lunedì, 30 giugno 2008
Tempo fa in Svezia passò una legge per cui chi avesse optato per una scuola privata avrebbe riavuto indietro dallo stato il valore di ciò che lo stato avrebbe speso per i suoi studi. Si trattava di 8,000-12,000€ l'anno a seconda dell'età dello scolaro. A 14 anni dall'introduzione della riforma, oltre il 10% degli studenti ha optato per questa possibilità, non solo minoranze religiose.

L'idea mi sembra molto buona, con un'invasività minima da parte del governo, almeno al momento (non sono illegali i profitti, ad esempio, e la regolamentazione non blocca a priori ogni innovazione didattica e organizzativa; un po' di restrizioni inutili comunque ci sono: pagare di più per esempio non è possibile). L'unica distorsione è che lo stato fissa un prezzo che il singolo consumatore può decidere come spendere, ma non può decidere di spendere di meno. Una complicazione ulteriore è legata al fatto che, anche per il fatto che le imposte sono progressive, ci sono effetti redistributivi in queste restituzioni fiscali.

La cosa ha avuto conseguenze inattese: sono sorte catene di scuole private, mentre ci si aspettava che sarebbero sorte solo scuole di campagna o religiose, e si sono avuti nuovi metodi di insegnamento e di interazione con gli studenti e i  loro genitori. In Italia quando c'è un problema si parla ossessivo-compulsivamente di "riforme", come se una sventagliata di burocratese possa ricreare la società ex nihilo: è più probabile che l'unico modo per deburocratizzare e innovare e adattare i servizi alle esigenze dei singoli cittadini sia quello di lasciarli liberi di scegliere. Il resto sono chiacchiere.

Il problema è il risparmio di costi: se la tariffa è fissa, e pari alle tasse che sarebbero state in media pagate, non ci sono incentivi a ridurre i costi. Magari si potrebbero ottenere determinati servizi non ad 8,000€ ma a 5,000€, ma nessuno può dirlo. Con una regola che afferma che non è possibile aggiungere tasse scolastiche ulteriori, chi vuole un servizio al di sopra dei 12,000€ non può averlo.

Quindi non si tratta di un buon modo di ridurre gli sprechi nella spesa, anche se le scuole private avranno tutto l'interesse di massimizzare il servizio reso a parità di costo (a prezzo prefissato), per via della concorrenza. I genitori non sono liberi di decidere il livello dell'istruzione, e quanti soldi spendere per questa, ma almeno non butteranno i soldi nel cesso. Eppure la razionalità economica fa capolino nei dettagli: alcune scuole per non sprecare spazi non hanno palestre, ma mandano gli studenti in strutture limitrofe preesistenti. Invece di tenere migliaia di palestre inattive tutto il giorno, come in Italia...

Il rischio-regolamentazione è elevato: i politici non perderanno mai volontariamente il controllo dell'istruzione. Ma pare che i genitori siano intenzionati a difendere questo piccolo spazio di libertà scolastica, conquistato per distrazione dello stato 15 anni fa.

La Svezia è un paese interessante: basse tasse sulle imprese, scarsa burocrazia per aprire nuove aziende, ed ora all'avanguardia nella libertà di istruzione. Peccato per 30 anni di socialismo che le hanno fatto perdere molte posizioni in reddito pro capite...

Link all'articolo del The Economist.
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sabato, 28 giugno 2008
Questo bel libro parla delle radici profonde dei problemi politici e sociali italiani, che hanno origine nell'assetto istituzionale stesso, oltre che nella cultura italiana.

E' un libro applicativo, ma con un solido background teorico, in cui si analizzano i legami tra regolamentazione statale, qualità dell'informazione sui media, imprenditorialità creatrice, imprenditorialità parassitaria, livello di corruzione, innovazione tecnologica, capitale sociale, fiducia interpersonale.

Il libro è pieno di regressioni lineari: si scoprono così una serie di ovvietà, come che il numero di ricercatori è legato alla quantità di brevetti o all'innovatività del sistema industriale; o cose meno ovvie, ma comunque credibili, come che il numero di avvocati è inversamente proporzionale al numero di ingegneri: i primi che servono per far funzionare la macchina burocratica, e gestire i rapporti con essa, i secondi impossibilitati ad operare per la sclerosi sociale indotta dalle regolamentazioni pubbliche.

