venerdì, 31 agosto 2007
Entro lunedi devo decidere se spendere 1,000€ per un corso di tedesco di base da 80 ore (primo di 4-6 livelli analoghi per arrivare a parlare un tedesco fluente, per un totale di 2-3 anni e 4-6,000€). Oppure di studiarmelo a casa e fare solo gli esami per i certificati... per un totale di 400-600€ e sempre 2-3 anni di studio.

Sono stato 4 mesi in Germania, ma senza grammatica ho imparato tante parole ma non so scrivere una frase... a parte ich bin freiheit-eins*. Se mi prendo un libro di esercizi e di grammatica dovrei essere in grado di imparare qualcosa. Tra qualche mese, circa sei, potrei andare a lavorare all'estero. Anche le mie preferenze vanno per Irlanda, Scozia e Inghilterra, Austria e Germania sono possibilità da non scartare. In teoria pure la Francia e il Belgio sono destinazioni possibili, ma il francese non mi piace.

Avete mai imparato una lingua da soli? Questi corsi servono? E' possibile fare gli esami senza aver fatto i corsi, il materiale degli esami si compra a parte? Queste domande dovrò farle Lunedì a chi di dovere, ma se qualcuno già conosce il Goethe Institut magari mi anticipa le risposte (secondo me sì, rimane da vedere se imparare una lingua per home-studying è fattibile).

Alla fine l'inglese l'ho imparato a 14 anni, non sapevo nulla fino al Liceo, ho cominciato a studiare grammatica, scrivere, leggere, parlare e ascoltare per tre ore la settimana a scuola, per tutto l'anno scolastico, e quando l'estate sono andato a Cambridge per dei corsi di inglese di tre settimane già ero "Upper-Intermediate", e la terza settimana lì mi sono accorto che riuscivo a pensare in inglese senza passare per l'italiano. Se le cose sono diverse a 28 anni non lo so, ma 3-4 ore libere le trovo, e sono pieno di CD con gente che dice cavolate in tedesco, tipo "Hallo, Ich bin Korbchen, wie heist du?" (Letteralmente: "Ciao, sono il getta-carte, come ti chiami?").

La scelta si fa urgente perchè tra qualche ora dovrò decidere se prendere la macchina e andare al mare, o rimanere qui ad informarmi sui corsi e iscrivermi entro lunedì. Penso che andrò al mare...

* Non so come si dicono gli ordinali.
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venerdì, 31 agosto 2007
Un libro molto interessante, con una lunga storia di raccomandazioni tra blogger (i Twins lo consigliarono a Wellington, e Wellington a me, io... lo consiglio a tutti!), sul processo che porta alla formazione delle strategie geo-politiche.

I libri di questa letteratura possono essere storici (storia militare e diplomatica), o teorici (principi primi, o ultimi, boh, che sottostanno agli eventi), ma in genere sono pieni di riferimenti alla storia effettiva: in questo caso, con 17 "case studies", che vanno dall'Atene di Tucidide alla fine della Guerra Fredda, il contenuto "storico" sembra essere preponderante, ma, in realtà, nelle 650 pagine del libro si trovano innumerevoli riflessioni, generalizzazioni, proposte esplicative. Inoltre il capitolo iniziale e quello finale forniscono utili riassunti di queste riflessioni sparse, e non facili da trovare in una seconda lettura del libro.

Un'altra linea di divisione tra i libri di questa letteratura è nella complessità dei fattori causali analizzati: si va dalla minima complessità di chi riduce le R.I. a rapporti tra PIL, distanze geografiche e numeri di carri armati, come Mearsheimer, a chi introduce nel gioco anche fattori diplomatici, di public choice interna, culturali, ideologici. Questo libro è probabilmente uno dei più complessi da questo punto di vista tra quelli che ho letto, e siccome le spiegazioni semplici non mi soddisfano mai, perchè mi piace complicarmi la vita, diciamo che sono perfettamente d'accordo con questa impostazione.

