sabato, 30 giugno 2007
Non sono molto aggiornato, ma pare che in Italia sia rispuntata la fregnaccia del "Pagare tutti / Pagare meno", contro l'evasione fiscale. Al di là del fatto che è la spesa che dovrebbe essere tagliata, in modo da pagare veramente di meno, penso che la lotta all'evasione fiscale sia pericolosa. Innanzitutto, aumenta il controllo dello stato sui cittadini; poi, spreca risorse che andrebbero destinate alla produzione di ricchezza e alla crescita, e non al racket del fisco; infine, toglie risorse a chi produce ricchezza (per evadere le tasse bisogna guadagnare, e quindi produrre, reddito, a meno che non si è dipendenti, latu sensu, statali, come De Benedetti) e le dà a gente che invece di investire consuma, magari per comprare voti. La lotta all'evasione fiscale danneggia la crescita.

P.S. Ho fatto una cena con Pinocchio, in Svizzera.... simpatico! E' anche molto più giovane di quanto pensavo.
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categoria:economia
sabato, 16 giugno 2007
Starò una settimana a Genova e dintorni e una settimana a Ginevra e dintorni. Ci vediamo il 1 Luglio. Qualcuno sa dirmi se la Festa di Tocque-Ville si fa o no? Sul Forum sono tutti muti.

PS Fino a stasera potrei rispondere ai commenti. Può anche capitare che mi trovi ad essere online durante le due settimane di duro lavoro che ho di fronte.
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sabato, 16 giugno 2007
Ritengo che il più grande ostacolo per la pace in Medio Oriente sia l'incapacità da parte Palestinese di liberarsi dei propri guerriglieri foraggiati, per ovvie ragioni, dai Sauditi e dall'Iran e di sedersi ad un tavolo con Israele con l'idea di applicare la dottrina del "Due Popoli, Due Stati", che mi sembra l'unica strada percorribile.

Non è possibile dire oggi come evolverà la situazione della Guerra Civile Palestinese, ma supponiamo che ci si divida in due parti, l'una comandata dai "moderati" Al Fatah e una dagli estremisti (senza virgolette) di Hamas. Sarebbe tutta questa grande tragedia?

Fossi Israele, proporrei ad entrambe le fazioni territori e autonomia in cambio della collaborazione nella lotta al terrorismo. Supponiamo che Fatah sia veramente moderata e che accetti; e che Hamas, come è ovvio, rifiuti.

I Palestinesi vedranno con i loro occhi che Fatah raggiunge obiettivi politici reali, e Hamas continua ad uccidere israeliani e palestinesi a casaccio. Dopo un po' di apprendimento potrebbero convincersi che il dialogo e la pace sono le pre-condizioni necessarie all'autonomia politica.

Certo, fossi palestinese non so fino a che punto sarei contento di essere governato dai miei connazionali, però... magari è una strada percorribile. Posto che Fatah sia veramente moderata, che i palestinesi vogliano l'autonomia politica e non distruggere Israele, che i finanziamenti dei movimenti islamisti non impediscano al governo palestinese "moderato" di controllare il territorio, eccetera...
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categoria:politica internazionale, islam
sabato, 16 giugno 2007
Spesso si sente parlare di "Alienazione". La parola ha diversi significati, e si può dire che indichi una posizione individuale di disorientamento di fronte alla realtà sociale. In ogni caso, l'Alienazione è un fenomeno sociologico reale, e una marea di persone, soprattutto intellettuali, ne sono affetti. Il fenomeno ha qualche fondamento, essendo una più o meno "naturale" risposta alla "Grande Società" hayekiana.

Exhange-value e use-value

Una prima causa di disorientamento sociologico è la specializzazione e la divisione del lavoro. L'unica cura nota di questa forma di alienazione è la comprensione di massima del meccanismo di mercato.

