Interesse
Se la teoria dell'investimento di Keynes fa acqua, quella dell'interesse non è da meno.
Per gli Austriaci, e per tutti gli economisti in generale, il tasso di interesse è la ricompensa per l'attesa, e il tasso di interesse d'equilibrio uguaglia domanda e offerta di risparmi: in termini fisici, le risorse non consumate sono libere per essere impiegate in processi di produzione che forniranno beni di consumo in futuro. Per Keynes il reddito può essere consumato, risparmiato o tesaurizzato: i termini di risorse reali ciò non ha senso, in quanto una risorsa o è impiegata per consumi, o è disponibile (ergo risparmiata) per altri usi.
La mancanza di un'analisi in termini di merci reali, al di là del "velo" della moneta (l'idea della moneta come velo presuppone la neutralità di questa, idea rifiutata sia da Keynes che dagli Austriaci) è all'origine di questa strana confusione. Ma la ragione più profonda della tripartizione dell'uso delle risorse (anzichè la bipartizione) ha un'origine più profonda, nelle ipotesi di Keynes sul comportamento dei prezzi e delle variabili reali, che vedremo in un prossimo articolo.
Torniamo all'interesse. Per Keynes l'interesse non è la ricompensa del risparmio, e arriva a questa conclusione, come al solito, con un pessimo argomento: afferma che chi aumenta la quantità di moneta in suo possesso sta risparmiando, ma non sta guadagnando un interesse. E' un vero peccato che il detenere moneta di per sè non sia necessariamente nè consumo nè risparmio: chi possiede moneta può in qualsiasi momento decidere di fare qualsiasi cosa. Se non guadagna interesse per compensare il costo di detenere moneta è perchè detenere moneta non è un costo: chi domanda moneta non perde nessuna opportunità di impiegare il proprio reddito come vuole e quando vuole.
Keynes ne deduce che l'interesse è il premio per la liquidità: la moneta è liquida (sempre scambiabile) e quindi paga interesse nullo, mentre tutte le altre forme di detenzione dei risparmi, meno liquide, pagano un interesse.
C'è un fondo di verità: la liquidità è uno dei termini che determina l'interesse sul mercato, in quanto un bene liquido è meno rischioso di un bene meno liquido, e quindi il premio per il rischio sul tasso di interesse tende ad essere minore quando un bene è liquido. Detto questo (e qui non c'è nulla di specificamente keynesiano), occorre rifiutare l'intera teoria: detenere moneta non dà interesse non per motivi di rischio, ma perchè non implica alcuna attesa, a differenza di forme di risparmio come l'investimento in obbligazioni.
L'interesse è il premio per l'attesa: se l'interesse (trascurando rischio e variazioni nominali) diminuisce, significa che l'offerta di credito (risparmi) è aumentata più della domanda di credito (investimenti). Se però si forza l'interesse a diminuire, si tolgono incentivi ai risparmi, e siccome non si può investire più di quanto si risparmia, ciò danneggia l'accumulazione di capitale, la crescita economica, i salari e la produzione. Per Keynes, invece, una tale politica sarebbe la manna dal cielo: ma del resto non c'è una sola politica demagogica o populista che Keynes abbia dimenticato di difendere.
Per capire che di per sè l'aumento della domanda di moneta non implica nulla dal punto di vista dei risparmi, consideriamo due casi limite, analizzati da Rothbard: un individuo vuole detenere più moneta e diminuisce i propri consumi per spendere meno. In questo caso le risorse risparmiate sono aumentate, e quindi possono anche aumentare gli investimenti; ma se lo stesso individuo decide di liquidare i propri investimenti per ottenere moneta, toglierà potere d'acquisto agli investitori, che quindi avranno meno risorse da comprare: ciò implica una diminuzione del risparmio, e quindi anche degli investimenti.
Non c'è bisogno di prestare moneta per aumentare gli investimenti, quindi, mentre per Keynes risparmi e investimenti si decidono sul mercato dei prestiti: pare che Keynes abbia preso alla lettera un qualcosa che era un'utile semplificazione per l'analisi economica, il mercato dei fondi prestabili. In realtà l'interesse è un fenomeno onnipervasivo che si ha ogni volta che si ha attesa, ed è presente tanto nel mercato dei loanable funds che nella valutazione dei beni capitali.
Non voglio negare a priori che la rigidità dei prezzi possa influenzare l'output nel breve termine nel caso di variazioni della domanda di moneta*. Chiaramente i prezzi si aggiusteranno con un po' di ritardo a variazioni della velocità di circolazione della moneta, e quindi temporaneamente potrebbero esserci perdite o profitti "immaginari". Non è questo il punto di Keynes: per Keynes tutto ciò è vero anche nel lungo termine, e questo risultato assurdo dipende dalla sua pessima teoria.
* Se un consumatore consuma 100$ di meno e deposita 100$ in banca, ipso facto ciò aumenta di 100$ i fondi per gli investimenti. Non c'è effetto sul prezzo dei beni di consumo in quanto cadono sia i consumi che la spesa in consumi, anche se nel lungo termine ci sarà un aumento della crescita e quindi un calo del livello dei prezzi (sto supponendo un'offerta di moneta fissa). Se un consumatore non consuma 100$, ma non li investe, invece, tende a deprimere i prezzi dei beni di consumo, e a liberare 100$ (del vecchio livello dei prezzi) di risorse che ora saranno disponibili per gli investimenti. L'aumentata domanda di moneta fa diminuire i prezzi al consumo, e l'aumentata disponibilità di fondi da investire fa aumentare il rendimento del capitale rispetto al tasso di interesse, segnalando opportunità di profitti. E' probabile che questo meccanismo sia più lento, e che quindi variazioni della domanda di moneta possano creare problemi economici nel brevissimo termine, come nella teoria dello squilibrio monetario (Yeager, Warburton, White, Selgin, Horwitz), nella teori di Keynes, nell'economia keynesiana, e nell'economia neo-keynesiana. Keynes è l'unico a credere che questo fenomeno possa durare a lungo o che sia addirittura permanente.