martedì, 30 settembre 2008
In politica c'è una brutta abitudine argomentativa. Bisogna assolutamente educare le masse al ragionamento e all'analisi...

Molta discussione politica comincia con una sintomatologia corretta, elencando una serie di problemi effettivamente esistenti, magari con qualche aggiunta di problemi inesistenti ogni tanto (ovviamente può esistere anche la politica basata su problemi del tutto inesistenti).

Si passa ad una terapia che consiste automaticamente nell'aumentare e impiegare in maniera più intensiva e meno vincolata il potere politico di una qualche autorità.

Tra le due cose ci dovrebbe essere una cosa che si chiama diagnosi: la diagnosi richiede una teoria e lunghe argomentazioni, è sicuramente noiosa per l'elettorato, ma fondamentale per passare dai sintomi alla cura.

Il campione italiano della mancanza di argomentazioni è sicuramente Tremonti. In due libri e tante interviste che ho letto non si trova un argomento che sia uno. Solo sarcasmo, associazioni di idee, luoghi comuni.

Nel mio ultimo articolo su Giornalettismo faccio notare che un tale stile argomentativo è pericoloso perché può facilmente essere impiegato per sfruttare le passioni e l'ignoranza delle masse per aumentare il potere dei politici. Bisogna assolutamente educare le masse al ragionamento e all'analisi...

Si badi bene: non dico che Tremonti necessariamente non sia convinto di quello che dice o sia un demagogo. Ma se è convinto di quello che dice almeno provi a difenderlo argomentativamente. Altrimenti come distinguerlo da Naomi Klein?

Fame e sete di potere
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categoria:teoria politica, casa della libertà
martedì, 30 settembre 2008
Su che basi si danno giudizi di valore? Su nessuna base, ovviamente. I giudizi di valore sono, nella prasseologia misesiana, ultimate given (dati ultimi) arazionali (non irrazionali, anche se Mises usava quest'ultimo termine, in inglese).

La domanda "su che base si dà un giudizio di valore?" non ammette logicamente altra risposta che "sono d'accordo"/"non sono d'accordo".

Per questo bisogna dire che il concetto di "vizio" è vuoto? Si tratterebbe di un immeritato omaggio del nichilismo al positivismo. Ci sono tante cose che hanno senso e non hanno un contenuto oggettivamente definibile: bello, buono, giusto... praticamente tutti i giudizi di valore nell'estetica, nell'etica e nel diritto.

Il concetto di "vizio" è inutile? Sarebbe inutile in un mondo dove tutti sono indifferenti tra il morire di overdose e vivere senza eroina. Per fortuna non è il mondo in cui viviamo, quindi il concetto ha senso ed è rilevante, anzi fondamentale.

Fermo restando che ogni giudizio di valore è a rischio di abuso da parte di moralisti che vogliono imporre le proprie scelte agli altri, non riesco ad immaginare una società dove concetti (senza fondamento oggettivo) come responsabilità, vizio, prudenza, saggezza, ragionevolezza e altri arbitrari giudizi di valore non giochino alcun ruolo.

Alla domanda "su che base qualcosa è considerato 'vizio'?" non c'è risposta oggettiva. Ciò non significa che gli uomini non devono porsi il problema. Significa solo che non potranno giustificare razionalmente la loro scelta ultima. I giudizi di valore non possono essere "veri" o "falsi", esattamente come un liquido non può essere "duro": ad ogni ente i suoi attributi appropriati.

Accetterò il relativismo quando mi spiegheranno come si fa a passare dalla mancanza di fondamenti oggettivi (anti-assolutismo) all'indifferentismo morale. Se non posso giustificare in maniera puramente razionale che la socialdemocrazia svedese sia migliore dell'Unione Sovietica, posso comunque continuare a preferire la prima alla seconda, e a sperare che le persone siano sufficientemente ragionevoli da seguirmi in questo arbitrario giudizio di valore.

(Risposta ad una mail)
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categoria:filosofia
martedì, 30 settembre 2008
La Fanta è una bevanda analcolica e quindi non è sufficiente a ispirare quello che sto per scrivere. Quindi niente fantapolitica: passiamo alla grappapolitica.

