giovedì, 19 marzo 2009
Supponiamo che un'economia ricca abbia un tasso di risparmio bassissimo e un settore finanziario ipertrofico. Supponiamo che sullo stesso pianeta ci sia un'economia povera, con un tasso di risparmio altissimo.

Cosa succederà alla distribuzione dei redditi nel primo paese?
  1. ll primo paese, che chiameremo U (lettera scelta arbitrariamente), ha bisogno di risparmi per fare investimenti, e siccome non ci sono risparmi nazionali avrà bisogno di importare capitali.
  2. Il secondo paese, che chiameremo C (lettera altrettanto casuale), ha sufficienti risparmi da esportare in U, e quindi finanziare la crescita di U.
  3. Esportare capitali ed esportare merci sono la stessa cosa, perché esportare senza importare significa esportare a credito, cioè fare credito: il capital account e il current account sono identici per motivi contabili.
  4. Siccome C produrrà merci ad alta intensità di lavoro, si crea un effetto sostituzione: il lavoro di bassa qualità in U viene domandato di meno.
  5. Siccome U produce servizi finanziari che impiegano lavoratori di alto profilo, la domanda di questi aumenta.
  6. Siccome la domanda di lavoratori di basso profilo in U scende e quella di lavoratori di alto profilo sale, ci sarà un aumento del differenziale salariale, con una riduzione del reddito relativo delle classi medio-basse.
Credo che questo spieghi diverse cose, anche se poi in realtà bisogna considerare una serie di effetti che in parte compensano questi meccanismi: l'importazione di beni a basso costo avvantaggia soprattutto le classi basse, e una politica monetaria espansiva finanziata coi risparmi esteri può essere usata per incanalare risorse verso ad esempio l'edilizia popolare, come hanno fatto Fannie e Freddie per diversi anni, probabilmente provocando in parte un declino dei lending standards.

Si noti anche che:
  1. Se non ci fosse C, U non potrebbe crescere, avrebbe dei tassi reali enormi ed economicamente starebbe in stallo o in contrazione.
  2. Se questo provocasse una riduzione dei consumi in U, U potrebbe ricominciare a crescere, ma siccome non avrebbe bisogno di importare capitali, i finanziamenti andrebbero ad avvantaggiare la produzione locale, e quindi i redditi bassi.
Nel lungo termine vincerà C, che si industrializzerà per produrre merci da vendere a U, e i lavoratori ricchi (oltre al settore finanziario per intero) di U. Non c'è nulla in questo ragionamento che dimostri che tale struttura economica debba essere instabile: se lo è o meno dipende da altri fattori (come la politica monetaria, ad esempio).
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giovedì, 15 novembre 2007
Pseudo-soluzioni: protezionismo, consumismo globale

Per proporre una soluzione bisogna avere un problema. Nessuno propone soluzioni alla salute fisica: si cercano soluzioni alle malattie. Quindi il titolo è da interpretare: non propongo soluzioni al commercio internazionale, perchè questo è naturale, benefico, fondamentale... chi è contro la globalizzazione dovrebbe prima di tutto dimostrare perchè scambiare tra Cina e USA è un male, mentre scambiare tra Bologna e Roma non lo è... ma si renderà conto che, così facendo, diventerebbe un agricoltore autosufficiente che lavora 16 ore al giorno per mangiare patate e vestire di stracci. Il problema sono le distorsioni monetarie, che purtroppo hanno una dimensione globale.

Veniamo all'analisi di due finte soluzioni: il protezionismo e l'esportazione del consumismo (sarà la nuova frontiera dei neocon?*). In entrambe i casi il problema è di confondere la malattia con i sintomi: mentre un enorme indebitamento può indicare forti squilibri macroeconomici, di per sè non prova che ci sia un problema: esistono anche forti indebitamenti del tutto sostenibili. Invece il protezionismo e il consumismo globale cercano di attenuare un sintomo (la globalizzazione), senza curare il problema (la politica monetaria).

Cominciamo dal primo: il protezionismo. E' vero che, se gli USA chiudono le frontiere a merci e risparmi cinesi, di colpo il trade deficit va a zero (le partite correnti no, a meno di rigettare il debito, cosa che però farebbe probabilmente sparire il dollaro come moneta). Ma a che pro?

Il problema USA nasce dall'assenza di risparmi, cioè dal fatto che tutto il PIL USA è speso in consumi privati e spesa pubblica. Senza risparmi cinesi (si fa per dire: vengono da tutto il mondo, soprattutto dall'Estremo Oriente, e Cina e Giappone la fanno da padrone) l'economia USA non potrebbe andare avanti, a meno che ovviamente non diminuiscano consumi e spesa pubblica social-militare a vantaggio dei risparmi, e quindi degli investimenti.

