mercoledì, 28 giugno 2006

Mi sono dato anch'io alle opere pubbliche: faccio il ponte. Ci vediamo Domenica sera...

P.S. Passaggio Al Bosco ha linkato due interessanti articoli (me ne sono accorto ora). L'articolo del Brussels Journal è particolarmente preoccupante: un genitore rischia il tribunale perchè vuole educare i propri figli. Accade in Belgio.

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martedì, 27 giugno 2006

Caplan è collega di Kling, l'autore di questo pessimo articolo di critica alla Scuola Austriaca, che avevo analizzato qui.

Ciò che dice Caplan sulla disoccupazione non è certo critico per la Teoria Austriaca: è indubbiamente possibile che ci siano delle rigidità salariali dovute a contratti troppo rigidi, a motivazioni psicologiche da parte dei datori di lavoro e dei lavoratori, a temporanei squilibri del mercato. Al solito, basta considerare che la quasi totale irrilevanza dei sindacati negli USA si accompagna ad una disoccupazione di lungo termine praticamente inesistente, quindi le possibilità teoriche di Caplan sono probabilmente irrilevanti.

Che poi gli imprenditori nel 1929 erano convinti che abbassare i salari avrebbe danneggiato i lavoratori, prova al massimo che avere buone teorie risolverebbe un sacco di problemi. In ogni caso, sembrerebbe che Caplan pensi (come molti) che il ciclo Austriaco sussista solo in condizioni di pieno impiego delle risorse produttive, cosa che in realtà non è vera.

Purtroppo Caplan non si accontenta di dire cose giuste, anche se irrilevanti. Vuole per forza dire cose assurde. E' questo il caso del ragionamento successivo:

1. Per Mises, la quantità totale  di moneta è indifferente,

2. Quindi l'inflazione non dovrebbe aver effetti reali sui salari.

Caplan... confonde la quantità totale con le variazioni di questa: è un errore da matita blu. E' incredibile, ma Caplan non capisce la differenza tra "Ogni quantità di moneta va bene", e "Le variazioni della quantità di moneta sono irrilevanti". E' incredibile, ma lo ha messo per iscritto. Caplan ha fatto un errore veramente mostruoso, da bocciatura, confondendo una situazione statica con un processo dinamico.

Nella fase di boom del ciclo, gli investitori aumentano gli investimenti, i risparmiatori diminuiscono i risparmi, e la differenza è data da mezzi monetari creati dal nulla. E' sostenibile un boom del genere? Solo a patto che l'inflazione possa continuare in eterno, e a ritmi accelerati (per via delle aspettative). Ma più questo va avanti, e più la struttura intertemporale della produzione è distorta: non si capisce quanto si consuma, quanto si risparmia, quanto si vuole attendere; i calcoli economici sono distorti sistematicamente dagli effetti dell'inflazione sui prezzi. Vogliamo chiamare tutto ciò "sostenibile"? Ok, a patto di credere seriamente che sia possibile avere investitori e risparmiatori che agiscono senza sapere niente l'uno dell'altro (cioè, senza coordinarsi). E' più verosimile che un boom (boom per modo di dire, da qualche anno a questa parte) del genere duri al giorno d'oggi solo perchè la globalizzazione consente di postporre gli effetti devastanti dell'inflazione (aumentando la produttività, come negli anni '20). In ogni caso, rimane che tale boom scoppierà al primo segno di fine dell'inflazione monetaria.

Per Caplan no: basterebbe che gli imprenditori non considerassero i tassi di interesse, sapendo che sono fittizi. Va bene: chiudono gli occhi e vanno avanti a caso. Ma come fanno ad orientarsi? Sono per caso onniscienti? In ogni caso, è evidente che il ragionamento precedente sugli interessi funziona allo stesso modo per ogni disequilibrio nei mercati finanziari (ad esempio, un aumento della quantità d'oro o un aumento del clearing). Solo un meccanismo di lungo termine, però, può causare effetti sistematici.