Le persone danno valore alle merci in base alle loro valutazioni soggettive. In un'economia naturale (di baratto) primitiva, avvengono solo scambi diretti: le persone danno via qualcosa per ottenere qualcosa che ritengono avere un'utilità soggettiva maggiore.

Ma in un'economia naturale leggermente più complessa cominceranno ad aver luogo scambi indiretti: la gente prenderà qualcosa che non ha valore soggettivo (per sè) per ottenere qualcosa che avrà valore diretto soltanto dopo. Questo scambio diviso in due parti, che avviene attraverso la mediazione di una merce intermedia "inutile" dal punto di vista soggettivo, è alla base del processo che poi sfocerà nel sistema monetario.

In un'economia monetaria ogni prestazione lavorativa è pagata con dei dischetti di metallo giallo del tutto inutili, o peggio ancora con pezzi di carta ancora più inutili. Con quei dischetti o con quei fogli si potranno comprare merci che si reputano oggettivamente utili.

Chi non capisce questo processo potrebbe pensare che la gente "vive per il denaro" o è "controllata dal denaro"... quando in realtà tutti si limitano a "dialogare" sul mercato attraverso un sistema di scambio altamente efficiente rispetto al più semplice baratto. E con grande soddisfazione di tutti, tranne degli alienati.

Vivere sul mercato

L'incapacità di comprendere il processo dello scambio indiretto rende difficile la comprensione della propria posizione nella società. Si usano strumenti prodotti da milioni di persone sconosciute, e l'unico individuo della catena che si conosce è il commerciante al dettaglio; si lavora per milioni di consumatori sconosciuti, e gli unici individui della catena con cui si hanno contatti diretti sono i colleghi e i superiori.

Che la cosa possa sembrare priva di senso è naturale, come è naturale prendersela con il datore di lavoro se si viene licenziati o col commerciante se i prezzi aumentano, anche se disoccupazione e inflazione hanno ben poco a che fare con i datori di lavoro e i commercianti. Probabilmente aiuterebbe molto capire il significato di ciò che si fa.

Un altro aspetto della questione è che, a differenza della famiglia, dove il bambino nasce, i rapporti sociali non sono di tipo unidirezionale (i genitori si curano del bambino, non viceversa), ma reciproci (sia sul lavoro che tra amici o partner). In teoria le persone dovrebbero essere abituate a questi rapporti paritetici, grazie alle relazioni amicali ed affettive. In pratica l'anonimato del mercato, la natura indiretta degli scambi e la complessità della struttura produttiva rendono la vita sul mercato più difficile da comprendere delle relazioni faccia-a-faccia, anche reciproche.

Dalla tribù alla Grande Società

Secondo Hayek, la logica delle società faccia-a-faccia (tribali) è così vecchia che gli esseri umani ci si sono abituati a livello istintivo: sono centinaia di migliaia di anni che uomini e ominidi vivono in tribù. La Grande Società, basata su relazioni di scambio (cash nexus, per dirla alla Nisbet), in gran parte anonima e straordinariamente complessa, rappresenta una novità sociologica notevole, che ha sicuramente meno di 5,000 anni. Probabilmente non ci siamo ancora abituati a livello istintivo alla novità.

E' un vero "peccato" che non si possa tornare indietro: sei miliardi di esseri umani non possono tornare a vivere di caccia e raccolta di bacche, perchè un sistema produttivo di questo tipo non sfamerebbe più di un essere umano su cento. Inutile dire cosa succederebbe nel frattempo tra il centesimo rimasto e gli altri novantanove: non saranno certo le prediche a fermare il cannibalismo.

Questo fa pensare che le ideologie derivate dall'alienazione siano intrinsecamente anti-sociali e quindi pericolose: qualsiasi cosa che impedisca al mercato di funzionare renderà il mondo più sovrappopolato e quindi più conflittuale. La società è il frutto della capacità degli uomini di cooperare e creare grandi strutture sociali, al giorno d'oggi a livello globale. Qualsiasi cosa riduca i benefici del rispetto e della cooperazione e aumenti i benefici del conflitto e del parassitismo è distruttiva per le strutture sociali.

