giovedì, 31 agosto 2006

Mi sa che li ho linkati già tre o quattro volte, ma il blog è bello. Inoltre dicono quello che penso, quindi non faccio la fatica di scriverlo di persona!

Ideas Have Consequences dà un'interpretazione Austriaca del Housing Bubble:

1. Negli ultimi 12 mesi il mercato immobiliare USA, cresciuto del 144% negli ultimi 4 anni, non è cresciuto.

2. Il 50% della crescita del PIL USA degli ultimi anni è dovuto a questa bolla; anche il 30% della diminuzione della disoccupazione. Forse anche il risultato elettorale...

3. La bolla immobiliare, come quella precedente del Nasdaq, ha avuto origine dalle politiche monetarie USA, responsabili dei gravi squilibri macroeconomici del paese.

4. Fin quando l'inflazione basterà a tenere in piedi il baraccone? La festa è finita? Durerà qualche altro ciclo economico? Finirà quando la Cina sarà troppo grande per assicurare una bassa inflazione dei prezzi crescendo a ritmi fenomenali? Chi lo sa. Quel che è certo è che è una follia...

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categoria:economia
giovedì, 31 agosto 2006

Il bello della democrazia è che gente come Ahmadinejad, invece di spaventare le gente con i suoi proclami, diventerebbe un personaggio da operetta in qualche partito o corrente di partito. Magari, in un contesto istituzionale diverso, politici che adesso fanno ridere avrebbero potuto dirigere una qualche polizia segreta. Meglio così. Ma rimangono ridicoli. Esempio: Katherine Harris, candidata Repubblicana al Senato. Campionario preso da CoxAndForkum:

1. La separazione di stato e chiesa è una menzogna

2. Dio non vuole un paese retto da leggi non religiose (secolari)

3. Chi non elegge candidati Cristiani, fa legalizzare il peccato

4. Dio è colui che sceglie i nostri governanti

Cerchiamo di riportare un po' di sanità mentale:

1. Lo stato è coercizione. Separare stato e chiesa significa non usare la coercizione per motivi religiosi. Tutto qui.

2. Le leggi sono obblighi e divieti. Per cui vale quanto detto al punto precedente.

3. Il peccato deve essere legale. Ciò che deve essere illegale è l'aggressione, violenta e fraudolenta, contro la vita, la libertà e la proprietà altrui. I vizi non sono crimini, come diceva Lysander Spooner.

4. Siamo ritornati a Robert Filmer, l'ideologo di corte contro cui Locke scrisse il Primo Trattato sul Governo...

P.S. La vignetta sta sull'home-page di Tocque-Ville.

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categoria:liberalismo
giovedì, 31 agosto 2006

D.D. Friedman non è un Austriaco, ma un economista neo-classico (figlio di Milton). Ma i suoi commenti sul deficit commerciale americano sono in linea con quanto si sostiene, nel nostro piccolo, da ormai un anno. La citazione è tratta dal suo libro sulla teoria dei prezzi, che è disponibile da qualche parte in rete. Siccome il libro è vecchio (anni '80), si riferisce ad una situazione molto meno sbilanciata dell'attuale.

"If capital is flowing into the United States because foreigners think America is a safe and prosperous place to invest, then the trade deficit is no more a problem now than it was a hundred and fifty years ago. If capital is flowing into the United States because Americans prefer to live on borrowed money and let their children worry about the bill, then that is a problem; but the trade deficit is the symptom, not the disease."

"Se il capitale* fluisce negli USA perchè gli stranieri ritengono che gli USA siano un posto prospero e sicuro per investirvi, allora il deficit commerciale non è un problema oggi come non lo era 150 anni fa**. Se il capitale sta fluendo negli USA perchè gli Americani preferiscono vivere in bolletta e lasciare che i loro figli paghino il conto, allora è un problema; ma il deficit commerciale è un sintomo, non la malattia."

Non si parla di inflazione, ma al capitolo a cui sto, e in un libro di Microeconomia, è normale. Di per sè, non è detto che una bilancia commerciale in passivo sia un male. Ma può essere un indizio di un qualche squilibrio.

* Affermare che "Il capitale fluisce dentro un paese" è equivalente ad affermare che "la bilancia commerciale di quel paese è in passivo". La bilancia commerciale in deficit è sempre finanziata da debiti, oppure da un flusso di moneta. Nel secondo caso, però, a parte i paesi produttori d'oro durante il gold standard, è difficile immaginare un deficit commerciale continuo.