Le regressioni implicano correlazione, lineare, e non causazione, così senza una teoria non si può mai capire cosa causa cosa: chi è causa e chi è effetto. La cosa è importante dal punto di vista della policy, perchè mentre la riduzione della burocrazia e delle regolamentazioni statali nel lungo termine faciliterebbe gli investimenti in capitale umano e fisico, in ricerca e in sviluppo, e quindi in innovazione e crescita, la stessa cosa non si può dire per quanto riguarda lo sterminio degli avvocati. Questo perchè (1) l'interventismo pubblico causa (2) la crescita del numero degli avvocati e (3) la riduzione del ruolo degli innovatori, mentre il secondo fattore non causa il terzo, anche se in qualche modo ha interesse nel perpetuarsi del primo.

Cubbeddu è uno degli studiosi italiani (non pochi) influenzato dalla Scuola austriaca, soprattutto per quanto riguarda il pensiero del fondatore, Carl Menger, il proto-"neo-istituzionalista": per questo motivo analisi austriache ed analisi neo-istituzionaliste si compenetrano e si completano a vicenda per tutto il libro. Personalmente ho difficoltà a capire la differenza, se non altro perchè neo-istituzionalisti come Ronald Coase fanno parte del bagaglio austriaco da decenni, e altri come Douglass North, influenzato dagli austriaci, lo sto leggendo solo ora, incuriosito dal libro di Vannucci e Cubbeddu.

Chiunque pensi di poter cambiare questo paese con un po' di riforme calate dall'alto è affetto da illusione costruttivista: la società è complessa e i vari fattori che impediscono all'Italia di dare il massimo interagiscono tra loro, influenzando anche la (pessima) qualità della politica. I problemi non sono solo grandi, ma si rafforzano a vicenda.

L'Italia soffre di incapacità di creare legami sociali di lungo raggio, cioè manca di una struttura sociale adeguata ad una "società aperta" di tipo hayekiano: non ci fidiamo dell'altro, quindi non cooperiamo, perchè tanto sappiamo che le leggi che regolano i rapporti sono inefficienti, e le istituzioni corrotte. Cerchiamo di risolvere la corruzione e l'inefficienza statale attraverso rapporti informali, in "nero", spesso al limite, anzi oltre, la legalità ufficiale, ma questo tipo di rapporti sociali non è un'alternativa efficace ad un'assetto istituzionale da "società aperta": si basa troppo sui rapporti personali e quindi è necessariamente limitata a piccole cose.

In Italia manca una società liberale perchè manca una cultura liberale, e manca una cultura liberale perchè manca una società liberale. In quest'ottica lo stato inefficiente e corrotto e la politica ladra e autoreferenziale sono il massimo che ci meritiamo, oltre ad essere la principale causa della sclerosi sociale italiana: siamo un paese ricco per errore, culturalmente degno del Terzo mondo, con istituzioni che a mala pena fanno invidia all'Africa subsahariana.

Alcuni dettagli non mi convincono moltissimo, come l'idea che la politica crei certezza (ma quando mai?) o che l'antitrust svolga un ruolo utile nel migliorare la concorrenza sul mercato, ma per il resto l'analisi è tanto profonda quando condivisibile.
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sabato, 28 giugno 2008
Probabilmente la politica migliore nella maggior parte dei casi è che lo stato si faccia semplicemente da parte: ci sarebbero meno disoccupati, meno debiti, più investimenti, più stabilità finanziaria, meno inflazione. Ciò non toglie che questa politica, per quanto semplice, sia politicamente irrealizzabile, e per ovvi motivi: va contro l'interesse della classe politica, di molti gruppi organizzati che traggono vantaggi da privilegi legali pagati dall'intera collettività, e anche contro luoghi comuni tipici della cultura politica statalista dominante (anche grazie all'influenza statale su scuole, università e media).