Complessità e calcolo economico

Un altro fattore che genera alienazione è la complessità della società. Questa mentalità deriva dall'Illuminismo francese e dal positivismo. La società è così complessa che è pressochè impossibile capirne il funzionamento nei dettagli: chi ha fatto i conti col concetto di complessità è probabilmente soltanto la Scuola Austriaca, ed è Mises ad aver compreso nei dettagli il problema.

In linea di massima, avere a che fare con una cosa che non si può capire cozza con la mentalità costruttivista, razionalista, ingegnerista, positivista, come vedremo nel prossimo paragrafo. Ma, di fatto, l'intera struttura sociale appartiene a questa categoria. Nessuno avrebbe mai potuto progettare ex nihilo il linguaggo, la ragione, la moneta, il mercato, il diritto, la morale...

Secondo Mises, è possibile una teoria economica "a priori" rispetto alla verifica empirica che fornisca gli strumenti concettuali per comprendere la realtà; ma questa teoria non è assolutamente sufficiente a comprendere i dettagli della realtà storica. La storia mantiene una sua autonomia in quanto le innumerevoli relazioni causali, la complessità della struttura sociale, il ruolo dei fenomeni soggettivi ed individuali non consentono al teorico di avere una panoramica completa sufficiente per comprendere cosa sta accadendo.

Questa umile (e dire che Mises è considerato un iper-razionalista!) visione della teoria (fornire strumenti concettuali per "vedere" la realtà) è del tutto diversa dai sogni e dagli incubi del costruttivismo, che reputa la ragione onnipotente e la società una tabula rasa su cui disegnare quello che si vuole.

Costruttivismo e positivismo

La filosofia iper-razionalista, che ancora oggi ha qualche adepto, anche se non va più molto di moda, è un tentativo di sostituire alla fede in Dio la fede in qualcos'altro: la Scienza, la Logica, la Ragione (poi abbiamo avuto anche la Nazione, la Razza, la Classe... ma è un altro discorso).

Il positivista è il candidato ideale per l'Alienazione, perchè è sufficientemente razionale da rendersi conto che i suoi sforzi sono perennemente frustrati, ma non sufficientemente ragionevole da lasciar perdere le proprie fissazioni metafisiche sul ruolo della Ragione nella vita umana.

L'abuso della ragione tende a generare una rivolta contro la ragione: dal fallimento del positivismo (si pensi al teorema di Godel, o al fallimento di creare linguaggi artificiali per esprimere la verità della Scienza, o all'impossibilità dell'induzione e quindi della verifica delle teorie scientifiche) si arriva all'abbandono totale della ragione. Ammetto che molti alienati non ha i mezzi intellettuali per passare attraverso la fase iper-razionalista e finisce subito in quella finale.

Se inoltre la società viene vista come un progetto, si tenderà a considerare ogni difetto, vero o presunto, della società come un tradimento, come frutto della stupidità altrui, come una cospirazione del grande demone celeste, eccetera.

Atomizzazione sociale e totalitarismo

Esiste infine una forma di Alienazione che non ha la sua origine nelle caratteristiche "epistemologiche" della società aperta e nei fallimenti del programma di ricerca iper-razionalista, ma ha vere e proprie origini politiche.

Nel 1830, quando Tocqueville andò negli Stati Uniti, poteva affermare senza problemi che era l'unico popolo al mondo in grado di ricostruire l'intera struttura politica partendo dal basso, per via dell'elevata partecipazione e decentramento delle istituzioni politiche.

La concentrazione del potere nelle mani dello stato ha eliminato la cooperazione sociale dagli interessi e dalla portata d'azione della maggiore parte degli esseri umani; e l'onnipresenza statale ha di fatto tolto agli uomini la responsabilità e l'utilità di agire nelle proprie comunità. Tutto ciò che è richiesto è obbedienza, con il gesto di sottomissione quinquennale di apporre una crocetta su un pezzo di carta piovuto dal cielo.

