martedì, 31 luglio 2007
Pubblicità della Valfrutta: "Usiamo energia eolica al 100%".

Vorrei tanto veder e se i campi sono arati con trattori elettrici... il marketing segue la demagogia della politica...
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martedì, 31 luglio 2007
POST LUNGO - DA LEGGERE DIVISO IN PUNTATE - SICCOME FORSE VADO IN VACANZA LO PUBBLICO PER INTERO

POST 0 - INTRODUZIONE

Visto il dibattito intra-libertarian, con toni spesso insopportabili, sulla possibilità di legittimare alcune guerre in alcuni casi, e appurato che nessuno nel mondo libertarian "radicale" sembra interessarsi di studiare questioni di geo-politica (come invece fanno i libertari del Cato Institute, tra l'altro arrivando spesso alle stesse conclusioni del Mises Institute, ma argomentate), cerco di mostrare alcuni esempi in cui le conseguenze del pacifismo o dell'isolazionismo sarebbero insopportabili, e quindi da rigettare. L'idea è quello di stimolare un minimo di riflessione in merito: avere un'ideologia fortissima in Economia (e.g. Mises), forte in Diritto (e.g. Leoni), è inesistente in Relazioni Internazionali (e.g. Nessuno!) è assurdo.

E' evidente, dalle parole ad esempio di Walter Block, che ci si tenda spesso a nascondere dietro l'idea che chi non fa nulla di male non ha nemici (andatelo a dire ai Melii!); la teoria del "se ti vogliono male, vuol dire che te lo meriti!", da me ribattezzata "teoria della donna violentata = puttana", è ovviamente insostenibile. Ma per evitare dietrologie non farò nomi specifici, perlomeno non di Storia moderna, prendendo comunque esempi in parte ispirati a fatti di storia.

Come ultima nota, mi sono interessato al "cosa è giustificabile fare?" e non sul "chi decide cosa è giustificabile?", problema altrettanto importante. L'inesistenza ontologica del celeberrimo giudice terzo (nessun uomo è terzo rispetto agli altri) è ovviamente un problema importante, ma non ne parlerò. Tra l'altro, se in condizioni normali ("pace"), è la struttura giuridica comunemente accettata a definire diritti, doveri e procedure, nel caso di guerra, ex definitione, non esiste una struttura giuridica comune, e quindi il concetto di giusto, se non arbitrario, tende comunque ad essere pericolosamente flessibile.

POST 1 - DIFESA E DANNI COLLATERALI

Ci sono molti modi per attaccare una regione*: l'embargo, l'invasione diretta, l'appoggio a gruppi sovversivi, il danneggiamento di infrastrutture. In genere si parla soltanto di invasioni dirette, come se i carrarmati seguiti da fanti e supportati da bombardieri fossero l'unica forma di azione militare di interesse strategico. Non è così.

Di un embargo si può dire in linea di massima che ci si può limitare a danneggiare le navi nemiche che lo mettono in pratica. Ma perchè considerare diversamente le minaccie contro terzi nel caso ospitino navi o aerei della regione sotto embargo? L'appoggio a gruppi sovversivi è un'altra azione di guerra che non consiste in un'invasione diretta. Nel caso delle infrastrutture informatiche, poi, o di qualsiasi linea di comunicazione internazionale, non è necessaria una presenza diretta nel territorio attaccato per procurare danni. Nè si può dire che si tratti di azioni legittime, e a cui non è giusto rispondere in qualche modo (non necessariamente "in tutti i modi").

Anche se ci si limita comunque alla sola invasione diretta, ci sono due problemi+. Il primo è che le attività di difesa possono danneggiare i diritti di altre persone sul proprio territorio (gli altri invasi). Il secondo è che la cessazione dell'invasione può necessitare di attacchi diretti verso altri territori, con conseguente pericolo per persone innocenti anche al di fuori della regione.

In entrambe i casi, il commitment verso l'eliminazione dei collateral damage può essere incompatibile con le necessità della difesa. Mentre i fini sono scelti liberamente, lo stesso non si può dire delle conseguenze: un paese rigidamente retto dal principio di non-aggressione può non essere in grado di difendersi neanche da un invasore. Figuriamoci da un esercito di hacker, da un blocco di porti e aeroporti, da un finanziatore di sovversivi.

