mercoledì, 30 aprile 2008
Leggo sul giornale che sono disponibili online tutte le dichiarazioni di redditi degli italiani. Il Grande Fratello Fiscale ci controlla con 120 milioni di occhi... e poi ci si stupisce che Berlusconi stravince... a quando il numero di serie tatuato sul braccio? Skynet camps per gli evasori?

PS A proposito: pare che faranno la seconda serie di Terminator: the Sarah Connor Chronicles. Il cyborg Cromartie Visco avrà nuovi poteri...
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categoria:politica interna
martedì, 29 aprile 2008
Ho scritto qualcosa sul Mises Blog, ma ho problemi a mandare il commento, uso il blog per salvare. Non sono sicurissimo di alcuni dettagli, sarebbe ora di riprendere in mano la Open Society, ma non ho proprio tempo...

I approached classical liberalism reading Popper, several years ago, then I finally switched to Mises. Mises is my favourite thinker and I think that Mises's theoretical system is lacking in no more than a handful of aspects: (1) he neglected the idea of the state (better Rothbard), (2) he neglected international relations (unsettled problem of classical liberalism and libertarianism), (3) he neglected jurisprudence (better Leoni), (4) he neglected the importance of domestic balance of power (better Jouvenel), (5) he neglected integralism and fanaticism (not completely, more on this in the following).

All these limitations he shared with Popper. But Popper had some more.

Popper made no attempt to distinguish between democracy and freedom: he only distinguished progressive social engineering and totalitarian social revolution.

Mises had the former distinction clear, as he believed that government ought not to do more than enforcing laws and defending boundaries: Popper proposed no effective limitations in the scope of government intervention.

For what concerns the latter distinction, which is the core of Popper's political philosophy, Popper was only concerned that politicians could have had fanatical goals (compare for instance Talmon's totalitarian democracy, a history of French philosophy before, during and immediately after the Revolution), but whatever the majority's choice, Popper has nothing to oppose except common sense (that's not exactly the more abundant virtue in politics). In other words, Popper's thought is one-dimensional, moderately socialist and more or less disconnected with the themes of classical economics.

In a sense, one of the five limitations of Mises has been partially addressed by Popper: his common sense. Surely not because Mises lacked it, but Popper's "obvious" political thought is a good therapy against fanaticism.

Popper has been one of the many, possibly one of the first, thinkers who understood the importance of fanaticism in the political tragedies of his time, together with, for instance, Hoffer, Hayek and Talmon, at his time, and Glucksmann, more recently. Apart from this, I find his political philosophy rather uninteresting, and its conception of freedom dangerously close to that of that special brand of gulag-less socialists called, in the US, "liberals". Most people may confuse ideological differences with theoretical differences, but I won't: I'm just perplexed by Popper from both points of view.

Finally, Mises was a moral relativist, so was Popper, and so am I. For a relativist, a moral system cannot be defended on purely rational grounds, notwithstanding the importance of this defense (the "moral conundrum", although there is nothing mysterious about it). Mises understood the importance of widespread acceptance of some moral/legal rules by part of the majority, to have a stable social order. My impression is that Popper believed that contemporary unlimited democracy was under all aspects good, and found nothing strange in the incredible concentration of power in the hands of our “representatives”: the reasoning being, most likely, that he thought he could find a way out of the "moral conundrum" in the will of the majority. In the end he found no fault in contemporary democracies, where the state has the widest role in every aspect of our lives. Something impermissible, in the XX century, although understandable, after gulags and lagers...

Popper may be good to save someone from Marx, provided that someone so fool to believe in Marx can be saved at all. Popper may be good in saving someone from positivism (and you are wholly right claiming he wa no positivist), and I could make the same irony about the chances of saving them. I believe his thought to be of no avail for more complicated tasks.
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martedì, 29 aprile 2008
Avendo perso la speranza che qualcosa possa cambiare (sottinteso: in meglio. Per il peggio si fa sempre in tempo) nella politica nazionale, sono rimasto piuttosto indifferente rispetto alle ultime elezioni politiche, cosa per me non del tutto tipica (ma probabilmente diventerà un'abitudine). I primi vagiti del nuovo governo confermano la mia scelta, ma è decisamente troppo presto per dirlo.