Del resto, lo stato ha interesse ad atomizzare la società, cioè a distruggere i corpi intermedi attraverso i quali i sudditi rischiano di rendersi autonomi dallo stato totale, e il solo fatto che questo sia onnipresente riduce di molto i benefici della cooperazione attiva alla società e dei comportamenti adulti e responsabili, di fatto atrofizzando le strutture sociali anche indirettamente.
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categoria:economia, liberalismo, filosofia politica
venerdì, 15 giugno 2007
Massimo Fini ha scritto l'ennesima boiata, stavolta su Libero. Io ero preoccupato: il sito di Movimento Zero era stato off-line per mesi e pensavo di dover vivere il resto dei miei giorni senza più poter leggere i suoi sproloqui. E invece... grazie a Feltri... e a Mises (il blogger, non il mio angelo custode): Massimo Fini ha orrore del nulla: non vorrei essere al suo post quando si guarda allo specchio.

Massimo Fini è un alienato, ce ne sono stati tanti nella storia dell'Occidente degli ultimi cento-duecento anni: non è una novità. E' un nichilista di prim'ordine, così nichilista da accusare il mondo non-alienato di nichilismo, solo perchè le persone normali preferiscono la pace alla guerra, la salute alla malattia, la porchetta alla fame, il rispetto al terrorismo.

Ma è un nichilista passivo: purtroppo o per fortuna continuerà a vivere in un paese pacifico anzichè farsi saltare in aria, a mangiare porchetta anzichè digiunare, a viaggiare in aereo anzichè in zattera, e a scrivere articoli anzichè farsi torturare dal Dr Mengele. Ma tant'è... continuerà a sputare nel piatto in cui mangia, e, in questo, rappresenta l'essenza stessa dell'Occidente, o perlomeno del suo lato peggiore.
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venerdì, 15 giugno 2007
Siccome ormai sono più i libri che leggo che i post che scrivo, e purtroppo non perchè leggo più libri in assoluto, beccatevi questi brevi sunti-recensioni. Sono riuscito a beccare allo stesso tempo tre argomenti in cui sono ignorante (altrimenti facevo tre post separati!): storia economica, storia dell'organizzazione statale e storia delle relazioni internazionali.

"Capitalism and the Historians" di F. A. Hayek

Non è un libro di Hayek, ma una raccolta di saggi a cura di Hayek. Ci sono diversi autori che parlano della condizione nelle fabbriche inglesi del XIX secolo, delle conseguenze delle guerre Napoleoniche, del bias anti-capitalistico della maggior parte degli storici, eccetera. Un libro breve ma molto interessante, anche se non ho le conoscenze necessarie a falsificare o verificare i dati (a priori, direi che sono d'accordo, che strano!). Interessante notare ad esempio come l'immigrazione irlandese, le guerre napoleoniche e i controlli sul tasso di interesse rendessero difficile la costruzione di edifici nei primi anni del XIX secolo, e come molti problemi urbani potessero essere il risultato di un'accresciuta domanda di case (proprio grazie allo sviluppo dell'industria, e all'immigrazione), della scarsità di materiali edili (per via della guerra) e delle difficoltà a reperire capitali in presenza di tassi di interesse controllati, o di regolamentazioni legislative (come la tassa sulle finestre). Tra gli altri spunti interessanti, è da notare le difficoltà nel costruire "indici dei prezzi" per valutare il reddito reale della popolazione, o il fatto che molto del "degrado" di cui si parlava riguardava il fatto che la popolazione cominciava ad avere più tempo e più risorse da dedicare al tè e alla birra, anzichè meno: il tipico disprezzo per il popolo degli aristocratici (o supposti tali) di cui parla anche Ricossa in "La Fine dell'Economia". La logica economica ci dice che le condizioni di vita della popolazione devono essere migliorate con lo sviluppo economico. Che la storia confermi questa evidenza non mi stupisce, anche se tutti ancora credono il contrario.