Le politiche possono essere classificate secondo varie categorie, e una a cui stavo pensando in questi giorni riguarda l'influenza che la politica ha sulla fornitura privata, basata su contratti e cooperazione pacifica anziché sulla tassazione e la legislazione, di determinati beni e servizi. Alcuni tipi di intervento provocano l'eliminazione dell'iniziativa privata: le aziende che si occupano di determinati servizi spariscono, l'iniziativa privata anche non-profit, diciamo "solidaristica", scompare; venendosi quindi a creare un vuoto sociale riempito dalle burocrazie statali, finanziato dalle tasse e influenzato dalle lobby politiche. Altri tipi di intervento non provocano questo effetto socialmente atomizzante e sclerotizzante ed economicamente inefficiente.

Consideriamo la politica per la scuola.

Se lo stato si occupa di dare gratuitamente a tutti gli studenti l'istruzione, l'istruzione privata sparirà: perché chi si accontenta della scuola pubblica andrà nelle scuole pubbliche; chi vorrebbe la privata deve pagare le tasse per finanziare le scuole pubbliche e non potrà andarci; chi preferisce le private e può pagarsele è una piccola minoranza, guardata ovviamente con invidia (il più socialista dei sentimenti) dal resto della società. In questo caso la politica elimina ogni incentivo alla fornitura privata di beni e servizi, e ogni incentivo alla cooperazione sociale per la fornitura di questi: in poche parole si crea un monopolio finanziato dallo stato attraverso le tasse, il debito, l'inflazione o le concessioni monopolistiche.

L'ottimo liberale sarebbe che lo stato non facesse nulla, perché costringere qualcuno a pagare un servizio contro la sua volontà è evidentemente immorale. Ma in assenza di questo, è possibile pensare a politiche per la scuola alternative alla precedente, che non impediscono l'iniziativa e la cooperazione spontanea degli individui e delle aziende, e quindi non sclerotizzano e non anestetizzano la capacità individuale di creare relazioni e servizi sociali al di là delle relazioni affettive e parentali (quasi unica cosa che lo stato totale lascia, solo in parte, libera).

L'alternativa è pagare ad ogni studente un assegno di entità pari alla somma che avrebbe speso lo stato per mandarlo in una scuola pubblica, e far decidere allo studente quale scuola scegliere, senza alcuna regolamentazione su programmi, scelta dei professori e metodi didattici. In questo modo, ognuno comprerà sul mercato ciò che vuole, e le aziende o le organizzazioni private avranno incentivi a fornire servizi e beni nel mercato dell'istruzione. Si vorrebbero probabilmente a creare tipologie di scuole, metodi didattici, organizzazioni di professori, aziende di servizi di pulizia o di mensa, strutture sportive, società per l'organizzazione di gite e vacanze studio... tutto privato, tutto finanziato dai clienti, cioè gli studenti. Alcune saranno non-profit, altre for-profit, altre addirittura caritatevoli.

I vantaggi di questa soluzione sono notevoli, visto che si evitano il monopolio, la burocratizzazione, l'inefficienza economica dell'intervento statale, il controllo statale sull'istruzione. Gli svantaggi sono minimi: si conserverebbe la natura redistributiva della politica fiscale, e si rischierebbe di controllare le scuole tramite regolamentazioni, che per ragioni di sicurezza dovrebbero essere minimali e difficilmente modificabili.

Tutti i servizi sociali potrebbero essere finanziati in questo modo. Invece di far fornire servizi ai burocrati, si fanno pagare le tasse per finanziare determinati tipi di consumi, distorcendo sì le preferenze individuali, e intervenendo sì coercitivamente nelle vite degli individui, ma eliminando tutti i difetti tipici dei servizi pubblici statali. L'unica scelta dello stato rimarrebbe: quali beni e servizi finanziare con le tasse e quanto finanziarli, ma questa scelta è più semplice e più controllabile, rendendo più facili le decisioni degli elettori e più efficace il controllo democratico, che oggi, data la complessità delle scelte pubbliche, è poco più di un mito.

Si potrebbe ad esempio pensare di dare ad ogni individuo tra i 6 e i 19 anni un assegno di X€ l'anno per gli studi; dare un assegno di Y€ a tutti gli individui oltre i 65 anni per pagare l'assicurazione sanitaria e le cure infermieristiche; dare un assegno di Z€ a tutti gli individui disoccupati da mettere comunque nel fondo-pensione; dare W€ a chiunque si segni all'università e sia in grado di fare tot esami l'anno.