Il protezionismo avrebbe due effetti: ridurrebbe la quantità di risparmi a disposizione degli USA, sia per consumare a credito sia per investire nella dotazione di capitale americana, con conseguente rialzo dei tassi di interesse reali e crisi economica; inoltre ridurrebbe la domanda di dollari all'estero, che verrebbero usati difficilmente ancora come riserva (a che pro, se non potrebbero essere usati per comprare merci negli USA?), con conseguente picco dell'inflazione. In poche parole, un serio protezionismo USA creerebbe un circolo vizioso di maggiori tassi e maggiore inflazione, da cui la Fed, pompando ulteriore liquidità, non potrebbe uscirne facilmente, senza una domanda di dollari estera e una fonte di risparmi esteri a tener bassi prezzi e interessi.

La seconda soluzione è analoga: se la Cina o il Giappone smettessero di risparmiare, non avrebbero risparmi da fornire agli USA, e quindi il trade deficit si ridurrebbe. Che scoperta... ma verrebbero a mancare anche in questo caso una fonte di domanda di dollari e una fonte di risparmi reali, con conseguente spirale interessi/prezzi. Insomma: un trade deficit può indicare tante cose, tra cui un eccesso di risparmi esteri e un eccesso di consumi americani (o nè l'uno nè l'altro), ma se è il risparmio che si va a combattere, le cose peggiorano. Infatti il risparmio, domestico o estero che sia, è la base della crescita, molto più importante di quanto il modello di Solow, credibile come i maghi delle TV private, possa far pensare.

Forse si può salvare questa proposta con un ragionamento contorto: se protezionismo e consumismo globale distruggeranno il mostro di Jeckyll Island e tutte le altre Banche Centrali, magari ci accorgeremmo del problema subito, invece di aspettare con ansia il momento in cui sarà troppo tardi per pensarci... che dire... l'ultima volta che è successa una cosa del genere, Hitler e Roosevelt sono andati al potere. Non mi pare tutt 'sta grande idea...

Provocare un male oggi per evitare una tragedia domani sulla carta è un bene: è ciò che si fa quando ci si opera oggi per evitare una malattia in futuro. Si chiama prevenzione. Ma politicamente non ci sono le basi: i liberali perderebbero, e il Potere se ne avvantaggerebbe. Anche questa difesa d'ufficio di soluzioni mal concepite, quindi, è da scartare.

Non si possono eliminare le conseguenze degli errori passati. Si può però fare qualcosa per renderle meno tragiche. Libero mercato ovunque, lavoro, capitali, commercio internazionale. E recessione oggi, subito dopo la totale liberalizzazione+, anzichè crisi totale e permanente domani.

Problemino: ciò distruggerebbe tutta la struttura bancaria e finanziaria come noi la conosciamo, butterebbe sul lastrico milioni di lavoratori e debitori insolventi (chi ha fatto un mutuo, mica solo le banche e le grandi imprese!). Come evitare questo non l'ho ancora pensato. Se volete anche voi salvare il mondo, tornate sul mio blog periodicamente, magari mi viene in mente una soluzione.



* Ma poi, i neocon esistono? Siccome mi sono beccato del neocon ripetutamente, sembra una parola senza significato specifico, come "nazista", "fascista", eccetera.

+ La liberalizzazione ridurrebbe i costi di transizione (non transazione) e di riequilibrio della struttura produttiva. In poche parole, se si ha un leone alle spalle, non si può far sparire il leone, ma si possono indossare scarpe migliori per provare a scappare.
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lunedì, 12 novembre 2007
Il doppio punto, esclamativo ed interrogativo, è voluto, non è un refuso. Mi riferisco a questo articolo, che dice cose credibili e altre meno credibili.

Mettiamo le cose in chiaro: il dollaro si sta svalutando, e la svalutazione sicuramente rende meno interessante (1) detenere dollari e (2) investire negli USA. Ci sono tutte le condizioni per una svalutazione maggiore, addirittura per una crisi finanziaria, e per una profonda recessione globale. Inoltre, ci sono molti interessi geo-politici in gioco, perchè molti dollari non sono nelle mani di homines economici le cui azioni possono essere comprese col Arbitrage Pricing Theory (non ricordo cos'è, la mia è una figura retorica), ma pensando anche agli homines strategici. Per questo motivo, le analisi delle evoluzioni del dollaro devono basarsi sia su riflessioni economiche che strategiche.

Detto questo, qui c'è l'articolo, suggeritomi da Wellington.

"Its value is dropping, and the Fed isn’t doing a whole lot to change that."

Vabbè... che può fare? Se non inflaziona l'economia collassa. Se inflazione aumentano i prezzi. L'unica way out è che il resto del mondo continui a detenere dollari e a investire negli USA. La cosa dipende da fattori strategici, e è disincentivata dalla politica monetaria USA stessa, anche se le altre Banche Centrali inflazionano altrettando, quindi rendendo meno evidente il declino del dollaro. Un'altra way out è sperare nel progresso tecnologico e nell'espansione dei mercati mondiali... cosa che sarà ancora sostenibilissima per lungo tempo (almeno alcuni decenni), ma un rallentamento congiunturale del resto del mondo potrebbe togliere questa stampella al dollaro nel breve termine.

