venerdì, 11 luglio 2008

7.      La crescita sostenibile è dovuta ai risparmi

Se risparmio e investo le risorse così liberate per incrementare i capitali, cresco. Lasciamo perdere le stupidaggini del modello di Solow: la crescita è anche investimenti in R&D, e lo sviluppo del mercato ha ritorni crescenti. Ma rimane che il risparmio è l’unico vero motore “economico” della crescita: nessuna idea scientifica o ingegneristica può provocare crescita se non si hanno i risparmi per metterla in pratica. Lo stesso non si può dire della crescita basata sull’inflazione monetaria…

La crescita sostenibile è l'impiego di risparmi per espandere la dotazione di capitale, introdurre nuove tecnologie, ampliare gli impianti... il tutto in maniera coordinata (è inutile spendere tutti i capitali per costruire un bullone e dimenticarsi di costruire una vite). Coordinata significa che si devono rispettare i vincoli di complementarità tra i vari mezzi di produzione, e che i beni necessari per completare la produzione siano disponibili quando servono. La coordinazione più importante è quella temporale, e si può quindi dire che i risparmi devono esserci quando le scelte di investimento li richiedono.

8.      Il sistema bancario a riserva frazionale è instabile

Senza banche centrali, le banche commerciali odierne morirebbero come mosche: la ragione è la riserva frazionale. Le banche sono per definizione imprese fallite: hanno passività a vista e attività a termine… quindi, non appena i clienti chiedono più moneta di quanto preventivato, o le imprese restituiscono meno fondi di quanto promesso, le banche devono necessariamente andare in bancarotta. L’unica risposta possibile a questo problema, in regime di riserva frazionale, è che lo stato presti alle banche le banconote necessarie a far quadrare i conti.

Quindi, il continuo intervento statale è necessario per garantire la sopravvivenza delle banche, per come sono organizzate allo stato attuale. Probabilmente banche con riserve frazionali del 70% o del 100% non avrebbero questo problema, ma stiamo probabilmente sul 2%... la fragilità è evidente. Un cluster di fallimenti sui crediti erogati dalle banche alle aziende può far crollare tutto.

Se una banca fallisce, l’intero sistema rischia di collassare. Questo implica che il sistema attuale è radicalmente fragile: le banche centrali sembrano essere la cura. Purtroppo sono anche la causa della malattia: senza il continuo interventismo monetario non sarebbe possibile immaginare un sistema bancario siffatto, perché tali banche sarebbero fallite già da tempo. Il cuore dell’economia inflazionistica è quindi la banca centrale, che consente l’espansione scriteriata dell’offerta di moneta, col fine di manipolare i tassi di interesse.

Qui c'è molto da approfondire: pare che nella recente crisi subprime le passività non erano a vista, ma a breve termine (pochi mesi). In questo caso il duration mismatch, pur enorme, comunque non era "infinito", e quindi in teoria anche senza moltiplicatore monetario è possibile che ciò avvenga sul mercato. Rimane da vedere se senza le politiche della Fed sarebbe stato possibile un livello di cartolarizzazioni e di estensione di credito a questi livelli: probabilmente no. Ma, appunto, è da pensarci su.

9.      Per fare una bolla serve liquidità, in genere

Una bolla richiede moneta: bisogna scambiare asset a prezzi sempre crescenti, e spesso con volumi di transazione elevati. Senza un creatore seriale di bolle come Greenspan, sarebbe possibile comunque avere bolle, ma sarebbe difficile: bisognerebbe ridurre la spesa monetaria in altri mercati, o aumentare la velocità di circolazione della moneta, o avere aumento dei prezzi con contemporanea riduzione del volume delle transazioni… improbabile. Se le bolle durano, è perché hanno un garante: se nascono e si espandono, è perché c’è chi fornisce la materia prima finanziaria.

Questo dal punto di vista dei pagamenti, che è un aspetto puramente tecnico. Ma per quanto visto prima, le bolle sono facilitate dall'effetto Wicksell, che fa rivalutare gli asset finanziari e tutti i beni interest-sensitive.

10.      Liquidità e solvibilità sono legate tra loro

La solvibilità è la capacità di un agente di pagare i propri debiti liquidando i propri asset; la liquidità è la capacità di pagare i debiti in scadenza immediatamente. Ovviamente, chi è insolvente è anche illiquido, ma è possibile che un agente abbia problemi a pagare in tempo i propri debiti, anche se, posticipandoli, riuscirebbe a risolvere il problema.

L’espansione monetaria può trasformare istituzioni bancarie insolventi in istituzioni solvibili, creando liquidità: ciò rende difficile tracciare una netta linea di demarcazione tra i due concetti. Il motivo è l’effetto Wicksell: la creazione di credito migliora le condizioni delle banche, drenando risorse dal resto della società verso le banche (e le aziende che investono per prime, e lo stato, eccetera). Di conseguenza, se si fornisce sufficiente liquidità, si può fare in modo di fornire a queste istituzioni sufficiente credito da risolvere un problema di insolvibilità. Di fatto, è un salvataggio obbligatorio, a spese dell’utilizzatore di moneta. Lo stesso vale per le aziende che hanno problemi a completare gli investimenti.

Inoltre c’è un problema di calcolo economico: la singola impresa o banca può essere giudicata solvibile dato il market price dei propri asset e delle proprie passività: di fatto quindi il mercato assiste la società di auditing fornendole dati sul valore di quello che sta in cassaforte. Lo stesso non accade quando si analizza la solvibilità dell’intero sistema economico: se i prezzi sono distorti, fuor d’equilibrio, come nel caso dell’inflazionomia, dove il valore dei beni capitali non dipende dai fondamentali (la preferenza per il risparmio) ma dall’arbitraria scelta delle banche centrali, non sono una guida affidabile. Il mercato paga la manipolazione dell’interesse sotto forma di distorsione informativa intrinseca al sistema dei prezzi…

Il sistema economico in un’economia inflazionistica è sempre strutturalmente insolvente, ma grazie alla politica monetaria è possibile togliere agli utilizzatori di moneta le risorse necessarie ad evitare fallimenti a catena.