** Nell'Ottocento, gli USA erano in passivo perchè i risparmi europei fluivano verso gli USA, dove gli investimenti erano molto remunerativi. Questo è un tipo di deficit commerciale "buono", nel senso che non indica la presenza di squilibri.

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categoria:economia
giovedì, 31 agosto 2006

Interessante articolo del Mises Institute di Ninos Malek: "Stereotyping Defended".

L'uso degli stereotipi per giudicare le persone è un comportamento perfettamente normale, assolutamente razionale e potenzialmente efficiente: "Se voi foste l'allenatore di una squadra di calcio e doveste comprare un giocatore, data l'UNICA INFORMAZIONE che un candidato è statunitense e l'altro è brasiliano... chi scegliereste?", chiede l'autore.

Notate: UNICA INFORMAZIONE. I pregiudizi "razionali" (esistono anche quelli irragionevoli) hanno qualcosa a che fare con l'incompletezza dell'informazione che un agente ha a disposizione.

Altro esempio: se avete di fronte a voi una tigre, è meglio scappare subito, o evitare gli stereotipi tipici sulle tigri, e farsi avanti per cercare di capire se è veramente cattiva oppure no? Un po' di informazione in più può costarvi la vita.

Un esempio è molto interessante: "Dopo l'Undici Settembre, gli agenti della Amministrazione per la Sicurezza dei Trasporti negli aeroporti, per dimostrare la loro imparzialità, perquisivano vecchie e bambini per essere sicuri che non portavano oggetti pericolosi che potevano essere usati per attacchi terroristici".

La domanda di Malek è imbarazzante: "Mi ha fatto sentire più sicuro sapere che la politica e non la sicurezza era la principale preoccupazione degli agenti?".

Un altro esempio importante riguarda il mercato del lavoro europeo: se non  si può licenziare è preferibile evitare di assumere coloro che possono rivelarsi degli scansafatiche. Ed è indubbio che molti stranieri sono vittime degli Statuti dei Lavoratori.*

La libertà è essenzialmente libertà di discriminare.

* Se questi stereotipi fossero errati, ovviamente, il datore di lavoro subirebbe una perdita. Ma, evidentemente, spesso sono giusti.

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mercoledì, 30 agosto 2006

Interessantissimo articolo di un economista svedese di scuola Austriaca (Stefan Karlsson) sul mito svedese. L'articolo ripercorre la storia economica della Svezia sin dall'Ottocento.

Prima del 1850 circa, la Svezia era un paese povero. Negli anni '60 dell'Ottocento, però, vi furono diverse riforme di libero mercato e la Svezia entrò nella Rivoluzione Industriale. Inoltre, dal 1809 la Svezia non è stata invischiata in guerre, cosa che ha consentito al paese di evitare distruzione di uomini e mezzi su scala enorme negli ultimi 200 anni. Dal 1870 al 1950 il reddito pro-capite svedese crebbe a ritmi impressionanti, e la Svezia divenne un paese con reddito pro capite elevatissimo.

Negli anni '30 del XX secolo, però, il governo svedese imitò le politiche sociali interventiste dei vari Roosevelt, Mussolini, Hitler... i socialdemocratici volevano trasformare la Svezia in una "folkhem", un termine di origine fascista che significa "casa del popolo". Negli stessi anni, la Svezia iniziò un programma eugenetico che non sembra avesse molto da invidiare al suo omologo nazista.

Dagli anni '50 alla metà degli anni '70 le politiche si fecero via via più invasive, e la spesa pubblica superò il 50% del PIL nel 1975. Negli anni '70 si aggiunsero anche molte regolamentazioni anti-mercato (cioè, anti-libertà), e ulteriori tasse. Le ovvie nefaste conseguenze di tali politiche costrinsero il governo ad impiegare politiche di svalutazione monetaria, che causarono però elevati livelli di inflazione dei prezzi.

Il centrodestra riuscì alla fine addirittura a vincere le elezioni. Ma siccome era una maggioranza statalista e rissosa, persero subito dopo (ogni riferimento alla Casa della Libertà è ovviamente causale...).

