venerdì, 31 marzo 2006

Sto in coma da deficit di sonno, eccesso di birra, eccesso di maiale, eccesso di camminate. Però sono tornato. E ho trovato la pubblicità della Rosa nel Pugno ad attendermi a casa...

Ciao!

postato da: Libertarian alle ore 20:35 | Permalink | commenti (20)
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domenica, 26 marzo 2006

Non vi strappate i capelli, ma questo blog chiuderà da domani pomeriggio fino a venerdi sera. Maultaschen, Kässpätzle e Schupfnudeln mit Kraut mi attendono. Swabische Spezialitaten!!!

Mi sono portato un po' di libri da leggere e confido di poter trovare il tempo di prepararmi qualche post complicato.

Ci vediamo!

P.S: Se qualche buon'anima si segna i post dove ricevo i commenti (nel caso in cui la queue alla mia sinistra vada in saturazione) risponderò appena possibile.

postato da: Libertarian alle ore 17:14 | Permalink | commenti (9)
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venerdì, 24 marzo 2006

Anthony de Jasay mi fa rosicare: spendo un sacco di soldi per libri e non ne ho mai trovato uno di questo autore, che probabilmente è uno dei massimi filosofi liberali contemporanei. Ogni volta che leggo un suo articolo ho la bavetta...

L'ultima sua fatica è un focus dell'IBL, il cui titolo dà il nome al post. Si tratta di tre pagine incendiarie sulle rivolte studentesche in Francia. La mia opinione è che il "modello sociale francese" (che non è nè "modello", nè "sociale", nè solo "francese") sta mostrando tutti i suoi limiti. Ma la ribellione, che negli altri paesi è resa difficile dall'omogeneità culturale ed etnica, e che in Francia si concentra infatti tra gli immigrati, mostra che i francesi non sanno sostituire nulla al loro fallimentare statalismo.

I liberali hanno una posizione terzista rispetto alla sinistra "revoltè" (come direbbe Aron) e la destra "law and order": il problema esiste, è la soluzione che non si vede neanche all'orizzonte. Del resto la soluzione è resa impossibile dalla politica: la soluzione è il liberalismo.

Detto questo, vediamo che dice AdJ:

Le sommosse del novembre scorso che hanno sconvolto le periferie di Parigi e di altre città sono ancora fresche nella memoria, ma i francesi ci sono ricascati in pieno. Il paese d’Oltralpe continua ad essere fedele alla sua triste reputazione di una società che accetta che qualsiasi gruppo di interesse possa fare ricorso a illegalità e violenza come agli strumenti più idonei per difendersi dalla dura realtà della vita.

Quando gli autotrasportatori ritengono di non guadagnare abbastanza, bloccano le autostrade e picchettano le raffinerie. Se i prezzi di frutta e verdura sono troppo bassi, gli agricoltori devastano gli scaffali dei supermercati e gettano nei fossi carichi di frutta proveniente dalla Spagna. Quando le imposte sui tabacchi aumentano più del consueto e le vendite delle sigarette calano, i tabaccai minacciano il governo e ottengono un risarcimento. Gli allievi delle scuole rispondono ad un brutto voto o a un rimprovero picchiando i loro insegnanti; i veri rivoluzionari in erba li accoltellano direttamente. Non passa una sola settimana senza che vi sia una futile dimostrazione o l’occupazione di una fabbrica perché vi è il rischio di licenziamenti. Il ricorso alla violenza è ormai un avvenimento consueto e nessuno sembra prestarvi attenzione.

Per la fascia d’età inferiore ai 25 anni, il tasso di disoccupazione in Francia è pari al 23 per cento, rispetto al 10 per cento del tasso di disoccupazione medio. Il diritto del lavoro francese è tra i più pervasivi al mondo e ha lo scopo dichiarato di tutelare i posti di lavoro. Licenziare un dipendente è estremamente difficile. Si tratta di un’impresa che comporta notevoli costi e che può finire con la massima facilità in tribunale. L’ovvio risultato di questa situazione è che gli imprenditori temono di rimanere vincolati a dipendenti che non vogliono più e, quindi, preferiscono non fare assunzioni, specialmente di giovani inesperti.

