mercoledì, 09 gennaio 2008
Prendo spunto da questo post di Carlo Lottieri, con corredata risposta di Phastidio per dire due o tre cose ovvie che non avrebbe avuto senso scrivere come commento, in quanto astratte e slegate dal contesto specifico.

  1. Un giudizio fattuale (tipo "X causa Y") non è mai ideologico: infatti ha sempre senso chiedersi se sia vero o falso, e quindi un giudizio fattuale è sempre razionalmente analizzabile e criticabile. A volte l'ideologia può inficiare l'analisi dei giudizi fattuali, come ad esempio l'idea che un qualche sistema economico senza profitti DEBBA funzionare perchè i profitti sono considerati ingiusti: ma tali distorsioni cognitive sono criticabili anche limitandosi ad un punto di vista prettamente scientifico, e dunque in linea di principio non impongono dei problemi.
  2. Le teorie della Scuola Austriaca sono spesso considerate ideologiche: sebbene questa impressione non abbia senso nel caso di Mises ed Hayek, non si può negare che Rothbard abbia fatto di tutto per creare questa confusione e minare la credibilità stessa della Scuola. Senza distinzione tra fatti e valori non c'è ricerca scientifica degna di questo nome: solo ideologia. Nella fattispecie Rothbard non ha mai compiuto un tale errore nella teoria economica (per la precisione: non saprei indicare una sola preposizione di Man, Economy & State dove l'ideologia abbia "ucciso" la ricerca della verità), ma l'idea che la Scuola Austriaca sia solo un'arma del libertarismo si è sviluppata per sua responsabilità. Anche critici della Scuola Austriaca (Caplan) e Austriaci eterodossi (GMU), comunque, in genere fanno esattamente lo stesso errore.
  3. Nonostante ciò, la POLITICA ECONOMICA non è una scienza, nè può esserlo: la politica economica infatti richiede perlomeno un obiettivo, e la scelta degli obiettivi è sempre una questione di valori. Mises considerava fini e valori "ultimate given" inaccessibili ad ulteriori ricerche razionali. Le proposizioni fattuali non possono fare una politica economica: da "X causa Y" non si può logicamente passare ad un giudizio su meriti e demeriti di X o Y. La scelta implica una preferenza, una preferenza implica un giudizio (di valore).
  4. Questa illusione ideologica è largamente presente anche nell'economia ortodossa (ma i difetti di una maggioranza non sono riconosciuti quasi mai come tali: questo è un bias cognitivo): si pensi ad esempio a David Friedman e al concetto di efficienza, considerata dall'ideologia della Law & Economics l'obiettivo a cui la legge dovrebbe tendere. Dal punto di vista logico non è più o meno giustificato voler perseguire l'efficienza o il libertarismo o il Catechismo della Scuola Cattolica: non esistono obiettivi razionali, se bisogna credere alla Legge di Hume (e almeno due dei più grandi interpreti della Scuola Austriaca nel XX secolo, Mises e Hayek, vi credevano, il terzo Rothbard, non s'è mai posto la domanda).
  5. C'è una strana distorsione cognitiva nell'ideologia dominante degli economisti: quella secondo cui contano soltanto costi e benefici complessivi nella scelta delle politiche. Questa dottrina si può criticare da due punti di vista: normativamente e positivamente. Normativamente, si tratta di una posizione arbitraria come ogni atteggiamento normativo: solo che, essendo mascherato da giudizio scientifico, è più difficile rendersene conto. Il mio non-cognitivismo etico mi impedisce di andare oltre. Positivamente, il beneficio sociale non esiste: non è possibile definirlo, se non arbitrariamente. Non esiste alcuna ragione scientifica per pensare che l'economista che dice, normativamente, di massimizzare qualche "utilità sociale" stia massimizzando altro che un qualcosa di scelto a caso. Tutto ciò è strettamente legato al fatto che, in assenza di confronti interpersonali di utilità, non è possibile aggregare utilità individuali (tra l'altro non misurabili).
  6. La ricerca della verità richiede la separazione tra fatti e valori. Tale separazione è offuscata, sia nell'ideologia ortodossa, l'efficientismo, sia nella visione che molti Austriaci hanno della teoria economica. La cosa difficile da accettare sembrerebbe il fatto che sembra strano che non esista una politica economica scientifica: gli economisti ortodossi fanno di tutto per negare questa evidenza, ad esempio appellandosi al consequenzialismo ("Io giudico in base alle conseguenze": peccato che le conseguenze non si giudichino da sole, esattamente come le promesse).
  7. Esistono dei giudizi di valore che non sono di tipo etico: il filosofo analitico Hilary Putnam (quello che pensavo fosse una donna!) li chiama "giudizi di valore epistemici. Sono quelli relativi ai paradigmi di ricerca scientifica: quale problema è centrale nel paradigma? Quali metodi sono accettabili (scientifici)? Cosa ci si aspetta da una teoria? Nonostante le pretese dei positivisti, tali problemi non sono affatto ovvi, anche se non si possono mai trascurare: sono a priori, nel senso che anche convincendosi che si possono ignorare rimangono ed influenzano la ricerca scientifica stessa. Parlo di giudizi di valore epistemici sottintendendo che sono filosoficamente problematici, cioè "metafisici": il paradigma positivista è fallito, in filosofia, ma l'illusione che dietro la ricerca non ci sia una metafisica problematica permane (detto in termini tecnici: gli appartenenti allo stesso paradigma scientifico tendono a parlarsi addosso, ma non sono in genere in grado di difendere, molto spesso neanche di percepire, le assunzioni a priori che alimentano la loro ricerca).
  8. Nel paradigma scientifico dominante, esistono due giudizi di valore non giustificabili teoricamente che sembrano la quintessenza del metodo scientifico: le teorie scientifiche devono essere falsificabili e devono essere espresse in termini matematici. Il discorso del punto precedente dovrebbe aver chiarito che queste due assunzioni non sono affatto scientifiche, ma di tipo metafisico. Aggiungo che la Scuola Austriaca è rigettata perchè non soddisfa questi due requisiti: è rigettata quindi su basi prettamente metafisiche e non scientifiche. Questo non s'applica al problema delle ratex sorto nel post di due giorni fa... su cui sto lavorando.
postato da: Libertarian alle ore 16:18 | Permalink | commenti (14)
Commenti
#1   09 Gennaio 2008 - 16:46
 

da www.movisol.org


LaRouche sulla legge naturale

LaRouche ha pubblicato il 12 dicembre un documento intitolato “La forza del destino”, in cui afferma tra l'altro:

