Se suicidarsi è un diritto, a maggior ragione lo è l'eutanasia. Il termine può significare più cose: il diritto di rifiutare le cure, il diritto di suicidarsi, il diritto di chiedere di essere uccisi. Inoltre, tali diritti possono richiedere l'assenso contestuale, o possono essere espressi in un "testamento".
In tutto abbiamo sei sottocasi di eutanasia. E tutti e sei sono perfettamente legittimi dal punto di vista liberale.
In linea di massima, il diritto di rifiutare le cure, a volte messo in discussione (come nel caso della donna diabetica di questa estate, che preferiva morire piuttosto che subire un'amputazione), mi sembra sia in qualche modo accettato dalla legislazione italiana.
Gli altri cinque diritti mi sembra siano invece non garantiti. Nel seguito parlerò di tre aspetti: la legittimità di un contratto per farsi uccidere, la legittimità di un testamento su queste materie, e il problema del "chi paga?". Infine, ho un appunto sulla rivista cattolica liberale "Tempi".
Sembra strano che si possa incaricare qualcuno per effettuare il proprio suicidio, che magari non si ha la possibilità fisica di effettuare da sè. Eppure l'alternativa qual è? Rifiutare le cure? Il risultato è lo stesso, ma magari ci voglioni tre mesi di più, tre mesi di sofferenze inutili. Invece, magari, basta un'iniezione: una vita che l'unico diretto interessato reputa inutile, se non dannosa, finisce, e inutili sofferenze vengono impedite. Non riesco ad immaginare un solo motivo per cui un tale contratto dovrebbe essere vietato. Ovviamente, il killer su commissione ha il diritto all'obiezione di coscienza.
Il testamento biologico sembra meno strano, se non altro perchè se ne parla da tempo. Qualcuno deve prendere una decisione: continuare o smettere? Curare o lasciar perdere? Aspettare o terminare? Se quel qualcuno non può essere il soggetto interessato, perchè magari è in coma, non si vede perchè qualcun'altro possa accampare diritti di controllo sulla vita del soggetto superiori alla volontà dello stesso soggetto, precedentemente espressa.
La socializzazione delle spese sanitarie pone nuove domande e nuovi problemi. Le scelte di vita e di morte sono scelte individuali: ma scegliere di vivere, in un contesto di sanità socialista, significa imporre un costo a tutti i contribuenti.
Reputo che i contribuenti abbiano il diritto di non pagare, e questo vale per ogni tassa, e abbiano quindi il diritto di votare per non finanziare queste spese. D'altra parte, eventuali movimenti per la vita hanno il diritto di rimetterci di tasca loro. Siccome è improbabile che le tasse vengano dichiarate illegittime, si potrebbe proporre di azzerare i fondi pubblici per alcune attività, e sostituirli con contributi volontari pagati da chi vuole, magari con una crocetta sulla dichiarazione dei redditi.
La posizione dei cattolici in questo ambito è quella di ridurre la libertà di scelta. L'unico argomento liberale contro l'eutanasia è che questa rappresenta un costo per i contribuenti, come spiegato in precedenza; al che, però, i liberali dovrebbero opporre la socializzazione dei costi, non il fatto in sè*. L'argomentazione di Tempi, però, non è di questo tipo, come si evince dallo speciale di qualche mese fa. In questo articolo, ad esempio, difendono la socializzazione dei costi e oppongono l'eutanasia allo stesso tempo... statalismo al quadrato... roba da Rosa nel Pugno.
L'argomentazione di Tempi sembra fatta apposta per confondere le idee sul liberalismo: ogni qual volta una persona sceglie di porre fine alla propria vita, si cerca qualcun'altro, nella stessa posizione, che invece ha scelto di continuare a lottare. Nessuno obbliga i malati terminali a morire, quindi l'esempio di una persona che sceglie di vivere non ha alcuna rilevanza. Vista dal lato opposto, non si capisce per quale motivo la scelta di un individuo di vivere debba implicare l'obbligo di un altro individuo a vivere.
Il problema è: chi decide? E la risposta liberale è: l'individuo interessato. Il resto non riguarda la giustizia liberale.
