venerdì, 31 luglio 2009
Me ne vado in vacanza. Poi vado in missione di lavoro in Svizzera. Ho intenzione di passare le vacanze a studiare digital signal processing, dynamic programming e altre cosucce che mi servono per lavoro e anche per i miei hobby da economista (la matematica è simile). Proverò a leggere anche qualche romanzo, non sia mai ch'io mi focalizzi su una sola cosa. Torno il 31 Agosto. A tra un mese.
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mercoledì, 29 luglio 2009
Ideals have consequences

Le preferenze individuali sono ovviamente fondamentali per la convivenza umana: educare un essere umano non significa insegnargli soltanto a leggere, scrivere, far di conto, e discettare di Impressionismo e dell’is/ought problem; educare significa anche educare al rispetto per gli altri, all’analisi, all’imparzialità nel giudizio, al rispetto della proprietà e della legge (quando giusta).

Lasciamo perdere le scempiaggini sull’autoritarismo sull’educazione: non hanno nulla a che fare con il liberalismo, ma con il relativismo etico; e, sul piano scientifico, non si è mai vista una società senza processi di socializzazione. Il liberalismo non è moralmente neutrale: difende il diritto di ognuno di usare i propri mezzi per i propri fini; e in quanto tale si oppone ad ogni forma di confisca dei mezzi e di limitazione dei fini perseguiti dagli individui. Il liberalismo non è relativismo perché non dice che ogni valore va bene: è semplicemente compatibile con innumerevoli sistemi di valori diversi, purché rispettino certe condizioni minime. Il liberalismo è incompatibile con l’Islam quando tratta le donne da esseri inferiori e con la Chiesa quando confisca i corpi di chi non ha la forza di suicidarsi; il liberalismo è incompatibile con lo pseudo-filantropo che ruba ai ricchi per dare ai poveri e con lo Stato che giustifica con la solidarietà le proprie ruberie.

Il giusnaturalismo razionalista è un edificio teorico fragile e senza fondamenta, non rappresenta "the ultimate weapon” del liberalismo perché è un’arma che non può convincere nessuno, in quanto è troppo facile scorgere i non sequitur che si celano dietro di essa. Cosa è da conservare del giusnaturalismo? L'idea che il diritto è sempre una questione di scelta morale; che esistono delle regolarità giuridiche che hanno validità abbastanza generale tra tutte le epoche e tutte le civiltà; che la ragione può aiutare a capire molte cose, anche se non risolverà mai tutti i problemi; che esiste una scienza della società e quindi non è vero che “il diritto può avere qualsiasi contenuto”; che i principi fissi contano almeno tanto quanto gli espedienti, se non infinitamente di più, per il funzionamento della società; che il concetto di diritto non necessita del concetto di Stato, che è esistito il primo senza il secondo, e anzi che è impossibile concepire il secondo senza il primo (un’istituzione senza una “regola di riconoscimento”).

L’uomo deve scegliere e la scelta implica giudizi di valore; ogni scelta che si fa può essere sbagliata e gli obiettivi che perseguiamo potrebbero avere conseguenze deleterie o non essere compatibili con altri obiettivi, nostri o altrui. La ragione ha una notevole utilità nel permetterci di fare scelte migliori, ma il concetto stesso di “migliore” implica un giudizio di valore che in quanto tale è extra-razionale.

Cosa vogliamo dalla società o dal diritto dobbiamo sceglierlo noi, e la ragione non può scegliere al posto nostro, né imporci scelte particolari. Non c’è nulla di illogico nel non essere liberali o libertari, come non c’è nulla di illogico nel suicidarsi o nel desiderare il ritorno all’Età della Pietra, come certi ambientalisti.

Quello che occorre fare è convincere gli altri ad avere valori compatibili con i nostri: ad esempio, vivremmo in un mondo decisamente migliore se non fossimo circondati da democratici che vogliono imporre alle minoranze la volontà delle maggioranze attraverso quei processi di scelta collettiva che sono l’antitesi stessa del liberalismo.

Gran parte delle persone preferisce mangiare a digiunare e vivere ad essere uccisi, e la società - tramite la divisione del lavoro e l'accumulazione di capitale (in senso lato, non strettamente economico) - genera dei ritorni impressionanti per l'individuo che decide di vivere al suo interno, cosa che richiede il rispetto di determinate regole. Potremmo dire che la società esiste perché esiste il teorema dei vantaggi comparati, semplificando un po', forse anche un po' troppo: non per questo chi non rispetta determinate regole viola la ragione, e non per questo tutti gli esseri umani possono essere convinti a rispettare determinate regole semplicemente tramite la discussione. Certi problemi si risolvono meglio con la spada che con la penna.