"On Power: the Natural History of its Growth" di B. de Jouvenel

Questo libro descrive le tendenze all'accrescimento e alla concentrazione del potere politico, a partire dal Medioevo, per finire ai giorni nostri. A differenza di altri conservatori come Kuenhelt-Leddihn, non si cerca di trovare un punto di rottura tra un'immaginaria età dell'oro pre-democratica ad un inferno post-1789, ma si considera l'evoluzione dello stato totale come una tendenza graduale, che passa attraverso la monarchia (in conflitto con l'aristocrazia) e trova il suo completamento nello "Stato siamo noi" democratico. La difesa delle radici aristocratiche della democrazia può lasciare qualche liberale con l'amaro in bocca, visto anche il fatto che tutte le elite al giorno d'oggi pendono dalle mammelle dello stato. Un'attenta riflessione a cosa fa di un'autorità sociale un nemico o un amico del potere totale è comunque di fondamentale importanza per poter capire se e come ripristinare una società liberale. Jouvenel offre molti spunti a riguardo, ma mi sembra troppo collettivista sul piano metodologico per offrire una panoramica completa della cooperazione e la conflittualità umana. Una delle tesi più peculiari del libro è che le idee hanno successo solo quando trovano un gruppo sociale interessato ad esse, il che rende l'ideologia un fattore puramente sovra-strutturale. Le origini marxiste di questa tesi sono evidenti, e probabilmente la tesi è troppo forte. Ideas have consequences... anche se ovviamente non sono onnipotenti.

"La Logica di Potenza" di H. Mearsheimer

I libri di strategia sono costituiti in gran parte da riassunti di storia diplomatica, politica e militare, il che li rende avvincenti e pieni di spunti e di dati. Alcuni libri sono più marcatamente teorici ("Strategia" di Luttwak) e altri più marcatamente storici ("Storia della Diplomazia" di Kissinger), ma lo stretto connubio tra "teoria e pratica" rimane, e non sarebbe male se gli economisti imparassero a scrivere così. Il libro di Mearsheimer appartiene alla categoria dei "relativamente teorici": cerca di derivare l'intera storia delle relazioni tra grandi potenze (trascurando quindi le piccole potenze e le guerre civili) da alcuni semplici principi (assenza di un egemone mondiale, esistenza di vaste capacità offensive, difficoltà nel proiettare potenza oltre i mari, incertezza nelle valutazioni di potenza...), trascurando qualsiasi caratteristica politica, e qualsiasi componente ideologica. Si cerca poi di mostrare che la teoria proposta riesce ad interpretare una certa quantità di dati storici, cosa che non mi sembra riuscita del tutto (ad esempio, la tesi che un mondo bipolare è il più stabile considera soltanto il periodo 1945-1990, ma la pace in questo periodo dipendeva dalle armi nucleari; esempi passati di bipolarismo sono Roma-Cartagine e Atene-Sparta, e tutto erano fuorchè pacifici... Mearsheimer lo ammette esplicitamente ma non ne trae alcuna conclusione). Da Austriaco sono diffidente con le verifiche storiche delle teorie: la storia è così complicata che è possibile usarla per validare ogni tesi, e la teoria può soltanto fornire schemi interpretativi adatti a dar senso alla storia, senza poterne prevedere gli sviluppi o spiegare i dettagli. Mearsheimer, criticando la metodologia positivista di M. Friedman, riconosce almeno in parte, senza saperlo, questa visione "Austriaca" della metodologia delle scienze sociali, eppure il lasciar perdere tutti i fattori causali oltre alla potenza economica e militare non mi convince del tutto. Le idee e le istituzioni influenzano costi e benefici dei decisori, influenzano la percezione dei pericoli e delle opportunità, influenzano la rosa delle possibili scelte. Mearsheimer offre uno schema interpretativo adeguato per spiegare alcune cose, che però va usato in concomitanza con altri schemi interpretativi. Ad esempio, ritengo che la probabilità che si formino coalizioni di bilanciamento contro gli USA non è indipendente dalle azioni degli USA... eppure è difficile mettere questi fattori nella teoria di Mearsheimer. E' certamente vero che l'impossibilità da parte degli USA di garantire un uso "equo" del petrolio influenza la propensione a remare loro contro in M.O. da parte di Cina, Russia, UE, Iran... e su questo Mearsheimer ha perfettamente ragione. E' altrettanto vero che le idee su come impiegare l'egemonia influenzano la percezione su come verrà impiegata (non so se questo mi rende un costruttivista sociale). Oppure, come spiegare la WWI senza considerare il ruolo del nazionalismo nella distruzione dell'Impero Asburgico?
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categoria:economia, politica internazionale, liberalismo
venerdì, 15 giugno 2007
Anche se la ormai cronica mancanza di tempo mi impedirà di leggerlo, il libro di Neill Ferguson "War of the World", recensito da A. Gilli su Ideazione (linkato su Epistemes) sembra interessante. L'argomento è la violenza nel XX secolo, e mi consente di parlare di Mises, che è un po' che lo trascuro. Del resto, a giudicare dalle recensioni, anche su Amazon, sembra che l'interpretazione di Ferguson sia un po' debole, ma ovviamente non posso esprimermi a riguardo.