Invece stranamente nel caso del nuovo sindaco di Roma Alemanno ho una speranza maggiore dello 0% (ma meno del 10%...) che qualche piccola cosa cambi. Per amministrare una città non servono grandi idee politiche: non si tratta di discutere di divisione delle carriere dei magistrati o di politica monetaria o di riforma delle pensioni, ma di asfaltare strade e far partire gli autobus in orario.

Un po' di cose su Roma:
  • Roma è una città sporca, ma non è tanto colpa dell'AMA (Si occupa di raccogliere i rifiuti, e pare anche di trasportare le salme), quanto dei Romani che hanno l'abitudine di usare i marciapiedi come bagni per i loro animali, come cestini per la carta e come posacenere. Di recente si è parlato di problemi di riempimento della discarica di Malagrotta, e se questo è vero c'è il rischio che Roma faccia la fine della Campania, ma non saprei dire...
  • Il Campidoglio è considerato un modo per sfondare nella politica nazionale: a Roma ci si candida, e si governa, per motivi di immagine, ma la città di fatto non è amministrata. Rutelli ha usato il Campidoglio per trasformarsi da ex-radicale in leader di qualcosa, e Veltroni ha fatto lo stesso, da ex-comunista affetto da amnesie a leader del PD. Sono quindi contento che la Sinistra abbia perso, ma la stessa identica tentazione la corre chiunque stia al Campidoglio.
  • A Roma si è preferito per 15 anni organizzare concerti, e intrattenere buoni rapporti con cantanti e registi, piuttosto che asfaltare le strade, costruire parcheggi, migliorare le metropolitane (da Terzo Mondo... non esiste nessuna capitale in Europa così mal ridotta) o allargare le strade di scorrimento. C'è la possibilità che Alemanno sarà più concreto, anche se non ci credo molto: avere una rete metropolitana non africana sarà una cosa difficile, per colpa degli Antichi Romani che nascondevano anfore ovunque (io farei tutta una passata di cemento... tra duemila anni interromperanno i lavori per lo spazioporto intergalattico dell'URBE perchè gli archeologi troveranno il cesso di casa mia).
  • Roma è una città relativamente sicura, e di certo non frequento i quartieri alti. In tutta la mia vita ho visto di persona solo un'overdose, uno scippo e una sparatoria (sparati dalla Polizia). Le mie amiche vanno in giro senza problemi anche da sole, e solo una volta m'hanno parlato di un furto, opera di un balordo in cerca di soldi. Si parla molto di sicurezza ma non so quanto ci sia di fondato: indubbiamente non è piacevole vivere vicino ad un campo nomadi, cosa che probabilmente comporta problemi di microcriminalità reali.
  • Roma ha un deficit pubblico notevole, da quanto mi si dice (circa 10 miliardi di euro, cioè 3000€ a cranio, l'anno), e questo è sicuramente qualcosa da controllare: non so se sia in linea o meno con gli altri enti locali, ma probabilmente qualche kermesse in meno non farebbe male. Le prime affermazioni di Alemanno fanno pensare che non vuole cambiare molto, ma siccome presto si accorgerà che non conquistare i cuori di nani e ballerine come Veltroni, potrebbe ripensarci.
  • Per come è fatto il PDL, e soprattutto per com'era la Destra Sociale ai tempi di AN (e AN in generale), difficilmente Alemanno si metterà contro pubblico impiego, dipendenti ATAC e tassisti, quindi a livello di amministrazione e servizi pubblici difficilmente cambierà qualcosa.
Se fossi sindaco:
  • Taglierei la spesa con la motosega.
  • Spenderei soldi quasi solo per asfaltare e allargare strade (da Terzo Mondo (la Honda le usa per testare le sue moto in condizioni avverse, e non sto scherzando), costruire parcheggi, migliorare i servizi pubblici (soprattutto la Metro, che andrebbe aperta anche di notte come in tutte le città europee che ho visitato).
  • Liberalizzerei taxi e autobus per migliorare il servizio (visto a Napoli, anche se era illegale).
  • Venderei tutto il patrimonio immobiliare al miglior offerente.
  • Insegnerei ai vigili a fare qualche lavoro utile invece che mettere multe, come ad esempio occuparsi di ordine pubblico (idea di Alemanno, mi sembra buona).
  • Introdurrei misure di polizia solo se le statistiche dicono che c'è molta microcriminalità.
  • La pulizia di Roma mi sembra un'impresa senza speranza, bisognerebbe importare abitanti da paesi igienicamente civilizzati, cioè tutta l'Europa Occidentale tranne Grecia, Spagna e Portogallo.
  • Se c'è un avanzo fiscale, pagherei i debiti e poi taglierei le tasse.
  • La mia politica culturale è: "fate quello che cavolo vi pare, ma fatelo coi soldi vostri". Se proprio dovessi spendere qualcosa, metterei un vincolo che impedisca la nascita di un "political-entertainment complex" alla Veltroni: si finanziano solo opere di artisti morti.
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martedì, 29 aprile 2008
Avrei dovuto continuare con l'opera di recensire i libri che leggo ma, nel caso di "The true believer" di Eric Hoffer, Wellington l'ha già fatto, e meglio di come avrei potuto farlo io. Questa non è quindi una recensione, ma uno stream of consciousness.

