martedì, 27 febbraio 2007
A Settembre, tornato dalla vacanze, lessi di un'economia galoppante, in cui tutti erano ottimisti come Tonino Guerra. Oggi sento sempre più spesso che una recessione è sempre più probabile. Non sono ancora in grado di analizzare i dettagli della situazione macroeconomica globale, e penso, del resto, che non esista nessuna persona (e modello) al mondo in grado di prevedere il futuro.

I tassi di interesse reali sono nulli o negativi, soprattutto considerando che l'inflazione reale è probabilmente maggiore di quella riportata, e non c'è motivo di credere che saranno migliori in futuro. I vostri risparmi non rendono nulla, e immagino che la vostra banca ve l'avrà fatto già notare con la lettera che mensilmente vi spedisce. In più, nel lungo termine non valgono nulla, perchè l'inflazione li svaluta più rapidamente di quanto l'interesse nominale li rivaluti.

In queste condizioni, risparmiare per andare in pensione è impossibile, quindi immagino che le "previdenze integrative" non decolerranno mai. In più, non so se vi è mai capitato di parlare con chi di pensioni se ne intende, ma non sembra probabile che possiate ottenere più del 60% del vostro reddito indietro, quando andrete in pensione. Adesso spiegatemi per quale motivo dovrei essere grato allo stato sociale per l'immensa generosità che lo contraddistingue.

Ma vaff...
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categoria:economia
lunedì, 26 febbraio 2007
Un altro post derivato da mail...

Mi sento accerchiato. Mi si chiede, da un lato, come faccio a credere nella libertà, se non credo nei principi assoluti. Mi si chiede, dall'altro, come faccio ad essere tollerante, se ritengo che i giudizi morali giochino un ruolo fondamentale ed ineliminabile nella convivenza sociale.

L'errore dell'assolutismo è credere che l'indubitabile rilevanza della dimensione morale dell'uomo implichi l'esistenza di giudizi di valore assoluti. La sterilità del relativismo deriva dal fatto che, non potendo l'uomo fare a meno di agire in base a giudizi di valore, far finta che questi non esistano o che non siano rilevanti è assurdo.

Chiedersi "perchè hai dei principi se non credi nell'etica assoluta?" non mi sembra diverso dal chiedere "perchè ti interessi di scienza se non credi nell'induzione?". Si tratta della "tragedia" di essere umani: si cerca la conoscenza, e si scopre che non ha fondamenta; si ha bisogno dell'etica, e ci si trova nelle stesse condizioni*.

Siamo per natura palafitticoli, per usare la metafora di Popper e Pera: costruiamo nel fango, e, se abbiamo problemi, possiamo solo spingerci più in profondità nel fango, senza mai trovare solida roccia da usare come fondamenta stabili delle nostre costruzioni mentali. Mi sono ormai rassegnato a questa inevitabile maledizione legata alla nostra natura di uomini: l'esistenza di un problema non implica l'esistenza della soluzione^.

* Questa simmetria tra l'infondatezza della conoscenza e l'infondatezza dell'etica mi consente di rivalutare una tesi di Hilary Putnam riguardante la necessità di giudizi di valore "epistemici" anche nella scienza. A questo punto, "giudizio di valore" è da intendersi, misesianamente, come qualsiasi "dato ultimo" non riconducibile a qualcos'altro. Sono però convinto che l'infondatezza della conoscenza sia in qualche modo meno fondamentale dell'infondatezza dell'etica: infatti, la conoscenza è relativa ad una realtà che tutti abbiamo in comune, mentre l'etica deriva da un insieme di fatti non osservabili, avendo la sua origine all'interno della mente umana.

