lunedì, 21 luglio 2008
Godo quando le intenzioni del moralismo e le sue conseguenze vanno in direzioni opposte, soprattutto quando non si tratta dei miei principi morali. L'Economist fornisce un interessante esempio.

Nel 1989 le Nazioni Unite hanno bandito il commercio d'avorio, senza molto successo, aggiunge l'Economist. Ora la Cina segue il Giappone nel legalizzare il commercio di avorio proveniente da paesi dove il numero di elefanti è stabilizzato.

Nota tecnica: questo fornisce incentivi a stabilizzare il numero di elefanti, trasferendo fondi dai contrabbandieri ai paesi virtuosi.

L'Economist si pone una domanda ben fondata teoricamente: ora che è possibile comprare l'avorio legalmente, il prezzo dell'avorio cadrà, riducendo i ricavi per i contrabbandieri, e riducendo quindi le uccisioni di elefanti nel mercato nero. I dati mostrano che un'asta legale del 1999 ridusse il contrabbando per addirittura cinque anni.

Forse gli ambientalisti dovrebbero prestare un po' d'attenzione all'economia, invece che al loro paganesimo, spesso anti-liberale. Il problema degli animali è che non hanno un proprietario: nessuno ucciderebbe tutti i propri maiali, e il maiale non si estinguerà mai; ma nessuno ha interesse a conservare le balene e gli elefanti, perchè nessuno guadagna dalla loro sopravvivenza. Basterebbe dare un proprietario a balene ed elefanti, cosa tecnicamente non difficile, e far decidere a lui se uccidere o moltiplicare: siccome sarà proprietario del valore capitale dei propri beni, impiegherà un'ottica di lungo periodo, contribuendo alla sopravvivenza della specie. Il miglior modo per salvare le balene è infatti mangiarle, ma solo in regime di proprietà privata: il vero pericolo lo corrono le specie inutili.

Ovviamente le cose non sono così semplici: la quantità di balene ed elefanti in condizioni di proprietà privata sarebbe probabilmente più elevata dell'attuale, altrimenti poi giapponesi e norvegesi non potrebbero avere le loro bistecche di cetaceo. C'è però anche una quantità di balene ed elefanti "ecologicamente" ottima, in base a considerazioni di stabilità degli ecosistemi: ad esempio, troppi capodogli potrebbero ridurre la quantità di pesce: se il pesce fosse proprietà privata, questo significherebbe solo che i balenieri risarcirebbero i pescatori. Ma se è proprietà pubblica, la tragedy of the commons si traslerebbe dalle balene ai pesci (fermo restando che il problema per i pesci c'è già oggi).

Comunque sembrerebbe che non ci siano problemi complessi che si possono risolvere senza mercato. In compenso, esistono problemi semplici che non si risolvono per via delle fissazioni moralistiche contro il mercato.

PS O.T., pare che l'attenzione verso gli animali in via d'estinzione in Cina sia molto migliorata negli ultimi tempi, fatta eccezione per l'homo tibetanus, perlomeno: tanto per capire chi vale di più tra un elefante e un uomo, chi uccide elefanti viene condannato a morte. Forse c'è un problema di priorità morali.
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categoria:economia, ecologia
sabato, 19 luglio 2008
Avendo appena iniziato a studiare temi a metà strada tra il diritto e l'economia, e capendo molto poco del primo, ho cercato di scrivere una breve riflessione sul rapporto tra le due discipline, su cui gradirei un po' di feedback da parte di persone che conoscono il diritto, che hanno esperienza di come viene studiato nelle università italiane, e di come viene "vissuto" dai giuristi.

E' facile rendersi conto che l'economista non ha la sensibilità per capire i problemi specifici dell'ordinamento giuridico, anche se si considerano i progressi delle discipline economiche che tengono in adeguata considerazione gli aspetti istituzionali dell'azione economica, come il Neo-istituzionalismo, e per quanto ci si possa basare su un'antropologia e una visione dell'economia più generale e più ricca di quella standard, come quella austriaca: il diritto ha sue specificità che spesso nelle analisi economiche vengono trascurate.

Anche la law & economics è eccessivamente fondata sul paradigma microeconomico standard, e conseguentemente eccessivamente semplicistica nei suoi assunti e quindi nelle sue conclusioni (senza contare i gravi problemi teorici del concetto di efficienza, de facto un'ideologia politica spacciata per giudizio rigorosamente scientifico). Eppure la law & economics e il neo-istituzionalismo, corroborati dalle dottrine della Scuola austriaca (e qui penso soprattutto a Leoni), rappresentano gli unici utensili disponibili per la comprensione dell'ordinamento giuridico.

Arrivo a questa conclusione perchè mi sono chiesto: se chiedo ad un giurista come migliorare l'ordinamento esistente, o perchè determinate norme hanno determinate conseguenze, ho spesso l'impressione che la domanda sia considerata stramba. Farò due esempi pratici.

Sul "Compendio di diritto del lavoro" della Simone, che è una casa editrice e non una donna con questo cognome come avevo pensato inizialmente, c'è scritta una frase veramente insensata, che, andando a spanne, suona più o meno così: "Nel diritto del lavoro si sono venuti a diffondere concetti di origine economicistica [sic, NdLF], quali l'efficienza, al posto di concetti di origine più tradizionalmente giuridica come la dignità della persona.".

