio, cosa assolutamente falsa:
  • La disoccupazione aumenterà nel breve termine per il panico e nel medio per la ricollocazione strutturale. Nel lungo termine non succede nulla perché la disoccupazione di equilibrio è dovuta alle normali dinamiche di search/match e non all’aggiustamento improvviso di strutture insostenibili.*
  • L’output potenziale è preso tra due forze opposte: da un lato la politica monetaria stimola investimenti e finché dura quindi stimola la crescita; dall’altro riduce l’efficienza del sistema economico spingendo gli agenti a considerare i costi sociali e i benefici privati fino a minare la struttura economica sottostante.
Siccome pare che la crescita dell’ultimo decennio sia stata solo immobiliare e finanziaria, direi che la prima forza è diventata irrilevante rispetto alla seconda. Con l’attuale mole di interventi sarà sempre peggio, vista la sistematica irresponsabilizzazione degli agenti, la socializzazione dei costi, la distruzione della coordinazione di mercato.

Quindi: output potenziale giù (come tassi di crescita se non in senso assoluto) nel breve, nel medio e, se si continua con queste politiche, forse anche nel lungo termine.

Comunque, rigetto interpretazioni EMHiste dei mercati finanziari: la gente faceva equity extraction sulla casa e pensava di poter non risparmiare e di indebitarsi ad libitum perché il mercato era impazzito, non perché lo sviluppo della finanza aveva aperto nuovi paradisi di efficienza.

Il ragionamento di cui sopra si basa su una serie di presupposti:
  • Una dinamica molto complessa del legame tra consumo, investimento, indebitamento e output nelle varie fasi del ciclo;
  • Un'idea inefficientista dei mercati finanziari, che oltre a fare il loro dovere sono anche oggetto di forze distorsive sistematiche che spingono verso un'allocazione economica erronea e una struttura economica-finanziaria instabile e tendente all'inversione (recessione).
Credo che questi due punti non siano chiari perché sono troppo complessi per un commento. Quindi spero di scriverci sopra qualcosa.

* A meno che non si ferma la ristrutturazione economica sine die, come negli anni '30 o in Giappone negli anni '90.
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martedì, 03 novembre 2009
Un tizio del Cato Institute dice ad un tizio del Mises Institute che le case non sono un bene che richiede grandi capitali per essere costruite e quindi il secondo tizio ha torto. Il secondo tizio dice al primo che le case sono un bene durevole e quindi sono sensibili ai tassi di interesse. Il primo dice al secondo di essere un fanatico religioso, il secondo si offende, ed escono fuori decine di post e centinaia di commenti. Meglio essere un fanatico che scrivere scemenze, però l'accusa è vera (non nel caso del secondo tizio in questione, forse), anche se non c'entra nulla. Per i link.
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mercoledì, 28 ottobre 2009
L'output finale di un'economia si divide in consumi, investimenti netti e investimenti per il deprezzamento. Eventuali passaggi intermedi sono eliminati per evitare double counting.

Supponiamo di avere un'economia che produce solo grano, usando 1 unità di pianta di frumento particolare che ci mette 20 anni per crescere e produce 10 unità di grano per lavoratore addetto (la produzione finale è pari alla media del numero di addetti nei 20 anni). L'economia ha 1000 lavoratori.

Nello stato stazionario ci sono 50 lavoratori per stadio, e quindi il PIL è di 500 unità di grano, essendoci 50 addetti per ogni campo. Ogni anno occorre investire 50 e si possono consumare 450 unità di grano. Ogni batch di raccolto avrà accumulato 1, 2, ..., 20 anni di cure da parte di 50 addetti in media.

Supponiamo ora che tutti i lavoratori dal 1° al 10° anno (contando dalla semina) vengano spostati verso la produzione degli anni successivi e che si fermi la semina. Ora ci saranno 100 addetti per stadio, negli ultimi 10 stadi.