C'è una via di uscita? Sì. Basta non considerare forme equivalenti di aggressione queste varie gradazioni di... aggressione: (1) l'aggressione; (2) la legittima difesa con danni collaterali evitabili o futili; (3) la legittima difesa con danni collaterali inevitabili. De facto, nessuno considera colpevoli allo stesso modo (1) un sicario che uccide la vittima, (2) una potenziale vittima che spara all'impazzata per strada per sfuggire all'agguato, e (3) una vittima potenziale assalita da cento sicari che, dandoci sotto di mitra, uccida anche un centunesimo passante.

Se passa questo principio, una guerra potrebbe essere giustificata se (1) ci sono buoni motivi per farla (in questo caso, stiamo parlando di auto-difesa), (2) ha senso (sul piano tattico e strategico) farla, (3) si pone la dovuta attenzione a non aggredire terzi (compresi i cittadini dello stato straniero).

Essenzialmente, in termini deontologici, sto asserendo che, se non esiste il dovere giuridico di farsi ammazzare° pur di non danneggiare terzi, allora c'è spazio per il concetto giuridico di "ragion di difesa", sia per privati che per enti pubblici, dovendo essere la morale uguale per tutti.

Queste valutazioni militari e giuridiche dipendono dal contesto geo-politico, dallo stato della tecnologia, eccetera. Quindi non è possibile farne una scienza esatta (per la precisione, non è possibile farne un criterio decisionale), ma in linea di principio sono in grado di giustificare azioni belliche anche in teatri esterni, con vittime civili innocenti, eccetera.

Se non si accetta un tale principio, si hanno difficoltà anche a giustificare il fatto di sparare ad un soldato che si nasconde dietro uno scudo umano innocente, con conseguenze ovvie dal punto di vista dell'(in)efficacia della difesa.

Ammettiamo quindi, essendo l'alternativa la volontaria sottomissione al primo prepotente che si trova in giro, che sia lecito attaccare il nemico nel suo stesso territorio, o in territori terzi, se ciò è necessario (parola dal significato però oscuro) a difendersi. Che sia lecito bombardare porti e aeroporti da cui partono aerei e navi nemici, centri di comunicazione, eccetera, quindi, consideriamolo un problema risolto, e positivamente.

Pressochè mai è successo che tali strategie fossero sufficienti a vincere una guerra. E' quindi molto probabile che sia a volte necessario invadere il paese attaccante, per distruggere le sue potenzialità militari e/o cambiare la sua organizzazione politica. Ancora una volta, se è lecito rischiare di uccidere innocenti se è necessario a difendersi da un'aggressione, ciò vale sia per un attacco contro un porto militare nemico che per ogni altra azione necessaria allo scopo. Dalla nota (°) potrei cercare di dedurne che Rothbard sarebbe stato d'accordo con l'uso di armi nucleari contro la popolazione civile, sotto queste condizioni, ma l'esegesi la lascio volentieri agli ortodossi.

POST 2 - ALLEANZE ED ALLEATI

Fino ad adesso abbiamo parlato di auto-difesa, ma che dire della difesa degli alleati, e quindi dei patti di alleanza? Non c'è vera differenza, a meno di non reificare gli stati, westphalianamente, tra il difendersi da soli e formare un'alleanza. Un gruppo di cittadini che difendono la Polis o il Borgo sono alleati; due paesi legati da un accordo sono alleati: non c'è differenza. Di fatto, un alleato non è nient'altro che una persona o un gruppo di persone con cui si coopera. Non ci sono motivi teoretici che militano a favore dell'isolazionismo. Ne esistono di storici, ma a parer mio sono deboli, e comunque fuori tema.

D. Friedman, un libertario di ispirazione non giusnaturalista, pone in luce chiaramente un esempio in cui l'azione di gruppo è necessaria: supponiamo che il mondo sia diviso in migliaia di piccole regioni organizzate militarmente e una sola grande potenza, non egemone assoluta (cioè contro tutti gli altri assieme: sotto questa ipotesi non c'è speranza che tenga) ma relativa (cioè contro tutti gli altri separatamente: è sempre così nella realtà, non è mai esistito un egemone assoluto). In questo caso, per sottomettere tutto il mondo basterebbero poche bombe atomiche, per minacciare il primo che si ribella, per ottenere un equilibrio del terrore stabile, sotto l'ipotesi che il numero di gruppi con vocazione al suicidio non sia superiore al numero di ordigni nucleari strategici.

