domenica, 20 gennaio 2008
L'ONU ha la fama di essere un'organizzazione corrotta, inefficace, elefantiaca. L'UNICEF ne ha ereditato le caratteristiche.

Sono stato un po' sotto tiro (per mail) oggi per le mie tesi sul lavoro minorile, così ho reagito leggendomi report e documenti e riflettendo sulla questione. Sono incappato in questo documento dell'UNICEF: The 1997 state of the world children.

Non credo valga la pena leggerlo. Fondamentalmente, si tratta di:
  • moralismo d'accatto - come le tirate contro il profitto: notate che non ci sarà mai nulla che potrà risolvere i problemi della fame oltre al mercato
  • ignoranza di economia - "sono le minoranze etniche in genere a far lavorare i minori, perchè all'opinione pubblica non interessano": immagino che la spiegazione "perchè hanno redditi minori" era troppo razionale e ragionevole per un burocrate dell'ONU
  • wishful thinking - che il lavoro minorile si possa eliminare è affermato ripetutamente: come non è spiegato.
Ma il Panel 12 a pagina 60 è molto simpatico, perchè mostra quanto possono essere demenziali i burocrati dell'UNICEF, anche quando correggono gli enormi danni che il moralismo da quattro soldi provoca.
  • L'industria tessile del Bangladesh faceva lavorare molti bambini, soprattutto bambine, circa 60,000 persone.
  • Nel 1992 un senatore americano fece passare una legge contro il lavoro minorile, e le fabbriche del Bangladesh cominciarono a licenziare i bambini per evitare di perdere esportazioni.
  • Circa il 75% (non si capisce molto dai dati Unicef) dei bambini fu licenziata.
Il burocrate dell'UNICEF dice che le conseguenze non erano state anticipate. Ovviamente: se era perspicace faceva un altro mestiere. Dice pure che i bambini erano stati liberati: da cosa non si sa, visto che nessuno li teneva in gabbia. Ah, sì, liberati dal lavoro: quello è facile, basta aumentare i salari minimi per liberare dal lavoro milioni di ex-occupati, come dice la teoria economica, è quello che gli italiani fanno nel Meridione, e i tedeschi fanno in Germania Orientale... tutti sono molto contenti di essere liberati. Vabbè, continuiamo:

  • I bambini non andarono comunque a scuola (del resto, come avrebber potutto vivere?), ma andarono in miniera (bello!) o si prostituirono (i pedofili sono fan dell'ONU, parrebbe).
  • Come se non bastasse, le madri, per accudire i figli, persero il lavoro. Comincio a pensare che sia necessario vietare i buoni propositi per legge: ma forse basta impedire che si facciano le leggi sulla base di buoni propositi.
  • Nel 1995 si fece un accordo, in cui i produttori tessili bengalesi misero 1,000,000$ (non si sa nulla delle controparti). L'accordo comprendeva: il licenziamento temporaneo dei bambini per 4 mesi, il blocco delle assunzioni, l'educazione dei bambini in una scuola, il dar loro uno stipendio mensile, il far lavorare i genitori al posto loro, il dare accesso al credito alle famiglie.
  • Come ulteriore buona idea, si impedì il licenziamento nel caso non ci fosse un'alternativa credibile al lavoro minorile.
  • Nel 1996, 4000 bambini cominciarono ad andare a scuola. Gli altri non si sa, bisognerà fare un'inchiesta tra i pedofili per determinarlo.
  • Non si sa se questo programma sia sostenibile nel lungo termine. Però è decisamente una bella vacanza per quel 10% dei bambini che ne traggono giovamento.
Tutto è bene ciò che finisce bene, quindi. Peccato che all'UNICEF non conoscano nè l'economia nè probabilmente la logica. Se i bambini lavorano perchè non sanno come vivere, è ovvio che se vengono pagati per andare a scuola ci vanno... è una cosa che capiscono tutti, non si capisce perchè i burocrati dell'UNICEF sembrano credere d'aver fatto una grande scoperta.

Ma se si va spontaneamente a scuola, sotto queste condizioni, a che serve vietare il lavoro minorile? Le persone scelgono ciò che preferiscono: tra andare a scuola e andare a lavorare è verosimile che si scelga la prima, a parità di condizioni. La parità di condizioni è ristabilita proprio dal fatto che i bambini sono pagati per andare a scuola. Per tutti gli altri, che non si capisce che fine abbiano fatto (probabilmente stanno in miniera o nei bordello, o, lo spero per loro, fanno gli operai tessili), il lavoro era la scelta migliore.

Quindi non c'è alcun motivo razionale per vietare il lavoro minorile, mentre fornire i mezzi per studiare come beneficenza può essere un modo per attutire il problema, senza necessità di usare coercizione contro i produttori tessili, i lavoratori bambini e i loro genitori.

Se i soldi dell'UNICEF venissero usati per comprare scatole di fagioli e piselli per il Terzo Mondo sarebbe meglio. I buoni propositi non sono un bene scarso; le buone analisi purtroppo sì.
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giovedì, 15 novembre 2007
Pseudo-soluzioni: protezionismo, consumismo globale

Per proporre una soluzione bisogna avere un problema. Nessuno propone soluzioni alla salute fisica: si cercano soluzioni alle malattie. Quindi il titolo è da interpretare: non propongo soluzioni al commercio internazionale, perchè questo è naturale, benefico, fondamentale... chi è contro la globalizzazione dovrebbe prima di tutto dimostrare perchè scambiare tra Cina e USA è un male, mentre scambiare tra Bologna e Roma non lo è... ma si renderà conto che, così facendo, diventerebbe un agricoltore autosufficiente che lavora 16 ore al giorno per mangiare patate e vestire di stracci. Il problema sono le distorsioni monetarie, che purtroppo hanno una dimensione globale.

Veniamo all'analisi di due finte soluzioni: il protezionismo e l'esportazione del consumismo (sarà la nuova frontiera dei neocon?*). In entrambe i casi il problema è di confondere la malattia con i sintomi: mentre un enorme indebitamento può indicare forti squilibri macroeconomici, di per sè non prova che ci sia un problema: esistono anche forti indebitamenti del tutto sostenibili. Invece il protezionismo e il consumismo globale cercano di attenuare un sintomo (la globalizzazione), senza curare il problema (la politica monetaria).

Cominciamo dal primo: il protezionismo. E' vero che, se gli USA chiudono le frontiere a merci e risparmi cinesi, di colpo il trade deficit va a zero (le partite correnti no, a meno di rigettare il debito, cosa che però farebbe probabilmente sparire il dollaro come moneta). Ma a che pro?