I sette paesi sono:

Arabia Saudita: tolto l'Iraq, l'Arabia Saudita può permettersi una politica indipendente dagli USA perchè non ha nulla da temere, tranne improbabili tagli alla domanda di petrolio (ma tutti vogliono petrolio, mica solo gli USA, quindi gli USA non hanno potere contrattuale in proposito), e crisi di legittimità dovute all'Islamismo (che giocano a favore di una politica anti-USA). Questo è quindi probabile. E che tutto il Golfo possa decidere di fare a meno del dollaro, anche se meno probabile e più graduale (finchè non c'è una crisi di panico, sempre possibile, ovviamente), è una possibilità, incentivata sia dal declino del dollaro stesso, sia dalla mancanza di una minaccia Iraqena...

Sud Corea: improbabile. Ok, una diversificazione è possibile, visto il rischio di essere esposti finanziariamente alla svalutazione del dollaro. Ma la Sud Corea ha strategicamente bisogno degli USA: Giappone, Taiwan, Sud Corea, e potenzialmente tutto l'Estremo Oriente hanno da temere più la Cina che G. W. Bush. Quindi sosterranno le politiche della Fed anche a costi notevoli, verosimilmente. A meno che non vogliano far crollare il dollaro, ripristinare un'economia normale negli USA ora, per salvare la loro egemonia nel lontano futuro, quando la Cina sarà una minaccia reale. Improbabile.

Cina: la minaccia di abbandonare il dollaro in risposta alle scempiaggini USA sul protezionismo è poco verosimile... perderebbero entrambi, non possono fare a meno del libero mercato. Eppure una Cina con le spalle al muro potrebbe averne bisogno, quindi minacciare l'abbandono del dollaro come arma strategica è sempre possibile: ma una minaccia non è un'azione, ma una segnalazione... non c'è motivo di farlo. La Cina ha bisogno della domanda USA per crescere? Probabile. E probabilmente ne avrà bisogno ancora a lungo. Ma ci sono segnali che il peso degli altri paesi nell'export cinese sta crescendo, quindi forse la Cina ha trovato altri consumisti coglioni su cui fondare la sua crescita economica e industrializzarsi. Noi. Fortunatamente, investire in Europa è un po' come darsi una martellata sui testicoli, quindi credo che questa minaccia sia poco credibile, salvo idiozie protezioniste da parte USA.

Venezuela: il recente problema di liquidità dovuto ai mutui subprime ha ridato fiato alle petro-dittature. Chavez e Ahmadinejad sicuramente potranno ringraziare Bernanke per l'effetto che le sue iniezioni di liquidità hanno avuto sul prezzo del petrolio. Vale ciò che vale per l'Arabia Saudita: geopoliticamente ha senso creare problemi agli USA, ed economicamente gli USA non hanno più un grosso potere contrattuale sul mercato del petrolio, viste le domande dai paesi in via di sviluppo.

Sudan: non conosco la situazione sudanese, ma credo valga lo stesso che per Arabia Saudita e Venezuela. Interessanti le note del testo.

Iran: inutile aggiungere a quanto detto su Arabia Saudita e Venezuela.

Russia: il più grande problema geopolitico dell'Europa, soprattutto Orientale, sta rialzando la testa. Gli anti-americanisti tafazziani possono anche gioire di ciò, ma se non fossero accecati dall'odio anti-americano si accorgerebbero che tutta l'Europa, soprattutto Orientale, sarebbe nei guai con una Russia forte e degli USA deboli. Quanto detto in precedenza sugli altri paesi vale anche qui. Solo che il Sudan nessuno sa dov'è, e non c'è grosso bisogno di saperlo. Con la Russia questo cinismo sarebbe ridicolo.

Io sono pessimista: lo si vede. Ma il mio pessimismo è sempre stato spostato in un futuro abbastanza lontano, dove i nodi della politica monetaria USA non sarebbero più potuti rimanere nascosti. Non è improbabile che si debba avvicinare temporalmente l'ora di essere pessimisti. Però credo che ancora non sia nell'interesse di nessuno far crollare il dollaro, anche se la situazione è intrinsecamente instabile e può sempre sfuggire di mano.

Una politica di appeasement e tagli alla spesa social-militare USA, e l'induzione di una grossa recessione ora che non è forse ancora troppo tardi per farlo, è la politica migliore. E non perchè sia allettante: ma perchè "c'è sempre de peggio... basta che vai alla discarica de Malagrotta, sotto 'na montagna de merda!" (Prophilax).
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venerdì, 09 novembre 2007
Il più grande hedge fund del pianeta

Come se non bastasse, la situazione debitoria USA è particolarmente squilibrata, e molto sensibile alle magie, si fa per dire, del malinvestment. Devo il titolo di questo post ad un vecchio post di Falkenberg.

Supponiamo che ogni settimana chiedo un prestito settimanale perchè devo investire in uno strumento finanziario annuale. Il motivo per cui si può voler fare una cosa del genere è che gli interessi a breve sono tendenzialmente minori degli interessi lunghi. Ma questo è così proprio per la componente di rischio: se devo restituire i fondi, ho una settimana per trovare i soldi, invece i miei investimenti renderanno qualcosa tra un anno. Quindi rischio la bancarotta per carenza di liquidità: è per questo rischio che la curva dei rendimenti in genere è crescente con la duration.