Non sto dicendo che derubare il contribuente sia giusto: ma questo permetterebbe di eliminare tutti i servizi sociali pubblici, di dimezzare l'organico della pubblica amministrazione, di ridurre il controllo politico sull'istruzione... ovviamente la scelta di X, Y, Z e W rimarrà del tutto arbitrario, e quindi soggetto alle inefficienze e ai giochi politici tipici dell'intervento pubblico, ma la società sarà in grado di fornire qualsiasi tipo di servizi, in qualsiasi modo li si possa fornire. Se poi un giorno si porranno X, Y, Z e W a zero, si sarà di fatto abolito lo stato sociale senza che nessuno se ne accorga.

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categoria:politiche sociali, liberalismo, teoria politica
giovedì, 26 giugno 2008
Probabilmente qui avrebbero reagito dicendo "devo scrivere qualcosa anch'io".

(ANSA) - TOKYO, 25 GIU - Studentessa giapponese in gita imbratta la cupola del Brunelleschi, rintracciata invia 'profonde scuse' scritte alle autorita' fiorentine. La ragazza lo scorso febbraio scrive a pennarello sul marmo nome, data e iniziali della scuola. Un mese dopo la scritta in giapponese attira l'attenzione di un turista del Sol Levante che scatta una foto al graffito e la invia all'universita' della ragazza. Forse Firenze, viste le scuse, rinuncera' ai danni.Per la studentessa severa reprimenda della scuola.
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mercoledì, 25 giugno 2008
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mercoledì, 25 giugno 2008
La società aperta

Il branding è un'innovazione fondamentale in un mercato aperto, e in linea di massima la reputazione è un meccanismo fondamentale in una società aperta: in una società chiusa ci si conosce di persona, ma in una società aperta la maggior parte delle relazioni sociali si perdono nell'anonimato dopo un paio di scambi.

E' plausibile che si conosca di persona il fornitore diretto, anche se quasi sicuramente lo si conosce in maniera molto superficiale. Ma il fornitore del fornitore, o i dipendenti dell'azienda fornitrice, o gli azionisti, sono quasi certamente ignoti a chi agisce sul mercato. E figuriamoci di tutte le innumerevoli aziende che si trovano lungo la value chain.

Questa cosa non vale solo nel mercato: la reputazione è fondamentale per evitare problemi di mancanza di fiducia reciproca, quindi è un elemento ubiquo nelle società umane. Se esistessero solo giochi non ripetuti, non ci sarebbe un ruolo per la reputazione, e tutti si comporterebbero secondo il beneficio di breve termine, in maniera opportunistica, salvo relazioni affettive e personali, per forza di cose estremamente limitate, e di breve raggio. L'esistenza di giochi ripetuti, e la possibilità imprenditoriale di trasformare giochi non ripetuti in giochi ripetuti, cambia completamente l'ambiente in cui si opera: allunga l'orizzonte d'azione, riduce i costi di transazione, e i benefici netti dell'opportunismo.

I soliti romantici odiano la società aperta per il suo anonimato. Ma ovviamente non hanno chiaro cosa veramente otterrebbero se avessero ciò che vogliono: una società fatta soltanto di rapporti diretti ed intensi sarebbe una società estremamente chiusa, economicamente primitiva, probabilmente molto più violenta dell'attuale, perchè la divisione del lavoro aumenta l'efficienza nell'impiego delle risorse, e quindi "allarga" il mondo, riducendo la conflittualità sulle risorse, in quanto meno scarse.

Chiunque abbia un minimo di vita sociale sa quanto tempo e quante energie servono per creare rapporti personali profondi, e quanto limitato sia il mondo di relazioni costruito in questo modo. Però il fatto che molti si lamentino della società aperta perchè limita il ruolo di questi rapporti alla propria sfera affettiva privata è incomprensibile. Le stesse persone probabilmente non avranno nulla contro il totalitarismo politico, perchè il paternalismo delle istituzioni potrebbe creare un'illusione di sense of belonging ad un gruppo sociale simile a quello dei parenti o degli amici. Non conosco e non padroneggio la terminologia della psichiatria, ma basare la propria vita su un'illusione così grossolana non è cosa da sani di mente. Non è quindi strano che i padri del totalitarismo fossero tutti psicopatici: Rousseau, Saint Simon, Robespierre, Comte...