“Gli sciocchi, specialmente quelli che hanno dei titoli di studio, sono convinti che la legge suprema delle nazioni, persino quella che essi ritengono corrispondere alla 'legge naturale' o anche alla 'legge costituzionale', sia definita secondo i termini di un contratto, e come un contratto d'affari essa venga adottata, sottoscritta o votata. Ma quella legge è il vantaggio precipuo del Creatore dell'universo e non c'è giudice, avvocato o parlamentare che possa schierarsi per troppo tempo contro il Creatore.
"Di fronte alla crisi del sistema monetario e finanziario che sta ora precipitando, dobbiamo fare i conti con l'assurdità della giurisprudenza che viene solitamente insegnata. La legge naturale, rappresentata dalla scoperta originale della gravitazione universale fatta da Giovanni Keplero, è nota come la scoperta della legge inerente all'ordine universale della creazione. Si tratta della legge naturale rispetto alla quale tutte le altre forme giuridiche adottate sono subordinate e moralmente inferiori.
"Non è la legge fatta dall'uomo; a lui spetta scoprire ciò che è stato implicitamente creato.
"Perciò, le nazioni che cercano di affermare di concerto una nozione diversa della vera legge naturale in epoche di crisi esistenziale generale, come potenza o raggruppamento di potenze sovrane, finiranno per essere travolte, la loro esistenza cancellata, dalla sfida che rivolgono contro ciò che la vera legge naturale esige.
"I tempi in cui vengono al pettine i nodi espressi da questo tema raramente vengono riconosciuti da un governo, o da un gruppo di essi, o dalla gente in generale. Non di meno, quella legge di grado superiore c'è e si manifesterà, e la sua forza travolgerà i suoi avversari in un momento come quello della storia mondiale attuale.
"Cioè:
"Certi potentati finanziari nel mondo di oggi hanno conquistato i sistemi di alcuni dei principali governi mondiali ed hanno cercato di imporre i propri interessi finanziari predatori alle spese del diritto naturale e costituzionale di quelli che in passato erano considerati i governi di stati nazionali sovrani. Questi diritti esercitati dai potentati finanziari, usurai e predatori, sono stati usati come pretesto per saccheggiare gran parte della popolazione, seminando morte, spogliandola dei diritti naturali che erano stati giustamente definiti con iniziative appropriate prese e dai governi e tra i governi.
"Quando una usurpazione di questo tipo si spinge troppo avanti, essa dev'essere schiacciata dai governi sovrani, o, se questi dovessero fallire, i terribili spiriti della Grecia antica scenderanno in campo per insegnare alle autorità negligenti quale sia la vera legge e quali pene essa commini.
"Sono le mani capaci della leggendaria 'legge non scritta'. Gli sviluppi attuali dovrebbero averci messi sull'avviso; era meglio che quella legge fosse stata scritta, in maniera tale che la sua forza tremenda ottenesse tutto il timore che merita, evitando così lo scotto che impone la follia delle autorità che oggi continuano ad errare.
"La gentile forza della ragione che ispira il Preambolo della Costituzione Americana può essere vista come un riflesso concreto della mano tremenda del Creatore, che colpirà coloro che perseverano nel ruolo di complici dei predatori finanziari che saccheggiano le popolazioni del mondo. Chi infrange la legge per derubare le nazioni del Bene Comune verrà punito più gravemente, giacché ha usato la corruzione terribile dell'idea della legge per perpetrare tali crimini contro l'umanità, come gli 'hedge funds' e altre forme di saccheggio che oggi imperversano.
"In questo universo creato vi sono forze inerenti che finiranno per affermarsi nel corso degli eventi. Il mondo si trova sull'orlo dell'abisso, una situazione in cui la mano giusta del Creatore interverrà per dimostrare di nuovo esattamente chi scrive la legge dell'universo.
"Non c'è potenza in questo universo che possa spodestare il diritto inerente nella natura innata dell'intelletto creativo dell'individuo umano, che distingue tale essere umano dalle altre creature.
"Che tremino a tale pensiero i giudici, i politici corrotti e i loro complici. Pretendono di sapere che cos'è la legge? Bene, quella, e solo quella è la legge."

utente anonimo

#2   09 Gennaio 2008 - 16:50
 
da www.movisol.org


Eventi "estremi" che annunciano la nuova epoca buia

18 novembre 2007 – In un documento disponibile sul sito LPAC, l'economista americano Lyndon LaRouche analizza la comune matrice di quelli che definisce “avvenimenti estremi”, come il disastroso tentativo condotto dal ministro del Tesoro Henry Paulson di gestire il crac finanziario in corso, o la cultura della violenza che produce episodi come il massacro alla scuola finlandese e l'assassinio della studentessa inglese a Perugia. Per LaRouche il filo rosso che accomuna questi avvenimenti è che sono manifestazioni della follia di massa che contraddistingue una nuova epoca buia.
A proposito del caso Paulson, LaRouche nota come la sua reazione alla crisi sia il frutto della follia di gruppo della classe politica che, se resterà al potere, condurrà letteralmente il mondo in uno stato di devastazione e spopolamento che ha i precedenti nel XIV secolo. Per quanto riguarda la violenza giovanile, anche le forze di polizia la ricollegano alla “cultura” dei videogiochi violenti ed al fenomeno del profilo di massa attraverso operazioni di social network come Myspace e Facebook.
L'aspetto cruciale è però la dinamica che produce casi del genere: in particolare i giochi al di fuori delle regole dell'universo reale, estranei al mondo fisico. Questa dinamica si riallaccia alla follia di massa degli ordini flagellanti del XIV secolo e se non è completamente compresa non potrà essere fermata e curata.
Le recenti radici storiche di questa follia - sia quella economica che quella della cultura dei videogame - affondano negli ambienti dell'impero britannico di lord Bertrand Russell. Russell e H.G. Wells, in particolare, sono gli iniziatori del paradigma politico dello spopolamento, sterminio di massa e satanismo che vediamo oggi riflesso in questo tipo di cultura. Non si creda però che le convinzioni economiche dominanti siano meno psicotiche dei videogame violenti. Nel mondo di Paulson e dei suoi compari dell'alta finanza, la logica di fondo è che il profitto economico dev'essere estratto rapacemente da titoli di una proprietà che non esiste nella realtà, e così si moltiplicano gli incassi. Questa impostazione mentale ha condotto alla crisi economica attuale, che rappresenta una minaccia all'esistenza di miliardi di persone, se non verrà ripristinata la tradizione classica che va da Solone d'Atene al sistema americano di economia politica.