Molto interessante l'ultimo capitolo, che analizza il ruolo delle "idee assassine" (per dirla come Conquest) il nazionalismo e l'ideologia del conflitto di classe, durante il XX secolo. Interessante, anche se poco convincente, il tentativo di ritenere il Giappone qualcosa di diverso dalle democrazie totalitarie occidentali contemporanee, per il ruolo pervasivo delle lobby, per la corruzione delle banche e per il successo delle teorie cospiratorie tra la popolazione. Quando Knox (l'autore) descriveva il Giappone, mi pareva di stare a casa, solo che ci vuole un po' più di spirito auto-critico per rendersene conto. Non mi spiego invece l'equazione "liberismo = Keynes" (sì, si parlava di mercato, non dei "liberals"), anche se la visione semplicistica di molti liberali e libertari sembra avere molti punti in comune con quella dei liberals e delle ideologie totalitarie.

Come Austriaco, infine, non posso che gioire alla presa in giro della "Teoria dei Giochi" RAND Corp. Style, e alle ripetute sottolineature della non-sufficienza (che non è affatto non-necessità) della Teoria nella formulazione dei giudizi sulla Storia.

PS Il libro è molto interessante. Peccato che scrivano che, durante la guerra nel Peloponneso, Demostene, nella spedizione fallita a Naupatto contro i Beoti (gli abitanti della Beozia, non gli idioti), perse "120 marines". Troppa grazia: chi ha il tempo e il coraggio di leggere un libro di 700 pagine penso abbia anche il tempo e il coraggio di andare a leggere la voce "oplita" sul vocabolario.
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categoria:libri, politica internazionale
venerdì, 31 agosto 2007
Tra gli integralisti che pensano che l'Islam sia un problema in sè, la vittoria dei Veneziani e degli Spagnoli a Lepanto è (giustamente) considerata un evento importante nella storia Europea. Quasi contemporaneamente (fine XVI secolo), la flotta Spagnola, chiamata "Invicibile Armada", nel tentativo di invadere l'Inghilterra, veniva sconfitta. Non è forse questo un altro evento fondamentale per l'Occidente?

D'altra parte, l'aiuto dato dai Francesi ai Turchi contro gli Asburgo d'Austria viene considerata un tradimento della cristianità (Kissinger, cattivone, la chiama "raison d'etat"); ma le richieste di aiuto degli Scià di Persia alle potenze europee contro l'Impero Ottomano dono qualcosa di diverso?

Gli interessi collettivi sono in genere solo propaganda: non esistono società omogenee e con interessi comuni, senza struttura e conflitti interni. Non c'è motivo di credere che una guerra tra Spagna e Inghilterra sia solo una guerra, mentre 15 terroristi islamici contro un grattacielo americano sono una guerra di civiltà.

In entrambe i casi si tratta di guerre, tra due polity che ritengono i propri fini non compatibili e che decidono di confrontarsi violentemente. Nulla di speciale.
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categoria:storia, politica internazionale, islam
giovedì, 30 agosto 2007
L'anno scorso avevo scritto da IHC un articolo sui beni capitali submarginali. L'articolo era piaciuto, era finito su Austrianforum, da me e su Usemlab, e mi è stato chiesto se l'idea di base fosse mia. Purtroppo no, ma non ricordavo dove l'avevo presa. Ora l'ho trovato.

Friedrich August von Hayek, Prices and Production, 1934:

The impression that the already existing capital structure would enable us to increase production almost indefinitely is a deception. Whatever engineers may tell us about the supposed immense unused capacity of the existing productive machinery, there is in fact no possibility of increasing production to such an extent. These engineers and also those economists who believe that we have more capital than we need, are deceived by the fact that many of the existing plant and machinery are adapted to a much greater output than is actually produced. What they overlook is that durable means of production do not represent all the capital that is needed for an increase of output and that in order that the existing durable plants could be used to their full capacity it would be necessary to invest a great amount of other means of production in lengthy processes which would bear fruit only in a comparatively distant future. The existence of unused capacity is, therefore, by no means a proof that there exists an excess of capital and that consumption is insufficient: on the contrary, it is a symptom that we are unable to use the fixed plant to the full extent because the current demand for consumers’ goods is too urgent to permit us to invest current productive services in the long processes for which (in consequence of “misdirections of capital”) the necessary durable equipment is available.