Come potrebbe finire l'attuale crisi finanziaria? Per un soft landing ci vogliono tre o quattro condizioni:
  • Evitare nuovo moral hazard,
  • Evitare nuovi investimenti ad mentulam*,
  • Evitare che l'offerta di moneta collassi,
  • Evitare che la disoccupazione salga oltre il 10% per periodi prolungati.
Supponiamo che le Autorità si limitino a:
  • Impedire un crollo delle istituzioni bancarie,
  • Nazionalizzare solo per evitare contagio, e rivendere il prima possibile,
  • Eliminare le regolamentazioni pericolose (si pensi ad esempio allo status giuridico delle GSE).
In questo caso si rischierebbe di creare nuovo moral hazard, che però si può eliminare liquidando chi ha avuto potere decisionale finora (azionisti e management). Si salverebbero aziende e banche che non valgono quanto costano, ma si eviterebbero fallimenti a catena ed un collasso del mercato.

Se poi:
  • Non si irrigidisce il mercato del lavoro,
  • Non si pongono limiti al commercio internazionale,
Si potrà avere disoccupazione contenuta e non si rischierà di perdere la fonte di risparmi che tiene in piedi l'economia USA: l'Estremo Oriente, in primis.

Se non si esagera con il creare nuovo credito, il deleveraging continuerebbe, e il duration mismatch degli investimenti si ridurrebbe. Questo darebbe vita, nel medio termine, ad una struttura finanziaria più equilibrata.

La recessione continuerebbe, sarebbe probabilmente leggera, però abbastanza prolungata, perché si continuerebbero comunque a finanziare cattivi investimenti e a tenere in piedi strutture produttive anti-economiche.

Forse sarebbe opportuno dividere le regolamentazioni in tre categorie:
  • Quelle pericolose in sè,
  • Quelle che possono svolgere un ruolo utile solo per calmare gli eccessi di altre politiche
  • Quelle che sono utili indipendentemente da altre politiche.
Non conosco esempi del terzo tipo, ma potrei sbagliarmi. Quelle del primo andrebbero eliminate a vista, ma spesso rispondono a meccanismi di public choice e gli errori della democrazia sono quasi impossibili da correggere. Quelle del secondo tipo sono interessanti: deregolamentare un mercato strutturalmente instabile come gli attuali mercati finanziari li farebbe collassare, mentre c'è la possibilità che alcune limitazioni alla creazione di credito impediscano a questo di fare danni. Ad esempio, l'assicurazione sui depositi è una conseguenza della riserva frazionale, ma causa moral hazard da parte delle banche retail... per ridurlo potrebbe essere utile, come second best, ridurre la loro capacità di creare credito.

Se poi nel lungo termine si scoprirà che non bisogna forzare i mercati al di sopra delle loro capacità con politiche creditizie lassiste, lezione che immagino non verrà imparata, la crisi attuale sarà servita a qualcosa.

Il tutto sembra fantapolitica, perché richiede che i politici limitino di loro spontanea volontà il  loro potere: ma questo non si limita da solo, bisogna legarlo. Mises diceva che i governanti sono liberali solo quando vi sono costretti dai governati. L democrazia odierna non fornisce molti strumenti per limitare il potere:
  • non esiste più una legge indipendente dal Legislativo,
  • non esiste più un tessuto sociologico di poteri contrapposti al Potere centrale,
  • non esiste più un'economia privata indipendente che possa fare a meno dello Stato,
  • non esistono più Costituzioni rigide con enumerated powers,
  • non esiste più un'opposizione armata agli arbitri del Potere+.
Esiste solo l'elezione dei rappresentanti, e dal punto di vista liberale non serve a nulla.

Esiste la possibilità che le Autorità ora abbiano i corretti incentivi per fare qualcosa di buono. Non lo fanno certo per amore di libertà, per l'efficienza ecoconomica o per chissà quale alto principio morale, e non lo fanno per obblighi istituzionali. C'è una sola spiegazione credibile: lo fanno perché se continuano così distruggeranno la società da cui traggono sostentamento.

Quando la situazione si fa critica, improvvisamente i governanti si ricordano di stare sulla stessa barca dei governati. E così, un politico con un record mediocre come Churchill diventa improvvisamente, e anche meritatamente, un eroe nazionale.