La public choice, una branca di studi che combina economia e politica, ci insegna che quanto sta avvenendo in Francia è perfettamente razionale. Il 90 per cento della popolazione lavorativa ha un posto più o meno garantito. Di questa vasta maggioranza fanno inoltre parte i dipendenti pubblici (in particolare, i dipendenti delle ferrovie e di Electricité de France) e i rappresentanti sindacali, che godono di ulteriori tutele e privilegi. Costoro sono disposti a battersi con le unghie e con i denti in difesa di leggi sul lavoro ancora più rigide e dei “diritti dei lavoratori” in uno Stato assistenziale sempre più esteso, sacrificando cinicamente il 10 per cento di disoccupati (e il 23 di disoccupati tra le fasce d’età più giovani) condannati da queste politiche a non trovare mai un lavoro. I privilegiati continuano a deplorare ipocritamente la sorte di giovani e disoccupati, ma si tratta di una compassione che suona falsa.

A questo punto vorrei sbeffeggiare sonoramente coloro che credono che il liberalismo sia una sotto-specie di moderatismo centrista. Il vero liberalismo è radicale: de Jasay ne è un esempio perfetto (del resto, un libro dal titolo "Contro la politica" è semplicemente arrapante...).

L'articolo di de Jasay focalizza l'attenzione solo sulla natura anti-sociale di moltissime "rivendicazioni sociali". Un'analisi più approndita rivelerebbe che i problemi sociali rafforzano le politiche sociali, e le politiche sociali rafforzano i problemi sociali. Uscire fuori da questo circolo vizioso è di fondamentale importanza per il nostro futuro. Nè col semplice "law & order" nè col paraculismo romantico-rivoluzionario ne verremo fuori.

La politica deve fare un passo indietro.

postato da: Libertarian alle ore 20:29 | Permalink | commenti (28)
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venerdì, 24 marzo 2006

Nonostante il nome, la Casa della Libertà è diventata un rifugio per statalisti, interventisti e protezionisti. Per via di personaggi come Tremonti, strenuo difensore di dazi, spesa pubblica e corporazioni, e  Alemanno, affossatore del la riforma delle pensioni, gran parte di quello che un governo intenzionato a fare del bene al paese avrebbe potuto fare non è stato fatto.

In questo bagno di mediocrità alcuni personaggi svettano perlomeno per una pubblicistica liberale di elevato livello. Parlo di pubblicistica, sia perchè ritengo che la battaglia delle idee sia più importante delle beghe politiche, sia perchè il più famoso dei liberali della CDL è sempre stato relegato a ruoli dove non poteva fare danni allo statalismo imperante. Sto parlando ovviamente di Antonio Martino, l'economista monetarista (ehm... nessuno è perfetto) che attualmente è Ministro della Difesa.

Un governo seriamente intenzionato a rinnovare l'Italia trarrebbe giovamento da un uso più sistematico di certe risorse umane, e dal pensionamento (anticipato, tanto sono statalisti...) di altre...

Tudap ha avuto l'idea di lanciare questa campagna, con l'aiuto grafico di Daw. Cliccate sull'immagine per andare da Tudap.

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Il mio consiglio a tutti i liberali è rompere le scatole. Martino è autore di libri e di articoli (su IBL, ad esempio) molto interessanti. Se le scatole le andasse a rompere al Ministero dell'Economia sarebbe un'ottima cosa per questo paese.

postato da: Libertarian alle ore 16:24 | Permalink | commenti (19)
categoria:politica interna, casa della libertà
venerdì, 24 marzo 2006

Il mio papiro "Il Far West della contrattazione" è stato linkato su Il Criterio.

Ho trovato un nuovo blog pieno di informazioni sulla politica estera, e con un nome bellissimo: Offensiva Liberale.

postato da: Libertarian alle ore 10:30 | Permalink | commenti (5)
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giovedì, 23 marzo 2006

Questo articolo è lunghissimo, e per la vostra sopravvivenza è stato diviso in tre parti. L'articolo è stato postato in una sola tranche per via della sua unità argomentativa. Se non volete diventare ciechi, o farvi venire il mal di testa, leggete una parte per volta.