Gli investimenti USA sono così: vendono t-bonds (buoni del tesoro), su cui pagano interessi bassi, e comprano FDI (foreign direct investment), il cui rendimento è molto elevato. Questo è pericoloso, se per caso ci dovesse essere un problema di pagamenti, ma, finora, è stato comodo, perchè, nonostante il debito enorme, i fondi per pagarlo sono stati dello stesso ordine di grandezza dei fondi ottenuti sui pochi crediti esteri. Se investo 100$ al 10% e mi indebito di 1000$ al 1%, non pago interessi. Quest schema è ovviamente semplificato: per dettagli, c'è questo papero della Federal Reserve.

C'è un problema più grave di un'esposizione temporalmente sbilanciata: le condizioni che tengono il gioco in piedi sono la diretta conseguenza del malinvestment. L'FDI USA rende molto perchè la domanda USA facilita l'industrializzazione del resto del mondo; i t-bond USA rendono poco perchè tutto l'Estremo Oriente ne domanda in quantità industriale.

La Cina ci si industrializza, molti (nota positiva) investono negli USA perchè è un buon posto per investire (se ci si dimentica che il dollaro rischia qualche terremoto speculativo, svalutandosi), il Giappone si compra l'appoggio USA contro la Cina domandando dollari*. Ma la Cina comincia ad avere problemi di inflazione, visto che usa i dollari USA per creare dal nulla soldi cinesi... insomma, la situazione è instabile, rischiosa, distorta, e contiene i germi della sua distruzione.

Se il meccanismo si interrompesse, maggiori interessi sul debito e minori interessi sul credito renderebbero i trasferimenti di interessi molto negativi. La cosa è inevitabile perchè il trade deficit fa comunque aumentare lo stock di debito, nel lungo termine. Ma qui stiamo dicendo una cosa più grave: che le condizioni macro-economiche che rendono tutto apparentemente sostenibile hanno origine nelle distorsioni monetarie. Non è una questione di dinamiche contabili del debito...

Perchè siamo ancora vivi? Non chiedetelo al medico di famiglia, ve lo dico nel prossimo articolo.

* Bella strategia: finanziano il declino di lungo termine degli USA per avere un appoggio USA nel breve termine, quando la Cina però non è ancora un problema.
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martedì, 28 agosto 2007
La politica neo-imperialista russa (avvelenamenti in Ucraina, omicidi di spie e di giornalisti, guerre di sterminio nel Caucaso, attacchi informatici in Estonia, minacce energetiche all'Europa... ho dimenticato qualcosa?) giunge finalmente al ridicolo: mandano batiscafi nel Polo per appropriarsi delle ricchezze del sottosuolo.

E' in effetti molto più ridicolo che non vengano definiti diritti di proprietà precisi su queste risorse, e quindi sarebbe opportuno affrontare seriamente il problema, considerando però che la proprietà dovrebbe venire dall'Usus e non dalle bandierine. Altrimenti la Luna sarebbe degli USA: chissà lo zar come sarà contento!

Ci sono state delle esercitazioni militari "anti-terroristiche" (il nuovo pass-partout per far passare ogni politica, come insegna il Patriot Act) tra Russia e Cina, membri dell'Gruppo di Shangai (SCO), una specie di nucleo di una politica di contenimento alla politica USA, di cui potrebbe entrare a far parte, udite udite, anche l'Iran, a cui la Russia sembra aver venduto tra l'altro materiale fissile per le bombe atomiche.

La Cina, povera di risorse, anche se, in prospettiva, ricca di capitali, potrebbe aver bisogno della Russia, ricca di risorse tanto quanto di cleptocrati, che danneggiano la crescita economica. Entrambe le popolazioni hanno seri problemi di squilibrio demografico e potrebbero non essere tanto forti quanto sembrano sulla carta (come l'Europa, che comunque anche sulla carta non fa paura a nessuno). Ciò non toglie che siano due miliardi di persone e abbiano tutte le risorse minerarie possibili e immaginabili, compreso petrolio e gas.

La politica di controllo del Medio Oriente da parte degli USA rappresenta un pericolo strategico per la Cina, e il protezionismo americano, come mostrato dal caso del veto del Congresso alla vendita alla Cina di una società petrolifera americana, non può che peggiorare la situazione. Chissà se si riuscirà a convincere i responsabili politici americani, folgorati probabilmente dall'hubris da iper-potenza, che l'egemonia e l'iper-attivismo militari possono comportare seri problemi a livello strategico? Ci vorrà un nuovo Nixon per riseparare i due Paesi ex-comunisti?

PS Il video che la TV russa ha usato per commemorare l'evento era taroccato: la scena del batiscafo era stato presa dal film "Titanic"; un bambino finlandese se n'è accorto, e l'Armata Rossa ha avuto l'ordine di raggiungere Helsinki.
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giovedì, 07 giugno 2007
Allo stato attuale la Cina detiene securities americane per circa 2 mesi di GDP USA, quindi in teoria lavorando gratis per 2 mesi gli ameircani potrebbero uscirne senza debiti. Considerando che non c'è solo la Cina, il tempo sale, forse a 4 mesi (supponendo che i cinesi detengano metà del debito USA in mano a stranieri).

