Prendo spunto da questo post di Carlo Lottieri, con corredata risposta di Phastidio per dire due o tre cose ovvie che non avrebbe avuto senso scrivere come commento, in quanto astratte e slegate dal contesto specifico.
- Un giudizio fattuale (tipo "X causa Y") non è mai ideologico: infatti ha sempre senso chiedersi se sia vero o falso, e quindi un giudizio fattuale è sempre razionalmente analizzabile e criticabile. A volte l'ideologia può inficiare l'analisi dei giudizi fattuali, come ad esempio l'idea che un qualche sistema economico senza profitti DEBBA funzionare perchè i profitti sono considerati ingiusti: ma tali distorsioni cognitive sono criticabili anche limitandosi ad un punto di vista prettamente scientifico, e dunque in linea di principio non impongono dei problemi.
- Le teorie della Scuola Austriaca sono spesso considerate ideologiche: sebbene questa impressione non abbia senso nel caso di Mises ed Hayek, non si può negare che Rothbard abbia fatto di tutto per creare questa confusione e minare la credibilità stessa della Scuola. Senza distinzione tra fatti e valori non c'è ricerca scientifica degna di questo nome: solo ideologia. Nella fattispecie Rothbard non ha mai compiuto un tale errore nella teoria economica (per la precisione: non saprei indicare una sola preposizione di Man, Economy & State dove l'ideologia abbia "ucciso" la ricerca della verità), ma l'idea che la Scuola Austriaca sia solo un'arma del libertarismo si è sviluppata per sua responsabilità. Anche critici della Scuola Austriaca (Caplan) e Austriaci eterodossi (GMU), comunque, in genere fanno esattamente lo stesso errore.
- Nonostante ciò, la POLITICA ECONOMICA non è una scienza, nè può esserlo: la politica economica infatti richiede perlomeno un obiettivo, e la scelta degli obiettivi è sempre una questione di valori. Mises considerava fini e valori "ultimate given" inaccessibili ad ulteriori ricerche razionali. Le proposizioni fattuali non possono fare una politica economica: da "X causa Y" non si può logicamente passare ad un giudizio su meriti e demeriti di X o Y. La scelta implica una preferenza, una preferenza implica un giudizio (di valore).
- Questa illusione ideologica è largamente presente anche nell'economia ortodossa (ma i difetti di una maggioranza non sono riconosciuti quasi mai come tali: questo è un bias cognitivo): si pensi ad esempio a David Friedman e al concetto di efficienza, considerata dall'ideologia della Law & Economics l'obiettivo a cui la legge dovrebbe tendere. Dal punto di vista logico non è più o meno giustificato voler perseguire l'efficienza o il libertarismo o il Catechismo della Scuola Cattolica: non esistono obiettivi razionali, se bisogna credere alla Legge di Hume (e almeno due dei più grandi interpreti della Scuola Austriaca nel XX secolo, Mises e Hayek, vi credevano, il terzo Rothbard, non s'è mai posto la domanda).
- C'è una strana distorsione cognitiva nell'ideologia dominante degli economisti: quella secondo cui contano soltanto costi e benefici complessivi nella scelta delle politiche. Questa dottrina si può criticare da due punti di vista: normativamente e positivamente. Normativamente, si tratta di una posizione arbitraria come ogni atteggiamento normativo: solo che, essendo mascherato da giudizio scientifico, è più difficile rendersene conto. Il mio non-cognitivismo etico mi impedisce di andare oltre. Positivamente, il beneficio sociale non esiste: non è possibile definirlo, se non arbitrariamente. Non esiste alcuna ragione scientifica per pensare che l'economista che dice, normativamente, di massimizzare qualche "utilità sociale" stia massimizzando altro che un qualcosa di scelto a caso. Tutto ciò è strettamente legato al fatto che, in assenza di confronti interpersonali di utilità, non è possibile aggregare utilità individuali (tra l'altro non misurabili).
- La ricerca della verità richiede la separazione tra fatti e valori. Tale separazione è offuscata, sia nell'ideologia ortodossa, l'efficientismo, sia nella visione che molti Austriaci hanno della teoria economica. La cosa difficile da accettare sembrerebbe il fatto che sembra strano che non esista una politica economica scientifica: gli economisti ortodossi fanno di tutto per negare questa evidenza, ad esempio appellandosi al consequenzialismo ("Io giudico in base alle conseguenze": peccato che le conseguenze non si giudichino da sole, esattamente come le promesse).
- Esistono dei giudizi di valore che non sono di tipo etico: il filosofo analitico Hilary Putnam (quello che pensavo fosse una donna!) li chiama "giudizi di valore epistemici. Sono quelli relativi ai paradigmi di ricerca scientifica: quale problema è centrale nel paradigma? Quali metodi sono accettabili (scientifici)? Cosa ci si aspetta da una teoria? Nonostante le pretese dei positivisti, tali problemi non sono affatto ovvi, anche se non si possono mai trascurare: sono a priori, nel senso che anche convincendosi che si possono ignorare rimangono ed influenzano la ricerca scientifica stessa. Parlo di giudizi di valore epistemici sottintendendo che sono filosoficamente problematici, cioè "metafisici": il paradigma positivista è fallito, in filosofia, ma l'illusione che dietro la ricerca non ci sia una metafisica problematica permane (detto in termini tecnici: gli appartenenti allo stesso paradigma scientifico tendono a parlarsi addosso, ma non sono in genere in grado di difendere, molto spesso neanche di percepire, le assunzioni a priori che alimentano la loro ricerca).
- Nel paradigma scientifico dominante, esistono due giudizi di valore non giustificabili teoricamente che sembrano la quintessenza del metodo scientifico: le teorie scientifiche devono essere falsificabili e devono essere espresse in termini matematici. Il discorso del punto precedente dovrebbe aver chiarito che queste due assunzioni non sono affatto scientifiche, ma di tipo metafisico. Aggiungo che la Scuola Austriaca è rigettata perchè non soddisfa questi due requisiti: è rigettata quindi su basi prettamente metafisiche e non scientifiche. Questo non s'applica al problema delle ratex sorto nel post di due giorni fa... su cui sto lavorando.
