Il contenuto normativo del liberalismo è che gli uomini andrebbero lasciati liberi di usare i propri mezzi per perseguire i propri fini, e l'idea è che questo sistema possa garantire l'ordine sociale senza un rigido ordine gerarchico e senza Demiurghi sociali - autoritari o democratici che siano (o perlomeno con un demiurgo dai potere estremamente limitati).
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categoria:filosofia, filosofia politica
martedì, 28 luglio 2009
Wertfreiheit e scienza

La distinzione tra fatti e valori è centrale nel progresso della scienza: l’alternativa è la scienza ideologica, che non è e non può essere scienza. I valori riguardano preferenze: dicono cosa ci piace e cosa non ci piace; la scienza riguarda fatti: ci dice cosa è vero e cosa è falso. Una cosa è vera o falsa indipendentemente dai nostri gusti. Nel momento in cui la validità di una dottrina viene fatta dipendere dalle sue conseguenze politiche, la ricerca scientifica va a farsi benedire: è una questione di onestà intellettuale, perché il fine della ricerca è la verità. È per questo che la Wertfreiheit è nata, con Weber, in opposizione agli ideologi da quattro soldi della giovane Scuola storica tedesca di economia.

Un tipico errore è confondere la posizione dello scienziato come scienziato con quella dello scienziato come individuo. Che come scienziato non abbia nulla da dire sulla desiderabilità dei fini si deduce dall’inderivabilità dei valori dai fatti; che come individuo debba seguire la stessa massima è contrario alla sua natura in quanto homo agens. Semplicemente, la scienza non ci aiuta – se non chiarendo le questioni – a scegliere ciò che è giusto.

Mises, “Human action”: “Praxeology is indifferent to the ultimate goals of action. Its findings are valid for all kinds of action irrespective of the ends aimed at. It is a science of means, not of ends. It applies the term happiness in a purely formal sense. In the praxeological terminology the proposition: man's unique aim is to attain happiness, is tautological. It does not imply any statement about the state of affairs from which man expects happiness.

Ad impossibilia nemo tenetur

Nessuno può essere criticato per non riuscire a fare una cosa impossibile: ad impossibilia nemo tenetur, e questo vale in filosofia come in ogni altro ambito della vita umana. Un fondamento razionale della morale è impossibile, e quindi non ha senso criticare chi non riesce a fondare una morale razionale; al contrario, è possibile criticare chi si illude di esserci riuscito, mettendo in mostra i non sequitur impliciti nel ragionamento.

Consideriamo il paralogismo “se non esistono valori assoluti, perché scegli quello che scegli, anziché darti alla droga?”. Prima si parte dal presupposto che, se non esistono valori assoluti, allora non ne esistono di contingenti (forse si potrebbe parlare di “fallacia platonica”), il che è arbitrario; poi, si sceglie un particolare fine (drogarsi) quando si poteva scegliere qualsiasi altra cosa (come leggere questo post), senza in realtà rendersi conto che il relativismo non porta a nulla dal punto di vista sostanziale. Ma in realtà il problema più grosso – la fallacia positivista (può sembrar strano, ma vale anche per i giusnaturalisti) – è che si ritiene che una cosa non esista, o sia sbagliata, o sia irrilevante se non ha un fondamento logico preciso ed incontrovertibile, se, cioè, non è “posita”. Il punto è che la morale non ha fondamento razionale, ma arazionale (o extrarazionale), e cercare di imporre un fondamento logico come precondizione per una discussione etica è un errore di “ad impossibilia nemo tenetur”, appunto.