Il problema USA nasce dall'assenza di risparmi, cioè dal fatto che tutto il PIL USA è speso in consumi privati e spesa pubblica. Senza risparmi cinesi (si fa per dire: vengono da tutto il mondo, soprattutto dall'Estremo Oriente, e Cina e Giappone la fanno da padrone) l'economia USA non potrebbe andare avanti, a meno che ovviamente non diminuiscano consumi e spesa pubblica social-militare a vantaggio dei risparmi, e quindi degli investimenti.

Il protezionismo avrebbe due effetti: ridurrebbe la quantità di risparmi a disposizione degli USA, sia per consumare a credito sia per investire nella dotazione di capitale americana, con conseguente rialzo dei tassi di interesse reali e crisi economica; inoltre ridurrebbe la domanda di dollari all'estero, che verrebbero usati difficilmente ancora come riserva (a che pro, se non potrebbero essere usati per comprare merci negli USA?), con conseguente picco dell'inflazione. In poche parole, un serio protezionismo USA creerebbe un circolo vizioso di maggiori tassi e maggiore inflazione, da cui la Fed, pompando ulteriore liquidità, non potrebbe uscirne facilmente, senza una domanda di dollari estera e una fonte di risparmi esteri a tener bassi prezzi e interessi.

La seconda soluzione è analoga: se la Cina o il Giappone smettessero di risparmiare, non avrebbero risparmi da fornire agli USA, e quindi il trade deficit si ridurrebbe. Che scoperta... ma verrebbero a mancare anche in questo caso una fonte di domanda di dollari e una fonte di risparmi reali, con conseguente spirale interessi/prezzi. Insomma: un trade deficit può indicare tante cose, tra cui un eccesso di risparmi esteri e un eccesso di consumi americani (o nè l'uno nè l'altro), ma se è il risparmio che si va a combattere, le cose peggiorano. Infatti il risparmio, domestico o estero che sia, è la base della crescita, molto più importante di quanto il modello di Solow, credibile come i maghi delle TV private, possa far pensare.

Forse si può salvare questa proposta con un ragionamento contorto: se protezionismo e consumismo globale distruggeranno il mostro di Jeckyll Island e tutte le altre Banche Centrali, magari ci accorgeremmo del problema subito, invece di aspettare con ansia il momento in cui sarà troppo tardi per pensarci... che dire... l'ultima volta che è successa una cosa del genere, Hitler e Roosevelt sono andati al potere. Non mi pare tutt 'sta grande idea...

Provocare un male oggi per evitare una tragedia domani sulla carta è un bene: è ciò che si fa quando ci si opera oggi per evitare una malattia in futuro. Si chiama prevenzione. Ma politicamente non ci sono le basi: i liberali perderebbero, e il Potere se ne avvantaggerebbe. Anche questa difesa d'ufficio di soluzioni mal concepite, quindi, è da scartare.

Non si possono eliminare le conseguenze degli errori passati. Si può però fare qualcosa per renderle meno tragiche. Libero mercato ovunque, lavoro, capitali, commercio internazionale. E recessione oggi, subito dopo la totale liberalizzazione+, anzichè crisi totale e permanente domani.

Problemino: ciò distruggerebbe tutta la struttura bancaria e finanziaria come noi la conosciamo, butterebbe sul lastrico milioni di lavoratori e debitori insolventi (chi ha fatto un mutuo, mica solo le banche e le grandi imprese!). Come evitare questo non l'ho ancora pensato. Se volete anche voi salvare il mondo, tornate sul mio blog periodicamente, magari mi viene in mente una soluzione.



* Ma poi, i neocon esistono? Siccome mi sono beccato del neocon ripetutamente, sembra una parola senza significato specifico, come "nazista", "fascista", eccetera.

+ La liberalizzazione ridurrebbe i costi di transizione (non transazione) e di riequilibrio della struttura produttiva. In poche parole, se si ha un leone alle spalle, non si può far sparire il leone, ma si possono indossare scarpe migliori per provare a scappare.
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lunedì, 12 novembre 2007
Il doppio punto, esclamativo ed interrogativo, è voluto, non è un refuso. Mi riferisco a questo articolo, che dice cose credibili e altre meno credibili.

Mettiamo le cose in chiaro: il dollaro si sta svalutando, e la svalutazione sicuramente rende meno interessante (1) detenere dollari e (2) investire negli USA. Ci sono tutte le condizioni per una svalutazione maggiore, addirittura per una crisi finanziaria, e per una profonda recessione globale. Inoltre, ci sono molti interessi geo-politici in gioco, perchè molti dollari non sono nelle mani di homines economici le cui azioni possono essere comprese col Arbitrage Pricing Theory (non ricordo cos'è, la mia è una figura retorica), ma pensando anche agli homines strategici. Per questo motivo, le analisi delle evoluzioni del dollaro devono basarsi sia su riflessioni economiche che strategiche.

Detto questo, qui c'è l'articolo, suggeritomi da Wellington.

"Its value is dropping, and the Fed isn’t doing a whole lot to change that."

Vabbè... che può fare? Se non inflaziona l'economia collassa. Se inflazione aumentano i prezzi. L'unica way out è che il resto del mondo continui a detenere dollari e a investire negli USA. La cosa dipende da fattori strategici, e è disincentivata dalla politica monetaria USA stessa, anche se le altre Banche Centrali inflazionano altrettando, quindi rendendo meno evidente il declino del dollaro. Un'altra way out è sperare nel progresso tecnologico e nell'espansione dei mercati mondiali... cosa che sarà ancora sostenibilissima per lungo tempo (almeno alcuni decenni), ma un rallentamento congiunturale del resto del mondo potrebbe togliere questa stampella al dollaro nel breve termine.

I sette paesi sono:

Arabia Saudita: tolto l'Iraq, l'Arabia Saudita può permettersi una politica indipendente dagli USA perchè non ha nulla da temere, tranne improbabili tagli alla domanda di petrolio (ma tutti vogliono petrolio, mica solo gli USA, quindi gli USA non hanno potere contrattuale in proposito), e crisi di legittimità dovute all'Islamismo (che giocano a favore di una politica anti-USA). Questo è quindi probabile. E che tutto il Golfo possa decidere di fare a meno del dollaro, anche se meno probabile e più graduale (finchè non c'è una crisi di panico, sempre possibile, ovviamente), è una possibilità, incentivata sia dal declino del dollaro stesso, sia dalla mancanza di una minaccia Iraqena...

