lunedì, 09 novembre 2009
Nel post precedente facevo notare come un mio lungo ragionamento non fosse sufficientemente lungo. Infatti supponevo che l'economia possa essere costretta ad una dinamica di non-equilibrio non sostenibile e mostrare crescita dell'output maggiore di quella potenziale per periodi di tempo di diversi anni, possibilmente due decenni. Poi supponevo che la politica monetaria avesse qualcosa a che fare con questo problema. Oggi parlerò della prima cosa.

Che una dinamica di crescita superiore al sostenibile che duri anni e anni non possa accadere in un modello di crescita di equilibrio generale alla Solow è evidente: il capitale una grandezza omogenea che si accumula risparmiando e decumula ad un certo ritmo, e quindi la produzione è un problema banale.

Affinché la storia austriaca del ciclo economico possa avere senso è necessario che:

1. L'economia possa stare nel breve-medio termine al di fuori dell'equilibrio;
2. Consumi e investimenti possano crescere assieme nel breve-medio termine.

Il punto (2) si chiama "problema del comovimento", ed è una critica alla teoria austriaca che si basa sull'idea che un boom, essendo nato dal furto di potere d'acquisto a favore dei produttori e a danno dei consumatori per via dell'iniezione creditizia, debba corrispondere ad una diminuzione del consumo, cosa così lontana dalla realtà da poter confutare una tale interpretazione della teoria.

Ci sono vari motivi per cui si può avere, nel breve-medio termine, questo fenomeno, e alcuni sono tipicamente austriaci e altri no.

A. Produzione inefficientemente bassa
B. Crescita economica sostenibile
C. Crescita economica finanziata da assunzione maggiore ma efficiente di rischio
E. Crescita economica finanziata da consumo di capitale
E. Crescita economica finanziata da espansione non sostenibile della struttura del capitale
F. Crescita economica finananziata da accumulazione non sostenibile di debito
G. Crescita economica finanziata da assunzione inefficientemente maggiore di rischio

(A) è la tipica posizione keynesiana: la capacità produttiva inutilizzata è uno spreco di risorse ed è possibile aumentare la produzione a costo zero stimolando la domanda aggregata. In questo caso il comovimento si ha perché consumi e investimenti (la cui somma è pari alla produzione) erano inefficientemente bassi e possono crescere contemporaneamente senza pestarsi i piedi a vicenda.

(B) è la tipica posizione neoclassica: la struttura economica è sostenibile altrimenti non varrebbero le aspettative razionali. Se consumi e investimenti salgono assieme è perché la frontiera delle possibilità produttive si espande. Il comovimento nasce dalla crescita economica.

(C) è un fenomeno ipotizzato da Tyler Cowen in "Risk and business cycles", in cui si possono scegliere rendimenti bassi e sicuri oppure alti e rischiosi e la scelta dei due non implica alcuna inefficienza. La politica monetaria influenza la scelta, spostando gli investimenti verso rischi maggiori, ma con benefici in termini di crescita. Tutto sommato questa posizione è pienamente neoclassica.

(D) è una tipica posizione austriaca: è possibile trascurare di finanziare il mantenimento di beni capitali durevoli per diversi anni, e spostare risorse verso la produzione maggiore di beni di consumo nel breve-medio termine, di fatto espandendo la frontiera delle possibilità produttive in maniera non sostenibile, finché i beni capitali durevoli trascurati non fungeranno da collo di bottiglia per la produzione.

(E) è una tipica posizione austriaca: è possibile che durante il boom si raggiunga un livello di investimento tale da non essere sostenibile perché richiederà in futuro un livello di risparmi superiore a quello che sarà veramente disponibile. Inizialmente questi investimenti possono creare boom, facendo iniziare nuovi piani produttivi, introducendo nuove tecnologie, impiegando beni capitali submarginali.

(F) è un'estensione della posizione austriaca: è possibile ovviamente crescere se si hanno a disposizione risparmi, ma questa crescita potrebbe essere sostenibile in quanto basata su risparmi reali. Ma cosa succede se la struttura creditizia sottostante è intrinsecamente insostenibile per motivi finanziari? Questo è quello che è successo agli USA quando hanno cominciato a chiedere prestiti a tutto il resto del mondo.