^ C'è un altro aspetto interessante. Il positivismo, come paradigma filosofico, è fallito. Di fatto, possiamo considerarlo come un tentativo di fornire una solida base ("positus" = dotato di fondamenta) alla conoscenza umana. Il primo passo del positivismo è stata l'abolizione dei giudizi di valore, non essendo questi riconducibili a fatti, e, in seconda battuta, l'abolizione del concetto di "mente" (behavioralismo) nelle scienze sociali. Il fallimento del paradigma positivista potrebbe avere due conseguenze: o si getta la conoscenza nella stessa cloaca in cui è stata gettata l'etica, e allora si ha il nichilismo della rivolta contro la ragione (Hayek docet), oppure si rivaluta l'importanza dell'etica nella vita umana, riottenendo un concetto più profondo e completo di "persona", più "umanistico" e meno "scientifico" (anche più Austriaco). Io ho scelto la seconda strada, quella più impervia.
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categoria:filosofia
domenica, 25 febbraio 2007
Discussione interessante su IHC.
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domenica, 25 febbraio 2007
Copio e incollo una mail che ho appena scritto sulle prospettive economiche e strategiche degli USA. Tutte cose che chi mi legge abitualmente già avrà letto dieci volte. La mail era indirizzata ad un Oggettivista, cioè ad un libertario randiano (difesa dello stato minimo,  tendenza all'interventismo militare in chiave anti-comunista, e ora anti-islamista).

Negli anni '60 gli USA hanno cominciato a raggiungere un limite per le loro politiche sociali e militari, soprattutto per l'impegno in Vietnam, che Kennedy ha reso disastroso. Hanno deciso di risolvere il problema con una rivoluzione monetaria (1971), ma per una decina di anni il sistema non ha funzionato bene (fino al 1982, circa). Poi è arrivato Reagan, che, con un po' di liberalizzazioni, ha rafforzato le istituzioni politiche americane. Ciò non toglie che lo stato non conosce equilibrio, ed è continuato a crescere, con il risultato che ora gli squilibri sono più evidenti che mai.

Nonostante il fatto che la leadership USA è stata una manna dal cielo per la civiltà umana negli ultimi 100 anni, considerando che le alternative erano la leadership nazista o quella sovietica, e senza dimenticare che centinaia di milioni di persone in Europa Orientale si sono liberate dalla Russia grazie anche al bluff tecnologico- militare di Reagan, c'è un problema serio, perlomeno nel lungo termine.

Allo stato attuale, gli USA sono destinati a perdere la leadership: consumano troppo, hanno troppi debiti, non risparmiano, sono dipendenti dal credito, e stanno favorendo l'ascesa economica e politica della Cina.

In queste condizioni, l'unico modo per MANTENERE la leadership USA è frenare l'interventismo economico e militare americano: l'esatto contrario di ciò che fa Bush, che ha aumentato debiti, spesa pubblica, coperture sociali e interventi in tutto il mondo (anche se le spese militari sono trascurabili rispetto a quelle sociali, che sono un problema ben più grande).

L'unica politica ragionevole nel lungo termine è una politica liberale: meno stato sociale, meno inflazione, meno guerre, più libero commercio. Altrimenti tra cinquant'anni ricorderemo le cause del declino americano in rapida successione: Wilson per aver creato la Fed, Roosevelt per il New Deal, Nixon per la fiat money, Reagan per aver salvato il sistema nixoniano, Bush Junior per aver attivato una reazione a catena di spese ed interventi che hanno accelerato la crisi.

Tralasciando gli evidentissimi squilibri economici, e focalizzando l'attenzione sugli aspetti strategici, secondo me:

1. Il pericolo islamista esiste, anche se gli USA sono gli ultimi a doversene preoccupare, visto che in Europa il problema è e sarà sempre più evidente;

2. L'idea di "democratizzare" (che parola odiosa!) il mondo arabo/islamico aveva qualche fondamento, visto che tra totalitarismi nazionalisti e totalitarismi teologici il mondo islamico sembra soltanto in grado di danneggiarsi da solo e di danneggiare gli altri. Peccato che una tale politica sia soggetta ad una credibile accusa hayekiana di costruttivismo.

3. Per iniziare la "democratizzazione" , l'idea di scegliere l'Iraq è stata probabilmente una ca$$ata enorme: attualmente l'esercito USA è overstretchato, manca di uomini e mezzi, e ha spianato la strada all'egemonia della teocrazia Iraniana nella regione. E di certo Ahmadinejad non sarà riconoscente a Bush per questo. Forse una approccio soft, incentrato sul miglioramento delle istituzioni anche degli alleati (i cosiddetti "stati arabi moderati", che fanno spesso altrettanto schifo degli altri), e a risolvere un motivo di conflitto (il problema israeliano-palestin ese: c'è da dire che ai leader palestinesi non sembra interessare tanto la pace).