Sud Corea: improbabile. Ok, una diversificazione è possibile, visto il rischio di essere esposti finanziariamente alla svalutazione del dollaro. Ma la Sud Corea ha strategicamente bisogno degli USA: Giappone, Taiwan, Sud Corea, e potenzialmente tutto l'Estremo Oriente hanno da temere più la Cina che G. W. Bush. Quindi sosterranno le politiche della Fed anche a costi notevoli, verosimilmente. A meno che non vogliano far crollare il dollaro, ripristinare un'economia normale negli USA ora, per salvare la loro egemonia nel lontano futuro, quando la Cina sarà una minaccia reale. Improbabile.

Cina: la minaccia di abbandonare il dollaro in risposta alle scempiaggini USA sul protezionismo è poco verosimile... perderebbero entrambi, non possono fare a meno del libero mercato. Eppure una Cina con le spalle al muro potrebbe averne bisogno, quindi minacciare l'abbandono del dollaro come arma strategica è sempre possibile: ma una minaccia non è un'azione, ma una segnalazione... non c'è motivo di farlo. La Cina ha bisogno della domanda USA per crescere? Probabile. E probabilmente ne avrà bisogno ancora a lungo. Ma ci sono segnali che il peso degli altri paesi nell'export cinese sta crescendo, quindi forse la Cina ha trovato altri consumisti coglioni su cui fondare la sua crescita economica e industrializzarsi. Noi. Fortunatamente, investire in Europa è un po' come darsi una martellata sui testicoli, quindi credo che questa minaccia sia poco credibile, salvo idiozie protezioniste da parte USA.

Venezuela: il recente problema di liquidità dovuto ai mutui subprime ha ridato fiato alle petro-dittature. Chavez e Ahmadinejad sicuramente potranno ringraziare Bernanke per l'effetto che le sue iniezioni di liquidità hanno avuto sul prezzo del petrolio. Vale ciò che vale per l'Arabia Saudita: geopoliticamente ha senso creare problemi agli USA, ed economicamente gli USA non hanno più un grosso potere contrattuale sul mercato del petrolio, viste le domande dai paesi in via di sviluppo.

Sudan: non conosco la situazione sudanese, ma credo valga lo stesso che per Arabia Saudita e Venezuela. Interessanti le note del testo.

Iran: inutile aggiungere a quanto detto su Arabia Saudita e Venezuela.

Russia: il più grande problema geopolitico dell'Europa, soprattutto Orientale, sta rialzando la testa. Gli anti-americanisti tafazziani possono anche gioire di ciò, ma se non fossero accecati dall'odio anti-americano si accorgerebbero che tutta l'Europa, soprattutto Orientale, sarebbe nei guai con una Russia forte e degli USA deboli. Quanto detto in precedenza sugli altri paesi vale anche qui. Solo che il Sudan nessuno sa dov'è, e non c'è grosso bisogno di saperlo. Con la Russia questo cinismo sarebbe ridicolo.

Io sono pessimista: lo si vede. Ma il mio pessimismo è sempre stato spostato in un futuro abbastanza lontano, dove i nodi della politica monetaria USA non sarebbero più potuti rimanere nascosti. Non è improbabile che si debba avvicinare temporalmente l'ora di essere pessimisti. Però credo che ancora non sia nell'interesse di nessuno far crollare il dollaro, anche se la situazione è intrinsecamente instabile e può sempre sfuggire di mano.

Una politica di appeasement e tagli alla spesa social-militare USA, e l'induzione di una grossa recessione ora che non è forse ancora troppo tardi per farlo, è la politica migliore. E non perchè sia allettante: ma perchè "c'è sempre de peggio... basta che vai alla discarica de Malagrotta, sotto 'na montagna de merda!" (Prophilax).
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venerdì, 09 novembre 2007
Il più grande hedge fund del pianeta

Come se non bastasse, la situazione debitoria USA è particolarmente squilibrata, e molto sensibile alle magie, si fa per dire, del malinvestment. Devo il titolo di questo post ad un vecchio post di Falkenberg.

Supponiamo che ogni settimana chiedo un prestito settimanale perchè devo investire in uno strumento finanziario annuale. Il motivo per cui si può voler fare una cosa del genere è che gli interessi a breve sono tendenzialmente minori degli interessi lunghi. Ma questo è così proprio per la componente di rischio: se devo restituire i fondi, ho una settimana per trovare i soldi, invece i miei investimenti renderanno qualcosa tra un anno. Quindi rischio la bancarotta per carenza di liquidità: è per questo rischio che la curva dei rendimenti in genere è crescente con la duration.

Gli investimenti USA sono così: vendono t-bonds (buoni del tesoro), su cui pagano interessi bassi, e comprano FDI (foreign direct investment), il cui rendimento è molto elevato. Questo è pericoloso, se per caso ci dovesse essere un problema di pagamenti, ma, finora, è stato comodo, perchè, nonostante il debito enorme, i fondi per pagarlo sono stati dello stesso ordine di grandezza dei fondi ottenuti sui pochi crediti esteri. Se investo 100$ al 10% e mi indebito di 1000$ al 1%, non pago interessi. Quest schema è ovviamente semplificato: per dettagli, c'è questo papero della Federal Reserve.

C'è un problema più grave di un'esposizione temporalmente sbilanciata: le condizioni che tengono il gioco in piedi sono la diretta conseguenza del malinvestment. L'FDI USA rende molto perchè la domanda USA facilita l'industrializzazione del resto del mondo; i t-bond USA rendono poco perchè tutto l'Estremo Oriente ne domanda in quantità industriale.

La Cina ci si industrializza, molti (nota positiva) investono negli USA perchè è un buon posto per investire (se ci si dimentica che il dollaro rischia qualche terremoto speculativo, svalutandosi), il Giappone si compra l'appoggio USA contro la Cina domandando dollari*. Ma la Cina comincia ad avere problemi di inflazione, visto che usa i dollari USA per creare dal nulla soldi cinesi... insomma, la situazione è instabile, rischiosa, distorta, e contiene i germi della sua distruzione.

Se il meccanismo si interrompesse, maggiori interessi sul debito e minori interessi sul credito renderebbero i trasferimenti di interessi molto negativi. La cosa è inevitabile perchè il trade deficit fa comunque aumentare lo stock di debito, nel lungo termine. Ma qui stiamo dicendo una cosa più grave: che le condizioni macro-economiche che rendono tutto apparentemente sostenibile hanno origine nelle distorsioni monetarie. Non è una questione di dinamiche contabili del debito...