Soluzioni? Nella Storia se ne vedono essenzialmente tre. La prima è la libera associazione tra individui e gruppi per provvedere ad una difesa comune: l'ultimo esempio storico di questo tipo che mi viene in mente sono i Borghi nel Medioevo; la seconda è l'Impero, cioè la potenza egemone che gestisce i problemi fondamentali di un insieme di gruppi minori (l'esempio ovvio sono gli USA e il loro ombrello protettivo sull'Europa e l'Estremo Oriente); la terza è l'equilibrio di potenza, cioè la capacità di difendersi "collettivamente" (NATO?), o comunque con sistemi di alleanze flessibili (il "Concerto Europeo"), dalle minacce interne ed esterne unita all'incapacità di ogni singolo di comandare sugli altri^.

Mi pare evidente che, a meno di non volere la sottomissione ad un egemone (che non è necessariamente un male: fossi cubano sarei ben felice di venire egemonizzato dagli USA!), le alleanze sono un elemento fondamentale. Ma se sono un elemento fondamentale, e si accettano le conclusioni del punto precedente, attaccare per difendere un alleato e fare alleanze è un'attività del tutto legittima!

Si noti che non mi è mai capitato di leggere una confutazione del ragionamento di D. Friedman da parte dei libertari più intransigenti. Il motivo è semplice: rappresenta uno schema di ragionamento intrinsecamente valido e inattaccabile. O si coopera o si viene sconfitti uno per uno. Duemila anni prima della bomba atomica, i Romani già dicevano "Divide et Impera".

POST 3 - ATTIVITA' AI LIMITI DEL TERRORISMO, FORSE ANCHE OLTRE


Supponiamo che, per sconfiggere una potenza ostile, si debba invadere un'altra regione, imporre un embargo, bombardare un centro industriale, o uno snodo ferroviario. Soprattutto in uno stato totale, è pressochè impossibile separare il civile dal militare. Qualsiasi industria pesante o elettronica è un pezzo del sistema bellico; qualsiasi sistema di trasporto e comunicazione è uno strumento di guerra. Pensare che esista una distinzione netta tra obiettivi militari e non è assurdo: tanto per fare un altro esempio, storicamente rilevante in almeno un caso, la TV di stato è civile o militare?

Tucidide mostra che gran parte delle attività belliche della guerra nel Peloponneso consistevano nel cacciare i contadini, bruciare i raccolti, distruggere le infrastrutture ("gli eserciti invasero e devastarono il territorio"). Terrorismo? Il terrorismo era sicuramente quello degli ateniesi a Melo e Scione, o quello degli spartani a Platea. Ma nel caso del danneggiamento del raccolto di un territorio in cui c'era una città fortificata non attaccabile in altri modi, il concetto di terrorismo è probabilmente inapplicabile. Certamente, la distinzione non è sempre chiara, e l'indeterminatezza del concetto di "necessità" contribuisce al problema.

Un problema simile è quello degli stati cuscinetto. E' lecito invadere un paese terzo, se necessario a vincere una guerra "giusta" (cioè, per difendersi o, il che è lo stesso difendere alleati innocenti)? Ci sono varie gradazioni di questo problema. Se un paese debole è usato come base militare dal nemico, i dubbi sono pochi; se il paese può cadere sotto le mani del nemico, il farne un protettorato temporaneo può essere un'opzione. Ma un neutrale, che non è sede di attività militari, nè le ospita o facilita (altro concetto sfocato, come tutti i concetti che implicano un giudizio "timologico", cioè storico-psicologico)? In questo caso parrebbe che si è superato un limite, ma se è inevitabile? Si può avere il "dovere naturale" di farsi distruggere pur di non violare il diritto di un terzo?