Mentre Nixon, strategicamente, è stato un grande presidente (basti pensare all'apertura alla Cina, che provocò la frattura tra Cina e URSS), Bush ha proposto un piano irrealizzabile, e nel cercare di realizzarlo ha peggiorato la situazione strategica USA anche nel breve termine.

Nel lungo termine, poi, per gli USA, l'Islam è un problema secondario: è alla Cina che devono guardare, e quindi, in seconda battuta, all'India e alla Russia. E ora che hanno occupato militarmente tutti i pozzi petroliferi del mondo, i rapporti con questi tre paesi che faranno? Di certo c'è il rischio che peggiorino.

Insomma, non basta arringare le folle contro un nemico (effettivamente esistente) per essere un grande presidente. Bisogna anche proporre una strada realistica per migliorare la situazione. E Bush, in questo, finora, ha fallito.

P.S. Nella mail davo per scontato che l'idea di esportare la democrazia sia una proposta strategica e non uno slogan propagandistico. Al momento non mi sembra ci siano prove sufficienti per decidere tra le due possibili interpretazioni.
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categoria:usa , politica internazionale, islam
domenica, 25 febbraio 2007
Un lettore mi chiede cosa bisogna rispondere a chi afferma che i prezzi sono aumentati, con l'introduzione dell'euro, per colpa dei commercianti, che hanno fatto cartello contro i consumatori.

Come per tutte le merci, la moneta viene domandata perchè ha una qualche utilità (per facilitare le transazioni, fronteggiare eventi imprevisti, conservare ricchezza); l'offerta di moneta, invece, viene decisa, in prima approssimazione, dalla Banca Centrale, cioè, in definitiva, dallo Stato.

Come per tutte le merci, un aumento dell'offerta ne provoca una riduzione del valore. Nel caso della moneta, una riduzione del suo valore significa una diminuzione della quantità di merci che è possibile comprarci, e, quindi, un aumento del livello dei prezzi.

Che un aumento enorme dell'offerta di moneta in euro ci sia stato, sin dalla nascita dell'euro, è fuori discussione. M3 (banconote + depositi + crediti a breve) è aumentato del 7-8% l'anno, e M1 (banconote + depositi) addirittura oltre il 10%, negli ultimi anni.

La vera domanda è come mai l'inflazione sia stata così bassa, visto che la quantità di moneta è salita rapidamente, mentre l'offerta di beni è salita poco (crescita economica bassa). Una possibile risposta è che l'inflazione reale è maggiore dell'inflazione rivelata dalle agenzie statistiche, e non c'è nulla di cui stupirsi di ciò, visto che le statistiche le fornisce lo stato, cioè il responsabile dell'inflazione. senza contare che l'inflazione è un aggregato economico, e quindi "non esiste": è possibile aggregare i prezzi in mille modi diversi, e quindi ci sono ampli margini di manipolabilità.

Un'altra possibile spiegazione è che nei mercati finanziari si sono create una serie di bolle dove la liquidità in eccesso ha trovato un impiego: se si usa moneta per comprare titoli, allora si ha meno moneta per comprare merci, e i prezzi salgono di meno.

Che ci siano bolle non ci sono dubbi, basta dare un'occhiata al mercato immobiliare (mi sembra di aver capito che, stranamente, le case non fanno parte del paniere dell'Istat, come se le persone consumassero panieri di beni in mezzo alla strada), al mercato azionario, e, mi dicono, a quello obbligazionario (ho fatto una ricerca su Yahoo Finance, ma ho qualche problema a trovare i dati relativi).

L'argomento del cartello dei commercianti presuppone che la concorrenza sia DIMINUITA con l'unificazione monetaria, il che è evidentemente contrario al buon senso. Come la maggior parte delle critiche al libero mercato, del resto.
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categoria:economia
sabato, 24 febbraio 2007
Rispondo con un post ad un lettore che mi chiede come e dove studiare "l'economia liberale e libertaria".

Due premesse sono d'obbligo:

1. L'economia liberale non esiste, come non esiste l'economia statalista (fascista, welfarista, comunista che sia). L'economia è una scienza e in quanto tale non è legata indissolubilmente a determinati giudizi di valore. Può darsi che, studiando i problemi economici, si venga spinti su posizioni liberali o stataliste, esattamente come lo studio della chimica permette di poter affermare che è un male bere acido solforico. Ciò non toglie che la capacità di separare valori e fatti dovrebbe far parte del bagaglio di ogni cercatore della verità.