Perchè siamo ancora vivi? Non chiedetelo al medico di famiglia, ve lo dico nel prossimo articolo.

* Bella strategia: finanziano il declino di lungo termine degli USA per avere un appoggio USA nel breve termine, quando la Cina però non è ancora un problema.
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mercoledì, 07 novembre 2007
Baby boomers, social security, strategic overstretching, dwindling hegemony

Le tendenze di lungo termine dell'economia americana tendono verso un ulteriore peggioramento della situazione: il ruolo egemonico tende a creare overstretching economico, e il margine di egemonia non potrà che ridursi in futuro; i baby boomers metteranno sotto pressione la social security, ora che stanno andando in pensione; come se non bastasse, il social-democratico Bush ha proposto e fatto passare riforme che aumenteranno ulteriormente il peso dello stato sull'economia americana.

Siccome il deficit pubblico va ad insistere direttamente sul fondo dei risparmi, questo danneggerà ulteriormente gli investimenti: per la precisione, aumenterà la dipendenza degli USA dal resto del mondo, visto che non ci sono risparmi autoctoni. E, nei limiti in cui le importazioni consisteranno in beni di consumo, e tutta la spesa pubblica o quasi riguarderà il consumo, ciò produrrà anche difficoltà nel mantenere la struttura della produzione intatta, altro che ampliarla.

Alcuni fattori possono rendere meno evidente questo fatto, e in pare controbilanciarlo, come vedremo in seguito, ma sia la tendenza a consumare a credito che quella di ampliare la spesa pubblica non possono non avere influenza (negativa) sugli investimenti, e, a questo punto, c'è da chiedersi fino a che punto le importazioni riguardano beni di produzione, che quindi contribuiscono a mantenere la struttura produttiva, o beni di consumo, che non fanno alcunchè, tranne causare debiti.

La componente di consumo, in base a quanto detto, tenderà ad aumentare nel tempo.

Tra l'altro, la componente di consumo della domanda americana di beni esteri contribuisce alla crescita economica del resto del mondo, soprattutto la Cina, quindi ha come effetto collaterale la riduzione del margine di egemonia geopolitica statunitense e, questo condurrà, potenzialmente, ad un aumento dei costi legati alla politica estera, se in futuro si verranno a creare situazioni di Machtpolitik attiva, come la strategia Bush in Medio Oriente sta contribuendo a fare.

Nessuna soluzione è indolore, ma la minimizzazione della spesa pubblica, sia per scopi militari che sociali, è un passo tanto necessario quando la liberalizzazione di tutti i mercati di cui ho parlato nel post precedente. Gli USA hanno già adesso superato le loro capabilities con delle intentions geopolitiche sterminate. In futuro le capabilities altrui saliranno e quelle USA scenderanno, se non assolutamente almeno relativamente, mentre la più fluida situazione internazionale probabilmente frizioni e problemi ovunque.

Soluzioni indolori, quindi, neanche una traccia, ma:

  1. libero mercato del lavoro e dei capitali, sia nazionale che internazionale
  2. tagli enormi alla spesa pubblica, sia per fini sociali che militari
  3. una politica estera che minimizzi i costi, basata sulla cooperazione e le alleanze
  4. riduzione delle tasse, soprattutto sugli investimenti, necessari a riorganizzare la struttura produttiva
  5. riduzione della progressività fiscale, per aumentare i risparmi e gli investimenti
  6. riduzione di quote e dazi internazionali
  7. eliminazione di ogni tentativo di bailout, liquidazione totale del malinvestment
  8. ripristino di un gold standard internazionale

Io ho parlato di riduzione. Voi potete intendere "eliminazione", oggi mi sono svegliato moderato.

Il dolore è che ci sarà qualche annetto di recessione. E che il tracollo del sistema bancario-finanziario internazionale produrrà una temporanea ma drastica riduzione delle capacità di coordinamento e allocazione delle risorse necessarie a far funzionare l'economia. E che questo tracollo creerà una reazione a catena che distruggerà liquidità (l'ideale sarebbe fermare la macchina stampa-soldi ma non creare un'utile contrazione del credito, ma non è possibile: le banche non salvate falliranno, e con esse scompariranno i "mezzi di circolazione" fiduciari).
giovedì, 01 novembre 2007
Il malinvestment

Veniamo ora ad un tema prettamente Austriaco: la struttura della produzione e l'effetto dell'espansione monetaria sulla struttura produttiva.

Per produrre i beni di consumo in un'economia capitalistica occorre passare per i beni capitali. I beni capitali sono gli strumenti di produzione non naturali (a differenza delle risorse naturali e il lavoro), che sono costruiti nel tempo tramite l'impiego di altri beni capitali e dei fattori naturali. Per costruirli serve tempo: per decidere se pescare a mani nude o costruire una canna da pesca è necessario chiedersi se vale la pena aspettare la costruzione della canna da pesca per poter in futuro pescare di più o se è meglio pescare subito, ma poco.

I beni capitali sono specifici se possono essere usati soltanto in poche produzioni, altrimenti generici; due beni sono complementari se l'aumento dell'offerta dell'uno aumenta l'utilità dell'altro (viti e bulloni), sono invece sostitutivi se l'aumento dell'offerta dell'uno danneggia l'altro (coca-cola e pepsi); un bene capitale è durevole se richiede molto tempo per essere prodotto e/o può essere impiegato per un lungo periodo. I beni capitali si trovano in infinite combinazioni in relazione agli altri beni capitali e gli altri fattori di produzione. Della struttura della produzione la durata e la specificità sono i due aspetti più importanti.

Un bene capitale è sub-marginale se non vale la pena impiegarlo, perchè manca un'adeguata offerta di beni complementari, in quanto non c'è domanda a sufficienza per pagare i loro costi. Un bene capitale specifico e durevole è più probabile che diventi sub-marginale, e resti come "capacità produttiva inutilizzata". Perchè esistono beni capitali submarginali? Perchè gli errori sono inevitabili. E perchè, essendo durevoli, anche se non hanno senso economicamente, rimangono come fantasmi nella struttura produttiva, ben visibili, a lungo.

Che c'entra la moneta in tutto ciò? L'espansione dell'offerta di moneta tramite il credito influenza direttamente gli investimenti. Infatti il credito serve principalmente per acquistare beni capitali: non banconote o certificati del supermercato stampati per comprare beni di consumo, ma depositi e altri strumenti monetari per poter comprare beni capitali. Senza questo canale, la politica monetaria non servirebbe a molto: è il temporaneo successo del credito nell'espandere gli investimenti e quindi nell'aumentare la produzione che rende la politica monetaria uno strumento di politica economica.

