sabato, 30 settembre 2006

Can't you see it in my eyes... This might be our last goodbye... cantavano gli Europe... comunque non c'entra nulla, volevo parlare di una cosa che io chiamavo carry trade e che, come tutti i concetti della finanza, non ho capito se ho capito bene... scusate quindi il gioco di parole...

Falkenberg dice che gli USA investono poco in paesi con elevati interessi e si indebitano molto ai propri bassi tassi di interesse.

Il risultato finale è un enorme deficit finanziario, un enorme indebitamento, ma una bilancia di pagamento degli interessi tutto sommato in pareggio. So far...

Durerà?

Carrie, Carrie, things they change my friend
Carrie, Carrie, maybe we'll meet again

P.S. Adesso che ho letto il testo di Carrie, lo dedico a C.

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categoria:economia
sabato, 30 settembre 2006

Oggi parliamo di matematica. Siccome si tratta di roba che potrebbe uccidere un cavallo adulto, dividerò il ragionamento in quanti. Dopo diverse pillole di ragionamenti matematici, spero sarete mitridatisticamente assuefatti a sufficienza da leggere le conclusioni.

I successivi capitoletti tratteranno:

1. La distribuzione di Pareto della distribuzione dei redditi
2. Funzione di sopravvivenza e densità di probabilità della distribuzione di Pareto
3. Reddito medio e massimo livello di redistribuzione teorico
4. Percentuale di vincitori e vittime del gioco della redistribuzione
5. Intervallo di redditi e frazione del reddito lordo
6. E' vero che l'80% della popolazione ha solo il 20% delle risorse?
7. Meno matematica, più realtà!
8. Conclusioni: l'assurdità delle politiche redistributive

Avvertenze: E' matematica, può avere effetti collaterali, leggere il foglietto illustrativo, in caso di necessità consultare il medico.

1. La distribuzione di Pareto

La legge di Pareto fu scoperta dall'economista e sociologo italiano Vilfredo Pareto alla fine dell'Ottocento. Ho trovato riferimenti a questa legge sia nel libro di Maldelbrot sulle applicazioni finanziarie dei frattali, sia su Wikipedia.

Una distribuzione Paretiana dipende da due parametri: il reddito minimo Rm e il coefficiente di potenza K. La legge di Pareto asserisce che:

La percentuale di persone con reddito superiore a X, con X maggiore o uguale a Rm, è pari a (Rm/X)^K.

Questa legge è molto facile da capire. Supponiamo che Rm = 10,000€ e K = 2. In questo caso, la percentuale di persone con reddito superiore a X = 20,000€ è pari a (Rm/X)^K = (10,000/20,000)^2 = 25%. Più X aumenta, più la percentuale di persone con reddito superiore a X diminuisce. Così, mentre un quarto della popolazione guadagna più di 20,000€, con i dati precedenti, solo una persona su cento guadagna più di 100,000€. Se il coefficiente K aumenta, la probabilità scende molto più rapidamente: se K = 3, ad esempio, la probabilità di trovare persone con reddito superiore a 20,000€ non è più il 25%, ma il 12.5% (1/8). Più K è alto, più i ricchi sono pochi. Un'altra proprietà notevole della distribuzione è che, per X = Rm, la probabilità diventa 1 (cioè il 100%): ciò indica che tutti hanno un reddito superiore a Rm, che per questo si chiama reddito minimo.

Pare che questa distribuzione descriva molto bene la distribuzione dei redditi (credo anche quella dei patrimoni), ma il coefficiente K non è stabile: Pareto diceva che valeva 1.5, Mandelbrot preferiva 2, io supporrò che valga 1.5, 2, 2.5 oppure 3.

2. Distribuzioni cumulative e densità di probabilità

Chiameremo S(X) la percentuale di persone con reddito superiore a X, dati K e Rm. Quindi S(X) = (Rm/X)^K. Questa è una funzione di sopravvivenza. La cosa non ha nulla a che fare con le condizioni di vita, i redditi minimi e la povertà... "funzione di sopravvivenza" è la probabilità che una variabile aleatoria sia compresa tra un certo valore (X) e infinito. S(X) è la probabilità che il reddito sia compreso tra X e più infinito.

Una funzione di sopravvivenza è compresa tra 0 e 1, proprio perchè è una probabilità ("1" significa "100%").

Con S(X) si possono fare tanti bei giochini:

- qual è la probabilità che il reddito sia compreso tra X e infinito? S(X)
- qual è la probabilità che sia inferiore a X? 1 - S(X)
- qual è la probabilità che sia compreso tra X e Y (Y > X)? S(X) - S(Y)

Supponiamo ora che Y sia poco superiore a X, e che la differenza tra Y e X sia d. La probabilità che il reddito sia compreso tra X e X+d è S(X) - S(X+d). Con uno sviluppo al prim'ordine di Taylor, si ottiene che tale probabilità è pari a f(X)d, dove f(X) è la derivata di S(X). f(X) è la funzione di densità di probabilità del reddito. E' facile ottenere che f(X) = K·Rm^K / X^(K+1).

