mercoledì, 23 maggio 2007
Il libero commercio implica la pace? Pare che alcuni difendano una visione sufficientemente meccanicistica delle Relazioni Internazionali da derivare semplici regole "universalmente valide" (un'altra è "la democrazia implica la pace"*) da semplici analisi di costi e benefici.

Eppure, come giustificare una tale regola? Possiamo supporre che il libero commercio sia un bene per ogni paese (vero), e che quindi ogni stato avrà una politica estera favorevole al libero commercio? Possiamo supporre che uno stato si astenga da un'aggressione pur di non danneggiare la sua economia?

Questo ragionamento presuppone che gli interessi di una nazione e quelli dello stato coincidano. E' un po' come quando si parla di "interesse nazionale", che non si capisce mai cos'è, e che a volte sembra consistere nel distruggere la propria nazione, mandare i giovani a morire in trincea e tornare indietro di cent'anni nello sviluppo economico.

Per analizzare le scelte di un individuo X contano costi e benefici dell'individuo X, non quelli di Y, Z, W... se X è "la classe politica"°, i costi e i benefici che trae dalla politica estera sono diversi da quelli dei cittadini Y, Z e W... forse la torta sociale si comprime, ma quello che conta veramente è la fetta che arriva al decision-maker.

Ovviamente, non ci troviamo di fronte a monadi: X in linea di principio può tener conto di ciò che ritiene essere l'interesse di Y, Z e W, anche se non sembra ci siano molto di verosimile in questa eventualità. Rimane comunque il fatto che uno stato possa danneggiare la propria nazione pur di mantenere saldo o allargare il suo potere.

In fin dei conti, la carne da cannone inventata dalla Rivoluzione Francese con la coscrizione obbligatoria fu mandata a farsi ammazzare fino a danneggiare demograficamente la Francia. Gli enormi costi dell'imperialismo soft statunitense stanno ormai attingendo alle prospettive future dell'economia USA.

Quel che è certo è che più sono estesi gli scambi e più è costosa per una nazione l'aggressione. Non è mai economico, tranne in rari casi di territori abitati da selvaggi inseguitori di bufali delle praterie, prendere con i carriarmati ciò che si può ottenere con la carta di credito. Quel che non è certo è che questi costi siano rilevanti per le decisioni politiche, viste le esternalità che la politica comporta soprattutto a livello interno (la nazione paga, lo stato guadagna).

Credo sia giunta l'ora di ordinare "Crisis and Leviathan" di Robert Higgs, che dovrebbe analizzare proprio questi dettagli.

Prima di formulare teorie universali date un'occhiata al processo sottostante... quello che conta non è il risultato finale tra automi razionali onniscienti che non hanno costi di transazione, ma il processo decisionale che porta al risultato.

L'idea è venuta da questo interessante post su Epistemes: Cyberstrategy.

* Anche questa seconda regola ha un fondo di verità: la modernità riconosce una sola forma di potere legittimo, la democrazia, e quindi una democrazia ha meno problemi interni da esternalizzare in avventure all'estero rispetto ad una dittatura. Il ruolo psicologico del "nemico" (vero e presunto) è più importante quando un sistema di potere è in forse. Ovviamente questa regoletta non va vista con molto ossequio: è solo una tendenza. Francia e USA sono due democrazie, eppure sono molto interventiste; nel secondo caso il ruolo del "nemico" (anche questa volta, vero o presunto) nella giustificazione della politica estera è molto evidente. In un mondo dove l'intrusa è la democrazia, è questa ad essere la più guerrafondaia: che questo abbia giocato un ruolo tra il 1789 e il 1815 è un'interessante elucubrazione.