Appello urgente di fronte al tracollo del sistema del dollaro

Il 7 novembre Lyndon LaRouche ha dichiarato che il sistema del dollaro è già crollato, occorre dunque prendere iniziative urgenti, a cominciare dall'adozione della sua proposta HBPA, per proteggere le vittime della bolla speculativa dei mutui: sia i mutuatari che le banche.
Due giorni prima, LaRouche aveva indicato nella crisi di Citigroup, la maggiore banca degli USA, e della grande banca d'affari Merrill Lynch, la puntuale conferma della sua previsione sull'imminente implosione del sistema bancario, posto in secondo piano solo dalla più grave crisi dei mutui. L'accelerazione della perdita di quota del dollaro rispetto ad ogni altra grande moneta mondiale, l'impennata iperinflativa dei prezzi di materie prime come oro e petrolio, e le liste interminabili di cancellazione di attivi e perdite presentate da grandi corporation e istituti finanziari, hanno indotto LaRouche a fare una valutazione che si articola in tre punti:
Primo, il sistema del dollaro USA/sistema finanziario è già esploso.
Secondo, il governo di Cheney e Bush è completamente screditato e toccherà ad una ben differente combinazioni di forze raccogliere i cocci.
Terzo, il problema è che chi prende le decisioni non ha ascoltato i moniti di LaRouche sull'inevitabilità di questo tracollo alla condizioni vigenti.
LaRouche ha concluso: “Nessuno, né noi né la leadership al potere riuscirà a salvare il sistema finanziario vigente. Non può essere salvato. Possiamo salvare la nazione e la sua economia, ma questo salvataggio può essere effettuato soltanto instituendo un nuovo sistema finanziario. E il primo semplice passo da compiere è la 'legge muraglia' proposta dal sottoscritto”.
L'associazione politica di LaRouche si ripropone di distribuire questa dichiarazione in 300 mila copie nel giro di 7-10 giorni.
LaRouche ha inoltre prodotto una nuova dichiarazione intitolata: “Bye Bye Pelosi: i repubblicani di LaRouche” che sarà publicata nel prossimo numero della rivista EIR. LaRouche torna a proporre la costituzione di una nuova coalizione che, ispirandosi all'eredità rooseveltiana, sia capace di definire le necessarie misure di ripresa economica. LaRouche scrive: “Il salvataggio degli USA oggi condannati dipende dall'intenzione attiva di ritornare alle impostazioni economiche dei primi anni Sessanta, e tornare anche a completare l'opera lasciata incompleta dal Presidente Franklin Roosevelt, secondo i propositi che egli si riproponeva di perseguire nel dopoguerra. In questa occasione la nostra dirigenza politica deve apprendere la dinamica e deve impegnarsi ad entrare immediatamente in un sistema di accordi globali di riforme economiche e monetarie capaci di indirizzare il mondo verso gli obiettivi che il Presidente Roosevelt si riprometteva prima di morire, a cominciare dalla sua opposizione al colonialismo di Winston Churchill e di altri”.
che il sistema del dollaro è già crollato, occorre dunque prendere iniziative urgenti, a cominciare dall'adozione della sua proposta HBPA, per proteggere le vittime della bolla speculativa dei mutui: sia i mutuatari che le banche.
Due giorni prima, LaRouche aveva indicato nella crisi di Citigroup, la maggiore banca degli USA, e della grande banca d'affari Merrill Lynch, la puntuale conferma della sua previsione sull'imminente implosione del sistema bancario, posto in secondo piano solo dalla più grave crisi dei mutui. L'accelerazione della perdita di quota del dollaro rispetto ad ogni altra grande moneta mondiale, l'impennata iperinflativa dei prezzi di materie prime come oro e petrolio, e le liste interminabili di cancellazione di attivi e perdite presentate da grandi corporation e istituti finanziari, hanno indotto LaRouche a fare una valutazione che si articola in tre punti:
Primo, il sistema del dollaro USA/sistema finanziario è già esploso.
Secondo, il governo di Cheney e Bush è completamente screditato e toccherà ad una ben differente combinazioni di forze raccogliere i cocci.
Terzo, il problema è che chi prende le decisioni non ha ascoltato i moniti di LaRouche sull'inevitabilità di questo tracollo alla condizioni vigenti.
LaRouche ha concluso: “Nessuno, né noi né la leadership al potere riuscirà a salvare il sistema finanziario vigente. Non può essere salvato. Possiamo salvare la nazione e la sua economia, ma questo salvataggio può essere effettuato soltanto instituendo un nuovo sistema finanziario. E il primo semplice passo da compiere è la 'legge muraglia' proposta dal sottoscritto”.
L'associazione politica di LaRouche si ripropone di distribuire questa dichiarazione in 300 mila copie nel giro di 7-10 giorni.
LaRouche ha inoltre prodotto una nuova dichiarazione intitolata: “Bye Bye Pelosi: i repubblicani di LaRouche” che sarà publicata nel prossimo numero della rivista EIR. LaRouche torna a proporre la costituzione di una nuova coalizione che, ispirandosi all'eredità rooseveltiana, sia capace di definire le necessarie misure di ripresa economica. LaRouche scrive: “Il salvataggio degli USA oggi condannati dipende dall'intenzione attiva di ritornare alle impostazioni economiche dei primi anni Sessanta, e tornare anche a completare l'opera lasciata incompleta dal Presidente Franklin Roosevelt, secondo i propositi che egli si riproponeva di perseguire nel dopoguerra. In questa occasione la nostra dirigenza politica deve apprendere la dinamica e deve impegnarsi ad entrare immediatamente in un sistema di accordi globali di riforme economiche e monetarie capaci di indirizzare il mondo verso gli obiettivi che il Presidente Roosevelt si riprometteva prima di morire, a cominciare dalla sua opposizione al colonialismo di Winston Churchill e di altri”.

utente anonimo

#3   09 Gennaio 2008 - 16:57
 
Esempio di cosa intendo nel post:

http://liberalizzazioni.blogspot.com/2008/01/tassiamo-gli-spilungoni.html

Il tizio della GMU canzonato da Mankiw è un consequenzialista allo stato puro.
Utente: Contattami Guarda il mediablog (foto, audio e video) di questo utente. Blocca questo utente Libertarian

