lunedì, 31 marzo 2008
Non il politicamente corretto ma il personal computer.

Il mio PC nuovo ha un DVD-RW IDE. Ho comprato un adattore IDE-to-USB per montare i miei vecchi HD IDE sul nuovo PC.

Il risultato è che:
  1. Il sistema operativo Win XP Pro SP2 non riesce ad installare il HD esterno USB.
  2. Ora il HD principale del computer, un SATA, è vista come periferica USB rimovibile da "rimozione sicura del hardware".
  3. Ora il DVD-RW IDE non lo vedo più, neanche nel BIOS.
Ipotesi #1: il plug 'n play (pray) ha cambiato qualche impostazione del BIOS che fa sì che il mio PC confonda USB e SATA e abbia disabilitato il canale IDE.

Ipotesi #2: la motherboard si è rotta. Anche io mi sono rotto qualcosa... ma meglio non specificare.
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lunedì, 31 marzo 2008
Interesse

Se la teoria dell'investimento di Keynes fa acqua, quella dell'interesse non è da meno.

Per gli Austriaci, e per tutti gli economisti in generale, il tasso di interesse è la ricompensa per l'attesa, e il tasso di interesse d'equilibrio uguaglia domanda e offerta di risparmi: in termini fisici, le risorse non consumate sono libere per essere impiegate in processi di produzione che forniranno beni di consumo in futuro. Per Keynes il reddito può essere consumato, risparmiato o tesaurizzato: i termini di risorse reali ciò non ha senso, in quanto una risorsa o è impiegata per consumi, o è disponibile (ergo risparmiata) per altri usi.

La mancanza di un'analisi in termini di merci reali, al di là del "velo" della moneta (l'idea della moneta come velo presuppone la neutralità di questa, idea rifiutata sia da Keynes che dagli Austriaci) è all'origine di questa strana confusione. Ma la ragione più profonda della tripartizione dell'uso delle risorse (anzichè la bipartizione) ha un'origine più profonda, nelle ipotesi di Keynes sul comportamento dei prezzi e delle variabili reali, che vedremo in un prossimo articolo.

Torniamo all'interesse. Per Keynes l'interesse non è la ricompensa del risparmio, e arriva a questa conclusione, come al solito, con un pessimo argomento: afferma che chi aumenta la quantità di moneta in suo possesso sta risparmiando, ma non sta guadagnando un interesse. E' un vero peccato che il detenere moneta di per sè non sia necessariamente nè consumo nè risparmio: chi possiede moneta può in qualsiasi momento decidere di fare qualsiasi cosa. Se non guadagna interesse per compensare il costo di detenere moneta è perchè detenere moneta non è un costo: chi domanda moneta non perde nessuna opportunità di impiegare il proprio reddito come vuole e quando vuole.

Keynes ne deduce che l'interesse è il premio per la liquidità: la moneta è liquida (sempre scambiabile) e quindi paga interesse nullo, mentre tutte le altre forme di detenzione dei risparmi, meno liquide, pagano un interesse.

C'è un fondo di verità: la liquidità è uno dei termini che determina l'interesse sul mercato, in quanto un bene liquido è meno rischioso di un bene meno liquido, e quindi il premio per il rischio sul tasso di interesse tende ad essere minore quando un bene è liquido. Detto questo (e qui non c'è nulla di specificamente keynesiano), occorre rifiutare l'intera teoria: detenere moneta non dà interesse non per motivi di rischio, ma perchè non implica alcuna attesa, a differenza di forme di risparmio come l'investimento in obbligazioni.

L'interesse è il premio per l'attesa: se l'interesse (trascurando rischio e variazioni nominali) diminuisce, significa che l'offerta di credito (risparmi) è aumentata più della domanda di credito (investimenti). Se però si forza l'interesse a diminuire, si tolgono incentivi ai risparmi, e siccome non si può investire più di quanto si risparmia, ciò danneggia l'accumulazione di capitale, la crescita economica, i salari e la produzione. Per Keynes, invece, una tale politica sarebbe la manna dal cielo: ma del resto non c'è una sola politica demagogica o populista che Keynes abbia dimenticato di difendere.