Parte I

Girovagando su internet in cerca di informazioni su Pietro Ichino, di cui prima o poi dovrò leggere il libro sui sindacati (altrimenti che l'ho comprato a fare?) ho trovato un articolo di Antonio Lettieri dal nome "Il Far West della contrattazione".

Dal nome, pensavo fosse una critica della contrattazione nazionale, della disoccupazione che provoca e del sottosviluppo del Sud che contribuisce a perpetuare. Invece, al contrario, difende a spada tratta lo status quo.

Ho quindi intenzione di analizzare l'articolo, e sperare che tanti piccoli Ichini si impossessino della Triplice e liberino il mercato del lavoro italiano, e quindi i lavoratori italiani, dall'ostile presenza dei sindacati. Dell'articolo riporterò alcuni stralci, quindi invito il lettore diligente a leggerlo per intero, magari prima di leggere la mia analisi.
 
"Il negoziato per il rinnovo del contratto nazionale dei metalmeccanici ... si trascina da molti mesi senza uno sbocco. Pietro Ichino, giurista del lavoro e editorialista del "Corriere della Sera", indica una soluzione radicale ("Il circolo vizioso che blocca i contratti", 15 gennaio 2005). ... La pura e semplice soppressione del contratto nazionale di categoria. ... col passaggio dalla contrattazione nazionale alla contrattazione aziendale (e a quella territoriale, per le aziende di dimensioni minori)."

In poche parole, Ichino si rende conto che le differenze economiche tra le varie regioni d'Italia rendono inutile o impossibile un contratto nazionale economicamente razionale: i lavoratori del Nord si trovano in una situazione diversa dei lavoratori del Sud. Questo argomento non è risolutivo: un contratto nazionale più flessibile basterebbe a risolvere il problema.

Ma esistono valide ragioni per ritenere la contrattazione inutile in sè, che proverò a descrivere in maniera estremamente (ed eccessivamente) concisa. Seguitemi in questo ragionamento passo-passo.

1. Nella contrattazione nazionale un "contratto" viene imposto per legge a tutti i datori di lavoro e a tutti i lavoratori. Questo "contratto" impone, direttamente o indirettamente, a tutti i datori di lavoro un "costo del lavoro minimo".

2. Alcuni lavoratori, alle condizioni imposte dal "contratto", non potranno trovare lavoro, perchè la loro produttività non è sufficientemente elevata da giustificare il "costo del lavoro minimo" imposto dal contratto nazionale.

3. Questi lavoratori saranno disoccupati. Siccome la produttività è un problema sia di esperienza che di dotazione di capitale, è presumibile che la disoccupazione di questo tipo sia pressochè permanente. L'elevata percentuale di disoccupati di lungo corso in Italia ne è la prova.

4. Il primo problema è che chi non lavora non può acquisire esperienza, quindi non può aumentare la propria produttività. E' probabile che, se lavorassero, acquisirebbero l'esperienza necessaria a "pagare" il proprio salario col proprio lavoro. Ma se vengono tenuti in uno stato di perenne disoccupazione ciò non è possibile.

5. Il secondo problema è che tenere i salari artificialmente elevati disincentiva l'investimento e tiene lontani i capitali. In poche parole, il salario minimo è una malattia incurabile che tiene i lavoratori più deboli in uno stato di povertà e di dipendenza a vita.

6. In un sistema libero, i lavoratori disoccupati entrerebbero nel mercato del lavoro facendo abbassare i salari. Il contratto nazionale impedisce questa soluzione e preclude l'accesso al mercato del lavoro a tutti i disoccupati. Possiamo quindi dire che il contratto nazionale esternalizza il costo delle attività sindacali sui lavoratori.

7. I lavoratori a bassa produttività sono in genere i più giovani, i meno istruiti, gli stranieri, gli abitanti di regioni meno sviluppate e gli anziani non informatizzati. Penso che gran parte dei problemi sociali odierni siano stati nominati... è una buona cosa che i problemi abbiano una tronco comune, perchè anche la soluzione avrà una motosega comune .