La f(x) consente di trasformare molti problemi di probabilità in integrali definiti, ed è molto comoda.

3. Reddito medio

Avendo la densità di probabilità della distribuzione del reddito, possiamo calcolare il reddito medio della società, che chiameremo AI. La media di una distribuzione è infatti l'integrale, definito su tutto il dominio della variabile, di x·f(x). Chiameremo int(f,a,b) l'integrale definito tra a e b della funzione f(·). Nel nostro caso, il dominio è l'intervallo compreso tra Rm e infinito (inf).

AI = int(x·f(x), Rm, inf) = int(K·Rm^K/x^(k+1)·x, Rm, inf) = K·Rm/(K-1)

Per K>1 (come nel nostro caso), il reddito medio è sicuramente positivo.

Otteniamo la prima tabellina:

K        AI/Rm
1.5     3
2        2
2.5     1.67
3        1.5

Questa tabellina afferma che, se K = 2, il rapporto tra reddito medio e reddito minimo è pari a 2. In poche parole, per K = 2, la redistribuzione al massimo può raddoppiare il reddito della frazione più povera della società. Una tale redistribuzione totale (in cui il reddito complessivo viene diviso in parti uguali tra tutti gli abitanti) avvantaggerebbe alcuni (quelli che guadagnano meno di AI) a danno di altri (che guadagnano di più).

4. Vincitori e vinti

Si potrebbe pensare che i ricchi da spennare rappresentino una percentuale piccolissima della popolazione totale. Con questo non voglio giustificare quella particolare forma di autoritarismo che si chiama democrazia, ma è indubbio che, se la redistribuzione gravasse solo sui Bill Gates, molti non troverebbero nulla da ridire.

Ma qual è la probabilità di guadnare meno di AI (cioè Rm·K/(K-1))? E' pari a 1-F(AI)! Questa è la percentuale di vincitori del processo redistributivo. Chiameremo W la percentuale di vincitori e L la percentuale di perdenti (che sono F(AI) = 1/AI^K).

K      W      F
1.5   81     19
2      75      25
2.5   72      28
3      70      30

Vediamo che la percentuale di vittime del processo è in realtà paragonabile alla percentuale di votanti del maggior partito italiano (FI o Ulivo che sia). Altro che piccola minoranza.

Ma qual è il reddito del più povero delle vittime? 3, 2, 1.67 o 1.5 volte il reddito del più povero (l'abbiamo calcolato prima!). Per Rm = 10,000, significa che chiunque guadagni 30,000, 20,000, 17,000 o 15,000 euro è una potenziale vittima sacrificale sull'altare dell'egalitarismo.

Aumentare di qualche punto percentuale le aliquote di chi guadanga più di 70,000€ avrà un effetto tracurabile sulle casse dello stato, anche in questa situazione assolutamente statica.

5. Intervallo di redditi e frazione del reddito lordo

Vogliamo ora chiederci, dato un certo livello di reddito Rf > Rm, qual è la percentuale della ricchezza totale (AI!) posseduta da chi guadagna un reddito compreso tra Rm a Rf.

La ricchezza posseduta da chi guadagna tra Rm e Rf è: int(f(x),Rm,Rf) = f·AI. f è la frazione di reddito appartenente alle persone nell'intervallo in questione.

Otteniamo l'equazione: Rf/Rm = 1/(1-f)^(1/(K-1)).

Questo significa che, dati f e K, è possibile calcolare il rapporto tra il reddito Rf e Rm. Si ottiene una tabellina che, se non ho commesso errori, è:

        f    0.1    0.2     0.5     0.8     0.9
K
1.5       1.23  1.56   4        25      100
2          1.11  1.25   2        5         10
2.5       1.07  1.16   1.59  2.92    4.64
3          1.05  1.12   1.41   2.24   3.16

Questa tabellina è un po' complicata da leggere. Definiamo U(K,f) il numeretto che compare alla colonna f e alla riga K. Comunque il significato è semplice. Posto Rm = 10,000€ e K = 2 (seconda riga), si ha che il 10% della ricchezza è posseduta da chi ha reddito compreso tra 10,000€ e 2·10,000€ (U(2,0.1) = 2). Il 20% è posseduto da chi ha tra 10,000€ e 12,500€. Il 90% della ricchezza è posseduto da chi ha reddito compreso tra 10,000€ e 100,000€. I rimanenti (pochi) centomigliaiari hanno solo il 10% della ricchezza totale.

6. E' vero che l'80% della popolazione ha solo il 20% delle risorse?

U(2, 0.2) vale 1.25. Questo significa che chi guadagna tra Rm e 1.25·Rm ha il 20% delle risorse, se K = 2. Ma la probabilità che qualcuno guadagni più di 12,500€ è una frazione pari a F(12,500) della popolazione.

U(K,f)·Rm è il reddito massimo di coloro che hanno una frazione f della ricchezza totale, dato K. F(U(K,f)·Rm) è la percentuale di persone con redditi superiori a U(K,f)·Rm... che è pari a 1/U(K,f)^K, in base all'espressione di F(X).

