sabato, 07 marzo 2009
In a similar vein, 50 years ago, when labor was relatively cheap compared to materials, goods were built to be repaired, so that the expensive materials could be used for a longer period of time. As the price of labor has risen and the cost of materials has fallen, manufacturers have responded—in the interests of consumers and society— by building items to be used until they break, and then discarded. There is no “bias” against recycling; there is merely a market-driven effort to conserve resources.

Il discorso mi sembra estremamente realistico, e la logica sottostante è corretta. La stessa cosa non si può dire della teoria standard, secondo cui i consumi usa e getta sono imposti dal mercato perché assicurano maggiori ricavi per via del maggior rinnovo degli utensili e dei gadget. Il punto è che se veramente fare cose durevoli fosse conveniente, il produttore di cose durevoli guadagnerebbe di più. Insomma: se anche i produttori - presi tutti assieme - avessero interesse (il che è tutto da dimostrare) nell'imporre consumi usa-e-getta, non riuscirebbero ad imporre un tale esito per via dei processi concorrenziali (a meno che, appunto, l'usa-e-getta non sia veramente quello che è meglio per i consumatori).

LINK
postato da: Libertarian alle ore 22:21 | Permalink | commenti (4)
categoria:economia, ecologia
lunedì, 21 luglio 2008
Godo quando le intenzioni del moralismo e le sue conseguenze vanno in direzioni opposte, soprattutto quando non si tratta dei miei principi morali. L'Economist fornisce un interessante esempio.

Nel 1989 le Nazioni Unite hanno bandito il commercio d'avorio, senza molto successo, aggiunge l'Economist. Ora la Cina segue il Giappone nel legalizzare il commercio di avorio proveniente da paesi dove il numero di elefanti è stabilizzato.

Nota tecnica: questo fornisce incentivi a stabilizzare il numero di elefanti, trasferendo fondi dai contrabbandieri ai paesi virtuosi.

L'Economist si pone una domanda ben fondata teoricamente: ora che è possibile comprare l'avorio legalmente, il prezzo dell'avorio cadrà, riducendo i ricavi per i contrabbandieri, e riducendo quindi le uccisioni di elefanti nel mercato nero. I dati mostrano che un'asta legale del 1999 ridusse il contrabbando per addirittura cinque anni.

Forse gli ambientalisti dovrebbero prestare un po' d'attenzione all'economia, invece che al loro paganesimo, spesso anti-liberale. Il problema degli animali è che non hanno un proprietario: nessuno ucciderebbe tutti i propri maiali, e il maiale non si estinguerà mai; ma nessuno ha interesse a conservare le balene e gli elefanti, perchè nessuno guadagna dalla loro sopravvivenza. Basterebbe dare un proprietario a balene ed elefanti, cosa tecnicamente non difficile, e far decidere a lui se uccidere o moltiplicare: siccome sarà proprietario del valore capitale dei propri beni, impiegherà un'ottica di lungo periodo, contribuendo alla sopravvivenza della specie. Il miglior modo per salvare le balene è infatti mangiarle, ma solo in regime di proprietà privata: il vero pericolo lo corrono le specie inutili.

Ovviamente le cose non sono così semplici: la quantità di balene ed elefanti in condizioni di proprietà privata sarebbe probabilmente più elevata dell'attuale, altrimenti poi giapponesi e norvegesi non potrebbero avere le loro bistecche di cetaceo. C'è però anche una quantità di balene ed elefanti "ecologicamente" ottima, in base a considerazioni di stabilità degli ecosistemi: ad esempio, troppi capodogli potrebbero ridurre la quantità di pesce: se il pesce fosse proprietà privata, questo significherebbe solo che i balenieri risarcirebbero i pescatori. Ma se è proprietà pubblica, la tragedy of the commons si traslerebbe dalle balene ai pesci (fermo restando che il problema per i pesci c'è già oggi).

Comunque sembrerebbe che non ci siano problemi complessi che si possono risolvere senza mercato. In compenso, esistono problemi semplici che non si risolvono per via delle fissazioni moralistiche contro il mercato.

PS O.T., pare che l'attenzione verso gli animali in via d'estinzione in Cina sia molto migliorata negli ultimi tempi, fatta eccezione per l'homo tibetanus, perlomeno: tanto per capire chi vale di più tra un elefante e un uomo, chi uccide elefanti viene condannato a morte. Forse c'è un problema di priorità morali.
postato da: Libertarian alle ore 22:28 | Permalink | commenti (15)
categoria:economia, ecologia
giovedì, 10 gennaio 2008
Se non si è capito nulla di quello che ho recentemente scritto di metodologia, non vi preoccupate: ora ho superato ogni limite.

Il seguente commento a questo post in cui si apre un confronto tra metodologia Austriaca e neoclassica è del tutto incomprensibile. Non è scritto apposta per essere incomprensibile, però, è scritto per sottolineare che la riflessione sui fondamentali è di fondamentale importanza per poter analizzare le due Scuole di pensiero.