° Nota di individualismo metodologico: prima di aggregare occorre chiedersi se le persone aggregate abbiano veramente le proprietà comuni che rendono poco informativa un'analisi disaggregata. E così, se ci sono sistemi di potere in conflitto all'interno di una nazione, parlare di "classe dirigente" è privo di senso. In condizioni normali può aver senso. Nel caso in cui non si possano trovare categorizzazioni significative, rimane l'ultimate given delle strutture sociali: l'individuo, oltre il quale si trovano solo budella e mai significati, idee, fini, mezzi e concetti.
postato da: Libertarian alle ore 12:23 | Permalink | commenti (17)
Commenti
#1   23 Maggio 2007 - 15:36
 
La mia impressione però è che anche se la democrazia e il libero mercato non portano inevitabilmente alla pace, alternative decenti non ne vedo.
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#2   23 Maggio 2007 - 22:17
 
Ogni forma di governo ha i suoi pregi e difetti..Interessante comunque l'analisi!
utente anonimo

#3   23 Maggio 2007 - 23:19
 
Non è che sono diventato di colpo contrario al libero mercato, semplicemente dico di non mitizzare. Per me l'alternativa è aumentare pian piano lo spazio per l'individuo, togliendo il controllo dello stato su moneta, regolamenti, pensioni, servizi pubblici, e introducendo ovunque possibile rapporti di tipo contrattuale.

Non mi distinguo molto da un liberale normale a voler fare le cose quando si sa che funzionano e non fare salti nel buio. Mi distinguo nel sapere che queste cose non si realizzeranno mai.
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#4   24 Maggio 2007 - 12:13
 
Post interessante.

Per quanto mi riguarda, porrei l'accento su una variabile poco considerata: il tempo.

Più veloce è la circolazione delle merci più si mettono continuamente in discussione gli assetti consolidati.

Oggi, in 20 giorni la tua merce è smerciabile in Cina già smistata e pallettizzata per i clienti finali.

Pensiamo al lavoro.
Mio padre (classe '44) ha fatto sempre lo stesso lavoro dagli anni '60.
Io, nel giro di 7 anni di lavoro, ho cambiato ben 2 volte azienda,4 volte le mansioni svolte e ho passato 2 anni della mia vita all'estero.
Perchè?
Perchè bisogna continuamente adattarsi alle condizioni di mercato, alle nuove tecnologie, alle riallocazioni aziendali....

Però....

Nonostante sia laureato faccio fatica a questi continui adattamenti.
Gli impiegati, gli operai, i servitori statali ce la fanno a reggere il passo?

Quanto conta la serenità delle persone rispetto all'incremento del PIL se poi non le consenti di vivere una vita privata più legata ai normali bioritmi naturali (tornare a casa in famiglia, avere un hobby, avere il tempo per gestire con calma le strategie di tutela personale, alle vacanze....).

Tra le mansioni che ho ricoperto ho dovuto gestire una parte delle spedizioni della mia azienda.
A digiuno di certi argomenti, quando ho iniziato pensavo che la Dogana fosse un'istituzione inutile.
Pian piano ho capito che la "barriera" doganale è un istituto importantissimo che, se usato bene, consente di ammortizzare l'impatto su improvvisi cambiamenti generati dal libero mercato.
Quindi può essere utile per controllare la variabile tempo.

Concludo perchè mi sto dilungando.

ciao
utente anonimo

#5   24 Maggio 2007 - 12:51
 
Le merci bloccate alla Dogana sono merci che i consumatori hanno comprato perchè le preferivano a quelle disponibili localmente. La Dogana li impoverisce.

Pensa all'orrore disumano delle barriere doganali contro le importazioni dal Terzo Mondo, letteralmente responsabili per la povertà di centinaia di persone in tutto il mondo. E il tutto per cosa?

Una mia amica ha lavorato per due anni in un'azienda come "consulente". Era l'unica (insieme agli altri esterni) a lavorare, eppure non era pagata per niente. Ora che è diventata interna potrà permettersi di non far nulla, visto che per legge è intoccabile (non lo farà, ma molti lo fanno). Ma questo significa essenzialmente che servirà qualche altro lavoratore esterno per fare il suo lavoro e pagarle lo stipendio.

Il mercato del lavoro in Italia non fa schifo per colpa delle banane africane e delle t-shirt cinesi.

