venerdì, 10 luglio 2009
Il mercato che ha dato inizio alla crisi finanziaria è stato quello dei subprime, gravemente distorto da due istituzioni parapubbliche, Fannie Mae e Freddie Mac, che di fatto incanalavano la carta stampata dalla Fed nei mercati immobiliari per ragioni politico-demagogiche. Tra le istituzioni che hanno subito una grave crisi abbiamo, oltre alle due GSE, enti locali (dal comune italiano che speculava sui CDS alla California) e banche pubbliche (Caixas spagnole e Landesbanken in Germania). D'altra parte gli hedge funds, nonostante il lungo divieto sulle vendite allo scoperto, si sono comportati relativamente bene. Parrebbe che ci sia una sorta di correlazione negativa tra regolamentazioni e crisi: pensare che il governo, che non politicamente in grado di gestire la politica monetaria, soprattutto negli USA, sia invece capace di gestire la legiferazione è un po' naif. Falkenberg lo scrive su Giornalettismo.
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categoria:economia
venerdì, 26 giugno 2009
Dicevo ieri che il sistema delle conoscenze teoriche in campo economico diverge verso il caos totale. Oppure no. Qui veniamo a Mises, che non ha trovato - checché ne dicano gli austriaci - una soluzione definitiva al problema (che secondo me è insolubile), ma almeno ha fornito una concettualizzazione adeguata e una soluzione parziale.

Il concetto centrale è la distinzione tra teoria e storia: che ci siano venti spiegazioni della crisi del '29 e che ogni paio d'anni se ne aggiunga un'altra è dovuto al fatto che la storia è un fenomeno complesso dove non è possibile tracciare a colpo sicuro relazioni causali. Anche fare solo una lista di fattori rilevanti è un compito difficile, figuriamoci valutarne il peso relativo. La statistica economica scova solo correlazioni, a volte spurie, e non aiuta più di tanto quando si tratta di spiegare relazioni causa/effetto.

Accettando, quindi, senza soluzione il problema epistemologico delle scienze storiche (compresa ogni applicazione della teoria economica alla realtà, tranne casi ovviamente banali dove la complessità storica non gioca un ruolo), Mises cerca di salvare la teoria in un altro modo, indagando sulla sua struttura logica, il cosiddetto a priori.

Cominciamo da un esempio semplice: se qualcuno dice "I russi comprano più fuoristrada quando i prezzi della benzina sono alti, per effetto sostituzione", il problema non è empirico, ma logico. Non è possibile che un aumento dei prezzi faccia aumentare il consumo per effetto sostituzione: è possibile dire per pura logica che è un effetto reddito, visto il "segno". Nella vita reale non è mai possibile dire a priori se vincerà l'uno o l'altro: ma a livello puramente teorico questi "oggetti" hanno delle proprietà logiche, il cui studio è lo scopo della teoria economica.

Ovviamente, la capacità predittiva di una teoria fatta così è scarsa, perché punta sulla comprensione e non sulla previsione; ma da questo punto di vista non è che ci siano alternative credibili. Ovviamente, c'è bisogno di un qualche riscontro pratico che indichi la rilevanza di un "oggetto teorico" in un particolare contesto, perché discettare di effetto sostituzione senza sapere se influenza lo 0.5% o il 50% della domanda è poco utile.

La soluzione misesiana ai problemi epistemologici dell'economia può dunque essere vista come divisa in livelli: un primo livello di studio della struttura logica della teoria economica che fornisce gli strumenti di base, un secondo livello di teorie basate su ipotesi specifiche (non a priori) ma abbastanza generali, e altri livelli via via più specifici, che però diventano sempre più indimostrabili e inconfutabili man mano che diventano complessi.

In pratica, c'è molto da dire indipendentemente dall'effettiva controllabilità empirica dei risultati: se dovessimo basarci solo su questa, staremmo verament e nei guai. Questo è ciò che fanno tutti: un libro di microeconomia, ad esempio, prima ancora di parlare di qualcosa di reale introdurrà una miriade di assiomi e di teorie.

Non c'è bisogno di osservazione per capire che il moral hazard incentiverà il rischio: c'è bisogno di osservazione per capire quanto sia stato rilevante il moral hazard in un certo contesto passato. Il primo problema è teorico, il secondo storico. La teoria economica può progredire senza che ci sia alcuna convergenza nelle spiegazioni degli eventi reali.
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categoria:economia, filosofia
giovedì, 25 giugno 2009
Siccome mi è stato accettato un paper ad una conferenza di economia, posso dire di essere entrato ufficialmente nel mondo della ricerca economica. Ovviamente il livello non è un granché, e se proprio riuscirò mai a scrivere qualcosa di significativo ci vorranno ancora anni di studio*.

Scrivere impone di interrogarsi sui dettagli, e improvvisamente mi sono trovato di fronte ad un problema di cui ho parlato diverse volte a livello teorico su questo blog: il problema del valutare la significatività di una teoria. Si tratta di un tema metodologico fondamentale perché sta al centro della cesura tra il pensiero metodologico di Mises, e in generale degli austriaci, e quello convenzionale.