Posto f=0.2 (cioè, siamo interessati a calcolare il numero dei "ricchi" necessario ad avere il 80% della ricchezza), si ha che la percentuale di ricconi W è:

K      W
1.5   0.51
2      0.64
2.5   0.69
3      0.71

Ops... anche per K = 1.5, un caso improbabile di "iniqua" distribuzione dei redditi... è il 51% della popolazione a detenere l'80% della ricchezza... altro che il 20% tanto caro ai terzomondisti, anche quelli che scrivono su Wikipedia...

7. Meno matematica, più realtà

Vabbè, le distribuzioni sono finzioni matematiche, i coefficienti sono variabili nel tempo, gli aggregati non agiscono causalmente su altri aggregati. Il problema con i precedenti calcoli non è che K vale 1.8 o 2.7; il problema è economico: è assurdo pensare che il reddito complessivo sia indipendente dal livello dei redditi. In realtà, la prima cosa che farei io in un mondo di egalitarismo estremo come quello sopra descritto è smettere di lavorare e dedicare il 100% del mio tempo allo studio dell'opera omnia di Pufendorf (?). Se tutti facessero così, la torta passarebbe da K·Rm/(K-1) a 0. Più realisticamente, la burocrazia sarebbe ricchissima, le lobby pure, il mercato nero si espanderebbe a dismisura.

Il problema è più serio se si considera che, senza un mercato del lavoro, non sarebbe possibile allocare la forza-lavoro tra la i vari stadi di produzione. Anche se la gente volesse lavorare, non saprebbe dove. Come distinguere un lavoro che vale 10·Rm da uno che vale Rm/10?

Come faceva notare l'anno scorso Phastidio, in un commento di qualche mese fa, c'è un altro problema: se buttiamo via le differenze di reddito (o semplicemente le riduciamo), chi produce oggi x non ha motivo di impegnarsi a produrre 2·x il prossimo anno... perchè dovrebbe studiare, imparare un mestiere, accumulare esperienza, risparmiare e investire oculatamente? L'egalitarismo è la ricetta giusta per l'immobilismo sociale.

8. Conclusioni: l'assurdità delle politiche redistributive

Il problema non è solo che le politiche distributive generano corruzione, sono aggressive, distruggono ricchezza, danno potere arbitrario agli sgherri dello stato, eccetera...

Il problema è che queste politiche sono poco efficaci, perchè i ricchi sono troppo pochi.

Alla fine, le politiche redistributive sono le politiche di una parte del ceto medio contro un'altra parte del ceto medio, che si appropria del potere statale per vivere a spese di persone che guadagnano pochi euro di più. In genere, poi, questi soldi vanno ad arricchire Alitalia, Fiat, sindacati, medie aziende agricole... e il motivo è ovvio.

Il potere politico serve per vivere a spese degli altri. Solo una piccola percentuale delle persone possono farlo. La maggioranza delle persone deve semplicemente farsi derubare. Certo, schiavizzarli è inutilmente inefficiente, richiede violenza, e non piace a nessuno. Serve qualcosa di meglio: un'ideologia! Serve il socialismo, la democrazia, la giustizia sociale! Che idea geniale!

E il trucco di far credere ai cittadini che sono loro a governare sè stessi, tra tutte le stupidaggini che hanno inventato gli agiografi di corte, è veramente il più geniale... non posso che provare ammirazione per una tale impressionante costruzione intellettuale.

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categoria:economia, politica interna, liberalismo
venerdì, 29 settembre 2006

Ho appena terminato la lettura di:

  • Costanzo Preve, "Elogio del Comunitarismo"
  • Kevin Carson, "Studies in Mutualist Political Economy"
  • Ronald Coase, "Impresa, mercato, diritto"
  • Michael Porter, "Competitive Analysis"

Sto leggendo:

  • John Hull, "Opzioni, futures e altri derivati"
  • AA.VV, "Bibliotheca, Filosofia del diritto", Cortina Editore

Avevo cominciato a leggere, ma mi sono fermato:

  • Thomas Hobbes, "Leviatano", Libro II
  • James Buchanan e Richard Wagner, "La democrazia in deficit"
  • Joseph Schumpeter, "L'imprenditore e la storia dell'impresa"
  • Roberto Cellini, "Politica Economica"
  • Olivier Blanchard, "Scoprire la Macroeconomia I"

Dovrei cominciare a leggere:

  • John Keynes, "Teoria generale dell'occupazione, dell'interesse e della moneta"
  • AA.VV. "Strategia", Il Sole24Ore Editore
  • John Winkler, "Guida alle tecniche di negoziazione"

Dovrei rileggere (ma quando?):

  • Friedrich von Hayek, "La denazionalizzazione della moneta"
  • John Locke, "Il secondo trattato sul governo"
  • Bruno Leoni, "La libertà e la legge"

P.S. A questo punto una domanda nasce spontanea: sono stato tra i beneficiari della Legge 180?

