


L’economia USA è liberista a livello microeconomico e socialista a livello macroeconomico. Il micro-liberismo è evidente nel mercato del credito (è relativamente facile ottenere prestiti), nel mercato del lavoro (bassa disoccupazione, quasi assenza di disoccupazione di lungo termine) e nella facilità di creare aziende, spin-off, eccetera. Il macro-socialismo è evidente dal fatto che il prezzo della merce più importante per il funzionamento del sistema economico, il tasso di interesse, è fissato dalle autorità e non è libero: il tasso di interesse è fissato dalla Federal Reserve, che manipola l’offerta di moneta in maniera molto interventista, con finalità anti-cicliche e con scarsa attenzione all’inflazione dei prezzi.
Ciò che balza agli occhi nell’osservare l’economia americana è la quasi totale assenza di risparmi. Il consumo rappresenta una parte considerevole del PIL, e il tasso di risparmio degli americani è da diversi anni nullo o negativo. Per motivi contabili tale tasso è sottostimato, in quanto non si considerano i capital gains, ma non credo ci siano grosse differenze nel considerarli, senza contare che i valori dei capital gains sono enormemente inflazionati dalla politica monetaria.
I risparmi devono essere uguali agli investimenti. Se i primi sono nulli, i secondi devono esserlo. Ma se gli investimenti vanno a zero, il capitale si deteriora e non viene ricostituito, e la frontiera delle possibilità produttive lentamente converge verso lo zero. Ciò è vero in un’economia chiusa: in un’economia aperta i risparmi possono provenire dall’estero. E’ ciò che succede negli USA: gli investimenti USA sono di fatto resi possibili dai risparmi esteri, soprattutto cinesi e giapponesi. Se non vediamo aziende americane diventare di colpo cinesi e giapponesi, oltre che per il protezionismo, è solo perché gli investitori stranieri hanno una notevole passione per le securities a basso tasso di interesse, come i buoni del Tesoro, e le obbligazioni non danno diritti di proprietà. Potrebbe darsi che tale enorme deficit commerciale sia solo dovuto alle buone prospettive di crescita dell’economia USA, ma anche adesso che stanno entrando in recessione il deficit commerciale continua ad essere notevole. Probabilmente è tutta una conseguenza della politica monetaria.
Un’altra cosa che salta all’occhio ad osservare l’economia americana è la marea di debiti su cui è poggiata. Ciò è necessario a livello macroeconomico perché, in assenza di risparmi, soltanto indebitandosi è possibile fare investimenti. Ma in realtà tali debiti servono anche per il consumo (e.g. pagamenti a rate) e per finanziare la spesa pubblica in deficit (si veda dopo). Il debito è sia pubblico che privato, e se ricordo bene il secondo è molto maggiore del primo, pur enorme. Se da una parte ciò è l’effetto positivo dell’efficienza del sistema creditizio, la mia idea è che è in gran parte l’effetto delle distorsioni monetarie.
La spesa pubblica USA è molto aumentata negli ultimi anni e ci sono ottime ragioni per credere che continuerà ad aumentare nei prossimi. Una delle ragioni è la politica sociale di Bush: convinto socialdemocratico, è riuscito a fare passare legislazione del costo di centinaia di miliardi di dollari nel campo della politica sanitaria. Un’altra è la politica militare: due guerre, nessuna delle due definitivamente risolta a distanza di alcuni anni, e una politica estera tendenzialmente attivista, in un mondo che ha forti tendenze verso un’ulteriore instabilità, in parte causata da queste politiche. Un’altra è che i baby-boomers prima o poi dovranno pure andare in pensione.
Tutto quanto detto finora è essenzialmente macroeconomico. Una strana tendenza microeconomica in atto è invece l’aumento delle differenze salariali tra i lavoratori qualificati e quelli non qualificati. Le cause possibili sono molte e saranno elencate nelle conclusioni. La spiegazione che mi piace di più è che la dipendenza da risparmi esteri riduce la domanda di lavoro interno e quindi riduce i salari. Non è affatto detto che questa sia l’unica forza in gioco. Potrebbe non essere nemmeno la principale.
Se trascuriamo aiuti allo sviluppo e trasferimenti netti di moneta, abbiamo che il deficit commerciale di una nazione deve essere uguale al flusso di risparmi verso questa nazione. Se una nazione ha un elevato deficit commerciale, sta importando risparmi, e finanziando i propri consumi e investimenti coi crediti esteri. Il contrario accade se c’è un avanzo commerciale, come ad esempio in una delle economie più macroeconomicamente sane dell’Occidente,
Un pesante deficit commerciale indica anche un elevato flusso di risparmi esteri. Se tale flusso di risparmi è impiegato per gli investimenti, l’economia può crescere e accumulare capitale. La speranza è che il reddito futuro generato da questi investimenti servirà appunto a pagare il debito estero. Non è così che vanno le cose negli USA, anche se chiaramente almeno in parte il deficit commerciale finanzia gli investimenti.