* La traduzione è troppo volgare per essere riportata.

+ Quattro dei fattori considerati si devono a Panebianco, "Il potere, lo stato, la libertà". L'ultimo è un'idea fissa dell'anarcocapitalismo, che ha radici costituzionali nel Secondo Emendamento USA, e può anche assumere la forma del Balance of Power. Insomma: in tre righe ho messo tutte le forme di liberalismo.
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categoria:economia, liberalismo, teoria politica
martedì, 30 settembre 2008
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lunedì, 29 settembre 2008
Ripeto la stessa solfa da qualche anno, visto che questo è il terzo onomastico del blog (Il compleanno è il 29 Novembre).

  • Il 29 Settembre Battisti ebbe un'ispirazione. E chi se ne frega.
  • Il 29 Settembre nacque Berlusconi. E chi se ne frega.
  • Il 29 Settembre nacque Ludwig von Mises: da qui il nome del blog. L'onomastico è quindi San Mises, nato a Lemberg, nell'Impero Austro-Ungarico - ora Ucraina - nel 1881.

Mises morì nel 1973, a 92 anni, dopo 4 anni di meritata pensione (smise di lavorare a 88). Non fece in tempo a vedere il tracollo delle politiche economiche keynesiane, ampiamente previsto. Però - un po' per essersi lasciato scappare Mises, un po' per l'evidenza della stagflazione - l'anno successivo a Stoccolma diedero il Nobel al suo allievo Hayek.

Anche gli ultimi anni sono un'applicazione perfetta dell'economia austriaca. Speriamo che stavolta ci siano un cospicuo numero di ricercatori in grado di farsi sentire, invece di fare a gara a chi è più ortodosso come troppo spesso accade.

Di tutti gli insegnamenti che si possono trarre dagli scritti di Mises, quello che probabilmente è più utile allo stato attuale è che una politica senza principi, che si limiti ad affrontare problemi di breve termine man mano che arrivano, tenderà sempre di più al socialismo, impelagandosi in problemi di lungo termine che vengono amplificati dalle soluzioni piecewise (per usare il termine di Popper - l'anti-Mises, da questo punto di vista) adottate per nascondere la polvere sotto il tappeto.

I liberali del XXI secolo dovrebbero capire un'ovvietà: ragionevole non significa moderato. D'altra parte chi è politicamente radicale dovrebbe capire che senza ragionevolezza non si va da nessuna parte, ma questo è un altro discorso.

Il pragmatismo rappresenta un grave pericolo per le nostre società, troppo democratiche e troppo poco liberali, perché riduce la politica all'amministrazione del breve termine, quando il liberalismo richiederebbe un cambiamento istituzionale di lungo termine. La piecewise engineering di Popper non porta da nessuna parte: "middle of the road policies lead to socialism", e il socialismo è unmoeglich (impossibile*).

* C'è una disputa filologica noiosissima sul significato del termine, usato da Mises in un saggio fondamentale del 1920 sul socialismo. Per me potete leggerlo così: "se pensate di poter vivere in un'economia socialista senza morire di fame, vi sbagliate".
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categoria:liberalismo
domenica, 28 settembre 2008
Mi si chiede in privato cosa è la sovranità. Incredibile dictu et auditu, non mi sono mai posto la domanda. Ho studiato malamente Schmitt e Hobbes, ancora più malamente Kelsen, e sarebbe ora che studiassi forse anche Bodin e Rousseau. Ma al momento mi sono fatto questa idea.

Il sovranista è colui che crede che un problema comune richieda un decisore comune di ultima istanza. Lo stato hobbesiano che  fa finire il bellum omnium contra omnes con il suo potere assoluto e indiscutibile, e il sovrano totale schmittiano che decide nello stato di eccezione sono esempi di sovranità.

L'alternativa al sovranismo è un insieme di regole comuni, efficaci in quanto comunemente accettate. Il sovranista non può spiegare perché esistono degli stati, e perché esiste il diritto internazionale. Ma una volta accettato che esista il diritto internazionale, la necessità di avere un decisione comune si perde anche nel diritto domestico. Da cui l'inadeguatezza del giuspositivismo, una teoria del diritto che è sociologicamente rilevante solo nei casi in cui esista un sovrano hobbesiano, onnipotente e illimitato nella sua volontà. Ovunque lo stato non abbia un pieno controllo sociale o sia in concorrenza con altri stati vengono fuori delle norme giuridiche che sono estranee al sistema giuspositivista.

