Per inaugurare il 2007, ho scritto un piccolo Manifesto Libertario, poco argomentato, come tutti i manifesti, ma che credo risponda adeguatamente ad una domanda "Perchè il mondo ha bisogno del libertarismo?".
Il nostro nemico: lo stato
Lo stato è un'organizzazione attraverso la quale alcune persone vivono sulle spalle di altre, tramite tassazione, legislazione, inflazione. Bastiat diceva anche: "lo stato è la finzione tramite la quale tutti pensano di vivere a spese degli altri". Di fatto, si tratta di un modo per promettere tutto a tutti, senza mostrare il conto a nessuno.
Tra le due formulazioni c'è una contraddizione apparente: Bastiat dice "tutti", io "alcuni". Ma Bastiat parla infatti di "finzione", io, purtroppo, no.
Un sistema che distrugge ricchezza, impedendo alle persone di produrne, può solo beneficiare una piccola parte della popolazione: la classe politica e i suoi clientes. Le politiche monetarie causano inflazione e danneggiano i risparmiatori; le politiche del lavoro creano disoccupazione; la spesa pubblica rallenta la crescita; i privilegi rendono la produzione inefficiente. La grande massa della popolazione non ha nulla da guadagnare da ciò.
Questo significa che ci sono ampli margini per attenuare molti problemi sociali. Mancano solo la cultura, e le istituzioni adatte.
Chain Reaction
L'esistenza, e il successo, di una tale assurdità necessita di una spiegazione. Il trionfo dello statalismo nel XX secolo è il risultato di un processo a valanga: man mano che gli interventi pubblici provocavano problemi, lo stato interveniva più massicciamente per curarne i sintomi, aggravando però la prognosi.
L'inflazione bellica ha rovinato i pensionati? Lo stato, causa dell'inflazione, ha creato la Previdenza Pubblica, prossima al tracollo. L'espansione della banche causava cicli economici? Lo stato ha creato le Banche Centrali, per inflazionare meglio. Le politiche sindacali provocavano disoccupazione? Lo Stato ha tolto il mercato del lavoro dall'ambito del diritto privato, con i risultati che conosciamo.
Che insegnamento trarne? Prima di cedere un dito allo stato, occorre esser certi che sia una questione di vita o di morte. Nessun medico farebbe crescere un tumore nella speranza che curi il raffreddore. Il fatto che dosi sempre maggiori di statalismo servano a curare le malattie causate dallo statalismo stesso non giustifica certo lo statalismo, ma ne spiega l'inarrestabile successo.
Crowding out
Lo stato distrugge le strutture sociali che sostituisce, perchè nessuno può fare efficacemente concorrenza a chi rende "gratuiti" beni e servizi, a spese del contribuente. Se allo stato fate crescere i figli, rovinerete le famiglie; se allo stato fate finanziare gli investimenti, rovinerete i risparmiatori: una volta che ci si abitua ad usare la coercizione per ottenere beni e servizi, si disimpara a fornirli tramite scambi ed accordi.
Nessuna istituzione libera può sopravvivere alla sua utilità: solo lo stato, basandosi sulla coercizione, non ha bisogno di essere utile. Ma questo implica che un'istituzione liberale, in competizione con lo stato, perderà sempre, perchè non avrà più alcun scopo. Perchè curarsi dei vecchi, perchè educare i giovani, perchè risparmiare, perchè essere responsabili, se ci pensa lo stato? Un popolo di irresponsabili e di edonisti è il popolo preferito dai despoti.
Il processo è pressochè inarrestabile. Siccome dalla socializzazione non si torna indietro, perchè fa terra bruciata nella società, ogni compromesso è un costo enorme nel lungo termine. I liberali moderati sono stati una jattura.
Minare le basi
L'impressionante successo dello stato totalitario (cioè, che permea la totalità delle relazioni sociali) nel XX secolo è dovuto anche ad una serie di fattori culturali. Tali idee vanno strenuamente combattute, in quanto nemiche naturali della libertà.
Tra le idee su cui la classe politica fonda il suo strapotere, le più importanti sono: democrazia, giuspositivismo, uguaglianza.
La democrazia insegna al popolo ad opprimersi da sè. Come tecnica per controllare i governati, la democrazia sarebbe forse auspicabile, se non fosse inadeguata. Ma la sua principale caratteristica è quella di eliminare ogni limite al potere della classe politica, rimuovendo la distinzione tra governati e governanti, cioè tra malato e malattia.