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venerdì, 29 settembre 2006

Happy birthday to you!
Happy birthday to you!
Happy birthday dear Ludwig!
Happy birthday to you!

 

 

Il Ventinove Settembre del 1881 nasceva Ludwig von Mises. Questo è il motivo per cui questo blog si chiama così.

Ludwig von Mises nacque nell'Impero Austro-Ungarico da famiglia ebrea.

La sua prima importante opera fu "Teoria della Moneta e del Credito", nel 1912. In quest'opera riuscì a far entrare la moneta nell'edificio teorico della teoria soggettiva (marginalista) del valore di Carl Menger e Eugen von Boehm-Bawerk. Il risultato teorico fondamentale è che la moneta ha valore in quanto mezzo di scambio, e il valore attuale dipende dalla memoria che gli individui che la utilizzano hanno del suo valore di scambio passato. In questo modo si può tornare indietro nel tempo fino al momento in cui la moneta non aveva ancora valore di scambio, ma era una merce usata nel baratto. In questo modo la teoria della moneta di Carl Menger (1871) riceveva una formalizzazione logica che riusciva a risolvere il problema del "circolo Austriaco": tutti i valori oggettivi (prezzi) devono la loro esistenza ai valori soggettivi degli individui; solo la moneta non si poteva inquadrare in un tale contesto, perchè il suo valore per l'individuo "soggettivo" dipendeva dal suo valore oggettivo (il suo potere d'acquisto). Mises dimostrò che la spiegazione soggettiva del valore della moneta non era un circolo vizioso, ma un processo sequenziale, logicamente coerente. Nello stesso libro, soprattutto a partire dalla seconda edizione, cominciò ad elaborare, sulla base della teoria del capitale di Boehm-Bawerk, e di alcune intuizioni di Ricardo, la teoria del ciclo economico Austriaca: l'aumento dell'offerta di moneta crea l'illusione di una maggiore disponibilità di risparmi, e quindi un livello insostenibile di investimenti, con conseguente boom economico; finito l'effetto "illusorio" della nuova liquidità, gli investimenti vanno liquidati e si ha recessione.

Nel 1919, con "Il calcolo economico in una nazione socialista", Mises dimostrò che non era possibile per un sistema economico basato sulla pianificazione centralizzata riuscire ad impiegare il sistema dei prezzi per capire come allocare in maniera razionale i beni capitali. In assenza di istituzioni, alternative al calcolo economico, in grado di svolgere la funzione di coordinamento della struttura produttiva, questo implicava che il socialismo era incompatibile con il benessere sociale, ed era possibile solo ad un livello di produzione non-capitalistico, primitivo, inefficiente.

Questa intuizione entrò a far parte del trattato "Socialismo", del 1922, e, insieme ad un saggio sull'Interventismo economico ("Critica dell'interventismo", del 1929), e all'analisi del ciclo economico iniziata con la "Teoria della Moneta e del Credito", cominciò a farsi strada un'intuizione feconda: gran parte delle politiche sono difese per le loro conseguenze; ma un'analisi attenta di queste conseguenze dimostrerebbe la loro scarsa attrattività (il socialismo è impossibile, l'interventismo instabile, il controllo della moneta provoca instabilità finanziaria...). Nei limiti in cui le persone hanno come obiettivo quello di vivere bene, e riconoscono il fatto che la cooperazione è necessaria per ottenere questo obiettivo, esiste una sola forma di convivenza sociale possibile: il libero mercato. Questo è il nocciolo dell'"utilitarismo" misesiano, che non ha molto in comune con l'utilitarismo classico e i suoi epigoni. Infatti potrebbe essere visto anche come una forma di giusnaturalismo: esiste un (solo?) ordine sociale "naturale", cioè compatibile con la convivenza mutuamente vantaggiosa tra gli individui.

Per tutti gli anni '20 fonda un circolo di discussione a Vienna, dove sono presenti i maggiori esponenti della cultura viennese: Hayek, Mongenstern, Machlup, Haberler, Strigl, Voegelin...

Nel 1934, dopo l'avvento in Germania del Nazismo, si trasferisce in Svizzera, essendo ebreo.

Nel 1940, con la Seconda Guerra Mondiale, decide che è meglio fuggire via dall'Europa, e arriva a New York il 2 Agosto. Qui non riuscirà ad entrare mai nell'ambiente accademico, influenzato dalle idee "liberal" del New Deal, ma continuerà ad insegnare fino al 1969, a 88 anni suonati.

Negli USA forma un circolo di liberali e, grazie al suo allievo Murray Rothbard, il padre del pensiero libertario, sopratutto nella sua declinazione Austriaca, che ne rappresenta la ramificazione più importante. Al suo circolo, oltre a Rothbard, partecipano Sennholz, Kirzner, Hazlitt, Reisman, Spadaro... in questo modo la Scuola Austriaca riesce a tenersi in vita negli USA e in Inghilterra (grazie ad Hayek, professore al London School of Economics).

