
Io sto andando qui, anche se non capisco se la chiesa è veramente storta o è il fotografo che aveva ecceduto con la Guinness.
Starò una settimana a Dublino, Kilkenny e Cork. Ci vediamo Venerdi prossimo!
Bye!

Da La Sindrome di Achab si discute di squilibri macroeconomici cino-americani. Io copio e incollo il mio confuso commento.
La mia visione della situazione macroeconomica internazionale è Austriaca.
1. Le politiche monetarie USA implicano eccesso di consumo e difetto di risparmi.
2. Per finanziare il consumo, gli USA si indebitano col resto del mondo.
3. Si ha quindi un eccesso di investimenti inflazionistici a livello globale, tenuto insieme dal continuo aumento dell'offerta di moneta.
4. A differenza delle altre fasi inflazionistiche (non in termini di prezzi ma di offerta di moneta), questa è "aperta", proprio perchè il debito va all'esterno degli USA.
5. Gli USA consumano gratis, ma si indebitano. I cinesi crescono grazie ai pelouche comprati dai bambini americani. Tutti questi investimenti sono sbagliati e provocano squilibri. Tutta la globalizzazione moderna è fallata dall'irrazionalità delle politiche monetarie.
6. Finchè dura, e, in un sistema non basato sull'oro, può durare decenni, ci sarà crescita globale, bassi prezzi, iperindustrializzazione in Cina, parziale deindustrializzazione negli USA, montagne di debiti.
7. Presto o tardi, gli USA avranno tanti debiti, pochi capitali, e poca rilevanza strategica rispetto alla Cina. E allora saranno ca$$i per tutti.
8. Se il tutto crolla subito, a pagare saranno quasi per intero i cinesi, perchè in caso di crisi sono le zone della produzione ipercapitalizzate a pagare l'eccesso di investimento.
Il 99% degli economisti spera che la transizione sarà lenta e graduale. Io ho più fiducia nel 1% degli economisti rimanenti.
Io auspico la weimarizzazione del dollaro il più presto possibile, per evitare che quando accadrà sarà troppo tardi. Tanto non ci sono modi per evitarla: ci vorrebbero meno consumi negli USA, più consumi nel resto del mondo... è possibile un soft landing verso una struttura macroeconomica più razionale? A giudicare dalla montagna di dollari, dall'instabilità geopolitica, dalla montagna di debiti americani e dalla crescita econmica e politica cinese, direi di no.
P.S. Non ho tempo per approfondire, ma tornerò sull'argomento la prossima settimana.
NOTA: i valori numerici sono calcolati mediante una procedura euristica: cioè in base a lontani ricordi, e quindi poco più che a caso. Potrei sbagliare del 10-20%, ma non molto di più. Gli errori più grandi li ho commessi nella stima ad occhio dell'energia media che arriva durante l'anno su ogni metro quadro di superficie. Ho immaginato che, considerando la riflessione atmosferica, l'assorbimento atmosferico, e i cicli estate/inverno e notte/giorno, si arrivasse a 100-200W/mq, alle nostre latitudini. Il numero è quasi scelto a caso, ma è sicuramente compreso tra 0 e 500 (con giorni di 12 ore)...
Le celle fotovoltaiche sono diodi. I diodi sono dispositivi a semiconduttore. I semiconduttori sono materiali speciali che hanno determinate proprietà fisiche, e sono alla base di tutti i dispositivi elettronici.
La cosa più importante da sapere sui semiconduttori è che i loro elettroni possono stare solo in due "bande" separate da un "gap" dove non possono esserci elettroni. Se il gap non è nè troppo grande nè troppo piccolo, è possibile farci tante cose interessanti, come celle fotovoltaiche e Pentium. Il gap non si misura in metri perchè non è una lunghezza: si misura in Joule (o elettronVolt, in genere) perchè è un'energia. Sotto il gap c'è la banda inferiore, dove in condizioni normali dovrebbero stare tutti gli elettroni. Può capitare che qualcuno si ecciti e vada nella banda superiore. Per farlo, deve avere abbastanza energia da superare il gap.