Di svalutazione in svalutazione, l'inflazione continuò a crescere. La deregolamentazione del settore finanziario, necessaria ad aumentare l'efficienza in questo fondamentale mercato, amplificò l'effetto nefasto delle politiche inflazionistiche, accelerando ulteriormente l'inflazione, la svalutazione e le bolle speculative (immobili e mercati finanziari).

Per affrontare il problema, nel 1985 si eliminarono le politiche di controllo dei cambi, e le tasse cominciarono a diminuire. Siccome il boom generato dall'inflazione è un processo instabile che genera inevitabilmente depressioni, la Svezia entrò in recessione negli anni '90. A questo punto, le precarie condizioni del bilancio e della politica monetaria posero le condizioni per una forte instabilità nei cambi.

Minori tasse, minori controlli sui cambi, banche deregolamentate, privatizzazioni e deregolamnetazioni nei settori della vendita a dettaglio, delle telecomunicazioni e dei voli e la riduzione della spesa pubblica aiutarono l'economia a riprendersi.

Un aspetto molto interessante dell'articolo è quello relativo alla disoccupazione.

A proposito di come lo stato distrugge le famiglie, traduco letteralmente: "Inoltre, le casalinghe sono molto rare in Svezia. A causa degli incentivi creati dal sistema svedese di assistenza sociale, di ispirazione femminista, le madri in genere lasciano i loro bambini ai centri di assistenza giornaliera del governo. Anche se si crede che le madri che si curano dei propri bambini sono vittime dell'oppressione patriarcale, non si può negare che la cura dei bambini richiede molta fatica, e solo coloro che si occupano della cura dei bambini altrui sono considerati occupati. Spostando la cura dei bambini dalle famiglie al settore pubblico, il governo esagera ulteriormente il tasso di occupazione".

La disoccupazione ufficiale è del 5-5.5%. Questo dato non include molti che sono pagati per NON lavorare. Inoltre, molte persone che hanno avuto per lunghi periodi benefici di malattia non sono considerate disoccupate, anche se non lavorano. Basta questo per far aumentare all'8% la disoccupazione stimata. Se si sommano anche i prepensionamenti e altre forme di assistenza, come i lavori "socialmente (in)utili" pare si sfori il 25% (del resto, ci sono 540,000 prepensionati, contro circa 300,000 disoccupati ufficiali).

Inutile far notare che la disoccupazione tra gli stranieri, in linea con la solidarietà implicita nello "stato sociale", è superiore al 50%.

La situazione economica è migliorata negli ultimi anni, anche a causa di un cambiamento di politica economica: l'inflation targeting (una politica avvocata dai cosiddetti NUKE, new-keynesians).

Sfortunatamente, la deregolamentazione ha avvantaggiato così tanto i consumatori, riducendo i prezzi, che l'inflazione si è abbassata a livelli che fanno preoccupare i banchieri centrali. Per targetare l'inflazione, la massa monetaria cresce a ritmi superiori alla media europea (Maggio 2006: +11.5% di non so cosa, probabilmente M3). Stranamente, il boom economico inflazionistico avvantaggerà l'attuale governo, perchè si avvicinano le elezioni. Prima o poi, però, questa inflazione avrà effetti ciclici.

Penso si possa riassumere la situazione, citando di nuovo l'articolo: "L'intera storia dei successi del modello economico svedese è una frode".

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categoria:economia, liberalismo, giustizia sociale
mercoledì, 30 agosto 2006

Secondo le teorie anarco-capitaliste, la Difesa (cioè relativi alla difesa dei diritti di proprietà dalle aggressioni da parte di organizzazioni criminali e organizzazioni politiche, sempre che la distinzione abbia significato) può essere considerata un servizio erogabile sul mercato, e una possibile forma che può assumere questo mercato è quella di assicurazione.

Un proprietario vuole difendere la sua proprietà da aggressori esterni. Per fare ciò, spende una parte della sua ricchezza in allarmi, fucili e corsi di karate. Per motivi di efficienza (la solita divisione del lavoro), però, è probabile che preferisca pagare un'azienda specializzata nella fornitura di servizi difensivi. In questo modo, invece di pagare l'istruttore di Karate, può pagare dei vigilantes (cioè, dei poliziotti).*

Un ulteriore possibile sviluppo è la forma contrattuale assicurativa: il proprietario, infatti, può firmare con una società di assicurazioni un contratto in cui la società si impegna, in cambio di un premio assicurativo, a difendere la proprietà in questione, oppure a risarcire il cliente per la perdita.