11.      L’inflation targeting è un pericolo per la stabilità economica

La mia impressione è che non esista una teoria “ortodossa” di come l’economia sia influenzata dalla moneta, se non per qualche banalità sui prezzi rigidi. Quindi gli economisti non sanno se l’economia è strutturalmente distorta dall’inflazione o meno; e non sanno se la moneta ha effetti di lungo termine. Eppure un po’ di questi effetti li vediamo: negli USA, ad esempio, abbiamo tanti debiti e pochi risparmi (cosa spiegabile con un po’ di effetto sostituzione, ma solo ipotizzando che esista un effetto Wicksell reale, altrimenti non ci sarebbe nessuna necessità di sostituire).

In mancanza di una teoria, gli apprendisti stregoni della politica monetaria hanno creato un sistema economico basato sull’inflazione, e che non può reggersi senza inflazione continua.

L’inflation targeting è uno dei pericoli pubblici del XXI secolo, a fare il paio con la stabilizzazione fisheriana del potere d’acquisto negli anni ’20. L’idea è che inflazione costante, e nota a priori, sia innocua, o anzi utile per la stabilità economica. Ma supponiamo che la storia che ho raccontato finora sia corretta, e che la crescita basata sull’inflazione sia in realtà insostenibile. Se questo è vero, allora l’inflation targeting genererà cicli economici: se l’economia sta in equilibrio intertemporale, e c’è uno shock di produttività positivo, la banca centrale creerà moneta per compensare l’effetto sul livello dei prezzi di questo shock, e farà uscire l’economia dall’equilibrio intertemporale. Fisher diceva che l’economia negli anni ’20 non aveva nulla che non andava perché i prezzi erano stabili. Poi è arrivato il diluvio.

12.      La crescita inflazionistica non è vera crescita

Sulla carta, sembrerebbe che la crescita inflazionistica sia vera crescita: sottrae risorse ai consumatori e le dà agli investitori, quindi di fatto comprimendo i consumi e accelerando l’accumulazione di capitale. Non ottimizza l’utilità dei risparmiatori (altrimenti non ci sarebbe bisogno di derubarli), ma genera comunque crescita.

C’è un evidente problema: non è vero che nel boom i consumi calano, tanto che è la propensione al risparmio a calare. Con consumi e investimenti che crescono assieme, c’è qualcosa che non va: sembrerebbero esserci dei pasti gratis. Ciò è incompatibile con la teoria economia standard, e fondamentalmente contrario al buonsenso: e infatti è falso.

Un altro problema, meno evidente, è che le aziende hanno continuamente bisogno di nuova moneta per continuare ad investire… quindi la crescita economica inflazionistica genera una sorta di credito-dipendenza, di cui la recessione è la crisi d’astinenza. In poche parole, le risorse investite grazie all’inflazione saranno consumate non appena l’effetto Wicksell si esaurisce: quindi si pone la scelta di lasciare o raddoppiare, e le banche centrali normalmente raddoppiano. Se qualcosa si inceppa, si va in stagflazione. Se si inceppa tanto, in iperinflazione.

Mi sembra molto più realistico affermare che l’inflazione produce uno squilibrio negli investimenti: le risorse liberate per aumentare i consumi, e l’euforia degli investimenti, sono l’effetto di questo squilibrio. Se non esistono pasti gratis, qualcuno dovrà pagare il conto: i fondi per pagarlo vengono dalla struttura del capitale. Supponiamo infatti che si investa troppo poco in infrastrutture con un tempo di vita di 10 anni: le risorse risparmiate, evitando di mettere da parte i fondi per reinvestire in queste infrastrutture quando sarà necessario, potranno aumentare i consumi; l’aumento dei prezzi dei beni capitali e degli asset finanziari può far dimenticare questo dettagli; è soltanto dopo 10 anni che ci si accorgerà che manca un pezzo importante della struttura produttiva: la crescita inflazionistica è quindi strutturalmente mal diretta. Prima o poi incorrerà in bottlenecks, e l’unico modo per uscirne sarà comprimere i consumi, per completare gli investimenti: e a questo punto parlare di boom saprebbe di cattivo gusto: probabilmente il "boom" post crisi e-economy è stato di questo tipo... è stato un non-boom che è sfociato nella crisi subprime e in livelli mostruosi di indebitamento. E ancora stiamo al punto di partenza, con solo più debiti, più consumi (anzichè i salutari risparmi), una moneta meno credibile (almeno il dollaro), e 5 anni di distorsioni sul mercato finanziario e quindi sull'allocazione degli investimenti.

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categoria:economia, economia austriaca
giovedì, 10 luglio 2008

Combinando un po’ di pezzi

E’ giunta l’ora di mettere assieme un po’ di pezzi sparsi. Tutti, tranne i punto 10, 11 e 12, ancora da pubblicare, mi sembrano ovvi, per non dire banali. Questi richiedono infatti un po’ di economia austriaca, mentre gli altri fondamentalmente possono essere compresi senza troppi riferimenti alle teorie di Mises e soci. Anche il punto 4 è forse un po’ austriaco, ma in realtà si tratta dell’effetto Wicksell sugli interessi (Wicksell scrisse le sue opere basandosi sul lavoro di Boehm-Bawerk), che mi sembra del tutto ovvio.

1.      L’inflazione è un fenomeno monetario

Il prezzo di una merce è la quantità di moneta che serve per comprarla. L’aumento della quantità di moneta a parità di merci da comprare tende a far aumentare i prezzi. La cosa è resa meno che automatica da una serie di fattori, che vedremo dopo, ma in prima approssimazione è vera.

Se sapete questo, potete smettere di stupirvi del fatto che i prezzi stiano aumentando: la quantità di moneta aumenta in continuazione, anche in euro. La vera domanda è perché i prezzi aumentano così poco: il tasso di espansione dell’offerta di moneta è maggiore del tasso di crescita economica reale e del tasso di inflazione. Una spiegazione sono che le bolle spesso non vanno nel paniere Istat: azioni e case possono aumentare di prezzo senza influenzare il costo della spesa; un'altra è che gli investimenti, stimolati dalla politica monetaria, richiedono moneta, che però non viene spesa in beni di consumo, ma in beni da investimento, appunto.