Il giuspositivismo è la dottrina secondo la quale la legge è il frutto della volontà del sovrano. Il giuspositivismo riduce la persona ad un nulla giuridico, in cui il sovrano-creatore infonde la civiltà giuridica tramite un qualche rituale magico.
L'uguaglianza implica l'esistenza di un dominio (matematico) su cui applicare un operatore (matematico): il dominio dell'operatore è l'umanità intera, l'operatore è, appunto, quello di uguaglianza. Dal dominio matematico al dominio politico il passo è breve: l'uguaglianza implica l'imposizione di un controllo totalitario sugli esiti delle azioni individuali.
Il mito del neoliberismo
La sola idea che la classe politica parassitaria possa privarsi dei propri privilegi perchè convinta dagli argomenti del Milton Friedman di turno è naive. Chi crede di poter combinare qualcosa di buono impegnandosi in politica, per coerenza, dovrebbe anche credere a Babbo Natale.
I "moderati" difendono la loro naivetè asserendo che un piccolo passo avanti di compromesso è meglio che un immobilismo dogmatico, settario e utopista. Ma quali sono i passi avanti a cui si riferiscono?
Dalla crisi del keynesismo negli anni '70, si fa un gran parlare di Neo-liberismo. Il solo fatto che ci sia stata una riduzione del peso dei sindacati negli USA, una riduzione delle aliquote fiscali, una riduzione dei controlli sui capitali, e una liberalizzazione di molti servizi pubblici e del commercio internazionale sembra un grande trionfo del liberalismo.
Il problema è un altro. Con la socializzazione della moneta (Nixon), c'è stato un periodo, durato circa dieci anni, in cui l'economia sembrava prossima al crollo... inflazione, recessione, disoccupazione... un'economia rigida è insensibile alle politiche espansioniste, perchè la moneta può influenzare la produzione solo se questa è flessibile e dinamica. L'eliminazione dei controlli sui capitali, la privatizzazione e l'indebolimento dei sindacati sono stati funzionali al ripristino di un'economia di comando efficace, guidata dalle Banche Centrali. L'apertura al commercio internazionale è stata funzionale alla ricezione di capitali che le politiche espansioniste, incentivando il consumo, stavano distruggendo: risparmi (cinesi) senza i quali i super-indebitati e super-consumisti americani starebbero già alla frutta.
Questo è il "Neo-liberismo": un insieme di riforme che hanno consentito al potere politico di rinsaldarsi, proprio quando gli effetti dell'interventismo cominciavano ad essere evidenti. Il Neo-liberismo ci ha garantito alcuni decenni extra di statalismo sfrenato. Cioè, un tracollo più violento in futuro.
Sarebbe nichilista lamentarsi di una soluzione incompleta solo in base alla sua incompletezza. Ma il problema è un altro: più tempo passa, più i problemi che abbiamo di fronte si fanno gravi. Il neo-liberismo è stata una terapia sintomatica: purtroppo, nel frattempo, il quadro clinico è peggiorato.
Il "neo-liberismo" è parte integrante della soluzione ai nostri problemi. Non si può pensare di farne a meno. L'errore è stato fidarsi dei politici, e pensare che si potesse avere un'economia libera dove la moneta, il mercato più importante, sia completamente socializzata. Illusione che, quando i nodi verranno al pettine, danneggerà il liberalismo più di ogni altra cosa.
Revolution is no solution
Uno dei tanti morbi del XX secolo è stato l'infatuazione per la Rivoluzione, cioè per il cambiamento repentino, radicale e imposto con la violenza, contro il popolo e in nome del popolo, delle istituzioni sociali.
Peccato che le istituzioni sociali inglobino un fattore che l'ideologia rivoluzionaria trascura: il tempo. Se pochi minuti di interruzione delle comunicazioni sui mercati finanziari creano miliardi di danni, evidentemente la società non può sopravvivere a cambiamenti radicali e contemporanei di tutte le strutture sociali. Si sfracellerebbe in tanti feudi, si concentrerebbe sul futuro prossimo, perderebbe tutti i benefici della divisione del lavoro e dell'accumulazione di capitali.
Verso un nuovo Medioevo
Un requisito necessario per il cambiamento sociale è che sia graduale. Questo non significa, ovviamente, che non possa essere radicale: anzi, non vedo alcun maquillage istituzionale in grado di affrontare gli squilibri macroeconomici, la bancarotta dello stato sociale, l'immigrazione inintegrabile, e l'ascesa di potenze globali ben meno rassicuranti di quella USA, destinata al declino.