Il premio misurerà la quantità di protezione che il proprietario sarà disposto a pagare. E con quel premio, l'assicurazione sarà in grado di rendersi conto dell'effettiva vantaggiosità di:

  1. Investire in prevenzione,
  2. Difendere la proprietà,
  3. Pagare il risarcimento.

Uno dei vantaggi di una tale soluzione è che, grazie al mercato dei servizi difensivi, si potrebbe ottenere un livello "efficiente" ed economicamente razionale di difesa dalle aggressioni. Ci si potrebbe chiedere, infatti, fino a che punto un cittadino della City possa essere interessato a finanziare la liberazione delle isole Falkland. La risposta a questa domanda, in linea con la tipica irrazionalità della politica, è che, finchè lo stato interviene, è impossibile stabilire costi e benefici e prendere decisioni.**

Di vantaggi in termini di efficienza ed efficacia, rispetto delle preferenze individuali, ed equilibrio dei poteri (non essendoci un monopolio della forza), sotto l'ipotesi che un tale equilibrio possa venire ad esistere e mantenersi, potrebbero essercene.***

Di fatto, se le assicurazioni non vogliono pagare troppi risarcimenti, devono non assicurare i clienti pericolosi. D'altra parte, se il sistema funziona, è verosimile che queste assicurazioni sarebbero potenti. Quindi avremmo un possibile equilibrio in cui i criminali (o gli abitanti delle zone poco difendibili strategicamente) non hanno assicurazione, e le persone oneste (e abitanti in regioni facilmente difendibili) sono protetti da tante organizzazioni di Difesa esternamente simili ad uno stato, ma senza monopolio legale, in concorrenza tra loro, in un mercato aperto e in cui la partecipazione non è obbligatoria (queste caratteristiche le differenziano da uno stato).

Se le grandi dimensioni delle assicurazioni non trasformassero il tutto in uno stato vero e proprio, e se la difesa si rivelasse un servizio erogabile sul mercato, allora vorrebbe dire che lo stato non è necessario. Dubito che si possa dare una risposta a questa domanda dal punto di vista teorico.

Le assicurazioni, come aziende, esistono già, si occupano di moltissime cose, e agiscono su scala globale. E' possibile applicare una logica attuariale alla difesa?

La prima condizione è che le assicurazioni si comportino come tali, e non come stati (o mafie, che dir si voglia): se i premi sono premi, e non racket, e se i risarcimenti sono pagati seriamente, allora il precedente discorso è valido.

Nel momento in cui si effettua l'outsourcing dell'uso della forza, però, si crea il problema degli equilibri di potere. Mentre è difficile pensare che un mondo di cowboy armati di Winchester possa dar luogo a squilibri tali da generare tendenze centripete e autoritarie, la stessa cosa non è pensabile con le assicurazioni, date le loro dimensioni.

E' pur vero che le assicurazioni si contendono i clienti, e che questi sono liberi di non patrocinare una certa assicurazione. Questo aiuta, soprattutto se l'assicurazione opera su scala globale. Infatti, o l'assicurazione conquista tutto il mondo (cosa fattualmente impossibile), oppure aggredisce alcune persone (abitanti in una regione). Ma nel secondo caso, l'unico realistico, deve fare in modo che i clienti nel resto del mondo non vadano a finanziare altre assicurazioni, più affidabili (e che non devono pagare le spese militari di aggressione).

Questo sistema può essere lungimirante, sicuramente più della politica internazionale attuale (non ci vuole molto, del resto): infatti ogni forma di riarmo, prevenzione e suasion (dissuasion/persuasion) verrebbero ad essere viste dai mercati (cioè dai consumatori) come forme di investimento, e valutate in base alla loro utilità per i clienti.