Rothbard, “The ethics of liberty”: “But how does Mises know that some advocates of price control do not want shortages? They may, for example, be socialists, anxious to use the controls as a step toward full collectivism. Some may be egalitarians who prefer shortages because the rich will not be able to use their money to buy more of the product than poorer people. Some may be nihilists, eager to see shortages of goods.[...] There is another and very different way however, that Mises attempts to reconcile his passionate advocacy of laissez faire with the absolute value freedom of the scientist. This is to take a position much more compatible with praxeology: by recognizing that the economist qua economist can only trace chains of cause and effect and may not engage in value judgments or advocate public policy. This route of Mises concedes that the economic scientist cannot advocate laissez faire, but then adds that he as a citizen can do so.[...] Thus, while praxeological economic theory is extremely useful for providing data and knowledge for framing economic policy, it cannot be sufficient by itself to enable the economist to make any value pronouncements or to advocate any public policy whatsoever. More specifically, Ludwig von Mises to the contrary notwithstanding, neither praxeological economics nor Mises’s utilitarian liberalism is sufficient to make the case for laissez faire and the free-market economy. To make such a case, one must go beyond economics and utilitarianism to establish an objective ethics which affirms the overriding value of liberty, and morally condemns all forms of statism, from egalitarianism to “the murder of redheads,” as well as such goals as the lust for power and the satisfaction of envy. To make the full case for liberty, one cannot be a methodological slave to every goal that the majority of the public might happen to cherish.
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martedì, 28 luglio 2009
Tutti sanno che i pesci sono muti. Anche i pesci. Per questo motivo a volte esprimono ciò che stanno pensando scrivendolo.
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lunedì, 27 luglio 2009
Appurato che la crescita economica fa bene al benessere materiale e che è meglio avere l'elettricità che non averla, appurato anche che l'alternativa alla fabbrica era probabilmente una miseria ben maggiore in campagna (o una vita di elemosina nelle città) e appurato che i popoli industrializzati avevano un tenore di vita maggiore di quelli non industrializzati, ed erano meno soggetti a carestie, e tralasciando in attesa di maggiori informazioni il dibattito enclosures sì / enclosures no... che ne deduciamo dal punto di vista delle politiche economiche?

Possiamo esportare i diritti del lavoro in Cina, e magari anche i sindacati (Se poi non ce li danno indietro, tanto di guadagnato), e pensare che i salari cinesi salgano a livelli europei senza colpo ferire, risolvendo il "problema" tremontiano della concorrenza sleale, e facendo contento l'animo social-democratico del Papa? Ovviamente no.

Possiamo pensare che si possa alzare il salario oltre il livello di mercato attraverso una legislazione favorevole ai lavoratori? Sì e no. Dipende.

La prima domanda è banale e quindi rispondo senza troppe sofisticazioni: i salari sono vincolati dalla produttività, e la produttività aumenta solo con l'accrescimento del capitale (o il miglioramento dell'organizzazione aziendale, o con l'innovazione tecnologica, etc). Pensare che i salari possano essere fissati indipendentemente da considerazioni riguardanti la dotazione di capitale è roba da demagoghi da quattro soldi. O da sraffiani, se si preferisce.

La seconda domanda tocca una miriade di questioni, da potenziali monopsoni (quando c'è un solo datore di lavoro per tanti lavoratori) a problemi di costi di transazione nella contrattazione, e forse alcune regole aggiuntive possono ridurre alcuni problemi che potrebbero capitare in un mercato del lavoro libero, magari causati da asimmetrie informative o cose simili. Un sunto molto semplicistico di questa letteratura lo avevo fatto per Giornalettismo, qui e qui.

In genere però non si fanno queste cose - con argomenti un po' arzigogolati ma che talvolta possono anche essere veri - per intervenire sul mercato del lavoro. In genere ci si chiude al commercio estero per non subire la concorrenza straniera, fregando i lavoratori stranieri (e i consumatori autoctoni); si aumentano i salari dei lavoratori più ricchi, ma si crea disoccupazione permanente per i lavoratori più deboli; si aumentano i salari, ma a spese della competitività, facendo fuggire i capitali, compromettendo la crescita, e danneggiando in definitiva i salari futuri.

Insomma, ammesso che si possa avere una difesa argomentata del diritto del lavoro attuale, e che riguarderebbe più che altro solo alcuni dettagli, e alcune situazioni abbastanza rare. Un paese con un mercato del lavoro libero probabilmente guadagnerebbe in efficienza e crescita economica e quindi crescita dei salari (si pensi all'economia del Meridione: se la Sicilia fosse un paese dell'Est, ora si sarebbe sviluppato economicamente, come la Polonia, attraendo capitali tramite salari inferiori). Di certo, la disocccupazione sarebbe inferiore e la disoccupazione di lungo termine sarebbe quasi inesistente.
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lunedì, 27 luglio 2009
Consequenzialismo e giusnaturalismo

Se il consequenzialismo non esiste, perché ha bisogno di un criterio per giudicare le conseguenze che gli è estraneo, e se gli Scolastici giusnaturalisti in realtà usavano abitualmente considerazioni di carattere consequenzialista, che ne è della dicotomia tra consequenzialismo e giusnaturalismo? È una corsa tra cavalli morti?