Il problema è semplice da spiegare: supponiamo che io scriva un paper (non è quello che sto scrivendo) in cui mi cerco di rispondere alla domanda teorica: "come distinguo un investimento giusto da uno sbagliato?".

La risposta neoclassica è che non esistono investimenti sbagliati, o meglio che esiste un livello ottimo di errori (ad esempio, è errato investire in un'assicurazione sanitaria se non ci si ammala, ma siccome non lo si può sapere a priori, non è un vero errore assicurarsi).

La risposta austriaca è che ogni tanto gli errori avvengono, anzi, avvengono più o meno sistematicamente, e particolari condizioni possono renderli molto frequenti e tutti tendenti verso la stessa direzione.

Se gli investimenti avessero un cartellino con scritto "giusto" o "sbagliato" nessuno sceglierebbe (salvo esternalità) gli investimenti sbagliati a posteriori, e quindi la risposta neoclassica sarebbe giusta. Se il cartellino fosse osservabile solo a posteriori, potrebbero aver ragione gli austriaci, però consuntivamente sarebbe possibile confrontare empiricamente le due teorie e dire quanto sono rilevanti, e in quali condizioni, gli errori imprenditoriali.

Il caso che avevo di fronte appartiene alla folta schiera di quelli irrisolvibili anche a posteriori. L'erroneità di un investimento non è dimostrabile neanche ex post, e lo stesso si può dire della neutralità della moneta, dell'esistenza di bolle speculative, e di una miriade di altri problemi economici.

Una possibile "soluzione" è quello di eliminare le ipotesi non verificabili, ma questo è sbagliato, perché come scegliere tra una delle due ipotesi, se non a priori? Perché dire che la moneta è neutrale, se non possiamo dimostrare né che sia neutrale né che non lo sia? L'economia diventerebbe una branca della metafisica, e forse a volte un po' lo è effettivamente.

Un'altra soluzione è trascurare i problemi non decidibili perché non trattabili scientificamente: questa è la stessa fallacia del behaviorismo in psicologia, però, perché ci porta a scegliere i problemi in base non alla loro rilevanza, ma alla loro facilità (epistemologica). Così, siccome un Vector Auto Regression non può dimostrare la neutralità della moneta, bisogna costruire una teoria economica senza il concetto di neutralità: mi sembra evidente che sia una totale idiozia.

A questo punto abbiamo però un problema enorme. Lo avevo io nel mio piccolo e irrilevante paper, lo hanno sicuramente avuto tutti i premi Nobel  dell'economia passati, presenti e futuri, anche se non tutti forse lo avevano capito. Ovviamente, il problema in questione è rilevante per il secondo motivo, non perché mi ci si sono imbattuto io.

Il problema è: abbiamo due teorie, non possiamo buttarne una via per partito preso, non possiamo verificare quale è giusta: il dibattito quindi su quale sia quella corretta durerà in eterno. Ricorda qualcosa? Quante decine di spiegazioni esistono per la crisi del '29? Più la teoria economica avanza, più il numero aumenta. Non ricordo di teorie che siano state confutate. Il sistema delle conoscenze teoriche in campo economico diverge verso il caos totale.

Mises si pose il problema è cercò una soluzione, che vedremo nel prossimo articolo. La maggior parte degli altri economisti non si pose il problema, e questo ha portato a molti importanti ed utili risultati, come vedremo nell'ultimo articolo della serie. L'astuzia della storia...

*
Mises scrisse il suo primo capolavoro, "La teoria della moneta e del credito", nel 1912, quando aveva 31 anni. Io ho quindi ancora due anni per ripetere l'exploit (non ci conto molto).
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categoria:economia, filosofia
domenica, 14 giugno 2009
Amico di Libertyfirst (ALF): "Ho un debito con la banca e ci pago il 15% di interesse"

Libertyfirst (LF): "Vorrei guadagnare io quegli interessi: ti presto tutto il capitale, estingui il debito, e mi paghi solo il 12% di interesse"

Secondo amico di ALF (SAALF): "Vorrei guadagnare io quegli interessi: ti presto tutto il capitale, estingui il debito, e mi paghi solo il 10% di interesse".

Terzo amico di ALF (TAALF): "Vorrei guadagnare io quegli interessi: ti presto tutto il capitale, estingui il debito, e mi paghi solo il 7% di interesse".

Quarto amico di ALF (QAALF): "Vorrei guadagnare io quegli interessi: ti presto tutto il capitale, estingui il debito, e mi paghi solo il 5% di interesse".

Questo è come funziona il mercato: vince il produttore che offre di meno e il consumatore che offre di più (in questo caso c'è concorrenza tra produttori e un solo consumatore). Ma vediamo come continua il dialogo:

ALF: "Non potete, non siete intermediari abilitati"

LF: "Vuol dire che la legge impedisce al tuo strozzino di subire la concorrenza mia e dei tuoi altri tre amici giudìi?"

ALF: "E' per difendermi dagli abusi, probabilmente"

LF: "Allora te lo meriti: paghi il 15% di interesse e sei pure contento!+"

Domanda: è vera questa storia degli intermediari abilitati? Io privato cittadino non posso andare davanti a dei testimoni a siglare un contratto di prestito e non posso ricorrere ai tribunali per farlo rispettare (essendo illegale)? Possibile che ci siano leggi tanto stupide*?