Per capire che di per sè l'aumento della domanda di moneta non implica nulla dal punto di vista dei risparmi, consideriamo due casi limite, analizzati da Rothbard: un individuo vuole detenere più moneta e diminuisce i propri consumi per spendere meno. In questo caso le risorse risparmiate sono aumentate, e quindi possono anche aumentare gli investimenti; ma se lo stesso individuo decide di liquidare i propri investimenti per ottenere moneta, toglierà potere d'acquisto agli investitori, che quindi avranno meno risorse da comprare: ciò implica una diminuzione del risparmio, e quindi anche degli investimenti.

Non c'è bisogno di prestare moneta per aumentare gli investimenti, quindi, mentre per Keynes risparmi e investimenti si decidono sul mercato dei prestiti: pare che Keynes abbia preso alla lettera un qualcosa che era un'utile semplificazione per l'analisi economica, il mercato dei fondi prestabili. In realtà l'interesse è un fenomeno onnipervasivo che si ha ogni volta che si ha attesa, ed è presente tanto nel mercato dei loanable funds che nella valutazione dei beni capitali.

Non voglio negare a priori che la rigidità dei prezzi possa influenzare l'output nel breve termine nel caso di variazioni della domanda di moneta*. Chiaramente i prezzi si aggiusteranno con un po' di ritardo a variazioni della velocità di circolazione della moneta, e quindi temporaneamente potrebbero esserci perdite o profitti "immaginari". Non è questo il punto di Keynes: per Keynes tutto ciò è vero anche nel lungo termine, e questo risultato assurdo dipende dalla sua pessima teoria.

* Se un consumatore consuma 100$ di meno e deposita 100$ in banca, ipso facto ciò aumenta di 100$ i fondi per gli investimenti. Non c'è effetto sul prezzo dei beni di consumo in quanto cadono sia i consumi che la spesa in consumi, anche se nel lungo termine ci sarà un aumento della crescita e quindi un calo del livello dei prezzi (sto supponendo un'offerta di moneta fissa). Se un consumatore non consuma 100$, ma non li investe, invece, tende a deprimere i prezzi dei beni di consumo, e a liberare 100$ (del vecchio livello dei prezzi) di risorse che ora saranno disponibili per gli investimenti. L'aumentata domanda di moneta fa diminuire i prezzi al consumo, e l'aumentata disponibilità di fondi da investire fa aumentare il rendimento del capitale rispetto al tasso di interesse, segnalando opportunità di profitti. E' probabile che questo meccanismo sia più lento, e che quindi variazioni della domanda di moneta possano creare problemi economici nel brevissimo termine, come nella teoria dello squilibrio monetario (Yeager, Warburton, White, Selgin, Horwitz), nella teori di Keynes, nell'economia keynesiana, e nell'economia neo-keynesiana. Keynes è l'unico a credere che questo fenomeno possa durare a lungo o che sia addirittura permanente.
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categoria:economia
lunedì, 31 marzo 2008
Leonardo IHC ha scritto un post in cui confronta le teorie keynesiane, austriache e monetariste. Io mi vedo costretto a questo punto a fare una serie di post sui modelli di Garrison, che per quanto ne so rappresentano l'unico schema concettuale integrato in grado di descrivere queste tre teorie macroeconomiche e l'effetto delle politiche economiche nei tre framework. Ci lavorerò.

Nel frattempo ho scritto un commento fiume di cui pubblico qualche estratto più o meno sparso.

Bisogna distinguere tra modello quantitativo e teoria economica: i keynesiani teorizzano solo nel breve periodo e hanno modelli nel breve periodo; i monetaristi non sono altrettanto sicuro, ma fondamentalmente teorizzano solo nel lungo periodo e hanno modelli nel lungo periodo (chiunque usa l’equilibrio generale senza modellizzare la produzione cade in questa categoria). Gli Austriaci hanno strumenti concettuali per teorizzare su breve, medio e lungo periodo, ma per questioni di nicchia ecologica concentrano tutta l’attenzione nel medio periodo, e per motivi metodologici non hanno modelli nè nel breve nè nel medio nè nel lungo periodo.

Dal punto di vista didattico-teorico l’economia Austriaca è quindi la più completa (a patto di non trascurare del tutto fenomeni non messi in luce esplicitamente dagli Austriaci, come il moral hazard o la rigidità dei prezzi che in linea di massima rappresentano fenomeni economici reali), mentre dal punto di vista tecnocratico-operativo da una parte non fornisce strumenti (quantitativi), dall’altra ha prescrizioni di politica economica che porterebbero all’estinzione degli economisti come professione. Alla fine i teorici dell’economia servono in tre mercati del lavoro: l’accademia, la finanza e la politica economica. La terza esiste per via dell’interventismo, la seconda verrebbe ridimensionata dal ripristino del gold standard, e rimarrebbe l’accademia, come era prima di Keynes e del New Deal.

