7. La crescita sostenibile è dovuta ai risparmi
Se risparmio e investo le risorse così liberate per incrementare i capitali, cresco. Lasciamo perdere le stupidaggini del modello di Solow: la crescita è anche investimenti in R&D, e lo sviluppo del mercato ha ritorni crescenti. Ma rimane che il risparmio è l’unico vero motore “economico” della crescita: nessuna idea scientifica o ingegneristica può provocare crescita se non si hanno i risparmi per metterla in pratica. Lo stesso non si può dire della crescita basata sull’inflazione monetaria…
La crescita sostenibile è l'impiego di risparmi per espandere la dotazione di capitale, introdurre nuove tecnologie, ampliare gli impianti... il tutto in maniera coordinata (è inutile spendere tutti i capitali per costruire un bullone e dimenticarsi di costruire una vite). Coordinata significa che si devono rispettare i vincoli di complementarità tra i vari mezzi di produzione, e che i beni necessari per completare la produzione siano disponibili quando servono. La coordinazione più importante è quella temporale, e si può quindi dire che i risparmi devono esserci quando le scelte di investimento li richiedono.
8. Il sistema bancario a riserva frazionale è instabile
Senza banche centrali, le banche commerciali odierne morirebbero come mosche: la ragione è la riserva frazionale. Le banche sono per definizione imprese fallite: hanno passività a vista e attività a termine… quindi, non appena i clienti chiedono più moneta di quanto preventivato, o le imprese restituiscono meno fondi di quanto promesso, le banche devono necessariamente andare in bancarotta. L’unica risposta possibile a questo problema, in regime di riserva frazionale, è che lo stato presti alle banche le banconote necessarie a far quadrare i conti.
Quindi, il continuo intervento statale è necessario per garantire la sopravvivenza delle banche, per come sono organizzate allo stato attuale. Probabilmente banche con riserve frazionali del 70% o del 100% non avrebbero questo problema, ma stiamo probabilmente sul 2%... la fragilità è evidente. Un cluster di fallimenti sui crediti erogati dalle banche alle aziende può far crollare tutto.
Se una banca fallisce, l’intero sistema rischia di collassare. Questo implica che il sistema attuale è radicalmente fragile: le banche centrali sembrano essere la cura. Purtroppo sono anche la causa della malattia: senza il continuo interventismo monetario non sarebbe possibile immaginare un sistema bancario siffatto, perché tali banche sarebbero fallite già da tempo. Il cuore dell’economia inflazionistica è quindi la banca centrale, che consente l’espansione scriteriata dell’offerta di moneta, col fine di manipolare i tassi di interesse.
Qui c'è molto da approfondire: pare che nella recente crisi subprime le passività non erano a vista, ma a breve termine (pochi mesi). In questo caso il duration mismatch, pur enorme, comunque non era "infinito", e quindi in teoria anche senza moltiplicatore monetario è possibile che ciò avvenga sul mercato. Rimane da vedere se senza le politiche della Fed sarebbe stato possibile un livello di cartolarizzazioni e di estensione di credito a questi livelli: probabilmente no. Ma, appunto, è da pensarci su.
9. Per fare una bolla serve liquidità, in genere
Una bolla richiede moneta: bisogna scambiare asset a prezzi sempre crescenti, e spesso con volumi di transazione elevati. Senza un creatore seriale di bolle come Greenspan, sarebbe possibile comunque avere bolle, ma sarebbe difficile: bisognerebbe ridurre la spesa monetaria in altri mercati, o aumentare la velocità di circolazione della moneta, o avere aumento dei prezzi con contemporanea riduzione del volume delle transazioni… improbabile. Se le bolle durano, è perché hanno un garante: se nascono e si espandono, è perché c’è chi fornisce la materia prima finanziaria.
Questo dal punto di vista dei pagamenti, che è un aspetto puramente tecnico. Ma per quanto visto prima, le bolle sono facilitate dall'effetto Wicksell, che fa rivalutare gli asset finanziari e tutti i beni interest-sensitive.
10. Liquidità e solvibilità sono legate tra loro
La solvibilità è la capacità di un agente di pagare i propri debiti liquidando i propri asset; la liquidità è la capacità di pagare i debiti in scadenza immediatamente. Ovviamente, chi è insolvente è anche illiquido, ma è possibile che un agente abbia problemi a pagare in tempo i propri debiti, anche se, posticipandoli, riuscirebbe a risolvere il problema.
L’espansione monetaria può trasformare istituzioni bancarie insolventi in istituzioni solvibili, creando liquidità: ciò rende difficile tracciare una netta linea di demarcazione tra i due concetti. Il motivo è l’effetto Wicksell: la creazione di credito migliora le condizioni delle banche, drenando risorse dal resto della società verso le banche (e le aziende che investono per prime, e lo stato, eccetera). Di conseguenza, se si fornisce sufficiente liquidità, si può fare in modo di fornire a queste istituzioni sufficiente credito da risolvere un problema di insolvibilità. Di fatto, è un salvataggio obbligatorio, a spese dell’utilizzatore di moneta. Lo stesso vale per le aziende che hanno problemi a completare gli investimenti.