In sostanza, per "tutelare" i debitori si riduce la concorrenza tra creditori, in modo che il debitore pagherà il doppio di quanto pagherebbe sul libero mercato. Congratulazioni.

Io non so se l'informazione che mi hanno dato è vera. Però viviamo in un mondo dove la gente pensa che aumentare i salari minimi arricchisca i lavoratori poveri (anziché buttarli fuori dal mercato del lavoro) e dove stampare soldi è la chiave per lo sviluppo economico: quindi non mi stupisco di nulla. Human intelligence is overrated.

+ Il tizio del dialogo vero non era contento per niente, ovviamente.

* Domanda retorica: so già la risposta.
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categoria:economia
venerdì, 12 giugno 2009
Finanza quantitativa

Questo esame (testo undergrad: Diebolds, misto ad appunti vari, con vari temi presi dallo Tsay, grad) è quello che mi è piaciuto di più. Non avrei potuto farlo in un corso di laurea completo perché aveva dei prerequisiti (oltre a microeconomia ed econometria, anche economia finanziaria). Però i "prerequisiti" di teoria finanziaria alla fine si riassumono nel saper risolvere il problema di scegliere il portafoglio ottimo dati rendimenti attesi a covarianze: il resto - opzioni, CAPM, APT, quindi diciamo testi come lo Hull o il Cuthbertson-Nietsche) - non serve.

Il corso è una collezione di modelli statistici: gli argomenti sono modelli ARMA, modelli GARCH, modelli di duration e stagionalità, test di modelli, Value-at-Risk. Questo è l'esame che credo mi sia andato meglio, salvo sorprese: l'ho finito in un'ora e mezza (invece che tre ore) e la successiva parte dell'esame è stata un tentativo di rimorchiare (infruttuoso: nil sub sole novi).

Secondo me il corso fornisce buone basi per capire problemi e tecniche più avanzate. Siccome non ho mai lavorato come quant non so dire quanto i modelli che ho visto siano simili a quelli reali, però credo che ARMA e MLE siano tecniche così generali che ci si fanno molte cose. In un corso avanzato - cioè nel libro che studierò bene quest'estate (Tsay) - ci sono più cose, ma le vedo più come estensioni che come rivoluzioni.

Sopra un certo livello il corso diventa roba per matematici, statistici, fisici ed ingegneri. Però questo dà le basi anche ad un economista undergrad: il problema infatti stavolta è il contrario, non che non dà le basi per andare avanti, ma che non si danno le basi per capirlo. Mi spiego con un esempio: un argomento che mi è piaciuto è il backtest condizionato di Christoffersen dei modelli VaR. Il test in questione usa un processo di Markov a due stati, stima con un MLE le probabilità di transizione, e testa i risultati che si ottengono. Non ho idea di quanti "priors" devo usare per riassumere queste cose che mi sembrano ovvie, ma sono moderatamente convinto che aver studiato statistica, teoria dei segnali, analisi I e II e algebra lineare a livelli non undergrad mi abbia aiutato.

Al che mi chiedo: quale corso fornisce le basi per questo? Ho l'impressione che il programma venga studiato dai più a memoria, e siccome il programma è piccolo, forse il docente ha pensato che mandare giù a memoria senza capire sia molto difficile. In definitiva, è un corso che potrebbe guadagnare molto in estensione se solo gli studenti arrivassero con un minimo di algebra in testa.

Argomenti:
  1. Serie stocastiche: rumore bianco e processi autoregressivi a media mobile. L'argomento è trattato in maniera molto introduttiva, tanto che secondo me se uno vede un AR non lo riconosce, non sa fittarlo, eccetera*: bisognerebbe fare un po' di stima dei parametri e verifica della specificazione in più per rendere lo strumento utilizzabile. Non si parla di serie non stazionarie.
  2. Efficienza dei mercati: definizioni di efficienza, condizioni per l'efficienza, esempi di inefficienza, problema del data snooping. Tipico argomento che se due economisti diversi lo trattano diranno cose opposte: il primo dirà che l'efficienza si ha sempre tranne in casi estremi, il secondo che non si ha mai; e sarà impossibile metterli d'accordo, perché per ogni prova esiste una controprova, per ogni modello un contromodello.
  3. Modelli di volatility clustering: ARCH e GARCH, stima a massima verosimiglianza, test per verificare il clustering, estensioni del GARCH (QGARCH, EGARCH, TGARCH, ARCH-M), confronti tra modelli.
  4. Modelli multivariati: scelte di portafoglio e scelta di modelli in funzione dell'utilità economica, modelli riskmetrics e co.co.co. (che non è quello che pensate: è constant conditional correlation).
  5. Validazione dei modelli: test di Mariano-Diebols, test su restrizioni, predittori ottimi, regressione di Mincer-Zarnowitz, combinazione di modelli e, in un attimo di follia algebrica, lo stimatore di Newey-West.
  6. Value-at-risk: modelli storici, storici pesati, gaussiani ARMA-GARCH, gaussiani Riskmetrics, semiparametrici, a distribuzioni generalizzate, CAVIAR.
  7. Test di Value-at-risk: test incondizionati, test condizionati, funzioni di tick, test di Mariano-Diebols.
  8. Destagionalizzazione delle serie: variabili dummy e trend deterministici.
  9. Modelli di duration: duration condizionale autoregressiva e sua stima a massima verosimiglianza.
* In un esercizio d'esame, che consisteva nel fare una predizione ad uno e due lag di un processo ARMA(1,2), si diceva "gli esaminatori sono stati pregati di essere di manica larga". Come se non bastasse, la prima domanda era "che processo è?", e nel commento alla domanda c'era scritto "questa domanda serve per assicurare un minimo di punti a tutti". Se ne deduce che chi fa il corso non sappia granché di algebra. Alla fine cosa ci si aspetta che si impari?
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categoria:economia
giovedì, 11 giugno 2009
Econometria