2. Non sono un economista, nè mi sento tale, neanche dopo aver studiato questi temi da almeno un paio d'anni. Inoltre, sono relativamente ferrato nelle teorie di una sola scuola economica, quella Austriaca, mentre le mie "competenze" in altre tradizioni del pensiero economico, come quella che va attualmente di moda nelle Università attuali, che viene chiamata dagli Austriaci, impropriamente, Neo-Classica (ci sono altre tradizioni eterodosse: l'economia marxiana e l'economia sraffiana, ad esempio). Quindi quanto segue si riferirà in maniera pressochè esclusiva alla Scuola Austriaca. Chi pensa di poter impiegare i miei consigli per prepararsi ad un esame all'università è pregato di cambiare idea.

I seguenti  "capitoli" si chiamano: SITI, BLOG, LIBRI, CONSIGLI.

SITI

L'Economia Austriaca è scarsamente rappresentata nelle Università (probabilmente ci sono un centinaio di professori in tutto il mondo), mentre sembra avere molto più successo tra chi ha a che fare con problemi economici reali, come nel settore finanziario. Non deve quindi stupire che molti siti dove si trovano articoli tipicamente Austriaci siano pieni di chart del Nasdaq, quotazioni di materie prime, e anche... consulenze a pagamento*.

D'altra parte, purtroppo o per fortuna (più purtroppo che per fortuna, a parer mio), una della conseguenze dell'eredità culturale di Rothbard è l'aver associato in maniera apparentemente indissolubile la Scuola Austriaca al Libertarismo. In base a quanto detto nella prima premessa, una tale associazione tra una teoria positiva e un'ideologia normativa la considero filosoficamente infondata. In ogni caso, l'ideologia muove più persone della scienza, e quindi esistono vari siti che si occupano di Scuola Austriaca su basi "volontaristiche".

Dopo aver vagato per decine e decine di siti pieni di editoriali, articoli, risorse, alla fine sono tre i siti da cui traggo il 99% del materiale e degli spunti di riflessione sulla Scuola Austriaca:

- il Mises Institute è un istituto di ricerca americano che si occupa di Scuola Austriaca e Libertarismo, pubblica due riviste accademiche dedicate, e permette di scaricare migliaia di articoli e libri in formato PDF.

- USEMLAB è un sito in italiano. E' appena stato ristrutturato e si sta cercando di farlo diventare un punto di riferimento (cosa che già è) per la comunità Austriaca italiana. Al momento ci sono diversi articoli che parlando di Scuola Austriaca (alla sezione "Oldies" è pieno), e un Forum dove ci sono frequentemente interessanti discussioni.

- L'Austrian Forum è un forum gestito dal Mises Institute, è in inglese, ha centinaia di utenti, e spesso ci sono interessanti discussioni.

BLOG

I blog di economisti Austriaci sono diversi:

- Stefan Karlsson: un giovane economista svedese, che scrive molti articoli interessanti.

- "Organizations and Markets" è il blog di Nicolai Foss e Peter Klein, e si occupa soprattutto di organizzazione aziendale.

- Austrian Economists Typepad è il blog di Peter Boettke, Chris Coyne, Peter T. Leeson e Frederic Sautet.

- Il Mises Blog è il blog del Mises Institute.

LIBRI

Sezione potenzialmente sterminata. Supponiamo che qualcuno voglia partire da zero: libri di Mises, Hayek, Rothbard si possono trovare presso le case editrici Liberilibri, Rubbettino, Armando, Facco, Rusconi. Purtroppo in italiano è molto più semplice trovare libri di teoria e filosofia politica liberale e libertaria piuttosto che libri sulla teoria economica Austriaca (mentre i libri metodologici ed epistemologici sulla Scuola Austriaca sono numerosi).