La cifra sembra enorme, ma non si considera che è una cifra capitalizzata e quindi non comparabile direttamente  con il GDP. In fin dei conti, chi compra una casa normalmente si indebita per cifre cinque volte superiori al proprio reddito annuo, ma lo fa per trent'anni.

Se guadagno 1$ l'anno e ho un 1$ di debito, è vero che dovrò lavorare un anno gratis, ma potrei, con un interesse del 5%, dare 5 cent l'anno di rendita al creditore. 0.05$ l'anno per l'eternità, al 5%, fanno proprio 1$. I due estremi - pagamento immediato o rata perpetua - fanno pensare che la struttura temporale del debito giochi un ruolo. E qui stiamo nei guai.

La struttura del debito USA è molto sbilanciata. Gli USA sono creditori di FDI (Foreign Direct Investment) su cui guadagnano interessi, e debitori di securities (bond), su cui pagano interessi. Nonostante l'enormità del debito, la bilancia dei pagamenti di interesse è in attivo, perchè l'FDI garantisce rendimenti molto maggiori. Ma questo accade perchè l'FDI non è liquidabile, mentre i bond si possono vendere all'istante: quindi gli USA sono un gigantesco hedge fund che guadagna interessi indebitandosi a breve e investendo a lungo. Una tale struttura del credito implica una notevole fragilità, perchè ci si può ritrovare privi di capitali anche all'improvviso ("sudden stop and reversal", direbbe Guillermo Calvo).

La soluzione teorica è cominciare a ripagare i debiti e far rientrare il deficit, riducendo i consumi e aumentando i risparmi. La cosa è facile a dirsi, ma non a farsi. Non solo bisognerebbe ridurre l'espansione monetaria per incentivare i risparmi, ma bisognerebbe riformare la social security per garantire un maggiore incentivo al risparmio, ridurre la spesa pubblica per non togliere risorse alle aziende, riducendo la presenza militare americana e i benefici del welfare state. L'esatto contrario di ciò che il militar-social-democratico Bush ha fatto negli ultimi anni.

Ciò produrrebbe una grande recessione in tutti i paesi che dipendono dalla domanda USA, come la Cina e tutto l'Estremo Oriente. La loro crescita economica dipende dalla loro capacità di finanziare gli USA e di esportare beni negli USA: se venisse a mancare la domanda USA, non ci sarebbe più motivo di investire in Cina. In Cina ciò avrebbe come conseguenza una maggiore instabilità politica, mista a tendenze espansioniste per motivi di legittimità interna, e in Giappone produrrebbe una recessione proprio in contemporanea alla crisi cinese.

Cosa farebbero gli stranieri con i dollari? Non potrebbero investirli internamente al loro paese perchè senza domanda USA non converrebbe, nel caso dei risparmiatori cinesi; potrebbero invece reimpatriarli dagli USA, ma per fare cosa?. Potrebbero comprare molte aziende e capitali americani. Essendo facilmente liquidabili, il riflusso potrebbe essere rapido e di grandi proporzioni, generando una recessione negli USA. D'altra parte, non esisterebbero altri posti dove investire i risparmi... l'ideale sarebbe mangiarli, cioè distruggere capitale per tenere in piedi il consumo... A parte gli scherzi, una recessione globale sarebbe necessaria, con conseguente crollo dei risparmi, degli investimenti e dei consumi, e distruzione di capitale.

Il processo di espansione monetaria è molto complesso ed è difficile per me dire cosa succederebbe in caso di riequilibrio. Sicuramente, i paesi che accumulano dollari perderebbero la possibilità di espandere le loro monete piramidandole sul dollaro (usato come riserva), e ciò peggiorerebbe la loro recessione. Ma probabilmente il consumo gioca un qualche ruolo nella creazione di credito (ad esempio, tramite collateralizzazione dei propri asset, dai prezzi gonfiati dall'espansione stessa, che generano ulteriore espansione), quindi una riduzione del consumo potrebbe comportare forti spinte contrazioniste anche sull'offerta di dollari, al di là del rimpatrio del debito estero.

Dal punto di vista strutturale, l'economia globale è divisa in due parti: una parte di consumo e una di produzione, geograficamente separate, e legate assieme da montagne di debito cartaceo. Il consumatore globale sono gli USA, e il produttore globale è la Cina, in prima approssimazione. Un ritorno all'equilibrio implicherebbe un aumento degli investimenti negli USA e una riduzione degli investimenti in Cina, ma grandi cambiamenti come questo tendono a distruggere tanto di quel capitale da generare enormi danni economici.

Consideriamo una fabbrica in Cina, che produce acciaio per le imprese americane, e che guadagna... dollari, ciò ha senso fintantochè le imprese americane danno qualcosa in cambio alla Cina, o finchè la Cina è contenta di collezionare carta.