Citato in "Money, Bank Credit and Economic Cycles" di Jesus Huerta de Soto, pagina 446.
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categoria:economia austriaca
giovedì, 30 agosto 2007
Il mio post in inglese sul Bellum Iustum non ha avuto commenti, sia perchè nessuno lo legge, sia perchè era lungo. Invece il post su Austrian Forum ha avuto diversi commenti, anche se ci si è impelagati su questioni che non c'entravano nulla. Da quando sono partito per le ferie solo un commento era on-topic, e ho risposto.

Commento
Risposta
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giovedì, 30 agosto 2007
Questo interessante libro comincia parlando dell'evoluzione del diritto in Inghilterra dai tempi degli Anglo-Sassoni alla successiva introduzione del Feudalesimo e del "Diritto Autoritario" da parte dei Normanni. E mostra che sin dall'inizio tale evoluzione fu dettata dall'interesse dello stato, cioè segnata dai continui tentativi della classe politica di ottenere più potere e dei gruppi di interesse organizzati di spostare costi e guadagnare benefici a danno del resto della popolazione.

Segue un'analisi dei difetti dei sistemi politici di fornire i servizi di sicurezza: polizia, prigioni, tribunali; si analizzano gli incentivi perversi, la logica delle lobby e dei gruppi di pressione, gli effetti delle esternalità fiscali e regolamentative sui risultati del processo legislativo e giuridico.

Infine, si criticano le critiche al sistema di mercato nella fornitura di servizi di sicurezza e si cerca di prevedere le caratteristiche di un eventuale sistema privato di polizia, tribunali e sistemi di punizione, basandosi e sulla logica economica e sull'esperienza storica di tribù primitive, il Far West, il diritto islandese, anglo-sassone ed irlandese, la Lex Mercatoria (originata privatamente e inclusa nella Common Law solo nel 1606, dopo diversi secoli di sviluppo) e gli innumerevoli esempi di prigioni, servizi di sicurezza (allarmi, guardie del corpo, agenzie di investigazione, corti di arbitrato) forniti privatamente negli USA.

Ovviamente, un cambiamento radicale non può che avvenire gradualmente, e non si può prevedere il corportamento effettivo di un sistema sociale potenzialmente radicalmente diverso rispetto all'attuale. Ma gran parte degli ostacoli ad un ulteriore sviluppo dei sistemi di sicurezza privati è di origine politica, e questi problemi, almeno sulla carta, possono essere risolti, a patto di non fidarsi di politici, sindacati, giudici e burocrati, che ovviamente si opporranno strenuamente, come tutti quelli che non hanno nulla da contribuire al resto della società e possono rimanere in vita solo grazie al sistema statale.

Alla fine, le caratteristiche più interessanti di un sistema più privato, o interamente privato sono:

  • L'uso della coercizione verrebbe limitato dai suoi costi; al giorno d'oggi invece questa è gratuita, come testimoniano i soldi sprecati per punire prostitute e fattoni, anche quando non fanno male a nessuno (questi pseudo-reati sparirebbero se i loro supporters dovessero pagare per il loro enforcement, tranne nel caso in cui sono veramente "convinti", e, si sa, i fanatici non scompariranno certo di colpo... è comunque meglio non dar loro strumenti per fare danni);
  • I servizi e i beni prodotti sul mercato in regime di concorrenza sono meno costosi a parità di qualità, e non c'è motivo di credere che lo stesso non valga in questi particolari mercati; il fatto che questo mercato abbia avuto un largo sviluppo in America nonostante la concorrenza sleale del sistema pubblico, sulla carta gratuito dimostra che questi vantaggi esistono;
  • L'accento andrebbe spostato verso il risarcimento alle vittime, che dovrebbero essere il fulcro della giustizia e non spettatori e vittime di un gioco tra criminali e burocrati; il Diritto Penale diventerebbe parte del Diritto Privato e probabilmente verrebbe sostituito dal Diritto Civile (dai crimini ai torti);
  • Un sistema concorrenziale e diffuso garantirebbe la quasi totale assenza di concentrazione di potere che caratterizza gli attuali sistemi politici statuali, riducendo di molto la possibilità di controllare una società aggrendendone i gangli vitali, e quindi riducendo anche il pay-off per la lotta politica;
  • Probabilmente i lavori forzati per pagare i danni sarebbero abbastanza diffusi, e questo garantirebbe giustizia per la vittima, attività produttive utili per i criminali (anche per il dopo-prigione), e un sistema penitenziario auto-sufficiente e indipendente dal fisco;
  • Le leggi sarebbero il risultato degli sforzi di coordinamento delle parti, e non il risultato del mercato delle vacche tra lobby e istituzioni, come è adesso; sarebbero molto più varie ed adatte agli utenti, e sarebbe più difficile arrogarsi privilegi e imporre discriminazioni.