Per iniziare, "La Scuola Austriaca: mercato e creatività imprenditoriale" di Jesus Huerta de Soto (Rubbettino) è sicuramente un buon punto di partenza. Purtroppo parla della Scuola in generale, presentando i temi principali, e non è un manuale di teoria economica. Un'introduzione alla Scuola Austriaca leggermente più tecnica, ma che a Rothbard piaceva quanto un gelato al gusto di sottaceto, è "L'economia del tempo e dell'ignoranza" di Rizzo e O'Driscoll (Rubbettino). Lo vorrei rileggere per poterlo giudicare meglio, ma il capitolo scritto da Garrison, sul capitale e il ciclo economico, ha l'imprimatur di Rothbard, quindi è sicuramente ortodosso.

In effetti, un libro che permetta a chiunque, con qualche mese di studio, di capire le principali teorie della Scuola Austriaca non esiste. Mi piacerebbe scrivere qualcosa (magari una collezione di PDF), ma non mi sento all'altezza.

Alcuni libri di Mises sono molto semplici da leggere, come "I Fallimenti dello Stato Interventista" (Rubbettino), che descrive la teoria del controllo dei prezzi.

La teoria del capitale, della moneta e del ciclo economico sono invece estremamente complesse, e avere solo una mezza idea di come funzionano è molto difficoltoso. Su "La Grande Depressione" di Rothbard (Rubbettino) c'è un riassunto della teoria del ciclo, mentre "Lo stato falsario" di Rothbard (Facco) introduce la teoria della moneta ("The mystery of banking" è più specifico).

Io ho trovato "Prezzi e Produzione" di Hayek (Edizioni Scientifiche Italiane) molto semplice e chiaro, ma a giudicare da come viene descritto da molti professori di economia, sembrerebbe qualcosa di incomprensibile. Ciò ha due possibili spiegazioni: o sono un genio, oppure l'economia che si insegna all'università non dà le basi per capire la Scuola Austriaca. Sul capitale, inoltre, c'è "Capital and its structure" di Lachmann: me lo aspettavo più dettagliato, ma già così è sicuramente una lettura impegnativa.

Per la teoria del calcolo economico, il saggio originale di Mises ("Economic calculation in a socialist commonwealth") è breve, ma profondo. "Socialismo" (Rusconi) non è solo di teoria economica, ma ripropone la teoria in questione in forma estesa. E poi è un libro fondamentale. Per la teoria del valore, i "Principi di Economia" di Menger (Liberilibri) sono l'ideale. C'è una collezione di saggi di Boehm-Bawerk sull'argomento, ma non li ho letti.

Per chi vuole approfondire: "Man, Economy and State" di Rothbard, "Human Action" e "The theory of money and credit" di Mises, "Money, bank credit and business cycles" di Huerta de Soto, "The positive theory of capital" di Boehm-Bawerk (non l'ho letto), "Time and Money" di Garrison (non l'ho letto), "The pure theory of capital" di Hayek (l'ho letto ma ne ho capito il 50%)... si tratta di alcune migliaia di pagine, però: in compenso, se li capite, potete considerarvi economisti Austriaci a tutti gli effetti. Questo mi fa pensare che qualcosa non l'ho capito molto bene.

La maggior parte dei libri che ho citato sono disponibili in formato PDF in inglese, sul sito del Mises Institute, gratuitamente. Quelli in italiano sono disponibili in libreria, tranne quelli di Rusconi, che sono fuori catalogo, e sono difficili da trovare.

CONSIGLI

1. L'Economia Austriaca non è il Libertarismo: la prima è una teoria scientifica, e va vista come tale, non come un insieme di cartucce da sparare contro gli statalisti. Se però li colpite, mi fate un piacere.

2. Nella costruzione misesiana, la teoria è a priori, cioè necessariamente vera, senza bisogno (nè possibilità) di verifica empirica. Questo non significa che Mises ha sempre ragione, nè che la teoria vi dice tutto sulla realtà. Tutti i problemi "empirici" dell'economia sono stati classificati da Mises come "storici". Questa riclassificazione è stata un colpo di genio: ha consensitto di ottenere una teoria dell'economia nonostante l'impossibilità di fare esperimenti economici (che rende l'empirismo metodologico inadeguato), ma a lungo andare ha ingenerato la tendenza a scrivere articoli di esegesi misesiana e rothbardiana anzichè articoli di teoria economica.