Lo riassumo (chi non ha interesse nella filosofia può smettere la lettura con questo periodo): credo che l'epistemologia Austriaca sia perfettamente adeguata, e che l'economia mainstream è filosoficamente infantile nella sua visione del mondo. Nonostante ciò, mi rendo perfettamente conto che difendere la Scuola Austriaca oggi significa anche difenderla da certe distorsioni sistematiche e da certe forme di masochismo che caratterizzano gran parte della Scuola oggi.

L'argomento è estremamente complesso e ancora non mi sono fatto un'idea precisa, però I hold these truths to be self-evident:

(1) Dire che l'economia è fatta di numeri è un'affermazione filosofica, e non è possibile criticare una teoria in quanto filosofica usando argomenti filosofici (tale ragionamento è una critica del naturalismo, del positivismo, del pragmatismo e dell'eclettismo metodologici... è rimasto qualcosa che non ho già criticato?). L'appello ai fatti richiede infatti la precedente ipotesi che i fatti dicano tutto o perlomeno che dicano spesso qualcosa di rilevante: tale affermazione non è fattuale (critica ben nota, e di tipo immanente e non trascendente, al positivismo: la si trova già in Husserl cento anni fa). Nel recente post di LMD ho fatto esempi terra terra nei commenti: qui posso sbilanciarmi... non ho mai visto nell'economia accademica un'analisi critica e una difesa argomentativa del principio metodologico di partenza, che quindi va considerato un pregiudizio metodologico e non un fatto assodato, men che meno quindi un "criterio di demarcazione tra scienza e metafisica" (che non esiste, con buona pace per Popper). Possiamo dire quindi che siccome non esiste un'economia non basata su proposizioni di carattere filosofico e metafisico, la scelta non è tra economia scientifica e qualcos'altro, ma tra buona e cattiva riflessione sui fondamenti. La conseguenza nella pratica economica di questo errore filosofico è che si limita la teoria a ciò che è (a) formalizzabile e (b) verificabile, sperando che quello che rimane fuori sia insignificante dal punto di vista della teoria economica. Una scommessa rischiosa... perlomeno. Siccome gli scienziati sociali non possono scegliere la problematica epistemologica posta dall'oggetto delle loro ricerche, scopiazzare svogliatamente il metodo della fisica classica per sembrare moderni è naive.

(2) L'argomento del modello del fondo di investimento trascura la distinzione tra scopo della teoria e scopo della storia. Ben lungi dall'essere un dettaglio, è il cuore dell'epistemologia misesiana. Non so quanti Austriaci viventi l'hanno chiara, magari sono l'unico al mondo a crederlo, ma l'argomento non mi crea problemi all'epistemologia Austriaca.

(3) Se le riflessioni precedenti fanno paura per la morbosità concettuale che sottendono, questa è ben peggiore... ritorniamo alla distinzione fatti/valori e al ruolo della teoria economica nel prendere decisioni politiche. Io credo alla distinzione tra fatti e valori e alla Wertfreiheit. Credo anche che ci sia una differenza fondamentale tra descrivere la realtà e prendere decisioni politiche, e che la politica economica non sia quindi l'economia politica, e quindi la seconda possa essere laica nel senso di Phastidio, se ho capito bene, del precedente post. Se fosse possibile una descrizione wertfrei della realtà portata avanti fino all'istante immediatamente precedente al giudizio di valore politico che dà vita alla politica economica, dal punto di vista scientifico non ci sarebbero problemi. Ma la teoria economica non fa questo: nel momento in cui aggrega e vede gli effetti sulla produzione complessiva, già integra nell'analisi un giudizio di valore, l'indifferenza verso la distribuzione... "se dicessi la teoria economica dice che il PIL così aumenta dell'1%", non solo il prendere decisioni a partire da questa affermazione puramnete positiva, ma anche il prendere decisioni basandosi solo su questa rappresenta un giudizio di valore... questo si ricollega alla mia nota avversione per il concetto di efficienza, e rappresenta la miglior difesa che mi viene in mente per tale avversione nella Scuola Austriaca.

(4) L'idea che lo scopo della teoria economica sia valutare la politica a me puzza tanto di tecnocrazia. Sarebbe come confondere le facoltà di economia con i master in business administration. Chiamiamolo master in policy administration, però forse per teoria bisognerebbe intedere qualcosa di più elevato.

(5) Gli Austriaci confondono spesso l'uso degli strumenti quantitativi nella pratica imprenditoriale, nell'analisi storica, nella valutazione politica (uso strumentale ed euristico) con il loro uso nella teoria economica. Criticando il primo si danno la zappa sui piedi perchè limitano l'utilità strumentale delle loro teorie. Criticando il secondo hanno perfettamente ragione. La critica del primo non ha senso nell'epistemologia misesiana, ma quanti Austriaci se ne rendono conto?