2.      L’inflazione dei prezzi non è omogenea né istantanea

Il motivo della stranezza del punto 1 è che l’inflazione dei prezzi non è un fenomeno omogeneo: la politica monetaria influenza i prezzi relativi. La moneta infatti viene iniettata nel sistema economico attraverso i prestiti delle banche commerciali, e quindi entra sotto forma di credito, e viene spesa inizialmente per investimenti. Soltanto successivamente la moneta iniettata verrà spesa anche per i beni di consumo: per questo motivo, l’inflazione dei prezzi sarà quasi sempre in ritardo rispetto all’inflazione monetaria. Il quasi è legato al fatto che ci può essere un'inflazione "speculativa" legata alla riduzione della domanda di moneta in relazione ad aspettative di svalutazioni future della moneta: è la meccanica dell'iperinflazione, e al momento non è il nostro caso.

Per motivi che vedremo meglio in seguito, i beni capitali, e in genere quindi anche le materie prime, oltre ai valori degli asset finanziari, aumentano di prezzo prima dei beni di consumo; e i prezzi delle case prima degli affitti delle case stesse.

3.      L’espansione monetaria agisce sull’interesse

Il canale di trasmissione dalla politica monetaria all’economia reale di cui ci occupiamo è l’effetto Wicksell, un caso particolare dell’effetto Cantillon.

Chi stampa moneta genera inflazione: ma siccome l’inflazione è un processo sequenziale, chi spende moneta per primo comprerà più merci, mentre chi spenderà la moneta per ultimo ne potrà comprare di meno: questo è il modo in cui i falsari guadagnano soldi, e, tra l’altro, è anche l’origine del signoraggio dello stato (almeno quello originario, quello moderno è più complicato). Questo effetto redistributivo legato ai ritardi nell’aggiustamento dei prezzi si chiama effetto Cantillon.

Quando l’effetto Cantillon agisce trasferendo risorse dai consumatori agli investitori, si parla di effetto Wicksell. Questo effetto è legato al fatto che l’iniezione di moneta avviene nel mercato del credito, e quindi questa viene prima spesa per gli investimenti, e soltanto successivamente per i consumi. Questo trasferimento fa sì che gli investimenti possano aumentare, come se i risparmi disponibili fossero di più: il che equivale ad un abbassamento del tasso di interesse.

Se il tasso di interesse si abbassa, i beni di produzione sensibili all’interesse si apprezzeranno rispetto agli altri. Così, i beni capitali si rivaluteranno rispetto ai beni di consumo, e i titoli finanziari si apprezzeranno con loro. Le case sono sicuramente un bene sensibile all’interesse: un flusso di affitti di 10,000€ l’anno con tasso di interesse al 5% vale 200,000€, mentre al 3% vale 330,000€.

4.      La politica monetaria genera disequilibrio intertemporale

In condizioni normali, senza effetto Wicksell, si investe ciò che si è risparmiato: si impiegano risorse non consumate per mantenere o accrescere la struttura del capitale. La politica monetaria rende impossibile questo equilibrio: togliendo risorse ai consumatori, aumenta fittiziamente i risparmi, e quindi gli investimenti. Ma queste risorse non sono tolte ai consumatori una volta per tutte, ma solo finché dura l’effetto Wicksell: quindi per mantenere una struttura produttiva insostenibile non basta un’iniezione di credito una tantum, ma occorre premere l’acceleratore sull’offerta di moneta per sempre, allontanando sempre di più l’equilibrio tra risparmi e investimenti.

Di fatto, si sostituisce alla libera scelta dei risparmiatori la decisione arbitraria delle autorità monetarie.

5.      L’interventismo monetario provoca aspettative inflazionistiche

Per risolvere la crisi subprime, le banche centrali hanno iniettato tonnellate di liquidità nel sistema economico, per sfruttare l’effetto Wicksell e far riprendere l’economia. La cosa non è servita a molto, però ha provocato inflazione. Su questo punto mi hanno recentemente ripreso: in realtà la BCE non ha iniettato liquidità, ma concesso crediti di medio termine sul mercato monetario indebitandosi sul mercato overnight (debiti a un giorno), quindi di fatto accollandosi tutto il rischio di liquidità delle banche europee e trasformando crediti di 24h in crediti di una settimana, un mese, o un semestre: poco cambia. La BCE ha fornito credito alle istituzioni bancarie, in ogni caso.

Aspettative inflazionistiche derivano da due cose: la prima è che se la politica monetaria non è efficace, ci saranno meno beni da comprare. Ma l’aspetto fondamentale è che le banche centrali hanno di fatto mostrato che faranno di tutto per “salvare” l’economia, e quindi continueranno a stampare soldi finché la situazione non si normalizza, cosa che potrebbe richiedere ancora molti anni, e necessariamente passerà per una recessione. Più probabilmente, le politiche monetarie continueranno ad essere espansive, quindi ci sarà inflazione. E l’efficacia della politica monetaria è al momento molto ridotta, quindi ci sarà stagflazione.

6.      L’interventismo monetario provoca moral hazard

Se le banche vengono sempre salvate dall’intervento monetario delle banche centrali, se le aziende possono indebitarsi confidando che ogni problema sistemico verrà affrontato a spese della collettività (generando inflazione), se i privati sanno che possono indebitarsi perché tanto i loro mutui diventeranno a lunghezza variabile o saranno scontati… si incentivano comportamenti irresponsabili.

Questo si chiama moral hazard: un aumento del rischio sistemico legato alla diffusa, e giustificata, percezione che il rischio non è un costo, tranne quando si è troppo piccoli, o troppo pochi, per attirare l’attenzione delle banche centrali. Il sistema diventa così fragile, le azioni imprenditoriali irresponsabili, e la varianza impazzisce.
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categoria:economia, economia austriaca
mercoledì, 09 luglio 2008
Lo stato attuale

L’economia odierna si trova ora in uno stato di stagnazione inflazionistica (stagflazione), e negli ultimi anni è passata da una bolla all’altra: prima le azioni del settore hi-tech, poi il settore immobiliare, poi le materie prime (tutte, non solo il petrolio e il grano: oro, argento, rame…).

Come se non bastasse, i sistemi bancario e finanziario mostrano una grave fragilità sistemica, come si è visto con la crisi sub-prime nel 2007, tanto che si può dire che tali istituzioni non potrebbero sopravvivere senza i continui interventi delle banche centrali. Interventi che, però, si sono rivelati già da diversi anni del tutto inadeguati per fare uscire l’economia dalla stagnazione, e hanno provocato soprattutto inflazione e bolle speculative.

Uno dei problemi maggiori è che il dibattito su un tema estremamente complesso come questo è guidato da persone che spesso non hanno interesse, e in genere neanche la capacità, di produrre buone analisi, come i politici e i giornalisti. Idem, ovviamente, per me.