Fa schifo perchè:

1. Le troppe regole disincentivano le assunzioni
2. Molti lavoratori giovani devono lavorare il doppio per fare il lavoro dei lavoratori sindacalizzati e privilegiati.
3. Le tasse sul lavoro sono enormi e solo una frazione del prodotto di un lavoratore gli arriva in tasca.
4. Sono trent'anni che non investiamo, e quindi ci siamo deindustrializzati. Ma senza investimenti non c'è produttività e quindi non ci sono alti salari, come non c'è domanda di lavoro. Che ci abbiamo fatto con i risparmi? C'abbiamo pagato la spesa pubblica, quindi li abbiamo sprecati per mandare in pensione gente a 45 anni, per costruire cattedrali nel deserto, per pagare tangenti...
5. E i gruppi professionali che impediscono l'accesso ai giovani per tutelare i privilegi dei vecchi contribuiscono a peggiorare la vita agli outsider.
6. Senza contare le grandi aziende privilegiate che fanno carne di porco di aiuti pubblici senza produrre vera ricchezza.
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#6   24 Maggio 2007 - 12:54
 
In Italia siamo andati avanti a stato per decenni, abbiamo accumulato debito, non abbiamo investito, abbiamo svalutato la moneta ogni volta che avevamo problemi di competitività, abbiamo dato privilegi a tutti i potenti (corporazioni, sindacati, grandi imprese)... prendersela con un contadino indiano che è andato a produrre t-shirt in fabbrica è veramente troppo... i problemi italiani sono di origine italiana. Il protezionismo, infatti, non ha mai arricchito nessuno...
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#7   24 Maggio 2007 - 13:33
 
Concordo perfettamente con te.

Ciò non toglie che il libero scambio, se non "gestito" può comportare degli sconvolgimenti sociali enormi in un lasso di tempo breve.

Se questo lasso di tempo è "troppo" breve rischi di "destabilizzare" aprendo la prospettiva a scenari rischiosi.

Tre esempi:

- commercio con la Cina anche se la Cina non è democratica (20 anni?)
- sfruttamento del delta del Niger a discapito della vecchia economia tribale basata sulla pesca (50 anni)
- terrorismo islamista come controreazione al libero mercato (una città come DUBAI ha senso? non pensi che al di là dei luccichii sia una bomba destinata ad esplodere?)

E parliamo di merci....

E se parlassimo di persone?
Libero movimento? immigrazione senza regole? che impatto avrebbe (lo sta già avendo) sui nostri modi di vita?

...e tutto questo senza permettere alla società di sedimentare i cambiamenti.

Le famosi invasioni barbariche si sono sviluppate in più di tre secoli...e nonostante tutto hanno avuto un impatto distruttivo sull'Impero.

Tempo...è una variabile da non trascurare.
utente anonimo

#8   24 Maggio 2007 - 14:10
 
Il commercio non è diverso se fatto con una dittatura o con una democrazia: sempre benefico è. Non è benefico che gli USA abbiano un trade deficit mostruoso, ma lì è una questione di (mancati) risparmi da parte degli statunitensi.

Quando si parla di sfruttamento di una regione abitata da autoctoni, in genere significa che sono stato espropriati, cacciati a calci e sostituiti da persone che hanno comprato l'assenso del governo locale che pensava di essere proprietario di cose che gli autoctoni hanno sempre usato. Più che di libero mercato, parlerei di furto.

Il terrorismo è legato al fatto che l'Islam non ha una terza via tra dittature e teocrazie, non è in grado di formare un'alternativa politica un minimo civile. Ciò non deriva, si può dire, dalla nostra superiorità, ma dalla loro inferiorità. Non credo che l'islamismo sia diverso dal comunismo o dal nazismo.

In relazione al libero commercio internazionale, nessuno degli esempi di cui sopra verrebbe migliorato dal protezionismo. Il governo cinese sarebbe più povero, come noi, come i nostri governi e come i cinesi, ma avrebbe un maggiore controllo. Le tribù locali, possono perdere una cultura, ma solo se è inadeguata alla realtà; e più che col commercio, che li apre a idee più avanzate e che probabilmente non sanno accettare tanto facilmente, dovrebbero prendersela col demanio pubblico che li ha venduti. L'Islam, non aperto a nuove idee, non sarebbe certo più libero e democratico, nè tanto meno più ricco e con una società politica migliore.

Per quanto riguarda l'immigrazione, invece, concordo che ci sono problemi possibili nel caso di milionate di immigrati arrivati all'improvviso. Ma mentre gli USA hanno integrato decine di milioni di immigrati, noi non integriamo un bel niente, e probabilmente anche questo ha origini interne.