Nel 1944 pubblica "Omnipotent Government", in cui spiega come l'interventismo economico dello stato, le ideologie del conflitto (razzismo, nazionalismo, marxismo), l'imperialismo, i totalitarismi e le guerre mondiali sono fenomeni legati tra loro indissolubilmente. E che tutte le tragedie del XX secolo sono il frutto della crisi politica e culturale del liberalismo.

Nel 1949 esce "Human Action", un trattato di economia in cui rielabora tutta la tradizione del pensiero Austriaco, dalla teoria del valore alla critica dell'interventismo e del socialismo; riassumendo l'intera sua vicenda intellettuale, e riflette sul liberalismo.

Nel 1973 muore, a New York.

Una lista delle opere di Ludwig von Mises sarebbe sterminata. Le sue opere si possono trovare in italiano presso Liberilibri, Rubbettino, Armando, Rusconi (fuori catalogo, temo). In inglese, sono quasi tutte disponibili in PDF al sito del Mises Institute. Altrimenti al Mises Store potete comprare l'opera omnia "The Mises Collection", al prezzo di 335$.

I libri di cui non ho parlato sono molti. I più importanti sono:

"Nazione, stato, economia" del 1919: un'opera giovanile in cui Mises riflette sul nazionalismo e la Prima Guerra Mondiale.

"Liberalismo" del 1927: un breve saggio su cosa il liberalismo veramente è.

"Epistemological problems of economics" del 1933: epistemologia dell'economia, commenti su Max weber."Bureaucracy" del 1944: analisi dell'effetto delle politiche interventiste sulla burocratizzazione della società.

"Theory and History" del 1957: epistemologia, critica del marxismo e dello storicismo.

"The ultimate foundation of economic science" del 1962: saggi sulle fondamenta dell'economia, critica del positivismo.

La lista è necessariamente incompleta, considerando anche i saggi, le pubblicazioni e l'autobiografia...

Mises è stato un grande economista; un grande pensatore politico; un importante funzionario politico all'epoca dell'Impero Austro-Ungarico ("Avevo intenzione di essere un riformatore: riuscii soltanto ad essere lo storico del declino", scrive nell'Autobiografia); un intellettuale perennemente isolato in quanto troppo coerente; un individuo costretto per be due volte ad espatriare per le sue idee e la sua razza. In poche parole, può essere considerato non solo il più grande responsabile della rinascita del pensiero liberale nel XX secolo, ma anche il simbolo stesso delle enormi difficoltà che la libertà ha passato in tutta la sua storia.

P.S. Anche al Mises Institute si festeggia.

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categoria:liberalismo
giovedì, 28 settembre 2006

Su invito di Kaelidan, e dopo numerosi tentativi infruttuosi, mi accingo a parlare di eutanasia. Di recente, un appello di Piergiorgio Welby, presidente dell'Associazione Coscioni e malato di sclerosi, al Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano1, ha riaperto la discussione sull'argomento.

Avvenire, secondo ANSA, tira in ballo l'utilitarismo: "la pietà è una strumentalizzazione ai fini di un mondo più efficiente"2. In realtà il problema è puramente deontico: non ci si sta chiedendo quanto risparmierebbe il Sistema Sanitario Nazionale uccidendo tutti i malati terminali, ma se i malati debbano avere o meno il diritto di scegliere cosa fare della propria vita.

Wikipedia distingue tre tipi di eutanasia:

  1. Eutanasia passiva: rifiutarsi di prendere farmaci
  2. Eutanasia attiva: avvelenare il malato
  3. Suicidio assistito: aituare il malato a suicidarsi se non è in grado di farlo da solo.

Da un punto di vista liberale, l'eutanasia volontaria è un diritto. Infatti l'individuo è l'unico legittimo proprietario della propria vita, e può decidere di terminarla quando vuole. Se ciò non fosse possibile, infatti, si avrebbero due conseguenze aberranti: la prima è che qualcun'altro sarebbe proprietario della vita altrui, avendo il potere di regolamentarne l'utilizzo; la seconda è che la vita non sarebbe più un bene (che la maggior parte delle persone sceglie di conservare perchè è un bene), ma una punizione a cui il leviatano condanna i propri sudditi (che perdono il diritto di liberarsi di una cosa che ritengono un male).

Suicidarsi e rifiutare le cure sono diritti, quindi. Ma è lecito aiutare qualcuno a suicidarsi, o ucciderlo con il suo consenso? Un contratto del genere, magari regolamentato da un testamento biologico, nel caso in cui il malato non fosse in grado di esprimere la propria opinione al momento dell'eutanasia, è da considerarsi valido?

Intuitivamente, sarebbe assurdo punire per omicidio una persona che, rispettando la volontà della "vittima", sarebbe probabilmente considerata da questa un benefattore. La mia risposta è che l'eutanasia è un diritto, ma trovare una persona disposta a metterla in pratica non lo è: ma se si trova, non è reato rispettare la volontà del malato.