In quell'anno si producono 500 unità di grano, ma se ne possono consumare 500. Questo non cambia il PIL perché io prima si investiva 50 e ora si consumano quei 50.

Nell'anno successivo si avrà però un raccolto che l'anno prima aveva 19 anni di cure con 50 addetti e ora ha 1 anno con 100 addetti, quindi si produrranno 525 unità di grano. In questo caso la produzione è aumentata perché la manutenzione del capitale è andata a farsi benedire.

La crisi arriverà il decimo anno, quando l'ultimo raccolto, che aveva 10 anni a 50 addetti e avrà 10 anni a 100 addetti (pil = 750) sarà consumato il PIL successivo sarà 0 esatto.

PIL da consumo di capitale:

500 525 550 575 600 625 650 675 700 725 750 0 0 0 0 0 0 0 0 0 0...

La mia tecnologia è strana: è lineare e la produzione segue la media degli addetti. Non è detto che sia ottimale il modo in cui ho organizzato l'economia, visto che non ho risolto alcuna massimizzazione dinamica. Non si tiene conto del fatto ceh le produzioni brevi sono sicuramente meno produttive di quelle lunghe e quindi la tecnologia deve scalare con l'accorciamento produttivo. L'esempio è estremo dal punto di vista della riallocazione.

In ogni caso, dato che il capitale fisso può richiedere di essere rinnovato dopo anni e anni, è potenzialmente possibile aumentare l'output di un'economia andando oltre il livello sostenibile. Il problema è meno grave nelle economie reali perché i processi di produzione brevi sono meno produttivi, perché lo spostamento di lavoratori verso gli stadi vicini al consumo avviene solo parzialmente, e perché tutto sommato beni capitali che durano 20 anni e soprattutto processi di produzione lunghi 20 anni possno non essere tanto frequenti. Ciononostante, una decade di output che cresce un 1-2% di troppo ogni anno mi sembra realistico.

Questo secondo Mises è "consumo di capitale".
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categoria:economia austriaca
venerdì, 16 ottobre 2009
Con un po' di ritardo riparte anche quest'anno il Seminario Austriaco di Roma. L'anno scorso ci furono tredici incontri, circa due al mese, e quest'anno ce ne saranno dodici, con la stessa frequenza. Il tema di quest'anno è Hayek: epistemologia, economica e politica. Questo è il syllabus (non molto definitivo).

Chi è interessato vada al link precedente, e mandi una mail al responsabile iscrizioni, che non sono io. Io parteciperò attivamente, tranne in una sessione dove starò all'estero, e in una o due sarò il chairman. Nelle altre parleranno persone più serie.

Il seminario è sponsorizzato da Rubbettino, Istituto Bruno Leoni e Mises Institute.

Come ogni anno, il seminario si tiene dalle 20:00 alle 22:00, e si conclude con una cena a Trastevere (10-13€ a testa).

C'è un gruppo Facebook del seminario, "Seminario Austriaco di Roma", e chi è interessato può chiedere di entrarne a far parte. E' un gruppo logistico e quindi solo chi ha intenzione di venire viene accettato, in modo da ricevere ogni volta l'invito. Si parte il 10 Novembre.
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categoria:economia austriaca
mercoledì, 30 settembre 2009
Ludwig von Mises è un autore sia semplice che complesso. E' semplice da capire, mai tecnico nel linguaggio e molto chiaro e conciso su praticamente ogni argomento, ma d'altro canto, trattando argomenti complessi e mischiando assieme temi provenienti da una miriade di discipline, dalla teoria economica alla storia, dalle scienze politiche alla filosofia, in realtà la semplicità è spesso illusoria. L'edificio teorico di Mises è fatto di mattoni semplici ma la struttura complessiva è molto complessa.

Sul piano bibliografico, poi, la dualità permane: esistono opere straordinariamente semplici e opere terribilmente complesse. Tendenzialmente è più facile che Mises sia semplice da leggere quanto tratta di politica, o anche politica economica, mentre tende ad essere difficile quando tratta alcuni temi di economia ed epistemologia.