L'altro esempio è invece tratto dalle "Lezioni di Diritto del Lavoro" di Ichino, che non ho ancora letto: "La realtà dei rapporti sociali è costituita da un intreccio di essere socio-economico (l'insieme dei comortamenti tenuti dai soggetti, nella loro obbiettività storica) e di dover essere giuridico (l'insieme delle norme di comportamento rese effettive dalle rispettive sanzioni), in dialettica continua fra loro. Si può dire, in via di prima approssimazione, che l'economista e il giurista focalizzano la propra attenzione rispettivamente sull'uno e sull'altro polo dialettico di questa realtà.".

Questo mi fa pensare che l'irrilevanza della dottrina giuridica ai fini della comprensione delle dinamiche sociali, e quindi delle conseguenze della normazione sulla società, sia legata all'imperante egemonia del kelsenismo nella filosofia del diritto italiana. Il kelsenismo ha infatti due difetti esiziali che impediscono una vera e propria scienza del diritto fondata su di esso.

Il primo difetto è che è una dottrina de facto volontaristica: si occupa della volontà del potente di turno, non delle conseguenze; si occupa della forma, non della sostanza; si occupa della validità (spesso solo di carta) e non dell'efficacia (sociologica) delle norme. Praticamente non dice nulla sulla società, perchè dire qualcosa sulla società è considerato o non-scientifico (il giusnaturalismo), e qui concordo, o "impuro" (la sociologia del diritto, e per estensione qualsiasi analisi di law & economics), e quindi indegno del giurista.

Il secondo è che il kelsenismo non è affatto una teoria generale del diritto, e quindi rappresenta una cornice concettuale insufficiente per categorizzare i problemi giuridici: è una teoria che vale solo in un particolare assetto istituzionale, in cui la società è inerme e il legislatore è onnipotente, cosicchè la prima fa da creta e il secondo da Demiurgo. Fenomeni di public choice, di dinamica politica e sociale, o di conflitto ed equilibrio tra poteri, difficilmente entrano nel quadro concettuale kelseniano, cosicchè interi ambiti del diritto, come il diritto consuetudinario, il diritto internazionale, e l'ordinamento giuridico dei failed state (o dei semi-failed state, come lo Stato Italiano in alcune regioni meridionali), diventano fenomeni incomprensibili.

La cosa interessante è che solo se il secondo difetto non è stringente (e quindi il legislatore è effettivamente un demiurgo) il primo difetto si può trascurare. In tutti gli altri casi, cioè sempre, il kelsenismo è un ostacolo per l'analisi scientifica del diritto. Il diritto è l'unica disciplina delle scienze umane in cui si crede che la parola crei automaticamente una qualche entità effettivamente esistente. E' la filosofia giuridica del funzionario statale stipendiato. E' essenzialmente una superstizione, come la magia.
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categoria:economia, liberalismo, filosofia politica, teoria politica
sabato, 19 luglio 2008
Scopiazzando il titolo di un libro di Giobbe Covatta, breve domanda:

Ma se il cosiddetto, piuttosto mitologico, "Neoliberismo" è stato introdotto negli anni '80 per scongiurare il collasso fiscale e monetario dello stato sociale degli anni '70, mantenendo il potere politico intatto e facendo il minimo necessario ad evitare crisi profonde, cosa sta succedendo ora? Stiamo tornando ad una situazione di partecipazioni statali, banche nazionalizzate e mercati capitali vincolati da sempre più regolamentazioni?

Questo significa che ci saranno perdite enormi di efficienza, che la crescita economica si bloccherà, e che la politica monetaria perderà buona parte della sua efficacia.

Vediamo come se la caveranno i politici questa volta. Se sceglieranno la via del mercato, dovranno mettere freno alla spesa pubblica e alla politica monetaria, se sceglieranno la via dello stato torneremo alla situazione degli anni '70 e accelereremo il declino, anche se eviteremo il collasso (finanziario) nel breve termine.

L'unico freno all'onnipotenza statale è che lo stato non può far funzionare l'economia senza il mercato. Purtroppo lo stato non può manipolare la politica monetaria senza causare instabilità radicali nel mercato. Delle due l'una, o si fa un vero neoliberismo (e nel breve termine si paga un prezzo elevato in termini di aggiustamenti macroeconomici), o si va verso il socialismo, che però non funzionava ieri come non funziona oggi e non funzionerà domani.

Le vie di mezzo, come il "Neoliberismo" inflazionistico, che pure hanno consentito di recuperare efficienza, stimolare l'innovazione e ridurre inflazione e disoccupazione, sono intrinsecamente instabili.

"Middle of the road policies lead to socialism", diceva Mises. "Il socialismo è impossibile", diceva sempre Mises. Quindi o mercato o età della pietra. Il destino dell'Occidente è nelle mani dei suoi politici. Quindi stiamo nei guai.
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categoria:economia, liberalismo
venerdì, 18 luglio 2008
Rispondendo a LibertySoldier ho scritto un post. Mi si chiedeva perchè gli USA si sono cacciati in certi casini.

Perchè la Federal Reserve ha di fatto messo in moto una gigantesca macchina per distruggere gli Stati Uniti? Perchè la Germania guglielmina ha messo in moto una gigantesca macchina per autodistruggersi nella Prima Guerra Mondiale?

Fosse stato Bernanke la causa del problema, avrei detto che Bernanke è un idiota e avrei trovato una spiegazione plausibile, in poco tempo. Ma la causa diretta della situazione attuale è Greenspan: e quest'ultimo non era un idiota, sapeva quello che faceva. C'è chi dice che l'ha fatto apposta: ha dato ai politici ciò che i politici si aspettavano da lui.