Un problema altrettanto importante è che non c’è quasi nulla nella teoria economica contemporanea che ci dica qualcosa di utile su ciò che sta accadendo. In questo articolo metto assieme un po’ di banali affermazioni di teoria economica, grazie alle quali qualcosa degli eventi degli ultimi anni potrebbe diventare più chiaro. La mia intenzione è di evitare i temi più specificamente austriaci e limitarmi a ciò che è palesemente ovvio.

Miseria della macroeconomia

Comprendere i fenomeni degli ultimi è complicato, e la mia impressione è che non ci sia granché nei libri di testo di economia che permetta di spiegare questi fenomeni: leggere un manuale di macroeconomia e leggere giornali come l’Economist sembrano due attività abbastanza scollegate tra loro.

In fisica, se le equazioni del campo elettromagnetico (le equazioni di Maxwell) fossero inadeguate a spiegare il funzionamento delle antenne dei cellulari, ci si renderebbe subito conto del problema: non così in economia, perché il mondo economico è troppo complesso: non sono possibili esperimenti, ogni evento può avere una molteplicità di cause, non esistono relazioni quantitative stabili, la maggior parte delle informazioni rilevanti è ignota. Di “spiegazioni” ce ne sono sempre troppe: ognuno ha le sue, e non esiste in genere alcun experimentum crucis in grado di eliminare quelle sbagliate.

La teoria macroeconomica è costantemente e coerentemente in ritardo sugli eventi: ogni nuova crisi economica provoca una rivoluzione del pensiero economico. La crisi del ’29 fece notare che le vecchie analisi di lungo periodo dei “classici” non erano soddisfacenti per spiegare alcuni importanti fenomeni economici: shockati dall’esperienza, gli economisti decisero di buttare a mare l’intera teoria economica e adottare le indifendibili teorie di Keynes (nel dopoguerra cercarono di recuperare qualcosa dalle macerie, con la “sintesi neoclassica”). La crisi del ’73 distrusse le certezze keynesiane, aprendo le porte al monetarismo e alle rational expectations. La crisi odierna dovrebbe mostrare la totale inutilità delle teorie del real business cycle, ma anche l’inadeguatezza del paradigma dominante, quello neo-keynesiano, che, nonostante il nome, non ha molto di keynesiano, a parte l’introduzione di qualche frizione nel modello neoclassico: è una razionalizzazione ex post delle politiche economiche keynesiane, ma senza elementi teorici keynesiani, che del resto avrebbero reso totalmente indifendibile il tutto.

Non so cosa succederà in futuro, ma l’alternativa austriaca era già disponibile nel ’29, nel ’73, e ora: più o meno uguale, visto che di evoluzione, purtroppo, se n’è vista poca, anche per alcuni problemi di sociologia della scienza interna alla Scuola, da decenni troppo interessata a temi politici e ideologici e all’ortodossia dottrinale. Probabilmente un'ottima idea è partire dagli studi del più interessante austriaco vivente, lo spagnolo Huerta de Soto, e il suo monografico "Money, bank credit and economic cycles". In ogni caso, nel prossimo articolo farò molto di meno... quello che dirò probabilmente può essere condiviso anche senza accettare (perlomeno in toto) le teorie austriache.

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categoria:economia, economia austriaca
giovedì, 12 giugno 2008
Articolo di Repubblica sul senso del possesso, che termina con:

"Questi risultati, chiarisce Knutson, indicano che l'effetto dotazione è legato più alla paura della perdita di un oggetto caro che non ad una particolare attrazione per le proprie cose. Una scoperta che aiuta a comprendere meglio, con l'aiuto delle neuroscienze, "importanti fenomeni che, alla luce delle teorie economiche tradizionali, risultano incomprensibili", conclude lo scienziato."

Fermo restando che quanto detto nel testo è banalmente corretto, forse un po' di prospettiva è d'obbligo.

Adam Smith e gli Illuministi Scozzesi, tanto apprezzati da Hayek e Menger, pensavano all'economia come un sistema di coordinazione, ed erano molto interessati di come l'interesse personale del fornaio e del macellaio, per citare l'esempio di Smith, si armonizzasse così bene con l'interesse dei loro clienti.

Estendendo il ragionamento alla società in generale, si può fare la seguente riflessione: l'economia è una sorta di sociologia delle società aperte, basate su relazioni anonime, e sulla divisione del lavoro, anzichè sui rapporti face-to-face tipici dell'ambiente familiare e delle società primitive.

Da questo punto di vista, è assolutamente naturale che l'economia punti su un tipo di relazioni umane con caratteristiche "ad hoc" per la società aperta: la legge della domanda e dell'offerta astrae dall'identità dei compratori e dei venditori, il comportamento individuale è supposto egoistico, eccetera.

Puntare troppo su queste ipotesi è antropologicamente irrealistico, e su questo punto l'articolo di Repubblica ha ragione. Il dubbio è: c'è qualcuno che veramente ci punta troppo? C'è qualcuno in economia che prende alla lettera queste ipotesi? Si tratta di assunzioni psicologiche che semplificano l'analisi.

Si pensi a questo aspetto: se un assetto istituzionale funziona senza postulare "altruismo", allora può essere adatto ad una "sistema umano" (mi sa che era il titolo di un libro di antropologia di mio fratello) con le caratteristiche sociologiche di una società aperta. Se richiede altruismo e impegno individuale, l'assetto funzionerà soltanto a livello di familiari, di amici, o di movimenti di massa all'apice del rincoglionimento ideologico, cioè "fondamentalisti": sarà del tutto inutile per la società aperta. Chiunque abbia provato a fare un movimento politico partendo da materiale umano liberale, e quindi privo di tendenze "di massa", sa cosa intendo.

Insomma: assodato che le ipotesi della teoria economica non vanno prese troppo sul serio, salvo alcunei assiomi fondamentali piuttosto privi di contenuto (direi "formali", se non fosse che è sinonimo di "matematici", che non è ciò che intendo*), non c'è nulla di rivoluzionario o di innovativo nel pensare che a volte il valore soggettivo, tanto sottolineato dagli austriaci, è fondamentale; o che qualsiasi individuo di una società avanzata è una disperazione per i fautori della teoria dei giochi (teoria di cui non ho ancora compreso l'utilità, oscillando tra banale e assurdo), come mostrato dagli ultimatum game+.