Tutte le opere di Mises possono trovarsi in questa pagina (in inglese, alcune in tedesco, ma sono quasi tutte tradotte). In italiano sono facilmente trovabili presso Rubbettino, Liberilibri, e in passato Rusconi e Armando. Su IBS ce ne sono parecchi (se si cerca per autore).

Nel seguito farò una bibliografia per argomento, partendo dai testi semplici per poi arrivare a quelli complessi.

Testi generali

Un buon sunto introduttivo del pensiero misesiano in campo politico ed economico è "Politica Economica" (Liberilibri).

"Human action" (in uscita per Rubbettino, ma probabilmente non nel breve termine) è un mattone di quasi 1,000 pagine dove si trova praticamente tutto il pensiero di Mises in ogni campo. In teoria basterebbe leggere questo per conoscere quasi tutte le altre opere (anche se alcune opere specialistiche come "Teoria e storia", "Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione", "Socialismo" e "Lo stato onnipotente" contengono più dettagli). In pratica la difficoltà è trarre profitto da un'opera tanto complessa se non si hanno le basi.

"Money method and the market process" è un insieme di saggi, alcuni semplici altri meno, su molti temi diversi.

Teoria del ciclo economico

"The causes of the economic crises" è un testo tecnico sulla teoria monetaria e del ciclo economico austriaco. Non ricordo cosa dica, l'ho letta una miriade di tempo fa.

Teoria monetaria

"Teoria della moneta e dei mezzi di circolazione" (ESI) è il testo fondamentale per la teoria monetaria austriaca. Decisamente vecchio (1912 in prima edizione), ma c'è molta roba. Purtroppo nessuno si è preso la briga di aggiornarlo ai giorni nostri, tranne "The mystery of banking" di Rothbard che almeno spiega il funzionamento delle banche centrali, almeno negli anni '70.

Calcolo economico e socialismo

"Economic calculation in the socialist commonwealth" è breve ma complesso, richiede molta comprensione della teoria del processo di mercato e dei prezzi per poter essere capito.

"Socialismo" (Rusconi) è molto più di un'analisi del problema del calcolo economico. E' un testo complesso ma non difficile. Rimane che il tema del calcolo economico sia invece difficile da capire in sé.

Metodologia

"Epistemological problems of economics" è una sorta di versione breve e più semplice di "Teoria e storia".

"Teoria e storia" (Rubbettino) è la bibbia della metodologia misesiana, ma è molto complesso.

Storia

"Lo stato onnipotente" (Rubbettino) è un'analisi della genesi e dello sviluppo del totalitarismo nazista, a partire dall'unificazione tedesca.

"Stato nazione economia" (Bollati Boringhieri) è un'analisi della situazione dell'Europa dopo la Prima Guerra Mondiale. Non l'ho mai letto.

Filosofia e scienze politiche

Un sunto introduttivo del pensiero politico di Mises è "Libertà e proprietà" (Rubbettino)

"Liberalismo" (Rubbettino) è un classico del pensiero politico misesiano. Non vado pazzo per l'opera perché è molto introduttiva, ma per chi è alle prime armi è semplice. E' nota perché Mises scrisse, nel 1926, che i fascisti, che erano socialisti passati dall'altra parte, avevano contribuito a salvare il mondo dalla barbarie socialista. Mises disse esplicitamente che il fascismo è il tentativo della società di salvarsi usando gli stessi metodi dei suoi nemici (il socialismo bolscevico): non un granché come complimento, ma la disperazione per il mantenimento della democrazia negli anni '20 era palpabile, come oggi in America Latina, tra Chavez e colpi di stato militari.

"The clash of group interests": un'opera semplice e illuminante di teoria politica democratica, o della sua degenerazione lobbystica.

Interventismo economico

"Burocrazia" (Rusconi) è un libro semplice ed illuminante sull'effetto burocratizzante dell'interventismo statale.