D'altra parte, la necessità di queste grosse organizzazioni specialistiche deriva dagli stessi motivi per cui esistono, in parallelo a semplici forze di polizia o milizie locali, anche eserciti specialisti: la maggiore efficienza della divisione del lavoro e le economie di scala. E' quindi ipotizzabile che si possa avere un equilibrio in cui a livello locale agiscono piccole imprese di sicurezza, e a livello globale agiscano grandi assicurazioni.****

Storicamente, però, la difesa non ha mai assunto la forma di un servizio assicurativo, con la possibile eccezione, forse, del codice di Hammurabi, dove pare che le vittime di furto venivano risarcite dallo stato. La forma di difesa tipica delle società umane è infatti non l'assicurazione, ma l'orda: gli stati possono essere visti come tribù, con un capo militare (che cambia ogni tot anni), risorse umane ed economiche illimitate (potenzialmente, ogni uomo può essere spedito al fronte, e ogni uomo può essere costretto a lavorare per finanziare il fronte), una casta di "sacerdoti" che si occupano di indicare il nemico e dirigere l'opinione pubblica. Questo era evidente soprattutto nel periodo che va dall'Imperialismo alla Seconda Guerra Mondiale. Le cose sono continuate così fino alla Guerra Fredda, perlomeno negli USA (l'Europa si è castrata per auto-impedirsi di auto-danneggiarsi ulteriormente... :-D), e non c'è motivo per credere che sarà diverso in futuro.

E' probabile che l'irrealismo (vero o presunto) della letteratura anarco-capitalista derivi anche dal pensare alla guerra in termini assicurativi e non in termini di "orda". Come difendersi da un'orda, come trasformarla in un'assicurazione, come funzionerebbe un'assicurazione... sono tutte tematiche importanti per chi è interessato in materia (per chi è estremista solo a parole, come me, tematiche giuridiche ed economiche sembreranno decisamente più interessanti).

La forma tribale di organizzazione, basata sull'autorità e non sulla divisione del lavoro, ha lasciato spazio alla Grande Società in moltissimi campi (come l'economia). Sebbene negli ultimi 150 anni la tendenza si sia invertita, non c'è ragione di credere che questa tendenza verso lo stato totale sia legata a necessità sociali: è più verosimile che si tratti di semplici dinamiche di potere e dell'effetto di errori concettuali ed ideologici, in genere finanziati dallo stato. Fermo restando che l'80% di ciò che fa lo stato è inutile o dannoso, e di questo esiste vasta evidenza teorica e storica, ci sarebbe da chiedersi se l'orda sia una necessità sociale ineliminabile, perlomeno nel campo della difesa (o, schmittianamente, della "politica").

E' intellettualmente stimolante riflettere sul fatto che lo stato minimo possa essere l'ultima istanza di una qualche reliquia barbarica, così "naturale" che nella storia non è quasi mai esistita un'alternativa culturale più efficace. Comunque, come dicevo prima, si tratta di fantasticherie, alla stessa stregua dei sogni metafisici di sovranità del popolo, identità tra governati e governanti, e democrazia totale senza lobby e corruzione...

Anche se la teoria della difesa in un sistema anarchico si rivelasse irrealistica, ha comunque il merito di consentire una separazione concettuale tra le idee di stato, difesa, sicurezza, politica... confusioni su cui la politica ha costruito la sua onnipotenza.

* E' verosimile che le comunità locali abbiano anche dei "volontari" che si occupano di sicurezza. Le milizie americane del periodo post-rivoluzionario non sembra soffrissero di insufficiente manodopera. Soffrivano, quello sì, di insufficiente organizzazione militare.

** Ci si potrebbe chiedere, d'altra parte, se l'organizzazione di tipo assicurativo dei servizi difensivi, che probabilmente lascerebbe ad esperti (gli assicuratori) i problemi strategico-militari, sia in grado di farsi patrocinare dai propri clienti nel momento in cui tali esperti elaborano la loro "strategia geo-politica". Grazie al sistema dei prezzi, nessun assicuratore accetterà clienti con comportamenti pericolosi. D'altra parte, tutti cercheranno un modo di far pagare i costi della difesa a qualcun'altro, sfruttando eventuali esternalità positive. Questo, tra l'altro, è proprio quello che succede con lo stato.

*** Secondo Carl Schmitt, l'essenza della politica è la scelta di amici e nemici. Attualmente, la scelta è operata dai governi (tutto sommato alla cieca). Nel sistema ora descritto, sarebbe operata dalle assicurazioni, con la guida di strumenti contabili (che, per l'appunto, svolgerebbero la doppia funzione di INDICARE costi e benefici agli agenti, e SEGNALARE le opinioni di questi agenti). Il "nemico" è deciso direttamente dai manager, e, indirettamente, dai clienti che finanziano le agenzie di protezione. Non c'è nulla, partendo dalla definizione di "politico" data da Schmitt, che indichi che questo abbia qualcosa a che fare con lo stato. Quindi definire "politica" l'anarco-capitalismo è un problema puramente lessicale.