Nella società umana si possono distinguere vari tipi di relazioni: quelle tra parenti e amici, emotivamente coinvolgenti e profonde, che vanno benissimo per la vita affettiva, ma sono pessime per qualsiasi scopo sociale che vada oltre il ristrettissimo raggio di questi rapporti; quelle anonime di mercato, basate su regole astratte, come i diritti di proprietà, che sono poco coinvolgenti affettivamente, ma sono alla base della prosperità e delle relazioni pacifiche tra i gruppi; e quelle di massa, che sono estese come il mercato, ma cercano di sostituirsi ai rapporti affettivi dal punto di vista emotivo. Queste ultime relazioni sono spesso conflittuali e in genere tendenzialmente autoritarie e/o totalitarie.

Forse non è pensabile una società composta solo di relazioni dei primi due tipi, ma sicuramente il terzo tipo di relazione sociale è il più pericoloso. Di sicuro, una società non primitiva non può non basarsi sulle relazioni di mercato, che quindi giocano un ruolo fondamentale nella civiltà umana: del resto non riesco ad immaginare un solo motivo per avere rapporti con esseri umani che non conosco oltre al reciproco vantaggio implicito in ogni atto di libero scambio.
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categoria:liberalismo, teoria politica
martedì, 24 giugno 2008
Branding

Agli inizi della globalizzazione, nel XIX secolo, cominciarono ad arrivare pacchi di tè dalle Indie. Nessuno poteva sapere se il tè era buono o cattivo: non c'era altro modo che comprarlo e assaggiarlo. Anche prendere un campione e poi comprare il resto è rischioso, senza garanzia che il campione fosse ciò che effettivamente poi si comprava.

Il signor Lipton, se ricordo bene (fonte: Philippe Legraine, un libro sulla globalizzazione di qualche anno fa), cominciò a scrivere il suo cognome sulle casse di tè che mandava a Londra. Messaggio in codice: "Io il tè lo faccio così. se vi piace, compratelo.". In questo modo si trovò la soluzione al problema di reputazione: il branding. Il significato è semplice: che incentivo ha un anonimo a comportarsi bene se poi scomparirà nell'anonimato? Nessuno. Che incentivo ha un'azienda che ha investito milioni di dollari in branding a comportarsi bene? Milioni di dollari, appunto.

Di fatto il gioco viene ripetuto e continua ad essere vantaggioso per le parti in causa finchè si rispettano certe regole: nessuno ha incentivo a violarle perchè ciò interromperebbe il gioco, mutuamente benefico.

C'è chi si lamenta del branding perchè lo considera una sorta di droga che i consumatori-ebeti ingurgitano per colpa delle multinazionali. Peccato che, a differenza dei loro scritti, il branding, una sottospecie di reputazione, è una delle fondamenta di ogni civiltà evoluta. Questa incapacità di comprendere i fenomeni di una società aperta è fondamentalmente anti-sociale, in quanto non c'è alternativa a questo tipo di relazioni sociali, a meno che non si voglia tornare nel Paleolitico.

Non capirò mai perchè poi ci si lamenta del branding delle corporationa e non di altre forme di branding, come quello dei partiti politici... è un po' come la pubblicità, che sul sussidiario delle elementari mi indottrinavano a disprezzare, tralasciando però le infinite idiozie delle campagne elettorali. Chissà come mai... forse perchè la scuola era pubblica?

E' da notare come la catena di relazioni in un mercato basato sulla divisione del lavoro passi rapidamente dai rapporti umani diretti (in genere superficiali) al totale anonimato. Il compratore sa qualcosa del dettagliante, e quest'ultimo sa qualcosa del distributore, ma in genere il compratore non sa nulla del distributore.

Viene quindi da pensare che una regola giuridica che affermi che i reclami devono percorrere indietro la value chain (il compratore si lamenta con il dettagliante, quest'ultimo con il distributore... fino ad arrivare al produttore primo), ben lungi dall'essere macchinosa, è l'unica che può fare entrare in gioco fenomeni quali reputazione, forti incentivi, conoscenza localizzata. Se il consumatore italiano dovesse andare a lamentarsi con l'agricoltore neozelandese produttore di kiwi sarebbe un grosso problema. Questo meccanismo non so come si chiami, ma sono sicuro che almeno nel Common Law esiste.