Nel primo caso si ha una normale divisione internazionale del lavoro, nel secondo caso si ha anche una relazione creditizia. Se per caso si dovesse tornare ad una situazione normale, dove le merci non sono comprate a credito, e se la domanda cinese domestica fosse insufficiente, l'intero stabilimento sarebbe non impiegabile, e gli americani dovrebbero costruirsene uno a casa loro, lasciando l'altro inutilizzato.

Perchè? Per le nostre ipotesi, i cinesi non avrebbero sufficiente domanda interna per comprare quell'acciaio, e gli americani non avrebbero nulla da produrre in cambio di quell'acciaio. In poche parole, le transazioni creditizie riguardano acciaio oggi e merci reali domani (al pagamento del debito), ma la produzione spostata in Cina oggi dovrà spostarsi negli USA domani per ripagare il debito (o, più semplicemente, la Cina diventa proprietaria dell'azienda americana, la liquida, e importa beni di consumo USA).

Se il mondo fosse semplice, la produzione istantanea, i beni capitali omogenei, divisibili e liquidabili, un aumento dei risparmi USA produrrebbe semplicemente un aumento degli investimenti in USA e una riduzione in Cina. Nel mondo reale ciò provocherebbe anche stravolgimenti nella divisione internazionale del lavoro, con enormi quantità di beni capitali durevoli e specifici resi improvvisamente inutilizzabili perchè si trovano nel continente sbagliato.

Quando la Cina sarà sufficientemente grande da "fare da sè" economicamente, non avrà bisogno di tutti questi dollari, e il debito potrebbe tornare indietro. E' anche vero che, se continuano così, gli USA avranno bisogno della Cina anche per produrre JSF e Abrahams, e a quel punto col cavolo che saranno più una superpotenza.

Esiste la possibilità del ripudio del debito. Questo provocherebbe un tracollo istantaneo del dollaro, eliminerebbe il dollaro come riserva internazionale, e rovinerebbe l'economia mondiale immediatamente. Secondo me, è la soluzione migliore.

Come dicono i Survivor, "There's no easy way out".
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venerdì, 20 aprile 2007
Ho scritto una mail in una discussione sull'aumento della sperequazione dei redditi negli USA a partire dalla fine degli anni '80, un evento tipico dei boom economici, quando i patrimoni crescono rapidamente. Nell'analisi ho aggiunto pezzetti di informazione aggiuntivi, quindi c'è qualche atomo di novità rispetto a quanto ho già scritto decine di volte.

Due fattori sono alla base della globalizzazione "buona": l'incremento della produttività dovuto alle nuove tecnologie informatiche e la liberazione delle energie fisiche e intellettuali dovuta al crollo del mostro sovietico; su queste due spinte si è innestato un boom inflazionistico creato dall'altro mostro, meno evidente ma altrettanto pericoloso di quello comunista, il sistema monetario voluto dal Presidente USA Richard Noxious nel 1971.

Non è una novità: affinchè una politica monetaria espansiva duri nel tempo è molto utile che ci sia qualcos'altro nel sistema economico ad impedire che l'inflazione venga scoperta (I mean: qualcos'altro oltre a Mr Boskin*). Ciò ha consentito di ridurre l'impatto sociale delle assurdità monetarie: più produttività significa che non bisogna ridurre i consumi per poter (mal)investire, e la Cina è stata una panacea per riempire i bambini-consumatori americani di pelouche e per ingoiare frotte di coriandoli con la faccia di Washington. Entrambe le cose hanno consentito di tenere bassi inflazione e interessi e di far durare la follia monetaria fino ad oggi, coprendone i sintomi. E' bello illudersi di poter curare un tumore con un'aspirina.

Eppure 35 anni di demagogia monetaria i loro problemi li hanno già creati:

1. La differenza di salario tra laureati e diplomati è salita: questa è un'ovvia conseguenza dello spostamento della produzione in Cina, che danneggia per mancanza di capitale i lavoratori USA. Attenzione però che questo fenomeno è esacerbato in parte dall'immigrazione negli USA da parte dei sudamericani. Non è chiaro se le classi medie americane "autoctone" stiano già peggio rispetto a qualche tempo fa o la differenza sia limitata in gran parte solo alla forza lavoro immigrata. Il progresso tecnologico e la globalizzazione del commercio possono aver compensato la carenza di capitale, senza contare che la politica monetaria cinese fornisce capitali e beni di consumo agli USA in cambio di coriandoli, cosa che tende a migliorare, ovviamente a dimenticarsi del debito, la situazione economica americana.

2. L'indebitamento pubblico e privato ha raggiunto livelli spaventosi: il livello attuale di consumo americano non è sostenibile senza la cooperazione delle Banche Centrali dell'Estremo Oriente. E' assurdo che i ricchi si facciano mantenere come consumatori dai poveri facenti le veci dei risparmiatori: è quello che abitualmente succede in politica, però. Gli USA sono indebitati quanto un paese del Terzo Mondo, ma nel secondo caso la carenza di risparmi ha la sua ratio nel basso livello di reddito. Nel caso degli USA, si tratta di squilibri consumistici la cui unica spiegazione, a parte una possibile improvvisa follia, deve risiedere nelle politiche monetarie.