C'è una tensione irrisolta, nel resoconto di Hoffer dei movimenti di massa: da un lato, soprattutto nella fase più fanatica dei rivolgimenti sociali (Stalin, Hitler, i Giacobini...) rappresentano un enorme problema; dall'altro, Hoffer afferma che i movimenti di massa sono spesso necessari per far "rivivere i morti", cioè provocare grandi cambiamenti in civiltà immobilizzate e in crisi, come la Cina imperiale, o l'Islam (e perchè non l'Italia?).

La cosa mi lascia perplesso, anche perchè Hoffer giudica positivamente la Rivoluzione Francese, cosa che non mi riesce di fare, per quel poco che capisco di Storia, avendo dato luogo al Terrore, ad una "guerra mondiale" (Napoleone), ad un enorme accentramento di potere nelle mani dello stato, all'introduzione nella storia dell'egalitarismo* e fondamentalmente ad una democrazia instabile. La democrazia in Francia deve più allo sbarco in Normandia che alla presa della Bastiglia. Se è venuto qualcosa di buono fuori dalla Guerra di Indipendenza americana e dalla Rivoluzione Gloriosa inglese, forse è proprio perchè non erano rivoluzioni.

La tensione irrisolta è l'ennesima reincarnazione del dilemma centrale del liberalismo^. Supponiamo che un po' di stato sia necessario, col suo corrollario di violazione dei diritti individuali e con l'implicito rischio di derive dispotiche. Quanto ne serve? Chi decide quanto ne serve? Come si torna indietro dopo una crisi? Come si revocano i poteri d'emergenza? Come si controlla il Potere?

Essendo i movimenti di massa di Hoffer, come il totalitarismo di Talmon, affetti da una sorta di delirio di onnipotenza che mira alla conquista del Potere come soluzione di tutti i mali della società, il fanatismo dei movimenti di massa è intrinsecamente illiberale. A questo punto rimane aperta la domanda: possiamo farne a meno? Altrimenti finiamo come il Socrate dell'"Alcibiade" di Jouvenel+. L'elettorato è sempre pronto a seguire chi promette paradisi, anche quando è relativamente facile capire che si tratta di stupidaggini: ma è possibile sfruttare i movimenti di massa per fini non illiberali? Probabilmente no: quindi ai liberali rimane solo la cicuta.