#4   09 Gennaio 2008 - 17:18
 
da www.movisol.org


Globalizzazione: come i monopoli sopprimono gli stati nazionali


Settori sempre più vasti dell'industria, dell'agricoltura, dell'energia e delle materie prime, come anche funzioni importanti della sovranità nazionale – da aspetti della difesa, alla sanità alle autostrade – finiscono per essere fagocitati rapidamente dai monopoli privati.
La globalizzazione procede a tutto vapore, sottraendo agli stati nazionali la loro base produttiva. Il fenomeno si colloca nel contesto di una tendenza all'iperinflazione dei prezzi che prelude allo sfascio completo del sistema monetario e finanziario, conseguenza di decenni di “economia da casinò”. Cerchiamo di comprendere meglio la natura dei globalizzatori e la misura del controllo che essi esercitano sull'economia.
Le figure principali ai vertici degli interessi che dominano il mondo economico si riallacciano a quegli stessi cartelli che negli anni Venti e Trenta dettero vita ai regimi fascisti in Europa. Si tratta dei raggruppamenti bancari anglo-olandesi e francesi che i settori più accorti dei servizi segreti USA durante la seconda guerra mondiale identificarono come l'“Internazionale Sinarchista”. Questi interessi riuscirono ad emergere più o meno indenni dalla guerra e dalla denazificazione e defascistizzazione.
Gli eredi di queste fortune sono tornati alla carica, e in forze, decisi a pervenire allo stesso scopo: esercitare il controllo completo sull'economia mondiale. Non si tratta solo di avidità o venalità, ma di una sete di potere che porta come prima cosa a distruggere gli stati nazionali. Tra i personaggi pubblicamente più rappresentativi queste forze spiccano l’ex ministro degli Esteri americano George Shultz e il banchiere Felix Rohatyn.
In un documento del 23 luglio 2006 intitolato “Stop Being a Dupe! Know Your Actual Enemy,” Lyndon LaRouche definisce queste forze “il Blob”. Puntando il dito su chi effettivamente sta alimentando la guerra ed il caos, soprattutto nel Sudovest Asiatico, il noto statista americano scrive: “I circoli della finanza internazionale, rappresentati da Rohatyn, sono impegnati a distruggere sia le istituzioni dello stato nazionale sovrano, sia i grandi interessi industriali ed agricoli dei governi nazionali”. Questi ambienti “costituiscono la minaccia più temibile, l'instaurazione sull'intero pianeta di un governo mondiale creato e gestito dai grandi blobs dell'usura oligarchico-finanziaria che operano sul modello veneziano”.

Le dimensioni del controllo
La documentazione che segue riguarda alcuni aspetti essenziali del controllo che i blob esercitano in vari settori: auto, acciaio, rame, cereali e alimentari, acqua, e le infrastrutture e i servizi del governo che cadono sotto la privatizzazione.
L'effetto asfissiante dei blob è sentito dalla popolazione nell'inflazione dei prezzi, a cominciare da quelli petroliferi. A giugno le cinque principali imprese petrolifere - BP Plc, Chevron Corp., ConocoPhillips, ExxonMobil Corp., e Royal Dutch Shell Plc - hanno annunciato che i loro profitti cumulativi ammontano a 34,6 miliardi di dollari per il solo secondo semestre del 2006, con un aumento del 36% rispetto allo stesso periodo del 2005.

La ricostituzione del cartello siderurgico
Gli stessi interessi impegnati nella creazione del cartello siderurgico mondiale nel 1926 tornano oggi alla carica. Allora in questo cartello figuravano il barone Kurt von Schroeder, che si occupò personalmente della carriera di Hitler, e il governatore della Banca d'Inghilterra Montagu Norman, che supervedeva la politica economica del ministro dell'economia nazista Schacht. Oggi al vertice del cartello dell'acciaio c'è Lakshmi Mittal della Mittal Steel, finanziato dalla Goldman Sachs e da banche anglo-olandesi. Il 26 giugno 2006 Mittal ha raggiunto un accordo preliminare per l'acquisto della lussemburghese Arcelor, la più grande impresa siderurgica europea. Nel 2005 la Mittal ha prodotto 63 milioni di tonnellate di acciaio e la Arcelor 46,7. Di conseguenza, se la fusione va in porto, la Arcelor-Mittal supererà ampiamente la soglia dei 100 milioni di tonnellate, cioè circa un decimo della produzione siderurgica mondiale.
Il 3 agosto il Wall Street Journal ha pubblicato un commento, intitolato “Big Steel”, in cui lo stesso Lakshmi Mittal dà gli ordini di marcia sul come procedere alla cartellizzazione, pudicamente chiamata “consolidamento”. L'acquisizione di Arcelor da parte di Mittal, dice, indica “i benefici del consolidamento e della globalizzazione”. Ricorda di aver lanciato il primo appello al consolidamento nel 1998, quando l'industria siderurgica era composta da industrie più piccole “ed era ancora altamente nazionalizzata”. Ma negli ultimi otto anni “E' avvenuto un consolidamento notevole, soprattutto in Europa, negli USA e in Giappone. Sono state create diverse multinazionali”. Condannando a morte le imprese che fanno riferimento agli stati nazionali, Mittal ha previsto che in meno di dieci anni il settore sarà composto da giganti che producono ciascuno dai 150 ai 200 milioni di tonnellate l'anno. Le imprese medie e piccole, che compongono l'ossatura dell'industria nazionale, saranno o fagocitate o schiacciate.
Questo conduce all'essenza del problema. La siderurgia mondiale si può considerare ripartita in due grandi sfere. La prima, che è in crescita, è quella di Cina ed India. La Cina ha prodotto 349 milioni di tonnellate d'acciaio nel 2005, tre volte di più degli USA. Nella seconda sfera ci sono le industrie delle nazioni ex industriali, e qualcuna del settore in via di sviluppo. Tra il 1990 e il 2005 la produzione mondiale è complessivamente aumentata da 733 a 1.106 milioni di tonnellate.
L'aumento di 374 milioni di tonnellate è per i quattro quinti dovuto a Cina e India. Senza questi due, e senza alcuni altri paesi in via di sviluppo anch'essi principalmente asiatici, la produzione dell'acciaio negli ultimi quindici anni sarebbe in effetti diminuita.
Le fusioni e le scalate hanno interessato soprattutto i paesi ex industriali, dove la produzione è in fase di contrazione, e in alcune nazioni in via di sviluppo. Per avere un quadro più accurato del processo di cartellizzazione conviene escludere dai conti la Cina. Nel 1995 le principali 15 imprese mondiali producevano il 29% dell'acciaio grezzo (produzione cinese esclusa); nel 2005 le principali 15 imprese del settore hanno prodotto il 47,5%. Nel giro di dieci anni la loro fetta è passata da meno di un terzo a quasi la metà del totale mondiale (Cina esclusa).
I tre cartelli principali sono la MittalArcelor, la Corus (nata dalla fusione delle maggiori imprese anglo-olandesi nel 1999) e la US Steel.
Intanto questi pirati puntano i loro occhi famelici sulla Cina, dove il mercato dell'acciaio è in espansione. I cinesi si preoccupano: la branca di New York del gruppo sinarchista Lazard Frères, impegnata nelle fusioni del settore, ha aperto un ufficio in Cina per prepararsi a gestire le scalate alle imprese del settore.