(6) Penso che le cose più urgenti nella Scuola Austriaca siano rimuovere le confusioni fatti/valori, puntare di più sull'economia applicata, innovare e trovare nuovi strumenti per comprendere le novità istituzionali degli ultimi 50 anni, separare lo studio scientifico dell'economia dalla difesa ideologica del libertarismo. Fermo restando che la welfare economics è una boiata pazzesca. :-)

(7) Scendendo di nuovo nel mondo del resto degli umani: l'unica cosa che non mi va giù nel difendere la S.A. oggi è che mi rendo conto che molte delle critiche alla S.A. sono perfettamente fondate dal punto di vista di ciò che la S.A. oggi è, ma infatti non ha ragione di essere così in base alle sue stesse premesse. Quel che è ovvio è che non è possibile che sia come quella accademica... altrimenti non scriverei queste cose assurdamente astratte.

(8) Dopo questo postone mi contraddico apparentemente: qualsiasi cosa si dica sulla filosofia della scienza economica, bisogna farlo con un occhio alle sue conseguenze sulla scienza economica. Se una riflessione filosofica non ha conseguenze scientifiche, è una perdita di tempo. Io ritengo che la filosofia mainstream abbia danneggiato la teoria economica degli ultimi decenni: per questo e solo per questo mi occupo di argomenti così assurdamente astratti.
postato da: Libertarian alle ore 17:02 | Permalink | commenti (6)
categoria:filosofia, ecologia
mercoledì, 14 novembre 2007
Il petrolio è circa a 100$, bisogna preoccuparsi? Un articolo di Ramella per l'Istituto Bruno Leoni dice di no. E fondamentalmente concordo, se la preoccupazione è che il petrolio finisca e l'energia sparisca dalla storia...

Cose che condivido

  • L'analisi di come gli incentivi a trovare nuove fonti e l'effetto sostituzione renda infondatamente "pessimistiche" le previsioni di "trend" che fingono che si possa estrapolare una tendenza senza considerare la reazione del mercato.
  • L'analisi di come le fluttuazioni di prezzo del petrolio dipendano molto dagli investimenti pregressi in macchinari petroliferi, che sono beni capitali spesso specifici e durevoli, e quindi, se si sovra-investe, si hanno prezzi basso per un decennio, se si sotto-investe, si hanno prezzi alti altrettanto a lungo.
  • Il fatto che l'ingerenza politica nei mercati energetici riduca l'efficienza e quindi l'energia disponibile ad un determinato prezzo.
  • Il fatto che l'effetto sostituzione (e il passaggio dall'industria pesante a quella informatica, probabilmente) abbia ridotto il peso del petrolio sul PIL americano, e quindi l'eventuale peso di shock da domanda sull'economia (si veda la figura in fondo al link sull'efficienza energetica).
  • Il fatto che complessivamente abbiamo riserve energetiche a bizzeffe, se si tiene conto perlomeno dei petrolii molto costosi da estrarre, del carbone, e dei materiali da fissione nucleare.

Cose che non condivido

  • C'è tra le righe un argomento potenzialmente non valido: che l'economia è robusta rispetto agli shock petroliferi, perchè cresce nonostante i prezzi petroliferi. Ehm... in realtà entrambe le cose (la crescita, perlomeno contabile, dell'economia, e la crescita delle materie prime) sono legate alle politiche monetarie espansive; il fatto che le due cose siano quindi concomitanti non significa granchè, verosimilmente.
  • Sempre per lo stesso motivo, non so fino a che punto la crisi degli anni '70 e '80 possa essere spiegata con l'OPEC, e non fosse di origine monetaria. All'epoca ci fu una crescita del prezzo del petrolio, è vero, legata ad una diminuzione dell'offerta, è vero, ma era anche l'epoca della più grande rivoluzione monetaria della storia umana: il socialismo monetario totale.
Diciamo che, se trascuriamo i fattori monetari, sembrerebbe che tutto vada bene al mondo... tranne che per l'Europa, soprattutto l'Italia, che ospita più parassiti di uno che non s'è mai lavato, e i paesi che adottano politiche economiche anti-mercato simili, come il Venezuela e lo Zimbabwe (scusate l'ironia).
postato da: Libertarian alle ore 18:16 | Permalink | commenti (9)
categoria:economia, ecologia
martedì, 22 maggio 2007
Se volete sorbirvi 91 pagine di analisi di dati e statistica, ho trovato questo link che parla dei modelli di riscaldamento globale, credo criticandoli. Non ho il tempo di leggerli, ma se vi interessa...
postato da: Libertarian alle ore 21:48 | Permalink | commenti
categoria:ecologia
lunedì, 23 aprile 2007
Secondo Sheryl Crow, per salvare gli alberi bisogna risparmiare sulla carta igienica. Dopo Fulco Pratesi che non tirava la catena, la scatologia ambientalista continua  a far sorridere.

Non è uno scherzo: sta pure sul blog della Crow.

Fonte: Mises Blog, dove tra l'altro si fa notare il principio "le mucche sono sfruttate e QUINDI non si estingueranno perchè servono"...
postato da: Libertarian alle ore 20:31 | Permalink | commenti (8)
categoria:ecologia
giovedì, 16 novembre 2006
(Ri)Leggendo il libro di Papafava, "Proprietari di sè e della natura", mi sono trovato di fronte ad una storia interessante: I pescatori di gamberetti del Golfo del Messico lavoravano in molti in una zona di mare a proprietà comune (common): in questo modo, stavano a rischio di trovarsi in una situazione di tragedy of the commons, con conseguente depauperamento delle risorse e impoverimento di tutti.

