Tyler Cowen, un economista il cui blog è Marginal Revolution, ha scritto un articolo su Cato Unbound, dal titolo "The paradox of libertarianism", in cui risponde alla domanda "Ma i libertari hanno mai ottenuto qualcosa?" con un provocatorio "Sì: hanno ingrandito lo stato!".
Cowen dà merito ai libertari se l'inflazione è calata rispetto agli anni '70 (grazie alla sconfitta, temporanea ma non per questo meno gloriosa, del keynesismo da parte della teoria monetarista di Friedman, e alla politica economico-monetaria del duo Reagan-Volcker, capo della Fed, all'inizio degli anni '80), se le aliquote marginali sono calate, e se i mercati finanziari sono più liberi e quindi più efficienti. Senza contare il crollo del comunismo, dove però il ruolo dei libertari (in senso lato, quindi ad includere Mises, Hayek, Friedman) non mi sembra particolarmente evidente, e dell'ideologia marxista (tranne che in Italia, ma, si sa, stiamo nel Terzo Mondo della cultura).
In poche parole, i libertari capiscono a sufficienza lo stato da criticarlo e cercare di minimizzarlo, però quello che ottengono è che lo stato diventa più efficiente, la società si arricchisce, e lo stato cresce. Sebbene non accetti l'idea che ad una maggiore ricchezza corrisponda una maggiore domanda di stato, che trovo del tutto infondata, è indubbio che uno stato meno inefficiente è uno stato più accettabile (in quanto meno costoso), e quindi può permettersi di essere più pesante...
Non pensavo che Cowen non fosse un liberale, perlomeno come intendo io il termine, però mettere sullo stesso piano lo sfruttamento (le libertà positive, cioè i diritti sugli altri affinchè lavorino coattivamente per noi) e la libertà (negativa) è un peccato ideologico mortale (mica è obbligatorio essere liberali, quindi chissene...).
Al di là dei punti in specifici, Cowen secondo me non interpreta in maniera adeguata il cosiddetto "Neo-liberismo", considerandolo una vittoria del libertarismo (o liberalismo che dir si voglia: non faccio distinzioni).
Arrivato lo Stato militar-sociale ad un punto morto negli anni '70, gli anni della stag-flazione, i politici hanno cercato soluzioni per non capitolare. Dove non sono state trovate soluzioni, come in Europa Continentale, c'è un'elevata disoccupazione, e la crescita economica è assente, il che considerato insieme alle dinamiche demografiche, comporta un lento e triste destino di declino. Esistono però due paesi che hanno trovato la "soluzione": la Gran Bretagna della Thatcher e gli USA di Reagan. Della prima non so nulla, ma della seconda qualcosa ho letto.
E la mia interpretazione è che Reagan ha fatto buone cose: ha liberalizzato i mercati finanziari e del lavoro, ha ridotto le aliquote, e ha aperto le porte alla moderna globalizzazione. Ma questi cambiamenti di certo non sono stati messi in pratica per amore di libertà (è pressochè impossibile che un politico liberale sia messo in condizioni di agire). Sono stati la base per la fine dell'inflazione, per la riduzione della disoccupazione, per la ricerca all'estero di risparmi per finanziare la crescita (trade deficit) e, di fatto, hanno messo in piedi il più grande boom inflazionistico (nel senso dell'offerta di moneta) che la storia ricordi. Il che potrebbe benissimo essere seguito dal più grande tonfo che la storia ricordi (che, ovviamente, sarà imputato al libero mercato).
Il mondo ha bisogno del libertarismo perchè ha bisogno di meno stato. Allo stato non frega nulla dell'inflazione, della crescita, della disoccupazione, se non in relazione al potere che ciò comporta. Se i politici vogliono rovinare la vita a milioni di persone per amore di potere, lo fanno: basta guardarsi intorno. E se hanno bisogno di qualche parvenza di mercato per cavarsi dall'impaccio, ecco che esce fuori Reagan.
E' un vero peccato che non c'è molto di cui essere ottimisti nel lungo termine. E non perchè lo stato è brutto e cattivo. Ma perchè crea problemi, e l'assurdo e patologico stato macroeconomico americano ne è il monumento.
Senza contare che, dagli anni '70-'80, la crescita economica è mediamente scesa, la forbice tra lavoratori ricchi e poveri negli USA è aumentata, e i debiti privati hanno raggiunto livelli mostruosi e patologici. Grande successo? Per alcuni sì, ma ciò non è accaduto per via del libertarismo, ma contro i principi del libertarismo.
E ora che lo stato è entrato in una fase che si sta riprendendo lo spazio che aveva fatto finta di liberare, il mondo ha ancora più bisogno del libertarismo.