3. Il trade deficit, di per sè, non significa molto. Ma quando si accompagna alla più assoluta mancanza di risparmi, è segno che la posizione degli USA nell'economia mondiale è quella del proletario, che non possiede capitali (perchè non risparmia), e deve la sua produttività ai benefici effetti del capitale altrui (l'industriale). La composizione del debito USA non è chiara: molte sono securities (corporate bond o treasury bond) e pare che una parte notevole sia facilmente liquidabile, e quindi potenzialmente volatile (hot money). Solo la Banca Centrale cinese ha un quantitativo di dollari pari a 2 mesi di PIL americano.

4. Non c'è dubbio che la straordinaria e folle domanda USA stia alla base di una parte della crescita economica cinese: questo significa che la politica monetaria USA sta provocando sia una deindustrializzazione interna (che può essere mascherata dall'aumento della produttività dovuta a fattori tecnologici) e l'industrializzazione cinese. Questo significa che gli USA hanno seminato il terreno per il loro stesso declino. Se da questo declino venisse un equilibrio di poteri come in Europa nel XIX secolo ben venga: nel breve termine è più probabile una forte instabilità politica; al lungo termine bisogna arrivarci, e vivi, possibilmente.

5. Il lungo termine vede probabilmente gli USA come potenza di importanza primaria ma non globale. Se la crisi economica non provocherà disastri politici in stile socialista, gli USA continueranno ad essere un posto relativamente migliore dove lavorare rispetto all'Europa. Le riforme social-democratiche di Bush mostrano che la strada verso l'eurosclerosi potrebbe essere già stata imboccata, però. La Cina ha dalla sua parte elevati risparmi e una lunga tradizione di imprenditorialità; ma ha una struttura demografica squilibrata, e un sistema politico destinato all'instabilità alla prima crisi economica. Non mi sembra esistano altre aree degne di nota nel globo terrestre: Europa, Sudamerica, Africa, mondo Islamico, Russia, India e Oceania mi sembrano regioni secondarie.

Gli USA sono un gran bel paese con due soli grossi problemi: i democratici e i repubblicani. Dubito che queste due malattie troveranno una cura, in compenso la seconda si sta facendo sempre più pestilenziale, a giudicare dalle politiche sociali ed economiche, dalle strategie geo-politiche fantasiose e dalle innovazioni giuridiche fasciste.

Sarebbe da sperare nella Sinistra, ma cavolo: avete mai visto uno di Sinistra combinare qualcosa di buono in politica? :-D

* Economista che ha riscritto le procedure per calcolare l'inflazione negli USA, consentendo un calo dei livelli di crescita del Consumer Price Index (CPI). E' proprio vero che la realtà è una costruzione.
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domenica, 17 dicembre 2006
Robinik parla di un'esperienza lavorativa in Cina, in cui si evince che i dazi contro i cinesi riescono a danneggiare anche gli italiani... Teste di dazio!

Per quanto mi riguarda, ho cominciato la mia carriera di blogger difendendo a spada tratta il libero commercio con la Cina dai Twins e da Jinzo. Solo che adesso di teoria economica ne capisco di più. Chi si fa sotto?
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categoria:economia, cina
venerdì, 27 ottobre 2006

Da La Sindrome di Achab si discute di squilibri macroeconomici cino-americani. Io copio e incollo il mio confuso commento.

La mia visione della situazione macroeconomica internazionale è Austriaca.

1. Le politiche monetarie USA implicano eccesso di consumo e difetto di risparmi.

2. Per finanziare il consumo, gli USA si indebitano col resto del mondo.

3. Si ha quindi un eccesso di investimenti inflazionistici a livello globale, tenuto insieme dal continuo aumento dell'offerta di moneta.

4. A differenza delle altre fasi inflazionistiche (non in termini di prezzi ma di offerta di moneta), questa è "aperta", proprio perchè il debito va all'esterno degli USA.

5. Gli USA consumano gratis, ma si indebitano. I cinesi crescono grazie ai pelouche comprati dai bambini americani. Tutti questi investimenti sono sbagliati e provocano squilibri. Tutta la globalizzazione moderna è fallata dall'irrazionalità delle politiche monetarie.

6. Finchè dura, e, in un sistema non basato sull'oro, può durare decenni, ci sarà crescita globale, bassi prezzi, iperindustrializzazione in Cina, parziale deindustrializzazione negli USA, montagne di debiti.

7. Presto o tardi, gli USA avranno tanti debiti, pochi capitali, e poca rilevanza strategica rispetto alla Cina. E allora saranno ca$$i per tutti.

8. Se il tutto crolla subito, a pagare saranno quasi per intero i cinesi, perchè in caso di crisi sono le zone della produzione ipercapitalizzate a pagare l'eccesso di investimento.

Il 99% degli economisti spera che la transizione sarà lenta e graduale. Io ho più fiducia nel 1% degli economisti rimanenti.

