mercoledì, 31 ottobre 2007
Moral hazard

Chi rompe paga: almeno così era un tempo. Ma in epoca di Banche Centrali, chi rompe riceve la liquidità necessaria a costringere gli altri a pagare, tramite l'aumento dei prezzi conseguente all'iniezione di credito. Tecnicamente si chiama bailout: è il processo attraverso cui la Banca Centrale salva le banche inferiori da problemi di pagamenti, in genere dando loro liquidità creata dal nulla*.

Ma se non si pagano le conseguenze delle proprie azioni, che motivo c'è di comportarsi responsabilmente? Si potrebbe parlare di esternalità, in questi casi: il costo delle proprie azioni (in questo caso, l'assunzione di rischio) viene cancellato dall'intervento governativo. Ma se una cosa non costa, si tende a comprarne in quantità eccessiva: se il rischio non si paga, tanto vale accollarsene a tonnellate, nella speranza che, se le cose vanno bene, si facciano extra-profitti, e, se le cose vanno male, non si perda nulla o quasi grazie all'intervento della Banca Centrale.

Ma il rischio dove va? Non è corretto parlare del rischio come qualcosa che si conserva e non si distrugge, che si può solo trasferire... il rischio è una percezione, un elemento da valutare, non una quantità fisicamente misurabile. Ma una cosa è certa: se il rischio, che sicuramente è un costo (potrebbe non esserlo, come per uno che fa bangee jumping, ma possiamo trascurare questa eventualità), è reso gratuito, nessuno ha interesse a comportarsi responsabilmente. E se nessuno ha interesse a comportarsi responsabilmente, il rischio "complessivo" non può che aumentare.

Un mondo di persone che giocano alla roulette russa è più pericoloso di un mondo di persone che preferiscono altri passatempi. Il bailout delle istituzioni finanziarie è una roulette russa, ma giocata con la testa altrui+.

L'assunzione generalizzata di rischio ha un'altra conseguenza: siccome per stimolare l'intervento di bailout bisogna essere "grandi", perchè altrimenti non si mette in pericolo la stabilità del sistema finanziario^, si incentiva la tendenza a creare grosse istituzioni bancarie e finanziarie, visto che le piccole verranno lasciate affondare, le grandi salvate. Il problema quindi, è che il sistema di incentivi è del tipo: "sei vuoi fare una ca$$ata, falla grossa!".

Questo genera una certa fragilità sistemica... ma finchè la politica monetaria regge... è sempre possibile posticipare il redde rationem, a patto di assumere una maggiore esposizione di rischio. Come tutto in economia, può darsi che migliori sistemi di gestione del rischio migliorino le cose, o qualsiasi altra complicazione. Ma una corsa è certa: bailout, irresponsabilità, amplificazione del rischio sono legati; e il bailout non solo è causa del problema, ma è anche un potente anestetizzante.

Si può vedere il bailout come un'assicurazione: ma le assicurazioni non assicurano le persone dalle conseguenze di azioni che dipendono dalle persone stesse... e le scelte di produzione non possono essere slegate dal rischio inerente a queste scelte senza creare un'economia sistematicamente instabile. La fragilità sistemica è quindi una conseguenza dell'inflazionismo.

Se il bailout sistematico anestetizza il rischio, ed è possibile che ci si metta in condizioni di rischio estremo sottovalutandone sistematicamente la portata, allora la sostenibilità della propria posizione creditizia/debitoria può essere illusoria (e questo vale anche per quel tipo particolare di posizione debitoria che è il debito estero, che da questo punto di vista non ha nulla di particolare^).

Avec moi le deluge?

* Almeno questa è la forma di bailout che ci interessa. Letteralmente ogni forma di salvataggio pubblico di un'azienda privata, magari la Fiat, è bailout. La liquidità può salvare qualsiasi istituzione finanziaria, non necessariamente una banca, e quindi anche qualsiasi azienda esposta finanziariamente.

+ E' d'uopo ricordare il motto della democrazia: "sono tutti froci, col culo degli altri". Come maggior finezza, Bastiat scriveva, 150 anni fa, "Lo stato è la grande finzione mediante la quale tutti pensano di vivere a spese degli altri".