Di certo, un approccio antropologicamente più ricco, come quello austriaco, evita fondamentalismi "homo-oeconomici", il punto è se questi fondamentalismi esistano seriamente (se evitasse altri tipi di fondamentalismo sarebbe ancora meglio). La cosa interessante è che il vasto movimento di rivoluzionari economici, come gli economisti non-autistici, i misuratori di felicità, gli economisti termodinamici, quelli caotici e quelli neurali, non hanno nulla con cui sostituire l'edificio teorico dell'economia standard (classica, neoclassica o austriaca che sia, in questo caso le differenze sono irrilevanti, homines oeconomici permettendo).



* Faccio prima a dire cosa intendo, a questo punto. Gli assiomi di base dell'azione umana, nel senso di Mises e non della teoria neoclassica del valore (Debreu), sono ovvi e inconfutabili. Ma sono anche del tutto privi di contenuto: dire che se preferisco A a B sceglierò A è ovvio, ma senza informazioni sulle preferenze (cosa sono A e B?), operativamente non posso affermare nulla sul comportamento di un essere umano specifico. La teoria di Mises è uno schema mentale di interpretazione delle relazioni tra individui, ma l'applicazione pratica richiede ipotesi psicologiche o tecnologiche, o prese da altre scienze sociali, o materiale empirico, che non sono certamente "vere a priori".

+ La necessità da parte dell'economia standard di introdurre (di "inquinare") la teoria economica con ipotesi psicologiche è legata alla necessità di ottenere modelli falsificabili... peccato che è più facile falsificare le ipotesi ausiliarie che le teorie economiche, cosa che di fatto nessuno fa. Ancora non ho trovato gente che verifica sperimentalmente l'esistenza di equilibri di Nash: tutti si limitano ad usare la teoria di Nash per costruire modelli specifici, da sottoporre a verifica coi dati. Più sono i modelli costruibili con una teoria, meno quest'ultima è falsificabile: le moderne teorie economiche sono così complesse da permettere qualsiasi risultato... basta cambiare le ipotesi ausiliarie.
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categoria:economia, economia austriaca
domenica, 08 giugno 2008
Io sono anti-proibizionista, ma solo se non si sta per scrivere un libro. Altrimenti escono fuori frasi come:

"[Rothbard] in synthesizing Molinari's monopoly (or rather antimonopoly) theory with Ludwig vonn Mises's neo-Austrian system of free-market economics (praxeology) and natural-law ethics"

Hoppe, "The Myth of National Defense"

Lo dirò in termini moderati: la frase di Hoppe concentra due minchiate pazzesche in due righe.
  1. La prasseologia è wertfrei. Hoppe è tedesco e dovrebbe conoscere il significato del termine, anche se probabilmente non gli è chiarissimo, visti i suoi continui, e per necessità logica infruttuosi, tentativi di dimostrare "scientificamente" i principi del libertarismo. Parrebbe che Hoppe non abbia letto Human Action.
  2. Mises non parla mai di natural-law ethics, se non in un trafiletto di Theory and history dove dice che la teoria del diritto naturale è ideologica, ma può essere in qualche modo giustificata perchè l'analisi scientifica successiva ha mostrato che in effetti esistono delle regolarità, cioè delle "leggi", negli affari umani. Ovviamente queste non hanno nulla a che fare con l'etica.
Fondamentalmente, scrivendo queste abominevoli panzane c'è il serio rischio di screditare l'opera di Ludwig von Mises, e tutta la Scuola Austriaca di Economia. Chi non è in grado di distinguere fatti e valori dovrebbe evitare di occuparsi dei fatti.

Propongo il proibizionismo degli Hoppiacei, ma solo nel periodo pre-editoriale.

PS Ma poi cosa cavolo significa neo-Austrian?
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categoria:libertarismo, economia austriaca
lunedì, 21 aprile 2008
Negli ultimi mesi i mercati finanziari sono entrati in crisi, ed un massiccio intervento statale da parte delle banche centrali è stato necessario per evitare un tracollo del sistema bancario e creditizio paragonabile a quello della crisi del '29. L'intervento statale degli ultimi mesi è stato fondamentale per evitare fallimenti a catena, e questo significa che ci sia qualcosa di sbagliato alla radice dell'attuale sistema economico. Resta da vedere se si tratta di un problema dell'interventismo statale o del libero mercato.

Le banche (a riserva frazionaria) sono istituzioni che hanno passività a vista e attività immobilizzate, quindi sono strutturalmente illiquide e, se gli investimenti si mettono male, potenzialmente insolventi. Le imprese sono esposte alle irregolarità della crezione di credito, e rischiano di trovarsi senza capitali da investire in fase di crisi, subendo quindi perdite, creando capacità produttiva inutilizzata e fallendo. I lavoratori possono trovarsi di colpo senza lavoro e i consumatori indebitati possono trovarsi senza una fonte di reddito con cui pagare le rate del mutuo.

Un fallimento a catena delle banche provocherebbe il quasi totale azzeramento dell'offerta di moneta, rendendo necessaria una contrazione dei prezzi di enorme portata; distruggerebbe il capitale umano e il know how nell'intermediazione creditizia; infine toglierebbe risorse, cioè risparmi da investire, ai mercati finanziari. Probabilmente il credit crunch è il principale motivo per la durata, e per la durezza, di fasi depressive come quella degli anni '30+: non è possibile investire quando i prezzi cadono del 20% l'anno, in quanto solo rendimenti reali superiori al 20% possono rendere convenienti gli investimenti.

Dato l'enorme duration mismatch implicito nelle banche a riserva frazionaria, il sistema bancario è estremamente instabile e può causare una crisi finanziaria globale di grandi proporzioni in qualsiasi momento. La radice del problema è che chi si indebita ad un anno per finanziare un investimento di dieci anni è uno stupido, ma chi per finanziare lo stesso investimento si indebita a vista è una banca.

Chi è il responsabile dell'attuale disequilibrio macroeconomico? Mi riferisco a certe stranezze tipiche dell'economia USA e di alcuni paesi europei come (1) L'eccesso dei consumi rispetto alla ricchezza prodotta; (2) La dipendenza da risparmi esteri; (3) La dipendenza da continue e massicce iniezioni di liquidità; (4) La radicale instabilità e fragilità del sistema finanziario; (5) L'elevato livello di indebitamento dei privati, delle aziende e delle amministrazioni pubbliche.