(G) è un'estensione della posizione austriaca: la politica monetaria può influenzare l'assunzione di rischio assicurando gli investitori dalle conseguenze dei propri errori, e quindi può creare un percorso di crescita dell'economia che è inefficientemente instabile, ma che può inizialmente portare ad una crescita superiore al ritmo sostenibile aumentando l'assunzione di rischio in ogni sua forma.

Non sono sicuro che (D) e (E) non siano praticamente equivalenti, mentre è abbastanza evidente che (F) è un caso particolare di (G). I punti (D-G) mostrano come, se la teoria austriaca ha problemi, questi non sembrano derivare dalla teoria del capitale, che è in grado di giustificare gran parte degli "stylized facts" dei cicli economici.

(D-E) possono giustificare un comovimento inefficiente tra consumo e investimento soltanto nel breve-medio termine: nel lungo termine i colli di bottiglia stringono. (F-G) invece possono allungare un boom un altro po', a patto di creare speculazione finanziaria insostenibile. Vi ricorda qualcosa? Negli anni '90 l'economia cresceva realmente, poi è cresciuta, nel XXI secolo, in maniera puramente speculativa. Idem per gli anni '20, in cui ci fu crescita fino al '27 e speculazione fino al '29 (se la Fed avesse continuato, la cosa sarebbe durata per ancora qualche anno).

E' indubbio, inoltre, che un boom lungo debba necessariamente avere una base reale (neoclassica), e cioè basarsi su (B). Infatti (D-G) smettono di operare quando si formano colli di bottiglia, o appena un evento negativo colpisce la struttura finanziaria. Il punto è che (B) può coesistere con (D-G), nascondendone i sintomi e prolungando il boom insostenibile. Ma questa è un'altra storia.
postato da: Libertarian alle ore 15:57 | Permalink | commenti
categoria:economia, economia austriaca
domenica, 08 novembre 2009
L'autismo e il solipsismo avanzano e oggi commento un mio commento. O meglio, prometto che lo commenterò, sviluppando alcuni assunti.

Qualche giorno fa ho scritto da Lakeside Capital:

L’output gap è misurato facendo una media dei tassi di crescita. La media è fatta a frequenze del ciclo (5-6 anni?), mentre l’iperestensione economica USA dura perlomeno dalla metà degli anni ‘80, da quando cioè la Fed ha cominciato a fungere da assicurazione per il settore bancario e finanziario.

Quindi le stime di potential output sono errate perché si basano su una traiettoria economica non sostenibile, finanziata da distorsioni strutturali come l’eccesso di rischio, l’eccesso di indebitamento e la canalizzazione di risorse verso settori economicamente non veramente remunerativi (immobiliario, bancario, finanziario, automotive).

Impossibile quindi capire le componenti reali e quelle distorsive delle dinamiche macroeconomiche degli ultimi due decenni, e quindi impossibile capire il path “sostenibile” che potrebbe essere intrapreso. Impossibile, e comunque inutile: le autorità economiche stanno facendo di tutto per perpetuare il path insostenibile, con l’unica differenza che non sembra ci stiano riuscendo, dopo vent’anni di relativa efficacia delle politiche anticicliche (anche se la jobless recovery di inizio secolo doveva far capire che i pasti gratis – si fa per dire – di Greenspan erano arrivati alla frutta).

Se facciamo l’ipotesi che ora si torni verso percorsi di equilibrio, cosa assolutamente falsa:
  • La disoccupazione aumenterà nel breve termine per il panico e nel medio per la ricollocazione strutturale. Nel lungo termine non succede nulla perché la disoccupazione di equilibrio è dovuta alle normali dinamiche di search/match e non all’aggiustamento improvviso di strutture insostenibili.*
  • L’output potenziale è preso tra due forze opposte: da un lato la politica monetaria stimola investimenti e finché dura quindi stimola la crescita; dall’altro riduce l’efficienza del sistema economico spingendo gli agenti a considerare i costi sociali e i benefici privati fino a minare la struttura economica sottostante.
Siccome pare che la crescita dell’ultimo decennio sia stata solo immobiliare e finanziaria, direi che la prima forza è diventata irrilevante rispetto alla seconda. Con l’attuale mole di interventi sarà sempre peggio, vista la sistematica irresponsabilizzazione degli agenti, la socializzazione dei costi, la distruzione della coordinazione di mercato.