^ E' già... la scusa per il bailout è che l'alternativa al bailout è il tracollo dell'intero sistema finanziario tramite fallimenti a catena. Questi fenomeni sono accaduti spesso (l'ultima volta nel 1929), ma sono diventati una rarità nel sistema delle Banche Centrali. E questo è un male: nessuno è mai uscito dalla tossicodipendenza bucandosi ad ogni segno di crisi d'astinenza. Il motivo della reazione a catena era, anticamente, il bank run dovuto alle file che si formavano alle banche per ritirare oro, quando si perdeva fiducia nella loro capacità di mantenere le promesse. Oggi potrebbe essere una reazione a catena nel circuito della liduidità che assicura i pagamenti mediante credito a breve scadenza, ma il funzionamento non m'è chiaro.

^ Mentre in base a quanto detto in precedenza, può essere l'effetto diretto del consumismo, e quindi i due possono essere legati strettamente.
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categoria:economia
martedì, 30 ottobre 2007
Non bastava la bella ragazza mora che mi voleva rifilare Lotta Comunista, quando ancora ero studente universitario, e che ho reso frigida consigliandole "Le conclusioni del sistema marxiano" di Eugen von Boehm-Bawerk invece del più utile, in quel frangente, perlomeno, come "Sdraiami!" di Berarda del Vecchio.

Non bastava quello che a Genova mi voleva rifilare lo stesso giornale chiamandomi "compagno", e che si è offeso perchè gli ho risposto "vacci piano con le offese!".

No. Non bastava.

Così pochi giorni fa ne ho visto un altro mentre passeggiavo con un mio amico (meglio essere in compagnia quando si incontrano questi pericolosi integralisti). E al comunista gli ho fatto una domanda semplicissima (stavo preparando un articoletto sulle preferenze temporali, in questi giorni, e quindi ero un po' preso dall'argomento):

"Io ho venti euro. Il mio amico ha venti euro. Ma oggi lui deve comprare un libro che costa trenta euro. Io gli offro dieci euro, in cambio di undici domani. Lui è contento perchè compra il libro oggi. Io sono contento perchè ho undici euro domani. Siamo contenti entrambi, com'è tipico di ogni scambio volontario. Per caso io ho sfruttato lui? No. Ma quello che abbiamo fatto è, tecnicamente, una transazione creditizia. E quello che ho guadagnato si chiama interesse."

Ho atteso tre secondi. Pensavo che mi rispondesse "Non ho capito il ragionamento", ma mi sono reso conto che una tale risposta era altamente improbabile, e non certo perchè m'ero spiegato bene o perchè i concetti sottesi al mio ragionamento erano facili.

M'ha chiesto: "Perchè ti fai ridare i soldi dagli amici?".

Gli ho risposto: "Quando a lui serviranno soldi da chi non è suo amico, potrà ottenerli comunque grazie proprio all'interesse. O forse tu pensi di poter gestire l'intera economia come opera di beneficienza?"

In seguito mi voleva ripetere a memoria la storiella del plusvalore e lo sfruttamento degli operai. Ho desistito. Chissà se avrà mai pensato che i primi pagatori di interessi in società sono le aziende, probabilmente?
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martedì, 30 ottobre 2007
Il consumismo

La più semplice conseguenza dell'inflazionismo è il consumismo: la tendenza a consumare di più e a risparmiare di meno, e la tendenza a indebitarsi a fini di consumo (carte di credito, mutui, pagamenti a rate, prestiti al consumo...).

Per capire il perchè, conviene riferirsi ad una semplice economia con un solo bene di consumo (immediato) e un bene capitale che fornisce un interesse (futuro). Quando la Banca Centrale modifica i tassi di interesse reali, rende più facile l'indebitamento, in quanto il costo del debito (l'interesse) è inferiore. Questo fa sì che ci si spinga ad indebitarsi per comprare case, automobili, ma anche ferie, elettrodomestici eccetera.

L'indebitamento per consumo consuma beni capitali: per la precisione, i beni risparmiati vengono impiegati per finanziare il consumo altrui anzichè gli investimenti, e quindi non contribuiscono alla crescita economica. Scelte, ovviamente, ma scelte distorte, dalla politica monetaria.