* Come diceva il Sergente Hartman nel film Full Metal Jacket: "Qui siamo tutti uguali, non conta niente nessuno". L'egalitarismo è incompatibile con la libertà in quanto l'unico modo per realizzare l'uguaglianza è imporla dall'altro attraverso un Potere sterminato.

^ I minarchici, come Rand o Nozick (volendo anche Locke), cercano di risolvere il problema giustificando in qualche modo la coercizione. Mi sembra una strada mediocre: è come dire: "A volte la guerra è necessaria, in guerra muoiono degli innocenti, quindi è giusto uccidere degli innocenti".

+ "The pure theory of politics" di Jouvenel inizia con un dialogo immaginario (un seguito del dialogo platonico) tra Socrate e Alcibiade, ambientato prima della spedizione ateniese in Sicilia, in cui Socrate rimprovera Alcibiade, responsabile del successivo declino ateniese, di avere potere senza avere saggezza, mentre Alcibiade canzona Socrate dicendogli di avere saggezza senza avere potere.
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categoria:filosofia politica, teoria politica
lunedì, 28 aprile 2008
Su Neolib ho appena visto una bestemmia: una frase di Mises, in cima alla pagina, posta insieme ad un articolo di Paul Craig Roberts, consigliere economico di Reagan e famoso "monetary crank". Roberts mostra di avere le idee molto chiare sull'economia, ma purtroppo per lui e per i suoi lettori le idee sono sbagliate. Non m'ero accorto che Neolib aveva disabilitato i commenti, ma questo è il commento che avrei scritto alle farneticazioni di Roberts.

"La pretesa dei sostenitori della delocalizzazione che essa creerebbe nuove e migliori opportunità di lavoro è pura fantasia. Si tratta di una affermazione che non trova riscontro nei dati riguardanti impiego e reddito."

Quei "dati" derivano da una molteplicità di cause: senza un'analisi rigorosa, in primis teorica, non si può dire nulla. Se anche il reddito stesse diminuendo, potrebbe essere una cosa legata ad altri fattori, come ad esempio il basso tasso di risparmio americano, l'elevato carico di regolamentazioni europeo, l'elevato deficit pubblico USA, gli scarsi incentivi alla produzione nelle social-democrazie europee, l'eccessivo ed irresponsabile impiego degli stimoli monetari... tutti questi fattori sono plausibili. A differenza della relazione causale suggerita da Roberts, però, sono anche teoricamente fondati. Le affermazioni di Roberts, al contrario, non lo sono.

"Oltretutto, lo stesso incentivo che sta delocalizzando così tanti posti di lavoro all'estero è applicato coerentemente ai nuovi impieghi che rimpiazzano quelli persi."

Roberts non capisce, o perlomeno finge di non capire, che per comprare qualcosa bisogna dare qualcosa in cambio. Quindi non si possono perdere posti di lavoro spostando la produzione in Cina, perchè se gli USA non producessero nulla non avrebbero nulla con cui comprare la produzione delocalizzata. Se gli USA delocalizzano senza produrre non è colpa della Cina, ma colpa del tasso di risparmio nullo degli americani: X - M = S - I (esportazioni - importazini = risparmi - investimenti). E questo tasso di risparmio nullo è strettamente legato agli incentivi perversi creati dalle politiche monetarie lassiste americane.

"insegnanti e infermieri, sono sempre più appannaggio di stranieri che sfruttano i programmi di lavoro per i detentori del visto d'ingresso."

Che sfiga! Studenti e malati americani pagheranno di meno per i servizi di educazione e assistenza medica! Povera American Medical Association, come faranno ora che non possono più tenere i prezzi sopra il livello di mercato? Roberts crede che l'economia è più ricca quando le cose costano di più. Bah...

"La sostituzione dei lavoratori americani con quelli stranieri permette ai dirigenti di ridurre i costi ed aumentare i profitti, garantendo laute gratifiche a se stessi e ghiotti redditi da capitale agli azionisti."