Se la situazione attuale è frutto del mercato, il problema è sufficientemente grave da rendere necessario un pesante intervento pubblico, o sul piano regolamentativo o sul piano monetario. Di regolamentazioni ne so poco, ma in linea di massima possono essere spesso aggirate dall'innovazione finanziaria, e quindi è probabile che delle regolamentazioni efficaci sarebbero così rigide e onnipervasive da essere anche molto inefficienti sul piano economico.

Esiste un'altra possibilità. La situazione attuale può essere in larga parte il risultato delle politiche monetarie dei governi, e il mercato si è limitato a reagire a queste manipolazioni. Questo non significa che bloccare la fabbrica della moneta, cioè la Banca Centrale, risolverebbe subito tutti i problemi (anzi, farebbe precipitare la situazione), ma dà sicuramente indicazioni di politica economica opposte rispetto all'interpretazione precedente, perlomeno per il dopo-crisi.

Che dietro i precedenti squilibri ci sia la politica monetaria sembra abbastanza ovvio, anche se rimane difficile, per motivi metodologici, dimostrare la proposizione controfattuale "senza il Greenspan di turno tutto ciò non sarebbe mai successo". Nonostante ciò, malinvestment, moral hazard, elevato indebitamento e consumismo sono evidentemente strettamente legati alla politica monetaria USA^.

Il tasso di interesse è un prezzo fissato dal governo nel mercato*, e questo fa sì che il mercato della moneta sia quasi l'unico che opera in condizioni di socialismo: il bello è che la deregulation dei mercati finanziari cominciata negli anni '80 ha fatto nascere il mito che questo mercato sia invece il più "liberista".

In definitiva il problema si pone in questi termini: se la situazione attuale è l'effetto del libero mercato, è necessario che le autorità impediscano al mercato di fare danni, consentendo ai cittadini di vivere una vita che non sia "solitary, poor, nasty brutish & short"; se invece dietro il problema c'è la politica monetaria, occorre al contrario togliere al governo il potere di manipolare i tassi di interesse e di provocare squilibri economici come quelli attuali. Questo è il vero dibattito: minimizzare la gravità della crisi o focalizzare l'attenzione sulla natura truffaldina della creazione di moneta sono solo distrazioni.



+ Altri aspetti che in parte spiegano l'entità della crisi sono: la cartellizzazione dell'economia, iniziata con Hoover; le tariffe Smoot-Hawley del 1930 e le ritorsioni commerciali internazionali conseguenti; il successo delle politiche sindacali e le conseguenti rigidità salariali. Da ciò si deduce che, qualsiasi cosa accada, il massimo del "liberismo" a livello microeconomico è auspicabile.

^ Si pensi che per evitare il problema la Fed ha avuto l'idea di non salvare del tutto Bear Stearn  e contemporaneamente evitare il "contagio", cioè il crollo del castello di carte. Terapia brillante, ma purtroppo solo sintomatica.

* Questo argomento non prova molto, perchè entro certi limiti sarebbe sempre possibile bloccare l'interesse monetario e compensare tutte le variazioni variando il livello dei prezzi. In un mondo del genere la politica monetaria sarebbe puramente nominale e il fissare il tasso di interesse sarebbe solo un modo, molto contorto, per determinare il valore della moneta. Questa speculazione è puramente teorica visto che la moneta non è neutrale, e nella sua non-neutralità si nascondono tutti i problemi di cui abbiamo discusso.
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categoria:economia, liberalismo, economia austriaca
domenica, 06 aprile 2008
Kirzner è il più famoso economista austriaco vivente e il suo testo più noto è "Concorrenza e imprenditorialità" (Rubbettino). L'argomento principale di cui tratta Kirzner è la teoria del mercato e dell'imprenditorialità, e questo argomento è comune ai due libri.

Questo è una raccolta di saggi su argomenti come il mercato, il calcolo economico, l'imprenditore e l'economia del benessere. Nonostante la sua natura di raccolta, è molto ben organizzato e, sebbene ci siano a volte delle inevitabili ripetizioni, è molto lineare e poco dispersivo.

L'insight principale della teoria del processo di mercato è che... i mercati non funzionano da soli, quindi invece di una più o meno utile teoria dell'equilibrio finale, è molto più importante e interessante investigare il processo che in teoria, coeteris paribus, dovrebbe poi portare a quell'equilibrio. La distinzione sarebbe irrilevante se il sistema economico fosse sempre all'equilibrio, ma così ovviamente non è (e se lo fosse non ce ne accorgeremmo), tant'è che a posteriori ci accorgiamo sempre di opportunità mancate e di novità impreviste*.

L'elemento che tiene assieme il mercato è l'imprenditore: l'individuo che osserva, valuta e agisce e corregge il disequilibrio eliminando man mano i profitti e le perdite che scopre. Siccome l'imprenditore è creativo, modellizzare il sistema economico come un insieme di robot che si occupano di ottimizzazione non ha molto senso: i dati dell'ottimizzazione non sono in genere noti, e le informazioni che permettono di agire in maniera ottimizzante sono frutto del processo di mercato stesso.

Alcune note di carattere epistemologico-filosofico fanno notare che le idee metodologiche di Mises erano già presenti nelle opere di Menger, e si rifanno alla filosofia di Husserl, la "fenomenologia". La distinzione fondamentale è essenza e esistenza: gli enti della teoria economica hanno una loro essenza (proprietà logiche intrinseche) il cui studio è lo scopo della teoria, che è a priori rispetto agli studi di esistenza (come ad esempio analisi quantitive su fatti reali). "Cosa è il tasso di interesse?" è la domanda che bisogna porsi prima di chiedersi "Quali fattori lo determinano?". La seconda domanda in genere ammette soltanto risposte parziali, difficilmente verificabili, e terribilmente complesse. La prima è riconducibile ad una scienza esatta, sebbene formale.

Un altro aspetto molto interessante del libro sono i capitoli sul calcolo economico. La teoria del processo di mercato è la conseguenza ininitenzionale del dibattito sul calcolo economico che si ebbe negli anni '20 e '30 tra Mises e Hayek da un lato e i socialisti, come Lange, dall'altro. La prima risposta dei socialisti all'argomento misesiano dell'impossibilità del calcolo economico in un regime socialista fu infatti che, supponendo di avere tutti i dati possibili e immaginabili sulle tecniche di produzione, è possibile risolvere le equazioni di equilibrio generale per calcolare tutti i prezzi di mercato e, se si commettono degli errori, ripetere la procedura cambiando i prezzi finchè non si ha equilibrio in tutti i mercati (tatonnement). Mises prima, e Hayek dopo, si resero conto che il mercato non funzionava affatto in questo modo...