E' possibile vedere il controllo del tasso di interesse reale da parte delle politiche monetarie in termini molto intuitivi: creando dal nulla strumenti di pagamento, iniettati nel mercato del credito, gli investitori, e i consumatori che si vogliono indebitare, hanno a disposizione potere d'acquisto extra, creato dal nulla dalle Banche Centrali. Se possono ottenere mezzi di pagamento creati dal nulla, perchè chiederli, come si fa sul libero mercato, ai risparmiatori? Il ruolo dei risparmiatori nel sistema economico viene scalzato: chi domanda credito (investitori e consumatori) li bypassa, utilizzando i mezzi creati dal nulla. L'offerta di credito (risparmi reali più mezzi monetari creati dal nulla) cresce, abbassando il costo del credito, cioè il tasso di interesse reale.

Abbassando i tassi, il consumo diventa più conveniente rispetto al risparmio, e il debito diventa una soluzione a portata di tutti. Ma l'aumento dei consumi va a danno dei risparmi, e quindi degli investimenti: la facilitazione del credito, quindi ha un effetto di crowding out sugli investimenti. Abbiamo quindi un'apparente inconguenza: l'iniezione di credito aumenta sia gli investimenti che i risparmi, avvantaggiando, finchè dura, gli investitori e i consumatori rispetto ai risparmiatori. Questa è l'essenza del malinvestment Austriaco, che vedremo successivamente.

Un effetto del consumismo indotto da inflazione monetaria, comunque, può essere compreso senza ricorrere al complesso concetto di malinvestment: se i risparmi scendono, ma i consumi a credito e gli investimenti aumentano, in un'economia chiusa, abbiamo una contraddizione contabile (Dovrebbe essere R = I + CC, con CC il credito al consumo), che non è necessariamente una contraddizione economica; ma, in un'economia aperta al commercio internazionale, è possibile, anche contabilmente, che I + CC sia maggiore di R: basta che la differenza sia compensata dal trade deficit, cioè col debito estero.

Se si consuma a credito e si investe più di quanto si risparmia, vuol dire, contabilmente, che si esporta meno di quanto si importa. Quest'analisi mostra come il trade deficit può essere un segnale di una distorsione sistematica delle scelte macroeconomiche ad opera della politica monetaria.

Il fenomeno dell'indebitamento è molto evidente negli USA, ed è possibile che sia sia l'effetto dell'inflazionismo, sia quello della maggiore efficienza dei mercati finanziari USA, che indubbiamente sono più liberi e più in grado di soddisfare la domanda dei consumatori. In ogni caso, vediamo la stessa evoluzione anche in Europa, ovviamente con ritardo, soprattutto in paesi come la Spagna, e, molto meno, in un paese che ha già vissuto un'esperienza di iperinflazione, e ha sempre avuto politiche monetarie più rigide: la Germania. Tutte coincidenze? Il legame dell'indebitamento privato con la politica monetaria credo sia evidente.

Uno stesso effetto, il trade deficit, può essere causato dalla maggiore competitività degli investimenti negli USA, dal maggior rispetto dei diritti di proprietà, che riduce rischi e altri costi; oppure dal consumismo indotto dalle politiche monetarie, come in questo caso. E' strano che i ricchi americani, del resto, vivano a spese dei poveri cinesi: dove si è mai visto che Paperino presta i soldi a Paperone?

Le cose non sono così semplici, però una prima spiegazione teorica del problema (possibile) l'abbiamo: gli americani consumano e si indebitano più di quanto consumerebbero e si indebiterebbero in un contesto non inflazionistico, e si dà il caso che la percezione della sostenibilità di questo schema è creata essa stessa dall'inflazionismo. In poche parole, potrebbe non esserci nulla di ragionevole, o perlomeno molto poco di ragionevole, negli squilibri macroeconomici USA.

A questo punto, però, servirà parlare di moral hazard e malinvestment...
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categoria:economia, usa
martedì, 30 ottobre 2007
Anche Leonardo si è interessato alla moneta di Hitler: uno spending standard più neutrale della moneta a riserva frazionaria, ma con gli identici problemi di inflazione, e quindi sub-ottimale rispetto ad un sano gold standard non falsato dallo stato.
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categoria:economia
lunedì, 29 ottobre 2007
Ehm... come faccio a fare una tabella che non si divida tra due pagine, usando Microsoft Word? Quando faccio una tabella verso fine pagina mi finisce sempre dall'altra parte... sono impazzito con le caselle di testo ma è venuto fuori un casino... c'è un modo più semplice, tipo un pulsante con scritto "non dividere questa fottuta cartella brutto imbecille"?
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lunedì, 29 ottobre 2007
Trade deficit e deindustrializzazione

Non c'è un legame necessario tra trade deficit e deindustrializzazione, anche se è verosimile che ve ne sia uno nella situazione attuale. Per capire perchè un tale legame non è necessario, farò due esempi semplificati.