Risolsero il problema in maniera informale: non conosco i dettagli, ma, verosimilmente, ognuno si limitava nel pescare, e si interessava al ripopolamento. Siccome la tragedy of the commons consiste nel fatto che tutti hanno interesse a pescare il prima possibile e nessuno ha interesse nel ripopolare, queste regole informali erano in grado di risolvere il problema.

Erano. Purtroppo, le pratiche in questione sono state dichiarate contrarie alla libera concorrenza dalla Legislazione Antitrust statunitense... la mancanza di un criterio per stabilire se un prezzo è o non è un prezzo di monopolio, messa in luce dalla teoria Austriaca, si rivela qualcosa in più di una curiosità teorica... Come distinguere se una pratica di riduzione della produzione è tesa alla salvaguardia di una risorsa naturale o è un modo per "sfruttare"* il consumatore?

Purtroppo non ho trovato informazioni dettagliate sulla storia. In compenso, il sito dell'Istituto Mises è pieno di riferimenti a mosse protezionistiche USA per impedire l'importazione di gamberi dal Sud-Est Asiatico... che l'Antitrust sia riuscito a spopolare il Golfo del Messico? E il consumatore? Paga!

* In assenza di coercizione, la parola "sfruttamento" non ha senso
postato da: Libertarian alle ore 13:19 | Permalink | commenti (7)
categoria:economia, ecologia
venerdì, 27 ottobre 2006

NOTA: i valori numerici sono calcolati mediante una procedura euristica: cioè in base a lontani ricordi, e quindi poco più che a caso. Potrei sbagliare del 10-20%, ma non molto di più. Gli errori più grandi li ho commessi nella stima ad occhio dell'energia media che arriva durante l'anno su ogni metro quadro di superficie. Ho immaginato che, considerando la riflessione atmosferica, l'assorbimento atmosferico, e i cicli estate/inverno e notte/giorno, si arrivasse a 100-200W/mq, alle nostre latitudini. Il numero è quasi scelto a caso, ma è sicuramente compreso tra 0 e 500 (con giorni di 12 ore)...

Le celle fotovoltaiche sono diodi. I diodi sono dispositivi a semiconduttore. I semiconduttori sono materiali speciali che hanno determinate proprietà fisiche, e sono alla base di tutti i dispositivi elettronici.

La cosa più importante da sapere sui semiconduttori è che i loro elettroni possono stare solo in due "bande" separate da un "gap" dove non possono esserci elettroni. Se il gap non è nè troppo grande nè troppo piccolo, è possibile farci tante cose interessanti, come celle fotovoltaiche e Pentium. Il gap non si misura in metri perchè non è una lunghezza: si misura in Joule (o elettronVolt, in genere) perchè è un'energia. Sotto il gap c'è la banda inferiore, dove in condizioni normali dovrebbero stare tutti gli elettroni. Può capitare che qualcuno si ecciti e vada nella banda superiore. Per farlo, deve avere abbastanza energia da superare il gap.

I materiali possono assorbire la luce. La luce è fatta di particelle chiamati fotoni. Ogni fotone ha una sua energia.

Se un fotone ha energia superiore al gap, può succedere che, se passa in un semiconduttore e urta contro un elettrone nella banda bassa, possa consentirgli di andare nella banda alta. In questo caso, il fotone scompare e si forma una "coppia". Ogni coppia è formata da un elettrone eccitato e da un buco (hole: in realtà si dice lacuna)... gli ingegneri elettronici sono dei maniaci sessuali.

Tutti i fotoni con energia superiore al gap possono essere assorbiti. Ognuno di questi fotoni può creare energia elettrica, attraverso la giunzione del diodo, per una quantità pari al gap. Tutti i fotoni con energia inferiore non vengono assorbiti, perlomeno non per formare coppie eccitate.

I fotoni provenienti dal sole hanno una determinata distribuzione. Siccome ad ogni energia corrisponde un colore, si può dire che ogni cento fotoni dieci sono rossi, cinque verdi, dieci azzurri, venti ultravioletti (che non è un colore, ma chissenefrega), eccetera... La distribuzione dei fotoni forma lo spettro della luce solare.

L'energia proveniente dal Sole e che arriva sulla Terra sopra l'atmosfera ha una densità di 1KW/m2 (kilowatt al metro quadro): ogni secondo arrivano su ogni metro quadro (ortogonale al Sole) mille joule di energia. Se si prende un ettaro di terreno, si toglie l'aria sopra, e si aspetta mezzogiorno, arriveranno su questo ettaro 10MW, pari alla potenza installata di 3000 abitazioni medie.

Sembrerebbe un grande affare.

In realtà, l'energia viene in parte riflessa dall'atmosfera e in parte assorbita. Di notte, poi, questa energia arriva in Giappone invece che in Italia. Inoltre, d'inverno ne arriva un po' meno, perchè l'atmosfera ne assorbe di più. Questi non sarebbero grossi problemi, visto che probabilmente è sempre possibile cavar fuori 100W/mq medi durante tutto l'anno... anche d'inverno. E' probabile che si possa stimare con precisione tutto ciò, ma non ho dati.