Torniamo indietro a Volcker, il predecessore di Greenspan: caso più unico che raro, ad inizio anni '80 Volcker riuscì a causare una recessione per risolvere i problemi strutturali dell'economia che si erano venuti a creare con l'uscita dalla gold window da parte di Nixon nel 1971. L'economia USA aveva bisogno di una recessione, e l'ebbe, risolvendo inter alia il problema dell'inflazione dilagante. La cosa è stata politicamente costosa, e questo rende l'atto di Volcker tanto improbabile quanto encomiabile.

In quegli anni Reagan cominciava a fare alcune importanti riforme. Gli USA si ritrovarono con un'economia più libera, con minori tasse, un mercato del lavoro più efficiente, e mercati dei capitali più svincolati da controlli e regolamentazioni. Ma non fece nulla dal punto di vista della spesa, che anzi continuò a salire, e accumulò un deficit e un debito pubblico niente male.

Immaginiamo quindi un'economia dove si vengono all'improvviso a liberare efficienze produttive prima tarpate da idiozie politiche, con un'inflazione bassa grazie a Volcker, e un'economia appena rimessa in carreggiata, mercati finanziari (estremamente sensibili alla politica monetaria per motivi strutturali) deregolamentati e resi più efficienti e competitivi. E un governo che, non avendo saputo mettere freno allo stato sociale, e avendo accresciuto lo stato militare, aveva bisogno di deficit elevati per finanziarsi.

Tutto ciò congiurava per una politica monetaria lassista, che avrebbe impedito il crowding out degli investimenti dovuti al deficit pubblico, che non avrebbe causato inflazione perchè i mercati erano diventati più efficienti, e che sarebbe stata molto ma molto più efficace che in precedenza grazie alle deregulation e la disinflazione.

Si è arrivati a fine anni '80, e col crollo del muro di Berlino l'economia mondiale è cresciuta di molto. Anche questo garantiva ritorni di efficienza, e prezzi bassi. Poi c'è stata la Cina, che ha avuto le stesse conseguenze, ma quantitativamente molto maggiori.

Si è continuato così a pompare. A creare bolle. A distorcere l'economia. Finchè non si è arrivati ad una situazione in cui chi si ferma è perduto, e chi va avanti è perduto uguale.

Ormai i costi di una politica di ritorno alla  normalità sarebbero enormi, e nessuno è disposto a pagarli. Meglio chiudere gli occhi e posticipare il problema.

Non me la sento però di dare la colpa solo ai politici. Anche gli economisti hanno giocato la loro parte.

Nell'amministrazione Reagan c'erano molti supply-siders, per cui la manipolazione della politica monetaria, e i deficit fiscali, non hanno alcun effetto deleterio sull'economia, ma anzi stimolano la crescita. Sono demagoghi senza speranza, ma sono stati, almeno in certi momenti, importanti politicamente.

Inoltre, il paradigma dominante di politica monetaria è attualmente l'inflation targeting, per cui se l'inflazione è costante, non ci sono problemi economici. Questa idea è tanto idiota quanto quella secondo cui negli anni '20 non c'erano problemi perchè i prezzi erano costanti. Shock produttivi positivi come la deregulation o l'avvento della Cina hanno tenuti bassi i prezzi, anche in presenza di distorsioni economiche su scala globale estremamente pericolose. Ma gli inflation targeters non si sono accorti di nulla.

Congratulazioni a tutti, quindi.
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categoria:economia, usa
giovedì, 17 luglio 2008
Sto leggendo qualcosa su alcuni progetti dei sindacati per introdurre qualche sorta di rappresentanza a livello europeo. Non essendo ancora entrato nell'ottica del diritto del lavoro, con i suoi tecnicismi intrisi di moralismo gratuito, parlerò di fanta-politica... che potrebbe non essere tanto fanta, forse sarebbe quindi meglio dire coca-politica, anche perchè l'idea diventa credibile solo dopo l'uso di stupefacenti.

Supponiamo che i sindacati europei si coalizzino e facciano un contratto collettivo europeo del lavoro (un CCEL), che fissa tutti gli standard minimi di lavoro su tutto il territorio dell'Unione Europea a livello centralizzato.

I paesi che a livello di reddito pro capite stanno meglio di noi sono: Germania, Francia, Regno Unito, Olanda, Belgio, Svezia, Austria, Danimarca, Finlanda, Irlanda, Lussemburgo. Sono 266 milioni di abitanti, il 54% della popolazione europea. Alcuni di questi paesi (credo Francia, Irlanda e Regno Unito) non dovrebbero avere reddito molto più alti di quelli italiani, ma non ho controllato. In altri la differenza è considerevole.

I paesi che stanno peggio sono: Polonia, Romania, Grecia, Portogallo, Rep. Ceca, Ungheria, Bulgaria, Slovacchia, Lituania, Lettonia, Slovenia, Estonia, Cipro e Malta. Sono 125 milioni di persone, il 25% della popolazione europea.

Al livello dell'Italia c'è la Spagna, e insieme sono 104 milioni di abitanti, il 21% della popolazione europea.

Si noti quindi che Italia e Spagna sono circa in posizione mediana: i ricchi sono leggermente più del 50% (se si mettono più paesi insieme ad Italia e Spagna sono anche di meno). Quindi un accordo europeo votato a maggioranza richiederebbe il voto favorevole di almeno un paese povero o di fascia media.