Allo stato attuale, gli USA si sforzano di garantire la crescita economica cinese, con livelli di indebitamento e di consumismo incompatibili con la crescita di lungo termine; ponendo le basi, allo stesso tempo, per il loro declino, e per un'eventuale (non certa, visti i problemi interni) ascesa cinese, gli USA rendono lo status quo insostenibile.
La continua inflazione rende impossibile per le persone mettersi al sicuro per la vecchiaia: senza interessi reali e senza un modo sicuro per accumulare ricchezza (la moneta, quella vera), non c'è sistema previdenziale che tenga. E quello statale, basato sulla piramide demografica, è destinato a crollare. Una spesa pubblica enorme, deficit pubblici, e una quantità enorme di persone che vivono a spese altrui rendono politicamente impossibile una soluzione, e allontanano risorse dalla produzione di ricchezza reale.
L'immigrazione, sfruttando la nostra fissazione per il relativismo nichilista, incentivata dalle promesse del nostro stato sociale, educata a cercare di vivere a spese altrui tramite la politica democratica, incentivata ad agire in massa perchè il voto individuale non vale nulla, e danneggiata dalle politiche sociali, che creano disoccupazione, non sarà un fenomeno controllabile facilmente.
Il Medioevo ci aspetta. La democrazia non è capace di auto-correggersi: basti pensare alla disoccupazione, che tutti sanno essere causata dai sindacati, ma che nessuno riesce a curare (perchè il potere di una lobby conta mille volte più del futuro di un disoccupato).
Il tempo è poco
Se le Banche Centrali sprofondassero nelle viscere dell'inferno immediatamente, ci sarebbe una crisi economica mondiale enorme, rispetto alla quale il '29 (la crisi che Roosevelt rese interminabile) sarebbe una passeggiata. Una crisi del genere sarebbe molto probabilmente una manna per demagoghi, populisti e despoti.
Ma una politica del genere, mista alla completa liberalizzazione dei mercati, del lavoro e dei capitali, consentirebbe di eliminare tutte le tossine dell'espansione monetaria nel giro di un paio d'anni. Un paio d'anni, sia ben chiaro, di disoccupazione elevata, salari reali in calo, fallimenti industriali e bancari, e instabilità politica e sociale.
Se si potesse sopravvivere a questa catastrofe, e solo una società con sani principi liberali, e quindi non la nostra, potrebbe, potremmo, nel giro di due o tre anni, ricominciare a vivere, produrre e arricchirci, senza la spada di Damocle degli esiziali squilibri di cui ho parlato.
D'altra parte, continuare su questa strada vorrebbe dire dover affrontare problemi ancora maggiori, e in una situazione geo-politica disperata, tra qualche decennio.
Senza i semi del liberalismo, l'umanità non avrà gli strumenti per superare la crisi.
Re del deserto
Aspettare, certo, e magari vedere cosa succede dall'Alto dei Cieli. O fare la Rivoluzione, certo, per vedere all'opera coloro che, tra trent'anni, diventeranno i prossimi direttori dei quotidiani italiani, come col '68. Oppure:
Nihil sub sole novi
Il liberalismo non attirerà politici, rivoluzionari e compagnie di ventura. Non li attirerà, perchè non promette il potere, men che meno assoluto, ma si limita a fornire le condizioni necessarie alla cooperazione e alla coesistenza.
Il liberalismo non vede la società come un'immensa unione a partecipazione obbligatoria, fornita di un consiglio generale, che ascolta la volontà generale, e impone decisioni generali. Questa unione dell'umanità intera in un solo ordine gerarchico, implicita in ogni ideologia totalitaria, compresa quella democratica, è un'idea estranea al liberalismo.
Al liberalismo interessa la convivenza, la cooperazione, il coordinamento. Non una gerarchia onnipotente, ma un minimo insieme di regole comuni, necessario a garantire la coesistenza sullo stesso pianeta. L'ideale del liberalismo è che un piccolo insieme di regole, preso sul serio, basti ad assicurare la cooperazione; su un piano più pragmatico, il liberalismo afferma che in moltissimi casi la libertà è la soluzione.
Ma una soluzione meno disperata?
Esiste un'alternativa più ottimistica: che io sbagli nel profetizzare sventure. In questo caso, ritirarsi in pensione a coltivare ortaggi potrebbe essere un'ottima idea. Mi sembra purtroppo poco credibile.