Il che mi fa pensare una cosa. Gli anarcocapitalisti dovrebbero studiare attentamente il Concerto Europeo del XIX Secolo. Non c'era nulla di più anarcocapitalista, se non fosse per le tasse (sempre) e la coscrizione (a volte). Un equilibrio di potere tra eserciti privati non potrebbe essere molto diverso dall'equilibrio tra gli stati europei dalla caduta di Napoleone e la Prima Guerra Mondiale, salvo i problemi di public choice, che affliggono gli stati, ma non necessariamente aziende private che si occupano di difesa. Secondo me la politica domestica influenza notevolmente la politica estera, e quindi la domestic public choice è un driver importante delle relazioni internazionali. Esempio: perchè l'Iran dovrebbe interessarsi di Israele? Si tratta di deviare l'attenzione verso un nemico immaginario per distrarre la popolazione dai problemi interni.

Al di là dell'astrattezza e l'inverosimiglianza dell'anarcocapitalismo, questa impostazione concettuale mi sembra quindi rilevante anche per capire la realtà odierna.
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categoria:politica internazionale, filosofia politica, teoria politica
domenica, 28 settembre 2008
Estetica, etica, diritto

I giudizi di valore con cui ogni individuo ha a che fare ogni volta che agisce nella sua vita sono di quattro tipi: epistemici, estetici, etici e giuridici.

I primi sono le scelte arbitrarie che stanno alla base della scelta del metodo: ad esempio, non esistono motivi logici e sperimentali per applicare il rasoio di Occam, eppure questo principio è alla base di molta scienza. Non ci interesseremo di questa famiglia di giudizi di valore.

I giudizi di valore più strettamente legati all’azione umana sono quelli estetici, etici e giuridici. Per come li concepisco io, un po’ schematicamente, i giudizi di valore sono estetici se non hanno alcuna rilevanza sociale; sono etici se hanno rilevanza sociale ma non giustificano l’uso della forza; e giuridici se sono socialmente rilevanti e associati in qualche modo alla coercizione.

Ad occhio: non far scuocere la pasta è un giudizio di valore estetico; agire in maniera responsabile è etico; non uccidere è giuridico. Chiaramente ci possono essere delle persone che apprezzano la pasta scotta, l'irresponsabilità e gli omicidi. Nel terzo caso è opportuno che ci siano molte persone che preferiscano metterli in galera, altrimenti la società ne verrebbe distrutta. Anche essere irresponsabili è socialmente rilevante, ma in genere l'irresponsabilità non è punita (salvo negligenze che provocano danni materiali).

L’appartenenza di un giudizio di valore ad una determinata categoria non è una caratteristica propria del giudizio, ma una scelta di chi giudica (del resto, il valore oggettivo nessuno l'ha mai osservato). Consideriamo ad esempio il modo di vestirsi: superficialmente saremmo tutti d’accordo nell’affermare che si tratta di un problema puramente estetico, ma non mettersi il chador in un regime islamista è un problema giuridico, visto che si rischia la fustigazione.

Tutti i giudizi di valore appartengono alla stessa categoria logica: il diritto è una forma di morale, esattamente come la distinzione tra bello e brutto è un giudizio soggettivo “arbitrario” del singolo individuo. La distinzione è però fondamentale per evitare che tutta la morale diventi automaticamente diritto: quando ciò accade si parla di Stato Etico. In termini più semplici: sebbene ogni norma dell’ordinamento giuridico sia anche una norma morale, non tutte le norme morali devono necessariamente essere norme dell’ordinamento.

La distinzione tra etica ed estetica serve soltanto a ricordare che ci sono cose socialmente importanti (l’etica) che non sono soggette a coercizione (non sono giuridiche), ma non per questo sono irrilevanti (estetiche). Per i relativisti, l’etica è una forma di estetica, e ciò è male (poi crederanno anche che l’estetica non sia soggetta a regole, e il risultato sarà che al posto di Michelangelo abbiamo Cattelan).

