sabato, 31 gennaio 2009
Mentre stavo in palestra a fare 70kg di panca, 50 di pulley, 70 di lat, 40 di reverse triceps bench press, deep vari e seated dumbbell shoulder press con 20+20kg, mi è stato detto che al posto del blog compariva la scritta "questo sito nuoce alla salute del tuo PC". I nemici della libertà di espressione hanno così tanto tempo libero?
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venerdì, 30 gennaio 2009
Wagoner prende i soldi e Aidan Layne neanche un dollaro. Eppure le aziende automobilistiche non si reggono sulle proprie gambe, mentre il porno di gambe ne ha, e di alta qualità.

Perché tutto ciò? Ne parlo su Giornalettismo.
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giovedì, 29 gennaio 2009
Si è sparsa la voce che Ahmadinejad sia ebreo.

Dietro la diceria c'è un noto agente del Mossad, Wellington.
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giovedì, 29 gennaio 2009
Se vogliamo analizzare scientificamente il concetto di coercizione, dobbiamo privarlo di qualsiasi connotato di approvazione o disapprovazione etica: dobbiamo definirlo - non necessariamente, anzi auspicabilmente non, in termini materiali (comportamentismo) - e vedere quanto è rilevante per interpretare la realtà fattuale.

Il problema che ho col concetto di coercizione dei libertari è che non è scientifico, è un "mi piace, non mi piace": diventa coercizione soltanto quella in violazione di un insieme di specifiche etiche chiamate "diritto naturale". Un concetto scientifico di coercizione deve avere un significato preciso e non deve essere valutativo: poi deve anche essere utile teoricamente. Ci sono tanti concetti positivi e precisi che non servono a nulla, come la distinzione tra validità ed efficacia.

Consideriamo come prima definizione "La coercizione è una violazione dei diritti di un individuo": non va perché presuppone una teoria morale (i natural rights).

Un'alternativa ancora peggiore è "La coercizione è il costringere un individuo ad obbedire ad una scelta politica": di un concetto di coercizione che non includa l'esistenza di assassini e stupratori non so che farmene.

Mi va bene, invece: "La coercizione è l'uso della forza fisica, o la minaccia del suo uso, per avanzare una pretesa giuridica".

Questa definizione è avalutativa, è chiara, e quindi soddisfa i requisiti. Si veda però una conseguenza della sua avalutatività: se io pretendo un mio diritto naturale sto usando la coercizione. Se la nozione è avalutativa, allora va applicata sia allo stupratore sia alla sua vittima che cerca di difendersi, o si fa difendere da altri individui.

A questo punto diventa impossibile usare la nozione di coercizione a fini "libertari", in quanto anche la legittima difesa è coercizione. D'altra parte, se si vuole fare scienza politica e non propaganda politica, questo è inevitabile.

In pratica: la gente viene alle mani, o minaccia di, e questo fa parte integrante di ogni ordinamento giuridico. Possiamo dire che il diritto è l'insieme dei casi dove la maggior parte delle persone concorda che è lecito usare la coercizione: se rincorro uno scippatore e lo picchio agisco all'interno dell'ordinamento, se rapisco un turista e chiedo il riscatto sono al di fuori (nulla impedisce che esista un ordinamento in cui vale il contrario, ma siccome "ideals have consequences", è improbabile che esista: anche i ladri, tra di loro, hanno bisogno di regole, diceva Leoni).

Da questa definizione di coercizione si deduce che ogni azione relativa all'ordinamento giuridico è coercizione, sia se è pro che contro, che ogni forma di politica è coercizione (tranne nel caso, praticamente irrilevante, di unanimità, un caso in cui, tra l'altro, la politica è irrilevante) e che la coercizione è assente solo negli scambi tra persone che condividono le stesse regole (e non con chi è dissuaso dalla minaccia della coercizione dal violarle, anche se questa distinzione è operativamente irrilevante).

Questo è un miglioramento concettuale rispetto alle definizioni di Hayek, per cui "coercizione" può significare qualsiasi cosa (compresa qualsiasi posizione dominante), e a maggior ragione per quella della Scuola di Francoforte (per cui tutto è coercizione, anche la persuasione, e di conseguenza "nulla è coercizione", nel senso che il concetto tende a diventare irrilevante se la sua estensione diventa universale). La più grande estensione del concetto di coercizione la lessi in un saggio di Oriana Fallaci, secondo cui "anche la crescita dell'erba è violenza", ma mi sembra follia.

Un'altra conseguenza del concetto è che una norma esiste se è accettata (attivamente o passivamente) da chi si trova a doverla applicare. Nella stragrande maggioranza dei casi non serve neanche minacciare la coercizione (abitualmente non si vogliono derubare i vicini di casa), mentre in alcuni casi - soprattutto quando si ha a che fare con criminali - la coercizione gioca un ruolo centrale.