L'econometria è un derivato della statistica che dovrebbe verificare ciò che i teorici economici dicono: in pratica è però raro che una disputa teorica venga risolta con riferimento alle osservazioni. L'ultimo caso che mi ricordo è stata la curva di Phillips, a fine anni '60, ma non c'era bisogno di prove empiriche per capire ciò che non andava, e infatti Friedman e Phelps ci arrivarono prima della verifica sperimentale (Hayek ci era arrivato nel 1937, ma è un caso a parte). L'esempio più interessante di impotenza dei metodi sperimentali in economia è forse quello della neutralità monetaria: è possibile costruire sistemi teorici con moneta neutrale (come King e Plosser) che replicano i risultati econometrici che si pensava dimostrassero la non-neutralità della moneta (vector autoregression, Granger causality...). Altri esempi di polemiche accademiche che non finiranno mai perché non possono finire (empiricamente parlando) sono: i mercati sono efficienti? quanta instabilità finanziaria è frutto delle politiche monetarie? quella della e-economy era una bolla o no?

Fare econometria senza aver fatto bene matematica ha la sua assurdità: il mio testo (il Dougherty) scrive più o meno ovunque "questo lo dimostro con due variabili perché nel caso generale dobbiamo usare le matrici"; il corso è comunque interessante. Sono rimasto stupito della mancanza del metodo dei momenti (GMM) ma mi si dice che non serve a nulla.

Personalmente avrei preferito un approccio modulare: far ricorso all'algebra lineare consente di poter generalizzare tutti gli argomenti a casi più complessi. Non facendo così, in un corso di econometria avanzata (e.g. Green) si dovrà ricominciare da zero e occorrerà spendere un paio di settimane a riottenere risultati che si erano già studiati. Posso capire che sia importante far passare il concetto, ma una volta che il concetto è passato occorre anche dare gli strumenti per trattare argomenti più complessi.

Andando a spulciare nel programma:
  1. L'argomento fondamentale è la regressione lineare: trattare il problema con due variabili è molto intuitivo e si imparano tante cose, però poi bisognerebbe passare a più variabili...
  2. Le regressioni non lineari possono essere un problema importante, ma è largamente intrattabile...
  3. Il metodo delle variabili dummy è importante, anche se molto semplice
  4. Le stime a massima verosimiglianza e i test di ipotesi "asintotici" (Wald, likelihood ratio) mi sembrano argomenti importanti e sono però trattati un po' al volo.
  5. La trattazione dei problemi di specificazione è lunga ma fondamentale: cosa fare quando fallisce l'ipotesi di costanza della varianza, o quella di indipendenza, o quella di misura corretta delle covariate, o si hanno problemi di equazioni simultanee, o le covariate sono correlate troppo.
  6. Ovviamente dopo ci sono le variabili strumentali, argomento matematicamente semplice e teoricamente spinoso (è spesso impossibile dire se una variabile è veramente strumentale).
  7. I modelli di scelta binaria sono divertenti: ficcare gli stimatori a massima verosimiglianza in appendice al capitolo mi sembra un grande understatement del tema.
  8. Ci sono poi una serie di modelli di aspettative (in stile Permanent Income Hypothesis) che hanno certe proprietà econometriche: mi pare però che sfugga che le aspettative razionali non sono testabili empiricamente, perché non sono osservabili. Tutti i modelli a me noti che testano teorie con aspettative razionali in realtà generano tali aspettative in maniera meccanica e statica.
  9. Sono rimasto un po' stupito per l'assenza del VAR (Vector Autoregression), una tecnica molto usata, e del relativo concetto di causalità di Granger (che non è vera causalità): non c'è nulla di difficile nel concetto, tanto che Blanchard usa un VAR nel libro di macroeconomia (corso molto più semplice di quello di econometria).
  10. La teoria delle serie non-stazionarie è importante e anche se abbastanza complessa si sono trattati vari temi: VEC, cointegrazione, unit-roots.
  11. Infine, il corso finisce con i modelli panel, giusto due righe abbastanza banali per introdurli.
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categoria:economia
mercoledì, 10 giugno 2009
Microeconomia

Il corso di microeconomia (il mio testo era Laidler Estrin) è un po' astratto, ma fornisce gli strumenti per comprendere molti problemi reali: assicurazioni, domanda di fattori di produzione, possibili interazioni strategiche in un oligopolio, condizioni di ottimalità dell'"equilibrio finale" (che secondo me è altamente irrealistico, ma capire come funziona è come studiare fisica senza attrito: è spesso inutile sul piano applicativo, ma rimane fondamentale su quello teorico).