Resta infine il problema dell'obbligo giuridico di finanziare le cure (o l'accanimento terapeutico) altrui: questa servitù, implicita nella statalizzazione della servizio sanitario (come in ogni altra forma di intervento politico), crea un problema di esternalità dei costi e di collettivizzazione delle scelte. Anche qui, la risposta è semplice: in un mondo libero nessuno ha per natura3 questo obbligo positivo. In una società libera, chi vuole pagarsi le cure può pagarle o farsele pagare da qualcun'altro. E qualche associazione pro-life disposta a pagare il conto non dovrebbe essere difficile da trovare...

L'eutanasia è un problema deontico, in quanto riguarda il diritto degli individui di scegliere cosa fare della propria vita. La statalizzazione della sanità trasforma un problema individuale in un problema sociale, collettivizzando la decisione e esternalizzandone i costi. Ma questo è un altro problema, appunto.

1 Andato in Ungheria per festeggiare i carriarmati sovietici...

2 Sul sito di Avvenire non si trova nulla a riguardo. Bisogna fidarsi dell'ANSA? Qui c'è comunque uno speciale di Avvenire sull'eutanasia.

3 Se siete allergici al giusnaturalismo, sostituite "per natura" con "in assenza di obblighi contrattuali liberamente scelti".

P.S. Articolo di Avvenire: "Sarebbe strano, come essere divisi in se stessi, ragionare dicendo: per me è giusto così, ma mi sta bene che altri facciano ciò che non è giusto. Sarebbe una grande contraddizione interiore ed una mancanza di identità". Quello che Avvenire chiama mancanza di identità e contraddizione interiore, io lo chiamo libertà e rispetto per gli altri. Potrei accettare una frase del genere soltanto se riferita all'ambito del giuridico: c'è infatti una profonda differenza normativa tra "La carbonara si fa senza cipolla, ma se altri la usano non mi interessa" e "Gli altri esseri umani non devono uccidermi, ma se uccidono qualcun'altro va bene". Ha comunque ragione Avvenire a sottolineare il legame tra questa confusione concettuale e le istituzioni democratiche (sarebbe meglio parlare di mentalità giuspositivista), dove l'ambito del giuridico è limitato soltanto dall'appetito di chi ha potere, e potrebbe benissimo estendersi fino alla cipolla nella carbonara.

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categoria:politica interna, liberalismo, libertarismo
giovedì, 28 settembre 2006

Sto cercando di scrivere un testo sull'eutanasia ma non mi riesce di trovare il tempo e la concentrazione necessari. Quindi oggi scriverò un articolo semplice: chiedo l'eutanasia di Forza Italia. L'idea mi è venuta leggendo un link suggerito da Pierino la Peste, sul blog di Liberty Soldier.

Si tratta di una proposta di legge di un deputato di Forza Nuov.. cioè, volevo dire... Forza Italia, di nome Nan, dal titolo "Disposizioni per la tutela della morale pubblica e per la prevenzione delle molestie e delle aggressioni sessuali". Le seguenti citazioni danno l'idea del contenuto della proposta.

"Le notizie di questi ultimi tempi sono purtroppo sempre piu` ricche di episodi a sfondo sessuale"

In genere sono i politici che ce lo mettono in quel posto. Sicuramente un brutto spettacolo.

"Occorre pertanto cercare di andare a colpire questi comportamenti non soltanto con delle sanzioni piu` gravi, ma limitando e sopprimendo tutto cio` che possa stimolare tali condotte"

Direi di vietare, allora, il Viagra, che trasforma ogni vecchietto di ottant'anni in un potenziale stupratore, e le minigonne, evidente esempio di pornografia semovente. D'altro canto, ritengo doveroso sussidiare o rendere addirittura obbligatoria la masturbazione periodica, visto l'effetto calmante che ha sugli istinti bestiali. Senza contare che, rendendo ciechi, rende più difficoltosa l'aggressione.

"Minorenni e minorati si trovano così involontariamente colpiti nelle loro curiosità da fotografie che stimolano spesso interessi morbosi"

Bello l'abbinamento... e pensate allora di un minorenne minorato... doppio pericolo pubblico.

Commenti:

1. Il legislatore si crede proprietario di tutti gli esercizi commerciali d'Italia. In una società liberale un tale potere non dovrebbe esistere. Si potrebbe dire che la strada è proprietà pubblica ed è giusto che il legislativo ne regolamenti l'utilizzo. Ma basta pensare alle conseguenze totalitarie di un tale controllo per rendersi conto dell'assurdità e della pericolosità dell'argomento. La proprietà pubblica pone un problema: apparentemente ognuno può fare quello che vuole, in pratica ogni risorsa è limitata e quindi il controllo della risorsa è necessario... quindi l'uso della "proprietà pubblica" non è mai neutrale per necessità. In poche parole, la proprietà pubblica non esiste.