Il concetto di tempo in economia e politica, comunque, si presta a considerazioni interessanti... ci penserò!
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#9   24 Maggio 2007 - 17:59
 
Ehi lib, mi spieghi un secondo una cosa?

Se prendi Ron Paul e ascolti un suo discorso sulla guerra, vedrai che dirà cose molto strane sul fatto che gli americani vanno in Iraq per arricchirsi, che è esattamente la tesi di un comunista qualunque.

Ora però è noto che i libertari americani di antiwar siano antiwar proprio a causa dei danni economici causati dalla guerra.

Se a tutto ciò si aggiunge il fatto che i libertari supportano il "Doctor No" Ron Paul alle presidenziali, qualcosa effettivamente non torna....

So già che tirerai in ballo la politica....
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#10   24 Maggio 2007 - 21:08
 
Come faccio a non tirare in ballo la politica per una domanda politica? :-D

Paul ha ragione su moltissime cose, anche se non necessariamente per le giuste ragioni. Nel movimento libertarian mancano think tank o anche solo intellettuali con competenza geo-politiche, ma nella situazione attuale rinchiudersi in una politica moderata e risparmiare uomini e risorse non è assolutamente una pessima idea. Tanto il mondo finirà di essere unipolare nel giro di un paio di decenni, con gli USA strozzati dai debiti e con la base industriale a Shangai. Progettare un sistema di governance globale basato sulla minimizzazione delle frizioni e su un uso prevedibile e non arbitrario della coercizione (in modo da imporre regole generali e non interessi di parte) credo sarà una necessità. Anche se non so esattamente cosa voglio dire con quello che sto dicendo: i dettagli mi sfuggono.

Comunque, è facile che un gruppo si avvantaggi nonostante una politica impoverisca una nazione: costi e benefici non sono ugualmente distribuiti.

Il protezionismo avvantaggia (nel breve termine) i produttori, ma danneggia tutti gli altri. Eppure lo fanno.

Perchè con la guerra dovrebbe essere diverso? Il governo USA guadagna un controllo maggiore a livello nazionale e internazionale.

Senza contare che ha creato sufficienti problemi da poter riempire cent'anni di relazioni diplomatiche di fitti appuntamenti... tutti posti di lavoro in più per generali e diplomatici. :-D

In linea di massima non credo moltissimo agli scopi economici delle guerre. Non lo credo non perchè sia impossibile che un gruppo guadagni a scapito del resto della nazione. Non lo credo perchè uno strumento per il controllo delle risorse pressochè sterminato esiste già: lo stato sociale. Cosa volere di più? Meno rischi, e più risorse, senza opposizione alcuna.

In ogni caso, è un fatto che la debolezza del dollaro condizioni la politica americana. Putin, Ahmadinejad, Saddam hanno spesso fatto leva sui petroeuro per fare pressione su Washington. Non saprei quantificare il peso dei petrodollari sulla domanda globale di dollari, ma fossi un tipo incaricato di tenere i dollari a livelli accettabili di valore, guarderei con orrore alla possibilità di perdere una fonte probabilmente cospicua di domanda della merce priva di valore (il biglietto verde) che produrrei come quel tizio.
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#11   24 Maggio 2007 - 21:13
 
Il mondo tra trent'anni non sarà un mondo come pensano molti libertari, con la teoria di Washington ("chi non fa nulla non fa nulla di male", dice Lupo Alberto) a sostenere che Canada, Messico, Atlantico e Pacifico sono confini sicuri e non c'è bisogno di geo-politica.

Non sarà neanche unipolare, visto che i centri di potere crescenti raggiungeranno in potenza (locale) quella declinante degli USA, mentre a livello globale probabilmente ci saranno vuoti.

Bush sta accelerando la tendenza verso l'apolarità futura rovinando gli USA e dissanguandoli finanziariamente (checchè se ne dica, 3000 morti in guerra non sono nulla) sia con la politica estera che con la politica sociale.

Un sistema di hub and spoke globale-locale potrebbe essere una buona idea. C'è un paper di Sfregola a riguardo su Epistemes che è molto interessante. Non so se possa funzionare ovunque: ogni strategia ha il suo range di applicazione.

