Clive Staples Lewis è famoso come autore de “Le cronache di Narnia”, da cui è stato recentemente tratto il secondo film, ma è stato anche un saggista e ha scritto alcune decine di libri.
“Mere Christianity” (traducibile con “Semplicemente cristiano”, parafrasando il titolo di un libro di Martino) non è un libro cattolico, presbiteriano, anglicano o metodista, ma un libro che espone alcune idee comuni alle quattro confessioni dell’Europa Occidentale (mancano gli ortodossi, e le varie confessioni cristiane americane di cui non ho mai capito nulla).
La giustificazione di ciò è un po’ settaria e utilitaristica (Lewis afferma che non si attrarrà nessuno puntando su ciò che divide), ma tutto sommato è interessante chiedersi se ci sono e quali sono le radici comuni tra i vari movimenti cristiani.
Il libro parla di molti argomenti, dalla morale all’esistenza di Dio alla divinità di Gesù. Ne ho selezionati alcuni perchè mi interessavano dal punto di vista morale, esistenziale, politico o logico.
Esistenza e assolutezza della legge morale
La prima parte del libro è dedicata alla dimostrazione dell’esistenza di una legge morale assoluta: la dimostrazione lascia però a desiderare.
Lewis afferma che esistono azioni morali vere o false (cognitivismo etico), e che esiste una legge morale, ma non nel senso naturalistico di legge inderogabile (ogni legge morale può essere violata, perchè è un dover essere e non un essere, afferma Lewis nel libro 1, capitolo III, in seguito 1-III, e questo è ovviamente corretto).
La dimostrazione parte dall’osservazione, in 1-I, che le persone che discutono tendono a discutere di determinate norme che l’accusatore ritiene siano state violate, e il difensore molto spesso accetta la validità di queste norme e si limita a negare la loro violazione.
Discutere, dice Lewis, significa provare l’erroneità di determinate azioni, cosa impossibile se le azioni morali non potessero essere vere o false. Non manca la reductio ad Hitlerum: perchè gli inglesi combattono i nazisti (il libro fu scritto durante la WWII), se non perché ritengono di essere dalla parte del giusto?
Qui si vede la debolezza dell’argomentazione: presuppone che non esista disaccordo normativo, e che eventuali dispute avvengano sempre in una cornice di norme comuni accettate da tutti: in questo caso, certamente, esistono problemi di fatto ma non problemi di valore, ma solo perché sono stati “assumed away”.
Nel caso della reductio ad Hitlerum è difficile credere che l’avversario avesse norme morali, ma se ci si pensa, anche quest’ultimo ragionava in termini etici: ingiustizia del Trattato di Versailles, cospirazioni colonialiste dei paesi occidentali, cospirazioni giudee contro la nazione tedesca: di giustificazioni morali se ne possono trovare a bizzeffe (ovviamente ridicole, ma pur sempre giustificazioni morali). Il problema è chiedersi se le incompatibilità tra le teorie della giustizia siano risolvibili epistemicamente (alcune sono vere ed altre false) oppure no: Lewis di fatto non si pone neanche il problema.
Un altro argomento debole è quello secondo cui la legge morale universale non è confutata dalle differenze storiche e geografiche delle norme morali tra le varie civiltà, perché tutti i sistemi di norme sono molto simili tra loro.
Questo però non dimostra nulla: una religione che adorasse le tigri, dice Popper, si estinguerebbe quando i suoi praticanti venissero divorati dalle loro divinità. Fuor di metafora, i valori hanno conseguenze e quindi è normale che ci siano convergenze tra le varie civiltà. Come immaginare una società dove ci si può ammazzare impunemente o ci si può derubare e truffare ad libitum? Si estinguerebbe.