* Sarebbe come lottare contro l'occupazione perchè ci sono politiche contro la disoccupazione...
In tutto abbiamo sei sottocasi di eutanasia. E tutti e sei sono perfettamente legittimi dal punto di vista liberale.
In linea di massima, il diritto di rifiutare le cure, a volte messo in discussione (come nel caso della donna diabetica di questa estate, che preferiva morire piuttosto che subire un'amputazione), mi sembra sia in qualche modo accettato dalla legislazione italiana.
Gli altri cinque diritti mi sembra siano invece non garantiti. Nel seguito parlerò di tre aspetti: la legittimità di un contratto per farsi uccidere, la legittimità di un testamento su queste materie, e il problema del "chi paga?". Infine, ho un appunto sulla rivista cattolica liberale "Tempi".
Sembra strano che si possa incaricare qualcuno per effettuare il proprio suicidio, che magari non si ha la possibilità fisica di effettuare da sè. Eppure l'alternativa qual è? Rifiutare le cure? Il risultato è lo stesso, ma magari ci voglioni tre mesi di più, tre mesi di sofferenze inutili. Invece, magari, basta un'iniezione: una vita che l'unico diretto interessato reputa inutile, se non dannosa, finisce, e inutili sofferenze vengono impedite. Non riesco ad immaginare un solo motivo per cui un tale contratto dovrebbe essere vietato. Ovviamente, il killer su commissione ha il diritto all'obiezione di coscienza.
Il testamento biologico sembra meno strano, se non altro perchè se ne parla da tempo. Qualcuno deve prendere una decisione: continuare o smettere? Curare o lasciar perdere? Aspettare o terminare? Se quel qualcuno non può essere il soggetto interessato, perchè magari è in coma, non si vede perchè qualcun'altro possa accampare diritti di controllo sulla vita del soggetto superiori alla volontà dello stesso soggetto, precedentemente espressa.
La socializzazione delle spese sanitarie pone nuove domande e nuovi problemi. Le scelte di vita e di morte sono scelte individuali: ma scegliere di vivere, in un contesto di sanità socialista, significa imporre un costo a tutti i contribuenti.
Reputo che i contribuenti abbiano il diritto di non pagare, e questo vale per ogni tassa, e abbiano quindi il diritto di votare per non finanziare queste spese. D'altra parte, eventuali movimenti per la vita hanno il diritto di rimetterci di tasca loro. Siccome è improbabile che le tasse vengano dichiarate illegittime, si potrebbe proporre di azzerare i fondi pubblici per alcune attività, e sostituirli con contributi volontari pagati da chi vuole, magari con una crocetta sulla dichiarazione dei redditi.
La posizione dei cattolici in questo ambito è quella di ridurre la libertà di scelta. L'unico argomento liberale contro l'eutanasia è che questa rappresenta un costo per i contribuenti, come spiegato in precedenza; al che, però, i liberali dovrebbero opporre la socializzazione dei costi, non il fatto in sè*. L'argomentazione di Tempi, però, non è di questo tipo, come si evince dallo speciale di qualche mese fa. In questo articolo, ad esempio, difendono la socializzazione dei costi e oppongono l'eutanasia allo stesso tempo... statalismo al quadrato... roba da Rosa nel Pugno.
L'argomentazione di Tempi sembra fatta apposta per confondere le idee sul liberalismo: ogni qual volta una persona sceglie di porre fine alla propria vita, si cerca qualcun'altro, nella stessa posizione, che invece ha scelto di continuare a lottare. Nessuno obbliga i malati terminali a morire, quindi l'esempio di una persona che sceglie di vivere non ha alcuna rilevanza. Vista dal lato opposto, non si capisce per quale motivo la scelta di un individuo di vivere debba implicare l'obbligo di un altro individuo a vivere.
Il problema è: chi decide? E la risposta liberale è: l'individuo interessato. Il resto non riguarda la giustizia liberale.
* Sarebbe come lottare contro l'occupazione perchè ci sono politiche contro la disoccupazione...
