Quindi: output potenziale giù (come tassi di crescita se non in senso assoluto) nel breve, nel medio e, se si continua con queste politiche, forse anche nel lungo termine.

Comunque, rigetto interpretazioni EMHiste dei mercati finanziari: la gente faceva equity extraction sulla casa e pensava di poter non risparmiare e di indebitarsi ad libitum perché il mercato era impazzito, non perché lo sviluppo della finanza aveva aperto nuovi paradisi di efficienza.

Il ragionamento di cui sopra si basa su una serie di presupposti:
  • Una dinamica molto complessa del legame tra consumo, investimento, indebitamento e output nelle varie fasi del ciclo;
  • Un'idea inefficientista dei mercati finanziari, che oltre a fare il loro dovere sono anche oggetto di forze distorsive sistematiche che spingono verso un'allocazione economica erronea e una struttura economica-finanziaria instabile e tendente all'inversione (recessione).
Credo che questi due punti non siano chiari perché sono troppo complessi per un commento. Quindi spero di scriverci sopra qualcosa.

* A meno che non si ferma la ristrutturazione economica sine die, come negli anni '30 o in Giappone negli anni '90.
postato da: Libertarian alle ore 14:36 | Permalink | commenti (1)
categoria:economia, economia austriaca
mercoledì, 28 ottobre 2009
Ho scritto un articolo su Giornalettismo.

Nei commenti noto:

"Stavo pensando che una ben magra consolazione dell'avere alte aliquote di Capital GAin Tax è che limitano la possibilità di fare equity extraction a partire da bolle speculative, cosa che negli USA ha portato al tracollo dei tassi di risparmio, incentivando i consumatori a spendere rendite finanziarie (su case o azioni) che in realtà non erano reali."

Questa è un'altra istanza dell'inasprimento del trade-off efficienza/stabilità nel caso di politiche interventiste: siccome gli interventi anticiclici spostano i costi dagli investitori al resto della società, generando moral hazard, tendono a indurre scelte di finanziamento inefficienti sul piano del rischio; l'unico modo di evitare questa instabilità è impedire agli agenti di reagire liberamente e rapidamente agli incentivi creati dalle politiche interventiste; ma impedire questo significa anche ridurre l'efficienza, in quanto si riduce la possibilità di sfruttare le opportunità dei profitto da parte degli imprenditori.

L'articolo su Giavazzi, comunque, parla d'altro.
postato da: Libertarian alle ore 10:42 | Permalink | commenti
categoria:economia
lunedì, 05 ottobre 2009
Ieri mi è capitato di sentire per l'ennesima volta un ragionamento che apparentemente fila ma che secondo me non ha né capo né coda.

Il ragionamento è: la moneta è emessa contro debito; la banca centrale emette banconote pari più o meno al capitale dei titoli monetizzati e poi ottiene il capitale e gli interessi maturati; siccome la moneta per pagare gli interessi non è in circolazione, l'inflazione è necessaria; siccome se non si pagano gli interessi si fallisce, se non si crea abbastanza inflazione il sistema economico collassa necessariamente.

Supponiamo di avere un'economia stazionaria con un produttore, un consumatore e una banca. Le transazioni avvengono contro moneta, si produce un solo bene, l'unico fattore di produzione è il lavoro, il tasso di interesse di equilibrio è il 5%, il periodo di produzione è un anno, l'offerta di moneta è pari a 100$, si producono 100 unità di merce, la velocità di circolazione è unitaria (quindi il livello dei prezzi sia 1$/unità, in base a P=M*V/Q)
  • Il 1 Gennaio il produttore emette pagherò per il valore di 100$ con scadenza un anno, e li vende alla banca che dà 95$ in banconote al produttore.
  • Il 2 Gennaio il produttore dà 95$ al lavoratore per iniziare la produzione.
  • Il 29 Dicembre il produttore ha 100$ di merci.
  • Il 30 Dicembre i consumatori spendono 95$ per comprare le merci dai produttori
  • Il 31 Dicembre la banca riscatta i pagherò guadagnando 5% di interessi e comprando i 5$ di merci residue.
  • Il 1 Gennaio dell'anno successivo la banca fa la stessa cosa dell'anno precedente e i soldi vengono rimessi in circolazione con una nuova monetizzazione.
Complessivamente il 95% della produzione è dei lavoratori e il 5% della banca. La banca è un fattore di produzione in quanto la moneta facilita le transazioni e quindi è utile. Il salario è pari al 95% del valore della produzione, che è quello che rimane dopo aver pagato il servizio bancario.