Detto questo, vediamo come funziona la contrattazione collettiva: in genere si fissa un salario minimo, o meglio, in Italia, un costo del lavoro minimo. Questo costo minimo del lavoro, in Italia, è la causa dell'elevato livello di disoccupazione nel Meridione, in quanto troppo alto.

Se lo stesso salario venisse imposto ai paesi "poveri", la disoccupazione in questi paesi salirebbe a livelli incredibili, ben oltre il 20% del Sud. Lo stesso identico discorso vale a livello europeo: un costo del lavoro minimo irrilevante per la Germania Occidentale sarebbe troppo elevato per gran parte dell'Italia. Questo implica che un CCEL votato a maggioranza dai paesi ricchi causerebbe probabilmente un notevole aumento della disoccupazione, anche nel Nord Italia.

Una complicazione è legata al fatto che alcuni paesi, come la Germania e l'Italia, sono economicamente eterogenei e quindi hanno già problemi con le politiche sindacali (sinceramente non ho idea di come stiano effettivamente le cose in Germania), ma trascuro la complicazione.

Consideriamo due ipotesi: votazione all'unanimità, e votazione a maggioranza assoluta.

Nel primo caso, nessun paese povero accetterebbe un accordo con salari da paese ricco: l'Ungheria non fisserebbe il costo del lavoro minimo a, mettiamo, 20,000€ lordi l'anno, perchè il suo mercato del lavoro collasserebbe. Questo significa che l'elevata eterogeneità economica dell'Unione Europea farebbe fallire qualsiasi CCEL. Problema risolto.

Non così nel caso di votazione a maggioranza: qui c'è il rischio che l'Italia e la Spagna siano costrette a costi del lavoro incompatibili con la piena occupazione, trasformando tutta l'Italia, tranne forse qualche distretto particolarmente attivo del Nord, in un grande Meridione. Questo perchè l'Italia è lievemente sotto la mediana: quindi il 50%+1 degli elettori è nei paesi più ricchi dell'Italia.

D'altro canto, le dinamiche demografiche, le possibilità di allargamento, il numero dei lavoratori sulla popolazione potrebbero cambiare questo risultato: c'è la possibilità che l'Italia sia proprio in posizione mediana. In questo caso, l'accordo politico che si riuscirebbe a fare, l'unico che garantirebbe il 50%+1 dei voti, sarebbe un CCEL sufficientemente basso da non rovinare l'Itala, ma sufficientemente alto da rovinare tutta l'Europa Orientale, più Grecia e Portogallo.

Insomma: la contrattazione collettiva, per come funziona, danneggia il 50%-1 dei lavoratori più economicamente deboli, a vantaggio del 50%+1 più economicamente forte.

La realtà è ovviamente più complessa, ma quello che ho descritto è proprio ciò che accade in Italia. E ciò che accadrebbe con Europa con un CCEL. Attenti a ciò che desiderate, potreste ottenerlo.
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categoria:economia, politiche sociali
giovedì, 17 luglio 2008
Giovedi 3 e Venerdi 4 sono stato a Firenze per un convegno organizzato da NoisefromAmerika. Il convegno è stato interessante e si è parlato di diversi argomenti importanti: l'unica cosa che non andava è che nessuno dei cibi del pranzo offerto dalla New York University era incompatibile con la mia dieta... troppi carboidrati e poche verdure.

La prima sessione, sulla sicurezza energetica (curata da Stagnaro dell'IBL), è stata molto istruttiva, con una relazione introduttiva del Prof. Beccarello sul mercato dell'energia in Europa e in Italia. Ho scoperto cose assurde, come che (assurdo manco per il cavolo) il protocollo di Kyoto rischia di spostare le produzioni dove si inquina di più (da chi non rispetta il protocollo), con conseguenze perverse per l'inquinamento; o che in Italia non esiste un mercato future per l'energia!

Ma la cosa più assurda è la Borsa per l'energia elettrica in Italia, penso l'unico mercato al mondo dove il prezzo che si paga per consumare differisce dal prezzo che si ottiene per produrre. Così, la produzione in Sicilia costa più che in Lombardia (la cosa dovrebbe stimolare gli investimenti in energia in Sicilia), ma i consumi hanno lo stesso prezzo indipendentemente dalla regione, così nessun siciliano ha interesse a produrre energia in loco (sindrome Nimby: not in my back yard), e chi vuole produrre, attratto dai prezzi di vendita, non ottiene autorizzazioni dalle autorità locali.

Successivamente si è parlato del mercato del gas, troppo concentrato nelle mani dell'ex monopolista pubblico ENI, e si è parlato male del governo in carica. Tanto per capire in mano a chi stiamo: la "concorrenza" nel campo dei servizi pubblici è soggetta ad una social clause per cui l'azienda che vince il contratto deve "risarcire" i dipendenti della vecchia azienda uscente. Questa è stata un'idea di Prodi, precisamente della Lanzillotta: Berlusconi ha aggiunto, udite udite, una "environmental clause"... che è ancora più arbitraria e controproducente. L'ideale per il voto di scambio: io costo di più della concorrenza, ma puoi farmi vincere l'appalto giustificandoti col fatto che pianterò cento pioppi nel territorio comunale.