Secondo lo psicologo Pinker, la violenza nella società umana ha una tendenza a diminuire nel corso della storia, ma in maniera frattale: in media diminuisce, ma ci sono "cicli", con diversissime durate temporali, che interrompono il trend anche bruscamente. Una delle più rimarchevoli interruzioni del trend è stato il XX secolo, perlomeno nella prima metà (per la seconda metà dobbiamo ringraziare le armi atomiche e la vereconda "cupio dissolvi" europea).

Uno degli aspetti salienti del XX secolo, e uno degli argomenti del libro in questione, sono le guerre di sterminio, iniziate in Europa alla fine degli anni '10 (in Turchia: sterminio degli Armeni), i campi di concentramento per i civili (inventati dagli inglesi nella seconda guerra Boera, a cavallo tra XIX e XX secolo): tutto ciò non sembra che un ritorno ai primordi della storia umana, quando i nemici sconfitti non venivano sfruttati ma schiavizzati, per confiscare le loro terre*.

Del libro non posso parlare, perchè non l'ho letto. Ma i temi in questione si trovano anche in "Omnipotent Government" di Mises: Perchè gli stermini etnici? Perchè il nazionalismo? Perchè la guerra totale? Il XX secolo è stato il trionfo del totalitarismo, democratico o autoritario che sia, e vi siamo ancora completamente immersi°.

Supponiamo che in una società unita da una sola organizzazione politica esistano almeno due gruppi diversi (su base linguistica, etnica, religiosa...), e che lo stato si occupi soltanto di gestire i principi di giustizia, sia estremamente decentrato, e leggero al limite dell'invisibilità. In questo caso, l'incentivo ad impadronirsi del potere è piccolo, e l'incentivo a difendersi dal potere altrui pure. Lo stato non ha molte leve per avvantaggiare chi lo comanda, o al massimo può avvantaggiare una ristrettissima elite.

Fermo restando che le azioni umane sono influenzate non dai fatti ma dalle opinioni su di essi (i.e., sono mediate da un'attività mentale), un sistema di questo tipo non offre incentivo alla clanizzazione dei gruppi e alla lotta per il potere (se non nei limiti in cui è possibile instaurare un sistema di potere successivamente).