A me parrebbe che i lauti compensi al management abbiano poco a che fare con la delocalizzazione e molto con le bolle speculative create dalle politiche monetarie... siccome i due fenomeni, l'inflazionomia e la globalizzazione, camminano di pari passo è difficile distinguerli nettamente, ma non c'è un solo motivo teorico per credere che le cose stiano come pensa, o perlomeno scrive, Roberts.

"La delocalizzazione in altri paesi è un fenomeno recente che ha ricevuto poca attenzione da parte degli economisti"

E' recente... è nata da quando Roberts era consigliere di Reagan... che iniziò a minare la stabilità macroeconomica americana dando l'incarico a Greenspan e generando una cascata di bolle speculative.

"[La delocalizzazione è] considerata come un'altra manifestazione dei meccanismi benefici del libero scambio e del vantaggio comparativo. La delocalizzazione è in effetti il flusso di risorse a vantaggio assoluto. E' da due secoli che gli economisti sanno che il vantaggio assoluto non produce guadagni reciproci. A differenza delle operazioni a vantaggio comparativo, quelle a vantaggio assoluto determinano vincenti e perdenti."

Questo è il delirio. Questa è demenza. La teoria del vantaggio comparato dimostra che il commercio è benefico per entrambe le parti anche quando non ci sono vantaggi assoluti. Non dimostra che il vantaggio non c'è se ci sono vantaggi assoluti, come crede, o vuol far credere, Roberts. E mi chiedo di quali vantaggi assoluti stia parlando, forse la Cina ha più capitale, più terra o più tecnologia degli USA? Ha un vantaggio comparato nella produzione low-tech, vantaggio grandemente ingigantito dal consumismo e l'inflazionomia americane.

"Cina ed India sono vincenti. L'America è perdente."

Roberts non capisce nulla. Ma per motivi opposti a quanto dice, le conclusioni sono corrette: gli USA stanno nei guai. Anche perchè hanno (avuto) consiglieri presidenziali come Roberts.

"Fine della discussione."

Quale discussione? E' solo un monologo delirante... Tremonti è intellettualmente superiore. Pensate un po'...

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categoria:economia
lunedì, 28 aprile 2008
Il '29 come Storia

Per uno storico, capire una determinata serie di eventi significa trovare le cause dei vari fenomeni, legarle tra loro, ripercorrerne l'evoluzione, studiarne le interconnessioni. Uno storico che invece prendesse in considerazione soltanto alcune serie di dati statistici, e ottenesse un insieme di equazioni in grado di generarli, non verrebbe preso tanto sul serio. Il primo modo di vedere la storia è caratteristico degli austriaci, mentre il secondo, forzando un po' la mano, è più vicino alla visione ortodossa dell'economia.

Consideriamo ad esempio queste spiegazioni della crisi del '29:
  • L'economia americana aveva malinvestito negli anni '20 e la recessione era necessaria
  • La politica monetaria ha rallentato la liquidazione dei malinvestimenti
  • I fallimenti a catena degli intermediari finanziari hanno ridotto di molto l'efficienza dell'allocazione del credito
  • Le tariffe doganali del 1930 hanno ridotto l'efficienza della produzione
  • I tentativi di non tagliare i salari monetari (sin dai tempi di Hoover) hanno aumentato la disoccupazione
  • La riduzione della concorrenza e l'imposizione di cartelli di produttori hanno ridotto l'efficienza dell'economia e rallentato i riaggiustamenti
  • La forte contrazione dell'offerta di moneta ha reso impossibile il funzionamento del sistema di mercato per un certo periodo di tempo
La lista potrebbe forse riempire intere pagine: moltissimi fattori possono essere rilevanti, alcuni non tanto, altri di più; ma nessun fattore preso da solo sarà probabilmente in grado di spiegare tutti i dettagli. Gli austriaci avevano una teoria del ciclo prima del '29, e sapevano che qualcosa sarebbe dovuto succedere: non potevano ovviamente predire la cronologia esatta della crisi, nè tantomeno conoscere a priori tutti i dettagli degli eventi futuri. Chiedere questo è chiedere decisamente troppo: già capire che c'era qualcosa ce non andava negli anni '20, quando Fisher pensava ancora "prezzi stabili: tutto ok!", è molto.