I materiali possono assorbire la luce. La luce è fatta di particelle chiamati fotoni. Ogni fotone ha una sua energia.
Se un fotone ha energia superiore al gap, può succedere che, se passa in un semiconduttore e urta contro un elettrone nella banda bassa, possa consentirgli di andare nella banda alta. In questo caso, il fotone scompare e si forma una "coppia". Ogni coppia è formata da un elettrone eccitato e da un buco (hole: in realtà si dice lacuna)... gli ingegneri elettronici sono dei maniaci sessuali.
Tutti i fotoni con energia superiore al gap possono essere assorbiti. Ognuno di questi fotoni può creare energia elettrica, attraverso la giunzione del diodo, per una quantità pari al gap. Tutti i fotoni con energia inferiore non vengono assorbiti, perlomeno non per formare coppie eccitate.
I fotoni provenienti dal sole hanno una determinata distribuzione. Siccome ad ogni energia corrisponde un colore, si può dire che ogni cento fotoni dieci sono rossi, cinque verdi, dieci azzurri, venti ultravioletti (che non è un colore, ma chissenefrega), eccetera... La distribuzione dei fotoni forma lo spettro della luce solare.
L'energia proveniente dal Sole e che arriva sulla Terra sopra l'atmosfera ha una densità di 1KW/m2 (kilowatt al metro quadro): ogni secondo arrivano su ogni metro quadro (ortogonale al Sole) mille joule di energia. Se si prende un ettaro di terreno, si toglie l'aria sopra, e si aspetta mezzogiorno, arriveranno su questo ettaro 10MW, pari alla potenza installata di 3000 abitazioni medie.
Sembrerebbe un grande affare.
In realtà, l'energia viene in parte riflessa dall'atmosfera e in parte assorbita. Di notte, poi, questa energia arriva in Giappone invece che in Italia. Inoltre, d'inverno ne arriva un po' meno, perchè l'atmosfera ne assorbe di più. Questi non sarebbero grossi problemi, visto che probabilmente è sempre possibile cavar fuori 100W/mq medi durante tutto l'anno... anche d'inverno. E' probabile che si possa stimare con precisione tutto ciò, ma non ho dati.
C'è un problema più grande.
Il silicio può prendere solo quegli elettroni con energia superiore al suo gap (1.1eV) e butta via tutti gli altri. Di quelli che prende, può soltanto sfruttare un'energia pari a 1.1eV. Se un fotone ha 1eV, è inutile. Se ha 2eV, vale come se ne avesse 1.1eV. Data la distribuzione dello spettro solare e le caratteristiche fisiche del silicio, si arriva ad un rendimento massimo teorico che mi pare sia del 15%.
Il rendimento massimo si ha se le perdite sono minime. Il che si realizza ad esempio con silicio monocristallino, cioè cresciuto bene come un diamante. Che però costa uno sproposito. Non è possibile realizzare celle fotovoltaiche grosse come un campo di calcio in questo materiale purissimo.
In pratica si usano policristalli, cioè tanti piccoli diamanti incollati l'uno all'altro. In questo caso, il rendimento è un po' inferiore, ma il costo si riduce molto. Ma è comunque notevole. Per ottenere 20W medi per ogni metro quadro di energia elettrica, chiunque abbia mai cercato di comprare dei pannelli sa che si spende un casino (l'energia di picco, probabilmente meno 100W al mq, vale solo in pieno giorno).
Ci sono tre possibilità alternative.
1. Celle fotovoltaiche in silicio amorfo
Il silicio amorfo sta al silicio cristallino come il vetro sta ai cristalli Svarowski. Il rendimento è bassissimo, ma anche il costo è molto ridotto. Se volete ottenere un rendimento del 5%, forse ce la fate...
2. Celle fotovoltaiche in semiconduttori impilati
E' possibile pensare di impilare più celle fotovoltaiche in questo modo: il primo strato assorbe gli elettroni ad alta energia e fa passare gli altri, ottenendo più energia dalla parte alta dello spettro solare rispetto al silicio. Il secondo strato prende quelli a energia più bassa, eccetera...