L'iniezione di credito fornisce mezzi di pagamento per impiegare beni capitali, quindi aumenta l'offerta stimata di beni capitali. Ma questa offerta in realtà non esiste: è l'effetto dell'iniezione del credito sulla capacità d'acquisto degli investitori. Chi non investe, subisce la concorrenza degli altri; chi investe, contribuisce a modificare la struttura produttiva: questa esternalità rende inutili le chiacchiere sulle aspettative razionali... il credito entrerebbe in circolazione anche se tutti sapessero che è falso, perchè chi lo impiega ha maggiori di probabilità di sopravvivere alla conseguente recessione di chi non lo impiega.

Il risultato finale è malinvestment: una struttura della produzione creata sotto l'illusione che i mezzi di produzione siano disponibili in quantità superiore a quella effettiva. L'aumento dell'offerta di credito è equivalente ad una diminuzione dei tassi di interesse reali, e, contabilmente, i beni durevoli sono quelli su cui piccole variazioni del tasso di interesse sono più evidenti. D'altra parte, i beni specifici risentono delle variazioni ambientali più di quelli generici, perchè i secondi hanno tante possibilità di utilizzo alternative, e i primi, se le cose vanno bene, si rivalutano molto, se vanno male, si svalutano subito. Quindi il malinvestment si concentra nei beni capitali specifici e durevoli, e quindi ha effetti di lungo termine sulla struttura produttiva.

In altri termini, se si ammette che la moneta è neutrale nel breve termine, e che agisce sulla struttura dei beni capitali, allora bisogna anche ammettere che la non-neutralità si mantenga a lungo: "lungo" in funzione del "tempo medio" immagazzinato nella struttura produttiva. Per i neo-classici, tale tempo è zero o quasi; per gli Austriaci, può durare alcuni anni+.

Se l'iniezione di credito finisce, si scopre che si è investito in strutture produttive troppo lunghe, in beni capitali troppo durevoli e specifici. E si ha la recessione. Ma, finchè l'iniezione di credito è continua, e sufficiente a non far notare la sub-marginalità degli investimenti, la recessione si può posticipare. A patto di aumentare ulteriormente il malinvestment.

Durante la fase di boom la produzione può aumentare, e di molto: beni capitali sub-marginali possono rientrare in produzione, e magari può anche succedere che i salari reali scendano e diminuisca la disoccupazione. Ma questo va a danno della sostenibilità della struttura produttiva*. In poche parole: se si vuol riscaldare la casa col legno, e si bruciano i mobili, è possibile ottenere più calore, a patto di danneggiare nel lungo termine la qualità abitativa dell'edificio.

E' difficile dire con certezza quanta parte dell'aumento della produttività sia legato alla divisione del lavoro (globalizzazione), all'ingresso dei cinesi nel mercato mondiale, al progresso tecnico. Questi fattori sono tutti positivi per la crescita, e sostenibili. Ma esiste anche una componente di malinvestment, insostenibile, che ha, almeno nel breve termine, lo stesso effetto sulla crescita e la produttività. Questa componente è la globalizzazione insostenibile, e la crescita è in questo caso fittizia. La realtà è la complessa sovrapposizione di questi fattori.

Non tutta la globalizzazione è l'effetto del mercato. E non tutta la globalizzazione è un bene. In base a quanto detto finora è evidente che la globalizzazione è il risultato, almeno in parte, di politiche insostenibili, e, quindi, si fonda su fondamenta instabili e scivolose. Il fatto che la produzione aumenti e i prezzi sembrino sotto controllo non prova nulla (nessun fatto prova alcunchè, del resto): fu così anche per tutti gli anni '20.

+ Il problema si pone in questi termini: la struttura del capitale non può essere misurata, quantificata, verificata sperimentalmente, perchè se fosse possibile distringuere malinvestment da investimenti corretti, il malinvestment non esisterebbe. I Neoclassici risolvono il problema facendo finta di niente, impoverendo la teoria eliminando la struttura produttiva, ciò è coerente con gli assiomi del positivismo, ma non con la natura del sistema economico. Gli Austriaci fanno affermazioni generiche sul capitale senza curarsi molto dei dettagli, spesso esagerando nel criticare gli strumenti di indagine "storica", anche statistico-matematici, indubbiamente sopravvalutati dal mainstream. Il problema è capire se il malinvestment esiste o meno storicamente, quanto è rilevante, eccetera: i Neoclassici dicono di no perchè non riescono a concepire il problema, gli Austriaci dicono di sì ma non possono dimostrarne la rilevanza storica in un determinato contesto, al di là della coerenza e verosimiglianza dell'edificio teorico. Gli Austriaci non possono stimare tempi e costi della recessione se non ad occhio.

* In realtà, diminuire la disoccupazione non è una forma di malinvestment, l'ho citato per far notare un canale attraverso cui si può avere un aumento della produzione. Si ha però malinvestment nel mercato del lavoro quando si sposta la forza-lavoro nei settori capital-intensive e quandi si investe in risorse umane specifiche e durevoli come le lauree sotto l'influenza di aspettative irragionevoli sul futuro.
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venerdì, 20 aprile 2007
Ho scritto una mail in una discussione sull'aumento della sperequazione dei redditi negli USA a partire dalla fine degli anni '80, un evento tipico dei boom economici, quando i patrimoni crescono rapidamente. Nell'analisi ho aggiunto pezzetti di informazione aggiuntivi, quindi c'è qualche atomo di novità rispetto a quanto ho già scritto decine di volte.

Due fattori sono alla base della globalizzazione "buona": l'incremento della produttività dovuto alle nuove tecnologie informatiche e la liberazione delle energie fisiche e intellettuali dovuta al crollo del mostro sovietico; su queste due spinte si è innestato un boom inflazionistico creato dall'altro mostro, meno evidente ma altrettanto pericoloso di quello comunista, il sistema monetario voluto dal Presidente USA Richard Noxious nel 1971.

Non è una novità: affinchè una politica monetaria espansiva duri nel tempo è molto utile che ci sia qualcos'altro nel sistema economico ad impedire che l'inflazione venga scoperta (I mean: qualcos'altro oltre a Mr Boskin*). Ciò ha consentito di ridurre l'impatto sociale delle assurdità monetarie: più produttività significa che non bisogna ridurre i consumi per poter (mal)investire, e la Cina è stata una panacea per riempire i bambini-consumatori americani di pelouche e per ingoiare frotte di coriandoli con la faccia di Washington. Entrambe le cose hanno consentito di tenere bassi inflazione e interessi e di far durare la follia monetaria fino ad oggi, coprendone i sintomi. E' bello illudersi di poter curare un tumore con un'aspirina.