Non ho mai capito per quale motivo gli Austriaci credono che la scoperta di una miniera non possa creare un boom economico. Di certo, però, le politiche monetarie riescono a fare certamente di peggio: durano più a lungo, e dipendendo da azioni umane a "costo zero" creano un azzardo morale: siccome ogni investitore sa che al primo problema la Fed invaderà la società con soldi falsi, nessun investitore razionale si asterrebbe dall'investire. Questo peggiora sicuramente le cose, creando un moral hazard, visto che i rischi sono trasferiti, tramite inflazione, sui percettori di redditi fissi e i creditori/risparmiatori.

Ma vediamo le cose dal punto di vista della teoria dei giochi, così Caplan è contento: arriva la liquidità, nessuno inizialmente investe, arriva uno e capisce che se prende il malloppo riuscirà a fare profitti senza rischi; solo dopo che gli errori sono diventati sistematici e l'inflazione non basta più, cominciano le perdite. Ma prima che ciò accada, gli investitori onesti saranno stati battuti dagli investitori di soldi falsi... è sufficiente come spiegazione del cluster of error?

Il problema non sono i singoli errori, che sono inevitabili, ma una serie di lungo termine di errori (errori "a media non nulla": tutti nella stessa direzione) che non c'è modo di evitare...

Che l'effetto Fisher non abbia che un effetto trascurabile nel breve termine, essendo l'inflazione sequenziale, è cosa ben nota: ciò spiega perchè l'inflazione monetaria agisce meno sui tassi di interesse di lungo termine. Ma considerare questi nei piani di lungo periodo, come propone Caplan, è una soluzione?

Al di là del problema precedente, che dimostra che comunque il problema sta nel comprare bene reali con moneta finta prima che i mercati finanziari diano informazioni attendibili sulla quantità di risparmi disponibili, problema non risolvibile contabilmente, l'idea è da rifiutare: i tassi di interesse di lungo termine compensano sia l'effetto Fisher che l'effetto Wicksell (che si cancellano a vicenda, si può dire), ma mentre il primo è puramente nominale, il secondo effetto è quello che realmente conta per la coordinazione intertemporale. Tutto quello che Caplan può fare è dire agli imprenditori di non fidarsi dei tassi a breve, ma non può dire loro di fidarsi di quelli lunghi: l'effetto Wicksell agisce allo stesso modo in entrambe i casi. Vedo qui un abuso dell'ipotesi delle aspettative razionali, che presuppone che gli uomini siano quasi onniscienti e che ogni problema si possa risolvere con un po' di informazione in più: il fatto che immagazzinare, validare ed elaborare l'informazione richieda risorse scarse non è considerato.

Ci può essere una depressione senza disoccupazione? Sì, basta che i salari reali diminuiscano. E questo butta al tappeto l'ennesima cattiva obiezione. E in una depressione le imprese di consumo dovrebbero essere contente? Per quale motivo? A Caplan manca l'ABC della teoria ABC (Austrian Business Cycle, scusate il gioco di parole).

Caplan crede che l'inflazione del 1971 sia dovuta a carenza di petrolio: spiegazione che non mi sembra molto realistica, considerando l'andamento dell'offerta di moneta in quegli anni, e la scarsa fiducia nel dollaro che questo avrà sicuramente comportato (in poche parole, minore domanda).

Infine, vediamo un po' un'ultima cosa: l'ABC predice un boom dell'output durante la depressione? Finisce l'inflazione monetaria, i profitti calano, gli investimenti vengono congelati, i salari reali (o l'occupazione) scendono, e le aziende lontane dal consumo soffrono di più perchè più dipendenti dal tasso di interesse. Perchè quelle vicine al consumo dovrebbero stare bene? Al massimo, stanno meglio delle altre.

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categoria:economia
lunedì, 26 giugno 2006

Pinocchio ha deciso di perdere il suo tempo per confutare un articolo apparso su Il Caffè, ad opera di un certo Arnaldo Alberti, dal titolo "Perchè la ricchezza non è redistribuita?". Siccome anch'io ho molto tempo da perdere (sto in ufficio e l'Italia gioca... indovinate quante persone vedo intorno a me...), volevo aggiungere qualcosa.