La seconda sessione non mi ha entusiasmato: si parlava della giustizia civile, un tema fondamentale per lo sviluppo economico di questo paese, ma fondamentalmente non c'erano giuristi che avessero una comprensione di prima mano del tema. Comunque, che i magistrati e anche i giudici di pace abbiano problemi di incentivi, e quindi siano assolutamente inefficienti, mi sembra abbastanza ovvio. Non saprei però come affrontare questi problemi, per mancanza di sensibilità e di conoscenze sull'argomento. Tempo fa mi è stato detto che la giustizia civile in ITalia non funziona per interessi sia dei magistrati che degli avvocati, e sarebbe bello saperne di più.

La terza sessione era sul risparmio: gestito o strutturato? Interessante per chi vuole capire meglio i mercati finanziari. Ho infatti capito perchè il mio piccolo investimento vale meno del nominale e la mi banca dice che non devo preoccuparmi: il capitale è garantito! Quindi la prossima volta li terrò nel conto corrente, tanto è lo stesso. Pazienza. Si è parlato degli enormi costi delle regolamentazioni, e delle assurdità di certe regole (tipo "dichiarare di non avere rapporti con tutti i protestati di Italia" o qualcosa del genere).

Qui avrei due cose da ridire. La prima riguarda le agenzie di rating, e la seconda una domanda fatta da Franco Debenedetti, che non ha avuto risposta (forse perchè troppo semplice?).

Le agenzie di rating sono tre: Moody's, Fitch e S&P. Erano le tre sul mercato prima delle regolamentazioni che ne hanno resi obbligatori i servizi. Il rappresentante di Fitch diceva che le regolamentazioni hanno semplicemente ufficializzato il risultato del libero mercato. Ma non è vero! L'hanno cristallizzato! Ora le tre "sorelle" del rating hanno un bacino di utenza obbligatorio, ed eventuali new-comers daranno rating senza alcun valore economico, in quanto senza riconoscimento. Il risultato è che la situazione di oligopolio di mercato è stata trasformata in un oligopolio legale, de jure: il problema è che, mentre un oligopolio economico può avere ragioni di razionalità economica, quest'ultima non ha in genere nulla a che fare con i monopoli legali.

DeBenedetti ha chiesto stupito perchè la crisi subprime e l'inflazione sono venute insieme... la risposta è banale! Crisi => più moneta => più prezzi. Si tratta dell'effetto di politiche anticicliche, i cui effetti sui prezzi sono esacerbati da situazioni geopolitiche (e.g., la nazionalizzazione di Gazprom) e scelte economiche (e.g., bloccare le trivellazioni in Alaska), e soprattutto dalla scarsa efficacia delle politiche monetarie, che continueranno ad essere lassiste, ma senza riuscire a risolvere i problemi dell'economia, che sono strutturali. Ho sentito addirittura dire che la crisi non è stata veramente grave, e infatti le banche hanno aumentato i profitti: ma se le banche centrali intervengono per salvarle iniettando liquidità a manetta, o trasformando le loro passività a breve in passività a lungo termine, la cosa mi sembra ovvia.

Inoltre c'era un relatore che cercava di accecare gli astanti facendo rifrangere un puntatore laser su un bicchiere di vetro...

Il giorno dopo è cominciato con i sistemi elettorali: maggioritario o proporzionale? Si è parlato a lungo di un complicatissimo sistema elettorale adottato in Australia, ma non ho capito bene il senso del tutto: inutile, come ha detto un commentatore, cercare di cambiare un paese cambiando le leggi elettorali, visto che queste sono endogene al processo politico che si vuole cambiare. Comunque, l'idea di base regge: il maggioritario, coeteris paribus, favorisce spese locali; il proporzionale favorisce compromessi che generano spese di welfare generali, spesso maggiori.

La quinta sessione era sul federalismo, e si criticava l'idea di imporlo dall'alto, quando i processi sociali e politici di questo tipo in genere avvengono nel lungo termine, dopo conflitti, e comunque in modalità bottom-up. Si è parlato del ruolo dei politici nella creazione di identità collettive (da liberale non so cosa sono, ma sono importanti), e dei casi belgi e spagnoli. Il commentatore faceva notare che la spinta al federalismo dirigista forse ha più a che fare con il rent seeking dei leader locali che non col benessere delle popolazioni. E il cinismo, non si sa perchè, in politica avvicina sempre alla verità.

La sesta sessione parlava delle spese dei comuni, ed è stata organizzata da una rete, chiamata Civicum, che è molto interessante e che studierò. Era un'analisi comparativa delle spese dei principali comuni italiani, per controllare come funzionavano. L'idea è che probabilmente basterebbe una riorganizzazione per risparmiare 50-100 miliardi di euro. Successivamente ha parlato l'assessore al bilancio del Comune di Firenze, che era molto preparata e ha spiegato le varie voci del comune: molti trasferimenti dallo stato, poi le tasse, poi i monopoli dei servizi pubblici, poi... le multe! Le finanze comunali andrebbero ristrutturate ex nihilo, basandole solo sulle tasse locali: le altre cose sono odiose e tendenti agli abusi (le multe), o economicamente inefficienti (trasferimenti e monopoli). Le tasse sono l'unico modo di responsabilizzare l'elettore, che le vede in busta paga e pensa a cosa sta votando. No representation without taxation...

Infine c'è stata la sessione sul welfare, che ha mostrato in primis che l'Italia sta messa male rispetto al resto d'Europa, il che non è una novità, con una tendenza a spendere per le pensioni (i pensionati stranamente sono il 50% degli iscritti ai sindacati), e a non spendere in assistenza sociale. La spesa pensionistica, udite udite, non esploderà in funzione del PIL (probabilmente perchè i giovani non prenderanno nulla, ipotizzo), mentre nel breve termine la spesa che rischia di impazzire è quella sanitaria (e qui la retorica contro i ticket si fa sentire). Comunque, anche la riforma delle pensioni è fondamentale, e se n'è parlato.