3. Prima di criticare una teoria, studiatela. La maggior parte delle critiche alla Scuola Austriaca si basano su incomprensioni, o dogmi epistemologici infondati. Lo stesso basso livello argomentativo si ritrova spesso nelle critiche Austriache al mainstream. Se volete criticare l'economia accademica, dovete studiarla. Per studiarla, vi serve la matematica. Lo dico anche se non ho ancora capito a che serve: mi auto-propongo come modello ideale di comportamento da seguire nei confronti scientifici e ideologici. Ah... se tutti fossero come me... (i ristoranti a buffet fallirebbero, visto quel che mangio).

* Ad esempio, ho sentito parlare spesso di un certo Richebacher, ma non mi è mai riuscito di leggere una sola riga da lui scritta, perchè si occupa di consulenza finanziaria a livello professionale. In effetti, sarebbe molto più semplice se ci fossero più Austriaci nelle università.
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categoria:economia austriaca
giovedì, 22 febbraio 2007
Non parlo una parola di francese, ma, cavolo!, mi toccherà impararlo, per poter leggere tutte le opere di Pascal Salin che non sono mai state tradotte nè in italiano nè in inglese.

Huelsmann ha scritto una biografia dell'economista francese, purtroppo (per i francesi) prossimo al pensionamento.

E io sono preso da rosicamento linguistico.
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giovedì, 22 febbraio 2007
Toh... stavo rispondendo ad una mail, e mi sono ritrovato a scrivere un post!

La mia posizione in merito di diritto naturale è problematica. Il principale problema è che non credo, nonostante gli sforzi di Rothbard e Putnam in proposito, che esistano giudizi di valore oggettivi, e quindi non credo che esista un diritto naturale, se per "naturale" è da intendersi che abbia un'esistenza oggettiva, sia come fatto della natura, che come necessità della ragione.

La cosa è evidente nella formulazione di Rothbard, dove la derivazione del diritto naturale dipende in effetti da due giudizi di valore supposti a priori: che il diritto naturale debba essere uguale per tutti (il che esclude gerarchie e caste "naturali"), e che le persone non possano essere costrette, nella posizione originaria, a violare il diritto naturale per sopravvivere (il che esclude il comunismo originario).

Rothbard non parla di posizione originaria, un concetto tipicamente "liberal", ma la sua derivazione del diritto naturale avviene in un ambiente sociale estremamente stilizzato. Data l'astrattezza di questa posizione originaria, la dimostrazione di Rothbard della necessità del diritto libertario rothbardiano per la sopravvivenza del genere umano non può essere facilmente estesa alla realtà. Di fatto, ciò implica che un impiego eccessivamente meccanico e formalistico del principio è soggetto al problema del "fiat iustitia, pereat mundus".

I due principi da cui parte Rothbard sono abbastanza evidenti, ma ciò non toglie che non siano nè fatti evidenti nè necessità logiche: sono giudizi di valore, appunto.

L'utilità filosofica del giunaturalismo deriva dal fatto che permette di concepire un diritto che non sia l'emanazione della mitologica (teologica?) sovranità, ma che abbia un'altra origine (derivi, ad esempio, da determinati giudizi di valore, diffusi tra gli individui), scardinando quindi il pregiudizio totalitario del giuspositivismo, che fa del diritto l'arbitrio del tiranno (tiranno è colui che governa senza legge: quindi anche un parlamento sovrano dai poteri illimitati è tirannico) di turno. Senza questa separazione tra diritto e potere è di fatto impossibile capire Locke, e tutta la tradizione liberale. Prova ne è la patetica equiparazione tra Locke e Rousseau nelle opere di filosofia politica del liberal Robert Dahl, che non è in grado di concepire un diritto che non sia statale, e quindi spaccia Locke per democratico.

Il diritto naturale non esiste, quindi. La convivenza sociale si fonda su determinati giudizi di valore degli individui che compongono la società. Tali giudizi di valore sono stati forgiati, come diceva Mises (cosa che Hayek ha fatto finta di scoprire per primo, con le sue teorie evoluzionistiche: non sono al corrente di una sola idea di Hayek che non sia già presente in Mises), dall'utilità della cooperazione ai fini del benessere individuale, il che è storicamente evidente (basti vedere al benessere raggiungibile sul mercato) e teoricamente incontrovertibile (teorema di Ricardo).