La mediocrità dell'articolo è seconda solo alla sua supponenza. In compenso, posso approfittarne per commentarlo.

1. "La discrepanza fra la realtà oggettiva e la costruzione artificiale di un immaginario strumentale"

Tradotto in italiano: la "realtà oggettiva" sono le opinioni dell'autore dell'articolo; l'"immaginario strumentale" sono le opinioni di chi non è d'accordo con lui, che hanno torto perchè non sono d'accordo con lui, ma non per un qualche motivo razionale, ma solo perchè fanno gli interessi degli sfruttatori del popolo. Un argomento così patetico ha un vantaggio e uno svantaggio: se è letto da un coglione, può forse impressionarlo; se è letto da una persona intelligente, mostra che l'autore crede di esser letto solo da coglioni.

2. "colui che ha fede nella solidarietà e combatte il privilegio"

"Privilegio": condizione di chi ha vantaggi legali (cioè non è sottoposto alla legge come gli altri). Chi è il privilegiato in un'economia libera?

"Solidarietà": la "giustizia sociale" è quella che crea disoccupazione, tiene il Sud sottosviluppato, e danneggia i lavoratori poveri con la legislazione anti-dumping. Quando qualcuno vi parla di "giustizia sociale", state certi che vi sta prendendo in giro... si tratta della più grande ipocrisia che la mente umana abbia partorito.

3. "La supponenza dell'imprenditore ... sta proprio nel fatto che lui si crede il solo produttore di ricchezza"

Cosa? Chi? Quando? Come? Ma dove è il ragionamento? Da quando in qua interessi e profitto (non sono la stessa cosa) sono le uniche fonti di ricchezza? Ma chi lo ha detto? Ma in Svizzera la marijuana è libera?

4. "La ricchezza, negli ambiti finanziari ... si produce da sé, senza l'intervento del lavoro ... Niente di serio e razionale dunque"

Sui mercati finanziari occorrerebbe discutere, ma faccio notare che i mercati finanziari campano sull'allocazione intertemporale ed imprenditoriale delle risorse, cioè su interessi e profitti. Il fatto che il lavoro non c'entri (quasi) nulla non dovrebbe stupire nessuno, che abbia una conoscenza dell'economia post-scuola-elementare.

Chiaramente, per capire il mondo, occorre studiarlo, anche se è più facile scrivere una collezione di luoghi comuni e spacciarlo per una critica della società contemporanea. Se non lo si studia, non si avrà l'impressione di aver di fronte qualcosa di "serio e razionale", ma solo un caos caleidoscopico. E' per questo motivo che non mi stupisce che l'autore non consideri "razionale" la realtà economica...

Si noti anche la relazione, puramente immaginaria, tra lavoro e razionalità...

5. "Per le merci, i servizi e i beni di consumo, sono le macchine, i robot, l'elettronica che per la maggior parte questi beni li producono e li distribuiscono"

E le macchine chi le costruisce? I robot e l'elettronica sorgono per generazione spontanea? Ma perchè non si pensa prima di scrivere? Non viene in mente che il capitale di ordine N produce il capitale di ordine N-1, come ho spiegato nelle "lezioni" di Economia Austriaca, fino ad arrivare ai beni di consumo? Non viene in mente che macchine, robot ed elettronica sono beni capitali, frutto del lavoro e del risparmio, che poi diventano beni aventi valore d'uso (beni di consumo) per i percettori di reddito (chi contribuisce alla produzione finale)? Boh.

6. "L'uso dell'elettronica e delle macchine, a ragion veduta, avrebbe dovuto servire ad umanizzare il lavoro di chi ancora le sorveglia e le accudisce"

Ne ha aumentato la sicurezza e la remunerazione, riducendo inoltre l'orario lavorativo. Non mi pare un risultato da poco, anche se poi il tempo libero in eccesso viene sprecato per scrivere articoli del genere.