Il programma è lungo anche se nessun argomento è difficile. Purtroppo l'estensione del programma provoca però qualche problema: fare bene la scelta del consumatore, la produzione in concorrenza, l'equilibrio generale, le concorrenze imperfette, i beni pubblici, l'economia dell'informazione in un corso undergraduate è molto difficile.

La microeconomia avanzata la conosco maluccio (Mas-Colell, Whinston e Greene è un esempio di testo avanzato, e più o meno sono andato avanti fino ad afflosciarmi sulla teoria pura dell'equilibrio generale che è abbastanza complessa sul piano matematico). A differenza della macroeconomia, però, gli argomenti sono gli stessi a livello undergrad e grad, e cambia solo il livello di formalizzazione: insomma, non si studia Tolomeo ma Copernico, però si trascurano molti dettagli come le correzioni relativistiche.

I problemi del corso di microeconomia sono, in primis, che si pone troppa attenzione al risultato finale (l'equilibrio) e poca al processo che vi ci porta; poi si studia in maniera poco integrata un insieme di argomenti che in realtà sono molto connessi tra loro; non si fa la teoria della produzione; e anche quando si tratta l'economia dell'informazione, i dati sono... dati, e quindi l'approccio rimane statico. Probabilmente, poi, un minimo di formalizzazione aiuterebbe la comprensione: almeno per me, è più facile dimostrare ad esempio le condizioni di ottimalità dell'equilibrio generale con metodi analitici.
A guardare il programma:
  1. La scelta in condizioni di certezza è un argomento fondamentale, viene trattato soprattutto in maniera grafica, però una trattazione analitica è fondamentale per capire le scelte in più di due dimensioni (beni), che non si possono disegnare.
  2. L'economia del benessere secondo me è inutile: concetti come equivalent variation, compensating variation, consumer surplus mi sembrano una perdita di tempo.
  3. La scelta in condizioni di incertezza si può affrontare in due modi: con l'utilità di von Neumann-Morgenstern e con le curve di indifferenza; a parer mio vanno fatte entrambe, perché anche se il primo è più semplice, il secondo è più generale. In trattazioni più avanzate di economia dell'informazione praticamente tutto è fatto nel secondo modo, e imparare a maneggiare la tecnica si rivela poi utile per capire assicurazioni, signaling, screening...
  4. La produzione è trattata in maniera banale in tutti i testi: è istantanea e ci sono solo due fattori di produzione. Penso che se ad uno studente si spiegasse come complementarità, sostituibilità, durevolezza, specificità e altre proprietà dei beni capitali influenzano le scelte di produzione si aprirebbe un mondo di utili intuizioni*.
  5. L'equilibrio parziale in condizioni di concorrenza è probabilmente il modo più intuitivo ed insightful per capire il processo di mercato: ingresso/uscita dal mercato, costi di breve e lungo termine, cambiamenti della domanda dei fattori in funzione dei prezzi relativi.
  6. La teoria del monopolio è facile e si fa in due secondi; la teoria dell'oligopolio invece è lunga: ci sono tre tipi di duopolio, almeno un modello di concorrenza imperfetta, e vari tipi di discriminazione di prezzo. Un argomento che si trova spesso nei modelli new-keynesiani è quello della concorrenza imperfetta, e non ho ancora le idee chiare su come e cosa si intenda con esso, se è cioè la stessa cosa che ho studiato o qualcos'altro.
  7. Un po' di teoria dei giochi andrebbe fatta, almeno per capirne la terminologia (da me non c'era).
  8. La teoria della scelta intertemporale è fondamentale, ma si tende a farla con solo 2 date (oggi e domani) mentre introdurre il problema con N date o con orizzonti infiniti potrebbe essere importante successivamente. Peccato che poi ci si impelaghi in una matematica molto complessa, e ciò è probabilmente infattibile.
  9. La teoria dell'equilibrio generale tende a partorire modelli analiticamente intrattabili non appena si supera il livello "Robinson Crusoe", però capirne le linee generali e le condizioni di ottimalità è importante.
  10. Successivamente il mio corso aveva cenni di economia dell'informazione, public choice e fallimenti di mercato, ma il livello di dettaglio era così basso che per capirci qualcosa ho dovuto ricorrere ad un testo avanzato (Il Kreps). Questo può sembrare strano, ma spiegare una cosa usando lunghi giri di parole per evitare temi complessi a volte fa più danni che altro: qui è un po' il solito problema di trattare un argomento senza averne le basi. A parer mio è relativamente semplice trovare un modello semplificato di signaling, screening, moral hazard, adverse selection, e dopo poca semplice algebra si può avere un'idea di ciò che succede.
In definitiva, macroeconomia mi è sembrato un esame legacy dove si studia Tolomeo anziché Copernico, per motivi di "path dependence" storica. Microeconomia invece è in grado di fornire strumenti utili: rimane comunque il rischio di diventare come la macroeconomia, perché temi come l'informazione e la teoria dei giochi mi sembra stiano acquistando sempre più peso, e probabilmente accrescerne il peso nel corso è importante. Il problema è che il programma è già molto vasto di suo, quindi come modificherei io il programma non so dirlo.
* Perché il petrolio oscilla tanto di prezzo? Perché i pozzi e le raffinerie sono durevoli e specifici, e quindi se se ne fanno troppi, i prezzi saranno bassi a lungo; e se ce ne sono troppo pochi, può comunque essere rischioso investire e i prezzi saranno alti a lungo (Porter, "Il vantaggio competitivo"): penso che questo ragionamento non sia facile da capire dopo un corso di microeconomia.
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categoria:economia
martedì, 09 giugno 2009
Macroeconomia