Una volta usato il concetto di diritto naturale per capire che il diritto può (anzi, deve!) preesistere allo stato, e una volta usato il concetto di anarchia per riuscire a separare concettualmente l'ordinamento giuridico dal monopolio della forza, abbiamo di fatto scardinato due pregiudizi di gran parte della filosofia politica moderna. Questi due pregiudizi sono alla base del totalitarismo democratico contemporaneo, e la loro critica filosofica deve essere alla base del superamento della "crisi" della modernità, che difficilmente può essere messa in dubbio, e che difficilmente non avrà un impatto notevole sulle vite quotidiane di miliardi di persone.

Queste sono le due grandi scoperte filosofiche del libertarismo.

Non bisogna però commettere l'errore di pensare che con ciò si sia scoperto veramente un diritto naturale, o che tutti i problemi organizzativi della società si possano risolvere abolendo lo stato. La filosofia è necessaria ma non sufficiente.
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categoria:liberalismo, libertarismo, filosofia politica
lunedì, 19 febbraio 2007
In Venezuela hanno problemi con i prezzi. Hanno introdotto controlli sui prezzi. Hanno introdotto minacce penali contro i commercianti. E minacce di nazionalizzazione dell'attività produttive e commerciali.

Chi ha letto la Critica dell'Interventismo di Mises sa che questa catena di eventi è una necessità, visto che l'inflazione fa aumentare i prezzi, e i controlli dei prezzi impediscono al mercato di bilanciare offerta e domanda, e che le uniche due soluzioni sono il libero mercato o il controllo totale della produzione.

Ma la seconda alternativa si è sempre rivelata fallimentare sul piano economico. Poveri venezuelani, vittime di un demagogo le cui idiozie sarebbero evidenti a tutti, se l'analfabetismo economico non fosse considerata ovunque una virtù.

P.S. Speriamo che il prezzo del petrolio cada, così i venezuelani si accorgono del problema prima che sia troppo tardi. E speriamo che l'eventuale utile idiota di turno in quel di Washington non dia una mano al regime con qualche interventismo non economico...

Fonte: Mises Blog.
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categoria:economia
lunedì, 19 febbraio 2007
"Using the pretence of fighting corruption they (Labour, Conservative and Lib-Dim) want to introduce a system of state financing for existing parties, thus ensuring that they are part of the machinery of government rather than expression of political views and opinions. Once a party is subsidized by the state, it cannot be said to be an opposition. A move of that kind would also make it impossible for new parties to emerge and grow. Would we have had a Labour Party if there had been state funding of parties in the early twentieth century?"

Ovviamente, lo stesso vale per giornali, scuole, università... Mises, un liberale venuto prima del libertarismo, affermava che la democrazia non esiste dove lo stato controlla tutto, e che l'unica vera democrazia si può avere in una società liberale, dove lo stato si limita ad amministrare la giustizia e a garantire la sicurezza. Insomma, la democrazia è possibile soltanto se ci sono solidi principi pre-democratici (Bobbio direbbe "anti-democratici") che ne limitano la portata. Questi principi dovrebbero essere quelli del liberalismo. L'alternativa è la società attuale: disoccupazione, parassitismo, lobby, corruzione, assistenzialismo, inflazione... il tutto in rotta di collisione con le dinamiche economiche, democratiche e immigratorie future.

Ricito anche la conclusione del post in questione, che è molto bella:

"The truth is that what we are fighting for is not so much democracy, though that is part of it, but constitutional liberty. Individual freedom to life, liberty and justly acquired property that is protected under clear constitutional rules; the right to express one’s opinion but, also, the right to disagree, even if the expressed opinion is part of a consensus; the right to religious observance but not to repression of other people and criminal behaviour (threats of violence, honour killings, genital mutilation, kidnapping and forced marriage etc) supposedly in the name of a religion; government decided on by the majority with legitimate minority rights protected*; and, above all, legislators and regulators who are accountable for their decisions."

Mises would be proud of it...

Tratto da questo articolo, consigliato da Wellington, su EU Referendum.

* Per aggiungere una nota di radicalismo, ricordo che "legittimi diritti delle minoranze protetti" significa "protetti anche dal principio democratico".
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categoria:liberalismo