Il piano Davignon

Nel cartello dell'acciaio formato nel 1926 parteciparono Germania, Francia, Belgio, Lussemburgo e lo stato della Saar, e poi vi aderirono anche imprese inglesi e statunitensi.
Questo cartello, come noto, fece fortuna nel produrre la macchina da guerra di Hitler, e i suoi elementi principali rimasero intatti dopo la guerra.
Nel 1977 il conte Etienne Davignon, Commissario per il mercato interno della CEE, presentò un piano per l'industria dell'acciaio che portava il suo nome. In pratica prevedeva la ricostituzione del monopolio e la riduzione delle capacità produttive. La cosa andò avanti per fasi.
Parallelamente anche negli Stati Uniti, a partire dalla metà degli anni Settanta, fu eliminata una capacità produttiva pari a 50 milioni di tonnellate, portando le maestranze da 500 mila a 150 mila addetti.
Il processo di fusioni e scalate ostili cominciò negli anni Ottanta guadagnando sempre più vigore dal 1992.
Ad esempio: tra il 2001 ed il 2005, il banchiere Wilbur Ross della Rothschild, senza disporre di alcuna esperienza nel settore siderurgico, ha costruito l'International Steel Group (ISG), che oggi vanta una capacità di 16 milioni di tonnellate. L'impero, nato dal nulla, è cresciuto rilevando imprese fallite come la Bethlehem Steel. Ross è inoltre impegnato a devastare l'industria dell'auto.
Anche Mittal ha costruito il suo impero partendo da una produzione inferiore a 2,5 milioni di tonnellate, nel 1992, per arrivare a produrne oggi 67 milioni grazie alle imprese rilevate. Questo è possibile solo a chi ha sponsor sinarchisti.

Nuova GM, “Global Motors”

veicoli sul mercato mondiale. Nel 2005 sono stati prodotti 65,319 milioni di veicoli a motore. Di questi, 40,531 milioni sono stati prodotti da General Motors, Toyota, Ford, RenaultNissan, Volkswagen, e DaimlerChrysler su un totale di circa 40 imprese in tutto il mondo. In passato le imprese erano più numerose ed erano considerate parte del capitale nazionale (in alcuni casi erano anche di proprietà pubblica).
Negli ultimi 10-15 anni le prime sei hanno seguito freneticamente la strada delle scalate, sbarazzandosi via via di maestranze specializzate, impianti e capacità produttive. Una gran parte delle industrie svedesi, ceche, inglesi e australiane sono state fagocitate dalle sei grandi, com'è anche accaduto in misura minore anche ad imprese in Giappone, Corea del Sud, Spagna, Germania e Stati Uniti.
L'impresa Proton della Malaysia, sempre protetta dal governo come capitale nazionale, adesso è minacciata dai globalizzatori, che possono importare nel paese duty-free.
Su questo processo di cartellizzazione, aleggia la Lazard Frères, nel ruolo di advisor e consulente,...
utente anonimo

#5   09 Gennaio 2008 - 17:22
 
Su questo processo di cartellizzazione, aleggia la Lazard Frères, nel ruolo di advisor e consulente, insieme ad altre entità che come lei sono riconducibili all'internazionale sinarchista. Ad esempio, Francois de Combret, direttore dell'ufficio parigino di Lazard, gestì nel 1995 le manovre che condussero alla privatizzazione della Renault. Nel 1999 la Lazard spinse la Renault a diventare azionista di maggioranza relativa della Nissan, prima con una quota del 37% e poi del 44%.
Recentemente due delle sei grandi - General Motors (con il 14% è al primo posto della produzione mondiale) e RenaultNissan (al quarto con il 9,5%) - hanno intavolato le trattative di una fusione, per dare vita ad una mega-impresa. A combinare il matrimonio è sempre Lazard. Nel 2005 Felix Rohatyn e la sua banca Lazard furono consulenti di Delphi, la costola di GM che produce i componenti, costretta ad un feroce ridimensionamento dopo la bancarotta dell'ottobre 2005. A luglio Delphi ha ingaggiato la Rothschild Inc. - in cui Rohatyn figura tra i direttori - per avere consiglio su come liquidare i suoi 23 impianti dell'auto negli USA.

La monopolizzazione del rame e l'iperinflazione

L'industria dell'estrazione e raffinazione del rame va incontro ad una probabile mega-fusione, un cartello che controllerebbe il 25% della produzione mondiale. Da circa un decennio si susseguono fusioni e rialzo dei prezzi e da tale processo sono emersi cinque grandi produttori che controllano il 56% del mercato mondiale: Codelco (Cile), Grupo Mexico, Phelps Dodge (Arizona), BHP Billiton (con centro in Australia e vicina alla Corona inglese; insieme alla gemella Rio Tinto controlla anche la metà dei minerali di ferro) e Broken Hill Mining (Australia).
Nell'ultimo decennio l'industria del rame è stata interessata da almeno una fusione l'anno e da qualche mese al centro del parapiglia delle fusioni spicca la Phelps Dodge, impresa con una forte presenza inglese: 8,8% della Barclays Bank e 6,1% di Atticus Partner del barone Nathan Rothschld. In Canada la Inco ha iniziato a marzo la sua scalata alla Falconbridge, che aveva appena acquisito la Noranda. La Phelps Dodge si preparava ad inglobare l'intero settore canadese che ne risultava. A luglio sembrava che il principale gruppo di azionisti di Noranda/Falconbridge fosse intenzionato a vendere alla svizzera Xstrate Minerals Corp. e lasciare la Phelps Dodge per dare la scalata alla Inco. A quest'ultima era comunque interessata anche la Tiek-Cominco. Alla fine di luglio però la Grupo Mexico ha ingaggiato advisors americani per dare la scalata a Phelps Dodge: la numero tre cerca di acquisire la numero due. Al momento in cui scriviamo, ad agosto, si prospetta un'entrata in scena della Rio Tinto e della CVRD brasiliana che potrebbe segnare una fase decisiva della cartellizzazione.
Ne dovrebbe emergere un mostro di dimensioni emisferiche forse capace di controllare un quarto o più dell'estrazione mineraria del rame e di creare una situazione in cui quattro gruppi controllerebbero il 60% del mercato mondiale.
Il processo è dominato da tre caratteristiche: la produzione del rame si è concentrata soprattutto in Cile, dall'inizio dell'era Pinochet; dallo scorso decennio la produzione mondiale è stagnante; i prezzi sono stati spinti alle stelle come conseguenza dei costi finanziari di fusioni e scalate.
Un'occhiata alle statistiche dell’International Copper Study Group pone in rilievo la prima caratteristica. (mt= milioni di tonnellate, kt= migliaia di tonnellate):