In genere, comportarsi contro i principi normalmente considerati giusti e dichiarare guerra a destra e a manca non è quasi mai una buona strategia. Gli "alleati" (cioè i sudditi) di Atene non vedevano l'ora di scappare, e solo col terrorismo sembravano poter rimanere "alleati" (Sparta aveva meno problemi a trovare alleati, anche perchè era solo secondo egemone). Ma qui non ci interessiamo a questioni di strategia ottimale, ma cerchiamo di stabilire quali principi possono, se ce ne sono, giustificare attività rischiose nei confronti di terzi (al di là del fatto che anche il concetto di "rischioso" è opinabile).

Il problema è complesso. L'idea che (1) difendersi è legittimo, (2) allearsi è legittimo, (3) danneggiare innocenti se inevitabile è legittimo, almeno in alcune circostanze, o perlomeno non penalizzabile, è in grado di giustificare molte guerre, ma potrebbe giustificare troppo. L'idea che non si debbano danneggiare innocenti ad ogni costo, d'altra parte, è palesemente incompatibile con la sopravvivenza di ogni società di fronte ad un pericolo; oltre ad essere un incentivo per i nemici.

Giudicare cosa è necessario è del resto difficile: i criteri possono essere così laschi da giustificare aggressioni, o così stretti da impedire la legittima difesa; ciò che è giustificabile in un contesto può non esserlo in altri, e i criteri giuridici devono evolversi e adattarsi a seconda della situazione. Del resto, è difficile credere che ci possa essere giustizia ove non vi sia buonsenso.

----- NOTE -----

* Mentre il concetto di Stato è politico e può perdere significato in particolari condizioni storiche o teoriche (anarchia, Medioevo...), il concetto di regione possiamo considerarlo a priori rispetto alle istituzioni sociali.

+ Ce n'è un terzo, almeno sulla carta facilmente risolvibile: chi paga per la difesa? Per evitare complicazioni, supporremo si tratti di privati abbonati al servizio, e soldati e finanziatori volontari.

° Tra l'altro, la moralità di un atto, quando è necessario alla propria sopravvivenza, è apertamente difesa da una minarchica come Ayn Rand. Ma, molto più interessante, lo stesso Rothbard afferma che un qualcosa la cui natura è incompatibile con la nostra non può essere oggetto di diritti naturali, in quanto questi sono sempre compatibili tra loro (essendo la conseguenza necessatia della scarsità). Io non credo ai diritti naturali, ma: "But suppose, on the other hand, that the Martians also had the characteristics, the nature, of the legendary vampire, and could only exist by feeding on human blood. In that case, regardless of their intelligence, the Martians would be our deadly enemy and we could not consider that they were entitled to the rights of humanity. Deadly enemy, again, not because they were wicked aggressors, but because of the needs and requirements of their nature, which would clash ineluctably with ours." (http://www.mises.org/story/2581)

^ Il terzo esempio è una versione self-enforcing (e quindi più facile da realizzare, nei limiti in cui ciò è vero) del primo.
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categoria:politica internazionale, liberalismo, libertarismo
lunedì, 30 luglio 2007
Troppo impegnato dal lavoro, mi accorgo solo a distanza di dodici giorni della morte di Antonino Virtù, web-master di NeoLib. Sebbene conoscessi Antonino solo tramite poche mail private, per alcuni miei contributi al sito, mi è sempre sembrata una persona gentilissima. Per questa, e anche per il lavoro dietro il sito di Neolib, sentite condoglianze.
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sabato, 28 luglio 2007
Mi vedo costretto ad auto-riesumarmi dal letargo internettiano per avvisare che c'è in corso un dibattito sulla guerra nel mondo libertarian. Ancora non ho letto nulla, ma l'argomento è sufficientemente importante da meritare qualche ora del mio tempo, dopo che sarò uscito dall'ufficio (cioè tra un'ora... sì, lo so, è Sabato, ma mica sono ebreo), e dopo che sarò tornato dal mare (quindi Domenica sera).

Randy Barnett, giurista libertarian, ha scritto un articolo sul Wall Street Journal in cui attacca Ron Paul in quanto eccessivamente pacifista, parrebbe (ancora non l'ho letto). Le reazioni del Mises Institute e degli altri libertari sono molte, alcune col titolo isterico, come l'articolo di Raimondo: "Bizarro 'Libertarianism': Fake libertarian legal scholar".