Ci sono possibili rischi, ovviamente, visto che la perfezione non esiste, ma i vantaggi, almeno di un'applicazione graduale della "rivoluzione privatistica", sembrano enormi. Gran parte dei servizi di polizia, dei tribunali (almeno civili), e dei sistemi di detenzione potrebbero passare nelle mani del settore libero e concorrenziale, basato sul mercato e/o sulla libera cooperazione.

Problemi come il rischio che i lavori forzati diventino una nuova forma di schiavitù, o che non si riesca a concentrare sufficiente forza contro organizzazioni criminali ben strutturate, o l'eccessivo peso dato all'ostracismo e il boicottaggio al posto della semplice punizione carceraria (in una società dinamica e anonima non è facile impiegare l'ostracismo... si pensi allo scarso ruolo della reputazione in una metropoli rispetto ad un paesello) potrebbero non rendere plausibile un sistema puramente privato (ma non ci sono motivi per crederlo), ma tanto di strada ce n'è da fare... tolti allo stato (o forniti in concorrenza con lo stato) i servizi sociali, i servizi di polizia e giudiziari, la produzione di beni e servizi monopolizzati, il diritto di concedere privilegi legali e rivoluzionare il diritto legiferando, il governo dell'economia, rimarrebbe veramente poco.

Se l'ideale normativo è sicuramente eliminare lo stato, obiettivo non necessariamente realizzabile a costi accettabili (soprattutto se avesse ragione Hobbes), un obiettivo sicuramente realizzabile, vista l'esperienza storica e le conoscenze teoriche a nostra disposizione, è ridurlo ad una frazione di ciò che è adesso, magari il 10%... ovviamente, gli unici veri ostacoli sono i gruppi di pressione che si avvantaggiano del mostro, e i rappresentanti del mostro stesso.

E' del tutto plausibile che lo stato possa tornare ad essere quello che era nei paesi anglo-sassoni poco più di cento anni fa. E possibilmente si potrebbe fare ancora di più. L'unico vero limite sono i gruppi di pressione parassitari che campano solo grazie allo stato.

Si potrebbe pensare che queste proposte sono troppo estremiste, ma sarebbe un errore. Allo stato attuale nessuna riforma liberale è fattibile, perchè tutte le riforme veramente liberali sono contrarie all'interesse della classe politica e quindi da questa eliminte o comunque depotenziate. Non c'è nessuna differenza tra l'introdurre un diritto scelto dalle parti o chiedere un mercato del lavoro libero... in entrambe i casi, la classe politica si opporrà strenuamente. Utopista è chi crede a Reagan e Berlusconi.
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categoria:libri, libertarismo, teoria politica
mercoledì, 29 agosto 2007
La difesa del regime pakistano da parte degli USA è una delle note più stonate della strategia dell'esportazione della democrazia. Il rationale, probabilmente, era "se proprio lo dobbiamo fare, meglio farlo con un paese nemico!", e la strategia è stata usata solo per giustificare la guerra in Iraq.

Uno degli aspetti più strani della guerra in Afghanistan è il comportamento del Pakistan, che sembrerebbe essere affetto da qualche sdoppiamento di personalità, metà filo-americano e metà filo-talebano, a seconda dei casi. Ma una ratio dietro un comportamento apparentemente schizofrenico c'è, e l'articolo di Vali Nasr, consigliatomi da Wellington, lo spiega chiaramente: "How to squeeze jihadi culture out of Pakistan".

Una possibile critica all'articolo è il nome: l'articolo dimostra che Musharraf e i militari non hanno interesse ad abbandonare i talebani e a veder nascere un Afghanistan potenzialmente filo-indiano, o comunque neutrale, anche per motivi di confini politici. Ma per spremere via la cultura islamista Musharraf dovrebbe avere un totale controllo di moschee, università, scuole, media, e non so fino a che punto un tale controllo esista.