Paese
1970
2003

Stati Uniti
1,6 mt
1,3 mt

Zambia
750 kt
400 kt

Cile
750 kt
5,1 mt

Canada
650 kt
600 kt


Il Cile copre ormai il 37% della produzione mondiale, poiché la globalizzazione punta tutto sui bassi salari. Pur tenendo conto delle differenze di specializzazione, un minatore cileno con regolare contratto sindacale guadagna meno della metà del suo collega in Arizona, ma le miniere cilene sono piene di cottimanti che guadagnano meno della metà dei regolari. Per Pinochet la cessione delle miniere di rame ai monopoli rappresentò il modo di risovere il problema del debito, nella strategia allora caldeggiata da Henry Kissinger di “cessione di materie prime per ridurre i debiti”. I primi cinque produttori mondiali controllano attualmente il 90% della produzione cilena.
L'aumento della produzione di rame è sceso al 2,2% negli anni novanta e al 2% in questo decennio. Nel 2005 si è verificata una diminuzione dell'estrazione e nel 2006 si torna ai livelli del 2004. Dal 2000 il prezzo del rame è aumentato di oltre 4 volte, passando da 1.800 dollari a 7.500 dollari la tonnellata. Fino al 2010 gli esperti non prevedono nessuna espansione della produzione, che negli USA è stagnante ormai da trent'anni.
Gli effetti della concentrazione delle imprese comportano rallentamenti della produzione e una maggiore suscettibilità alla speculazione sui futures. Un esempio: le misure che passano sotto il nome di “disciplina dei produttori”, che consistono nell'abbandono delle miniere e riduzione dell'estrazione, hanno comportato nel 2002 una riduzione di 470 mila tonnellate, diventate 600 mila tonnellate nei due anni seguenti e 740 mila nel 2005. L'utilizzo della capacità estrattiva-produttiva è scesa dal 93% all'85% tra il 2000 ed il 2005.
I debiti contratti nelle scalate erano centinaia di milioni alla fine degli anni Novanta, sono saliti a qualche miliardo all'inizio del decennio ed oggi hanno raggiunto una cifra tra i 10 ed i 20 miliardi di dollari. Le imprese si sono ingradite, ma le banche e gli azionisti esigono una parte sempre più grossa. A soffrirne è la produzione reale del rame.


“Global Sourcing”, l'altro nome del cartello alimentare

Il commercio della produzione agricola, e la produzione e distribuzione alimentare, sono notoriamente monopolizzati da un gruppo ristretto di corporation sovrannazionali che controllano tutto a partire dalle sementi.
La Cargill, multinazionale con centro in Minnesota, e la Archer Daniels Midland (ADM) controllano il 75% dei 244 milioni di tonnellate di granaglie che rappresentano il volume medio annualmente scambiato tra le nazioni. Più della metà del totale è controllato da Cargill. Quest'ultima, insieme a ADM e a Bunge, controlla il 70% della soia trattata in Brasile e Argentina.
Cargill/Monsanto e DuPont/Pioneer Hig-Bred sono al centro del giro che controlla strettamente le sementi.
Il mercato delle carni è dominato da Cargill insieme a Smithfield, Swift/ConAgra, Tyson e Pilgrim's Pride, con una quota che va dal 60 all'80 per cento nei soli Stati Uniti. L'industria casearia è controllata da Unilever, Nestlé, Kraft e Danone.
Nella distribuzione alimentare dominano Wal-Mart e la francese Carrefour, affermatasi soprattutto in Brasile e Argentina.

Acqua

“Far soldi sulla sete - la domanda globale di acqua potabile attrae imprese grandi e piccole” è il titolo di un articolo di prima pagina della sezione economica del New York Times del 10 agosto 2006. “Quello dell’acqua è un settore in cui la crescita appare ora illimitata”, commentano dalla Goldman Sachs, banca impegnata nella privatizzazione dell’acqua in Spagna, Cina e Cile. Negli Stati Uniti gli esperti stimano che il 15-20% dei sistemi idrici che gestiscono acqua potabile e acque reflue sono di proprietà o affidati ad operatori privati. Secondo un analista il mercato dell’acqua negli USA “avrà un valore di 150 miliardi di dollari nel 2010”. Siccità occasionali, infrastrutture cadenti e gli standard imposti dall’autorità ecologica EPA alimentano il rialzo dei prezzi.
I big dell’industria dell’acqua sono la Energy Financial Services della General Electric, Siemens, Danaher e ITT. Fanno “acquisti frenetici”, provocando il “consolidamento” di un settore in cui attualmente nessuna impresa ha più del 5% del mercato.
L’articolo survola sui progetti di Suez, Veolia e RWW-Thames, anch’esse impegnate nel settore, forse perché fanno capo all’ambiente sinarchista di Rohatyn. Spiega che, secondo i dati dell’ONU, nel 2025 circa 5 miliardi su 7,9 abitanti della terra non disporranno di acqua sufficientemente pulita. Questo non è detto per presentare un problema, ma per indicare una fonte sicura di profitto.
“La dissalazione richiede sempre troppi investimenti e troppa energia”, per questo motivo la Siemens, insieme alla israeliana Mekerot, preferisce dedicarsi “al riutilizzo della poca acqua disponibile”. Un’impresa del South Carolina invece pianifica di far soldi caricando di acqua le petroliere nel viaggio di ritorno in Medio Oriente.

La Reason Foundation, la vestale delle privatizzazioni

Migliaia e migliaia di comuni e amministrazioni locali e statali fanno a gara nel cedere la proprietà o dare in concessione le opere pubbliche, dalla distribuzione idrica alle autostrade, dall’elettricità agli ospedali ecc., e privatizzare attività di governo, dalle pratiche burocratiche alle prigioni, compresi importanti aspetti della difesa.
Questo processo è scrupolosamente documentato dalla Reason Foundation, che fu allestita nel 1978 per promuovere e monitorare lo smantellamento dei governi. La Reason Foundation produce e mette al disposizione del pubblico rapporti sull'andamento delle privatizzazioni. Da quello del 2006, diffuso a luglio, si apprende quanto segue:

* Trasporti. 40 nazioni hanno privatizzato il proprio sistema di traffico aereo, a cominciare dalla Nuova Zelanda nel 1987. Sono più di 100 gli aereoporti grandi e medi di proprietà di imprese commerciali o da esse gestiti.
Negli USA sono quelli...
utente anonimo

#6   09 Gennaio 2008 - 17:23
 
Negli USA sono quelli di Indianapolis, Orlando-Sanford in Florida e Burbank in California. In Europa Bristol e Luton in Inghlterra, Lubecca, Francoforte e altri in Germania, Copenhagen in Danimarca. L'aeroporto di Sydney in Australia. In Messico sono tre gli aeroporti privatizzati.

* Servizi municipali. La città media americana ha privatizzato dal 23 al 65 per cento delle funzioni, che vanno dalla raccolta dei rifiuti alla manutenzione delle strade, alla raccolta e depurazione delle acque reflue, ecc. Sono circa 1000 le città che hanno privatizzato completamente o in parte i sistemi idrici. In Inghilterra, dagli anni Novanta ad oggi, sono stati ceduti ai privati 130 ospedali e più di 100 scuole.