Di queste cose bisognerebbe farne almeno una l'anno. E non nei giorni lavorativi: i liberali lavorano, non sono autonomi dei centri sociali. Queste cose vanno fatte il sabato e la domenica. E con tante verdure al buffet, per chi ha un limite di 40g di riso, 40g di pane e 120g di carne a pasto.
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categoria:economia, politica interna, liberalismo
mercoledì, 16 luglio 2008
Ho appena finito di leggere una pubblicazione della CGIL sul lavoro nel Sud, e ho trovato un'argomentazione del tutto erronea contro le cosiddette gabbie salariali.

L'argomento è il seguente: non è vero che il Sud è meno produttivo del Nord, in quanto la produttività media nelle grandi aziende è uguale nei due casi, mentre le differenze ci sono solo nelle piccole aziende, mediamente meno produttive delle grandi; di conseguenza, la riduzione dei salari al sud non influenzerebbe l'occupazione.

Lasciamo perdere il fatto che, se la disoccupazione è al 20%, una ragione deve pur'esserci, e 150 pagine di analisi del libro non ne forniscono uno. Lasciamo anche perdere le difficoltà nel misurare la produttività, visto che la propensione a pagare il lavoro dipende anche da molti fattori qualitativi, come l'assenteismo e la carenza di infrastrutture di trasporti.

Sono due i problemi veri del ragionamento: la teoria economica dice che i salari tendono ad essere pari alla produttività marginale, non alla produttività media. E si confonde la produttività del singolo impianto con la produttività sistemica (se ci sono 50 grandi impianti e 500 piccoli impianti, al Sud, mentre al Nord ce ne sono 2,000 e 10,000, che i pochi impianti produttivi al Sud non siano diversi rispetto a quelli del Nord non è una grande consolazione). Insomma: rimandati in microeconomia.

Il punto è questo: al Nord ci sono più aziende, sia piccole che grandi, e quindi le possibilità di trovare lavoro sono molte. L'equilibrio di mercato, su tassi di disoccupazione spesso ridicolamente bassi (intorno al 3% in alcune zone, in alcuni periodi), si ha per livelli di produttività marginale alti, e quindi i salari sono alti.

Ammettiamo che le grandi aziende del Sud abbiano la stessa produttività delle aziende del Nord, a parità di condizioni. Il problema è che sono di meno: e per dare lavoro a tutti i lavoratori occorre quindi lavorare a livelli di produttività marginali minori, con salari di equilibrio minori. Tutto sommato, è logico che non serve a nulla che ci sia un impianto industriale da 3,000 posti di lavoro in Campania che produce come al Nord, quando al Nord ce ne sono, per una popolazione simile, dieci volte di più.

Se i mercati sono segmentati, con capitali e lavoratori immobili, ci saranno due salari di equilibrio diversi al Sud e al Nord. Se ci sono scambi di capitali e scambi di lavoratori si avrà un'equalizzazione dei salari: questo avviene sia perchè i salari del Nord attrarranno lavoratori dal Sud, sia perchè coeteris paribus i bassi salari del Sud attrarranno capitali, per via dei maggiori rendimenti.

L'introduzione di un costo minimo del lavoro, in Italia tramite Contratto Collettivo Nazionale del Lavoro, produrrà disoccupazione al Sud, perchè il costo minimo del lavoro dovrà essere pagato dalla produttività delle poche aziende del Sud.

La maggior parte dei lavoratori disoccupati finirà nel mercato nero, dove troverà lavoro al di là del CCNL: il mercato nero è una manna per queste persone, ma non è un sostituto perfetto. Il lavoro nero è meno sicuro, meno produttivo. E' più difficile fare grandi investimenti in grandi impianti assumendo in nero. Quindi il sottosviluppo del Meridione diventa eterno e irrisolvibile. Bel risultato.

Se ora consideriamo che le minori infrastrutture, il minore rispetto della legalità, e probabilmente anche maggiore assenteismo tra i lavoratori del Sud fanno sì che un investimento al Sud sia meno redditizio a parità di condizioni rispetto ad uno nel nord, capiamo dov'è il problema...

E pensioni di anzianità finte e pubblico impiego non hanno mai arricchito una regione... non ci si sviluppa con l'elemosina e il parassitismo, ma con l'accumulazione di capitale. Quello che i sindacati impediscono. Ma trovare una frase del genere su una pubblicazione della CGIL... è una vana speranza. Meglio usare pessimi argomenti.
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categoria:economia, politiche sociali
martedì, 15 luglio 2008
Si tratta di un libro breve, quindi con molti spunti, ma pochi argomenti approfonditi: comunque molto interessante. Anche perchè gli argomenti, anche se a mala pena accennati, sono convincenti.

Il titolo è una provocazione: il liberismo, non so perchè, è da tutti considerato di destra. Il che è strano: basti pensare a Tremonti. Le ragioni storiche sono due: il liberalismo (cioè il liberismo) è stato il nemico storico del socialismo, cioè della sinistra; e in passato è esistita una destra liberista, tipo la Old Right americana degli anni '30, o Einaudi negli anni '50. Pochi personaggi isolati, soprattutto in Italia.