Le leggi morali diffuse tra le varie civiltà sono però spesso molto limitate nel loro ambito di applicazione. Non hanno nulla di universale: sono norme che si sono evolute per garantire la sopravvivenza del gruppo, e spesso sono essenzialmente tribali. Si può non applicare il “non uccidere” al di fuori della propria tribù con relativa facilità, ma è difficile farlo all’interno: non c’è nulla di storicamente universale nel “non uccidere”, quindi.
Successivamente ci sono dei riferimenti alla crisi dell’Occidente e alle Guerre Mondiali che dovrebbero indicare che le idee difese nel libro sono corrette, ma è un ragionamento emotivo, che non prova nulla: tutti dicono di avere la cura per i mali, ma non basta puntare il dito sui sintomi per avere una terapia, anzi, non basta neanche per avere una diagnosi (Il Dr. House è il mio teologo di fiducia).
L’assolutismo etico e giuridico (giusnaturalismo) attirano le mie simpatie perché, sottolineando le regolarità dei comportamenti umani, permettono riflessioni sulla società che possono essere considerate i primi vagiti delle scienze sociali. Si pensi al contrario ad una dottrina volontaristica, come “la norma può avere qualsiasi contenuto”, che, separando completamente la norma dalla società, eliminasse il problema, trattabile scientificamente, dello studio delle conseguenze delle prime sulle seconde.
D’altra parte, la confusione fatti/valori è altrettanto dannosa per il processo scientifico. Quindi anche correggere l’errore dell’assolutismo (l’idea platonica, secondo cui, se ci sono regolarità sociali, sono realizzazioni imperfette di norme universali)è un passo necessario per liberare le scienze sociali dal pensiero pre-scientifico.
Il capitolo 1-II è dedicato ad alcune obiezioni a quanto detto precedentemente, ma si limita ad affermare che l’etica non è solo un istinto: il che è giusto, visto che l’etica va imparata.
La parte critica del capitolo è l’affermazione che il non-cognitivismo etico implica l’indifferenza tra i vari tipi di morale. Qui ritorna una reductio ad Hitlerum in cui si confrontano la morale cristiana con quella nazista: non c’è nulla di male nella reductio ad Hitlerum come artificio retorico, se si limita a sottolineare la rilevanza ai fini della vita umana di determinate scelte morali. L’indifferentista ha problemi a giustificare ciò che fa, perché se tutte le persone sane di mente preferiscono gli Stati Uniti all’Unione Sovietica, evidentemente la morale non è indifferente.
Ma da dove si dovrebbe dedurre l’indifferentismo? Il relativismo becero dell’“anything goes” è solo cattiva filosofia, un trucco psicologico per difendere la propria coscienza dalla tragicità della scelta etica. E’ troppo considerare tutto ciò una conseguenza logica (quindi necessaria) di un principio logico inconfutabile (il non-cognitivismo etico).
Se tutti crediamo che una morale sia migliore di un’altra, da ciò non si può dedurre che esiste una scala oggettiva di preferenze tra una morale ed un’altra: l’argomento di Lewis è quindi un non sequitur. Come individui possiamo preferire gli USA all’URSS, e come individuo non posso capire come si possa preferire il contrario, se non per follia o disinformazione, ma non si può affermare che esista un modo assoluto, universale e oggettivo di preferire gli USA all’URSS. Non è chiaro neanche cosa possa significare una tale affermazione, visto che sono gli individui ad avere preferenze, che quindi sono soggettive.
L’assolutismo etico non è difendibile razionalmente e Lewis non propone alcun argomento coerente contro questa affermazione.
Accettando acriticamente l'assurdo mito secondo cui i relativisti etici abbiano dimostrato che "anything goes", e accettando acriticamente la falsa dicotomia tra assolutismo etico e il relativismo etico dell'anything goes, Lewis in primis attacca uno strawman, e poi afferma di aver dimostrato cose che l'analisi filosofica ha già scartato, e con ottimi motivi, da almeno un paio di secoli.
Sul piano meramente argomentativo stiamo messi male.
















