Godo quando le intenzioni del moralismo e le sue conseguenze vanno in direzioni opposte, soprattutto quando non si tratta dei miei principi morali. L'Economist fornisce un interessante esempio.
Nel 1989 le Nazioni Unite hanno bandito il commercio d'avorio, senza molto successo, aggiunge l'Economist. Ora la Cina segue il Giappone nel legalizzare il commercio di avorio proveniente da paesi dove il numero di elefanti è stabilizzato.
Nota tecnica: questo fornisce incentivi a stabilizzare il numero di elefanti, trasferendo fondi dai contrabbandieri ai paesi virtuosi.
L'Economist si pone una domanda ben fondata teoricamente: ora che è possibile comprare l'avorio legalmente, il prezzo dell'avorio cadrà, riducendo i ricavi per i contrabbandieri, e riducendo quindi le uccisioni di elefanti nel mercato nero. I dati mostrano che un'asta legale del 1999 ridusse il contrabbando per addirittura cinque anni.
Forse gli ambientalisti dovrebbero prestare un po' d'attenzione all'economia, invece che al loro paganesimo, spesso anti-liberale. Il problema degli animali è che non hanno un proprietario: nessuno ucciderebbe tutti i propri maiali, e il maiale non si estinguerà mai; ma nessuno ha interesse a conservare le balene e gli elefanti, perchè nessuno guadagna dalla loro sopravvivenza. Basterebbe dare un proprietario a balene ed elefanti, cosa tecnicamente non difficile, e far decidere a lui se uccidere o moltiplicare: siccome sarà proprietario del valore capitale dei propri beni, impiegherà un'ottica di lungo periodo, contribuendo alla sopravvivenza della specie. Il miglior modo per salvare le balene è infatti mangiarle, ma solo in regime di proprietà privata: il vero pericolo lo corrono le specie inutili.
Ovviamente le cose non sono così semplici: la quantità di balene ed elefanti in condizioni di proprietà privata sarebbe probabilmente più elevata dell'attuale, altrimenti poi giapponesi e norvegesi non potrebbero avere le loro bistecche di cetaceo. C'è però anche una quantità di balene ed elefanti "ecologicamente" ottima, in base a considerazioni di stabilità degli ecosistemi: ad esempio, troppi capodogli potrebbero ridurre la quantità di pesce: se il pesce fosse proprietà privata, questo significherebbe solo che i balenieri risarcirebbero i pescatori. Ma se è proprietà pubblica, la tragedy of the commons si traslerebbe dalle balene ai pesci (fermo restando che il problema per i pesci c'è già oggi).
Comunque sembrerebbe che non ci siano problemi complessi che si possono risolvere senza mercato. In compenso, esistono problemi semplici che non si risolvono per via delle fissazioni moralistiche contro il mercato.
PS O.T., pare che l'attenzione verso gli animali in via d'estinzione in Cina sia molto migliorata negli ultimi tempi, fatta eccezione per l'homo tibetanus, perlomeno: tanto per capire chi vale di più tra un elefante e un uomo, chi uccide elefanti viene condannato a morte. Forse c'è un problema di priorità morali.
Nel 1989 le Nazioni Unite hanno bandito il commercio d'avorio, senza molto successo, aggiunge l'Economist. Ora la Cina segue il Giappone nel legalizzare il commercio di avorio proveniente da paesi dove il numero di elefanti è stabilizzato.
Nota tecnica: questo fornisce incentivi a stabilizzare il numero di elefanti, trasferendo fondi dai contrabbandieri ai paesi virtuosi.
L'Economist si pone una domanda ben fondata teoricamente: ora che è possibile comprare l'avorio legalmente, il prezzo dell'avorio cadrà, riducendo i ricavi per i contrabbandieri, e riducendo quindi le uccisioni di elefanti nel mercato nero. I dati mostrano che un'asta legale del 1999 ridusse il contrabbando per addirittura cinque anni.
Forse gli ambientalisti dovrebbero prestare un po' d'attenzione all'economia, invece che al loro paganesimo, spesso anti-liberale. Il problema degli animali è che non hanno un proprietario: nessuno ucciderebbe tutti i propri maiali, e il maiale non si estinguerà mai; ma nessuno ha interesse a conservare le balene e gli elefanti, perchè nessuno guadagna dalla loro sopravvivenza. Basterebbe dare un proprietario a balene ed elefanti, cosa tecnicamente non difficile, e far decidere a lui se uccidere o moltiplicare: siccome sarà proprietario del valore capitale dei propri beni, impiegherà un'ottica di lungo periodo, contribuendo alla sopravvivenza della specie. Il miglior modo per salvare le balene è infatti mangiarle, ma solo in regime di proprietà privata: il vero pericolo lo corrono le specie inutili.
Ovviamente le cose non sono così semplici: la quantità di balene ed elefanti in condizioni di proprietà privata sarebbe probabilmente più elevata dell'attuale, altrimenti poi giapponesi e norvegesi non potrebbero avere le loro bistecche di cetaceo. C'è però anche una quantità di balene ed elefanti "ecologicamente" ottima, in base a considerazioni di stabilità degli ecosistemi: ad esempio, troppi capodogli potrebbero ridurre la quantità di pesce: se il pesce fosse proprietà privata, questo significherebbe solo che i balenieri risarcirebbero i pescatori. Ma se è proprietà pubblica, la tragedy of the commons si traslerebbe dalle balene ai pesci (fermo restando che il problema per i pesci c'è già oggi).
Comunque sembrerebbe che non ci siano problemi complessi che si possono risolvere senza mercato. In compenso, esistono problemi semplici che non si risolvono per via delle fissazioni moralistiche contro il mercato.
PS O.T., pare che l'attenzione verso gli animali in via d'estinzione in Cina sia molto migliorata negli ultimi tempi, fatta eccezione per l'homo tibetanus, perlomeno: tanto per capire chi vale di più tra un elefante e un uomo, chi uccide elefanti viene condannato a morte. Forse c'è un problema di priorità morali.