Preliminarmente, servono un po' di definizioni. Consideriamo due paesi, A e B. Ogni paese è caratterizzato, in un dato anno, da un prodotto Y, un consumo C, un livello di investimento I, un livello di risparmi S. Così avremo CA e CB, cioè il consumo in A e B, eccetera.

In assenza di commercio internazionale, Y = C + I per tutti e due i paesi, e I = S. Questo significa che le merci o si consumano o si investono e che si investe ciò che non si consuma, cioè ciò che si risparmia. Abbiamo trascurato la spesa pubblica e le tasse, che purtroppo sono fattori molto rilevanti.

Col commercio internazionale le cose cambiano un po': X è l'export, M e l'import, per entrambe i paesi. Per ovvi motivi, XA = MB e XB = MA (cioè, si importa in un paese ciò che l'altro esporta, e viceversa). Questo perchè ci sono due paesi. E' possibile comunque concepire B in modo da includere tutto il resto del mondo in una sola regione macro-economica chiamata, ad esempio, non-USA.

Y = C + I + X: le merci prodotte o si consumano, o si investono, o si esportano
Y = C + S + M: la domanda di merci dipende può essere consumo, risparmio o import.

Da cui, per entrambe i paesi: I + X = S + M, cioè (S-I) = (X-M)... il trade deficit è pari alla differenza tra risparmi e investimenti.

Bene, per semplificare le cose, supponiamo che esista un solo bene di consumo, il formaggio, e un solo bene di produzione, le pecore. Un paese si dice industrializzato se ha tante pecore, cioè se ha tanti beni di produzione.

Se un paese ha un trade deficit, vuol dire che consuma o investe più di quanto produce. Per fare questo, deve importare più di quanto esporta, e quindi pagare la merce non con altre merci, ma con delle cambiali. Assume quindi un debito nei confronto dell'altro paese.

Ci si può indebitare per due motivi: o ci si indebita per consumare, o ci si indebita per investire... il primo caso è quello del consumatore che compra a rate o fa un mutuo; il secondo caso è quello dell'imprenditore che acquisisce capitali per creare un nuovo impianto.

Supponiamo che il paese A abbia un trade deficit, e quindi il paese B un trade surplus. Ci sono due casi puri: o A importa pecore, o A importa formaggio. Soltanto nel secondo caso si ha una deindustrializzazione...

(1) Importare pecore

Se A importa pecore, queste, come bene di produzione, rappresentano un investimento, in A. Il numero di pecore e quindi la quantità di formaggio producibile in A aumenta. Questo è il caso dell'imprenditore che si indebita per costruire un impianto, e pagherà in futuro il debito con ciò che produrrà proprio grazie al nuovo impianto. Questo esempio mantiene la struttura produttiva di A o addirittura l'accresce, ma i proprietari degli asset in A, di fatto (per la precisione: il reddito da interesse delle attività in A) diventano gli abitanti di B. Gli abitanti di A diventano lavoratori ma non sono più capitalisti, anzi, pagano interessi passivi. La cosa può essere sostenibile, visto che è quello che fanno le imprese quando chiedono risorse ai mercati finanziari, quindi nulla di strano, o, meglio, non c'è necessariamente alcunchè di cui preoccuparsi.

(2) Importare formaggio

Se A importa formaggio, ciò rappresenta una forma di consumo. Il numero di pecore in B, e non in A, tende ad aumentare, perchè la domanda di formaggio di A rende più profittevole l'investimento in pecore in B. D'altra parte, se A risparmia poco, non può produrre nuove pecore, perchè non ha risparmi, e, se importa solo formaggio, le pecore non le può neanche importare. Questo è il caso del consumatore che si indebita per consumare più di quanto guadagna, e spera di poter ripagare il debito in futuro non con la maggiore produttività del suo lavoro, perchè non sta investendo, ma con il reddito che avrà in futuro.

Il caso (1) può essere sostenuto più facilmente del caso (2): un grande debito in investimenti è sicuramente più "normale" di un grande debito in beni di consumo... se voleste prestare dei soldi, infatti, vi fidereste più di un consumatore indebitato o di un'azienda che investe i capitali ottenuti sul mercato?