Vedo del tafazzismo nel totale disinteresse degli Austriaci nel cercare strumenti e modelli con utilità operativa o perlomeno nell'analizzare in dettaglio potenzialità e limiti di questi strumenti. In questo modo non solo non si fa nulla di utile per attrarre l’attenzione dell’accademia, ma non si fa nulla di utile per dimostrare che l’economia Austriaca è effettivamente “insightful” e non è solo una teoria astratta (al di là del fatto che per molti Austriaci è solo una branca della teoria politica anarchica, con grave danno per la credibilità della teoria economica Austriaca, ma questo è un altro discorso). Questo limite è autoimposto, e per questo parlo di tafazzismo.

Non sono comunque affatto convinto che che l’analisi di equilibrio di lungo periodo abbia rilevanza pratica nel mondo attuale. Ok: nel lungo termine l'inflazione monetaria significa inflazione dei prezzi, nessuno lo nega. Ma in realtà il nostro lungo periodo non è un equilibrio generale, ma un equilibrio metastabile tenuto in vita dalla politica monetaria, in cui la struttura produttiva è perennemente distorta. Tale analisi con strumenti che non tengono conto della struttura produttiva non si può neanche cominciare a fare.

Cochran, di cui ho letto 3-4 paper di recente per via degli articoli di cui sopra, ha fondamentalmente un approccio sincretistico, come anche Garrison, ai rapporti tra le varie Scuole. In sostanza dice che lo squilibrio del capitale, le rigidità dei prezzi in caso di variazioni della domanda di moneta e addirittura gli shock produttivi possono spiegare alcuni cicli economici, e tutto sta quindi ad avere gli strumenti per integrare e confrontare queste analisi. Eppure Cochran trova una differenza fondamentale nel trattamento della moneta e del credito che differenzia la Scuola austriaca dalle altre, legata al fatto che per tutti tranne che per Mises & Co una riduzione del consumo è di fatto risparmio, e quindi depositare in banca moneta è risparmio, e quindi il fractional reserve banking è di fatto una transazione creditizia e non comporta problemi economici. In sostanza non si tratta solo di trascurare la struttura del capitale, quindi, ma di considerare la moneta una forma di credito anzichè un bene presente immediatamente disponibile.
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categoria:economia, economia austriaca
domenica, 30 marzo 2008


A giudicare dalle luci, tra Cina e Giappone c'è un'isola chiamata Corea del Sud, separata dal continente asiatico da un buco nero chiamato Corea del Nord, che nella cartina non si vede perchè i comunisti non sanno ancora accendere il fuoco, figuriamoci le lampadine.

Qui è più grande. (Mal)auguro a tutti quanti una decrescita equa e solidale. L'ho trovata da Karlsson.
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domenica, 30 marzo 2008
In Val di Susa si sono messi a parcellizzare terreni per aumentare i costi di transazione delle contrattazioni per l'esproprio dei terrori per la realizzazione della ferrovia. Il che mi ha fatto venire un'idea per costruire opere pubbliche estese su più terreni:
  1. Pensare ad un tracciato
  2. Contrattare con tutti i proprietari terrieri coinvolti
  3. Farsi firmare una liberatoria
  4. Cominciare a costruire una volta ottenuti tutti i permessi
E' veramente tanto difficile fare un progetto di opera pubblica in questo modo? Contrattare prima di cominciare a costruire significa che il costruttore non ha problemi di costi sommersi e ha la massima autonomia nelle decisioni di investimento: non può essere minacciato da proprietari che non vogliono vendere, perchè sanno che il costruttore ha già investito molto, e non può permettersi di non comprare, a qualsiasi prezzo.

Ciò richiede ovviamente un sistema di giustizia civile funzionante in maniera rapida per smaltire eventuali cause dovute a ripensamenti dei proprietari che hanno dato l'assenso inizialmente, ma poi capiscono che la strategia ottima è l'incoerenza temporale. Ovviamente il vincolo per la costruzione futura rimarrebbe anche se il proprietario vendesse.