Inoltre c’è un problema di calcolo economico: la singola impresa o banca può essere giudicata solvibile dato il market price dei propri asset e delle proprie passività: di fatto quindi il mercato assiste la società di auditing fornendole dati sul valore di quello che sta in cassaforte. Lo stesso non accade quando si analizza la solvibilità dell’intero sistema economico: se i prezzi sono distorti, fuor d’equilibrio, come nel caso dell’inflazionomia, dove il valore dei beni capitali non dipende dai fondamentali (la preferenza per il risparmio) ma dall’arbitraria scelta delle banche centrali, non sono una guida affidabile. Il mercato paga la manipolazione dell’interesse sotto forma di distorsione informativa intrinseca al sistema dei prezzi…
Il sistema economico in un’economia inflazionistica è sempre strutturalmente insolvente, ma grazie alla politica monetaria è possibile togliere agli utilizzatori di moneta le risorse necessarie ad evitare fallimenti a catena.
11. L’inflation targeting è un pericolo per la stabilità economica
La mia impressione è che non esista una teoria “ortodossa” di come l’economia sia influenzata dalla moneta, se non per qualche banalità sui prezzi rigidi. Quindi gli economisti non sanno se l’economia è strutturalmente distorta dall’inflazione o meno; e non sanno se la moneta ha effetti di lungo termine. Eppure un po’ di questi effetti li vediamo: negli USA, ad esempio, abbiamo tanti debiti e pochi risparmi (cosa spiegabile con un po’ di effetto sostituzione, ma solo ipotizzando che esista un effetto Wicksell reale, altrimenti non ci sarebbe nessuna necessità di sostituire).
In mancanza di una teoria, gli apprendisti stregoni della politica monetaria hanno creato un sistema economico basato sull’inflazione, e che non può reggersi senza inflazione continua.
L’inflation targeting è uno dei pericoli pubblici del XXI secolo, a fare il paio con la stabilizzazione fisheriana del potere d’acquisto negli anni ’20. L’idea è che inflazione costante, e nota a priori, sia innocua, o anzi utile per la stabilità economica. Ma supponiamo che la storia che ho raccontato finora sia corretta, e che la crescita basata sull’inflazione sia in realtà insostenibile. Se questo è vero, allora l’inflation targeting genererà cicli economici: se l’economia sta in equilibrio intertemporale, e c’è uno shock di produttività positivo, la banca centrale creerà moneta per compensare l’effetto sul livello dei prezzi di questo shock, e farà uscire l’economia dall’equilibrio intertemporale. Fisher diceva che l’economia negli anni ’20 non aveva nulla che non andava perché i prezzi erano stabili. Poi è arrivato il diluvio.
12. La crescita inflazionistica non è vera crescita
Sulla carta, sembrerebbe che la crescita inflazionistica sia vera crescita: sottrae risorse ai consumatori e le dà agli investitori, quindi di fatto comprimendo i consumi e accelerando l’accumulazione di capitale. Non ottimizza l’utilità dei risparmiatori (altrimenti non ci sarebbe bisogno di derubarli), ma genera comunque crescita.
C’è un evidente problema: non è vero che nel boom i consumi calano, tanto che è la propensione al risparmio a calare. Con consumi e investimenti che crescono assieme, c’è qualcosa che non va: sembrerebbero esserci dei pasti gratis. Ciò è incompatibile con la teoria economia standard, e fondamentalmente contrario al buonsenso: e infatti è falso.
Un altro problema, meno evidente, è che le aziende hanno continuamente bisogno di nuova moneta per continuare ad investire… quindi la crescita economica inflazionistica genera una sorta di credito-dipendenza, di cui la recessione è la crisi d’astinenza. In poche parole, le risorse investite grazie all’inflazione saranno consumate non appena l’effetto Wicksell si esaurisce: quindi si pone la scelta di lasciare o raddoppiare, e le banche centrali normalmente raddoppiano. Se qualcosa si inceppa, si va in stagflazione. Se si inceppa tanto, in iperinflazione.
Mi sembra molto più realistico affermare che l’inflazione produce uno squilibrio negli investimenti: le risorse liberate per aumentare i consumi, e l’euforia degli investimenti, sono l’effetto di questo squilibrio. Se non esistono pasti gratis, qualcuno dovrà pagare il conto: i fondi per pagarlo vengono dalla struttura del capitale. Supponiamo infatti che si investa troppo poco in infrastrutture con un tempo di vita di 10 anni: le risorse risparmiate, evitando di mettere da parte i fondi per reinvestire in queste infrastrutture quando sarà necessario, potranno aumentare i consumi; l’aumento dei prezzi dei beni capitali e degli asset finanziari può far dimenticare questo dettagli; è soltanto dopo 10 anni che ci si accorgerà che manca un pezzo importante della struttura produttiva: la crescita inflazionistica è quindi strutturalmente mal diretta. Prima o poi incorrerà in bottlenecks, e l’unico modo per uscirne sarà comprimere i consumi, per completare gli investimenti: e a questo punto parlare di boom saprebbe di cattivo gusto: probabilmente il "boom" post crisi e-economy è stato di questo tipo... è stato un non-boom che è sfociato nella crisi subprime e in livelli mostruosi di indebitamento. E ancora stiamo al punto di partenza, con solo più debiti, più consumi (anzichè i salutari risparmi), una moneta meno credibile (almeno il dollaro), e 5 anni di distorsioni sul mercato finanziario e quindi sull'allocazione degli investimenti.
categoria:economia, economia austriaca