"I fallimenti dello stato interventista" (Rubbettino) è un po' più lungo ma non difficile da capire: la teoria sottostante è veramente semplice, e basta microeconomia di base per capirla.
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categoria:liberalismo, economia austriaca
martedì, 29 settembre 2009
Oggi Ludwig von Mises compie 128 anni. La sua data di nascita dà il nome al blog.

Soliti warning:
  • Il 29 Settembre non è il mio compleanno;
  • Il 29 Settembre non è il compleanno del blog;
  • Il 29 Settembre è una canzone di Battisti ma non ci stavo pensando quando ho deciso il nome del blog;
  • Il 29 Settembre è il compleanno di Berlusconi ma non lo sapevo.
Detto questo, riassumo brevemente quali sono le cose importanti che ha fatto Ludwig von Mises nella sua lunga vita (ovviamente è morto, nel 1973, a 92 anni):
  • Teoria del calcolo economico: gli agenti sul mercato conoscono lo stato del mercato grazie soprattutto ai prezzi, e lo conoscono nei limiti dell'accuratezza dei prezzi stessi;
  • Teoria del processo di mercato: gli imprenditori usano i prezzi per capire il mercato e sfruttare occasioni di profitto; lo sfruttamento delle occasioni di profitto porta il sistema dei prezzi ad essere coerente con la realtà economica sottostante; il processo richiede tempo e il sistema economico non si trova mai in equilibrio, ma è un processo dinamico;
  • Teoria del ciclo economico: le banche centrali e in certe condizioni anche le banche commerciali agendo da sole possono creare uno squilibrio tra domanda e offerta di credito che può portare ad investimenti insostenibili e quindi, una volta finito lo stimolo monetario, alla recessione; l'alternativa alla recessione è perpetuare lo stimolo monetario e allontanare sempre di più il sistema dalle sue tendenze di equilibrio, fino eventualmente all'iperinflazione;
  • Metodologia: molti concetti economici si possono derivare da puro ragionamento (si pensi all'effetto di sostituzione), mentre è estremamente raro se non impossibile che una teoria economica venga confutata dai fatti, non essendo le teorie economiche molto precise nelle previsioni, trattando di uomini e non di elettroni; d'altra parte, la teoria economica da sola non basta a capire e giudicare la realtà, e l'analisi storica (diciamo sperimentale) è necessaria, anche se mai conclusiva, e complementare a quella teorica;
  • Teoria del conflitto sociale: vivere in società conviene a tutti, soprattutto nel lungo termine, e conviene particolarmente nel caso di relazioni di mercato; eliminare le limitazioni al mercato massimizza i benefici (ricardiani) della cooperazione e massimizza i costi del conflitto; occorre anche che le idee dominanti nella società sottolineino questi fattori perché le persone non reagiscono ai fatti ma alle interpretazioni (fatti mediati tramite idee); la politica tende invece a fomentare il conflitto, riducendo i margini di scambio mutuamente benefico.
Stiamo parlando di cose dette negli anni '20 e '30. Il fatto che siano ancora sia misconosciute che attuali è straordinario. Molte di queste teorie si sono evolute e possono ancora evolversi, anche se il potenziale non è secondo me stato sfruttato appieno dai discepoli di Mises. Le principali limitazioni del pensiero misesiano sono:
  • Non c'è un'analisi del concetto di giuridico, mancanza che rende l'analisi politica di Mises incompleta: per questo occorre fare riferimento a Bruno Leoni come complemento;
  • Non c'è un'analisi del conflitto politico nel breve termine, cosa che semplifica un po' troppo i problemi della convivenza sociale, fermo restando che la società è vantaggiosa per tutti nel lungo termine in termini di benessere materiale: per questo non è stato fatto nulla, e occorre riflettere attentamente sulle teorie delle relazioni internazionali e forse alcune teorie economiche come il neoistituzionalismo e la game theory;
  • Manca una teoria dello stato, in quanto Mises è concettualmente westfaliano: per questo occorre vedere Rothbard ;
  • Il trattamento dell'irrazionale è insufficiente, in quanto la follia è un motore storico importante,  e basti pensare all'integralismo: per questo occorre vedere Glucksmann (o Hoffer...)
  • Per il resto gli unici sviluppi di qualità della teoria misesiana sono stati opera di Hayek, nei campi della teoria monetaria, bancaria, del capitale, dell'ordine sociale, dell'evoluzionismo e del calcolo economico.
Continuo a dire che Mises è il più grande pensatore del XX secolo ed l'averlo dimenticato (o mediato tramite un classico come Hayek, che come tutti i classici tutti citano e nessuno legge) è un problema sia per la teoria economica sia per quella politica.