Lo spostamento di attenzione dalla complessità delle scelte di produzione (Mises) alla limitazione della conoscenza (Hayek) è stato considerato da alcuni austriaci (in primis Rothbard) come una rottura tra i due, e da altri (come appunto Kirzner) come una semplice differenza di accento. Gli argomenti di Rothbard non sono molto convincenti, e quindi la mia tesi preferita è quella continuista.

Il libro contiene anche una sezione di critica alla welfare economics, un capitolo sui dettagli del processo di scoperta di errori ed inefficienza da parte degli imprenditori nel processo di mercato e diverse sezioni sui rapporti tra teoria economica, e la filosofia politica liberale.

In definitiva, è un gran libro, sebbene breve (meno di 250 pagine), stimolante e illuminante.

* Ovviamente c'è sempre la teoria del "qualsiasi cosa accade è equilibrio", in cui ogni evento è a posteriori riportato a costi e benefici nascosti che spiegano l'esito. Tutto ciò è soltanto un artificio matematico e ha potenziale esplicativo, e quindi valore teorico, del tutto nullo.
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categoria:libri, economia austriaca
lunedì, 31 marzo 2008
Leonardo IHC ha scritto un post in cui confronta le teorie keynesiane, austriache e monetariste. Io mi vedo costretto a questo punto a fare una serie di post sui modelli di Garrison, che per quanto ne so rappresentano l'unico schema concettuale integrato in grado di descrivere queste tre teorie macroeconomiche e l'effetto delle politiche economiche nei tre framework. Ci lavorerò.

Nel frattempo ho scritto un commento fiume di cui pubblico qualche estratto più o meno sparso.

Bisogna distinguere tra modello quantitativo e teoria economica: i keynesiani teorizzano solo nel breve periodo e hanno modelli nel breve periodo; i monetaristi non sono altrettanto sicuro, ma fondamentalmente teorizzano solo nel lungo periodo e hanno modelli nel lungo periodo (chiunque usa l’equilibrio generale senza modellizzare la produzione cade in questa categoria). Gli Austriaci hanno strumenti concettuali per teorizzare su breve, medio e lungo periodo, ma per questioni di nicchia ecologica concentrano tutta l’attenzione nel medio periodo, e per motivi metodologici non hanno modelli nè nel breve nè nel medio nè nel lungo periodo.

Dal punto di vista didattico-teorico l’economia Austriaca è quindi la più completa (a patto di non trascurare del tutto fenomeni non messi in luce esplicitamente dagli Austriaci, come il moral hazard o la rigidità dei prezzi che in linea di massima rappresentano fenomeni economici reali), mentre dal punto di vista tecnocratico-operativo da una parte non fornisce strumenti (quantitativi), dall’altra ha prescrizioni di politica economica che porterebbero all’estinzione degli economisti come professione. Alla fine i teorici dell’economia servono in tre mercati del lavoro: l’accademia, la finanza e la politica economica. La terza esiste per via dell’interventismo, la seconda verrebbe ridimensionata dal ripristino del gold standard, e rimarrebbe l’accademia, come era prima di Keynes e del New Deal.

Vedo del tafazzismo nel totale disinteresse degli Austriaci nel cercare strumenti e modelli con utilità operativa o perlomeno nell'analizzare in dettaglio potenzialità e limiti di questi strumenti. In questo modo non solo non si fa nulla di utile per attrarre l’attenzione dell’accademia, ma non si fa nulla di utile per dimostrare che l’economia Austriaca è effettivamente “insightful” e non è solo una teoria astratta (al di là del fatto che per molti Austriaci è solo una branca della teoria politica anarchica, con grave danno per la credibilità della teoria economica Austriaca, ma questo è un altro discorso). Questo limite è autoimposto, e per questo parlo di tafazzismo.

Non sono comunque affatto convinto che che l’analisi di equilibrio di lungo periodo abbia rilevanza pratica nel mondo attuale. Ok: nel lungo termine l'inflazione monetaria significa inflazione dei prezzi, nessuno lo nega. Ma in realtà il nostro lungo periodo non è un equilibrio generale, ma un equilibrio metastabile tenuto in vita dalla politica monetaria, in cui la struttura produttiva è perennemente distorta. Tale analisi con strumenti che non tengono conto della struttura produttiva non si può neanche cominciare a fare.

Cochran, di cui ho letto 3-4 paper di recente per via degli articoli di cui sopra, ha fondamentalmente un approccio sincretistico, come anche Garrison, ai rapporti tra le varie Scuole. In sostanza dice che lo squilibrio del capitale, le rigidità dei prezzi in caso di variazioni della domanda di moneta e addirittura gli shock produttivi possono spiegare alcuni cicli economici, e tutto sta quindi ad avere gli strumenti per integrare e confrontare queste analisi. Eppure Cochran trova una differenza fondamentale nel trattamento della moneta e del credito che differenzia la Scuola austriaca dalle altre, legata al fatto che per tutti tranne che per Mises & Co una riduzione del consumo è di fatto risparmio, e quindi depositare in banca moneta è risparmio, e quindi il fractional reserve banking è di fatto una transazione creditizia e non comporta problemi economici. In sostanza non si tratta solo di trascurare la struttura del capitale, quindi, ma di considerare la moneta una forma di credito anzichè un bene presente immediatamente disponibile.
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categoria:economia, economia austriaca
domenica, 16 marzo 2008
Questo libro l'avevo letto mesi fa, ma ogni volta che cercavo di scrivere una recensione non sapevo cosa scrivere. Di recente però ho dovuto leggere la General Theory di Keynes e mi sono trovato a rileggere interi capitoli di questo libro per capire meglio il pensiero di Keynes, e l'ho trovato chiaro e utile.

Il sottotitolo, "The macroeconomics of capital structure" spiega di cosa tratta il libro: è un tentativo di creare modelli macroeconomici che tenga conto di un aspetto fondamentale delle teorie economiche della Scuola Austriaca: il tempo di produzione. Il risultato, come dice l'autore, è un libro scritto nello stile dei libri di macroeconomia degli anni '60, che parla di temi degli anni '30, per gli economisti degli anni '90.