2. La relazione tra pornografia e violenza sessuale è del tutto immaginaria. Si potrebbe dire che la pornografia, liberando certi istinti, ha un effetto calmante, e non si otterrebbe un ragionamento meno ridicolo. Le violenze sessuali, in quasi il 50% dei casi, sono commesse dal 2-3% di stranieri che vivono in Italia: il problema è quindi il ruolo della donna nei paesi non occidentali, dove spesso è considerata parte dell'arredamento delle abitazioni. Pensare che il problema sia la libertà dei costumi è pericoloso: il problema è l'inciviltà degli aggressori, non degli aggrediti.

3. Tenere l'informazione (e la sua distribuzione) lontano dalle grinfie dello stato, come condizione necessaria e per la libertà e per la democrazia (e chissene...), è più importante di punire chi guarda tette e culi. Nel caso di internet, il più decentrato dei mezzi di comunicazione, la cosa è particolarmente importante perchè il controllo dello stato non è ancora totale. E, si sa, se lo stato si prende un dito un giorno, il giorno dopo vi trovate senza braccia e senza gambe, come il protagonista di One.

P.S. Democrazia: il dio che ha fallito, versione Libertysoldier.

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categoria:politica interna, liberalismo, casa della libertà
lunedì, 25 settembre 2006

Non ce la faccio a leggerlo tutto, ma sembra interessante. Sono arrivato fino ad una frase che suona più o meno "orfano a 14 anni, lavorò qui e là, risparmiò e diventò un grande imprenditore (una cosa del genere era facile prima delle tasse sul reddito)".

Perfetta la distinzione tra imprenditori economici e imprenditori politici.

Perfetta la distinzione Rothbardiana tra capitalismo di mercato e capitalismo di stato.

Chissà come sono le altre undici pagine...

ACHTUNG BITTE: a grande richiesta, IL LINK!

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lunedì, 25 settembre 2006

Notizia de Il Giornale: i comunisti fanno fallire un accordo tra governo italiano e britannico per introdurre dazi contro la Cina.

Il Giornale, noto quotidiano liberista, si lamenta di questo pesante colpo contro l'industria tessile.

Io, consumatore di prodotti tessili, sono contento di non dover pagare merci contro la mia volontà. Perchè il protezionismo questo è: il passaggio dal diritto del consumatore di scegliere il suo produttore preferito al dovere del servo della gleba di pagare la corvè al feudatario.

P.S.  Mentre sto morendo dalle risate per la visione di Scary Movie 3, cerco di rattristarmi pensando che in Italia ci sono così pochi liberali che dal 28 Ottobre al 2 Novembre non ne avanzerà neanche uno. Vado a Dublino.

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venerdì, 22 settembre 2006

La parte finale del libro "Piccolo è bello, grande è sovvenzionato" contiene due critiche "teoriche" alla globalizzazione.

Prima di tutto, si asserisce che il teorema di Ricardo non può essere usato per giustificare l'apertura al commercio internazionale perchè presuppone che i fattori di produzione (lavoro e capitale) siano immobili, cosa non vera nel mondo contemporaneo.

Infine, asserisce che la razionalità economica è inficiata dalla presenza di esternalità, che riducono l'efficienza del mercato e generano un divario tra produttività e profittività: per via delle esternalità, ciò che viene realizzato in quanto apparentemente profittevole può nascondere costi esterni, e ciò che non viene realizzato in quanto reputato non profittevole può nascondere benefici esterni.

Nei due argomenti c'è molto di vero, ma sono da respingere, come vedremo brevemente.

Benefici del commercio e teorema di Ricardo

Il teorema di Ricardo non si applica solo al commercio tra nazioni, ma vale anche per il commercio tra due individui. Se due persone devono produrre due beni, e ognuno necessità di un certo periodo di tempo per produrli, la specializzazione di ognuno dei due nella produzione della merce dove ha un vantaggio comparato (cioè dove è relativamente più bravo, anche se non in senso assoluto), con conseguente scambio, è vantaggiosa per entrambi.

Eppure non abbiamo bisogno del teorema di Ricardo per asserire che ogni scambio è ritenuto vantaggioso da entrambe le parti in causa: questo è vero sempre, a priori, per qualunque scambio*. Ricardo si è limitato a dimostrare che esistono opportunità di scambio vantaggiose anche nel caso, apparentemente disperato, di due persone con livelli di produttività molto diversi tra loro, tutti a vantaggio di uno dei due.

L'essenza del teorema di Ricardo è che se ci si specializza e si commercia si può sempre creare un surplus di prodotto che rappresenta il vantaggio complessivo della specializzazione. Questo vantaggio esiste anche quando le produttività (e quindi la dotazione di fattori di produzione) non può essere considerata costante, come nel mondo attuale? Questo Ricardo non lo dice. Ma rimane comunque il fatto che, se il commercio avviene, è perchè è ritenuto benefico da chi lo effettua.

Chi crede che il commercio internazionale sia un male dovrebbe spiegare per quale motivo il commercio tra Vaticano e Sicilia non va bene, mentre quello tra EUR e Sicilia sì. O dovrebbe cercare di immaginare come staremmo in Italia senza petrolio, senza gas, senza materie prime... o, se proprio è imperialista... dovrebbe spiegare se è più economico comprare petrolio sul mercato o andarlo a conquistare con i carriarmati.