Questo secondo articolo è molto critico, ma dei quattro esami che ho fatto macroeconomia è stato il più inutile, quindi gli altri saranno meno saccenti. L'esame di macroeconomia secondo me non serve a niente: tra un corso a livello Blanchard (undergraduate) e uno a livello D. Romer (graduate) c'è un abisso, per non parlare di un testo come Stockey, Lucas with Prescott (ultragraduate :-D), un libro la cui matematica mi crea qualche problema (ma quest'estate lo affronto: l'anno scorso mi sono bloccato perché pensavo di non averci capito nulla, e invece avevo solo sbagliato a programmare un algoritmo).

I modelli IS/LM prendono un terzo della lunghezza del Blanchard: su un testo avanzato non se ne parla (Romer dedica a questi circa 2-3 pagine, se ricordo bene). Un corso di macroeconomia quindi non fornisce alcuno strumento utile per capire le teorie new-keynesiane e quelle del ciclo reale - le due teorie dominanti, per non parlare delle varie teorie del credito - perché la matematica necessaria non è neanche introdotta (e ammetto che introdurre le equazioni funzionali stocastiche al secondo anno di Economia sia un problema: da me le stesse identiche equazioni - Bellman, Kalman filters, optimal controls - si fanno a "teoria dei controlli" alla specialistica).

Il risultato è che macroeconomia di base insegna a giocare con i grafici del modello IS/LM, con i grafici altrettanto (se non più) idioti del modello AS/AD (altra cosa di cui non v'è traccia in trattazioni avanzate). Nessun tentativo di far comprendere il funzionamento del mercato è fatto, tranne nel piccolo capitolo chiamato "microfondamenti" dove si spiega più o meno da dove vengano fuori le grandezze macroeconomiche.

Una miriade di chiacchiere sulle aspettative consentono di fare qualche riflessione non banale e quindi sono forse un'altra parte meritevole del corso. Il resto non è teoria economica, e non ha nulla a che fare con la macroeconomia successiva: sono rimasugli della sintesi neoclassica successiva a Keynes, superati da 50 anni. Praticamente, è come studiare il sistema tolemaico in astronomia: macroeconomia undergrad è un esame "legacy" che insegna cose sbagliate e non ha molti legami con gli sviluppi successivi della disciplina.

In definitiva:
  • Bisognerebbe dedicare meno pagine all'IS/LM in economia chiusa: argomento banale, infondato teoricamente, e che allena a interpretare l'economia senza considerare né i prezzi né la scarsità, è cioè economia senza economia.
  • Il modello in economia aperta (Mundell e Fleming) è forse più utile, non tanto perché è realistico, ma perché per come la vedo io l'economia internazionale ha tante di quelle variabili che anche capire delle interazioni stilizzate è un passo avanti rispetto a non capirci nulla. Per quanto possa sembrar strano, le parti di identità contabili (CA+KA=0 e varie) sono le più importanti.
  • Che Il modello AS/AD, con collegate "leggi" di Okun e di Phillips, sia un passo avanti rispetto all'IS/LM stento a crederlo: merita poche pagine anche questo.
  • Poi c'è una sezione di politica economica: sapere dell'inconsistenza temporale e dell'inefficacia delle politiche e dell'equivalenza ricardiana (che ci si creda o no) è importante perché, almeno nel primo caso, si tratta di strumenti potenti, anche se (soprattutto gli ultimi due) non li prenderei alla lettera.
  • I microfondamenti di consumo e investimento sono un argomento importante per capire gli sviluppi successivi della macroeconomia, visto che "microfondarla" è stata la parola d'ordine negli ultimi 30 anni: questi argomenti, però, si fanno molto meglio a microeconomia.
  • I microfondamenti di domanda e offerta di moneta sono un argomento importante per rispondere a quella setta di matti che va sotto il nome di "signoraggisti", ma per il resto - soprattutto la parte di "domanda" - la trattazione l'ho trovata banale. Quando ho scoperto che nei testi avanzati ci sono i modelli MIU (money in the utility), ho capito che la banalità continua anche oltre il livello undergrad.
  • La parte sulla disoccupazione è una raccolta di banalità, personalmente non dedicherei più di qualche riga ad argomenti ovvi, visto che basta un quarto di microeconomia per capirli. L'unica eccezione è il concetto di "isteresi".
  • La parte sull'inflazione è una banalità, però un po' di aggiunte su signoraggio e debito pubblico possono far venire fuori un argomento interessante.
  • Il capitolo sulla crescita è importante, e non perché il modello di Solow abbia qualcosa a che fare con la realtà, ma perché i modelli di crescita sono la base di tutta la macroeconomia successiva. L'unico problema è che il modello di Solow è sprovvisto del dettaglio che fa sì che la teoria della crescita sia fondamentale per gli sviluppi precedenti: la scelta intertemporale. Ciò fa risparmiare molta matematica, ma lascia molto poco per andare avanti. A buttar via IS/LM e AS/AD si risparmierebbe spazio per questi argomenti.
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categoria:economia
lunedì, 08 giugno 2009
Dopo una laurea di primo livello, una di secondo e un dottorato in Ingegneria non potevo smettere di fare esami perché ormai è un'abitudine. Così mi sono iscritto ad un corso di un anno alla LSE, livello undergraduate, facendo gli esami di microeconomia, macroeconomia, econometria e finanza quantitativa.