Il libro di fatto sottolinea la bancarotta del socialismo e della socialdemocrazia dal punto di vista degli ideali del socialismo e della socialdemocrazia: per questo è un libro geniale. Il liberismo è descritto come un sistema efficiente, ma questo lo sanno tutti, ma anche un sistema equo, dove il merito conta più del censo, e dove i lavoratori deboli non sono costretti alla disoccupazione, e i consumatori poveri ottengono beni e servizi a buon mercato.

Prima di entrare nel merito del libro, occorre notare che l'argomentazione può avere un limite: l'egalitarismo come ideale è intrinsecamente illiberale, in quanto totalitario (richiede un dittatore sociale benevolo che determini i risultati dell'azione sociale, o, il che sostanzialmente è lo stesso, fissi le condizioni iniziali). Ma il significato del libro è un altro (e tra l'altro mi sembra sottolinei che migliorare le condizioni dei poveri è più importante dell'uguaglianza): il liberismo è maggiormente in grado di favorire le condizioni di vita delle classi povere. Cosa che saprebbero tutti, se non ci fosse stato Marx ha inventare la frottola secondo la quale i proletari sonos tati impoveriti, anzichè enormemente arricchiti, dal capitalismo.

Quando i propri valori cozzano con i propri convincimenti, in politica in genere si chiudono gli occhi, o accettando pragmaticamente valori diversi da quelli professati, o negando l'evidenza. Libri del genere, mettendo il dito nella piaga delle contraddizioni, in questo caso sottolineando l'inconsistenza della falsa dicotomia tra equità ed efficienza, oltre che tra libertà e solidarietà (termini non usati dagli autori), possono essere molto utili, se non altro perchè possono essere illuminanti.

Nel libro si afferma che la meritocrazia è di sinistra, perchè l'alternativa è la società divisa per censo, mentre la meritocrazia è la base della dinamicità verticale della società; che la liberalizzazione dei mercati è di sinistra, perchè riduce i costi dei consumi, cosa che avvantaggia soprattutto le fasce di reddito minori; addirittura la riforma del mercato del lavoro sarebbe di sinistra, perchè riduce la disoccupazione, soprattutto tra i poveri, ed è preferibile al sistema di lavoratori di serie A e di serie B che si è voluto creare per non danneggiare i sindacati; addirittura ridure la spesa pubblica ed eliminare lo stato imprenditore è di sinistra.

Insomma, c'ho messo anni per capire che non ero di destra, ora mi si vuole convincere che sono di sinistra: ma dal libro desumo che sia di sinistra, cioè "equo", l'esatto opposto di ciò che la sinistra è sempre stata ed ha sempre voluto. Quindi non bisogna essere di sinistra per essere liberisti: il libro dimostra semplicemente che la parola "equità" è stata usata a sproposito dai difensori dello status quo social-democratico, ma è perfettamente compatibile con una visione liberale dei rapporti sociali.

Alla fine, la cosa meno condivisibile del libro è l'ottimismo che pervade le conclusioni. Ma si sa, io sono un pessimista da record.

PS Ci saranno i liberisti di destra che strepitano per lo scippo dell'etichetta: ma il miglior modo per tenersi un'etichetta è meritarsela, e l'attuale governo sta facendo di tutto per dimostrarsi statalista, dirigista, interventista.
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lunedì, 14 luglio 2008
Recensendo al 10% l'ultimo libro di Naomi Klein, che avevo letto al 10%, avevo scritto che esistono tre tipi di libri cretini: quelli scritti da cretini, quelli scritti per i cretini, e quelli scrtti da cretini per i cretini. Avevo problemi di classificazione.

Penso di poter estendere la tricotomia a qualsiasi affermazione.

Io non credo che chi ha detto questo non si sia accordo dell'assurdità dell'affermazione, e questo elimina due delle tre opzioni: "I Paesi consumatori si incontrino al più presto, magari a Londra, per mettersi d’accordo su un prezzo massimo e ragionevole che non possa essere superato".

Al post su Chavez che ho scritto giorni fa, per motivi di stile e target, non ho potuto inserire la celebre frase "la democrazia è l'adorazione degli sciacalli da parte dei somari". Comincio a pensare che questa sia la volta buona per rispolverare il sarcastico acume di Mencken.
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categoria:economia
lunedì, 14 luglio 2008
Willy Wonka ha linkato una testimonianza al Congresso di un operatore finanziario che afferma che la speculazione sui future è fondamentale per capire l'andamento dei prezzi del petrolio e del cibo. Gli argomenti del testimone non sono granchè.

Personalmente non mi fido molto di chi ragiona così:

"Commodities prices have increased more in the aggregate over the last five years than at any other time in U.S. history.1 We have seen commodity price spikes occur in the past as a result of supply crises, such as during the 1973 Arab Oil Embargo. But today, unlike previous episodes, supply is ample: there are no lines at the gas pump and there is plenty of food on the shelves."

Le code si formano quando i prezzi hanno un tetto, se non ce l'hanno aumentano e l'offerta può comunque continuare a riempire gli scaffali. Il problema odierno è che l'offerta cresce lentamente rispetto alla domanda, tutto qui. Non so cosa sia successo negli anni '70, ma i fondamentali di questo scorcio di XXI secolo sono per la crescita delle materie prime.