Trovare un accordo, e vincolare i proprietari prima, non solo evita l'incoerenza temporale, ma migliora la posizione contrattuale del costruttore in quanto dato un tracciato ci saranno tanti monopolisti nel vendere la casa (tutti quelli lungo il tracciato), ma se il tracciato può variare è possibile evitare il monopolio girando attorno al terreno del monopolista.

Chiaramente è sempre possibile che si creino nuovi problemi legali:
  1. I vicini su cui non possa il tracciato possono rendersi conto di problemi di esternalità alla propria proprietà (non so perchè, ma "propria proprietà" suona male...) e fare causa successivamente. Indubbiamente i costi di transazione sono elevati anche con la strategia proposta.
  2. Nuovi fattori possono entrare in gioco, come la scoperta di problemi di costruzione, che richiederebbero comunque nuovi accordi con nuovi proprietari terrieri in caso di cambiamento di tracciato (e stavolta in presenza di costi sommersi!), o cambiamenti negli accordi già stretti.
  3. I proprietari potrebbero accampare scuse di ogni tipo per creare problemi dopo che si sono creati costi sommersi. Qui è una questione di efficienza del sistema giudiziario: in un sistema rapido e dove le cause infruttuose sono pagate da chi inizia la procedura è difficile che si avrà una situazione del genere. Nel caso di cause gratuite (o nel caso di collective actions, procedure che abbassano il costo delle cause, cosa che a volte è utile) potrebbero esserci problemi.
In ogni caso, problemi come quelli della Val di Susa non esisterebbero. Più che la mancanza di incentivi da parte dello stato di fare le cose per bene (un costruttore privato starebbe attento a questi dettagli) il problema potrebbe essere che la giustizia civile italiana è troppo inefficiente per gestire queste procedure, ma di questo non so granchè e magari non è vero.

In questo post non ho parlato di espropri (con rimborso a prezzo di mercato), ma il discorso è compatibile con questo metodo per ottenere terreni contro la volontà dei proprietari, anche se in un sistema dove l'esproprio è rapido ed efficace, come in un regime comunista, il problema della coerenza temporale non si pone proprio: ci pensa l'esercito. Magari è la procedura di esproprio che è inefficiente, ma fondamentalmente sono contrari alla procedura in sè quindi la cosa mi preoccupa meno.

PS Un costo sommerso è un costo passato, che sebbene non influenzi le decisioni future in base al principio marginale, influenza la profittività dell'investimento a seconda se visto prima o dopo rispetto alla decisione iniziale di sobbarcarsi del costo. Il fatto che tra prima e dopo la decisione la prospettiva dell'investitore cambi rende questo vulnerabile all'incoerenza temporale. Quest'ultima si ha quanto cambiare opinione dopo aver promesso una cosa è conveniente: ad esempio, un banchiere centrale può promettere di tener bassi i prezzi e poi inflazionare "inaspettatamente".
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categoria:politica interna
domenica, 30 marzo 2008
Il caso Alitalia meriterebbe uno studio attento per via di tutte le complicazioni implicite nel considerare la salute di un'azienda, la sua regolamentazione, gli incentivi del suo attuale proprietario (lo stato), e il futuro di un intero mercato.

In teoria il problema sarebbe semplice: nessuno vorrebbe comprare un'azienda che perde 600 milioni di euro l'anno, a meno che non si verifichi almeno una delle due condizioni:
  • Chi compra è in grado effettivamente di ristrutturare Alitalia, nonostante i sindacati e la mentalità da pubblico impiego, la legislazione sul lavoro e le pressioni politiche, in modo da trasformare la perdita in profitto e coprire le perdite temporanee e la spesa iniziale per comprare la compagnia (io non la comprerei neanche ad 1€ allo stato attuale, perchè 600 milioni di euro da buttare l'anno non li ho) con i profitti di lungo termine.
  • Chi compra Alitalia si trova ad avere dei privilegi legali di tipo monopolistico che gli consentirebbero di guadagnare posizioni rispetto alla concorrenza e fare un extra-profitto legato a questi privilegi.
Può anche darsi che Alitalia sia un'azienda sana e che le perdite sono temporanee, come può darsi che gli alieni esistano, ma non c'è motivo di crederlo. E nel caso degli alieni almeno non abbiamo motivi per non crederlo. Un'altra alternativa è che chi compra Alitalia non sborsa un euro ma viene pagato per prendersela con un capitale pari al valore attuale delle perdite future di Alitalia e dei suoi attuali debiti.