Il modello è basato su tre diagrammi: la frontiera delle possibilità produttive rappresenta il massimo che si può ottenere come consumo dato un certo livello di investimenti; il mercato del credito rappresenta l'incrocio tra risparmi e investimenti, dato il tasso di interesse; il triangolo di Hayek descrive la struttura produttiva come un insieme di stadi in cui il valore cresce man mano che ci ci avvicina alla produzione di beni di consumo, perchè ad ogni stadio si vanno a sommare nuovi fattori di produzione e gli interessi sui precedenti atti di produzione che richiedono tempo per essere completati.

Giocando con questi tre diagrammi è possibile fare analisi di statica comparata degli effetti di cambiamenti nelle preferenze temporali, sulla crescita econonica e la struttura della produzione. Il concetto fondamentale è sostenibilità: non si può avere una struttura sostenibile se si aumenta il consumo a spese dei fondi necessari a ripristinare la dotazione di capitale che in passato ha reso possibili i processi di produzione (distanti dal consumo) che solo dopo qualche mese o anno sono diventati appunto beni di consumo.

E' quindi possibile avere movimenti sulla frontiera delle possibilità produttive, quando si decide di consumare di più e investire di meno, o viceversa, influenzando quindi la struttura produttiva e il ritmo di accumulazione del capitale. E' possibile muoversi all'interno, se rimangono delle opportunità di produzione non sfruttate (ad esempio, se dopo una crisi falliscono tutte le banche, probabilmente ci saranno dei seri problemi di coordinazione degli investimenti e dei risparmi, come messo in luce pare da Bernanke quando ancora non era impeganto a tempo pieno nella distruzione del sistema economico). Ma ci sono anche spostamenti al di fuori della frontiera, perchè questa frontiera rappresenta combinazioni sostenibili, ma siccome la produzione richiede anni, è possibile aumentare i consumi oltre la frontiera, a patto di consumare capitale.

Ciò avviene tramite l'iniezione di credito nei mercati finanziari: i risparmi vengono aumentati artificialmente grazie alla politica del credito; gli interessi si abbassano; i consumi aumentano, ma anche gli investimenti aumentano (e quindi stiamo probabilmente al di fuori della frontiera, a meno di non credere che esistevano tanti pasti gratis* in precedenza). Ma se questa combinazione è al di fuori della frontiera, evidentemente prima o poi ci sarà un qualche problema che riporterà il tutto all'interno della frontiera+.

Questo problema è che il credito non è compatibile con le preferenze temporali delle persone: prima o poi qualcuno avrà in mano la nuova moneta e comincerà ad impiegarla come l'avrebbe impiegata se non ci fosse stata l'iniezione di credito, creando una spinta a ripristinare condizioni iniziali.

La parte successiva del libro riguarda l'economia keynesiana, e i tre capitoli dedicati a Keynes sono estremamente chiari e illuminanti, e penso ci tornerò in un prossimo futuro. Infine, c'è una parte legata al monetarismo (Friedman) e alla teoria dello squilibrio monetario (Warburton, Yeager, Selgin, White...).

Delle tre macroeconomie, labor-based (Keynes), money-based (Friedman) e capital-based (Garrison), tutte analizzate come in un testo undergraduate di macroeconomia, vengono descritti con chiarezza gli assunti, si fanno confronti, e si analizzano le conseguenze in termini di policy. Secondo me un libro del genere in un corso di introduzione di macroeconomia sarebbe utilissimo, ma è utile anche per chi vuole approfondire e confrontare varie scuole di pensiero in maniera ponderata ed informata (e non isterica e ideologica). Il libro è ecumenico, si cerca di tirar fuori qualcosa di buono da tutto, anche da Keynes.

* Il vedere tutto a livello aggregato fa perdere qualcosa di importante a livello di comprensione economica. Supponiamo per assurdo che per ragioni non meglio specificate esistono pasti gratis nel mercato delle pere. L'espansione monetaria può forse far sfruttare tali pasti gratis, ma influenzerà allo stesso modo sia il mercato delle pere che delle mele. Chi crede che due forze uguali e contrarie non abbiano alcun effetto ipotizza implicitamente che il sistema sia adimensionale e senza struttura.

+ Perchè non tornare semplicemente sulla frontiera? Perchè nel frattempo si è consumato capitale, ad esempio, oppure perchè Bernanke aveva ragione, e senza banche è difficile coordinare l'allocazione delle risorse, o perchè i prezzi precedenti, distorti dalla politica monetaria, richiedono tempo per tornare ad essere significativi.
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categoria:libri, economia austriaca
sabato, 08 marzo 2008
Nel 1929 c'era una sola teoria del ciclo economico compatibile con i fatti: quella Austriaca. Però fu dimenticata per dar retta a Keynes che offriva "soluzioni" (parola grossa) e "spiegazioni" (parola enorme) più semplici ed immediate. L'economia Austriaca tornò alla ribalta dopo il 1973 perchè non ci si spiegava la stagflazione. Ora leggo spesso analisi economiche austriacheggianti, su The Economist, negli studi del Bank of International Settlements e in articoli sparsi (scritti da persone nel settore bancario o finanziario).

Questa dovrebbe essere un'ottima notizia, sia per gli Austriaci che per la teoria economia in generale. Ma ho come l'impressione che alla fine se ne trarrà il seguente insegnamento: Mises porta sfiga... esce fuori solo quando stiamo nello stallatico... quando tutta l'economia crollerà diventeranno tutti Austriaci, ma a quel punto la teoria della produzione capitalistica non servirà più.

Il tempo sembra giocare a favore delle idee di Mises e soci... i tempi in cui professori come DeLong che provava a "confutare" la teoria Austriaca criticando testi di Schumpeter (che c'entra?) o come Leijonhufvud che la criticava confondendo l'espansione monetaria con l'aumento dei prezzi ("c'è inflazione e recessione allo stesso tempo, gli Austriaci dicono che è impossibile") sono passati? Mah... se Keynes ha avuto il monopolio della teoria per 40 anni, inutile sperare nell'efficienza del mercato delle idee... però... le idee stanno entrando in circolo, pian piano.

* "La notte" di Macpherson, traduzione di Melchiorre Cesarotti.
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categoria:economia austriaca