8. Una difesa "alla giapponese" dei sindacati potrebbe basarsi sull'argomento "coasiano" secondo il quale i sindacati riducono i costi di contrattazione nel mercato del lavoro e lo rendono più efficiente. Nella realtà, i sindacati non servono a trovare più rapidamente il "prezzo di mercato", ma ad elevare i salari di alcuni al di sopra del livello di mercato, a danno di tutti gli altri lavoratori. Il meccanismo coercitivo implicito nella contrattazione nazionale (il contratto, giuridicamente, viene scelto dalle parti, ma il contratto di lavoro viene invece imposto con la forza, quindi non è un vero contratto) rende probabile (anzi, certo) questo scenario, proprio perchè toglie ai lavoratori disoccupati la possibilità di opporsi ad un contratto che avvantaggia solo chi il lavoro ce l'ha.

Questo argomento è smisurato, e spero di poterci tornare con maggiore cognizione di causa dopo aver letto Coase (ce l'ho sul comodino).

Parte II

"In Giappone, dove pure esistono sindacati con un peso rilevante, l'esito [dell'abolizione del contratto nazionale, NdLibertyfirst] è una profonda rottura fra i lavoratori delle grandi imprese, che godono di alti salari e di un'elevata tutela del posto del lavoro, e una grande massa di lavoratori esclusa dalla contrattazione."

All'autore dell'articolo il dubbio non viene, a me sì: non è che i sindacati bloccano l'accesso alle grandi imprese, che pagano meglio, costringendo gli altri lavoratori a fare lavori meno retribuiti? La contrattazione nazionale è anche questo, o, meglio, solo questo: si chiama restrizionismo. Comunque la situazione in Giappone non la conosco. E magari una noticina sui 15 anni di stagnazione dovuta al fallimento di tutte le politiche monetarie conosciute bisognava aggiungerla...

"Ma l'esempio a noi più vicino e illuminante è, senza dubbio, quello americano. Il declino della grande impresa manifatturiera, l'ampliamento del settore dei servizi che copre ormai l'80 per cento del lavoro dipendente, e il proliferare del lavoro discontinuo hanno messo irrimediabilmente in crisi la presenza dei sindacati nei luoghi di lavoro."

La prima cosa da dire è che i sindacati non ci sono perchè i lavoratori non ritengono utile affiliarsi. Segno evidente che, tolto ai sindacati il potere coercitivo di imporre un contratto nazionale a danno dei disoccupati, i sindacati non hanno alcun servizio da svolgere che interessi i lavoratori: sono inutili.

In ogni caso, l'analisi della (tragica, a ben vedere) situazione americana merita un'analisi più approfondita.

Cominciamo col dire che gli USA si trovano in una situazione macro-economica agghiacciante, dovuta alle politiche monetarie suicide della Federal Reserve. Gli USA odierni sono caratterizzati da:

1) Un eccesso di consumo e un difetto di risparmi (sono due facce della stessa medaglia),
2) Una bilancia commerciale patetica dovuta al punto precedente,
3) Un livello di indebitamento della P.A. degno di una repubblica delle banane,
4) Un livello di indebitamento dei privati degno di una repubblica delle banane,
5) Come conseguenza, il settore manufatturiero è stato distrutto e trasferito de facto in Estremo Oriente,
6) Invece di comprare merci con altre merci, gli americani comprano a debito,
7) Del resto, non vedo come si possa comprare del petrolio in cambio di servizi di assistenza legale...
8) L'elevato livello di indebitamento rende impraticabile l'unica soluzione di lungo termine: la fine dell'inflazione monetaria.

Il risultato è che gli USA stanno nella merda, e noi con loro. History is on the move, direbbero i Twins ma in realtà sono i soliti corsi e ricorsi della storia dello statalismo. The world as we know it is coming to an end...

In questa situazione, è normale che molti lavoratori americani non se la passino molto bene: anche se le mie competenze econometriche sono nulle, la notizia che c'è un largo divario tra produttività (cioè il rate di crescita del debito americano, che gonfia il PIL) e salari (cioè la produttività del lavoro vera e propria) di cui si parlava da Sofia non mi stupisce.