Supponiamo di avere 4 strati, con gap a 4, 3, 2 e 1eV. In questo caso, se un fotone ha energia superiore a 4eV, genera energia elettrica pari a 4. Se ha energia tra 3 e 4, genera 3. Se ha energia tra 2 e 3, genera 2. Se ha energia tra 1 e 2, genera 1. Se ha energia sotto 1, non genera nulla.
In questo modo è possibile aumentare l'efficienza della cella fino probabilmente al 60-70%. Peccato che impilare N semiconduttori cristallini diversi porta ad un processo industriale estremamente più costoso di quello in silicio. I costi di questa tecnologia sono proibitivi, e si può dubitare che troverà mai applicazioni al di fuori dei satelliti.
3. Celle fotovoltaiche in semiconduttori non convenzionali
Se si scoprissero polimeri o molecole organiche con caratteristiche elettroniche simili ai semiconduttori; se si riuscisse a spalmare su superfici di migliaia di metri quadri strati di queste sostanze per ottenere diodi a polimeri; se questi polimeri fossero stabili nel tempo anche se sottoposti a bombardamenti di fotoni e cacche di piccioni... allora si avrebbero celle fotovoltaiche a basso costo, anche se magari a rendimento bassissimo.
Se poi si ottenessero strutture impilate come nel punto precedente, forse si potrebbero costruire celle fotovoltaiche a buon rendimento e a basso costo, in grado di essere depositate su ettari ed ettari di superficie terrestre per ottenere tanta energia.
Queste tecnologie non esistono. Se ne parla, se ne discute, si fanno prototipi, ma si tratta di argomenti di ricerca che prima dei prossimi 20 anni molto improbabilmente troveranno mai applicazione pratica. Le idee innovative hanno probabilità di sopravvivenza bassissime: ogni nuova idea che ha successo è stata scelta tra mille altre idee inutili.
Questa remota possibilità consentirebbe di avere energia solare in buona quantità. Se si avesse infatti una tale tecnologia, e dubito che se ne vedrà una nei prossimi venti anni, l'energia solare per metro quadro potrebbe effettivamente arrivare a quei 100W medi che il sole delicatamente depone su ogni metro quadro di superficie. Spalmando polimeri per 1000kmq di territorio nazionale, si otterrebbe una potenza media di 100GW, che mi pare sia pari alla potenza elettrica effettivamente installata in Italia.
A quel punto, i Verdi si lamenteranno della bruttezza di tali installazioni, chiedendone la rimozione. Tra cinquant'anni vedremo se le cose saranno andate così...
Conclusioni: le celle fotovoltaiche attuali sono un passatempo. Forse in futuro non sarà più così, ma si tratta di una possibilità estremamente remota. L'unico uso razionale dell'energia solare che mi viene in mente è guardare le belle ragazze abbronzate in spiaggia.
Sgembo e Valerio hanno scritto cose interessanti, da Sgembo. Spero che sia l'occasione per iniziare una discussione costruttiva su un ambito politicamente interessante, e in cui la teoria economica è fondamentale, come vedremo: l'ecologia.
Comincerei col dire che per me è economia pure un povero che non vende i gioielli della nonna perchè c'è affezionato. Le concezioni economiciste della teoria del valore sono fuorvianti (e gli ecologisti liberali di stampo Coasiano, Dio li fulmini, hanno una visione dell'economia che rischia di renderli simili a come Valerio li descrive).
Eppure lo stesso Valerio dice che i primi parchi nazionali (come le prime università, i primi sindacati... e tutto ciò che di buono lo stato ha poi monopolizzato nel XX secolo) erano privati. Il che fa pensare che la dicotomia economia/ecologia sia almeno in buona parte infondata.
Ed infatti l'ecologia liberale dimostra come moltissimi problemi ecologici sono economici e/o giuridici (del resto, "inquinare" significa rovinare qualcosa, e se quel "qualcosa" è di qualcun altro, l'economia, e il diritto, hanno qualcosa da ridire).