Per motivi pratici tutta la spesa pubblica può essere considerata consumo. Ciò non è strettamente vero, nel senso che se lo stato costruisce aeroporti questo è un investimento, però penso la cosa sia trascurabile. Supponiamo che una nazione si indebiti per i consumi privati e per la spesa pubblica corrente: tale debito sarà pagato con i futuri redditi privati e le future tasse del governo. Ciò distingue il debito al consumo dal debito per investimenti. Il debito per consumo genera domanda di produzione estera, in quanto non fornisce fondi per investire nella produzione domestica. Ciò deprime sicuramente i salari interni, nonostante l’elevato indebitamento e il maggiore consumo possano probabilmente coprire questo fenomeno sotto forma di un PIL maggiore.
L’analisi degli effetti della politica monetaria varia molto a seconda della Scuola economica di appartenenza. Quello che sto per dire penso lo possa confermare chiunque non creda al walrasian real business cycle, tranne per l’ultimo punto che è tipicamente Austriaco.
L’espansione monetaria riduce i tassi di interesse reali e quindi disincentiva il risparmio. Ciò aumenta i consumi. Questo spiega il consumismo USA, non spiega perché gli stranieri abbiano sostenuto l’economia USA: si è trattato di una scelta delle Banche Centrali dell’Estremo Oriente, e in parte perché l’economia USA è comunque solida a livello microeconomico e probabilmente affidabile da quello legale. Chiunque si sia esposto ai coriandoli verdi per questi motivi ha trascurato il rischio di cambio. Sulla sostenibilità dell’inflazionomia tornerò dopo.
Se scendono i tassi, aumenta anche la convenienza ad indebitarsi, in quanto costa di meno. Tali debiti possono essere impiegati per investimenti o per consumo (e per la spesa pubblica). Il primo tipo di impiego è la causa degli effetti non-neutrali della politica monetaria. C’è poi un meccanismo che opera accanto a questo e che ha effetti simili: l’espansione monetaria crea una sopravvalutazione degli asset finanziari, che viene usata come collateral per chiedere altri debiti: finché tutto funziona, ci si indebita con l’idea di essere ricchi.
Bassi tassi di interesse significano anche bassi premi per il rischio. Se l’abbondante liquidità rende impossibili i fallimenti, e se il tempestivo intervento della Banca Centrale per salvare organizzazioni finanziarie in crisi rende di fatto nullo il rischio, allora si creerà, per moral hazard, una sovraesposizione sistematica al rischio. Il problema è che quando la situazione si farà meno ottimistica, si avrà un flight to quality, un aumento degli spread, e qualcuno rimarrà con la scopa in mano.
Questo punto, non si sa perché, è tipicamente Austriaco e trascurato da tutti. Se l’espansione monetaria stimola l’economia rendendo più economici gli investimenti, di fatto ciò significa che il canale attraverso cui la non-neutralità monetaria agisce sono i risparmi forzati: risorse tolte ai consumatori e date agli investitori, che hanno accesso ai crediti, che sono moneta, e che quindi possono comprare più risorse. Chiaramente, una volta iniziati investimenti di lungo termine in quantità superiore a quella sostenibile data la disponibilità reale a risparmiare, un eventuale reality check implicherebbe un crollo del valore degli asset, l’abbandono di molti investimenti e una redistribuzione inversa dagli investitori ai consumatori.
In un mondo di moneta neutrale, la politica monetaria non avrebbe effetto: ogni espansione produrrebbe inflazione, e le variabili reali rimarrebbero immutate. Ciò non è vero, ovviamente. Ma prima o poi comunque l’inflazione monetaria diventa inflazione dei prezzi. Cosa influenza la tempistica del redde rationem? Si noti che se la politica monetaria deve drenare risorse dai consumi agli investimenti in maniera sistematica, non può permettersi di frenare l’espansione monetaria, per evitare recessioni, ma ha bisogno che qualcosa o qualcuno non faccia aumentare il tasso di inflazione dei prezzi.
Una prima risposta sono le Banche Centrali dell’Estremo Oriente che fanno incetta di dollari per usarli come base per le loro politiche di espansione monetaria.
L’economia USA è nutrita da risparmi esteri. L’offerta estera di risparmi tiene bassi i tassi di interesse con cui l’economia USA si finanzia. Senza questa offerta di risparmi l’economia USA, del resto, non potrebbe né crescere né mantenere intatta la struttura produttiva, non avendo risparmi da investire.
Se non fosse caduto il Muro di Berlino, o non fosse finito il Maoismo, probabilmente la storia economica degli ultimi venti anni sarebbe stata molto diversa. I vantaggi di specializzazione legati all’apertura al commercio internazionale sono potenzialmente enormi: al di là di (4a) e (4b), quindi, ci sono ampie possibilità di aumentare la produttività, e quindi tenere bassi i prezzi.