Per questo motivo non riesco ad immaginare che un solo happy ending per Alitalia: il fallimento e la vendita degli asset per pagare i creditori. Il solo fatto che esista un compratore mi sembra sorprendente, mentre l'unica alternativa plausibile al fallimento è che i contribuenti italiani continuino sine die a dare 1 euro al mese al carrozzone volante.

Panorama scrive che la vendita ad Air France costerebbe almeno 1.3 miliardi di euro. La cifra sembra elevata, ma sono soltanto due anni di perdite di Alitalia, ed infatti è in gran parte una tantum (si tratta di una causa della SEA contro Alitalia per danni per Malpensa), mentre i costi per gli ammortizzatori sociali (pari a alcune centinaia di milioni di euro) forse non sono una tantum, ma sono comunque temporanei (le perdite di Alitalia no). Senza contare che è assurdo vivere in un Paese dove nesuno vuole che le cose vadano per il meglio perchè tanto se le cose vanno male ci pensa il contribuente: poi però penso a Bear Stearns e capisco che non è un problema solo dell'Italia. Si noti che la causa SEA potrebbe benissimo non essere vinta, e quindi gran parte dei costi di Panorama sparirebbero.

Ieri Berlusconi ha trovato il peggiore argomento possibile per difendere Alitalia: dobbiamo tenerci il carrozzone che perde 600 milioni di euro l'anno perchè altrimenti i cinesi andranno a Parigi e non a Roma. A Berlusconi sfugge che i cinesi non sceglieranno le città da visitare a caso (i turisti vanno a Roma nonostante i servizi facciano schifo e i sindaci che si susseguono da oltre un decennio siano dei totali incapaci); che sovvenzionare un'azienda in perdita per portare un turista in Italia significa pagare il turista per farlo stare a Roma in hotel o per farlo mangiare in un ristorante; che se c'è domanda di voli Pechino Roma chiunque può offrire il volo, con profitti, senza bisogno di pagare la gente per venire in Italia, come le comparse nei film.

In ogni caso, una soluzione autenticamente liberale sarebbe:
  • Smettere di finanziare Alitalia
  • Mettere a tacere chi non vuole riformarla
  • Liberalizzare gli scali, le tratte al massimo
  • Cercare compratori
  • Se non se ne trovano, dichiarare bancarotta e vendere gli arei su e-Bay
La soluzione di Berlusconi è fare propaganda sul nazionalismo in tempo di elezioni, perder tempo per accumulare nuove perdite, e fare prestiti ulteriori ad Alitalia.

La soluzione di Prodi è dare 300 milioni di prestito ad Airfrance per comprare Alitalia. Probabilmente sotto ci sono privilegi di tipo monopolistico, altrimenti non si spiegherebbe perchè una persona sana di mente voglia comprare un carrozzone siffatto. L'unica cosa che non torna di questa storia è che esista un compratore, infatti.

Sarò pessimista, ma qualsiasi cosa succederà sono sicuro che gli interessi dei contribuenti italiani e dei turisti italiani e stranieri andranno a farsi benedire, come al solito. Anche perchè mi vengono in mente alcuni problemi legali di Ryanair che tanto mi puzzavano di tentativi di limitare la concorrenza e avvantaggiare Alitalia.

PS Ho un'amica che lavora ad Alitalia, ora vediamo che dice di questo post.

PPS Qui su LMD si dice che le azioni di Airfrance in mano di Alitalia da sole valgono metà dei soldi che ci sta mettendo Airfrance. Il che fa pensare che tutto sommato è quasi un buyback. A parte gli scherzi, non ho tenuto conto delle normative fiscali perchè non ci capisco nulla. Nel post linkato qualcosa si dice. Io sono sempre dell'idea che Ryanair è la cosa migliore capitata dai tempi dei fratelli Wright.

PPPS Di Alitalia possiamo farne tranquillamente a meno. 600 milioni di euro in più l'anno non sono bruscolini.
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categoria:politica interna
domenica, 30 marzo 2008
Investimenti

La teoria degli investimenti di Keynes non è affatto una teoria degli investimenti, ma una teoria dell'imprenditorialità, perlomeno se vista alla luce dei ben più ricchi e avanzati strumenti concettuali dell'economia Austriaca. Keynes non ha una vera e propria teoria dell'investimento: ha una teoria che si limita a sottolineare il rischio imprenditoriale nelle scelte di investimento.