Il successo dei Fratelli Musulmani in Egitto è stato costruito con una strategia "gramsciana" di conquista delle Università e le Scuole Religiose, e questo garantisce una base di potere e di legittimazione. Non sono al corrente della situazione domestica in Pakistan, ma Musharraf mi sembra tutto tranne che onnipotente.

Comunque, l'articolo è interessantissimo. Ma questo Christian Science Monitor riciccia ovunque!
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categoria:politica internazionale, islam
mercoledì, 29 agosto 2007
Pare sia uscito un libro scritto da un'autrice i cui genitori, avessero letto il libro, non l'avrebbero fatta nascere... peccato per la consistenza spazio-temporale che non ha impedito la sua pubblicazione... però il sunto è divertente... No Kid.

Non c'entra nulla, ma mi chiedo: per quale cavolo di motivo le madri chiamano i figli "mamma", i padri "papà", i nonni "nonno" o "nonna"... ma ai figli non viene una crisi d'identità?
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mercoledì, 29 agosto 2007
Ho scoperto questo blog che parla di fatti di politica russa... che non sembrano consistere molto in normali elezioni, dibattiti, dichiarazioni, slogan, ma hanno un bel contorno nazi-comunista... Russia Libera.
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mercoledì, 29 agosto 2007
Libro incompleto, si ferma dopo quasi 500 pagine, quando Atene, indebolita, deve fronteggiare rivoluzioni interne, fughe di alleati, macchinazioni di Alcibiade e dei Persiani, flotte ed eserciti Spartani. Ma contiene pressochè tutto ciò che si vede nella guerra: i vincoli finanziari, le dinamiche della politica domestica, l'imbarbarimento morale, le relazioni tra alleati...

Un monumento a come gli uomini abbiano la straordinaria capacità di impedirsi a vicenda di vivere in pace nonostante questo sia nell'interesse di tutti coloro che vogliono semplicemente "pace e prosperità", come dice il Dr Spock. In genere si dice che l'Atene democratica e commerciale combattè contro una Sparta oligarchica e agraria, perdendo (il libro non arriva fino a questo punto, sto aspettando il sequel).

In realtà, un'Atene imperialista, che aveva sottomesso decine di "alleati", e che correva il rischio di perderli tutti se li avesse lasciati liberi, si trovava a confrontarsi con una Sparta superiore sulla terra ma inesistente sul mare, oligarchica internamente, ma ben voluta da molti alleati proprio perchè spaventati dall'imperialismo ateniese.

Fattori economici, finanziari, culturali, di politica domestica, di politica estera, geografici, militari si incrociano e si influenzano a vicenda: come è d'uso in Storia, per trovare un filo conduttore semplice e chiaro che spieghi il tutto per filo e per segno è necessario un gran demagogo.

In quest'opera non sembra ci siano differenze notevoli nel comportamento delle Polis in guerra in funzione della loro politica domestica (democratica o meno), anche se i cambiamenti domestici avevano profonde conseguenze nelle reti di alleanze. Questo significa che anche quando non ci si può aspettare una differenza "morale" tra i vari stati, la struttura interna influenza la percezione degli interessi.

Quello che mi ha colpito di più è stato il comportamento di Atene nei confronti degli alleati... approfittando della superiorità militare nel breve termine (gli alleati in genere non avevano grossi eserciti, ma pagavano un tributo) è riuscita nel difficile compito di farsi odiare e di essere costretta a tenerseli con il terrore (Mitilene salva per un pelo, Melos distrutta dopo un discorso degno di Hitler...). La hubris ha rappresentato quindi una pesante passività strategica nel lungo termine.

Probabilmente le parti più citate del libro sono quelle sul discorso di Melos ("perchè io so' io, e voi nun sete 'n cazzo", come dice il Marchese del Grillo"), e il trittico guerro-geno "Interesse, Paura, Onore". Su questo trittico, che potrebbe definire "interessi razionali nel senso economico del termine" (Interesse), "costi di transazione riguardanti le intenzioni altrui" (Paura) e "fissazioni irrazionali su grandeur, gloire e altro" (Onore), avrò qualcosa da dire...
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categoria:libri, politica internazionale