Buon compleanno!
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categoria:liberalismo, economia austriaca
lunedì, 21 settembre 2009
Un economista (o un informatico?) di nome Axtell ha pubblicato nel 2005 un interessante paper in cui sostanzialmente dice che Mises e Hayek avevano ragione, per quanto riguarda la loro visione del processo di mercato, e Arrow e Debreu torto*. La cosa simpatica, e che avrebbe fatto perdere tutti i capelli a Mises e metà della capigliatura anche ad Hayek, è che la dimostrazione è matematica.

Più precisamente, si utilizzano gli strumenti dell'informatica teorica, più in particolare quelli di teoria della computazione e della complessità algoritmica. In sostanza, la teoria della computazione ci dice quanti calcoli servono per svolgere un'operazione, e soprattutto come la complessità scala con la dimensione dello spazio in cui l'operazione è svolta.

Sembra complicato, e infatti lo è, ma l'idea di base è semplice: se per fare una moltiplicazione tra due numeri a due cifre servono quattro moltiplicazioni elementari (a una cifra), e per farlo a dieci cifre ne servono cento, allora la moltiplicazione ha complessità (perlomeno il mio algoritmo) quadratica, perché se le cifre raddoppiano il numero di operazioni quadruplica.

I problemi più semplici sono quelli logaritmici (credo), come cercare un punto in un segmento. I problemi più complicati sono quelli esponenziali, che raddoppiano di complessità ogni volta che si aggiunge una cifra (questa definizione fa schifo, però sappiate che gli esponenziali crescono più rapidamente dei polinomi, di qualsiasi grado essi siano).

Axtell ha preso in considerazione due specificazioni di un'economia di puro scambio (Senza produzione) con N beni e A individui, e ha dimostrato che l'equilibrio walrasiano ha complessità esponenziale, e quando va bene quartica (se raddoppia la dimensione, le operazioni diventano 2^4 volte di più, cioè 16) in casi particolari; mentre un'economia che funziona su un processo decentralizzato di scambio in cui sono gli agenti che cercano altri agenti con cui scambiare ha complessità quadratica nel numero dei beni e nel numero di agenti (in casi particolari è lineare nel numero di agenti). Questo significa che il banditore walrasiano deve risolvere un problema che è quasi sempre esponenziale, e quindi una volta arrivato a dieci agenti e dieci beni esplode: la visione walrasiana dell'equilibrio è quindi assolutamente impossibile.

Un processo di scambio decentralizzato è invece abbastanza semplice sul piano computazionale ed è possibile ad esempio simulare al computer processi di mercati semplificati con migliaia di agenti e di beni. Nulla ovviamente che abbia a che fare con la complessità del mercato, ma tanto mica bisogna simularlo al computer.