Oggi ho dato l'ultimo, e anche se saprò solo tra due mesi i risultati, sono moderatamente ottimista, visto che ad occhio a tutti e quattro gli esami ho fatto tutto tranne, in un paio di casi, qualche dettaglio. C'è da dire che non sono abituato ad esami chiacchierosi e poco matematici, quindi magari avrò perso qualche punto per aver parlato troppo o troppo poco, magari mi è sfuggito qua e là un dettaglio importante, eccetera. Oggi stavo dimenticando di scrivere l'"equazione" per la funzione di distribuzione empirica, che è così banale che non pensavo fosse importante (prima di ricordare i "consigli per l'esame"). Così ho scritto l'equazione, che diceva che la probabilità che x sia minore di a è considerata pari al numero di realizzazioni di x minori di a diviso per il numero di punti.

Il corso è forse inutile, a meno che non si voglia fare un master serio in economia e finanza, cosa che non ho il tempo per fare. In ogni caso, l'economia mi piace e ho imparato qualcosa di divertente, come fare backtesting condizionato di un modello Value-at-Risk stimando parametri di modelli di Markov.

Le facoltà di Economia funzionano molto diversamente da quelle di Ingegneria: da noi (Ingegneria) le basi che si danno sono solide, e si tende a fornire più basi di quante se ne usino (sto ancora cercando di capire cosa ci farò mai con la teoria dei tensori lineari, visto che si usano solo in meccanica, che io sappia, e forse anche in elettromagnetismo).

La cosa è schizofrenica perché l'economia avanzata è quantitativa tanto quanto l'ingegneria: per capire un modello di ciclo economico reale bisogna studiare equazioni funzionali, processi stocastici, condizioni di ottimalità intertemporali, punti fissi di funzioni non lineari... il risultato è, immagino, che il pover studente post-graduate di economia deve farsi (magari da solo) un corso avanzato di analisi matematica, statistica e algebra lineare nell'intermezzo tra laurea di primo livello e inizio dei corsi specialistici.

Gli esami undergraduate che ho fatto si dividono in tre categorie: i così banali da essere completamente inutili (macroeconomia), i semplici ma interessanti, e più o meno facilmente approfondibili a livello avanzato (microeconomia ed econometria) e più o meno del tutto incomprensibili senza un'adeguata base (finanza quantitativa): poco male, io le basi le avevo.

Un po' di riflessioni seguiranno sui vari corsi. Però mi chiedo: fare corsi senza avere le basi, o corsi introduttivi che non forniscono la base per corsi avanzati, non è un modo di procedere che mi sembra abbia molto senso. Probabilmente però è anche la colpa della divisione tra undergraduate e graduate: i primi sono un'estensione del liceo che poco ha a che fare con l'università. Ne deduco che probabilmente anche Ingegneria farà la stessa fine, per via del 3+2.

Un ingegnere e un economista laureati secondo me si distinguono per queste cose:

1. Il primo sa leggere la letteratura accademica della sua materia, il secondo potrebbe avere seri problemi, se è undergrad;
2. Il primo, da undergrad, studia cose che poi studierà meglio dopo; il secondo, da undergrad, studia altro (soprattutto a macroeconomia);
3. Il primo ha più basi di quante gliene servono; il secondo deve transustanziarsi per passare da undergrad a postgrad, e potrebbe avere problemi anche con alcuni corsi undegrad (come finanza quantitativa).
4. Entrambi, se vedono un mercato, è molto probabile che non ci capiscano nulla; il secondo forse si salva a livello postgrad, ma immagino che con tutta la fatica di studiare statistica e analisi non avrà tempo per dedicarsi all'economia.
5. Il primo vedrò i suoi compagni morire al primo anno, con analisi e fisica; il secondo - che probabilmente ha anche anticorpi più deboli - può arrivare ad un "degree" undergrad senza porsi questioni complicate sulla densità dei numeri razionali (altra cosa che non so a cosa mi servirà mai); poi, tra terzo e quarto anno, quando sta per morire, ha già un titolo per andare a lavorare.
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categoria:economia
mercoledì, 20 maggio 2009
Ho letto un articolo di un sindacalista della FIOM: riflessioni sparse senza riferimenti al testo. L'articolo diceva di tornare alla vecchia Italia, quella con disoccupazione di massa, di lungo termine, e con trend in crescita, precedente alla riforma Treu (e poi a quella Biagi).