L'errore concettuale in cui si rischia di cadere ad eliminare la teoria del valore ("economico") dalla trattazione dei problemi ecologici è quello di pensare che la Natura sia un bene assoluto, qualsiasi cosa questo significhi.
Se così è, allora già Romolo che fonda Roma con l'aratro è da criminalizzare. Se così non è (e così non può essere, sarebbe disumano che lo fosse!), occorre capire dove fermarsi, nella lunga strada che va dal primo uomo che ha colto una mela ad una situazione ecologica stile Chernobyl. Nel mezzo c'è un qualche "ottimo", ed è nella possibilità di ragionare su un tale problema che la teorizzazione economica si rivela ricca e feconda in ogni ambito dell'Azione Umana (tanto per citare Mises), non esistendo un "ambito dell'economico" separato dall'ambito dei gioielli della nonna.
Ma se la teorizzazione economica, quando non degenera nell'economicismo del "valore = prezzi" (affermazione concettualmente sbagliata, ma al centro di tutta la teoria della politica economica moderna), è universale, occorre prenderla sempre in considerazione.
Ogni problema ecologico si può vedere in questi termini: alcune azioni hanno costi nascosti, che rendono l'equilibrio economico distorto. Se posso impunemente avvelenare l'acqua di un mulino, produrrò inquinamento senza sopportarne il costo. Se non so che il cianuro è un veleno, posso mangiare cento mandorle amare e crepare subito dopo (ma sarebbe una gran bella morte!). In quest'ottica, le conoscenze tecniche (la "conoscenza delle relazioni mezzi/fini", in terminologia Austriaca), e quindi anche ecologiche, sono solo una parte delle conoscenze individuali, strumenti dell'azione individuale (che, in senso estremamente lato, è sempre "economica", cioè soggetta a vincoli di scarsità).
L'applicazione pratica di quanto sto dicendo (in poche parole: non ci può essere contrapposizione tra economia ed ecologia, tanto quanto non ce ne può essere tra economia e fisica quantistica) può essere espressa in questi termini:
Il mercato non ha nulla a che fare con la commerciabilità. Se un milione di italiani volesse conservare la natura, potrebbero comprare 5.000kmq di territorio nazionale (in media). Il problema attuale è quindi che questo non si può fare: problema creato dallo stato.
E' strano (sembrebbe anche un punto ideologico, se non fosse il risultato di un'argomentazione razionale "wertfrei"), ma anche in questo caso il problema è la politica. Se esistono molti ecologisti, e l'unico strumento che hanno per amare la natura è usare la coercizione statale, il liberale/liberista/libertario (c'è differenza?) deve protestare. Ma se si consente al mercato di produrre turismo ecologista, donazioni, e vincoli ambientali sulla propria proprietà, allora tutto il problema diventa di convincimento di un certo numero di persone (un milione basta? Per creare vaste zone protette è anche troppo...).
Abbiamo quindi, riassumendo:
Se questa introduzione complicatissima (l'ho scritta di getto) è chiara, penso che l'unico punto di discussione tra eco-liberali alla Valerio ed eco-liberali alla IBL è il punto E. Sul resto credo sia un problema di concezione dell'ambito dell'economico. Non conosco Croce, ma da quel poco che ho letto penso che i suoi strumenti concettuali siano inadeguati alla comprensione della problematica (ho letto un saggio di filosofia del diritto in cui usava il termine "economico" in un modo concettualmente incomprensibile e teoricamente irrilevante, ai nostri fini). Ed è per questo che il libro di Papafava è importantissimo, ma può darsi che una sua comprensione all'esterno dell'ambito culturale Austro-libertario possa creare problemi.
P.S. Sul piano monetario, tenere la natura incontaminata non cosa nulla (come costi variabili)... per formare una zona protetta l'unico problema è quindi di costi di transazione: è difficile avere unanimità su una vasta zona abitata, mettendo d'accordo magari diecimila proprietari. Questo è l'unico vero limite della soluzione che propongo.