Il dibattito è potenzialmente interessante, ma non so quante argomentazioni interessanti ci sono in giro. Potrebbe essere un buon modo per verificare il rapporto tra realtà e ideali tra i libertari, che soprattutto nel caso della guerra è abbastanza conflittuale.

Kinsella ha fatto una pagina di link.

Forse vi aggiorno. Se sopravvivo.
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categoria:libertarismo
sabato, 28 luglio 2007
Un gruppo di intellettuali, a me in massima parte ignoti, ha firmato un documento contro l'ultimo libro di Magdi Allam. Il libro non l'ho letto, ma mi piace molto il titolo ("Viva Israele"), e mi piace l'autore, che ho ascoltato di recente ad una presentazione. La cosa che salta all'occhio è che i 200 firmatari non dicono assolutamente nulla, nella loro "fatwa", a meno che non ci siano allegati con qualche traccia residua di argomentazione che mi sono sfuggiti (non conosco Reset).

I dettagli da Grendel.
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sabato, 28 luglio 2007
Due gay si sono baciati davanti al Colosseo, e sono stati arrestati dai Carabinieri e portati in Caserma per atti osceni in luogo pubblico.

I Carabinieri hanno affermato che la cosa non è per nulla legata all'omosessualità, in quanto la legge parla di atti osceni in luogo pubblico indipendentemente dai protagonisti.

L'ultima volta che mi sono baciato in luogo pubblico, tantissimo tempo fa, non mi ricordo di essere stato arrestato. In compenso, la ragazza stava per essere lapidata da un gruppo di talebani di passaggio. Ho evitato la tragedia dicendo loro che i Sanpietrini che stavano lanciando avevano un nome ispirato ad un Santo cristiano. Ovviamente scherzo, ma poco ci manca.

Si noti come l'applicazione selettiva di una legge apparentemente neutrale (benchè idiota, almeno finchè si tratta di un bacio) è equivalente ad una legge discriminatoria.

PS Comunque vedere due uomini che si baciano mi fa un po' schifo. Io preferisco le lesbiche. (Fossero tutte così, diventerei lesbico anch'io).

Yahoo News
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venerdì, 27 luglio 2007
Sono usciti i capitoli XV e XVI della guida allo studio di Robert Murphy a Human Action di Ludwig von Mises, ma non ho il tempo di parlarne.

Il Capitolo XV, The Market, che ad occhio sembra un capitolo più di politica che di economia. Ovviamente sono le "mie" idee politiche.

Il Capitolo XVI, Prices, parla, udite udite!, dei prezzi e della loro formazione e funzione.
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categoria:economia austriaca
venerdì, 27 luglio 2007
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mercoledì, 25 luglio 2007
Sono tredici ore che sto in ufficio... ancora un poco e vado a mangiare e bere. Soprattutto bere.
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domenica, 22 luglio 2007
Sono reduce da tre giorni di divertentissimo massacro. E' venuta una mia amica a trovarmi, che non era mai stata a Roma, e le ho fatto vedere tantissime cose. Oggi è partita (puff... posso riposarmi!*), e questa mattina abbiamo avuto la brillante idea di passare al Deposito Bagagli della Stazione Termini di Roma: 40 minuti di fila, due scanner a raggi X stile aeroporto per cento-duecento persone in fila. I turisti stranieri che fotografavano la fila perchè non ci potevano credere§, parte del personale addetto non parlava l'inglese, nonostante il fatto che la fila fosse composta per i due terzi di stranieri.

Ma dico: quell'organizzatore di concerti, opere teatrali, feste di matrimonio, feste di laurea, feste di compleanno et similia di Veltroni non potrebbe pensare a rendere Roma una città vivibile per i turisti? Già abbiamo un sistema metropolitano da Terzo Mondo (Non dico Parigi, Berlino, Londra: sono troppo per l'Italia, ma almeno rispetto a Praga, con sette linee di metro?°, se ricordo bene... possiamo provare a fare di meglio?)

* Avviso: non venite a trovarmi d'Estate: meglio un bagno nell'acqua del mare che un bagno di sudore a Roma!

§ In Germania ci sono gli armadietti: si mette la valigia dentro, si mettono i soldi, e si prende la chiave.

° Ci sono andato nove anni fa, potrei ricordare male.
postato da: Libertarian alle ore 20:41 | Permalink | commenti (25)
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