* In 120 nazioni in via di sviluppo, tra il 1990 ed il 2003, sono avvenute 7860 operazioni di privatizzazione di tutti i tipi, un volume complessivo pari a 410 miliardi di dollari, secondo le stime della Banca Mondiale, impegnata in prima fila a caldeggiare le svendite. In India sono state approvate privatizzazioni stimate sui 30 miliardi di dollari.
Il trucco è evidente: costringere a rinunciare alla sovranità per un pugno di dollari subito. A gestire questo traffico si distinguono Lazard, Lehman Brothers, Goldman Sachs, Macquarie, Suez, Veolia, BeCintra e Halliburton. Gli hedge funds prendono posizione per rastrellare pedaggi, bollette, ecc.
A dirigere l'orchestra nel concerto delle privatizzazioni c'è Felix Rohatyn, dirigente di Lazard Frères dagli anni Sessanta agli anni Novanta. Nel febbraio 2006 la Lazard Assets Management costituì la Lazard Global Listed Infrastructure, dedicata a rastrellare “azioni delle infrastrutture nell'America settentrionale”, emesse dalle opere pubbliche privatizzate.
La Lazard coordina strettamente le sue attività con il Macquarie Infrastructure Fund, ed è in società con esso in tre operazioni diverse. Macquarie, creato nel 1960 dalla vetusta banca londinese Hill Samuel, alla fine dello scorso marzo contava investimenti in 95 progetti in 23 paesi.

Pedaggi autostradali.
Rappresentano il boccone più ghiotto delle privatizzioni infrastrutturali. Nell'America Settentrionale, tra il 2005 e il 2006 sono state cedute, per periodi che si estendono dai 50 ai 99 anni, autostrade a Chicago (Skyway), nell'Indiana settentrionale e la Dulles Greenway che dall'aeroporto della capitale porta a Leesburg in Virginia. La gestione è stata rilevata da consorzi in cui è presente Macquarie Infrastructure, proprietario del Tunnel Detroit-Windsor.
Il fenomeno è ancora più forte in Europa, dove nel 2005 sono state venduti 4.360 chilometri di autostrade. Macquarie è entrato in un consorzio che intende rilevare il canale sotto la Manica, attualmente gestito da una venture anglo-francese.
Ad aprile la spagnola Abertis ha offerto 17 miliardi di dollari per l'acquisto di Autostrade in Italia, nella prospettiva di costituire quello che si prospetta come il più grande gestore mondiale di autostrade. In Brasile 36 gruppi di gestori privati controllano oltre 9000 chilometri di autostrade.

L'era Thatcher
Il grosso delle privatizzazioni risale agli anni Ottanta, all'era Thatcher-Reagan. Sotto la Thatcher (1979-1990) il governo inglese liquidò imprese e partecipazioni statali nella siderurgia, nel carbone, nei trasporti aerei e ferroviari, nell'auto, nelle strutture portuali, nell'elettricità, gas, acqua. Come risultato furono eliminate migliaia di posti di lavoro. La deregulation fu così radicale da provocare, nel settore dell'allevamento, la BSE o “mucca pazza”, come conseguenza dell'abolizione di norme igienico-sanitarie nella preparazione dei mangimi.
Negli Stati Uniti i colpi più grossi al patrimonio dello stato furono inflitti con l'ordine esecutivo 12607 di Reagan, per la costituzione della Commissione per le Privatizzazioni. Un fenomeno raccapricciante fu la privatizzazione delle prigioni, trasformate in campi di lavoro privato.

Halliburton
Nel 1992 Bush senior firmò un nuovo ordine esecutivo, 12803, per una “Iniziativa per le privatizzazioni”. In tale contesto Dick Cheney, allora segretario alla Difesa, commissionò alla Halliburton uno studio per privatizzare aspetti della difesa. Il rapporto, che è ancora coperto dal segreto, fu allora considerato troppo radicale. Oggi invece si vede applicato almeno in parte nella proliferazione delle PMCs (Private Military Corporations) che sguazzano nella cuccagna dell'Iraq. Allora, 18 mesi dopo aver lasciato il Pentagono, Cheney passò al vertice di Halliburton.
Capitali di importanza strategica liquidati dagli USA negli anni Novanta comprendono le riserve petrolifere californiane di Elk Hills, e la U.S. Enrichment Corp.

PPP
La versione “democratica” di questa svendita generalizzata portava allora il nome in codice “reinvertare il governo”, sbandierato dal candidato presidente Al Gore. Oggi invece, sotto “l'amministrazione Rohatyn”, si preferisce usare un altro nome: “Public-Private Partnership” (PPP). In teoria sarebbe un modo di mettere insieme l'impresa pubblica e quella privata, nel contesto del project financing, per realizzare le infrastrutture. In realtà la Public Private Partnership si rivela lo strumento per acquisire il controllo sulle infrastrutture pubbliche. Per avere un'idea basta dare un'occhiata al sito del “National Council for Public-Private Partnership” (http://ncppp.org). Vi aderiscono imprese globaliste febbrilmente impegnate ad acquistare porti, autostrade, acqua, servizi urbani, ecc. Ci sono Bechtel, lMorgan Stanley e Macquarie.
Da qualche anno Rohatyn ed i suoi preferiscono usare il termine “Public-Private Partnership” al posto di “privatizzazioni”. Il banchiere di Lazard cominciò a promuovere le PPP nel 2004 istituendo appositamente la Public Infrastructure Commission, in seno al Center for Strategic and International Studies. Da allora sono 22 gli stati americani che hanno cambiato le leggi per consentire alle PPP di operare sul proprio territorio. Dal 2000 il NCPPP è impegnato ad esercitare pressioni debite e indebite sui politici locali affinché modifichino le leggi, in maniera da consentire che si svendano le infrastrutture, soprattutto ad investitori stranieri.
Attualmente le PPP puntano all'acquisto di 18 grandi sistemi autostradali negli USA, per un importo complessivo di 25 miliardi di dollari.
In un comunicato della Lazard si legge: “Le proprietà infrastrutturali sono i sistemi fisici di base che occorrono al funzionamento di un paese o di una comunità; comprendono le utilities, le strade, gli aeroporti, i porti, le ferrovie ed i sistemi di comunicazione. Storicamente un'ampia componente delle infrastrutture globali è stata realizzata e posseduta dai governi, ma si afferma sempre di più la tendenza alla proprietà privata, quotata e non in borsa. Le proprietà infrastrutturali possono avere allettanti caratteristiche d'investimento, che vanno dalla lunga durata ai bassi rischi di perdita, al reddito legato all'inflazione…”


Studio realizzato da Richard Freeman,
Marcia Merry Backer e Paul Gallager
utente anonimo