In termini etici, la domanda che ogni individuo deve porsi è quando ritiene giustificato l'uso della coercizione: è giusto tassare? è giusto punire l'adulterio con la morte? è giusto costringere a rispettare il contratto nazionale del lavoro? è giusto difendere un contratto in tribunale? è giusto perseguire gli assassini? etc. etc. etc.

A queste domande non si può dare risposta oggettiva. Ma una corretta concettualizzazione consente di porsele senza far rientrare l'ideologia dalla finestra, come quando si ritiene che una cosa decisa democraticamente non è coercizione perché "l'ha deciso il popolo" o che difendere la propria vita non sia una forma di coercizione contro l'assassino perché è un "diritto naturale" (ovviamente, coercizione giustificatissima, in questo caso, in base alle mie convinzioni ideologiche).
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categoria:filosofia, libertarismo
mercoledì, 28 gennaio 2009
In Iran c'è stata una partita di calcio tra... udite udite... uomini e donne!

Il Ministero dello Sport promette ritorsioni severe.

Ma io dico: le femmine hanno perso 7 a 0, di che si preoccupano?

Secondo me è la paura delle persiane: dormono con le finestre aperte, si svegliano troppo presto, e poi sono di cattivo umore.

(ANSA) - TEHERAN, 27 GEN - Ragazzi e ragazze hanno giocato a calcio in un centro sportivo di Teheran, fatto senza precedenti dalla rivoluzione islamica del '79. ''Reagiremo molto severamente'', ha detto l'Organizzazione statale per lo sport. E' avvenuto nel club Enqelab. Per i responsabili, le squadre sono venute a contatto soltanto per 10 minuti. Ma testimoni hanno riferito che si e' svolta una partita, terminata 7-0 per i maschi.
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mercoledì, 28 gennaio 2009
Questo è il seguito del post di ieri.

Alla mente umana piace illudersi di poter controllare tutto, e le pseudo-soluzioni abbondano. E' facile illudersi di aver trovato soluzioni, del resto, finché almeno non ci si comincia a pensare sul serio.

Il problema di ieri era il solito problema dell'azione morale: non esiste un criterio morale per decidere cosa è giusto e non è giusto fare, però non si può fare a meno di trovarsi di fronte a scelte morali.

Pseudosoluzioni in teoria economica

L'economia risolve il problema della arazionalità dei giudizi di valore creando una cornice teorica che non richiede valori: è avalutativa. Ad esempio, la legge della domanda vale sempre (tralasciamo l'effetto reddito), indipendentemente dai valori (scale di preferenza) degli agenti economici.

In realtà la soluzione è apparente: le leggi dell'economia sono universali (alcune, almeno) perché sono formali: valgono sempre perché non dicono nulla di concreto. Questo comporta un serio problema di previsione, ma siccome nessuno crede veramente di poter prevedere il comportamento umano, nessuno se ne stupisce.

Il problema è un altro: l'interpretazione etica del soggettivismo non è giustificabile eticamente. Eppure ogni tanto mi capita di sentire ragionamenti del tipo "X ha dimostrato di preferire A a B, quindi è contrario alle sue preferenze costringerlo a scegliere B". Parrebbe l'apoteosi del liberalismo. Parrebbe.

In realtà, se il consumatore esprime domanda per mangiare del riso, oppure per rubare organi ad un filippino, per la teoria economica è indifferente: per questo è scientifica, e per questo non basta per guidare l'azione umana.

Il ragionamento tipico degli utilitaristi moderni è che se ci si inventa una funzione di benessere sociale è possibile prendere decisioni ottime. Ma non esistono funzioni di benessere sociale oggettive: tutte richiedono giudizi di valore (pesi da dare ai singoli individui o alle singole istanze morali), e l'ottimalità vale solo relativamente alla particolare metrica impiegata (stranamente, questo è comunemente accettato dagli ingegneri che si occupano di controlli automatici, e non altrettanto ovvio per gli economisti che applicano la teoria dei controlli - ho aperto un libro chiamato "Discrete-time control systems" e mi pareva di leggere lo Stokey Lucas with Prescott di economia dinamica - al mondo umano).

Altre due pseudosoluzioni: positivismo e naturalismo etici

Il positivismo etico sembra assumere che la morale è irrilevante: siccome non è scientifica, non esiste. La cosa fa ridere, se non altro perché da un atto di fede (tutta la conoscenza umana è fondata, oppure priva di significato) si derivano proposizioni sull'universo che poi si spacciano per "scientifiche".

La cosa divertente è che dal punto di vista positivista neanche la scienza va bene, perché come tutti gli epistemologi dopo Popper sanno, non esiste un fondamento oggettivo universale e necessario neanche per la conoscenza scientifica.

Il naturalismo etico invece fa l'errore opposto: invece di dire che la morale è irrilevante perché non è scientifica, dice che deve essere scientifica perché è rilevante. Della serie: "mi serve, quindi esiste", il wishful thinking filosofico.