Anche l’informatica e la telematica hanno avuto un ruolo fondamentale, non tanto nel boom insostenibile dell’e-commerce, quanto nel rendere rapido e flessibile il commercio internazionale, nel migliorare la produttività aziendale, nel gestire l’organizzazione aziendale.
La deregulation finanziaria è una delle poche cose vere del Neoliberismo. Si sentono spinte per una ri-regulation perché il libero mercato è incompatibile con la manipolazione della moneta da parte dello stato. E’ anche vero che per evitare una recessione è assolutamente necessario che i mercati finanziari conservino la loro efficienza. Il sistema di micro-liberismo e macro-socialismo è l’ideale per i politici: crea un capro espiatorio (il Neoliberismo), aumenta l’efficienza produttiva, e tiene sotto controllo i prezzi, consentendo una più lunga manipolazione del sistema creditizio da parte del governo. Il sistema è così bello che se non fosse auto-distruttivo sarebbe una cosa geniale.
La deregulation economica tiene bassi i prezzi, e rende l’economia più ricettiva verso il credito. In Italia, ad esempio, la gente non investirebbe neanche a tassi nulli, tra albi, leggi, regolamentazioni, sindacati e il doppio sistema fiscale (stato + mafia). Negli USA la maggior parte di questi problemi sono stati risolti da Reagan negli anni ’80.
Il Neoliberismo non esiste. Esiste un sistema economico fallimentare (il military-welfare state) che Reagan ha salvato negli anni ’80 con una qualche dose di deregulation, flessibilità, e massicce dose di iniezioni creditizie.
L’apertura commerciale degli USA non può essere messa in discussione. Se venissero a mancare i risparmi esteri, o la domanda estera di moneta, o se l’economia vedesse un tonfo della produttività e dell’efficienza legato a nuove massicce regolamentazioni e politiche microeconomiche interventiste, come negli anni ’70, semplicemente cadrebbe in una spirale staflazionistica. Si badi bene: potremmo già essere in una stagflazione. Ma tutte le politiche interventiste a questo punto aggiungerebbero danno a danno. L’unica è sperare che la politica monetaria possa continuare senza crack-up boom (la speranza di Bernanke) oppure fare politiche di riforma liberiste radicali, fermare
Le spiegazioni possibili dell’aumento del gap salariale tra lavoratori qualificati e non qualificati sono molti. Ne ho spiegata una: il consumismo e il deficit commerciale consumption-driven (se fosse investment-driven, ci sarebbero investimenti maggiori negli USA, e la produttività del lavoro aumenterebbe notevolmente, e con questa i salari!). Ce ne sono altre: la tecnologia aumenta la domanda di skilled labor contro l’unskilled labor; i lavoratori cinesi fanno concorrenza agli unskilled americani dalla Cina; i lavoratori messicani fanno concorrenza agli unskilled americani direttamente dal territorio USA. Non ho motivi per credere o non credere nella spiegazione tecnologica: nei libri di economia viene affermata ma non viene argomentata. La concorrenza dei messicani può essere una spiegazione. Quella dei cinesi non credo: per importare dall’estero infatti un capital account surplus, cioè un flusso di capitali dall’estero. In pratica, se gli USA risparmiassero non avrebbero un capital account deficit, e quindi la domanda di merci cinesi non sostituirebbe quella di merci americane in proporzioni significative come quelle attuali. La vera domanda è: perché così pochi risparmi e così tanti debiti?
Il Neoliberismo è un mito. La componente vera del mito del Neoliberismo è che c’è maggiore efficienza e flessibilità, in settori cardine come il mercato del lavoro, i mercati finanziari e il commercio internazionale. Il problema è che questa si accompagna ad un socialismo monetario incompatibile con la sopravvivenza di lungo termine di un’economia capitalista avanzata. La cosa geniale è che le poche gocce di Neoliberismo che sono state introdotte negli anni ’80 hanno reso tutto ciò possibile: liberalizzare per facilitare l’interventismo governativo. Se non fosse per le probabili tragiche conseguenze di queste politiche, ci sarebbe da rimanere estasiati di fronte a tanto genio.
Gold in the gold standard was used as money or for redemption at demand for money. I don't think that this is equivalent to gold price targeting.
Actual gold price has no exchange value, it has an industrial/jewelery use value and an inflation hedging investment use value. It has no exchange value from monetary use because there's quite no monetary use of gold nowadays. In the XIX century, monetary excesses would have resulted in gold losses. In a gold price targeting monetary policy setting, it wouldn't.
I believe that if the Central Bank had a commodity price target it would be less inflationary, because commodities are interest-rate sensitive and thus they immediately react to monetary excesses, while consumer pricese react only after the Fisher effect has worked itself out of the price system and ovewhelmed the Wicksell effect.
But this has nothing to do with gold, in my opinion: a copper price targeting or an oil price targeting would do the same (although the price of oil is extremely variable because of political and technical reasons, so it's not suitable for this purpose, but that's another problem).