#7   09 Gennaio 2008 - 17:35
 
Sul secondo punto. Penso che - ponendo da parte, ammesso sia possibile, l'influenza del Maestro - Rothbard poti avanti questa "commistione" (se mi passi il termine... ma ci siamo capiti, credo) tra Scuola austriaca e libertarismo in quanto le posizioni "spontaneiste" mettono l'anarco-capitalismo al riparo dalle critiche del positivismo e del costruttivismo (pianificazione... quelle sozzure lì, insomma).
Non vi è bisogno dello stato perchè il diritto "si crea" spontaneamente. Non vi è bisogno dello stato perché l'economia funge "per mano invisibile". Non vi è bisogno dello stato perchè la moneta viene fuori e "si regola" nella stessa maniera.
Azzardando una comparazione direi che, nel rigettare (non credo solo per motivi spiccatamente ideologici, e dunque in questo similmente al "discepolo" statualista) taxis - e dnque thesis - l'allievo anarchico di Mises accetti - necessariamente - cosmos e nomos (il diritto di common law? tout court???) identificandolo nel solo e unico concetto della proprietà.
Certo, a ben vedere, non si capisce come l'idea proprietarista di Rothbard possa - ahinoi - sorgere spontaneamente in un mondo di ideologie per così dire miscellanee, come quello dove lui prima, noi ora, viviamo.
Forse il sincretismo era ancora più sfacciato... Ma come potrebbe essere? Se non vi è thesis, chi impone la proprietà (quella di cui parliamo noi libertari, intendo) come fondamento?
È tutt'altro che di secondaria importanza il fatto che la proprietà sia per Rothbard un «diritto naturale».
Non so, magari sbaglio. Ma inizio a capire cosa intendevano quegli strani liberali che si lagnavano di certi presunti tratti marxisti del libertarismo.
D'altro canto, cose che capitano. E loro? Ne devono fare di salti mortali per giustificare e cammuffare quell'ircocervo di aporie e di guerra legale di tutti contro tutti chiamato "stato"...

anonimo sardo
utente anonimo

#8   09 Gennaio 2008 - 17:53
 
Che l'economia funge, la moneta di mercato funge, eccetera, sono giudizi di fatto, che possono essere giusti o sbagliati.

Ma gran parte dei paper recenti di autori Austriaci saranno di questo tipo:

70% del tempo a discutere cosa è giusto e cosa è sbagliato

30% del tempo a ripetere, col massimo numero di citazioni possibili, quello che ha detto Mises.

Una Scuola viva non dovrebbe comportarsi così...
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#9   09 Gennaio 2008 - 19:02
 
Sono d'accordo nel modo più assoluto sul concetto della Wertfreiheit della scienza: spesso i "fini in vista" vengono gabellati per scientifici e definiti come più "razionali" ed "efficaci" e quindi appunto "scientifici"- niente di più sbagliato: sui fini la scienza non ha nulla da dire. Per di più ci tocca vedere che ancora oggi c'è gente che giudica le teorie scientifiche (la sintesi neodarwiniana ad esempio) in termini di presunte conseguenze etiche o di sgradevolezza, e non sulla base del vero-falso.
Ma sui giudizi di valore non etici cd. epistemici? epistemologicamente come definiamo ciò che è scienza nell'ambito delle scienze sociali, se la falsificabilità e la riduzione in termini matematici le respingiamo?
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#10   09 Gennaio 2008 - 19:33
 
Sto leggendo Husserl. Dopo forse ti dirò qualcosa su quelli. :-)

Io credo che la scienza pura sia un mito pseudo-religioso derivato dall'adorazione di Newton e della fisica. Ogni conoscenza presuppone una metafisica: l'unica cosa è che ci sono metafisiche verosimili e altre meno (ragionevolezza come valore epistemico).

Non c'è modo di imparare la metafiscia, perchè non c'è una metafisisca "epistemicamente fondata": ci sono problemi e tentativi di soluzione.

Diciamo: ho cominciato a prendere maggiormente in considerazione Hilary Putnam... l'anno scorso avevo scritto dei post e mi sembravano critici... ora sono meno critico, credo.
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#11   10 Gennaio 2008 - 15:44
 
"...nonostante ciò, la POLITICA ECONOMICA non è una scienza, nè può esserlo: la politica economica infatti richiede perlomeno un obiettivo, e la scelta degli obiettivi è sempre una questione di valori..."

Infatti nessuno sostiene che la "Politica economica" debba essere una scienza". Ci si chiede, molto più semplicemente, se esista un modello in grado di descrivere la realtà economica in modo più o meno scientifico. Tale modello sarà strumento utilissimo per perseguire la propria POLITICA, qualsiasi essa sia.
utente anonimo

#12   10 Gennaio 2008 - 16:09
 
Visto così va bene.

Ma insinuo: siamo sicuri che la teoria economica faccia questo?

Indizio: i giudizi di efficienza possono anche per passare per fattuali ("la legge X è effiicente" "la legge X è d'accordo con il Catechismo: sono giudizi di fatto). Ma l'idea che è la somma di benefici monetari netti a portare tutta l'informazione di cui abbiamo bisogno per valutare la politica è già ipso facto un giudizio di valore.

Insomma: le descrizioni aggregate cancellano effetti di redistribuzione interna, e quindi di per sè sono già "etiche"...

Immagino che sapere che la decisione su chi deve decidere comoe usare il corpo di Charlize THeron (e io saprei farne usi molto ma molto... produttivi) sia altrettanto importante del sapere che la scelta avrà un beneficio monetario netto di 100$ o di -150$...

Insomma: un giudizio fattuale non è mai ideologico. La scelta dei fatti su cui prendere decisioni già lo è, prima ancora della scelta degli obiettivi.
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#13   10 Gennaio 2008 - 16:47
 
Il Politico chiede all’ Economista: “Che misure devo adottare per aumentare il PIL del mio paese?”.



L’ Economista fornisce la sua ricetta (scientifica…per chi ci crede).



Ma il politico potrebbe anche chiedere: “Che misure devo adottare per abbassare l’ indice GINI minimizzando le perdite in termini de crescita”.



E l’ Economista fornisce una ricetta differente.



Le ricette variano, ma il modello sul quale l’ Economista lavora no.



Ma come è stato messo a punto quel “modello”? Si spera adottando metodologie scientifiche, cioè attraverso una concorrenza di idee giudicate in base ai fatti.



Morale: il politico fissa i valori, l’ Economista (tradizionale) fissa i mezzi idonei a perseguire quei valori. Il politico prende le decisioni, l’ Economista funge da servo/scienziato.



Questa è l’ ambizione. Poi si puo’ sempre dire che l’ Economista non ne azzecca una, che è uno sperimentatore senza laboratorio. Si può dire quel che si vuole, io continuo a simpatizzare con il suo sforzo.



***



L’ economista rothbardiano è invece chiamato a curare la coerenza del suo modello prima ancora che a scommettere sui fatti futuri e a confrontarsi con essi. E’ per questo che molti lo considerano ideologico.



P.S. l’ Econimista accademico non si limita certo ai fatti monetari. Ultimamente sembra molto impegnato a spiegarci come dobbiamo scegliere il nome di nostro figlio. Si occupa dell’ azione umana. In questo senso Mises ha vinto ed è entrato (via Becker) nell’ Accademia.



P.S. ti rinvio ad una mia breve riflessione su questo tema.



Broncobilly
utente anonimo

#14   10 Gennaio 2008 - 17:39
 
Fondamentalmente concordo.
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