Nessuno fallisce, l'economia può andare avanti in eterno, e non c'è bisogno di inflazione.

PS La cosa stupefacente del ragionamento di cui sopra è che certe persone credono che il debito esiste perché la moneta è emessa contro debito. L'aspetto assurdo è che non c'è debito senza credito, quindi un'economia senza debito equivale ad un'economia senza credito, cioè un'economia hand-to-mouth di tipo primitivo.
postato da: Libertarian alle ore 11:01 | Permalink | commenti
categoria:economia
lunedì, 21 settembre 2009
Normalmente le banche centrali monetizzano titoli di Stato. La BCE per statuto può monetizzare anche obbligazioni private e addirittura strutturate (già da ben prima della crisi finanziaria), anche se con un tasso di sconto maggiore per via del maggior rischio. La Fed fino al 2007 credo monetizzasse solo titoli di Stato, ma alla finestra di sconto (facility in condizioni normali trascurabile rispetto alle operazioni di mercato aperto) accettava anche titoli privati.

Il punto è che qualsiasi cosa può essere monetizzata, anche le sedie e i libri: basta darli alla banca centrale in cambio di denaro, e poi restituirli (supponendo operazioni a pronti) dopo qualche giorno. Siccome la Fed, e credo in misura minore la BCE, ha monetizzato di tutto, ormai, anche i coriandoli (come le obbligazioni strutturate), è ora di fare un passo avanti e monetizzare la disoccupazione.

L'idea è semplice: si prende un disoccupato e lo si assume a tempo determinato alla Federal Reserve, con mansioni inutili come contare il debito pubblico americano (un dollaro alla volta) o fare studi sul culto della personalità da Mussolini a Obama (per i disoccupati umanistici che non sanno contare). In cambio si riceve uno stipendio con banconote nuove di zecca, consegnate direttamente in mano (per bypassare il sistema bancario).

Il risultato sarebbe un aumento della domanda aggregata e quindi, grazie al moltiplicatore keynesiano, un aumento della produzione. I prezzi rimarranno stabili perché c'è capacità produttiva inutilizzata, e l'aumento della redditività migliorerà i conti delle banche e delle aziende.

Mi sembra un'idea geniale. Mi chiedo però perché non l'abbia già proposta Krugman.
postato da: Libertarian alle ore 17:21 | Permalink | commenti (5)
categoria:economia
lunedì, 21 settembre 2009
Mio articolo su Giornalettismo.
postato da: Libertarian alle ore 11:30 | Permalink | commenti
categoria:economia
lunedì, 21 settembre 2009
Un economista (o un informatico?) di nome Axtell ha pubblicato nel 2005 un interessante paper in cui sostanzialmente dice che Mises e Hayek avevano ragione, per quanto riguarda la loro visione del processo di mercato, e Arrow e Debreu torto*. La cosa simpatica, e che avrebbe fatto perdere tutti i capelli a Mises e metà della capigliatura anche ad Hayek, è che la dimostrazione è matematica.

Più precisamente, si utilizzano gli strumenti dell'informatica teorica, più in particolare quelli di teoria della computazione e della complessità algoritmica. In sostanza, la teoria della computazione ci dice quanti calcoli servono per svolgere un'operazione, e soprattutto come la complessità scala con la dimensione dello spazio in cui l'operazione è svolta.

Sembra complicato, e infatti lo è, ma l'idea di base è semplice: se per fare una moltiplicazione tra due numeri a due cifre servono quattro moltiplicazioni elementari (a una cifra), e per farlo a dieci cifre ne servono cento, allora la moltiplicazione ha complessità (perlomeno il mio algoritmo) quadratica, perché se le cifre raddoppiano il numero di operazioni quadruplica.

I problemi più semplici sono quelli logaritmici (credo), come cercare un punto in un segmento. I problemi più complicati sono quelli esponenziali, che raddoppiano di complessità ogni volta che si aggiunge una cifra (questa definizione fa schifo, però sappiate che gli esponenziali crescono più rapidamente dei polinomi, di qualsiasi grado essi siano).