Il nostro nemico: lo stato
Lo stato è un'organizzazione attraverso la quale alcune persone vivono sulle spalle di altre, tramite tassazione, legislazione, inflazione. Bastiat diceva anche: "lo stato è la finzione tramite la quale tutti pensano di vivere a spese degli altri". Di fatto, si tratta di un modo per promettere tutto a tutti, senza mostrare il conto a nessuno.
Tra le due formulazioni c'è una contraddizione apparente: Bastiat dice "tutti", io "alcuni". Ma Bastiat parla infatti di "finzione", io, purtroppo, no.
Un sistema che distrugge ricchezza, impedendo alle persone di produrne, può solo beneficiare una piccola parte della popolazione: la classe politica e i suoi clientes. Le politiche monetarie causano inflazione e danneggiano i risparmiatori; le politiche del lavoro creano disoccupazione; la spesa pubblica rallenta la crescita; i privilegi rendono la produzione inefficiente. La grande massa della popolazione non ha nulla da guadagnare da ciò.
Questo significa che ci sono ampli margini per attenuare molti problemi sociali. Mancano solo la cultura, e le istituzioni adatte.
Chain Reaction
L'esistenza, e il successo, di una tale assurdità necessita di una spiegazione. Il trionfo dello statalismo nel XX secolo è il risultato di un processo a valanga: man mano che gli interventi pubblici provocavano problemi, lo stato interveniva più massicciamente per curarne i sintomi, aggravando però la prognosi.
L'inflazione bellica ha rovinato i pensionati? Lo stato, causa dell'inflazione, ha creato la Previdenza Pubblica, prossima al tracollo. L'espansione della banche causava cicli economici? Lo stato ha creato le Banche Centrali, per inflazionare meglio. Le politiche sindacali provocavano disoccupazione? Lo Stato ha tolto il mercato del lavoro dall'ambito del diritto privato, con i risultati che conosciamo.
Che insegnamento trarne? Prima di cedere un dito allo stato, occorre esser certi che sia una questione di vita o di morte. Nessun medico farebbe crescere un tumore nella speranza che curi il raffreddore. Il fatto che dosi sempre maggiori di statalismo servano a curare le malattie causate dallo statalismo stesso non giustifica certo lo statalismo, ma ne spiega l'inarrestabile successo.
Crowding out
Lo stato distrugge le strutture sociali che sostituisce, perchè nessuno può fare efficacemente concorrenza a chi rende "gratuiti" beni e servizi, a spese del contribuente. Se allo stato fate crescere i figli, rovinerete le famiglie; se allo stato fate finanziare gli investimenti, rovinerete i risparmiatori: una volta che ci si abitua ad usare la coercizione per ottenere beni e servizi, si disimpara a fornirli tramite scambi ed accordi.
Nessuna istituzione libera può sopravvivere alla sua utilità: solo lo stato, basandosi sulla coercizione, non ha bisogno di essere utile. Ma questo implica che un'istituzione liberale, in competizione con lo stato, perderà sempre, perchè non avrà più alcun scopo. Perchè curarsi dei vecchi, perchè educare i giovani, perchè risparmiare, perchè essere responsabili, se ci pensa lo stato? Un popolo di irresponsabili e di edonisti è il popolo preferito dai despoti.
Il processo è pressochè inarrestabile. Siccome dalla socializzazione non si torna indietro, perchè fa terra bruciata nella società, ogni compromesso è un costo enorme nel lungo termine. I liberali moderati sono stati una jattura.
Minare le basi
L'impressionante successo dello stato totalitario (cioè, che permea la totalità delle relazioni sociali) nel XX secolo è dovuto anche ad una serie di fattori culturali. Tali idee vanno strenuamente combattute, in quanto nemiche naturali della libertà.
Tra le idee su cui la classe politica fonda il suo strapotere, le più importanti sono: democrazia, giuspositivismo, uguaglianza.
La democrazia insegna al popolo ad opprimersi da sè. Come tecnica per controllare i governati, la democrazia sarebbe forse auspicabile, se non fosse inadeguata. Ma la sua principale caratteristica è quella di eliminare ogni limite al potere della classe politica, rimuovendo la distinzione tra governati e governanti, cioè tra malato e malattia.
Il giuspositivismo è la dottrina secondo la quale la legge è il frutto della volontà del sovrano. Il giuspositivismo riduce la persona ad un nulla giuridico, in cui il sovrano-creatore infonde la civiltà giuridica tramite un qualche rituale magico.