Uccidere non è impossibile fisicamente (altrimenti non sarebbe necessaria una norma morale a riguardo), e non viola nessun principio logico noto all'uomo: il rispetto della vita umana si sceglie, non si dimostra; è una responsabilità, non un teorema.

Scegliere non significa soltanto scegliere i mezzi dati i fini, ma anche scegliere i fini. E mentre la prima scelta è un problema tecnico, la seconda è un problema morale, in cui nessuna soluzione è definitivamente fondata, ma ogni soluzione ha conseguenze (diverse).
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categoria:filosofia
mercoledì, 28 gennaio 2009
Ho trovato la prova definitiva del fatto che gli USA sono in mano ad una lobby di ebrei che tramano nell'oscurità.

1. Tutti sanno che gli ebrei hanno spesso come cognome il nome di una città.

2. Il fondatore degli Stati Uniti d'America si chiamava Washington, che è una città

3. Washington quindi era ebreo.
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martedì, 27 gennaio 2009
Serie di tre post, su tre argomenti apparentemente indipendenti.

La principale differenza tra le scienze della natura e le scienze dell'uomo è che gli uomini hanno - e sono guidati - da idee: un approccio puramente comportamentisco - che cioè neghi il ruolo delle idee - allo studio della società umana non porta quindi da nessuna parte.


Una proprietà importante delle idee che influenzano la realtà umana è la loro mancanza di fondamento stabile. Le idee abitualmente non derivano da principi logici indiscutibili, da ipotesi ovvie o da fatti evidenti: le idee richiedono una metafisica: nell'accezione di Popper, qualcosa di non ulteriormente discutibile razionalmente (misesianamente, un "ultimate given" arazionale).

La cosa è particolarmente evidente in un ambito fondamentale del mondo delle idee: le idee morali.

Non esiste alcun fondamento razionale o empirico dell'etica - nel senso che non è possibile derivare valori da fatti, né dimostrare che un valore sia illogico o contraddittorio in sè. Ne risulta che tutte le idee morali di una società non hanno alcun fondamento che non sia ciò che i giuristi chiamano "efficacia": un'idea morale è vera in una data società e in una data epoca storica perché gli uomini coinvolti vi credono.

Le idee hanno conseguenze e anche gli ideali, a maggior ragione (le idee morali guidano direttamente l'azione umana, le idee culturali aiutano ad interpretare l'ambiente circostante - altri uomini compresi), sono fondamentali nelle dinamiche umane.

La cosa è vera per tutti i frutti delle attività culturali dell'uomo: anche la scienza non è che un sistema di ipotesi prese per vere - e costantemente controllate - ma mai definitivamente accertate.

Non ho idea se si possa dire lo stesso della stessa logica: di certo ne esistono di diverse, anche se alla fine per gli uomini ne conta solo una, quella standard (ma, esattamente come tutti gli uomini ragionano euclideamente e non relativisticamente, non è detto che ciò sia necessario).

Ne risulta quindi un'apparente contraddizione: da un lato le idee sono fondamentali, dall'altro sono infondate. I fondamenti infondati non sono una contraddizione: sono un aspetto universale della condizione umana.

Pera, allievo di Popper, diceva che l'intera scienza è costruita su palafitte: è possibile affondare nel fango per ottenere un appoggio più stabile, ma non è possibile avere solide fondamenta.

La contraddizione è apparente, in realtà, perché esiste un modo per per salvare il metodo senza negare l'irriducibile arazionalità dei valori (e di tutta l'epistemologia): basta distinguere valori e fatti.

Gli uomini sono liberi di credere che i neri non sono esseri umani, ma non di negare che i neri parlano e ragionano "come" esseri umani (io applicherei il rasoio di Occam: se parla come un uomo e ragiona come un uomo, deve essere un uomo); sono liberi di sognare la non-violenza, ma non di non subire la prevedibile reazione dei prepotenti: approfittarne per comandare; sono liberi di sognare la democrazia di massa, ma non di non vederla degenerare in un inefficiente sistema di lobby organizzate che campano a spese della società intera; sono liberi di sognare l'anarchia, ma non di doversi trovare di fronte a problemi che richiedono una risposta organizzata (e.e., un esercito).
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categoria:filosofia
martedì, 27 gennaio 2009
L'ultima frontiera del multiculturalismo è costringere gli ebrei nei ghetti per far contenti i musulmani.

Sto esagerando? Non tantissimo: a Copenhagen alcune scuole sconsigliano di fare iscrivere bambini ebrei.

Fonte

Da Wellington.
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martedì, 27 gennaio 2009
I parassiti sociali salvati dal governo PDLlino di Berlusconi rischiano di ricevere un grandissimo regalo dal governatorato PDino di Marrazzo.

Giornalettismo ha pubblicato un sunto della situazione.
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