C'è un problema più grande.

Il silicio può prendere solo quegli elettroni con energia superiore al suo gap (1.1eV) e butta via tutti gli altri. Di quelli che prende, può soltanto sfruttare un'energia pari a 1.1eV. Se un fotone ha 1eV, è inutile. Se ha 2eV, vale come se ne avesse 1.1eV. Data la distribuzione dello spettro solare e le caratteristiche fisiche del silicio, si arriva ad un rendimento massimo teorico che mi pare sia del 15%.

Il rendimento massimo si ha se le perdite sono minime. Il che si realizza ad esempio con silicio monocristallino, cioè cresciuto bene come un diamante. Che però costa uno sproposito. Non è possibile realizzare celle fotovoltaiche grosse come un campo di calcio in questo materiale purissimo.

In pratica si usano policristalli, cioè tanti piccoli diamanti incollati l'uno all'altro. In questo caso, il rendimento è un po' inferiore, ma il costo si riduce molto. Ma è comunque notevole. Per ottenere 20W medi per ogni metro quadro di energia elettrica, chiunque abbia mai cercato di comprare dei pannelli sa che si spende un casino (l'energia di picco, probabilmente meno 100W al mq, vale solo in pieno giorno).

Ci sono tre possibilità alternative.

1. Celle fotovoltaiche in silicio amorfo

Il silicio amorfo sta al silicio cristallino come il vetro sta ai cristalli Svarowski. Il rendimento è bassissimo, ma anche il costo è molto ridotto. Se volete ottenere un rendimento del 5%, forse ce la fate...

2. Celle fotovoltaiche in semiconduttori impilati

E' possibile pensare di impilare più celle fotovoltaiche in questo modo: il primo strato assorbe gli elettroni ad alta energia e fa passare gli altri, ottenendo più energia dalla parte alta dello spettro solare rispetto al silicio. Il secondo strato prende quelli a energia più bassa, eccetera...

Supponiamo di avere 4 strati, con gap a 4, 3, 2 e 1eV. In questo caso, se un fotone ha energia superiore a 4eV, genera energia elettrica pari a 4. Se ha energia tra 3 e 4, genera 3. Se ha energia tra 2 e 3, genera 2. Se ha energia tra 1 e 2, genera 1. Se ha energia sotto 1, non genera nulla.

In questo modo è possibile aumentare l'efficienza della cella fino probabilmente al 60-70%. Peccato che impilare N semiconduttori cristallini diversi porta ad un processo industriale estremamente più costoso di quello in silicio. I costi di questa tecnologia sono proibitivi, e si può dubitare che troverà mai applicazioni al di fuori dei satelliti.

3. Celle fotovoltaiche in semiconduttori non convenzionali

Se si scoprissero polimeri o molecole organiche con caratteristiche elettroniche simili ai semiconduttori; se si riuscisse a spalmare su superfici di migliaia di metri quadri strati di queste sostanze per ottenere diodi a polimeri; se questi polimeri fossero stabili nel tempo anche se sottoposti a bombardamenti di fotoni e cacche di piccioni... allora si avrebbero celle fotovoltaiche a basso costo, anche se magari a rendimento bassissimo.

Se poi si ottenessero strutture impilate come nel punto precedente, forse si potrebbero costruire celle fotovoltaiche a buon rendimento e a basso costo, in grado di essere depositate su ettari ed ettari di superficie terrestre per ottenere tanta energia.

Queste tecnologie non esistono. Se ne parla, se ne discute, si fanno prototipi, ma si tratta di argomenti di ricerca che prima dei prossimi 20 anni molto improbabilmente troveranno mai applicazione pratica. Le idee innovative hanno probabilità di sopravvivenza bassissime: ogni nuova idea che ha successo è stata scelta tra mille altre idee inutili.

Questa remota possibilità consentirebbe di avere energia solare in buona quantità. Se si avesse infatti una tale tecnologia, e dubito che se ne vedrà una nei prossimi venti anni, l'energia solare per metro quadro potrebbe effettivamente arrivare a quei 100W medi che il sole delicatamente depone su ogni metro quadro di superficie. Spalmando polimeri per 1000kmq di territorio nazionale, si otterrebbe una potenza media di 100GW, che mi pare sia pari alla potenza elettrica effettivamente installata in Italia.

A quel punto, i Verdi si lamenteranno della bruttezza di tali installazioni, chiedendone la rimozione. Tra cinquant'anni vedremo se le cose saranno andate così...

Conclusioni: le celle fotovoltaiche attuali sono un passatempo. Forse in futuro non sarà più così, ma si tratta di una possibilità estremamente remota. L'unico uso razionale dell'energia solare che mi viene in mente è guardare le belle ragazze abbronzate in spiaggia.

postato da: Libertarian alle ore 10:56 | Permalink | commenti (13)
categoria:ecologia
mercoledì, 25 ottobre 2006

Sgembo e Valerio hanno scritto cose interessanti, da Sgembo. Spero che sia l'occasione per iniziare una discussione costruttiva su un ambito politicamente interessante, e in cui la teoria economica è fondamentale, come vedremo: l'ecologia.