Praticamente l’unica differenza che rimane – una volta accettato che il consequenzialismo necessita sempre di una morale (in termini microeconomici: i panieri di merci si giudicano in base ad un ordinamento di preferenze individuali, che è un giudizio di valore, e non da sole), c’è ancora distinzione? E l’”assioma di sopravvivenza” di Rothbard ed Hoppe, alla base del loro giusnaturalismo, non è forse consequenzialismo?

L’unica distinzione è evidente nei ragionamenti di Rothbard ed Hoppe visti prima: l’assioma di sopravvivenza è da loro applicato in un mondo immaginario, quello di Crusoe e Venerdì, mentre un consequenzialista valuterebbe (giudizio di valore) le conseguenze nel mondo reale. Questa interpretazione può sembrare strana, ma tutto sommato qual è l’alternativa? Se l’assioma di sopravvivenza venisse applicato al mondo reale, Rothbard dovrebbe dimostrare che ogni sistema giuridico che neghi i principi libertari è incompatibile con la sopravvivenza del genere umano, ma il genere umano continua a vivere nonostante il fatto che nessun sistema giuridico libertario sia mai esistito, il che implica che questo tentativo è votato alla sconfitta.

Non sto comunque dicendo che ragionamenti schematici siano irrilevanti: possono servire a chiarire i principi e le loro applicazioni. Ma di certo un sistema rigido di principi come quello costruito da Rothbard non è necessario alla sopravvivenza reale dell'umanità, altrimenti già saremmo dovuti morire. Dunque si tratta di un assioma di sopravvivenza che è applicato ad un mondo ideale: è questa l'unica differenza reale tra giusnaturalismo razionalista  e consequenzialismo?

Principi ed espedienti

Se contano le conseguenze, qualsiasi cosa abbia conseguenze è moralmente rilevante: praticamente, quindi, il consequenzialismo non impone alcuna restrizione (e se lo fa, lo fa arbitrariamente ed ingiustificabilmente) al contenuto sostanziale delle norme: è sterile come ogni forma di relativismo.

Consideriamo ad esempio di dibattito tra regole e discrezione in politica monetaria: se le regole fisse hanno effetti, allora sono oggetto di valutazione consequenzialista tanto quanto le singole azioni. Questa distinzione è simile a quella tra utilitarismo degli atti ed utilitarismo delle regole: in base ai principi precedentemente esposti, nessuno dei due utilitarismi esiste come dottrina morale a sé stante, ma almeno la seconda è più generale.

Si potrebbe interpretare il pragmatismo, l’utilitarismo o il consequenzialismo – facendo finta che siano sinonimi per semplicità – come assenza di regole fisse oppure addirittura assenza di interesse per le conseguenze di lungo termine (tanto ci sarà sempre un espediente domani per risolvere il problema dopodomani). Questa restrizione è arbitraria – e anche parecchio stupida.

Non c’è nulla nel consequenzialismo che imponga tali restrizioni alla “funzione di utilità” con cui valutare le conseguenze, e quindi rimaniamo con il principio formale del tutto inutilizzabile sul piano della scelta sostanziale “per decidere occorre valutare le conseguenze”.

L'utilitarismo non esiste. Il giusnaturalismo non esiste. E neanch'io mi sento tanto bene.
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categoria:filosofia, filosofia politica
sabato, 25 luglio 2009
Giusnaturalismo e scienza giuridica

Se per giusnaturalismo intendiamo che esistano delle regolarità del mondo del diritto, allora stiamo semplicemente dicendo che esiste una scienza del diritto. Le azioni hanno conseguenze e queste conseguenze possono essere oggetto di analisi scientifica. Oppure possiamo dire che se vogliamo determinati obiettivi occorre che il sistema giuridico rispetti determinati requisiti (come in Fuller).  Questo però non è da considerarsi giusnaturalismo, quanto più che altro qualcosa di simile alla Law & Economics.