Eppure 35 anni di demagogia monetaria i loro problemi li hanno già creati:

1. La differenza di salario tra laureati e diplomati è salita: questa è un'ovvia conseguenza dello spostamento della produzione in Cina, che danneggia per mancanza di capitale i lavoratori USA. Attenzione però che questo fenomeno è esacerbato in parte dall'immigrazione negli USA da parte dei sudamericani. Non è chiaro se le classi medie americane "autoctone" stiano già peggio rispetto a qualche tempo fa o la differenza sia limitata in gran parte solo alla forza lavoro immigrata. Il progresso tecnologico e la globalizzazione del commercio possono aver compensato la carenza di capitale, senza contare che la politica monetaria cinese fornisce capitali e beni di consumo agli USA in cambio di coriandoli, cosa che tende a migliorare, ovviamente a dimenticarsi del debito, la situazione economica americana.

2. L'indebitamento pubblico e privato ha raggiunto livelli spaventosi: il livello attuale di consumo americano non è sostenibile senza la cooperazione delle Banche Centrali dell'Estremo Oriente. E' assurdo che i ricchi si facciano mantenere come consumatori dai poveri facenti le veci dei risparmiatori: è quello che abitualmente succede in politica, però. Gli USA sono indebitati quanto un paese del Terzo Mondo, ma nel secondo caso la carenza di risparmi ha la sua ratio nel basso livello di reddito. Nel caso degli USA, si tratta di squilibri consumistici la cui unica spiegazione, a parte una possibile improvvisa follia, deve risiedere nelle politiche monetarie.

3. Il trade deficit, di per sè, non significa molto. Ma quando si accompagna alla più assoluta mancanza di risparmi, è segno che la posizione degli USA nell'economia mondiale è quella del proletario, che non possiede capitali (perchè non risparmia), e deve la sua produttività ai benefici effetti del capitale altrui (l'industriale). La composizione del debito USA non è chiara: molte sono securities (corporate bond o treasury bond) e pare che una parte notevole sia facilmente liquidabile, e quindi potenzialmente volatile (hot money). Solo la Banca Centrale cinese ha un quantitativo di dollari pari a 2 mesi di PIL americano.

4. Non c'è dubbio che la straordinaria e folle domanda USA stia alla base di una parte della crescita economica cinese: questo significa che la politica monetaria USA sta provocando sia una deindustrializzazione interna (che può essere mascherata dall'aumento della produttività dovuta a fattori tecnologici) e l'industrializzazione cinese. Questo significa che gli USA hanno seminato il terreno per il loro stesso declino. Se da questo declino venisse un equilibrio di poteri come in Europa nel XIX secolo ben venga: nel breve termine è più probabile una forte instabilità politica; al lungo termine bisogna arrivarci, e vivi, possibilmente.

5. Il lungo termine vede probabilmente gli USA come potenza di importanza primaria ma non globale. Se la crisi economica non provocherà disastri politici in stile socialista, gli USA continueranno ad essere un posto relativamente migliore dove lavorare rispetto all'Europa. Le riforme social-democratiche di Bush mostrano che la strada verso l'eurosclerosi potrebbe essere già stata imboccata, però. La Cina ha dalla sua parte elevati risparmi e una lunga tradizione di imprenditorialità; ma ha una struttura demografica squilibrata, e un sistema politico destinato all'instabilità alla prima crisi economica. Non mi sembra esistano altre aree degne di nota nel globo terrestre: Europa, Sudamerica, Africa, mondo Islamico, Russia, India e Oceania mi sembrano regioni secondarie.

Gli USA sono un gran bel paese con due soli grossi problemi: i democratici e i repubblicani. Dubito che queste due malattie troveranno una cura, in compenso la seconda si sta facendo sempre più pestilenziale, a giudicare dalle politiche sociali ed economiche, dalle strategie geo-politiche fantasiose e dalle innovazioni giuridiche fasciste.

Sarebbe da sperare nella Sinistra, ma cavolo: avete mai visto uno di Sinistra combinare qualcosa di buono in politica? :-D

* Economista che ha riscritto le procedure per calcolare l'inflazione negli USA, consentendo un calo dei livelli di crescita del Consumer Price Index (CPI). E' proprio vero che la realtà è una costruzione.
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categoria:economia, usa , cina, politica internazionale, commercio internazionale
giovedì, 15 febbraio 2007
Ovvero: Il mito del Neo-Liberismo

Questa è una traduzione rivisitata, ampliata e corretta di un mio intervento sull'Austrian Forum. Senza Economia Austriaca queste elucubrazioni possono sembrare il risultato di un delirio alcolico o di qualche malattia mentale: parte delle cose che dirò sono incomprensibili, se ci si basa sui libri di testo.

Le classificazioni che seguono sono molto forzate, per amor di chiarezza.

Consideriamo tre tipi di politica economica (P):

  1. Politica fiscale (F): nel mio caso, si tratta del livello della spesa pubblica (non perchè sia convinto dell'equivalenza ricardiana);
  2. Politica monetaria (M): in questo caso, si tratta di creazione di credito fiduciario attraverso le banche;
  3. Politica regolamentativa (R): tutto ciò che influenza l'econonomia e non è nè fiscale nè monetario: privilegi sindacali, dazi doganali, incentivi alla formazione di cartelli monopolistici...

Ognuna delle tre politiche può essere (L)iberale o (I)nterventista, quindi abbiamo sei possibili politiche, e otto combinazioni di politiche economiche possibili (alcune combinazioni sono schizofreniche, però). Le sei politiche sono:

  1. IFP: politica fiscale interventista: più spesa pubblica;
  2. LFP: politica fiscale liberale: meno spesa pubblica;
  3. IMP: politica monetaria interventista: espansione monetaria;
  4. LMP: politica monetaria liberale: base monetaria costante;
  5. IRP: politica regolamentativa interventista: dazi, sindacati, cartelli forzati, regolamentazioni;
  6. LRP: politica regolamentativa liberale: libertà di commercio, di lavoro, di concorrenza.

Orbene, storicamente sono due le combinazioni di politiche interessanti: le chiamerò combinazione Roosevelt e combinazione Reagan. Considererò però anche una terza combinazione, che chiamo combinazione Rothbard. Questo spiega il titolo del post.