Comincerei col dire che per me è economia pure un povero che non vende i gioielli della nonna perchè c'è affezionato. Le concezioni economiciste della teoria del valore sono fuorvianti (e gli ecologisti liberali di stampo Coasiano, Dio li fulmini, hanno una visione dell'economia che rischia di renderli simili a come Valerio li descrive).

Eppure lo stesso Valerio dice che i primi parchi nazionali (come le prime università, i primi sindacati... e tutto ciò che di buono lo stato ha poi monopolizzato nel XX secolo) erano privati. Il che fa pensare che la dicotomia economia/ecologia sia almeno in buona parte infondata.

Ed infatti l'ecologia liberale dimostra come moltissimi problemi ecologici sono economici e/o giuridici (del resto, "inquinare" significa rovinare qualcosa, e se quel "qualcosa" è di qualcun altro, l'economia, e il diritto, hanno qualcosa da ridire).

L'errore concettuale in cui si rischia di cadere ad eliminare la teoria del valore ("economico") dalla trattazione dei problemi ecologici è quello di pensare che la Natura sia un bene assoluto, qualsiasi cosa questo significhi.

Se così è, allora già Romolo che fonda Roma con l'aratro è da criminalizzare. Se così non è (e così non può essere, sarebbe disumano che lo fosse!), occorre capire dove fermarsi, nella lunga strada che va dal primo uomo che ha colto una mela ad una situazione ecologica stile Chernobyl. Nel mezzo c'è un qualche "ottimo", ed è nella possibilità di ragionare su un tale problema che la teorizzazione economica si rivela ricca e feconda in ogni ambito dell'Azione Umana (tanto per citare Mises), non esistendo un "ambito dell'economico" separato dall'ambito dei gioielli della nonna.

Ma se la teorizzazione economica, quando non degenera nell'economicismo del "valore = prezzi" (affermazione concettualmente sbagliata, ma al centro di tutta la teoria della politica economica moderna), è universale, occorre prenderla sempre in considerazione.

Ogni problema ecologico si può vedere in questi termini: alcune azioni hanno costi nascosti, che rendono l'equilibrio economico distorto. Se posso impunemente avvelenare l'acqua di un mulino, produrrò inquinamento senza sopportarne il costo. Se non so che il cianuro è un veleno, posso mangiare cento mandorle amare e crepare subito dopo (ma sarebbe una gran bella morte!). In quest'ottica, le conoscenze tecniche (la "conoscenza delle relazioni mezzi/fini", in terminologia Austriaca), e quindi anche ecologiche, sono solo una parte delle conoscenze individuali, strumenti dell'azione individuale (che, in senso estremamente lato, è sempre "economica", cioè soggetta a vincoli di scarsità).

L'applicazione pratica di quanto sto dicendo (in poche parole: non ci può essere contrapposizione tra economia ed ecologia, tanto quanto non ce ne può essere tra economia e fisica quantistica) può essere espressa in questi termini:

  1. Se esistono 1000 zone naturali intatte e 0 ambientalisti, queste 1000 zone intatte avranno valore nullo (nessuno è ecologista per definizione) e quindi verranno certamente trasformate.
  2. Se per mantenere 1 zona intatta servono 1000 ambientalisti, allora la domanda di mercato di zone intatte sarà proporzionale al successo ideologico del protezionismo ambientale, e potrebbe benissimo essere sufficiente a tenere 10, 100, 1000 o 2000 zone fuori dal mercato (come i gioielli della nonna).
  3. Se il numero di ambientalisti è insufficiente a fare un mercato (con donazioni, vincoli volontari come nel caso del Parco d'Abruzzo, turismo ecologico...) da 1000, ce ne saranno 999. Ma questo farà aumentare il valore marginale delle zone intatte, e diminuire quello delle zone trasformate... non basta? Ok, scendiamo a 998... fino all'equilibrio.
  4. All'equilibrio, ci sarà un numero tot di zone mantenute intatte da turisti, benefattori, proprietari. Il numero varierà da 0 a 300.000kmq (in Italia) a seconda di quanti ecologisti ci sono. Cioè, di quanta domanda di mercato del bene "natura incontaminata" possono creare.

Il mercato non ha nulla a che fare con la commerciabilità. Se un milione di italiani volesse conservare la natura, potrebbero comprare 5.000kmq di territorio nazionale (in media). Il problema attuale è quindi che questo non si può fare: problema creato dallo stato.

E' strano (sembrebbe anche un punto ideologico, se non fosse il risultato di un'argomentazione razionale "wertfrei"), ma anche in questo caso il problema è la politica. Se esistono molti ecologisti, e l'unico strumento che hanno per amare la natura è usare la coercizione statale, il liberale/liberista/libertario (c'è differenza?) deve protestare. Ma se si consente al mercato di produrre turismo ecologista, donazioni, e vincoli ambientali sulla propria proprietà, allora tutto il problema diventa di convincimento di un certo numero di persone (un milione basta? Per creare vaste zone protette è anche troppo...).