Le precedenti citazioni di Chafuen mostrano che questo ragionamento era tipico dei giusnaturalisti scolastici, che forse andrebbero quindi chiamati “utilitaristi”, seguendo Rothbard. Anche San Tommaso, nella parte della Summa dedicata all’idea di Giustizia, difende la proprietà privata in base a considerazioni consequenzialiste (senza proprietà non ci sarebbe cura dei beni e quindi saremmo tutti poveri, cosa tra l’altro detta anche da Aristotele). Lo stesso vale per Hume, con i suoi tre principi della “stabilità del possesso”, del “trasferimento del consenso” e del “mantenimento delle promesse”. E idem per Fuller, secondo cui la moralità interna del diritto è necessaria affinché il diritto serva al fine di consentire la coordinazione tra attività umane.

E' interessante notare come la dicotomia tra consequenzialismo e utilitarismo potrebbe essere un artefatto del pensiero politico contemporaneo, visto che da quel poco che ho letto degli scolastici medievali la naturalità del diritto era vista spesso come naturalità della valutazione di certe conseguenze, e non come sistema di teoremi a priori derivati dall'analisi di situazioni astratte alla Crusoe. Questa cosa merita decisamente ulteriori studi.

Ne deriva anche che la critica di Rothbard (e quel tal Hesselberg da lui citato) a Hume è del tutto fuori luogo: notare che ci sono due o tre principi senza i quali un ordinamento giuridico non può svolgere determinate funzioni (come assicurare l'ordine sociale) non è giusnaturalismo, è buonsenso. E anche se lo vogliamo chiamare giusnaturalismo, è un giusnaturalismo molto concreto e non un giusnaturalismo astratto e razionalistico.

Fuller, “The morality of law”: “Furthermore, if the law is intended to permit a man to conduct his own affairs subject to an obligation to observe certain restraints imposed by superior authority, this implies that he will not be told at each turn what to do, law furnishes a baseline for self-directed action, not a detailed set of instructions for accomplishing specific objectives.

Hume, “Ricerca sui principi della morale”: “Chi non vede che la proprietà deve del pari passare ai figli ed ai parenti, per garantire lo stesso risultato di utilità? Che deve potersi alienare mediante consenso, per dar luogo al commercio e agli scambi che sono così benefici per la società e che tutti i contratti e le promesse si debbono scrupolosamente adempiere per assicurare la reciproca fiducia, da cui l’interesse generale dell’umanità trae così grande profitto?

Mises, “Theory and history”: “The most momentous attempt to find an absolute and eternal standard of value is presented by the doctrine of natural law. [...] Yet it would be a serious blunder to ignore the fact that all the varieties of the doctrine contained a sound idea which could neither be compromised by connection with untenable vagaries nor discredited by any criticism. Long before the Classical economists discovered that a regularity in the sequence of phenomena prevails in the field of human action, the champions of natural law were dimly aware of this inescapable fact. From the bewildering diversity of doctrines presented under the rubric of natural law there finally emerged a set of theorems which no caviling can ever invalidate. There is first the idea that a nature-given order of things exists to which man must adjust his actions if he wants to succeed. [...] Third: there is no standard available for appraising any mode of acting either of individuals or of groups of individuals but that of the effects produced by such action. Carried to its ultimate logical consequences, the idea of natural law led eventually to rationalism and utilitarianism.

Rothbard, “The ethics of liberty”: “Hesselberg concludes that "thus Hume's original 'primacy of the passions' thesis is seen to be utterly untenable for his social and political theory, and … he is compelled to reintroduce reason as a cognitive normative factor in human social relations" Indeed, in discussing justice and the importance of the rights of private property, Hume was compelled to write that reason can establish such a social ethic: "nature provides a remedy in the judgment and understanding for what is irregular and incommodious in the affections – in short, reason can be superior to the passions.
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categoria:filosofia, liberalismo, filosofia politica
venerdì, 24 luglio 2009
Kulturame è recentemente risorto con una recensione di un film horror: la cosa più divertente si trova nella nota, dove si scopre che in un sito di canzoni pacifondaie è stato trovato il testo di "Contessa".

Viene da chiedersi con che coraggio si possa inneggiare alla pace scrivendo: "scendete giù in piazza picchiate con quello [il martello, NdLF] ... ma se questo è il prezzo vogliamo la guerra vogliamo vedervi finir sotto terra"

Comunque non voglio parlare di musica pop. La questione è un'altra: cosa avviene nella testa di chi usa violenza in nome della pace, uccide medici abortisti in nome della vita, nomina il Ministero della Guerra orwelliano "Ministero della Pace" o fa altre cose del tutto prive di coerenza logica?