Successivamente parla di risorse accumulate dagli investitori tramite i future. La cosa non ha molto senso:

"Index Speculators have now stockpiled, via the futures market, the equivalent of 1.1 billion barrels of petroleum"

Immagazzinamento fisico o soltanto future comprati sul mercato? Non si può non distinguere le due cose. Gli investitori in future hanno forse messo nelle loro cantine 1.1 miliardi di barili di petrolio, pari a 130 miliardi di litri? Ci vogliono circa un migliaio di petroliere di grandi dimensioni per tenere tutto questo petrolio, e le petroliere nel mondo sono alcune migliaia.

E lo tengono per quale motivo? Aspettano che le raffinerie falliscano e che il prezzo spot scenda a 10 dollari, per perdere soldi nell'investimento? Ovviamente no: lo rivendono alle raffinerie il prima possibile, prima cioè che vadano fuori mercato... è per questo che io non credo che l'immagazzinamento di cui parla l'autore sia fisico: si tratta di cifre scritte su contratti future, che a scadenza verranno vendute alle raffinerie, le uniche che possono comprare petrolio greggio e usarlo.

"Right now, Index Speculators have stockpiled enough corn futures to potentially fuel the entire United States ethanol industry at full capacity for a year. That’s equivalent to producing 5.3 billion gallons of
ethanol, which would make America the world’s largest ethanol producer."

Qualcuno dovrebbe spiegargli che se prova a produrre biofuel con un future sul mais non viene fuori nulla.

"One particularly troubling aspect of Index Speculator demand is that it actually increases the more prices increase. This explains the accelerating rate at which commodity futures prices (and actual commodity prices) are increasing."

Ragionamento errato: potrebbe essere l'esatto opposto... aumentano gli investimenti perchè aumentano i prezzi. Il ragionamento non prova nulla.

"Index Speculators buy futures and then roll their positions by buying calendar spreads. They never sell."

E che ci fanno col petrolio? Lo collezionano? Lo mettono in un miniaturizzatore di dimensioni e pesi e lo tengono dentro una cantinetta?

"If Americans reduce their demand through conservation measures like carpooling and using public transportation, it will have little affect on Institutional Investor demand for commodities futures."

Certo, abbiamo investitori che spendono miliardi di dollari per comprare risorse che nessuno vuole. Quando servirà loro liquidità, avranno tanto petrolio fuori mercato, da vendere spot a due lire... che senso ha?

A questo punto ripeto la teoria che mi permette di dire che la speculazione può avere effetto sull'oro e le case, ma non sul petrolio, almeno nel medio termine. Nel breve termine c'è qualche possibilità che speculando sui future del petrolio si prenda qualcosa, anche se il tutto non è certo facile.

Al mondo ci sono (se ricordo bene) circa 6 miliardi di once d'oro: se compro e metto da parte un miliardo di once, cosa che richiede solo 1,000 miliardi di dollari ai prezzi attuali, probabilmente questo prezzo aumenterà moltissimo. Un miliardo di once sono 30,000 tonnellate, occupano un volume relativamente ridicolo, e probabilmente si tengono in un edificio: sono 1,500 metri cubi, in un magazzino di 1,000 mq c'entrano.

Supponiamo che in Italia ci siano cento milioni di abitazioni del valore di 100,000 euro... se ne compro dieci milioni, sempre con 1,000 miliardi di dollari, sicuramente faccio aumentare i prezzi delle case. Mi troverò con dieci milioni di appartamenti, che tra l'altro posso affittare, guadagnandoci sopra mentre attendo di liquidare l'investimento e ritornare liquido.

In entrambe i casi, il mio problema è evitare che l'elevato prezzo dell'oro e degli appartamenti non stimoli un aumento dell'offerta e una riduzione della domanda tale che, quando venderò le mie 30,000 tonnellate di oro, e i miei dieci milioni di appartamenti, non mi ritroverò a vendere ad un prezzo che è inferiore a quello a cui avevo comprato. Pericoli della speculazione.

Con il petrolio si può fare lo stesso ragionamento?

L'offerta di petrolio si aggira (tutti i numeri sono molto arrotondati) sui 30 miliardi di barili l'anno. Con mille miliardi di dollari investiti posso sicuramente comprarne un bel po': circa un terzo, ai prezzi attuali. Dopodichè, dovrò cercare un posto dove mettere un miliardo di metri cubi di petrolio, che pesano un miliardo di tonnellate (un po' meno): con diecimila superpetroliere ce la faccio... ops! Ne esistono 3,000 in tutto il mondo (e non credo tutte super).

Il problema della speculazione sul petrolio, è che un litro di petrolio vale 1$, mentre un litro d'oro vale 600,000$. Io posso riempire la mia casa d'oro e influenzare i prezzi mondiali, ma la stessa cosa col petrolio richiederebbe molto di più, visto che tutte le petroliere del mondo non basterebbero ad immagazzinare 1,000 miliardi di dollari di petrolio (e dire che a casa mia, riempiendo tutto fino al soffitto, entrebbero 300 miliardi di dollari d'oro! Ma non li andate a cercare, non ce li ho).

Qualcuno mi potrebbe criticare perchè confronto lo stock mondiale d'oro con il flow annuale di petrolio (la produzione annuale), ma questo rappresenta un problema ancora più grave per chi vuole speculare sul petrolio...

L'unico modo che ha la speculazione in future di far aumentare i prezzi è costringere le raffinerie a pagare di più, e liquidare gli investimenti vendendo tutto alle raffinerie prima che i produttori aumentino la produzione, e le raffinerie chiudano i battenti. Non esistono altri modi per guadagnarci sopra, e questo non può giustificare gli aumenti che ci sono stati sin dal 2002.
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