Io auspico la weimarizzazione del dollaro il più presto possibile, per evitare che quando accadrà sarà troppo tardi. Tanto non ci sono modi per evitarla: ci vorrebbero meno consumi negli USA, più consumi nel resto del mondo... è possibile un soft landing verso una struttura macroeconomica più razionale? A giudicare dalla montagna di dollari, dall'instabilità geopolitica, dalla montagna di debiti americani e dalla crescita econmica e politica cinese, direi di no.

P.S. Non ho tempo per approfondire, ma tornerò sull'argomento la prossima settimana.

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categoria:economia, usa , cina
giovedì, 20 aprile 2006

Uno dei tanti orfanelli della caduta del comunismo in Europa è sicuramente il Premio Nobel per l'Economia Joseph Stiglitz, Premio conseguito, probabilmente, per curare proprio la crisi depressiva indotta dalla caduta del Muro .

A parte gli scherzi, Stiglitz è un economia americano, appartenente alla scuola Neo-Keynesiana, famoso per i suoi studi della teoria dell'informazione, che è una teoria che consiste nel supporre che gli agenti economici dispongano di una conoscenza limitata di alcuni dati del problema, e che cerchino di risolvere meccanicamente determinati problemi di analisi funzionale nonostante l'incompletezza (e l'asimmetria) delle informazioni di cui dispongono. Partendo da questo modellino meccanico si traggono conclusioni su come funziona l'economia reale. Personalmente ho dei dubbi sull'efficacia del metodo, ma non ho le conoscenze necessarie a dare un giudizio informato.

Qualche giorno fa ha scritto un articolo sul Guardian sulla Cina, segnalatomi da un anonimo che da qualche tempo arricchisce il mio blog con riflessioni divertenti e interessanti allo stesso tempo. L'articolo è pieno di lodi sperticate alla virtuosa pianificazione economica voluta dal glorioso Partito Comunista Cinese.

Io, come probabilmente anche Stiglitz, non sono mai stato in Cina, nè ho dati credibili sulla situazione cinese. Io, a differenza di Stiglitz, non ho un Premio Nobel dietro cui nascondermi e non avrei avuto il coraggio di scrivere certe assurdità neanche se ne fossi stato convinto. In ogni caso mi rifiuto di commentare un articolo che a prima vista mi è sembrato scritto sotto l'effetto di sostanze psicotrope, perchè non ho le informazioni necessarie a confutarlo, quindi potrei sbagliarmi...

L'articolo è da leggere tutto, e il link è questo. Nel seguito riporterò alcune citazioni notevoli (tradotte da me).

La Cina ha chiarito che cerca una crescita sostenibile e più equa dello standard di vita dei suoi cittadini

Possibile che ogni retorichetta dei leader politici viene presa da Stiglitz come oro colato?

Il governo ha parlato per diversi anni di una società più armoniosa, e il suo piano descrive programmi per realizzarla

Possibile, possibile...

I gas-serra ... sono problemi globali. Mentre l'America dice che non può farci nulla, gli alti dirigenti cinesi hanno agito più responsabilmente

Deve essere il paradiso degli ambientalisti... come l'URSS?

Mentre la Cina si è mossa verso un'economia di mercato, ha sviluppato alcuni dei problemi che hanno piagato i paesi sviluppati: i gruppi di interesse che ammantano i loro argomenti interessati dietro un velo di ideologia di mercato

I gruppi di interesse sono un problema legato all'interventismo pubblico, come diceva uno che di economia e di politica ne capiva qualcosa.

Le economie di mercato non si regolano da sole

C'è qualcuno che preferisce essere regolato da un tizio che scrive articoli del genere?

L'articolo non parla di economia, tranne in un breve pezzo di ortodossia keynesiana.

La sua crescita futura dovrà basarsi più sulla domanda interna che sulle esportazioni, cosa che richiederà maggiori consumi. Eppure la Cina ha un problema raro: un eccesso di risparmi. Le persone risparmiano per via della debolezza dei sistemi di assicurazione sociali governativi ... Se avranno successo, questi aggiustamenti creeranno grosse tensioni sul sistema economico globale che è già sbilanciato dal grande squilibrio fiscale e commerciale americano. Se la Cina risparmiasse di meno ... chi finanzierebbe il deficit commerciale americano, di più di due miliardi di dollari al giorno?

L'analisi di queste affermazioni ci porterebbe lontano. Mi limito per ora a fare le seguenti riflessioni:

  1. Stiglitz afferma che lo scopo dello stato sociale è distruggere i risparmi,
  2. Come questo sia compatibile con i piani pensionistici dei cittadini non è detto,
  3. Per quale motivo ciò dovrebbe essere compatibile con la crescita economica non è spiegato,
  4. Stiglitz non capisce che la crescita economica cinese E' il risultato della politica monetaria americana,
  5. E non ci sarebbe una crescita del 10% l'anno senza le demenziali politiche della Fed,
  6. Infine si dimentica di chiedersi come farebbe la Cina a ritirarsi dal dollaro senza distruggere i suoi crediti in dollari.

Non so voi, ma se questo è un economista da Nobel...

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categoria:economia, cina