Una prima risposta può essere: chi commette un così evidente errore fa propaganda e dunque se ne frega della coerenza logica. Questa spiegazione è sicuramente credibile quando si tratta del leader di un partito che magari sfrutta masse adoranti senza credere a ciò che dice, magari perché si sente parte dell'Inner Party di 1984. Cionostante, non mi sembra completamente credibile: per poter sfruttare una strategia propagandistica, servono decine di migliaia di persone che ci credono, e quindi non tutti possono essere dei propagandisti.

Di conseguenza, bisogna trovare un modo per far entrare nello stesso cervello nozioni contrastanti come "sono un pro-life e dunque uccido", "sono un pacifista e dunque metto una città a ferro e fuoco" e il solito "sono un democratico e dunque difendo qualche dittatura del Terzo Mondo".

E' necessario che ci sia un qualche sistema di controllo della coerenza logica che viene a saltare, e questa cosa deve andare avanti per diversi anni ed essere profondamente interiorizzata per poter essere efficace: bisogna convivere con la contraddizione e renderla propria, come il bispensiero orwelliano, fino ad autodistruggere le proprie capacità critiche ed analitiche.

La disciplina che c'è dietro è veramente dura - per me sarebbe impossibile da sopportare. E' anche un processo molto complesso, che mette in moto moltissimi meccanismi psicologici, strategie argomentative, reazioni emotive. Concludo questa premessa (rifletterò sull'argomento nei prossimi giorni) citando un gangster londinese che diceva "posso capire perché le persone cerchino di ingannare gli altri, ma perché cercare di ingannare sé stessi?"
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venerdì, 24 luglio 2009
Nel precedente post mi chiedevo: cosa possiamo dedurre dal fatto che le condizioni salariali, lavorative e sanitarie dei lavoratori inglesi del XIX secolo fossero inferiori a quelle dei lavoratori occidentali del tardo XX secolo? Praticamente, niente.

Ciò dimostra innanzitutto che cento anni di crescita economica hanno migliorato le condizioni di vita delle persone, il che è ovviamente banale: un confronto sensato non può essere fatto dopo un secolo di crescita economica. Può anche dimostrare che cento anni di progresso tecnologico hanno avuto un impatto notevole su salari, salute, servizi: antibiotici, elettricità, automobili, aerei, computer, chirurgia... sarebbe strano anche solo pensare che un confronto tra due situazioni che differiscono per tutte queste cose possa essere significativo. Io oggi sono molto più robusto di Mike Tyson quando aveva quattro anni: questo non dimostra che se ora lo incontro sul ring vinco io. La risposta più sensata all'argomento "nel XIX le condizioni dei lavoratori erano molto peggiori di adesso" è quindi "è vero! e internet era lentissimo!".

La domanda va riformulata in un altro modo: come stavano gli operai inglesi del XIX rispetto agli altri lavoratori, o ai braccianti agricoli? Oppure: come stavano gli inglesi rispetto a popoli meno industrializzati, come gli irlandesi?

Mi sembra evidente che gli inglesi vivessero molto meglio degli irlandesi, segno che la rivoluzione industriale beneficiò sin da subito le masse: la carestia del 1848 non mietette vittime tra gli inglesi agli stessi ritmi con cui uccise gli irlandesi; i secondi andavano in Inghilterra a lavorare, e non mi risulta che accadesse il contrario. I braccianti inglesi che andavano nelle città industriali non erano costretti ad andarci: i signori terrieri, che avevano molto potere politico, di certo non ne erano contenti, e in diverse occasioni, infatti, cercarono di aumentare i loro salari a spese del fisco attraverso misure redistributive a favore dei braccianti (il potere di elargire favori è, appunto, potere, e non c'è potere più grande, quindi, dei politici che stanno dietro la gigantesca macchina dello stato sociale). Se i braccianti andavano nelle fabbriche, perché ci andavano? Per lavorare 16 ore e guadagnare niente? Ovviamente no: ci andavano perché stavano meglio in fabbrica. Stavano meglio nonostante la mancanza di fognature di molti sobborghi costruiti in quattro e quattr'otto da impresari edili sorpresi dalla Rivoluzione Industriale, stavano meglio nonostante le 10-12-14 ore di lavoro quotidiano, eccetera. Mi sembra di ricordare che la popolazione aumentava a dismisura, e una popolazione impoverita come fa a crescere così rapidamente? Evidentementemente stavano meglio.