Gli equilibri decentralizzati non sono walrasiani. Qui a dir la verità vado in un campo a me poco noto perché la teoria positiva dell'equilibrio walrasiano mi è ostica, se non altro perché tremendamente noiosa. In ogni caso, mi sembra che la differenza più significativa è che in un equilibrio walrasiano la ricchezza degli individui non cambia (perché gli scambi avvengono in condizione di uguaglianza dei valori marginali), mentre in un'economia a scambi decentrati ogni transazione al di fuori dall'equilibrio modifica la distribuzione dei redditi e quindi l'equilibrio finale (path dependency). Mi sembra una cosa del tutto ovvia, nel mondo reale, che la ricchezza di una persona non sia nota a t=0 e costante ma determinata anche da quanto sia bravo con gli scambi (imprenditorialità).

Ci sono altre differenze, come la stabilità (l'equilibrio decentrato è sempre stabile) e qualche somiglianza (la definizione di equilibrio è ovviamente sempre Pareto-ottimale, ed esistono teoremi analoghi ai due teoremi fondamentali dell'equilibrio walrasiano).

A questo punto non so se la letteratura in question è nel frattempo andata avanti, ma, finora ho capito che:
  • Path dependency, efficienza computazionale dei processi decentrati, una qualche forma di profitto/perdita imprenditoriale sono temi che Mises e Hayek già analizzavano negli anni '20 e '30.
  • Non ho visto finora un'analisi della produzione, che secondo me farebbe schizzare la complessità del problema enormemente verso l'alto; inoltre continuo a ritenere che un'economia in cui le novità arrivano a ritmo sostenuto e che richiede tempo per andare in equilibrio de facto non andrà mai in equilibrio: teoremi sulle proprietà dello stato finale hanno quindi scarso contenuto empirico, a meno di non fare ex post fitting, ma quella non è scienza ma computer graphics. Qui secondo me si deve fare un passo in più e tornare alla distinzione misesiana tra teoria e storia: il fatto che studi le proprietà dell'economia con una simulazione è slegato dalla vera dinamica di un mercato realmente esistente, e quindi la relazione tra teoria e validazione empirica è estremamente problematica.
  • Continuano alcuni temi tipici dell'economia neoclassica come Pareto-ottimalità (che varrà pure all'equilibrio ma mi sembra irrilevante in pratica), teoremi di efficienza, eccetera.
La mia impressione è che c'è la possibilità che la matematica si sviluppi in modo tale da rimettere al centro dell'analisi economica le tesi di Mises ed Hayek. Nel qual caso l'economia austriaca tornerebbe nel mainstream e finalmente sparirebbe per assorbimento. Esattamente come dicevano quei due, questo assorbimento non sta avvenendo all'interno del framework neoclassico, ma inglobando temi austriaci.
* Fondatori dell'analisi dell'equilibrio generale walrasiano.
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categoria:economia, economia austriaca
lunedì, 14 settembre 2009
La Foundation for Economics Education ha messo online una serie di video sulle teorie economiche della Scuola austriaca. Nonostante lo strano accento delle persone coinvolte l'audio è buono e ben comprensibile, anche se alcune domande del pubblico si sentono a mala pena per via della mancata amplificazione.

Io ho visto per intero solo il primo, "Austrian economics today" di Steven Horwitz, e lo trovo interessante, e soprattutto assolutamente non settario. Ora pian piano mi vedrò gli altri, accessibili dalla colonna accanto al video. Il video, in ogni caso, non dice nulla di teoria economica, visto che l'argomento è, diciamo, la sociologia della Scuola austriaca odierna.

Fondamentalmente mi sento di confermare, forse un po' troppo in anticipo, la mia impressione che la VAS (Virginia Austrian School) è più aperta, accademicamente credibile e potenzialmente quindi anche innovativa della AAS (Alabama AS). D'altra parte, rimango convinto che ci sono aspetti dell'ortodossia che vanno ancora rivalutati e quindi vedrò nei prossimi video come verranno affrontati.
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categoria:economia austriaca
mercoledì, 09 settembre 2009
Oggi ho letto un paper di Axtell sulle nuove teorie economiche dei modelli ad agenti. Axtell credo sia il più importante tra gli economisti che si occupano della materia, e quindi può essere considerato un'autorità a riguardo. Il paper era stato pubblicato sulla Review of Austrian Economics e riguardava il rapporto tra la vecchia economia dell'equilibrio generale e la "nuova economia" che possiamo chiamare "cibernetica".