Un altro aspetto fondamentale della questione è che l'azione imprenditoriale, così spesso sottolineata dagli austriaci, modifica le regole dei giochi: ciò che era un gioco non ripetuto (in quanto anonimo, le aziende non erano riconoscibili e quindi ogni nuova transazione era come la prima) diventa un gioco ripetuto grazie all'imprenditore, che cambia le regole attraverso una nuova strategia di marketing, in questo caso il branding. Insomma: le regole del gioco non sono date, e basta un'innovazione tecnologica o organizzativa o di marketing per cambiarla; nessun bene è intrinsecamente pubblico o privato, nessun gioco è intrinsecamente non ripetuto o ripetuto.

C'è da chiedersi quanto le predizioni della teoria dei giochi, dove tutte le strategie e tutte le regole sono note a priori, siano rilevanti per la realtà effettiva. Il mio dubbio è che le applicazioni della teoria oscillino dal semplicemente banale al complicatamente assurdo, senza una via di mezzo che sia plausibile e illuminante allo stesso tempo. Ma la mia conoscenza della materia è probabilmente limitata dalla noia di incappare sempre nei primi due casi...
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categoria:economia
lunedì, 23 giugno 2008
E' nell'interesse della classe dirigente controllare direttamente o indirettamente la stampa, come del resto anche la scuola o l'università. Consuetudini sociali, valori morali e norme giuridiche possono in qualche modo comprimere questo pericolo per la libertà. Altre volte è l'utilità della libertà per la classe dirigente (più libertà => più ricchezza => più tasse, ad esempio) a salvare la società dal totalitarismo. Altre volte è l'irrilevanza di certi fenomeni sociali.

Nel caso dei blog, l'assenza di tentativi di controllare il fenomeno è dovuto all'irrilevanza del mezzo. Se fosse un'alternativa ai quotidiani e ai settimanali, ovviamente, questo non sarebbe più vero e, sia nell'interesse della classe dirigente, che dei gruppi di pressione della stampa, uscirebbe fuori sicuramente qualche legge per limitare la libertà di espressione, impedendo che questa sia pericolosa per il potere politico e per le tasche delle lobby. E' ovviamente decisamente troppo presto, ammesso che arriverà mai il momento...

In compenso, un blog pare sia stato multato per stampa clandestina, reato di cui scopro ora l'esistenza, e di cui mi sfugge la raison d'etre. Fonte: Lisistrata.
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lunedì, 23 giugno 2008
Un mio commento ad un'iniziativa argomentata comicamente per indurre Trichet ad imitare Mugabe in politica monetaria è comparsa su Giornalettismo: Fermate chi vuole fermare Trichet.
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categoria:economia
venerdì, 20 giugno 2008
E' ora di speculare al ribasso sui generi alimentari: ho informazioni rilevanti a riguardo, da insider. E' ora di vendere future su riso, pasta, carne, dolci.

Ho cominciato la dieta. Con quello che mangiavo prima, le mie abitudini alimentari avevano sicuramente influenza sui mercati mondiali. Da quando l'ho cominciata, la mortalità per fame nell'Africa Sub-sahariana si è ridotta del 20%.

Altra informazione da insider: devo perdere 12kg, quindi ne avrò per 12-18 settimane... tra tre mesi però non rispeculate al rialzo, magari mi si chiude lo stomaco definitivamente.

DISCLAIMER: Questo post è uno scherzo e non è da considerarsi un consiglio di investimento. E se anche lo fosse, abbassando i prezzi dei generi alimentari si migliorano le condizioni di vita dei poveri e quindi l'aggiotaggio è a fin di bene.

PS Non vendere future sulle verdure e il pesce, anzi, comprarli. Legumi e frutta stabili. Vendere future sul pane bianco e comprarli sul pane integrale. A giorni, ma non subito, non mi sono ancora attrezzato, venderli sul latte intero e comprarli sul latte scremato. Comprare future su tutti gli alcolici, soprattutto la birra.

PPS Mi sto mettendo d'accordo con alcuni miei compagni di mangiate e bevute per coordinare le diete e amplificare la speculazione.
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