Ma la "sorpresa" per l'"improvvisa" e gravissima crisi del '29 ha così sconvolto gli animi da essere una delle cause del successo del keynesismo. Nella storia le "sorprese" sono sempre possibili: non si può buttare a mare la teoria, come si è fatto nel '36 con la General Theory, ad ogni importante evento non previsto. Comuqnue, dalla crisi del '73 in poi si è preferito il proliferare incontrollato di teorie parziali e modelli...

Per gli austriaci, lo scopo della teoria è creare una cornice concettuale in grado di dare significato a tutti questi concetti, fornire spiegazioni alternative e dipanare le relazioni di causa ed effetto. Spiegare un insieme di eventi usando questi strumenti significa usare la teoria per comprendere la storia.

Il fatto è che non c'è nessun motivo di credere che si possa mettere dentro una teoria tutto ciò che è rilevante nel determinare una situazione storica, anche limitandosi ai fatti economici. Nessuno direbbe che i dazi del 1930 abbiano causato la depressione, ma che l'abbiano resa più profonda o o più lunga è verosimile: lo sappiamo in base alla teoria, e possiamo giudicare se la cosa è rilevante o irrilevante soltanto con il giudizio storico, che fondamentalmente è un'arte.

Tutto ciò si può riassumere dicendo che la storia non può essere impiegata per controllare empiricamente le teorie. Mentre avere una buona teoria è una precondizione, anche se non è sufficiente, per capire la storia.

PS Mi piacerebbe dire che questi pregiudizi "metodologici" costituiscano l'unico fattore che impedisce al mondo di riconoscere l'importanza dell'economia austriaca. Purtroppo la lettura di molti libri, e di articoli di giornali come RAE e QJAE, nonchè degli articoli del Mises Institute, mi hanno convinto che la confusione tra fatti e valori (l'ultimo daily article di Polleit è un lampante esempio di confusione tra scienza economica e ideologia politica), il forte disinteresse per i problemi applicativi, il fatto che ci sia poco da studiare che sia stato pubblicato dopo il '49 (Human Action di Mises), la fissazione con le citazioni antiquarie sono problemi molto più gravi...
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lunedì, 28 aprile 2008
Recensito "La Paura e la Speranza" su NoisefromAmerika. E io che pensavo di essere stato troppo duro...

Mi era sfuggito questo grandissimo scoop del Tremonti-pensiero "Quando lo sviluppo porrà fine alla dipendenza finanziaria della Cina dall'occidente
". Ehm...
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lunedì, 28 aprile 2008
M'era sfuggito che alle elezioni di due settimane fa un tizio era stato preso a cinghiate perchè aveva la suoneria del PDL (spero non l'orribile "Meno male che Silvio c'è").

Probabilmente volevano ballare come in questo video degli ZetaZeroAlfa. A giudicare da Youtube la "cinghiamattanza" è l'ultima moda nei licei italiani... dovrò rivalutare Harry Potter.
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sabato, 26 aprile 2008
Krugman è famoso per i suoi editoriali liberal sul New York Times, ma è anche un economista. Obstfeld non l'ho mai sentito nominare separatamente da questo libro. E' un libro è molto chiaro e illuminante, trattando tra l'altro un tema politicamente scottante come il commercio internazionale (cioè la "globalizzazione"). Il livello è undergraduate, cioè tutti possono capire ciò che leggono purchè conoscano le curve di domanda e di offerta e poco più (diciamo che basta un testo preliminare del livello di "Economics" di Samuelson e Nordhaus, il mio primo libro di economia... una perdita di tempo).