7. "Invece ciò che è stato prodotto dall'intelligenza collettiva, e che dovrebbe essere considerato patrimonio comune"

Beh, se la ricchezza si produce da sè, se è il prodotto del collettivo, allora facciamo una cosa: incrociamo le braccia, e apriamo di tanto in tanto la bocca per aspettare che un pollo arrosto (prodotto dal Collettivo) ci voli in bocca (in piccoli pezzi, altrimenti ci strozziamo).

Facciamolo. Poi però si scoprirà che non ci sono polli arrosto disponibili ad ogni esercizio di stretching compiuto dal massetere. E ci toccherà tornare a lavorare.

L'errore (metodologico) è confondere il risultato della cooperazione tra individui con il frutto di un non meglio specificato "collettivo": la complessità (enorme ed inconcepibile) di tale ragnatela di interrelazioni individuali non implica minimamente il caos e l'irrazionalità. Di certo, la vittima del "complesso del pianificatore centralizzato" non riuscirà a concepire l'esistenza di una società che va oltre la sua capacità di comprensione. Ma se questo pensiero lo aliena, tanto peggio per lui (e per i suoi lettori).

8. "l'enorme ricchezza prodotta oggi, i ricchi che la requisiscono, con la complicità di uno Stato illiberale perché tollera nuove aristocrazie, non ci pensano nemmeno lontanamente a ridistribuirla"

C'è un solo modo per dare senso a questa fandonia: considerare la "ricchezza" prodotta dal sistema monetario fiduciario. Infatti, in un'economia libera, ogni singola fonte di reddito è il risultato di lavoro, risparmio e imprenditorialità (salario, interesse, profitto). Ma in un sistema basato sulla "moneta di stato", come l'attuale, esistono persone che guadagnano soldi stampando moneta falsa e truffando i percettori di redditi fissi.

I signori dell'inflazione, però, che truffano il resto della società a ritmi impressionanti, non sono imprenditori e capitalisti: sono i nostri (fottuti) rappresentanti politici. Sono i nostri campioni della democrazia a derubarci fino a lasciarci in mutande. Sono loro che creano carta e ci costringono a considerarla ricchezza.

L'illiberalità di tutto ciò consiste nel fatto che si tratta di una truffa (non c'è differenza tra politica monetaria e falsificazione di moneta). Ma questa "aristocrazia della truffa" ruota intorno allo stato e alle sue politiche.

Tale "ricchezza" (che ricchezza non è, è solo denaro di carta) non va redistribuita, ma va cancellata.

9. "Imprenditori, banchieri, bottegai, così ripiegati su se stessi e tronfi che nemmeno più s'accorgono della ricchezza prodotta dalle madri che mettono al mondo figli e li allevano"

Questa frase l'ho lasciata per farvi divertire: è troppo patetica...

10. "Non merita, questa nostra società, la riduttiva operazione ideologica di togliere meriti a chi effettivamente ne ha, stravolgendo la sostanza della democrazia liberale, per riconoscere, dar meriti e potere esclusivamente a chi ha denaro"

L'autore dell'articolo capisce l'economia peggio di quanto io capisca l'etrusco antico. L'intero articolo è completamente privo di senso, privo di valore, privo di meriti. La sua lettura è uno spreco di pacchetti TCP/IP.

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categoria:economia
lunedì, 26 giugno 2006

Altro argomento su cui molti Austriaci rischiano di commettere errori. Un altro argomento in cui Caplan non è riuscito a migliorare le cose.

Esempio: due pescatori pescano su un lago comune. C'è la "tragedia dei beni comuni": nessuno ripopola il lago perchè nessuno è sicuro di poterne trarre beneficio, entrambi pescano a dismisura per non vedere l'altro distruggere il lago per primo, arricchendosi. Tipico esempio di inefficienza legata alla mancata definizione dei diritti di proprietà.

Soluzioni di libero mercato: regole consuetudinarie; creare un cartello; creare un monopolio; dividere la proprietà dei banchi di pesce con tecniche di tracciamento. Motivi per risolvere il problema: alla fine si fregano entrambi con le loro mani se continuano. Difficoltà nel risolvere il problema: costi di transazione.