Esternalità ed efficienza

E' vero che quando si hanno esternalità la produzione è distorta: si produce troppo di ciò di cui non si sostiene il costo, e troppo poco di ciò di cui non si godono i benefici.

Ad esempio, se un treno a vapore incendia un campo arato con le scintille, il treno non vede il costo dell'incendio. Questo tipo di esternalità è il più frequente (non l'unico, come dicono molti Austriaci), e non si tratta di un fallimento del mercato, ma di un fallimento del sistema giudiziario, che è dello stato (purtroppo): si tratta di un fallimento della politica, come al solito.

Sebbene non tutte le esternalità siano di questo tipo (basti pensare alla tragedy of the commons, dove il problema consiste nella cattiva definizione dei diritti, e non nella loro violazione), la totalità delle esternalità descritte nel libro in questione sono di origine politica: se uso un'autostrada il cui prezzo è "politico", do un vantaggio a chi viaggia per lunghe distanze e danneggio la produzione localizzata. Ma qui non si tratterebbe di una maggiore produttività della produzione centralizzata, ma di un'esternalità pagata dalla tassazione, che distorce il sistema di prezzi facendo comparire economie di scala immaginarie. La soluzione è semplice: abolire l'intervento statale.

Non solo lo stato non è in grado di determinare se un'opera pubblica è utile o meno, non solo non ha alcun incentivo ad essere efficiente e servizievole, ma rende anche impossibile il calcolo razionale degli individui, riempiendo il sistema produttivo di esternalità.

E non si pensi che sia un'eccezione: è la regola. La politica è esternalità: è solo facendo pagare il conto ad alcuni che chi governa si avvantaggia. La politica è un'attività parassitaria. La politica è un ristorante dove le portate vanno ad un tavolo e il conto ad un altro...

* A priori in due sensi: siamo sicuri a priori che l'agente ritiene a priori che l'azione scelta è vantaggiosa.

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categoria:economia, politica interna, liberalismo, teoria politica
mercoledì, 20 settembre 2006

Il mutualismo è una forma di libertarismo di "sinistra" che ho cominciato da poco a studiare. Il liberalismo tende a basarsi su una visione della società di tipo "coordinativo" ("nomocratico"). La scienza sociale che studia questi processi coordinativi è stata sempre l'economia. Si ha quindi che la comprensione della teoria economica è un requisito fondamentale per poter comprendere l'ideologia liberale.

Consideriamo questo esempio, tratto dall'introduzione del settimo capitolo del libro "Studies in Mutualist Political Economics" di Kevin Carson. Il capitolo tratta delle relazioni tra stato interventista e imperialismo, e l'analisi è uno strano mix tra l'analisi di Mises in "Omnipotent Government" e le teorie marxiste dello stato come strumento della borghesia (non nascondo che l'abbinamento è del tutto infondato, e i risultati si vedono per tutto il libro...).

La seguente traduzione è mia:

"L'origine della sovra-produzione e la sovra-accumulazione sta nei privilegi legali del capitalismo 'liberista' [...] Hobson  affermò che il problema derivava dalla cattiva distribuzione del potere d'acquisto. Redditi sempre maggiori erano stati concentrati nelle mani della plutocrazia, che era incapace di spenderli per ogni concepibile livello di lusso; il risultato fu 'l'innesco di un processo di risparmio automatico...' Questo ebbe l'effetto di esacerbare il problema dell'eccessiva accumulazione di capitale, espandendo ancora di più le strutture produttive per produrre merci per cui non c'era domanda. 'il potere della produzione aveva superato di gran lunga il tasso di consumo attuale...' L'eccesso di accumulazione e la caduta della domanda, distruggendo il circuito del capitale e creando ciò che Marx chiamava una crisi di realizzazione, portò al peggioramento del ciclo economico. [...] Il sovra-risparmio fu causato quasi per intero dall'eccessivo reddito dei ricchi. [...] Il sovra-risparmio che è la radice economica dell'Imperialismo è ricondotto dall'analisi a rendite, profitti di monopolio e altri redditi non guadagnati o eccessivi, che, non essendo guadagnati dal lavoro di testa o di mano, non hanno alcuna legittima ragion d'essere."

Il ragionamento è completamente errato. Infatti, il processo corretto secondo la teoria economica Austriaca è:

  1. L'arricchimento dei "capitalisti" genera un aumento dei risparmi;
  2. L'aumento dei risparmi riduce il tasso di interesse;
  3. L'aumento dei risparmi è un aumento degli investimenti;
  4. L'aumento degli investimenti aumenta i salari.

In poche parole, questo eccesso di risparmio, lungi dall'avere qualcosa a che fare con l'Imperialismo, produrrebbe un aumento dei redditi da salario e una diminuzione dei redditi da interesse. Un altro nome per questo processo infernale è crescita economica...

Si noti che nel XXI secolo c'è ancora chi cerca di rianimare la teoria del valore-lavoro di Marx...

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categoria:economia, libertarismo