Come molti libri di economia internazionale, è diviso in due sezioni: economia non monetaria ed economia monetaria. Ogni sezione è divisa in due sottosezioni: teoria economica e politica economica. In questo modo il lettore si trova a studiare, argomento per argomento, la teoria del commercio, la politica commerciale, la teoria monetaria del commercio, e la politica monetaria internazionale.

Per capire il perchè il commercio internazionale fa bene a tutti è probabilmente preferibile "Contro il protezionismo" di Bhagwati, visto che sono solo 100 pagine (mentre il manuale di Krugman e Obstfeld supera le 700), ma per capire tutti i dettagli di base della teoria e della politica economica del commercio un manuale come questo è molto importante.

La prima parte, di teoria del commercio internazionale, espone la teoria del vantaggio comparato, la teoria dei fattori specifici e del commercio con più fattori di produzione, e la teoria del commercio internazionale in presenza di potere di mercato. Il risultato, come tutti sanno, è che il protezionismo fa male a tutti, ma purtroppo le pressioni di public choice sul governo fanno sì che l'interesse concentrato di pochi sia politicamente più importante dell'interesse diffuso di molti. Magari ci si può stupire, date le note idee politiche di Krugman, ma la sua difesa del commercio internazionale è quasi totale, cosa vera del resto anche per altri economisti neoclassici "di Sinistra" come Stiglitz. L'unica stranezza che ho notato è che per Krugman la politica è vittima dei gruppi di pressione, invece che l'unica raison d'etre di questi, ma si tratta di dettagli...

La seconda parte, di politica del commercio internazionale, parla degli strumenti e delle giustificazioni del protezionismo, criticandole pressochè tutte sia teoricamente che empiricamente. Parla inoltre degli accordi di commercio e di organizzazioni come il WTO.

La terza parte, di teoria monetaria internazionale, è molto elementare e un po' deludente: definisce i concetti di parità di potere d'acquisto e di parità scoperta e coperta dei tassi di interesse, e poi costruisce una teoria monetaria del commercio internazionale a partire dallo schema "keynesiano" del diagramma IS/LM. La cosa mi sembra del tutto inadeguata: un framework teorico in grado di interpretare gli eventi della globalizzazione fondamentalmente manca. Sinceramente non so nemmeno se sia un limite del manuale o un limite della teoria economica contemporanea.

La quarta parte, di politica monetaria internazionale, parte da un riassunto della storia dell'architettura monetaria internazionale negli ultimi 200 anni, dal gold standard alla fiat money, e di altri argomenti interessanti come l'integrazione monetaria (con una descrizione minimale della teoria delle aree monetarie ottime), le crisi finanziarie e le politiche commerciali dei paesi in via di sviluppo. In questa parte si vede la passione degli autori, non so chi dei due, per l'inflazione monetaria, vista come strumento per stimolare l'economia domestica, e si giustificano diverse forme di controllo del mercato dei capitali e del sistema bancario per combattere le crisi.

La mia opinione è che l'economia, negli ultimi venti anni, sia stata liberalizzata in moltissimi aspetti, tranne uno: la moneta. In questo modo si è sfruttata al massimo la capacità di "distruzione creatrice" del mercato, dopato dalla continua iniezione di credito, provocando una serie di effetti non voluti potenzialmente pericolosi, come instabilità finanziaria, squilibri macroeconomici, eccesso di debito.

Gli autori affermano che secondo la teoria del "second best" (economia del benessere) rimuovere una distorsione del mercato può non essere ottimale se ci sono altre distorsioni in gioco. In un certo senso potrebbe esser vero, se il socialismo monetario delle banche centrali continuerà a fare danni in tutto il mondo, e se l'unica risposta che troveranno i politici (certo non "riduciamo il nostro potere") sarà ridurre l'efficienza del sistema economico, e ovviamente anche aumentare la corruzione politica, attraverso regolamentazioni e controlli. Senza perder tempo con la welfare economics, Mises si limitava a scrivere, decenni fa: "Middle-of-the-road policies lead to socialism".
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categoria:libri, economia
sabato, 26 aprile 2008
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