Conclusioni

Il nostro semplice esempio non ha spesa pubblica, nè deficit pubblico, ha una struttura produttiva banale, in cui è facile distinguere ciò che è capitale da ciò che è consumo: nella realtà ciò non è assolutamente semplice, perchè un computer può essere ad esempio sia un bene di consumo che di investimento.

Che prove abbiamo per dire che la situazione economica americana assomiglia più ad (1) o a (2), fermo restando che entrambe gli scenari coesistono? Non esiste una risposta definitiva, ma gli indizi a favore del (2), un debito usato soprattutto per consumo, sono molti. In parte è probabilmente vero anche che i risparmi cinesi finiscano in investimenti negli USA, anzi, è necessariamente vero, perchè i risparmi netti americani sono nulli, e senza i risparmi del resto del mondo non potrebbero crescere economicamente, e neanche mantenere la produzione.

Gli indizi a favore di (2) sono:

  • Il forte indebitamento dei privati USA
  • Il forte successo del credito al consumo, come i pagamenti a rate e i mutui
  • La forte crescita economica in Cina
  • Il forte deficit pubblico USA*, che non può non provocare crowding out di investimenti
  • Il risparmio netto nullo degli USA
  • La forte componente di consumo sul PIL USA, rispetto per esempio all'Europa
  • Il legame tra politiche monetarie e trade deficit+.

Non è detto che un debito per consumo non sia sostenibile e quello per investimento lo sia. Però è più facile che sia sostenibile il secondo, visto che il primo, con le pecore, fa sparire anche la possibilità futura di pagare il debito. Esistono vari motivi per ritenere che siano in realtà insostenibili entrambi. Ma qui usciamo dall'analisi "contabile" che abbiamo fatto ed entriamo in un ambito ben più complesso. Che è dove andremo a invischiarci.

* Nel nostro modello non c'è, ma è ovvio che la spesa pubblica sia in gran parte consumo e non investimento. Non è investimento produttivo promettere assistenza sanitaria a destra e a manca come ha fatto Bush, e neanche bombardare il Medio Oriente.

+ Il trade deficit ha cominciato ad esplodere con la recessione del 2000, e con l'aumento strepitoso degli aggregati monetari, come M3, con cui la Federal Reserve ha cercato di rimettere in piedi l'economia maniaco-depressiva (come vedremo in seguito). Anche negli anni '80 un principio di trade deficit (minore di quello attuale), che si è avuto a metà decennio, sembra abbinarsi bene con un aumento del tasso di crescita di M3 avvenuto in quegli anni. Questa non è una prova, in economia le prove non esistono, ma è un indizio.

PS In questa discussione ho volutamente confuso deficit commerciale e deficit delle partite correnti... la differenza tra i due sono gli interessi sul debito o sul credito pregressi.
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categoria:economia, usa
domenica, 28 ottobre 2007
Lo schifo che fa l'attuale governo non deve far dimenticare che faceva schifo, forse in molti campi di meno, anche il precedente. Per fortuna che i deputati della CDL non perdono occasione di ricordarcelo, votando addirittura forme di esproprio proletario. Fatemi un piacere: cambiate nome... che c'entra la Libertà con voi?
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categoria:politica interna, casa della libertà
domenica, 28 ottobre 2007
E' facile convincersene, basta coprirsi gli occhi di speck. Però forse il pescatore de La mia destra è più vicino alla realtà...

Mi viene in mente la canzone dei Dropkicks Murphys "Kiss me, I'm shitfaced", di quello completamente ubriaco che si credeva Dio... beh, probabilmente c'aveva più ragioni di coloro che credono nella giustizia sociale dello stato.
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categoria:giustizia sociale
domenica, 28 ottobre 2007
Introduzione

In questa serie di post cercherò di spiegare il legame tra politiche monetarie inflazionistiche e distorsioni strutturali del sistema economico. Il fine è quello di sviluppare gli strumenti concettuali necessari a comprendere l'attuale situazione macroeconomica mondiale, cioè il processo di globalizzazione economica, e, nello specifico, la situazione macroeconomica statunitense.