Soluzione statalista: andare lì e dettare regole a casaccio, usare la teoria dei beni pubblici per giustificare il potere politico, derubare entrambe i pescatori per il perseguimento del "bene comune" economico-ambientalista.

A parte gli scherzi, è evidente che lo stato non possa sapere qual è la soluzione, perchè non può sapere quali sono le preferenze dei pescatori. In poche parole, non si può dimostrare che l'intervento dello stato risolva alcunchè (al di là del fatto che probabilmente creerà un sacco d problemi), perchè i pescatori non possono più dimostrare ciò che preferiscono, l'intervento statale è dunque cieco, e in due modi. A priori, è cieco perchè agisce senza le informazioni sulle preferenze individuali; a posteriori, perchè non può verificare che il suo intervento ha migliorato la situazione.

In quest'ottica, aggiungere al carico di accuse già accumulatosi che lo stato ha altri fini e non gliene frega nulla di risolvere i problemi di beni pubblici è puro sadismo...

I problemi di beni pubblici esistono: quello che non esiste è la possibilità che lo stato possa agire in maniera sensata per affrontarli. I problemi di questo tipo vanno interpretati in maniera più realistica che non nella teoria economica Neoclassica (ognuno massimizza una sua funzione, e siccome è stupido non si accorge che il risultato che ottiene è inefficiente), ma comunque non vanno negati. Anzi, nella teoria istituzionale gli Austriaci (Menger, ad esempio) hanno un'ottima base di partenza. Ho solo l'impressione che l'interdetto Rothbardiano abbia soffocato la possibilità di sviluppare tali contributi.

Il ragionamento di Caplan sulle esternalità fallisce nel tentativo ci criticare sensatamente la Teoria Austriaca. L'esempio è: c'è un negozio di bomboloni con la crema che invade il mio terreno con un odore buonissimo; io faccio finta di lamentarmi e vado a dirgli di rispettare la mia proprietà: ci accordiamo per mantenere l'invasione della proprietà e ottengo 100$ per vendere questo diritto. E quindi? E' ovvio che se posso ottenere l'odore dei bomboloni E 100$ sto meglio di prima... c'è solo il rischio che il proprietario preferisca ridurre i fumi o chiudere... e rimarrei fregato. Ma... dov'è il problema?

Le uniche esternalità importanti sono le violazioni dei diritti di proprietà e i problemi di coordinazione strategica: nel primo caso è giusto intervenire se si vuole interrompere l'invasione (trespass o nuisance che sia), nel secondo caso le parti hanno incentivo a collaborare, e devono bilanciare costi di transazione e benefici della coordinazione...

Nel primo caso, abbiamo un fallimento dello stato, in quanto agenzia di protezione dei diritti individuali; nel secondo caso, abbiamo che il mondo reale è più complesso dei modellini.

Riassunto: se avete una soluzione, provatela. Nessuno ve lo impedisce. Ma non imponetela: altrimenti non saprete se gli altri la cosniderano effettivamente una soluzione.

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categoria:economia
domenica, 25 giugno 2006

Referendum Day! E' tutto il giorno che dormicchio per recuperare il sonno perduto. Pare che oggi ci sia un referendum costituzionale, ma non mi va di uscire di casa... sto bene in pantaloncini e canottiera e col condizionatore acceso.

Eppure, sdraiato sul letto, facevo riflessioni che avrebbero reso contenta tutta la Lega da Pagliarini a Borghezio (cioè, dalle stelle alle stalle).

Tempo fa, in un articolo scritto in fretta e furia (come tutti) in un momento di relax, avevo difeso la secessione come strumento per "decomporre" lo stato e ridurre le inefficienze e le ingiustizie causate dalla politica democratica.

Stato ed enti locali erogano e producono una quantità sterminata di beni e servizi. Quanto costano tali merci non si sa: si sa che il costo totale si aggira intorno al 50% del PIL italiano (probabilmente qualcosa di più), e si sa che in genere la qualità del servizio è pessima, e che la maggior parte dei costi serve per tenere in piedi strutture inutili e non per soddisfare il consumatore (che poi consumatore non è, visto che non è libero di scegliere, quindi andrebbe chiamato, più propriamente, servo).