Non esistono jacknives*...

* In statistica, è una tecnica generica per eliminare la polarizzazione degli stimatori. Si chiama così perchè va bene in molti casi ma è mediocre... proprio come il jackknife che è un coltello generico senza pregi oltre a quello di avere molti usi.
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#12   24 Maggio 2007 - 23:41
 
Sulla RID di Aprile c'era un articolo di Oscar Giannino che spiegava come sia impossibile per gli USA mantenere l'attuale spesa militare delle missioni all'estero, E riequipaggiare le forze armate per il futuro E mantenere l'attuale livello di spesa pubblica in tutti gli altri settori.
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#13   25 Maggio 2007 - 09:18
 
due note:

1) su libertarian con competenze geopolitiche ci sono Carpenter del CATO e Layne, che insegna a Texas A&M.

2) Wellington: mi sa che Giannino ha detto un'altra delle sue boiate. Io mi chiedo come sia possibile che uno scriva una roba del genere e pure gliela pubblichino.
In primo luogo, Giannino non nota la differenza tra intentions and capabilities. Io posso essere in grado di comprarmi una ferrari, ma posso non volerla acquistare. Gli USA possono continuare a permettersi di mantenere le missioni all'estero: ma possono anche chiedersi se tutti questi soldi servano veramente o meno. Quindi, una analisi capabilities-based serve davvero a poco.

Questa offerta da Giannino, comunque, mi sembra parecchio falsata. Tutti, ma proprio tutti (vedi il pezzo che avevo scritto per Ideazione) sostengono che TUTTO non si puo' fare. non si puo' mantenere le missioni, riequipaggiare le forze, investire in nuove tecnologie e contemporaneamente mantenere pure l'attuale livello di spesa pubblica in tutti gli altri settori. Mi chiedo: ma questo sa cosa dice? Gli USA devono assolutamente risanare sanita' e pensioni. Ma non solo: se l'economia USA dovesse rallentare cio' la tesi di Giannino crollerebbe. Insomma: la sua anlisi e' pure statica.

CHe bella classe di intellettuali (o presunti tali che abbiamo in Italia).

saluds, aa.
utente anonimo

#14   25 Maggio 2007 - 11:17
 
Eheh... stavo proprio pensando "tranne forse al Cato", perchè avevo letto ogni tanto qualche report abbastanza informato e strutturato.

Per quanto riguarda le spese USA, gli elementi di debolezza sono molti, e rilevanti nel lungo termine:

1. Il consumismo USA accelera la crescita di rivali (Cina e Russia);
2. La crescita USA è finanziata con capitali almeno in (cospicua) parte cinesi;
3. La struttura debitoria USA è basata su securities facilmente liquidabili, e quindi una forma di hot money potenzialmente volatile in caso di crisi; la Cina è piena di Foreign Direct Investment.
4. La forbice tra salari in funzione delle competenze e dei titoli negli USA forse si spiega con le nuove tecnologie, ma più probabilmente si spiega come mancanza di capitali da investire in loco.
5. Questa forbice stimola le spese sociali.

Il risultato è che gli USA sono destinati a diventare una potenza sempre meno preponderante (non è una novità, sono passati dal 50% al 20% del PIL mondiale negli ultimi decenni), facilmente ricattabile e soggetta a crisi sul piano finanziario, con una struttura sociale potenzialmente conflittuale e che richiamerà demagogiche spese sociali a gogò in futuro.

Non avendo letto Giannino, non so cosa ha scritto. Ma la tesi è verosimile. A giudicare dalla spesa, non è Giannino a non fare differenza tra intentions e capabilities: è Bush...
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#15   25 Maggio 2007 - 12:05
 
sorry: io avevo letto POSSIBILE. non IMPOSSIBILE. HO malinterpretato il suo commento. Then, ha ragione.

aa
utente anonimo

#16   25 Maggio 2007 - 12:18
 
:-D

Ok. In bocca al lupo per gli esami!
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#17   25 Maggio 2007 - 13:42
 
A ecco, mi stavo dicendo, "ma cosa ha capito Andrea?". Mi associo agli auguri per gli esami.
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Commenti

categoria:storia, politica internazionale, teoria politica