Supponiamo ora che la giustizia possa essere amministrata in maniera asimmetrica, che lo stato possa imporre l'etnocidio culturale tramite istruzione obbligatoria, che le risorse in mano allo stato crescano smisuratamente, che il potere legislativo si impadronisca del diritto e lo sfrutti per appagare i gruppi di pressione... insomma, supponiamo che lo stato passi da liberale a totalitario (democratico o meno che sia, non cambia molto).

Gli incentivi a federarsi tra simili per conquistare il potere, a sfruttare le minoranze perdenti per generare rendite parassitarie; gli strumenti per attaccare e distruggere, sia culturalmente che militarmente, le minoranze, sono ora molto più forti.

Se l'accumulazione di potere è un rischio perenne, in un sistema totalitario il problema viene amplificato enormemente. Come si può pensare che i gruppi minoritari verranno rispettati?

Se a questo sistema di incentivi aggiungiamo un'ideologia egalitaria che tende a vedere col fumo negli occhi le particolarità etniche, culturali, religiose, linguistiche, o magari di ceto, e se supponiamo che l'onnipresente tendenza all'estensione e alla concentrazione del potere mini l'autorità delle strutture "pre-politiche" locali, come mostrano Jouvenel e Kuehnelt-Leddihn, ne esce fuori una miscela altamente hobbesiana e conflittuale§.

Il risultato lo abbiamo visto: è la storia del XX secolo. Speriamo che le armi nucleari continuino a tenere lo spettro del nostro recente passato lontano dal nostro prossimo presente: le cause della feralità della nostra storia recente sono tutte vive e vegete. Certo, gli stermini etnici hanno creato un'Europa molto omogenea sul piano etnico-religioso-linguistico (a livello nazionale), ma l'immigrazione, la crisi dello stato sociale e probabilmente anche la lotta di potere all'interno di una UE che presto o tardi diventerà più potente potrebbero ripristinare le condizioni per una conflittualità sociale a livelli inimmaginabili. Sarebbe quasi da sperare che la Russia torni una super-potenza...

* E' divertente notare che ci sono diversi metodi di sfruttamento con differenti livelli di efficienza dal punto di vista del padrone. Lo sterminio è quello meno efficiente, perchè distrugge la forza-lavoro e consente solo di appropriarsi della terra; la schiavitù è migliore, ma non è molto incentivante per lo schiavo; la servitù, facendo pagare solo una parte del reddito, dà più incentivi per impegnarsi. Il non plus ultra dello sfruttamento è però il fisco, che, a differenza della servitù, non limita il servo ad un solo lavoro (la terra), consentendo un'allocazione più efficiente delle risorse. Tra tutte le architetture di fisco, la flat tax potrebbe essere l'ottimo dal punto di vista degli incentivi a lavorare, perchè non toglie al lavoratore il reddito extra... semmai si arriverà ad una forma fiscale di questo tipo, non sarà quindi perchè i politici si sono convertiti al liberalismo.
° La mia teoria dell'armento umano, che spiega il significato politico della Curva di Laffer, spiega anche perchè, nonostante l'onnipotenza dello stato, ancora vediamo tracce di libertà d'azione individuale nelle nostre società. Per i dettagli, si legga il mio post "La ribellione delle mucche". La modernità non ha più una struttura istituzionale adatta a preservare la libertà, e quindi il pemanere di questa rappresenta un'apparente stranezza che merita una spiegazione... questa è la migliore che ho: le società troppo totalitarie sono inefficienti e i rispettivi stati, quindi, deboli, almeno nel lungo termine.

