Dicevo ieri che il sistema delle conoscenze teoriche in campo economico diverge verso il caos totale. Oppure no. Qui veniamo a Mises, che non ha trovato - checché ne dicano gli austriaci - una soluzione definitiva al problema (che secondo me è insolubile), ma almeno ha fornito una concettualizzazione adeguata e una soluzione parziale.
Il concetto centrale è la distinzione tra teoria e storia: che ci siano venti spiegazioni della crisi del '29 e che ogni paio d'anni se ne aggiunga un'altra è dovuto al fatto che la storia è un fenomeno complesso dove non è possibile tracciare a colpo sicuro relazioni causali. Anche fare solo una lista di fattori rilevanti è un compito difficile, figuriamoci valutarne il peso relativo. La statistica economica scova solo correlazioni, a volte spurie, e non aiuta più di tanto quando si tratta di spiegare relazioni causa/effetto.
Accettando, quindi, senza soluzione il problema epistemologico delle scienze storiche (compresa ogni applicazione della teoria economica alla realtà, tranne casi ovviamente banali dove la complessità storica non gioca un ruolo), Mises cerca di salvare la teoria in un altro modo, indagando sulla sua struttura logica, il cosiddetto a priori.
Cominciamo da un esempio semplice: se qualcuno dice "I russi comprano più fuoristrada quando i prezzi della benzina sono alti, per effetto sostituzione", il problema non è empirico, ma logico. Non è possibile che un aumento dei prezzi faccia aumentare il consumo per effetto sostituzione: è possibile dire per pura logica che è un effetto reddito, visto il "segno". Nella vita reale non è mai possibile dire a priori se vincerà l'uno o l'altro: ma a livello puramente teorico questi "oggetti" hanno delle proprietà logiche, il cui studio è lo scopo della teoria economica.
Ovviamente, la capacità predittiva di una teoria fatta così è scarsa, perché punta sulla comprensione e non sulla previsione; ma da questo punto di vista non è che ci siano alternative credibili. Ovviamente, c'è bisogno di un qualche riscontro pratico che indichi la rilevanza di un "oggetto teorico" in un particolare contesto, perché discettare di effetto sostituzione senza sapere se influenza lo 0.5% o il 50% della domanda è poco utile.
La soluzione misesiana ai problemi epistemologici dell'economia può dunque essere vista come divisa in livelli: un primo livello di studio della struttura logica della teoria economica che fornisce gli strumenti di base, un secondo livello di teorie basate su ipotesi specifiche (non a priori) ma abbastanza generali, e altri livelli via via più specifici, che però diventano sempre più indimostrabili e inconfutabili man mano che diventano complessi.
In pratica, c'è molto da dire indipendentemente dall'effettiva controllabilità empirica dei risultati: se dovessimo basarci solo su questa, staremmo verament e nei guai. Questo è ciò che fanno tutti: un libro di microeconomia, ad esempio, prima ancora di parlare di qualcosa di reale introdurrà una miriade di assiomi e di teorie.
Non c'è bisogno di osservazione per capire che il moral hazard incentiverà il rischio: c'è bisogno di osservazione per capire quanto sia stato rilevante il moral hazard in un certo contesto passato. Il primo problema è teorico, il secondo storico. La teoria economica può progredire senza che ci sia alcuna convergenza nelle spiegazioni degli eventi reali.