Axtell ha preso in considerazione due specificazioni di un'economia di puro scambio (Senza produzione) con N beni e A individui, e ha dimostrato che l'equilibrio walrasiano ha complessità esponenziale, e quando va bene quartica (se raddoppia la dimensione, le operazioni diventano 2^4 volte di più, cioè 16) in casi particolari; mentre un'economia che funziona su un processo decentralizzato di scambio in cui sono gli agenti che cercano altri agenti con cui scambiare ha complessità quadratica nel numero dei beni e nel numero di agenti (in casi particolari è lineare nel numero di agenti). Questo significa che il banditore walrasiano deve risolvere un problema che è quasi sempre esponenziale, e quindi una volta arrivato a dieci agenti e dieci beni esplode: la visione walrasiana dell'equilibrio è quindi assolutamente impossibile.

Un processo di scambio decentralizzato è invece abbastanza semplice sul piano computazionale ed è possibile ad esempio simulare al computer processi di mercati semplificati con migliaia di agenti e di beni. Nulla ovviamente che abbia a che fare con la complessità del mercato, ma tanto mica bisogna simularlo al computer.

Gli equilibri decentralizzati non sono walrasiani. Qui a dir la verità vado in un campo a me poco noto perché la teoria positiva dell'equilibrio walrasiano mi è ostica, se non altro perché tremendamente noiosa. In ogni caso, mi sembra che la differenza più significativa è che in un equilibrio walrasiano la ricchezza degli individui non cambia (perché gli scambi avvengono in condizione di uguaglianza dei valori marginali), mentre in un'economia a scambi decentrati ogni transazione al di fuori dall'equilibrio modifica la distribuzione dei redditi e quindi l'equilibrio finale (path dependency). Mi sembra una cosa del tutto ovvia, nel mondo reale, che la ricchezza di una persona non sia nota a t=0 e costante ma determinata anche da quanto sia bravo con gli scambi (imprenditorialità).

Ci sono altre differenze, come la stabilità (l'equilibrio decentrato è sempre stabile) e qualche somiglianza (la definizione di equilibrio è ovviamente sempre Pareto-ottimale, ed esistono teoremi analoghi ai due teoremi fondamentali dell'equilibrio walrasiano).

A questo punto non so se la letteratura in question è nel frattempo andata avanti, ma, finora ho capito che:
  • Path dependency, efficienza computazionale dei processi decentrati, una qualche forma di profitto/perdita imprenditoriale sono temi che Mises e Hayek già analizzavano negli anni '20 e '30.
  • Non ho visto finora un'analisi della produzione, che secondo me farebbe schizzare la complessità del problema enormemente verso l'alto; inoltre continuo a ritenere che un'economia in cui le novità arrivano a ritmo sostenuto e che richiede tempo per andare in equilibrio de facto non andrà mai in equilibrio: teoremi sulle proprietà dello stato finale hanno quindi scarso contenuto empirico, a meno di non fare ex post fitting, ma quella non è scienza ma computer graphics. Qui secondo me si deve fare un passo in più e tornare alla distinzione misesiana tra teoria e storia: il fatto che studi le proprietà dell'economia con una simulazione è slegato dalla vera dinamica di un mercato realmente esistente, e quindi la relazione tra teoria e validazione empirica è estremamente problematica.
  • Continuano alcuni temi tipici dell'economia neoclassica come Pareto-ottimalità (che varrà pure all'equilibrio ma mi sembra irrilevante in pratica), teoremi di efficienza, eccetera.
La mia impressione è che c'è la possibilità che la matematica si sviluppi in modo tale da rimettere al centro dell'analisi economica le tesi di Mises ed Hayek. Nel qual caso l'economia austriaca tornerebbe nel mainstream e finalmente sparirebbe per assorbimento. Esattamente come dicevano quei due, questo assorbimento non sta avvenendo all'interno del framework neoclassico, ma inglobando temi austriaci.
* Fondatori dell'analisi dell'equilibrio generale walrasiano.
postato da: Libertarian alle ore 11:14 | Permalink | commenti (3)
categoria:economia, economia austriaca
mercoledì, 09 settembre 2009
Oggi ho letto un paper di Axtell sulle nuove teorie economiche dei modelli ad agenti. Axtell credo sia il più importante tra gli economisti che si occupano della materia, e quindi può essere considerato un'autorità a riguardo. Il paper era stato pubblicato sulla Review of Austrian Economics e riguardava il rapporto tra la vecchia economia dell'equilibrio generale e la "nuova economia" che possiamo chiamare "cibernetica".