P.P.S. In realtà almeno un problema tra Locke ed ecologia c'è: per i lockiani, con o senza proviso (e quindi anche per i libertari) la proprietà deriva dalla trasformazione della terra (il "teilen" di Carl Schmitt). In questo caso la natura incontaminata non avrebbe proprietari per definizione! Reputo l'applicazione meccanica dei principi giuridici completamente anti-giuridica. Quindi l'obiezione è trascurabile, ma interessante teoricamente.
"In democrazia, un partito dedica sempre il grosso delle proprie energie a cercare di dimostrare che l'altro partito è inadatto a governare; e in genere tutti e due ci riescono, e hanno ragione."
H. L. Mencken
In questo articolo analizzo l'idea di Mises dell'armonia degli interessi di lungo termine tra tutti gli uomini. Una tale idea è una versione molto sofisticata del classico "ottimismo" liberale (le "armonie economiche" di Bastiat), soppiantato poi dal bellum omnium contra omnes della politica democratica ("the clash of group interests"), nel XX secolo.
L'idea di base del liberalismo, infatti, a voler essere concisi, è che, finchè un individuo non cerca di ammazzarmi e derubarmi (aggressione contro i miei diritti), ci sono validi motivi per ritenere che la sua collaborazione sia preziosa e potenzialmente utile per i miei fini (divisione del lavoro e commercio).
L'intuizione deriva dalla Legge di Ricardo: è sempre possibile dividere il lavoro tra più persone in modo da aumentare la ricchezza pro capite, aumentando la produttività*. In poche parole, la forza-lavoro, l'intelligenza, la capacità di specializzarsi e di cooperare alla divisione (internazionale) del lavoro di ogni persona vale (per gli altri) più delle risorse che questa nuova persona consuma per la sua stessa esistenza.
Si può che questa idea sia realistica sotto determinate ipotesi.
1. Siccome il valore è soggettivo, gli uomini devono avere fini compatibili tra loro. Se Ricardo dimostra che la produzione materiale cresce con la cooperazione, abbiamo che un mondo di "materialisti" potrebbe essere un mondo pacifico, perchè in questo caso vale la Legge di Ricardo. Se immaginassimo un mondo in cui gli uomini hanno come fine quello di comandare sugli altri, non ci sarebbe alcuna possibilità di cooperazione pacifica.
2. La divisione del lavoro, l'accumulazione di capitale, la specializzazione richiedono tempo. D'altra parte, i benefici del furto, dello stupro, della truffa sono spesso immediati. Le persone hanno preferenze temporali: preferiscono sempre l'uovo oggi all'uovo domani: se questa preferenza è molto forte, allora il fatto che la violenza dia piccoli benefici oggi ma impedisca grandi benefici domani non è sufficiente ad impedire alle persone di aggredirsi l'un l'altro. Quindi abbiamo una seconda condizione: che la maggior parte degli uomini abbia una visione sufficientemente lungimirante dei loro fini.
In un mondo di persone onniscienti, queste due condizioni sarebbero sufficienti. Infatti ogni principio normativo, ogni istituzione e ogni legge verrebbero analizzate e giudicate. Se i fini tra gli individui fossero compatibili, le istituzioni migliori verrebbero automaticamente selezionate, e praticamente all'unanimità.
Ci si può chiedere se esista questa compatibilità dei fini, ma l'esistenza stessa delle relazioni sociali mostra, evoluzionisticamente, che la cooperazione è un'arma vincente. Nessuno potrebbe pensare di vivere come vive oggi senza la cooperazione di milioni di persone attraverso il mercato. Il concetto stesso di "etica" non si sarebbe mai sviluppato se il rispetto dell'altro non fosse stato vantaggioso per lo sviluppo dell'umanità.