Non conosco la disciplina, ma l'idea che mi sono fatto è che di colpo le idee di Mises degli anni '30 e di Hayek degli anni '40 (citano tutti solo Hayek, per via del Nobel, dimenticando o ignorando che il contributo fondamentale sul calcolo economico fu di Mises e risale al 1919) potrebbero essere considerate all'avanguardia nella ricerca economica.

In cosa consiste il nuovo approccio? Fondamentalmente, si fa a meno dell'equilibrio e si punta sul processo dinamico, si introducono agenti eterogenei (anziché l'agente rappresentativo della macroeconomia), si presta attenzione ai processi e alle limitazioni cognitivi/creativi, verrebbe da dire imprenditoriali, (in maniera computeristica, ovviamente, ma sempre meglio dello homo oeconomicus neoclassico), si modificano e si aggiornano i concetti di efficienza (che stranamente non vengono buttati al cesso), poi ci sono delle discussioni (che non ho capito granché) sul costo computazionale delle soluzioni globali vs locali (cioè, di calcolare l'equilibrio ottimo globale anziché risolvere mini-problemi di coordinazione imprenditoriale).

Insomma, Mises e Hayek rischiano di tornare di moda, visto che la teoria economica si sta dividendo in decine di scuole che partono da assunti diversi, e la teoria neoclassica standard, il cui rappresentante più puro è forse la teoria del ciclo reale, è solo una delle tante. Ci sono l'economia comportamentale, quella neurale, quella computazionale/cibernetica, eccetera.

La critica esterna a queste nuove forme di economia è credo abbastanza prevedibile per un austriaco: gli esseri umani non sono reti neurali e quindi le predizioni sono deboli, probabilmente inservibili, anche se forse è possibile capire molto dei processi economici con questa approssimazione; il problema di comunicazione e anche di creazione dell'informazione risolto dal problema dei prezzi implica una modifica del modo di vedere la realtà economica, in quanto nessuno, neanche l'economista, conosce i dettagli del processo di mercato, e quindi nessuno, neanche l'economista, è in grado di giudicare, in genere neanche a posteriori, come funziona l'economia. Ma si tratta, credo, di dettagli secondari di cui tutti più o meno sono coscienti.

La critica interna, invece, alla Scuola austriaca odierna è altrettanto prevedibile. Ormai gli austriaci sono divisi in due campi, che chiamerò "Alabama" (sede del Mises Institute) e "Virginia" (sede della George Mason University). Gli austriaci dell'Alabama sono poco innovativi, tendono a comportarsi da setta e sono chiusi verso il mondo esterno: non riusciranno quindi mai a riportare Mises e Hayek al centro dell'attenzione. Gli austriaci della Virginia sono accademicamente ben piazzati, sono molto aperti all'innovazione, ma anche in questo caso ho dubbi sull'innovatività delle loro ricerche, e a ciò si somma il problema di aver perso per strada alcuni pezzi importanti della vecchia Scuola austriaca, come la teoria del capitale e della produzione, che nelle teorie della Virginia ha un ruolo marginale. Insomma, è probabile che gli economisti cominceranno a studiare temi e a giungere a conclusioni misesiani senza conoscere Mises, e interpreteranno Hayek in chiave quasi puramente neoclassica, e quindi poco ricca, pur essendo coscienti di avere un debito intellettuale. Eventuali altri temi austriaci importanti (come la teoria del capitale) rimarranno invece nel cassetto. Mai visto tanto masochismo intellettuale.

Bibliografia

R. Axtell, "What economic agents do: How cognition and interaction lead to emergence and complexity"

R. Koppl, "Austrian economics on the cutting edge"
postato da: Libertarian alle ore 10:21 | Permalink | commenti (4)
categoria:economia, economia austriaca