Non conosco la disciplina, ma l'idea che mi sono fatto è che di colpo le idee di Mises degli anni '30 e di Hayek degli anni '40 (citano tutti solo Hayek, per via del Nobel, dimenticando o ignorando che il contributo fondamentale sul calcolo economico fu di Mises e risale al 1919) potrebbero essere considerate all'avanguardia nella ricerca economica.

In cosa consiste il nuovo approccio? Fondamentalmente, si fa a meno dell'equilibrio e si punta sul processo dinamico, si introducono agenti eterogenei (anziché l'agente rappresentativo della macroeconomia), si presta attenzione ai processi e alle limitazioni cognitivi/creativi, verrebbe da dire imprenditoriali, (in maniera computeristica, ovviamente, ma sempre meglio dello homo oeconomicus neoclassico), si modificano e si aggiornano i concetti di efficienza (che stranamente non vengono buttati al cesso), poi ci sono delle discussioni (che non ho capito granché) sul costo computazionale delle soluzioni globali vs locali (cioè, di calcolare l'equilibrio ottimo globale anziché risolvere mini-problemi di coordinazione imprenditoriale).

Insomma, Mises e Hayek rischiano di tornare di moda, visto che la teoria economica si sta dividendo in decine di scuole che partono da assunti diversi, e la teoria neoclassica standard, il cui rappresentante più puro è forse la teoria del ciclo reale, è solo una delle tante. Ci sono l'economia comportamentale, quella neurale, quella computazionale/cibernetica, eccetera.

La critica esterna a queste nuove forme di economia è credo abbastanza prevedibile per un austriaco: gli esseri umani non sono reti neurali e quindi le predizioni sono deboli, probabilmente inservibili, anche se forse è possibile capire molto dei processi economici con questa approssimazione; il problema di comunicazione e anche di creazione dell'informazione risolto dal problema dei prezzi implica una modifica del modo di vedere la realtà economica, in quanto nessuno, neanche l'economista, conosce i dettagli del processo di mercato, e quindi nessuno, neanche l'economista, è in grado di giudicare, in genere neanche a posteriori, come funziona l'economia. Ma si tratta, credo, di dettagli secondari di cui tutti più o meno sono coscienti.

La critica interna, invece, alla Scuola austriaca odierna è altrettanto prevedibile. Ormai gli austriaci sono divisi in due campi, che chiamerò "Alabama" (sede del Mises Institute) e "Virginia" (sede della George Mason University). Gli austriaci dell'Alabama sono poco innovativi, tendono a comportarsi da setta e sono chiusi verso il mondo esterno: non riusciranno quindi mai a riportare Mises e Hayek al centro dell'attenzione. Gli austriaci della Virginia sono accademicamente ben piazzati, sono molto aperti all'innovazione, ma anche in questo caso ho dubbi sull'innovatività delle loro ricerche, e a ciò si somma il problema di aver perso per strada alcuni pezzi importanti della vecchia Scuola austriaca, come la teoria del capitale e della produzione, che nelle teorie della Virginia ha un ruolo marginale. Insomma, è probabile che gli economisti cominceranno a studiare temi e a giungere a conclusioni misesiani senza conoscere Mises, e interpreteranno Hayek in chiave quasi puramente neoclassica, e quindi poco ricca, pur essendo coscienti di avere un debito intellettuale. Eventuali altri temi austriaci importanti (come la teoria del capitale) rimarranno invece nel cassetto. Mai visto tanto masochismo intellettuale.

Bibliografia

R. Axtell, "What economic agents do: How cognition and interaction lead to emergence and complexity"

R. Koppl, "Austrian economics on the cutting edge"
postato da: Libertarian alle ore 10:21 | Permalink | commenti (4)
categoria:economia, economia austriaca
venerdì, 24 luglio 2009
Nel precedente post mi chiedevo: cosa possiamo dedurre dal fatto che le condizioni salariali, lavorative e sanitarie dei lavoratori inglesi del XIX secolo fossero inferiori a quelle dei lavoratori occidentali del tardo XX secolo? Praticamente, niente.