Appurato quindi che gli inglesi stavano meglio dei loro vicini - perché avevano le fabbriche - e che gli operai stavano meglio dei braccianti - perché non erano certo costretti ad andare a Liverpool dalle campagne - che rimane dell'argomento? Che è meglio avere la penicillina che non averla? Che è meglio guadagnare tanto che guadagnare poco? E che scoperta!

Un argomento migliore è che gli operai comunque facevano un lavoro peggiore degli artigiani. Questo forse è vero, anche se bisogna dire che prima della rivoluzione industriale e prima quindi della produzione di massa le masse vivevano negli stenti. Il problema di questo argomento è: how many? Quanti artigiani c'erano? Poteva l'artigianato dare un futuro a tre, sei, dieci milioni di inglesi? Prima della rivoluzione industriale, si credeva che l'Inghilterra fosse sovrappopolata e che l'unica speranza fosse l'emigrazione in America. E' molto più verosimile che, come disse Mises, la rivoluzione industriale dette un lavoro a milioni di persone che non avrebbero potuto far altro che morire di fame, nel vecchio sistema.

A questo punto, occorre porsi delle domande di politica economica.
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categoria:economia
giovedì, 23 luglio 2009
Il giusnaturalismo libertario

I ragionamenti di Rothbard e Hoppe presuppongono giudizi di valore e quindi non sono fondati sulla pura ragione. Nella fattispecie, il ragionamento di Rothbard parte da due assiomi etici: che le norme devono essere uguali per tutti, perché l’alternativa è la “moralità degli Hohenzollern” dell’”io comando tu obbedisci” (assioma di isonomia), e che devono essere compatibili con la sopravvivenza della specie umana (assioma di sopravvivenza). Lo status logico di questi due assiomi è evidente: sono giudizi di valore, e in quanto tale arbitrari. Il ragionamento di Hoppe soffre dello stesso problema.

Entrambe le linee di argomentazione hanno almeno un’ulteriore problema: tendono a considerare il diritto solo sotto forma di norme generali, e questo è un ulteriore giudizio di valore. Si consideri l’argomento di Rothbard secondo cui una volta che una proprietà è “trasformata col lavoro” allora non può essere più espropriata: in realtà è possibile concepire innumerevoli regole, ed eccezioni a regole, riguardo questo principio, che non violano né il principio di isonomia né quello di sopravvivenza (e infatti siamo vivi pur senza esserlo in una società libertaria). Rothbard si limita a criticare il comunismo in base al giudizio di valore che la legge deve essere compatibile con la sopravvivenza della società, e l’elitismo in base al giudizio di valore che la legge deve essere uguale per tutti. Ad esempio, “ogni venti anni la terra si ridistribuisce mediante il lancio del dado”, “una terra lasciata incolta diventa res nullius dopo tot anni”, “l’uso delle miniere di columbite-tantalite è deciso dall’ONU”, “ogni anno bisogna dare l’otto per mille della rendita fondiaria ai poveri”. Tutte queste teorie non sono incompatibili con gli assiomi di sopravvivenza ad ed isonomia.

L’economista Buiter diceva tempo fa riguardo la politica monetaria che è errato non accettare una soluzione temporanea solo perché una tale soluzione non ha senso nel lungo termine: è possibile prendere un’aspirina se si ha la febbre, anche se non cura la febbre. Idem per la visione del diritto di Rothbard e Hoppe: nel mondo di Crusoe e Venerdì che considerano c’è spazio solo per norme semplici e senza eccezioni, e nell’insieme di tali ordinamenti giuridici, che contiene solo tre elementi (comunismo, elitismo e libertarismo), scelgono il terzo in base ai due principi etici di cui sopra.

Può anche piacere, sul piano normativo, il sistema ideologico che così si viene a creare, ma quel che conta per il nostro argomento è che si basa su assiomi arbitrari. Se una persona volesse l’egalitarismo, ad esempio, potrebbe benissimo violare i due principi di cui sopra, e di certo non farebbe nulla di irrazionale. Ma se non è irrazionale, non è la ragione a dover, e a poter, decidere cosa è giusto: siamo noi.