Un'altra cosa veramente ridicola è che le spese delle amministrazioni locali sono pagate dai contribuenti a livello nazionale. In questo modo, un comune di 60.000 abitanti che spende 6.000.000 di euro non "costa" ai suoi cittadini 100€, ma 1€, visto che 5.940.000€ sono pagati dal resto degli italiani. Il risultato cumulativo di queste spese "quasi gratuite", se tutti i comuni si comportano allo stesso modo, è che si spenderanno 6.000.000.000€, cioè 100€ a testa.

Una volta arrivati a questa situazione, sarà impossibile tornare indietro: se il comune di partenza decidesse di NON fare il progetto, perderebbe 6.000.000€ di beni e servizi (che in realtà non si sa quanto valgono, perchè senza mercato non si può sapere se i consumatori apprezzano o meno il risultato, e che spesso sono addirittura dannosi, nel senso che è presumibile che potrebbe darsi che qualcuno sia disposto a pagare per NON ottenere il servizio), risparmiando 60.000€! E uno che lo fa a fare?

Questo è il risultato delle elargizioni dall'alto: creare montagne di sprechi che non possono essere rimosse, e che danneggeranno l'economia dell'intera nazione, e quindi il benessere di tutti i cittadini.

Il secessionismo potrebbe spezzare il circolo vizioso: se il comune secedesse, infatti, non solo risparmiarebbe 1€ pro capite di contributo legato all'opera da 6.000.000€, ma risparmierebbe l'intera quota di tasse che servono a pagare analoghe idiozie nel resto del paese, cioè risparmiarebbe 100€ pro capite.

Certo, alcuni di quei servizi e beni qualcuno dovrà produrre (non si sa quali in assenza di mercato, nè si sa come)... ma quel che conta è che il sistema precedente non funziona più: nessuno dirà più "inutile spendere di meno, tanto le tasse non cambiano".

A questo punto, è presumibile che le spese locali si comprimino notevolmente (con grande tristezza di gruppi di pressione, comitati civici, associazioni para-politiche, e sottobosco vario), soprattutto se si aggiungono limiti alla tassazione locale (ad esempio: solo chi vota può essere tassato) e al deficit (parita di bilancio anno per anno, altrimenti allontanamento a vita dai pubblici uffici per tutta la giunta).

Questa interessante soluzione al problema dello spreco (se reputo di perderci, secedo, e così i parassiti non avranno nessuno a cui succhiare il sangue) ha un problema: il protezionismo, che diventa una specie di politica centralizzante, di stampo "imperialista". Nel prossimo post vedremo come.

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categoria:politica interna
domenica, 25 giugno 2006

Da Magnifiche Sorti.

A questo punto, voglio David Irving Presidente del Consiglio.

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venerdì, 16 giugno 2006

Che tristezza. Sono due settimane che ho aperto un nuovo blog e al momento ho collezionato 0 commenti e 49 visite (di cui almeno 40 mie). Sarà che nessuno sa che esiste? Sarà che il mio inglese si è troppo impoverito dal punto di vista sintattico? Sarà che non esiste una Tocque-ville anglo-americana che mi faccia da trampolino? Sarà che passo troppo poco tempo al Mises Blog, all'Adam Smith Institute blog, e all'Austrian Forum? Sarà che io e il blog marketing siamo nemici d'infanzia?

Sarà... però se volete scrivere almeno un commento, scrivetelo in inglese, e se mi volete dire come pubblicizzarmi, mi fate un piacere...

September 29th: http://09-29.blogspot.com.

BLOG CHIUSO: starò una settimana in Terronia per lavoro. Saluti a tutti, dal blogger sovraumano...