Keynes usa molto il concetto di "efficienza marginale del capitale": questo concetto è di origine wickselliana ed è usato anche dagli Austriaci (da molto prima della General Theory: The Theory of Money and Credit di Mises è del 1912). La differenza è che Mises sapeva di cosa stava parlando, mentre per Keynes l'origine dell'efficienza marginale rimane un mistero. L'efficienza marginale del capitale è il rendimento sugli investimenti, e dipende dal fatto che i beni capitali, essendo "beni di consumo futuri" sono prezzati a sconto rispetto al valore nominale dei beni di consumo futuri che produrranno.

Ad esempio, se un aratro produrrà 10,000$ di frumento l'anno per 10 anni, la somma del valore dei beni di consumo prodotti è 100,000$, ma il suo valore attuale è inferiore, perchè i primi 10,000$ saranno disponibili solo tra un anno, e gli ultimi addirittura tra dieci anni.

Per Keynes l'efficienza del capitale dipende dall'ottimismo degli investitori e dalla domanda futura di beni di consumo (a volte in alcune note dice cose compatibili con la teoria Austriaca, ma non ne tra grande beneficio). E' nel giusto nel sottolineare che il rendimento di un investimento è sempre prospettico, cioè orientato al futuro, e quindi imprenditoriale, ma Keynes non lega i movimenti dell'efficienza marginale del capitale ai movimenti dei prezzi dei beni capitali e delle preferenze temporali.

I suoi tentativi di criticare le teorie di Mises sono amatoriali: afferma che Mises si contraddice affermando che l'aumento dei risparmi stimola gli investimenti riducendo l'efficienza marginale del capitale. Mises probabilmente aveva detto che l'aumento dei risparmi diminuisce l'interesse E l'efficienza marginale del capitale, cosa ovvia se si ha una teoria di come si prezzano i beni capitali, non altrettanto se non la si ha: un aumento dei risparmi aumenta il valore dei beni capitali, in genere (in realtà è difficile fare affermazioni di carattere generale, in quanto durevolezza, complementarità e specificità influenzano il valore dei beni capitali in maniera estremamente complessa al variare dei dati fondamentali).

Sia Keynes che gli Austriaci distinguono l'efficienza marginale del capitale e il tasso di interesse monetario. Per Keynes giustamente gli investimenti saliranno finchè l'efficienza marginale è sufficiente a pagare l'interesse monetario. Però per gli Austriaci le due cose sono due facce della stessa medaglia: le preferenze temporali. Per Keynes sono due cose completamente diverse, come vedremo in futuro.

Per gli Austriaci, il rendimento degli investimenti dipende dal fatto che il reddito legato ad un bene capitale richiede un'attesa, che è un costo. Keynes dice sbrigativamente che i risparmiatori che guadagnano interessi non fanno alcun sacrificio, ma ciò è errato: i risparmiatori decidono di immobilizzare i propri averi e di non consumarli subito, e questo è un costo. Come al solito, Keynes critica senza capire.

A Keynes manca quindi una teoria dell'origine dell'efficienza marginale del capitale: per lui è in qualche modo un dato avvolto nel mistero. Ma è ovvio che un'improvvisa abbondanza di fattori di produzione, riducendo il prezzo di questi, aumenterebbe l'efficienza marginale, stimolando l'impiego di questi fattori (cioè l'investimento).

Ad un certo punto della General Theory Keynes dimostra chiaramente di non capire questo meccanismo: nel Capitolo XVIII, verso la fine, afferma infatti che la domanda di investimenti aumenterà, dopo una recessione, quando i beni capitali saranno invecchiati a sufficienza da rendere necessari nuovi investimenti. C'è bisogno di aspettare l'invecchiamento (fisico) dei beni capitali? In realtà basta che la loro abbondanza ne riduca il prezzo, aumentando l'efficienza del capitale e ripristinando l'equilibrio. Ma se si accetta questo meccanismo, si accetta anche che il mercato si riequilibra da solo, e l'economia di Keynes viene meno.
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categoria:economia
sabato, 29 marzo 2008
In uno di quei post sibillini che soltanto un filologo libertyfirstiano (con tutte 'ste nuove lauree prima o poi ci sarà anche questa) può intuire, avevo scritto che il trade-off tra libertà e sicurezza è almeno in parte un mito.