Sarò forse un po' troppo utilitarista, ma un '29 all'ennesima potenza mi sembra più importante, per sei miliardi di esseri umani, che non una generica antipatia per lo stato. Che ha ovviamente ottime fondamenta.
Cowen dà merito ai libertari se l'inflazione è calata rispetto agli anni '70 (grazie alla sconfitta, temporanea ma non per questo meno gloriosa, del keynesismo da parte della teoria monetarista di Friedman, e alla politica economico-monetaria del duo Reagan-Volcker, capo della Fed, all'inizio degli anni '80), se le aliquote marginali sono calate, e se i mercati finanziari sono più liberi e quindi più efficienti. Senza contare il crollo del comunismo, dove però il ruolo dei libertari (in senso lato, quindi ad includere Mises, Hayek, Friedman) non mi sembra particolarmente evidente, e dell'ideologia marxista (tranne che in Italia, ma, si sa, stiamo nel Terzo Mondo della cultura).
In poche parole, i libertari capiscono a sufficienza lo stato da criticarlo e cercare di minimizzarlo, però quello che ottengono è che lo stato diventa più efficiente, la società si arricchisce, e lo stato cresce. Sebbene non accetti l'idea che ad una maggiore ricchezza corrisponda una maggiore domanda di stato, che trovo del tutto infondata, è indubbio che uno stato meno inefficiente è uno stato più accettabile (in quanto meno costoso), e quindi può permettersi di essere più pesante...
Non pensavo che Cowen non fosse un liberale, perlomeno come intendo io il termine, però mettere sullo stesso piano lo sfruttamento (le libertà positive, cioè i diritti sugli altri affinchè lavorino coattivamente per noi) e la libertà (negativa) è un peccato ideologico mortale (mica è obbligatorio essere liberali, quindi chissene...).
Al di là dei punti in specifici, Cowen secondo me non interpreta in maniera adeguata il cosiddetto "Neo-liberismo", considerandolo una vittoria del libertarismo (o liberalismo che dir si voglia: non faccio distinzioni).
Arrivato lo Stato militar-sociale ad un punto morto negli anni '70, gli anni della stag-flazione, i politici hanno cercato soluzioni per non capitolare. Dove non sono state trovate soluzioni, come in Europa Continentale, c'è un'elevata disoccupazione, e la crescita economica è assente, il che considerato insieme alle dinamiche demografiche, comporta un lento e triste destino di declino. Esistono però due paesi che hanno trovato la "soluzione": la Gran Bretagna della Thatcher e gli USA di Reagan. Della prima non so nulla, ma della seconda qualcosa ho letto.
E la mia interpretazione è che Reagan ha fatto buone cose: ha liberalizzato i mercati finanziari e del lavoro, ha ridotto le aliquote, e ha aperto le porte alla moderna globalizzazione. Ma questi cambiamenti di certo non sono stati messi in pratica per amore di libertà (è pressochè impossibile che un politico liberale sia messo in condizioni di agire). Sono stati la base per la fine dell'inflazione, per la riduzione della disoccupazione, per la ricerca all'estero di risparmi per finanziare la crescita (trade deficit) e, di fatto, hanno messo in piedi il più grande boom inflazionistico (nel senso dell'offerta di moneta) che la storia ricordi. Il che potrebbe benissimo essere seguito dal più grande tonfo che la storia ricordi (che, ovviamente, sarà imputato al libero mercato).
Il mondo ha bisogno del libertarismo perchè ha bisogno di meno stato. Allo stato non frega nulla dell'inflazione, della crescita, della disoccupazione, se non in relazione al potere che ciò comporta. Se i politici vogliono rovinare la vita a milioni di persone per amore di potere, lo fanno: basta guardarsi intorno. E se hanno bisogno di qualche parvenza di mercato per cavarsi dall'impaccio, ecco che esce fuori Reagan.
E' un vero peccato che non c'è molto di cui essere ottimisti nel lungo termine. E non perchè lo stato è brutto e cattivo. Ma perchè crea problemi, e l'assurdo e patologico stato macroeconomico americano ne è il monumento.
Senza contare che, dagli anni '70-'80, la crescita economica è mediamente scesa, la forbice tra lavoratori ricchi e poveri negli USA è aumentata, e i debiti privati hanno raggiunto livelli mostruosi e patologici. Grande successo? Per alcuni sì, ma ciò non è accaduto per via del libertarismo, ma contro i principi del libertarismo.
E ora che lo stato è entrato in una fase che si sta riprendendo lo spazio che aveva fatto finta di liberare, il mondo ha ancora più bisogno del libertarismo.
Sarò forse un po' troppo utilitarista, ma un '29 all'ennesima potenza mi sembra più importante, per sei miliardi di esseri umani, che non una generica antipatia per lo stato. Che ha ovviamente ottime fondamenta.
