Abbiamo quindi, riassumendo:

  1. La teoria economica vale anche per beni non commerciabili
  2. La maggior parte dei problemi ecologici è risolvibile tramite i principi del liberalismo lockiano (privatizzando...)
  3. Non ci sono difficoltà a concepire una domanda di "beni naturali incontaminati" sul mercato libero (e l'esempio del Parco dimostra che la mia idea non è aria fritta).
  4. La politica impedisce l'equilibrio domanda/offerta, creando un conflitto non necessario tra mercato ed ecologia.
  5. L'unica cosa su cui non posso assentire è il ragionamento chiliastico del "Natura bene assoluto" dell'ecologismo radicale (nel senso di estremo e non di pannelliano): questa mentalità è secondo me incompatibile con il liberalismo, totalitaria e intrinsecamente anti-umana.

Se questa introduzione complicatissima (l'ho scritta di getto) è chiara, penso che l'unico punto di discussione tra eco-liberali alla Valerio ed eco-liberali alla IBL è il punto E. Sul resto credo sia un problema di concezione dell'ambito dell'economico. Non conosco Croce, ma da quel poco che ho letto penso che i suoi strumenti concettuali siano inadeguati alla comprensione della problematica (ho letto un saggio di filosofia del diritto in cui usava il termine "economico" in un modo concettualmente incomprensibile e teoricamente irrilevante, ai nostri fini). Ed è per questo che il libro di Papafava è importantissimo, ma può darsi che una sua comprensione all'esterno dell'ambito culturale Austro-libertario possa creare problemi.

P.S. Sul piano monetario, tenere la natura incontaminata non cosa nulla (come costi variabili)... per formare una zona protetta l'unico problema è quindi di costi di transazione: è difficile avere unanimità su una vasta zona abitata, mettendo d'accordo magari diecimila proprietari. Questo è l'unico vero limite della soluzione che propongo.

P.P.S. In realtà almeno un problema tra Locke ed ecologia c'è: per i lockiani, con o senza proviso (e quindi anche per i libertari) la proprietà deriva dalla trasformazione della terra (il "teilen" di Carl Schmitt). In questo caso la natura incontaminata non avrebbe proprietari per definizione! Reputo l'applicazione meccanica dei principi giuridici completamente anti-giuridica. Quindi l'obiezione è trascurabile, ma interessante teoricamente.

postato da: Libertarian alle ore 18:50 | Permalink | commenti (26)
categoria:economia, ecologia, liberalismo
venerdì, 20 ottobre 2006

Retore mi ha chiesto un commento all'articolo di Nico Valerio "Siamo per il mercato? Allora vendiamoci mogli, figlie e sorelle".

Mi sono sforzato di non essere inutilmente sarcastico. Forse non mi sono impegnato abbastanza, ma ho fatto del mio meglio

Il titolo rivela una certa confusione concettuale, e proprio sui principi più elementari del liberalismo: mogli, figlie e sorelle non sono, infatti, proprietà di nessuno, se non di loro stesse, quindi non si vede cosa ci sia da vendere. Questa confusione tra mercificazione e liberalismo è un artificio retorico che Valerio usa per evitare di argomentare le sue tesi.

1. "Gli Stati Uniti sono ritenuti uno dei Paesi maggiormente liberisti e fautori dell'iniziativa privata al mondo"

Un po' per colpa dei nazisti, un po' per colpa dei comunisti, il binomio libertà-USA sembra solido come una roccia. Inutile dire che è quasi del tutto infondato.

Che gli USA abbiano avuto i loro Jefferson e i loro Mencken non lo nego. Che abbiano anche avuto, e soprattutto, i loro Hamilton, i loro F. D. Roosevelt, i loro Greenspan e i loro G. W. Bush e statalisti similari è ancora più evidente, purtroppo.

Per dirlo in termini più semplici: rispetto all'Europa Continentale, solo un gulag può sembrare illiberale. Questo non significa che gli USA siano l'apoteosi del liberalismo, visto e considerato anche che, in almeno un ambito, la politica monetaria, sono addirittura più socialisti di noi.

2. "Eppure, hanno una presenza di organizzazioni pubbliche e servizi inquisitorii e repressivi di grande efficienza e severità"

Sull'efficacia di organizzazioni inquisitorie come la FDA non mi pronuncio. Ha sicuramente tutti i numeri per essere un lupanare di corrotti, visto l'importante peso politico di questa congrega di burocrati.

E' il legame tra le proposizioni "c'è negli USA" e "è liberale" che è assurdo. La schiavitù, la segregazione razziale, il New Deal, le affirmative action e altro sterco statalista sono cose americane, ad esempio. Forse più del cheeseburger.

3. "dove ci sono tutte le libertà, si sa, ci sono anche tutti i limiti possibili. Anzi, ad ogni libertà corrispondono dei limiti molto severi"

Il "dove" si riferisce agli USA, probabilmente. Comunque, questa affermazione è banale: anche il più infantile degli anarco-capitalisti sa che i limiti della libertà esistono, e sono rappresentati, guarda caso, proprio dai diritti di proprietà privati. Ma, se si esplicitasse questa ovvietà, il discorso di Valerio salterebbe.