A. Roosevelt Policy: IFP + IMP + IRP

Più spesa pubblica, più espansione monetaria, più sindacati, più limitazioni al commercio internazionale, più regolamentazioni, più cartelli di produttori.

Risultati: disoccupazione di massa, struttura produttiva meno efficiente, difficoltà a risolvere i problemi strutturali. La politica monetaria espansiva ha sia l'effetto di stimolare la domanda che di distorcere la produzione. Il risultato è il ciclo economico, però in queste condizioni l'attività ciclica è abbastanza limitata: per avere un boom/bust cycle, infatti, le risorse si devono spostare, mentre qui ogni cambiamento è una faticaccia...

B. Reagan Policy: ?FP + IMP + LRP

Espansione monetaria mista a deregolamentazione dell'economia. Ho dubbi su come giudicare la politica fiscale: da un lato, la spesa pubblica, sotto Reagan è aumentata, da un altro lato; è aumentata "solo" allo stesso ritmo della crescita economica; da un altro ancora, la crescita economica era stimolata da politiche interventiste in campo monetario... comunque, per analizzare il mito del "neoliberismo", conviene prendere il punto interrogativo come una politica liberale: facciamo finta che Reagan non abbia aumentato la spesa pubblica.

In questo caso, cosa succede? Succede che l'economia diventa più ricettiva all'espansione monetaria, la disoccupazione cala, e il maggiore commercio internazionale e la maggiore concorrenza aumentano l'efficienza produttiva. E' un vero peccato che questo idillio sia rovinato dagli effetti deleteri dell'inflazione monetaria, che creano un eccesso di consumo, un difetto di risparmi, deficit commerciale, debito pubblico (facilitando la monetizzazione), bolle speculative e altro.

Il Neo-liberismo è l'ultima reincarnazione dell'interventismo economico: essendo il keynesismo di Roosevelt arrivato alla bancarotta negli anni '70, si è riusciti a rivitalizzare l'economia attraverso un mix di riforme liberali nei settori del lavoro, del commercio, della concorrenza e della finanza, e interventi statalisti in campo monetario. Gli attuali squilibri macroeconomici non si spiegherebbero senza la politica "Reagan".

In Europa sembra che stiamo ancora fermi a  Roosevelt, e la disoccupazione sta lì a dimostrarlo.

Chissà come reagirà il nostro amato stato alla futura bancarotta del reaganismo.

C. Rothbard: LFP + LMP + LRP

Non c'è motivo di credere che una politica liberista vera e propria possa attualmente evitare una crisi economica di proporzioni notevoli, visto il livello attuale di distorsioni nell'economia. Ma è possibile rendere le doglie più brevi, liberalizzando al massimo i mercati finanziari, del lavoro, dei beni e dei servizi; smettendo di inflazionare per riequilibrare la struttura economica; tagliando la spesa pubblica per liberare risorse da dedicare alla ristrutturazione della produzione; togliendo di mezzo tutti gli interventismi che incentivano il consumo a danno del risparmio, il vero motore della crescita: il che significa, essenzialmente, ridurre lo stato sociale e privatizzare la previdenza.

Tutto ciò ci porterebbe dritti dentro una recessione molto pronunciata, ma qual è l'alternativa? Questa è l'unica politica che nell'ultimo secolo non è stata provata... adesso si fa ancora in tempo a provarla. Tra 50 anni gli USA saranno sufficientemente ricchi da poterselo permettere? Non vorrei essere troppo lirico, ma qui si tratta di salvare il mondo dalla rovina*.

* Mondo ingrato: se per caso avessi ragione, mi si considerebbe un gufo anzichè un salvatore...
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categoria:economia, unione europea, usa , liberalismo, commercio internazionale
giovedì, 12 ottobre 2006

E, per finire, cerchiamo di prevedere le conseguenze di quanto ho proposto...

4. Conseguenze

Siccome la struttura produttiva è straordinariamente distorta, e siccome molte distorsioni del commercio internazionale non dipendono dall'esistenza dei dazi, ma anche, e soprattutto, dall'intervento statale nelle opere pubbliche e nei mercati monetari e finanziari, nel breve periodo l'eliminazione del protezionismo avrebbe alcune conseguenze negative.

Infatti i beni capitali sono spesso specifici: convertirli costa. E spesso costa così tanto che è preferibile impiegarli in perdita (dumping) o non impiegarli affatto (unused capacity) piuttosto che cambiare la loro collocazione nella struttura produttiva. L'Europa, ad esempio, ha una produzione agricola sicuramente eccessiva. Costi assurdi (una produzione poco efficiente, perchè "labor intensive", in un paese altamente sviluppato è un controsenso... come un avvocato che perdesse tempo a fare le pratiche di segreteria invece di fornire consulenze legali e assumere una segretaria). Parte della produzione si sposterebbe all'estero, garantendo lo sviluppo economico nel Terzo Mondo, e molti terreni in Europa finirebbero ad altre destinazioni.

Il motivo è semplice: se produco un chilo di farina oppure dieci bulloni ogni ora, mentre un africano produce un bullone e mezzo chilo di farina, è meglio per entrambi che lui produca mezzo chilo di farina, ne venda una parte a me, in cambio di un paio di bulloni (le preferenze soggettive possono modificare un po' questa conclusione, ma non la validità del teorema di Ricardo a cui mi sto riferendo).

L'efficienza produttiva ne sarebbe aumentata, ma le distorsioni indotte dalle esternalità politiche rimarrebbero a livello di opere pubbliche, tassazione esasperata, politiche redistributive, regolamentazioni... ovviamente, la strada per un'economia al servizio di chi contribuisce a produrre ricchezza, e non al servizio di chi ha la possibilità di vivere a spese altrui tramite la politica, è una strada lunga e tortuosa.

Il problema più grande è che la libertà di mercato aumenta la sensibilità alle distorsioni dovute alle politiche inflazioniste. Un mercato libero investirebbe di più, si indebiterebbe di più, distorcerebbe di più. Buona salute microeconomica e cattiva salute macroeconomica si accompagnano tra loro, in contesti inflazionistici come quello attuale. Con USA e UE a fare da archetipi delle due possibilità. Il brutto è che lo statalismo economico UE, nel lungo termine, potrebbe risultare una fortuna, se impedisce allo statalismo monetario USA di fare danni. Infatti i livelli di indebitamento mostruosi tipici degli USA qui non si vedono, neanche a livelli di governo (addirittura l'Italia è virtuosa in confronto agli USA da questo punto di vista).