Ciò dimostra innanzitutto che cento anni di crescita economica hanno migliorato le condizioni di vita delle persone, il che è ovviamente banale: un confronto sensato non può essere fatto dopo un secolo di crescita economica. Può anche dimostrare che cento anni di progresso tecnologico hanno avuto un impatto notevole su salari, salute, servizi: antibiotici, elettricità, automobili, aerei, computer, chirurgia... sarebbe strano anche solo pensare che un confronto tra due situazioni che differiscono per tutte queste cose possa essere significativo. Io oggi sono molto più robusto di Mike Tyson quando aveva quattro anni: questo non dimostra che se ora lo incontro sul ring vinco io. La risposta più sensata all'argomento "nel XIX le condizioni dei lavoratori erano molto peggiori di adesso" è quindi "è vero! e internet era lentissimo!".

La domanda va riformulata in un altro modo: come stavano gli operai inglesi del XIX rispetto agli altri lavoratori, o ai braccianti agricoli? Oppure: come stavano gli inglesi rispetto a popoli meno industrializzati, come gli irlandesi?

Mi sembra evidente che gli inglesi vivessero molto meglio degli irlandesi, segno che la rivoluzione industriale beneficiò sin da subito le masse: la carestia del 1848 non mietette vittime tra gli inglesi agli stessi ritmi con cui uccise gli irlandesi; i secondi andavano in Inghilterra a lavorare, e non mi risulta che accadesse il contrario. I braccianti inglesi che andavano nelle città industriali non erano costretti ad andarci: i signori terrieri, che avevano molto potere politico, di certo non ne erano contenti, e in diverse occasioni, infatti, cercarono di aumentare i loro salari a spese del fisco attraverso misure redistributive a favore dei braccianti (il potere di elargire favori è, appunto, potere, e non c'è potere più grande, quindi, dei politici che stanno dietro la gigantesca macchina dello stato sociale). Se i braccianti andavano nelle fabbriche, perché ci andavano? Per lavorare 16 ore e guadagnare niente? Ovviamente no: ci andavano perché stavano meglio in fabbrica. Stavano meglio nonostante la mancanza di fognature di molti sobborghi costruiti in quattro e quattr'otto da impresari edili sorpresi dalla Rivoluzione Industriale, stavano meglio nonostante le 10-12-14 ore di lavoro quotidiano, eccetera. Mi sembra di ricordare che la popolazione aumentava a dismisura, e una popolazione impoverita come fa a crescere così rapidamente? Evidentementemente stavano meglio.

Appurato quindi che gli inglesi stavano meglio dei loro vicini - perché avevano le fabbriche - e che gli operai stavano meglio dei braccianti - perché non erano certo costretti ad andare a Liverpool dalle campagne - che rimane dell'argomento? Che è meglio avere la penicillina che non averla? Che è meglio guadagnare tanto che guadagnare poco? E che scoperta!

Un argomento migliore è che gli operai comunque facevano un lavoro peggiore degli artigiani. Questo forse è vero, anche se bisogna dire che prima della rivoluzione industriale e prima quindi della produzione di massa le masse vivevano negli stenti. Il problema di questo argomento è: how many? Quanti artigiani c'erano? Poteva l'artigianato dare un futuro a tre, sei, dieci milioni di inglesi? Prima della rivoluzione industriale, si credeva che l'Inghilterra fosse sovrappopolata e che l'unica speranza fosse l'emigrazione in America. E' molto più verosimile che, come disse Mises, la rivoluzione industriale dette un lavoro a milioni di persone che non avrebbero potuto far altro che morire di fame, nel vecchio sistema.

A questo punto, occorre porsi delle domande di politica economica.
postato da: Libertarian alle ore 10:54 | Permalink | commenti (7)
categoria:economia
lunedì, 13 luglio 2009
... si dice a Nord di Roma per indicare che se uno non mostra ripetutamente barlumi di intelligenza, probabilmente è perché è stupido. O&M parla di Ehrlich, il Nostradamus in bancarotta del population bomb.
postato da: Libertarian alle ore 17:46 | Permalink | commenti
categoria:economia, ecologia