E' vero che ci possono essere dei casi in cui libertà e sicurezza sono in contrasto, ma in realtà gran parte del trade-off è tra... sicurezza e sicurezza. Se per ragioni di sicurezza ci si lascia portar via le libertà dallo stato, infatti, i cittadini diventano... insicuri nei confronti del proprio stato.

Per scendere coi piedi per terra, ho appena trovato da Pinocchio un esempio di tutto ciò: A little gun history lesson.
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sabato, 29 marzo 2008
Macroeconomia

Si dice che la macroeconomia nasca con Keynes, ma non è granchè vero: con Keynes nasce solo un modo nuovo di fare macroeconomia, che è andato di moda dagli anni '40 fino agli anni '70-'80. La macroeconomia di Keynes è una teoria di aggregati che interagiscono con altri aggregati senza riferimenti diretti (salvo lunghe disquisizioni psicologistiche sul comportamento delle masse, degli investitori e dei lavoratori, di cui la General Theory è piena) alla teoria del mercato sottostante a tali aggregati (la microeconomia).

Keynes non esprime la sua teoria in termini quantitativi, e rimane critico verso le formalizzazioni matematiche, ma i suoi aggregati sono in genere quantitativamente determinati, osservabili e misurabili: l'occupazione, il reddito, gli investimenti... Probabilmente questo ha contribuito al successo delle sue teorie, data una certa mentalità positivista e tecnocratica imperante negli anni di massimo fulgore del keynesismo.

Macroeconomisti precedenti a Keynes sono esistiti, se per macroeconomia intendiamo il porsi domande sul sistema economico nel suo complesso, al di là di quello che succede nel singolo mercato o nella singola azienda. Boehm-Bawerk o Wicksell si erano posti domande macroeconomiche decenni prima della General Theory, ad esempio. Immagino l'abbiano fatto tutti, ma non ho letto Smith o Ricardo o Mill o Marshall quindi potrei sbagliarmi.

Più che la macroeconomia, quindi, Keynes ha inventato la professione dell'economista, inteso come consigliere del Principe. Uno dei misteri più profondi dell'attuale divisione intellettuale dei vari ambiti della teoria economica è perchè il Master in Business Administration è considerato inferiore alla Politica Economica, ben distinta dalla Teoria Economica (una volta "Economia Politica"), che altro non è che un Master in Technocratic Administration (MTA). Misteri dell'interventismo*.

Un'altra argomentazione impiegata da Keynes, e che può servire da complemento alla distinzione tra microeconomia e macroeconomia, è che un ragionamento che vale in piccolo non necessariamente vale su larga scala (fallacia di composizione). Un esempio di questo ragionamento è che una diminuzione della propensione ad investire farà calare l'interesse e stimolerà il consumo solo se nel frattempo la stessa diminuzione dell'investimento non produrrà una riduzione del reddito complessivo capace di annullare questo effetto. Ovviamente il ragionamento è corretto in generale, e fondamentalmente si tratta della differenza tra equilibrio parziale ed equilibrio generale, ma le teorie di Keynes non sono adeguate a fare uso di questa (ovvia) argomentazione: le sue critiche ai classici sorgono in realtà dalla mancata comprensione di determinati fenomeni economici.

E' giunta l'ora di entrare nei dettagli delle teorie di Keynes...

* L'ironia è puramente retorica. La Scuola austriaca ha pronta una spiegazione per questa distinzione: l'economista aziendale affronta problemi relativamente semplici e non ha bisogno di molta teoria economica; il tecnocrate affronta problemi  estremamente complessi, per non dire insolubili (il problema del calcolo economico) e ha bisogno di teorie molto sofisticate per non ammettere a sè stesso che non ha idea di cosa sta facendo. Far diventare un MBA un grande economista teorico è uno spreco di risorse, quindi, ma è anche vero che tutta la teoria di questo mondo non riuscirebbe ad impedire ad un MTA di fare disastri su scala globale. Ogni riferimento a Bernanke è puramente casuale.

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categoria:economia
venerdì, 28 marzo 2008


Trovato su ABR's no comment.
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