§ Che l'entità delle guerre dipenda dalla capacità di mobilitazione degli stati è evidente: con l'introduzione della coscrizione obbligatoria durante la Rivoluzione Francese le guerre sono diventate questioni di vita o di morte per decine o centianaia di milioni di persone. Come fa notare Jouvenel in "On Power", non c'è nulla che faccia pensare che le questioni su cui combattere siano diventate più importanti: le perdite in guerra sono quindi deadweight losses (costi inutili dovuti a fallimenti istituzionali) dovute al paradosso del prigioniero (che prende il nome di Logica di Potenza). Non vedo molta differenza tra la politica interna ed estera da questo punto di vista. Si noti come il paradosso del prigioniero renda impossibile l'ottenimento di una soluzione ottimale (pace) tramite uscita unilaterale dal gioco.
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categoria:unione europea, politica interna, liberalismo
giovedì, 14 giugno 2007
In diverse mail, che ho ricevuto per via del fatto che sono membro di un gruppo di discussione sui rapporti tra Islam e Occidente, ho avuto notizie di violenze in Iraq contro la locale popolazione cristiana, che ammonta a un po' più di un milione di abitanti. C'è qualcosa di speciale in questi fatti o è solo una delle tante conseguenze della guerra civile e degli attacchi terroristici?

In Iraq ci sono tre gruppi principali (arabi sunniti, arabi sciiti e curdi) e diversi gruppi minori (come i turcomanni e i cristiani). Allo stato attuale i rifugiati iraqeni sembrano essere centianaia di migliaia all'estero (diciamo un milione), e altrettanti all'interno. Solo da Mosul sembra siano dovuti scappare 150,000 arabi per via dell'arrivo dei curdi (Mosul è la zona con la più alta concentrazione di campi petroliferi dell'Iraq). Le vittime della guerra civile sono probabilmente alcune decine di migliaia, e gli scontri tra sunniti e sciiti, comprese efferate torture contro civili, sono all'ordine del giorno.

Non ho trovato alcuna informazione particolare per giustificare la tesi che la situazione dei cristiani iraqeni sia particolarmente più grave di quella degli altri gruppi. Come ogni piccola minoranza, rischia di essere completamente distrutta (idem per i turcomanni) o comunque relegata in enclavi e ghetti. D'altra parte, le zone etnicamente miste rischiano di essere ripulite etnicamente. La differenza tra i gruppi grandi e i gruppi piccoli è che i primi possono permettersi di controllare alcune regioni, magari dopo un'adeguata pulizia etnica, mentre i secondi no.

Non credo quindi che la violenza anti-cristiana sia un fattore significativo nel conflitto iraqeno. Non perchè non ci sia, ma perchè la conflittualità è generalizzata.
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categoria:politica internazionale
giovedì, 14 giugno 2007
Abitualmente non presto molta attenzione alle cifre che leggo riguardanti le vittime in Iraq... che oscillano tra 10,000 a 1,000,000 a seconda dei casi. Però questa ricerca della Johns Hopkins University, citata da Wikipedia, mi sembra veramente esagerata: 650,000 morti sono quasi 500 al giorno! Amazon ha decine di articoli a riguardo, e afferma che le stime vanno da 65,000 a 650,000...
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giovedì, 14 giugno 2007
L'articolo del Cato Institute, Libertarians, Beware the Rigid Reign of Rudy su Rudy Giuliani non è nè particolarmente argomentato nè molto approfondito, ma è interessante notare che un think tank moderato come il Cato vede Rudy col fumo negli occhi.

L'identificazione degli ideali liberali con i Repubblicani aveva qualche debole fondamento all'epoca dei Goldwater e dei Reagan; certamente non all'epoca del social-democratico, militarista e giustizialista (Giuliano Ferrara, in his prime, avrebbe detto "mozzorecchista") G. W. Bush.

Cento volte meglio Ron Paul che, anche se ha probabilità di vittoria nulle, potrebbe almeno rimettere sul piatto della bilancia temi liberali e libertari (del resto, la visibilità mediatica è l'unica cosa che si può ottenere dalla politica).  L'unico difetto che ha, da buon libertario, è che non si interessa di politica estera: ma è difficile fare peggio di Bush Jr. a riguardo. Credere che una sconfitta dei Repubblicani rappresenti una sconfitta per gli ideali liberali significa far finta di dimenticarsi del Presidente in carica.
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categoria:usa