L'uguaglianza implica l'esistenza di un dominio (matematico) su cui applicare un operatore (matematico): il dominio dell'operatore è l'umanità intera, l'operatore è, appunto, quello di uguaglianza. Dal dominio matematico al dominio politico il passo è breve: l'uguaglianza implica l'imposizione di un controllo totalitario sugli esiti delle azioni individuali.
Il mito del neoliberismo
La sola idea che la classe politica parassitaria possa privarsi dei propri privilegi perchè convinta dagli argomenti del Milton Friedman di turno è naive. Chi crede di poter combinare qualcosa di buono impegnandosi in politica, per coerenza, dovrebbe anche credere a Babbo Natale.
I "moderati" difendono la loro naivetè asserendo che un piccolo passo avanti di compromesso è meglio che un immobilismo dogmatico, settario e utopista. Ma quali sono i passi avanti a cui si riferiscono?
Dalla crisi del keynesismo negli anni '70, si fa un gran parlare di Neo-liberismo. Il solo fatto che ci sia stata una riduzione del peso dei sindacati negli USA, una riduzione delle aliquote fiscali, una riduzione dei controlli sui capitali, e una liberalizzazione di molti servizi pubblici e del commercio internazionale sembra un grande trionfo del liberalismo.
Il problema è un altro. Con la socializzazione della moneta (Nixon), c'è stato un periodo, durato circa dieci anni, in cui l'economia sembrava prossima al crollo... inflazione, recessione, disoccupazione... un'economia rigida è insensibile alle politiche espansioniste, perchè la moneta può influenzare la produzione solo se questa è flessibile e dinamica. L'eliminazione dei controlli sui capitali, la privatizzazione e l'indebolimento dei sindacati sono stati funzionali al ripristino di un'economia di comando efficace, guidata dalle Banche Centrali. L'apertura al commercio internazionale è stata funzionale alla ricezione di capitali che le politiche espansioniste, incentivando il consumo, stavano distruggendo: risparmi (cinesi) senza i quali i super-indebitati e super-consumisti americani starebbero già alla frutta.
Questo è il "Neo-liberismo": un insieme di riforme che hanno consentito al potere politico di rinsaldarsi, proprio quando gli effetti dell'interventismo cominciavano ad essere evidenti. Il Neo-liberismo ci ha garantito alcuni decenni extra di statalismo sfrenato. Cioè, un tracollo più violento in futuro.
Sarebbe nichilista lamentarsi di una soluzione incompleta solo in base alla sua incompletezza. Ma il problema è un altro: più tempo passa, più i problemi che abbiamo di fronte si fanno gravi. Il neo-liberismo è stata una terapia sintomatica: purtroppo, nel frattempo, il quadro clinico è peggiorato.
Il "neo-liberismo" è parte integrante della soluzione ai nostri problemi. Non si può pensare di farne a meno. L'errore è stato fidarsi dei politici, e pensare che si potesse avere un'economia libera dove la moneta, il mercato più importante, sia completamente socializzata. Illusione che, quando i nodi verranno al pettine, danneggerà il liberalismo più di ogni altra cosa.
Revolution is no solution
Uno dei tanti morbi del XX secolo è stato l'infatuazione per la Rivoluzione, cioè per il cambiamento repentino, radicale e imposto con la violenza, contro il popolo e in nome del popolo, delle istituzioni sociali.
Peccato che le istituzioni sociali inglobino un fattore che l'ideologia rivoluzionaria trascura: il tempo. Se pochi minuti di interruzione delle comunicazioni sui mercati finanziari creano miliardi di danni, evidentemente la società non può sopravvivere a cambiamenti radicali e contemporanei di tutte le strutture sociali. Si sfracellerebbe in tanti feudi, si concentrerebbe sul futuro prossimo, perderebbe tutti i benefici della divisione del lavoro e dell'accumulazione di capitali.
Verso un nuovo Medioevo
Un requisito necessario per il cambiamento sociale è che sia graduale. Questo non significa, ovviamente, che non possa essere radicale: anzi, non vedo alcun maquillage istituzionale in grado di affrontare gli squilibri macroeconomici, la bancarotta dello stato sociale, l'immigrazione inintegrabile, e l'ascesa di potenze globali ben meno rassicuranti di quella USA, destinata al declino.
Allo stato attuale, gli USA si sforzano di garantire la crescita economica cinese, con livelli di indebitamento e di consumismo incompatibili con la crescita di lungo termine; ponendo le basi, allo stesso tempo, per il loro declino, e per un'eventuale (non certa, visti i problemi interni) ascesa cinese, gli USA rendono lo status quo insostenibile.