4. "il mercato libero è accompagnato e temperato, in un tutt'uno razionale"

Razionale? Prima la FDA era efficiente perchè era la FDA. Ed era liberale perchè americana, ovviamente. Ora abbiamo che il temperamento del mercato forma un mistico "tutt'uno razionale". Mi sfugge qualcosa.

5. "Sono le forme, le regole, i diritti, insomma i famosi "limiti liberali", che trasformano l'anarchismo barbarico dei nostri progenitori nel raffinato liberalismo di oggi"

La libertà non è licenza... Locke, "Secondo Trattato"... è l'ABC del liberalismo... la cosa è così ovvia che non si capisce chi si sta criticando... c'è qualche liberale che lo nega?

6. "sta avendo un notevole seguito nel Centro-destra [...] un forte pamphlet di Novello Papafava in cui si teorizza che la cosa più efficace per la conservazione della natura sarebbe semplicemente... privatizzarla."

Il pamphlet, in realtà, è un libro. E pure ben scritto. E interessante. E argomentato. Bene. A differenza dell'articolo di Valerio.

7. "i neocatecumeni mercatisti all'ultimo sangue se la prendono con l'ambiente, cioè con le nostre radici culturali, quella Natura che insieme con l'Arte rappresenta la nostra vera, unica, immagine di popolo, la nostra inimitabile identità"

"Blut und boden", come dicevano i... nazisti. Cosa c'entri con le privatizzazioni non è spiegato. Il neocatecumeno del mercatismo (la stessa parola con cui Tremonti difende il suo protezionismo illiberale), al secolo Happytrails, cosa avrà fatto mai di male?

8. "subdola invenzione della ecologia di mercato"

Potrebbe sembrare che questo mio articolo sia troppo aggressivo. E non si tratta, in genere, del mio stile. Ma è l'articolo di Valerio che mi irrita.

Non si mostra un solo argomento che è uno, contro i liberali veri (come Novello Papafava, il cui libro - pamphlet, nella terminologia valeriana - "Proprietari di sè e della natura", Liberilibri è estremamente interessante).

Non riesco a concepire che chi non riesce a introdurre un solo argomento in un intero articolo si possa permettere di dare del superficiale, del volgare, del cretino e del pamphlettista a qualcun'altro. E senza neanche sognarsi di analizzarne le tesi. Che rimangono salde e nascoste dietro una valanga di ingiurie e di sproloqui.

9. "per una società - soprattutto se liberale, cioè evoluta - non tutto è commerciabile, non tutto è vendibile e acquistabile"

Ma dai... ma non mi dire... e sono proprio sicuro che Papafava ha usato proprio questo argomento: tutto deve essere mercificato. Non avrà certo detto che la proprietà pubblica è fonte di inefficienze ed esternalità, che le privatizzazioni possono risolvere il problema della tragedy of the commons, che la proprietà privata può essere la soluzione a molti problemi ambientali...

State certi che nel libro di Papafava c'è scritto solo che dovete vendervi vostra madre, magari a tranci al mercato rionale. Questo è quello che si deduce dalle sottili argomentazioni di Valerio, perlomeno.

10. "il Parco nacque come privato per poi diventare pubblico. Un gruppo di volenterosi mecenati prese in affitto dai Comuni, privatamente, un terzo dell'attuale Parco, che poi fu ingrandito ed eretto a Ente pubblico"

Assurdo. Valerio dimostra che il libero mercato può creare aree protette, magari con qualche campagna di sensibilizzazione, e... quindi dov'è il ragionamento? Dov'è lo sfruttamento arbitrario e mercificatorio della natura di cui si parlava prima? Cavolo, ora abbiamo pure le riserve naturali private... gli anarco-capitalisti saranno fieri di tutto ciò.

P.S. Il mio commento al sito è breve ma esplicativo del mio stato d'animo: "Fammi capire. Il tuo argomento contro le idee di Papafava è che l'autore è un pamphlettista, volgare, elitista, cretino... e sicuramente qualche altro colorito aggettivo mi è sfuggito. C'è qualche argomento che non ho preso in considerazione? Ho per caso saltato la confutazione dell'argomento della tragedy of the commons, ad esempio, o la critica di un qualsiasi altro tema della sterminata letteratura dell'ecologia liberale? Scusa il sarcasmo, che non è in genere nel mio stile, ma nel tuo articolo vedo un difetto di argomenti e un eccesso di ingiurie."

Aggiornamento: Valerio ha risposto al mio commento da lui. E' bello dialogare con un interlocutore così raffinato: io sarei infantile perchè non sono d'accordo con lui, e perchè so distinguere tra argomenti e offese. Confesso che sono abbastanza irritato, non tanto per le offese, visto che ognuno si esprime come può, ma per la mancanza di argomenti, che mi dà l'impressione di perdere il mio tempo. QUI

postato da: Libertarian alle ore 23:20 | Permalink | commenti (12)
categoria:ecologia, liberalismo