Ovviamente, i sicofanti del potere politico approfitteranno di questi possibili sviluppi per prendersela col libero mercato, negando che non c'è nulla di più statalista di manipolare centralmente il mercato della moneta.

In conclusione, io ritengo che l'apertura dei mercati sia stata una necessità politica. Senza Cina, non sarebbe possibile l'attuale sistema economico USA. Questo non è necessariamente un bene: i nodi sono destinati a venire al pettine. Il mondo è ancora abbastanza grande da sopportare gli eccessi della Fed. E' inverosimile che sarà così per sempre. Come ho detto in passato, l'eliminazione della libertà economica ha perlomeno il beneficio di rallentare gli squilibri dovuti alle politiche monetarie. A questo punto aggiungo che la libertà economica è però necessaria ad accomodare questi squilibri. E, ovviamente, sarà necessaria quando occorrerà fare piazza pulita di certe follie.

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categoria:economia, commercio internazionale
lunedì, 09 ottobre 2006

Veniamo alla terza "riformina": la libertà nel commercio internazionale. Libertà da dazi, quote, sussidi e regolamentazioni. L'articolo si divide in sezioni:

  1. Il commercio internazionale
  2. Lo status quo
  3. Distorsioni politiche
  4. Conseguenze della riforma

Oggi si parla delle prime due. L'articolo era lungo e l'ho diviso in tre parti.

1. Il commercio internazionale

Il teorema di Ricardo dice che, se due persone possono produrre due beni, entrambi possono migliorare la propria posizione specializzandosi nella produzione in cui hanno vantaggio comparato, e scambiando i beni prodotti per ottenere quello che avrebbero comunque prodotto, più un extra, che rappresenta il vantaggio dovuto alla divisione del lavoro. "Vantaggio comparato" significa che se il primo è molto migliore del secondo nel produrre la prima merce, e solo poco migliore del secondo nel produrre la seconda, ha vantaggio comparato nella prima; mentre il secondo ha vantaggio comparato nella seconda.

Ad esempio: se un avvocato può produrre 50€ l'ora di servizi legali e 20€ l'ora di servizi di segreteria, mentre una segretaria può produrre 10€ l'ora di servizi legali e 10€ l'ora di servizi di segreteria, all'avvocato conviene comunque dedicare tutto il suo tempo al tribunale e delegare l'attività di segreteria (dove è solo poco migliore) alla segretaria.

L'importanza di questo teorema consiste nel fatto che dimostra come in moltissimi casi esistano opportunità di divisione del lavoro vantaggiose per tutte le parti in causa. Di conseguenza, la divisione del lavoro nasce spontaneamente, ed è alla base di ogni forma di cooperazione sociale.

D'altra parte, è evidente che la diversità di gusti e capacità, la diseguale distribuzione di risorse naturali e la possibilità di sfruttare economie di scala su basi globali portino con sè molte opportunità di migliorare le condizioni di vita di tutti gli uomini. Ad esempio, se un'isola di 1000 abitanti avesse miniere di rame a sufficienza per tutta l'umanità, questa risorsa verrebbe sprecata in assenza di commercio internazionale.

2. Lo status quo

Attualmente, una miriade di dazi, quote, sussidi e regolamentazioni imbrigliano il commercio internazionale. Le risorse produttive sono usate in maniera inefficiente perchè costi e benefici sono distorti dall'intervento statale: si produce dove non conviene invece di produrre qualcos'altro e comprare il resto sul mercato globale.

I prezzi interni sono mantenuti artificialmente alti dai dazi, che impediscono la concorrenza internazionale. La pressione per mantenere queste politiche, e la riduzione della concorrenza, favoriscono accordi di cartello. Questi, insieme alla maggiore inefficienza della produzione, danneggiano i consumatori a favore dei produttori protetti.

Il potere politico e il controllo dello stato sulla società si espandono considerevolmente, man mano che il sistema economico diventa più controllabile e le forze economiche più ricattabili. E questo è una costante di tutti gli interventismi: la regola aurea di tutte le politiche è che avvantaggiano sempre la classe politica. E quasi sempre soltanto questa.

I produttori del Terzo Mondo sono esclusi dai mercati ricchi e non si possono sviluppare come potrebbero in un libero mercato. Il palliativo della mancata libertà di commercio, e, cioè, gli aiuti allo sviluppo, sono spesso inutili, sono fonte di corruzione, aumentano il controllo del Primo Mondo sul Terzo e rendono gli stati beneficiari meno democratici, in quanto il loro finanziamento non dipende più dalle popolazioni. Ovviamente, i soldi dati ai politici non vengono spesi in modi che hanno qualcosa a che fare con l'efficienza economica.

I sussidi, come quelli agricoli, vengono impiegati per avvantaggiare le lobby più potenti, visto che è notorio che arrivano soprattutto alle aziende agricole di dimensioni medie e grandi, e non ai singoli produttori. Inefficienza, corruzione e dirigismo ne sono la conseguenza ovvia e facilmente prevedibile.

La natura criminale dei sussidi agricoli è evidente non appena ci si rende conto che colpiscono proprio un mercato dove i paesi poveri potrebbero produrre qualcosa in condizioni di competitività. Se poi notiamo che alcuni dazi sono costruiti proprio in modo da rendere impossibile l'industrializzazione dei paesi poveri, allora si capisce che parlare di crimine contro l'umanità non è certo una finzione. Un esempio di questo tipo si ha quando il dazio su una merce non trattata è minore del dazio sulla stessa merce trattata, rendendo conveniente il trattamento nei paesi esportatori invece che in quelli importatori. L'esempio di Philippe Legrain (Open World: the truth about globalization) è il caffè, che nell'UE paga un dazio maggiore se tostato e macinato rispetto a quando è grezzo. Crimine contro l'umanità, appunto.

Fa ridere che ci sia ancora gente convinta dell'identità degli interessi del proletariato, quando molti sindacati appoggiano politiche antidumping il cui scopo è impedire ai lavoratori poveri di rovinare ferie, assistenza sanitaria e gite fuori porta ai lavoratori ricchi.

Il dumping non è nient'altro che il tentativo da parte dei paesi poveri di arricchirsi, avvantaggiando i consumatori dei paesi ricchi. Gli interessi dei produttori colpiti attrarranno i politici più dei vantaggi per i consumatori, che sono divisi tra milioni di persone. Quindi un demagogo che attacca il libero commercio è molto facile da trovare.

postato da: Libertarian alle ore 18:10 | Permalink | commenti (4)
categoria:economia, commercio internazionale