Purtroppo, l'ipotesi di onniscienza è molto lontana dalla realtà. Questo è particolarmente vero quando si considera che la comprensione dei benefici della divisione del lavoro richiede la comprensione di una teoria estremamente complessa, quella economica, e i propugnatori di una tale idea si troveranno sempre in svantaggio, da questo punto di vista, rispetto ai demagoghi. D'altro canto, la complessità della realtà permette ai demagoghi di non essere confutati, e quindi conferisce loro un ulteriore vantaggio.
In poche parole, le istituzioni non sono valutabili, e più la civiltà (divisione del lavoro) avanza, più la complessità diventa tale da rendere impossibile una profonda comprensione delle dinamiche sociali. Ciò vale per l'economista, figuriamoci per il cosiddetto "bifolco". Veniamo quindi ad una terza condizione.
3. I benefici del rispetto e della cooperazione devono essere riconosciuti nei valori, nelle idee e negli ideali degli individui che compongono la società. Queste idee devono sopravvivere agli attacchi delle autorità che vogliono accumulare potere, dei demagoghi che vogliono insediarsi nelle istituzioni, e degli intellettuali che si vendono alle autorità costituite per avere poltrone e gloria.
Le prime due condizioni ci dicono che una società liberale è possibile. La terza è però necessaria in pratica. Ed è proprio la terza condizione che ci permette di stabilire che solo un'accettazione di massa delle idee liberali può veramente fare la differenza: come si è detto in passato riguardo la secessione, i "piccoli numeri" non consentono grossi benefici nella divisione del lavoro, e quindi rendono inutile il liberalismo. Un po' come il comunismo nella mitologia marxista, i benefici della cooperazione sono massimi quando la cooperazione avviene su scala globale.
Il tallone d'Achille del liberalismo è che i suoi benefici richiedono una scala globale, e quindi richiedono un trionfo globale per essere riconosciuti. Il piccolo paese può beneficiare degli scambi (e infatti in genere sono più aperti), ma rimarrà sempre sotto la minaccia dei protezionismi altrui.
Mancano ancora due condizioni.
4. Non solo la valutazione "sistemica" delle istituzioni è un qualcosa di epistemicamente impossibile. Ma se a questo problema epistemico si aggiunge una fitta rete di esternalità positive e negative, come avviene in politica, avremo che alcuni gruppi si avvantaggeranno a spese di altri. Questi gruppi tenderanno ad essere quelli più facilmente organizzabili a livello politico (grandi imprese, grande finanza, grandi sindacati, burocrati...), e tenderanno a difendere lo status quo. Gli altri possono non essere in grado di valutare i danni che subiscono, o comunque possono non essere in grado di organizzarsi per evitarlo, per quanto detto precedentemente. E' quello che succede nelle istituzioni politiche attuali, dove un piccolo gruppo di privilegiati riesce a controllare oltre metà della ricchezza di una nazione, nonostante l'inflazione, la disoccupazione, i danni alla crescita, l'instabilità economica e la conflittualità che causano.
5. Ovviamente, queste idee devono essere sufficientemente accettate e devono dar luogo ad istituzioni sufficientemente stabili da potersi difendere dalla minoranza residua di non-cooperanti. Questo implica la condizione che, seguendo la definizione di Carlo Maria Cipolla, ci siano pochi stupidi: persone che danneggiano gli altri tanto quanto danneggiano loro stesse.
Volendo riassumere, la cooperazione sociale è utile a (quasi) tutti, ma è impossibile dimostrarlo in maniera definitiva. Siccome viviamo in un mondo dove non possiamo valutare vantaggi e svantaggi delle istituzioni, le concezioni "ingegneristiche", teleocratiche e scientiste non possono aver senso. Ma, se la gente ci crede, non è possibile dimostrare la loro assurdità. La politica è costruita apposta per non essere valutabile, in modo da sopravvivere a tutti i problemi che crea: tasse e regolamentazioni dividono onori ed oneri tra gruppi di individui in modo inestricabile, e decisioni centralizzate, prese esternamente al mercato, sono impossibili da valutare razionalmente, soprattutto se effettuate su vasta scala. Inoltre, nessun individuo può uscire singolarmente dal gioco e riprendere ciò che è suo, quindi si è costretti a far finta di cooperare ad un gioco di cui pochi hanno bisogno e in cui pochi vincono.