In Italia si sceglie sempre tra due mali: la disoccupazione di massa di lungo termine oppure il precariato. In teoria si può far molto per migliorare il secondo (esempio: se solo producessimo quanto i tedeschi, avremmo salari maggiori), ma nulla che funzioni nel breve termine: nel lungo serve coraggio politico e nessuno ce l'ha (Berlusconi preferisce rimorchiare donzelle, Franceschini si guarda allo specchio ogni mattina chiedendosi "io esisto?").

Concordo che bisogna togliere i 36 (?) contratti attuali: ne basta uno, il resto è solo una fonte di reddito per gli avvocati. Il problema è se ne serve uno rigido (disoccupazione ed inefficienza, con molte garanzie però per quel 85% dei lavoratori che un lavoro l'avrebbe) oppure uno flessibile (efficienza ma instabilità dell'occupazione).

Prima l'Italia aveva il 12% di disoccupazione, al sud e tra i giovani era il 20-30%, il 70% della disoccupazione era (è) di lungo termine (almeno un anno), il tasso di occupazione era (è) bassissimo, soprattutto tra le donne (ma Berlusconi ha promesso di assumerne 200,000 come sue amanti, quindi il problema si risolverà ). Oggi, con la crisi, quell'Italia forse starebbe con la disoccupazione al 15%: la disoccupazione da rigidità, infatti, anche se aumenta lentamente (per omissione di assunzione e non per commissione di licenziamento), tende a persistere, cosa che è chiamata "isteresi".

Poi Treu e Biagi hanno fatto quello che si fa in Italia in mancanza di coraggio politico: si legalizza ciò che era già realtà. Prima i disoccupati permanenti erano in realtà lavoratori in nero, almeno in parte: ora i lavoratori in nero si chiamano "lavoratori atipici" e almeno hanno mezza pensione (altro esempio di riforme fatte a metà per mancanza di fegato).

Una parte dei lavoratori atipici che prima era in nero o disoccupata sta sicuramente meglio di prima: poi c'è una parte di lavoratori "tipici" che ora sono diventati atipici, che si può dire stiano peggio. Il numero di questi è difficile da calcolare: in teoria è facile, perché gli atipici sono il 13% circa dei lavoratori, la disoccupazione è calata del 6% (dal 12% al 6%), quindi sarebbero il 50% circa. In pratica bisogna compensare l'aumento della partecipazione alla forza lavoro e soprattutto il trend della disoccupazione (che non sarebbe rimasta al 12% di qualche anno fa, ma sarebbe salita). Non mi azzardo a dare fiducia alla mia stima, ma diciamo che il 33% dei lavoratori atipici nell'Italia precedente avrebbe avuta un contratto standard, mentre il rimanente 67%% sarebbe stata in nero o disoccupata. Quindi le riforme hanno avvantaggiato il 67% dei "precari".

Non conosco la proposta di Ichino, ma conosco la proposta di Boeri e Garibaldi, visto che ho letto il loro libro. Purtroppo ho dimenticato i dettagli della proposta (ho il libro a casa), però in linea di massima si tratta di un contratto a due o tre stadi, in cui le garanzie aumentano col tempo, e dopo 36 mesi si ha un contratto identico all'attuale. Praticamente è un incentivo a licenziare la gente al 35° mese, e se ciò non fosse possibile a posticipare le assunzioni fino a far aumentare il tasso di disoccupazione: ho poca fiducia che funzioni. Credo che sia tra l'altro anche simile al piano Tiraboschi (allievo di Biagi), ma non ne sono convinto.

La proposta Ichino, invece, consiste da quel che ho capito interamente nell'aiutare i disoccupati a trovare un altro lavoro, invece che pagarli per non lavorare nelle vecchie aziende con la cassa integrazione: in un paese senza assistenza ai disoccupati, e dove la cassa integrazione beneficia soprattutto i dipendenti delle grandi aziende del Nord, è una buona idea. Di certo sarebbe un passo avanti per milioni di lavoratori in aziende piccole e medie.

A ben pensare la proposta Ichino è ovvia: in un'economia basata su continue innovazioni tecnologiche i lavoratori non possono lavorare 40 anni nello stesso posto e fare per 40 anni le stesse cose. Le aziende nascono e muoiono, le tecniche cambiano, l'organizzazione cambia: dare un sussidio ai disoccupati e fare "retraining" è una politica sociale efficiente; conservare aziende inefficienti come ospizi di lavoratori inoccupati no.

Comunque sia, il mondo degli anni '80 non tornerà mai: i sindacati hanno sbagliato secolo, e io personalmente non vedo come si possa esser fieri di un sistema che ha impedito a milioni di persone di lavorare, ma ai sindacalisti piace la retorica (e la propria carriera, immagino): i disoccupati sono un dettaglio trascurabile, e la crescita economica (l'unica politica sociale che funziona) pure.

La scelta è tra mali di grosse dimensioni, ed eventuali mali minori si avranno solo tra almeno un decennio, posto che si abbia coraggio oggi, cosa che nessuno ha. Del resto, se al Governo ci sono gli scarti del PSI e della DC, e se il capo vero dell'opposizione è in realtà Veronica Lario, abbiamo un problema. :-)
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categoria:economia, politica interna, politiche sociali, liberalismo