Soltanto in due di questi post adotterò una visione inerentemente Austriaca: tutti gli altri post possono essere condivisi (o meno) senza dover riflettere sulla struttura della produzione, cioè facendo finta che i beni vengano prodotti istantaneamente e che i beni capitali siano omogenei e quindi aggregabili ad occhi chiusi, come nell'economia accademica*.

I post sono strutturati in questa maniera:

  1. Che relazione c'è, se c'è, tra trade deficit e deindustrializzazione?
  2. Il consumismo come effetto dell'inflazionismo.
  3. Il moral hazard come effetto dell'inflazionismo.
  4. Il malinvestment come terzo effetto (per gli Austriaci) dell'inflazionismo.
  5. Cos'è un'economia credit-addicted, anche detta "manic-depressive"?
  6. Quali sono le tendenze della spesa pubblica statunitense?
  7. Com'è la struttura del debito e del credito esteri degli USA?
  8. Cosa è successo? Cosa succederà?
  9. Pseudo-soluzioni.
  10. Limitazioni della mia analisi.
Riassumendo i post successivi:

  1. Il trade deficit USA può non essere un problema, ma gli indizi che lo sia sono molti e pesanti
  2. Il consumismo è la conseguenza dell'inflazionismo (e non solo, ovviamente).
  3. Il rischio sistemico è frutto del moral hazard creato dalle politiche interventiste delle Banche Centrali.
  4. Il malinvestment è un fenomeno fondamentale, riconosciuto solo dagli Austriaci, e che è così complesso da rendere impossibile verifiche sperimentali, o anche falsificazioni sperimentali, definitive. Anche qui, gli indizi sono però molti.
  5. L'inflazionismo ha come conseguenza la tossico-dipendenza da credito: l'economia si distorce, diventa instabile e rischiosa, e la causa del problema, la manipolazione del credito, è anche un'efficace cura, anche se solo sintomatica.
  6. Col tempo, tra guerre, egemonia in decadenza, social-democrazia e baby boomer in pensionamento, si avranno spinte verso l'aumento della spesa pubblica USA, con conseguente peggioramento dei problemi messi in luce dall'analisi.
  7. La struttura debitoria e creditoria USA nei confronti del resto del mondo è fortemente sbilanciata e rischiosa, inoltre la sua sostenibilità è conseguenza diretta del malinvestment, e quindi la sostenibilità è probabilmente apparente.
  8. Perchè siamo ancora in vita, dopo 35 anni di follie monetarie? E cosa succederà in futuro?
  9. Il protezionismo peggiorebbe le cose, ridurre i risparmi cinesi pure.
  10. La mia analisi finge che la moneta venga espansa tramite i depositi, ma in realtà è il money market a farla da padrone, è comunque verosimile che ciò non cambi il ragionamento; la maggior parte degli argomenti teorici ha numerosi indizi pratici che li rendono credibili, ma la parte "pratica", come mio solito, è sottosviluppata.

In questa serie di post chiamo "inflazione" l'espansione dell'offerta di moneta tramite creazione di mezzi creditizi, che è il meccanismo tipico mediante il quale si espande l'offerta di moneta. La cosa è coerente con l'uso Austriaco del termine, ma è ormai un'abitudine chiamare "inflazione" l'aumento del livello dei prezzi, che nelle seguenti analisi non gioca quasi alcun ruolo. Chiamo inoltre "inflazionismo" l'uso sistematico dell'inflazione per manipolare la struttura produttiva.

* In macroeconomia, come ad esempio nel modello di Solow, il capitale è una quantità omogenea, e quindi la dotazione di capitale è l'unica cosa che conta, mentre la sua struttura è trascurata. Tentativi di introdurre il tempo di produzione furono fatti da Hicks ("Capital and Time"), da cui deriva la cosiddetta scuola Neo-Austriaca, e da Kydland e Prescott nella prima versione della Real Business Cycle theory ("Time to build"). Nella microeconomia tradizionale è possibile avere dei beni capitali disomogenei, semplicemente introducendo una funzione di produzione multidimensionale, ma le funzioni di produzione sono istantanee e non hanno comunque una struttura temporale.
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categoria:economia, usa
sabato, 27 ottobre 2007
Mi si dice che la porchetta d'Ariccia abbia grande successo a Londra, e che la Ryanair abbia una convenzione per far arrivare ogni giorno porchetta calda negli stomaci dei londinesi... che figata la globalizzazione!
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