**** La necessità della razionalità indotta dal calcolo economico è evidente soprattutto su scala globale. A livello locale, forme di difesa più "face-to-face" possono essere valide, perlomeno per certi tipi di minaccia. E' strano che molti anarco-capitalisti, che spesso conoscono bene la teoria Austriaca, non capiscano la probabile necessità di grandi organizzazioni nell'ambito della difesa. In fin dei conti, se il libero mercato delle automobili non è fatto da diecimila produttori grossi come la Aston Martin, ma da una decina di produttori come la Fiat, non si vede perchè il libero mercato della difesa debba essere composto di "minute men" invece che da organizzazioni di dimensioni più ragguardevoli.

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categoria:libertarismo, teoria politica
martedì, 29 agosto 2006

Ideas Have Consequences ha passato Ferragosto a discutere di consumismo. Io ho preferito passarlo al mare , però l'articolo merita...

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martedì, 29 agosto 2006

Probabilmente quello che dirò in questo articolo verrebbe accettato da Putnam senza problemi. Ma siccome lo dirò in termini prasseologici (misesiani) è possibile che le somiglianze siano meno evidenti, se non addirittura illusorie.

Ogni uomo agisce per perseguire determinati fini. L'azione umana, in quanto attività teleologica, presuppone dei fini che sono, per loro natura, dei giudizi di valore. Quindi la vita umana è sempre una vita morale (o immorale), in quanto non è possibile eliminare l'aspetto etico/normativo da questa.

Siccome l'esistenza di uomini che perseguono obiettivi tramite le loro azioni è un fatto, l'esistenza dei valori è un altro fatto. Che quindi non sia possibile una separazione totale tra fatti e valori non è assolutamente stupefacente.

I valori non esistono in natura, in quanto sono una conseguenza della natura teleologica dell'azione umana. Nascono quindi con l'uomo, e ne rappresentano una creazione concettuale. I valori sono concetti, ed esistono come "idee" nella mente degli uomini: esistono parole per definirli e nella comunicazione tra esseri umani tali concetti normativi sono continuamente, e con successo, impiegati.

Putnam definisce "concetti etici spessi" quei concetti normativi che contengono una componente descrittiva inestricabile dalla loro componente normativa. Ad esempio, "crudele" è sia una descrizione che una valutazione del comportamento di un individuo. Putnam dà molta importanza a questa inestricabilità, che io considero del tutto ovvia, ma io non riesco a capacitarmi dell'importanza di questo fatto. E' infatti innegabile che l'esistenza di una componente descrittiva nel termine "crudele" (necessario all'impiego della parola a fini comunicativi) non ha nulla a che fare con la possibilità di concordare sulla giustezza o meno del giudizio in questione.

Se è vero che tutti o quasi tutti sono in grado di capire cosa si intende per "crudele", è altrettanto vero che questo non implica che gli uomini che conoscono questo concetto si comportino in maniera "non-crudele", come è vero che non c'è motivo logico o empirico per preferire un comportamento "crudele" ad uno "non-crudele".

Esiste però un problema più grande. Se io dico "l'azione X è crudele" non do informazioni sull'azione X, ma comunico il mio giudizio su questa. Il mio interlocutore capirà cosa intendo dire, ma questo non implica minimamente che debba per forza concordare con me nel giudizio.

Se il problema della "legge di Hume" è che è impossibile fondare valori su qualcosa di diverso dei propri convincimenti, questo problema rimane, indipendentemente da ogni ragionamento sui concetti etici spessi* e la necessità di giudizi di valore epistemici in tutte le forme di conoscenza**...

E' un fatto che gli uomini possano giudicare determinate azioni come crudeli; è un fatto che tale giudizio possano essere usato a fini comunicativi per informare altri uomini. Ma il problema è un altro: cosa è crudele, e cosa non lo è? Se ci fosse identità di giudizio tra esseri umani, il problema etico sarebbe del tutto irrilevante. Ma così non è. E siccome capita che gli uomini si pestino i piedi, allora un ordine giuridico è una necessità...

* I "concetti etici spessi", per Putnam, sono quelli, come "crudele", in cui la componente normativa e quella descrittiva non sono separabili. L'argomento non è errato: peccato che sia del tutto irrilevante. Probabilmente si tratta di una critica del non-cognitivismo etico (cioè della teoria secondo la quale i giudizi di valore non possono essere una forma di conoscenza). Indubbiamente Putnam ha ragione nel ritenere questa posizione filosofica insostenibile.