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venerdì, 16 giugno 2006

Questo è l'argomento più difficile da capire dell'intero edificio Austriaco. Così difficile che ci sono decine di articoli a riguardo in cui non si capisce nulla. Così complicato che alcuni credono che Mises abbia ragione e Hayek no, altri il contrario, altri che avevano ragione entrambi, altri che dicevano la stessa cosa... volevo addentrarmi nella letteratura per farmi un po' di punti fissi nell'analisi, ma a riguardo non sono ancora in grado di fare un'analisi accurata. In ogni caso, essendo l'unico testo di Mises dove non si capisce tutto al volo, immagino che qualche difficoltà ce l'aveva anche Mises, quindi mi sento meno scemo a non aver ancora capito tutto.

Come non l'ho capito io, come non l'hanno capito gran parte degli economisti Neoclassici, e come non l'hanno capito neanche molti Austriaci (almeno tre dei quattro gruppi precedentemente elencati devono aver torto, visto che le loro tesi non sono mutuamente compatibili). Non mi stupisco che Caplan non abbia le idee chiare a riguardo.

L'argomento di Mises è il seguente: le alternative produttive sono virtualmente infinite, ogni bene può essere applicato in infinite linee di produzione e in innumerevoi modi diversi, nessun individuo può anche minimanete avvicinarsi a capire l'infinita complessità di una tale struttura. Eppure, ogni azione individuale indica un giudizio (di valore) su cosa è meglio e cosa è peggio per un individuo. Ogni prezzo è il risultato di innumerevoli valutazioni individuali, e la struttura produttiva è il risultato di un'"asta" dove ogni singola quantità di risorse viene allocata in qualche parte del sistema produttivo. Tutto ciò è possibile grazie ai prezzi, i prezzi sono possibili solo se esistono i mercati, i mercati sono possibili solo se si è liberi di comprare e vendere, la libertà di comprare e vendere (Abusus) è una caratteristica della proprietà privata. Un regime socialista non può per definizione realizzare un mercato, non può creare prezzi, e quindi non può applicare il calcolo economico. Senza calcolo economico l'amministrazione della struttura produttiva è impossibile. L'unica struttura produttiva possibile sotto il socialismo è l'economia domestica, basata su tecniche semplici, metodi di produzione brevi, una differenziazione estremamente limitata. E povertà di massa.

Questo è Mises: a meno che non si trova un modo per allocare le risorse in assenza di mercato, la sua critica al socialismo è indiscutibile: il socialismo implica lo smembramento della società in piccole isole autarchiche ed inefficienti, e la produzione globale si ridurrebbe ad un livello così patetico che la maggior parte delle persone morirebbe di fame e di guerre.

Tutto ciò non è minimanente considerato nell'Economia Neoclassica: il problema è stato risolto considerando onnisciente il Dittatore Sociale Benevolo, o meglio, il problema non è mai stato preso sul serio (ciò è dovuto al fatto che nel mondo anglosassone le teorie socialiste di Oskar Lange, sviluppate per rispondere a Mises, arrivarono prima delle teorie liberali di Mises). Probabilmente un problema del genere è matematicamente intrattabile: ragion per cui solo gli Austriaci possono comprenderlo.

Caplan critica Mises ripetendo quello che Mises ha scritto. Decisamente poco stimolante: è ovvio che l'importanza del calcolo economico potrebbe farsi sentire tra 100 o tra 1000 persone, e che l'Economia Austriaca non può prevedere quando ciò accada. Ed è un giudizio storico e non teorico affermare che nel mondo attuale il problema è o meno rilevante: nell'attesa che Caplan dimostri che il socialismo non sarebbe impossibile nel mondo attuale, mi limito a considerare che la distinzione tra teoria e storia non gli è chiara.

Caplan ha ragione quando dice che il collasso dell'URSS non ha dimostrato l'esattezza delle teorie di Mises. Ed il fatto che lo affermi dimostra che non ha capito le teorie di Mises: l'URSS non era socialista, aveva a disposizione il sistema dei prezzi Occidentale (copiavano i cataloghi Postal Market) per orizzontarsi. Avrebbero potuto riuscire a resistere per secoli, in maniera straordinariamente inefficiente, copiando il listino prezzi da E-bay. Non l'hanno fatto, meglio così: la Teoria non ci fa prevedere l'andamento della Storia, ce lo fa interpretare.