Hayek criticò Mises per il suo "eccesso di razionalismo", in quanto Mises non esplicitava le ultime tre condizioni considerate. Ciò non toglie che Hayek avesse ragione quando dice che, alla fine, Mises aveva ragione su tutto.
* Questo principio ha un'eccezione: se costringiamo 10.000 persone a vivere dentro un campo di calcio, difficilmente si avrà una pacifica divisione del lavoro, perchè la scarsità di risorse (Legge di Malthus), in questo ambito, è un fattore decisamente più importante della Legge di Ricardo. Ci sarebbe quindi da chiedersi se il mondo è sovrappopolato o meno: un tale giudizio dipende da molteplici fattori (dotazione di capitale, conoscenze tecnologiche) e il concetto di "sovrappopolazione" è, quindi, estremamente elastico. Pochi secoli fa, quando in Inghilterra c'erano 5 milioni di persone, si pensava che ve n'erano troppi. Poi è venuta la Rivoluzione Industriale a salvarli. Oggi ce ne sono 50 milioni e ognuno di loro vive cento volte meglio di 200 anni fa... si può estendere il ragionamento qui fatto asserendo che è "buona" (cioè compatibile con la cooperazione interindividuale) una struttura politica che massimizzi la popolazione ottima, allontanando lo spettro malthusiano...
Yahoo News è un pozzo di notizie interessanti:
"Disposto il sequestro di un'installazione in cui viene diffuso l'inno di Mameli con gli effetti acustici dello sciacquone di un water . L'opera e' esposta la Museion. Le due autrici sono indagate con l'ipotesi di vilipendio. L'inchiesta della Procura di Bolzano era stata aperta dopo un'esposto di Alleanza Nazionale che accusava l'opera di scempio. La direzione del museo si e' limitata a' prendere atto' della decisione, sottolineando che 'nelle democrazie l'arte e' libera'."
Uno scrittore russo diceva "Ognuno scrive come vuole. O come può". L'arte contemporanea è così patetica che merita il sarcasmo del Sergente Maggiore Hartman: "Sei così brutto che sembri un capolavoro di arte moderna!"... ma lo stato non dovrebbe usare la coercizione nè spendere i soldi del contribuente per sequestrare un ridicolo stereo-vespasiano.
P.S. "Un'esposto" non l'ho scritto io.
Da Yahoo News, una notizia curiosa.
"Si e' impossessato di un telefonino e poi ha preteso lo scontrino dal negoziante: 'Cosi' pagate anche voi le tasse', avrebbe detto fuggendo. Il fatto e' accaduto in un negozio di Torino . Il rapinatore ha prima tentato di acquistare il telefono con una banconota falsa, ma scoperto dal negoziante, ha estratto un coltello: 'Il telefonino me lo tengo - ha detto - e adesso mi dai il resto e mi fai anche lo scontrino'."
Commento.
1. Il commerciante è stato rapinato tre volte: ha perso il cellulare, ha preso una banconota falsa, e ora deve pure pagare le tasse!
2. Chi si crede di essere il rapinatore? Solo la Banca Centrale ha il diritto di usare carta creata dal nulla come moneta! Mica il diritto di truffare la gente ce lo possono avere tutti!
3. Il ladro è un elettore di Prodi. 
Nell'ormai vasta biblioteca dell' Istituto Bruno Leoni, con le collane "Diritto, Mercato, Libertà" e "Policy", si è ora aggiunta la ristampa di un saggio dell'economista Sergio Ricossa, scritto nel 1986, dal titolo "La fine dell'economia: saggio sull'imperfezione", disponibile alla Libreria del Ponte, online.
Il libro è allo stesso tempo semplice e profondo, erudito* e brillante. Il tema di base, come dice il titolo, è la contrapposizione tra perfettismo e imperfettismo. Il perfettismo, con i suoi sogni di rivoluzione della natura umana, di palingenesi sociale, di fine dell regno dei bisogno, di fine della storia, viene contrapposto all'imperfettismo, che all'equilibrio preferisce l'azione, che sa che la scarsità è ineliminabile, che all'umanità contrappone l'uomo, con tutte le sue specifiche caratteristiche individuali.