** Non esistendo "fatti puri", ogni scienza si deve basare su giudizi di valore di tipo epistemico, come la semplicità, la coerenza...

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categoria:filosofia politica
martedì, 29 agosto 2006

Dopo aver letto un libro di un filosofo analitico (Nozick, "Anarchia, stato, utopia") avevo giurato di non ripetere mai più un'esperienza tanto onanistica sul piano intellettivo. Ma la nevrosi ossessivo-compulsiva che mi costringe a comprare libri in continuazione mi ha giocato un altro brutto scherzo: ho comprato "Fatto/Valore: fine di una dicotomia" di Hilary Putnam. Putnam (un uomo, nonostante il nome) non è un semplice filosofo analitico: è il più importante filosofo analitico vivente!

Il libro contiene molti spunti di riflessione interessanti ma, a parte alcune considerazioni sulla filosofia contemporanea, di cui non sapevo nulla, non ha rappresentato per me una novità: molte delle tesi del libro a me sembrano così ovvie che, se non fosse che il libro è del 2002, avrei pensato che Putnam copiava dal mio blog.

Al solito, mi manca la disciplina mentale per scrivere una vera analisi delle teorie di Putnam (al di là dei problemi con le citazioni a gente che non conosco, come Quine, Williams, Apel, Habermas...), quindi andrò avanti per associazione di idee, sperando che lo stream of consciousness mi lasci comunque sufficientemente vicino all'argomento da riuscire a scrivere qualcosa dotato di senso.

Il mio linguaggio è molto lontano da quello di Putnam, non tanto per una certa differenza di livello culturale (non a mio vantaggio, se per caso aveste qualche dubbio), ma perchè, nel mio piccolo, "appartengo" a tradizioni culturali completamente diverse (Mises, Hayek...). In ogni caso, i problemi sono quelli...

Su alcune cose concordo con Putnam, tanto da considerarlo banale: l'esistenza di valori è un fatto; i valori sono relativi ad una comprensione concettuale di certe situazioni; non esiste un criterio per stabilire se i giudizi di valore sono "giusti o sbagliati"; i valori non esistono in natura (sono costruzioni umane); la scienza presuppone determinati giudizi di valore; i fatti non esistono in forma pura, ma presuppongono un'interpretazione, e quindi una teoria; il criterio di Ottimalità Paretiana non è neutrale rispetto ai valori...

Su altre cose sono in totale disaccordo: il giudizio aprioristico (e probabilmente non informato) sul "capitale" è tanto superficiale quanto arbitrario (è un liberal, del resto); ritengo che la democrazia non abbia nulla a che fare con la soluzione del "problema" in questione; non ritengo che ci sia un legame tra apriorismo etico e autoritarismo; infine, non riesco a concepire un'analisi etica del tutto scevra da considerazioni istituzionali (i soliti liberal...).

Complessivamente, non sono soddisfatto del contenuto del libro perchè da una critica del relativismo mi aspetterei una soluzione al problema dell'origine dei valori. Invece, tra le righe, pare che l'unico argomento contro il relativismo etico è che "anche la scienza presuppone i valori; se elimini i valori, devi essere coerente ed eliminare la scienza; se non vuoi eliminare la scienza, allora devi comunque dare importanza ai valori". La cosa mi sembra tutto sommato di buon senso, ma... alla fine dov'è la soluzione? Mi verrebbe da pensare che la conseguenza debba essere buttare via anche la scienza... altro che soluzione...

Putnam, alla fine, è eticamente popperiano, nonostante le critiche a Popper come epistemologo: dialogo, tolleranza, fallibilismo, apertura mentale, democrazia... era da tempo che volevo criticare la derivazione del liberalismo classico dall'epistemologia da parte di Popper, e mi trovo di fronte alla derivazione, tramite un percorso simile, di una filosofia morale "liberal", cioè social-democratica. Non che sia una critica in sè, però...

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categoria:liberalismo, filosofia politica
lunedì, 28 agosto 2006

Abolire l'Ordine dei Giornalisti. Lo dice Jim. E concordo.

postato da: Libertarian alle ore 17:41 | Permalink | commenti (11)
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