La continua inflazione rende impossibile per le persone mettersi al sicuro per la vecchiaia: senza interessi reali e senza un modo sicuro per accumulare ricchezza (la moneta, quella vera), non c'è sistema previdenziale che tenga. E quello statale, basato sulla piramide demografica, è destinato a crollare. Una spesa pubblica enorme, deficit pubblici, e una quantità enorme di persone che vivono a spese altrui rendono politicamente impossibile una soluzione, e allontanano risorse dalla produzione di ricchezza reale.
L'immigrazione, sfruttando la nostra fissazione per il relativismo nichilista, incentivata dalle promesse del nostro stato sociale, educata a cercare di vivere a spese altrui tramite la politica democratica, incentivata ad agire in massa perchè il voto individuale non vale nulla, e danneggiata dalle politiche sociali, che creano disoccupazione, non sarà un fenomeno controllabile facilmente.
Il Medioevo ci aspetta. La democrazia non è capace di auto-correggersi: basti pensare alla disoccupazione, che tutti sanno essere causata dai sindacati, ma che nessuno riesce a curare (perchè il potere di una lobby conta mille volte più del futuro di un disoccupato).
Il tempo è poco
Se le Banche Centrali sprofondassero nelle viscere dell'inferno immediatamente, ci sarebbe una crisi economica mondiale enorme, rispetto alla quale il '29 (la crisi che Roosevelt rese interminabile) sarebbe una passeggiata. Una crisi del genere sarebbe molto probabilmente una manna per demagoghi, populisti e despoti.
Ma una politica del genere, mista alla completa liberalizzazione dei mercati, del lavoro e dei capitali, consentirebbe di eliminare tutte le tossine dell'espansione monetaria nel giro di un paio d'anni. Un paio d'anni, sia ben chiaro, di disoccupazione elevata, salari reali in calo, fallimenti industriali e bancari, e instabilità politica e sociale.
Se si potesse sopravvivere a questa catastrofe, e solo una società con sani principi liberali, e quindi non la nostra, potrebbe, potremmo, nel giro di due o tre anni, ricominciare a vivere, produrre e arricchirci, senza la spada di Damocle degli esiziali squilibri di cui ho parlato.
D'altra parte, continuare su questa strada vorrebbe dire dover affrontare problemi ancora maggiori, e in una situazione geo-politica disperata, tra qualche decennio.
Senza i semi del liberalismo, l'umanità non avrà gli strumenti per superare la crisi.
Re del deserto
Aspettare, certo, e magari vedere cosa succede dall'Alto dei Cieli. O fare la Rivoluzione, certo, per vedere all'opera coloro che, tra trent'anni, diventeranno i prossimi direttori dei quotidiani italiani, come col '68. Oppure:
- Studiare in dettaglio le dinamiche dei problemi;
- Studiare in dettaglio le idee politiche sottostanti alla visione moderna del "politico";
- Proporre soluzioni (parziali, per necessità);
- Spiegare i legami tra la politica e i problemi;
- Diffondere idee e ideali liberali;
- Combattere i demagoghi.
Nihil sub sole novi
Il liberalismo non attirerà politici, rivoluzionari e compagnie di ventura. Non li attirerà, perchè non promette il potere, men che meno assoluto, ma si limita a fornire le condizioni necessarie alla cooperazione e alla coesistenza.
Il liberalismo non vede la società come un'immensa unione a partecipazione obbligatoria, fornita di un consiglio generale, che ascolta la volontà generale, e impone decisioni generali. Questa unione dell'umanità intera in un solo ordine gerarchico, implicita in ogni ideologia totalitaria, compresa quella democratica, è un'idea estranea al liberalismo.
Al liberalismo interessa la convivenza, la cooperazione, il coordinamento. Non una gerarchia onnipotente, ma un minimo insieme di regole comuni, necessario a garantire la coesistenza sullo stesso pianeta. L'ideale del liberalismo è che un piccolo insieme di regole, preso sul serio, basti ad assicurare la cooperazione; su un piano più pragmatico, il liberalismo afferma che in moltissimi casi la libertà è la soluzione.
Ma una soluzione meno disperata?
Esiste un'alternativa più ottimistica: che io sbagli nel profetizzare sventure. In questo caso, ritirarsi in pensione a coltivare ortaggi potrebbe essere un'ottima idea. Mi sembra purtroppo poco credibile.
postato da: Libertarian alle ore 15:26 | Permalink | commenti (39)
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