Chi ha paura del liberalismo "imperfettista" (Ricossa mantiene per Keynes il nomignolo di "liberale", anche se con l'aggiunta critica dell'aggettivo "perfettista")? L'"aristocratico" che vuole, e può, essere libero dal lavoro, visto che può avere servi, schiavi e privilegi, sarà naturalmente portato a disprezzare il borghese; il marxista, con tutti i suoi abusi della ragione, che vanno dallo storicismo, alla ricerca pratica della società perfetta, ai sogni di fine della storia; ma anche il liberale che crede di poter difendere la libertà fingendo che questa realizzi equilibri generali walrasiani Pareto-efficienti, e che non sia invece un metodo attraverso cui gli uomini cercano di costruire cose che non sono sufficientemente onniscienti da riuscire esplicitamente a progettare, garantendo all'uomo la possibilità di vivere in una società più complessa, ricca ed efficiente di quanto un ingegnere sociale benevolo riuscirebbe anche solo ad immaginare.
Il libro contiene moltissimi spunti di Economia Austriaca, criticando l'abuso del concetto di equilibrio, e l'uso dei metodi matematici, anche se con l'aggiunta di diversi spunti schumpeteriani (l'imprenditorialità come deviazione dall'equilibrio, l'interesse visto esclusivamente come premio per il rischio, e non come premio per le preferenze temporali**).
La bibliografia è ricca, e non contiene i riferimenti a tutte le opere citate nel testo, che sono molte, e appartenenti ad un'infinità di tradizioni culturali. Per tutto il corso del libro si passa dalla filosofia alla teologia, dalla teoria economica alla teoria politica, difendendo l'imperfettismo di Hayek, Popper, Stigler e Einaudi contro il perfettismo di Platone, Marx e Keynes. E' pressochè impossibile per me analizzare tutti gli spunti e i riferimenti del testo, che, nonostante ciò, è estremamente leggibile, godibile e scorrevole.
Duecento pagine di assoluto buonsenso, contro il costruttivismo, l'utopismo, il perfettismo che caratterizzano gran parte, purtroppo, del pensiero occidentale, e che influenzano, negativamente, il nostro assetto istituzionale.
* Ma si può dire di una cosa che è erudita? Ma che razza di figura retorica è?
** L'interesse continuerebbe ad essere positivo anche se il futuro fosse certo, perchè nessuno si priverebbe dell'uso per un anno di 100$, in cambio della stessa quantità alla fine del periodo, indipendentemente dal rischio di non riceverli, a meno che non agiscano altri fattori, come il voler fare beneficenza al debitore.
Vi è stato mai detto che la libertà non vale nulla se non si ha il pane, con ovvio corollario che bisogna assoggettare le persone per fornir loro ciò che le autorità reputano necessario per la loro sopravvivenza?
Questo ragionamento non solo contraddice duecento anni di dinamiche salariali crescenti, che hanno portato popolazioni di miserabili a crescere di dieci volte in numero e ottenere un tenore di vita pro capite assurdamente elevato. Questo ragionamento è anche moralmente miserabile.
In ogni caso, ho trovato una formulazione del ragionamento, risalente al 1899, da parte dei socialisti, in termini impeccabilmente orripilanti sul piano etico, oltrechè insensati su quello storico:
"Lo schiavo poteva guardare l'avvenire senza temere... Il salariato invece vive alla giornata... E' libero di morire di fame."
Il grido del popolo, 25 Novembre 1899
Tratto da: "La fine dell'economia", di Sergio Ricossa, Facco / Rubbettino Editori
P.S. Il libro di Ricossa, appena pubblicato dall' Istituto Bruno Leoni, è veramente bello. Penso proprio che lo recensirò presto. Peccato che è troppo erudito per essere recensito da me... più che una recensione sarà una pubblicità.