Caplan afferma, inoltre, che non c'è alcun criterio empirico per dimostrare se il problema del calcolo è importante o meno in un determinato contesto. Infatti. Avrebbe dovuto chiedersi: "Esistono criteri empirici per controllare le teorie economiche?". E forse la risposta corretta è "No".

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categoria:economia
venerdì, 16 giugno 2006
You Are 45% American
America: You don't love it or want to leave it.
But you wouldn't mind giving it an extreme make over.
On the 4th of July, you'll fly a freak flag instead...
And give Uncle Sam a sucker punch!
How American Are You?
Come in tutti i test, i risultati ottenuti non c'entrano molto con me: come facevo del resto a rispondere a domande sul baseball, i formaggi americani e i canadesi?
Perchè dovrei preferire Reagan a Clinton? Chi dei due era meno liberale?
E soprattutto: a parte Washington, Wyoming e Wisconsin, esistono altri stati che cominciano con la W?
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giovedì, 15 giugno 2006

Parlando di benessere sociale, Caplan ha buon gioco a criticare alcuni non-sequitur impliciti in molti ragionamenti Austriaci. Di fatto, questo ha conseguenze notevoli sulla Teorie Austriaca, ma col risultato di arricchirla (btw, la difesa del libertarismo, che è un problema normativo, diventa un po' più complessa).

Dov'è il problema?

Un individuo, secondo la teoria Austriaca, ha dei fini, osserva la realtà, elabora informazioni ed agisce secondo un certo piano. Questo schema è sicuramente più realistico di quello della Microeconomia standard.

Ogni azione rivela che l'individuo ritiene di migliorare la propria posizione in quel modo. Ogni scambio, avvenendo tra due individui, ritiene che entrambi valutano le loro azioni utili ad un miglioramento della propria situazione.

Può succedere che un individuo non sia sufficientemente sveglio da "agire razionalmente", e quindi può benissimo darsi che un'azione individuale sia "inefficiente".

Costringerlo con la forza ad essere "efficiente", come cerca di fare la Politica Economica Neoclassica, è un'assurdità, perchè l'aggressore (in genere lo stato) non può sapere cosa l'individuo vuole, e quindi non può giudicare l'efficienza di un comportamento individuale DALL'ESTERNO.

Questo significa che ogni azione collettiva è arbitraria, indipendente dalle preferenze individuali, e basata sulla supposizione erronea di non essere ignoranti sulle preferenze altrui. E' la "presunzione di conoscere" di cui Hayek accusava i socialisti.

"Arbitrario", stavolta, non nel senso, normativo, di "tirannico", ma nel senso di privo di un qualsiasi controllo di razionalità. Se non si può sapere cosa un uomo vuole, di certo non si può controllare se ha ottenuto ciò che voleva. In termini più poetici: "Gli uomini non possono essere resi felici contro la loro volontà".

Alcuni Austriaci ritengono che non si possa migliorare la posizione di una persona con la forza; è invece corretto affermare che 1. l'unica prova che la precedente scelta era "inefficiente" è convincere l'individuo a cambiare corso d'azione, 2. ogni intervento violento DISTRUGGE la possibilità che questa prova sia effettuata, 3. la politica agisce ciecamente.

Se un vostro amico fa un errore, abitualmente non lo multate, picchiate, arrestate, e giustiziate. Cercate di convincerlo. Sapete benissimo che ciò che non capite può essere il risultato della vostra ignoranza o ottusità. E sapete benissimo che se lo costringete ad agire come volete voi, non saprete mai cosa vuole lui.

Se questo non è una critica dello stato (che lo sia o no, non è comunque un problema di teoria economica, che è avalutativa), forse non sono abbastanza estremista per Caplan. Eppure concordo con Caplan che alcuni Austriaci a volte dimentichino la possibilità che gli individui commettano errori. Torneremo forse su questo quando parleremo di esternalità e beni pubblici.

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categoria:economia