Sgembo e Valerio hanno scritto cose interessanti, da Sgembo. Spero che sia l'occasione per iniziare una discussione costruttiva su un ambito politicamente interessante, e in cui la teoria economica è fondamentale, come vedremo: l'ecologia.
Comincerei col dire che per me è economia pure un povero che non vende i gioielli della nonna perchè c'è affezionato. Le concezioni economiciste della teoria del valore sono fuorvianti (e gli ecologisti liberali di stampo Coasiano, Dio li fulmini, hanno una visione dell'economia che rischia di renderli simili a come Valerio li descrive).
Eppure lo stesso Valerio dice che i primi parchi nazionali (come le prime università, i primi sindacati... e tutto ciò che di buono lo stato ha poi monopolizzato nel XX secolo) erano privati. Il che fa pensare che la dicotomia economia/ecologia sia almeno in buona parte infondata.
Ed infatti l'ecologia liberale dimostra come moltissimi problemi ecologici sono economici e/o giuridici (del resto, "inquinare" significa rovinare qualcosa, e se quel "qualcosa" è di qualcun altro, l'economia, e il diritto, hanno qualcosa da ridire).
L'errore concettuale in cui si rischia di cadere ad eliminare la teoria del valore ("economico") dalla trattazione dei problemi ecologici è quello di pensare che la Natura sia un bene assoluto, qualsiasi cosa questo significhi.
Se così è, allora già Romolo che fonda Roma con l'aratro è da criminalizzare. Se così non è (e così non può essere, sarebbe disumano che lo fosse!), occorre capire dove fermarsi, nella lunga strada che va dal primo uomo che ha colto una mela ad una situazione ecologica stile Chernobyl. Nel mezzo c'è un qualche "ottimo", ed è nella possibilità di ragionare su un tale problema che la teorizzazione economica si rivela ricca e feconda in ogni ambito dell'Azione Umana (tanto per citare Mises), non esistendo un "ambito dell'economico" separato dall'ambito dei gioielli della nonna.
Ma se la teorizzazione economica, quando non degenera nell'economicismo del "valore = prezzi" (affermazione concettualmente sbagliata, ma al centro di tutta la teoria della politica economica moderna), è universale, occorre prenderla sempre in considerazione.
Ogni problema ecologico si può vedere in questi termini: alcune azioni hanno costi nascosti, che rendono l'equilibrio economico distorto. Se posso impunemente avvelenare l'acqua di un mulino, produrrò inquinamento senza sopportarne il costo. Se non so che il cianuro è un veleno, posso mangiare cento mandorle amare e crepare subito dopo (ma sarebbe una gran bella morte!). In quest'ottica, le conoscenze tecniche (la "conoscenza delle relazioni mezzi/fini", in terminologia Austriaca), e quindi anche ecologiche, sono solo una parte delle conoscenze individuali, strumenti dell'azione individuale (che, in senso estremamente lato, è sempre "economica", cioè soggetta a vincoli di scarsità).
L'applicazione pratica di quanto sto dicendo (in poche parole: non ci può essere contrapposizione tra economia ed ecologia, tanto quanto non ce ne può essere tra economia e fisica quantistica) può essere espressa in questi termini:
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Se esistono 1000 zone naturali intatte e 0 ambientalisti, queste 1000 zone intatte avranno valore nullo (nessuno è ecologista per definizione) e quindi verranno certamente trasformate.
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Se per mantenere 1 zona intatta servono 1000 ambientalisti, allora la domanda di mercato di zone intatte sarà proporzionale al successo ideologico del protezionismo ambientale, e potrebbe benissimo essere sufficiente a tenere 10, 100, 1000 o 2000 zone fuori dal mercato (come i gioielli della nonna).
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Se il numero di ambientalisti è insufficiente a fare un mercato (con donazioni, vincoli volontari come nel caso del Parco d'Abruzzo, turismo ecologico...) da 1000, ce ne saranno 999. Ma questo farà aumentare il valore marginale delle zone intatte, e diminuire quello delle zone trasformate... non basta? Ok, scendiamo a 998... fino all'equilibrio.
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All'equilibrio, ci sarà un numero tot di zone mantenute intatte da turisti, benefattori, proprietari. Il numero varierà da 0 a 300.000kmq (in Italia) a seconda di quanti ecologisti ci sono. Cioè, di quanta domanda di mercato del bene "natura incontaminata" possono creare.
Il mercato non ha nulla a che fare con la commerciabilità. Se un milione di italiani volesse conservare la natura, potrebbero comprare 5.000kmq di territorio nazionale (in media). Il problema attuale è quindi che questo non si può fare: problema creato dallo stato.
E' strano (sembrebbe anche un punto ideologico, se non fosse il risultato di un'argomentazione razionale "wertfrei"), ma anche in questo caso il problema è la politica. Se esistono molti ecologisti, e l'unico strumento che hanno per amare la natura è usare la coercizione statale, il liberale/liberista/libertario (c'è differenza?) deve protestare. Ma se si consente al mercato di produrre turismo ecologista, donazioni, e vincoli ambientali sulla propria proprietà, allora tutto il problema diventa di convincimento di un certo numero di persone (un milione basta? Per creare vaste zone protette è anche troppo...).
Abbiamo quindi, riassumendo:
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La teoria economica vale anche per beni non commerciabili
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La maggior parte dei problemi ecologici è risolvibile tramite i principi del liberalismo lockiano (privatizzando...)
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Non ci sono difficoltà a concepire una domanda di "beni naturali incontaminati" sul mercato libero (e l'esempio del Parco dimostra che la mia idea non è aria fritta).
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La politica impedisce l'equilibrio domanda/offerta, creando un conflitto non necessario tra mercato ed ecologia.
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L'unica cosa su cui non posso assentire è il ragionamento chiliastico del "Natura bene assoluto" dell'ecologismo radicale (nel senso di estremo e non di pannelliano): questa mentalità è secondo me incompatibile con il liberalismo, totalitaria e intrinsecamente anti-umana.
Se questa introduzione complicatissima (l'ho scritta di getto) è chiara, penso che l'unico punto di discussione tra eco-liberali alla Valerio ed eco-liberali alla IBL è il punto E. Sul resto credo sia un problema di concezione dell'ambito dell'economico. Non conosco Croce, ma da quel poco che ho letto penso che i suoi strumenti concettuali siano inadeguati alla comprensione della problematica (ho letto un saggio di filosofia del diritto in cui usava il termine "economico" in un modo concettualmente incomprensibile e teoricamente irrilevante, ai nostri fini). Ed è per questo che il libro di Papafava è importantissimo, ma può darsi che una sua comprensione all'esterno dell'ambito culturale Austro-libertario possa creare problemi.
P.S. Sul piano monetario, tenere la natura incontaminata non cosa nulla (come costi variabili)... per formare una zona protetta l'unico problema è quindi di costi di transazione: è difficile avere unanimità su una vasta zona abitata, mettendo d'accordo magari diecimila proprietari. Questo è l'unico vero limite della soluzione che propongo.
P.P.S. In realtà almeno un problema tra Locke ed ecologia c'è: per i lockiani, con o senza proviso (e quindi anche per i libertari) la proprietà deriva dalla trasformazione della terra (il "teilen" di Carl Schmitt). In questo caso la natura incontaminata non avrebbe proprietari per definizione! Reputo l'applicazione meccanica dei principi giuridici completamente anti-giuridica. Quindi l'obiezione è trascurabile, ma interessante teoricamente.

categoria:economia, ecologia, liberalismo