Rothbard, “The ethics of liberty”: “Let us set aside for a moment the corollary but more complex case of tangible property, and concentrate on the question of a man's ownership rights to his own body. Here there are two alternatives: either we may lay down a rule that each man should be permitted (i.e. have the right to) the full ownership of his own body, or we may rule that he may not have such complete ownership. If he does, then we have the libertarian natural law for a free society as treated above. But if he does not, if each man is not entitled to full and 100 percent self ownership, then what does this imply? It implies either one of two conditions: (1) the "communist" one of Universal and Equal Other ownership, or (2) Partial Ownership of One Group by Another-a system of rule by one class over another. These are the only logical alternatives to a state of 100 percent self-ownership for all. Let us consider alternative (2); here, one person or group of persons, G, are entitled to own not only themselves but also the remainder of society, R. But, apart from many other problems and difficulties with this kind of system, we cannot here have a universal or natural-law ethic for the human race. … What then of alternative (I)? …Can we picture a world in which no man is free to take any action whatsoever without prior approval by everyone else in society? Clearly no man would be able to do anything, and the human race would quickly perish.”

Hoppe, “The ethics and economics of private property”: “Whether or not persons have any rights and, if so, which ones, can only be decided in the course of argumentation (propositional exchange). Justification - proof, conjecture, refutation - is argumentative justification. Anyone who denied this proposition would become involved in a performative contradiction because his denial would itself constitute an argument. … From the undeniable acceptance - the axiomatic status - of this apriori of argumentation, two equally necessary conclusions follow. ... By implication, only if both parties in a conflict are capable of engaging in argumentation with one another, can one speak of a moral problem and is the question of whether or not there exists a solution to it a meaningful question. ... Argumentation between Crusoe and Friday requires that both have, and mutually recognize each other as having, exclusive control over their respective bodies (their brain, vocal chords, etc.) as well as the standing room occupied by their bodies. ... Furthermore, it would be equally impossible to engage in argumentation and rely on the propositional force of one’s arguments if one were not allowed to own (exclusively control) other scarce means (besides one’s body and its standing room). If one did not have such a right, then we would all immediately perish and the problem of justifying rules - as well as any other human problem - would simply not exist.

Il relativismo etico

Se l’uomo per sua natura deve scegliere, necessariamente dovrà scegliere in base a determinati giudizi di valore. Se due persone entrano in conflitto perché le loro rispettive azioni sono incompatibili, necessariamente almeno una delle due intenzioni individuali deve fallire.

Il relativismo etico è l’illusione che si possa non scegliere, ma come disse un funzionario inglese ad un suddito indiano, “voi avete l’abitudine di costruire una pira per bruciarci le vedove, noi abbiamo l’abitudine di costruire una forca ed ammazzarci gli assassini delle vedove”. Il relativismo etico non ha nulla da dire a riguardo, come del resto a riguardo di qualsiasi azione di qualsiasi individuo: rifiutandosi di decidere, è del tutto sterile.

È fallace la logica di chi, dall’impossibilità di fondare su base razionale una morale, deriva che ogni cosa va bene, “anything goes”: questo argomento è usato sia, con favore, dai relativisti, sia, criticamente, dagli “assolutisti”, ma è sbagliato. Il relativismo coerente non dice che bisogna preferire “alcool droga e rock ‘n roll” ad una vita più sana: non dice nulla, e basta.

La legge del più forte

La legge del più forte è frutto di un altro non sequitur: siccome è ovvio che il diritto vigente è tale in quanto forte, visto che è impossibile che qualcosa si imponga per la sua debolezza, si vuole dedurre da ciò che la forza è l’unica cosa che conta per determinare il diritto.

In realtà, la forza è un’azione umana, e l’azione umana è sempre orientata ad un obiettivo e richiede giudizi di valore: dietro la forza c’è sempre un insieme di giudizi di valore che muove le azioni degli individui coinvolti. Dire che la legge è la legge del più forte non affronta la questione centrale in cui invece necessariamente si imbatte ogni homo agens: a quale causa devo dare il mio contributo, magari infinitesimo? La forza ha sempre origine nelle idee: è l’obbedienza delle masse che crea le basi per ogni sistema di potere, come del resto affermato da la Boetie già nel XVI secolo.
postato da: Libertarian alle ore 14:12 | Permalink | commenti (13)
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