In Lewis questa distinzione non c’è, e in qualche modo sarebbe fuori tema, essendo un problema slegato dalle tesi del libro. Per Lewis, la morale si occupa di tre aspetti (3-I): regolare i rapporti tra gli uomini, regolare il proprio rapporto con sé stessi, e dare un obiettivo alla società. L’esempio di Lewis, è che un’orchestra ha bisogno di bravi musicisti (il rapporto con sé stessi), che suonano la stessa cosa (il rapporto con gli altri) e suonano qualcosa di specifico (la necessità di un direttore). La cosa odora di totalitarismo.

Non salva Lewis il debolissimo argomento secondo cui solo se l’anima è immortale l’individuo (supposto immortale) diventa più importante del collettivo (mortale). Dov’è il ragionamento? Indubbiamente i collettivi sono inconsciamente delle proiezioni della paura di morire. Ma questo non c'entra granché.

Comunque, il problema è che Lewis non accetta il non-cognitivismo etico: per lui “la macchina sociale non funziona” è la prova che l’etica è necessaria. Logicamente parlando, dire che la macchina sociale non funziona è già di per sé un giudizio etico: l’etica è infatti il nome in codice che diamo alla nostra necessità di agire scegliendo tra alternative, una necessità logica legata alla natura dell’uomo. Ma non esiste alcun modo oggettivo e universale per dire quando questa “macchina” funziona o non funziona.
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categoria:filosofia
domenica, 28 settembre 2008
Diceva, credo, Benigni in un film.

Io l'ho sempre detto: l'incapacità di controllare e di limitare il potere politico è all'origine di gran parte dei nostri più gravi problemi sociali. E la democrazia, quand'anche non fosse stata causa di tutto ciò (ma è difficile immaginare il totalitarismo senza il mito del "potere del popolo"), certamente non è una soluzione adeguata.

Non sono solo.

"La politica democratica non può ponderare, neanche in America, questi problemi. Anche in America, mette mani al portafoglio ed obbedisce al ricatto di quei piloti ad alta quota che sono i banchieri: attenzione, tratteci bene, altrimenti ci distraiamo e l’aereo cade"

Dice Mingardi sul Riformista.

Da parte mia, endorsement quasi totale, salvo dettagli insignificanti.
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sabato, 27 settembre 2008
Domani sera: cena con ex-colleghi dell'università
Lunedi sera: palestra (pesi, addominali, rowing)
Martedi sera: cena con i colleghi del laboratorio
Mercoledi sera: palestra (pesi, stretching, difesa)
Giovedi sera: cena con vari austriaci
Venerdi sera: palestra (pesi, addominali, rowing)
Sabato sera: festa a sorpresa

Successivamente dovrò allocare una cena e due aperitivi con altre due persone...
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sabato, 27 settembre 2008
E' da un po' di tempo che sto in fissa con questa canzone:


Il cui testo è ironico e divertente (solo che a me del Duce non mi frega niente anche quando non mi sento strano):

Credo che oggi parlerò di lei
Di com’è bella mentre mi sorride
Delle parole che io le direi
Quando il silenzio piano ci divide

Credo che oggi parlerò di lei
Delle sue mani e dei suoi occhi neri
E non sapete quanto la vorrei
Quando si chiude dentro i suoi pensieri

Però va be’ mi sento un po’ un coglione
Che questo non è un disco di Battisti
Dovrei parlare di Rivoluzione
Fare canzoni dure da fascisti
Però scusate oggi mi sento strano
Ho quel sorriso fisso nella mente
E ve lo dico con il cuore in mano
Oggi del Duce non mi frega niente

Credo che oggi parlerò di lei
Di quando ride poi di quando è stanca
Credo che oggi parlerò di lei
Che sono solo e sento che mi manca

Credo che oggi parlerò di lei
Dei suoi capelli poi della sua voce
Credo che oggi parlerò di lei
Di lei che corre via così veloce

Però va be’ mi sento un po’ un coglione
Con quel sorriso fisso nella mente
E ora parliamo di Rivoluzione
Che tanto a lei non gliene frega niente
Delle parole di questa canzone
E delle notti che io sono sveglio
E ora parliamo di Rivoluzione
Che forse poi mi sentirò un po’ meglio
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