A questo si somma la pressione di due milioni di immigrati l'anno, che di certo contribuisce a livellare verso il basso i salari. In un paese normale, l'aumento dell'1% l'anno della forza lavoro avrebbe un impatto trascurabile. Ma la situazione USA è tutto fuorchè normale.

Insomma: i problemi economici americani hanno spiegazioni molto più credibili di una mancanza di potere contrattuale, "teoria" che non ha alcuna base razionale in un contesto di mercato con merci assolutamente non specifiche e altamente mobili, come, appunto, il lavoro.

Parte III

"L'esempio più noto nella pubblicistica americana è quello della Wal-Mart, la famosa catena di distribuzione, che è anche la più grande impresa americana, con un milione e trecentomila dipendenti. Wal-Mart è riuscita finora, non ostante tutti gli sforzi del sindacalismo americano, a impedire la costituzione di un sindacato aziendale. I salari pagati dall'azienda sono talmente bassi che, paradossalmente, è stata la stessa Wal-Mart a chiedere al governo un aumento del salario minimo legale (da molti anni fermo a 5,15 dollari)."

Beh certo... questa sembra una barzelletta. Se Wal Mart volesse pagare salari più elevati, non avrebbe bisogno di essere costretta a farlo per legge. Se la storia è vera, è più probabile che debba essere interpretata in questo modo: Wal Mart vuole alzare i salari minimi per fregare la concorrenza, che probabilmente è meno efficiente e non sarebbe in grado di essere competitiva con Wal Mart a salari maggiori.

"la privazione per la metà dei lavoratori dell'assistenza sanitaria che negli Stati Uniti è affidata alla contrattazione fra impresa e sindacato."

Veramente, sono 45 milioni gli americani senza assicurazione, cioè il 15% del totale, e costano al contribuente 45 miliardi l'anno. In massima parte sono free-riders che approfittano dello stato sociale per risparmiare sui costi della loro salute e farli pagare al resto della nazione...

"Tra gli argomenti portati dai fautori della soppressione formale o sostanziale del contratto nazionale, vi è anche l'argomento del divario fra Nord e Sud. La soppressione del contratto nazionale (o una sua sostanziale disarticolazione) consentirebbe una differenziazione territoriale dei trattamenti salariali. E' un argomento insidioso, ma sostanzialmente infondato per almeno due ragioni. La prima è che i salari fissati nel contratto nazionale definiscono i minimi per ciascuna categoria professionale, ma diversi sono i salari medi di fatto fra Nord e Sud. Se si escludono le grandi imprese, i salari di fatto sono consistentemente più bassi al sud, dove è ovviamente di scarso peso, quando non del tutto inesistente, l'integrazione dei minimi salariali fissati dal contratto nazionale."

Questo argomento dimostra inequivocabilmente due cose: la prima è che la disoccupazione al Sud è causata dai sindacati, che impongono "costi minimi del lavoro" superiori alle capacità produttive di milioni di lavoratori; la seconda è che i sindacati sono perfettamente consci di questo, e lo ammettono pubblicamente senza remore. C'era un tempo in cui i sindacati spacciavano le loro attività come "bene del proletariato": ora non hanno più l'ipocrita decenza di nascondersi dietro gli slogan dello stato sociale. I sindacati sanno benissimo cosa rende la disoccupazione al Sud elevata, e cosa fa scappare il capitale: loro. Tanti saluti per la solidarietà sociale e la "coscienza di classe del proletariato oppresso". Oppresso da chi? Da loro.

"La seconda ragione è che nei paesi dove non si pratica una contrattazione nazionale, come è il caso, in Europa, della Gran Bretagna e della Francia, non si rinuncia a un livello minimo e universale di salario, fissando per legge il salario minimo legale."

Questo non è un argomento. E soprattutto non mi nasconderei dietro il caso francese, che più tempo passa più si rivela fallimentare e foriero di conflittualità sociale generalizzata. Io preferisco nascondermi dietro Phastidio, che riporta questa stupenda frase di Larry Errison, fondatore di Oracle: "si parla di modello sociale francese; ma non è un modello, perché nessuno lo copia; e non è sociale, perché produce milioni di disoccupati".

"Nell'insieme, i salari e il costo del lavoro in Germania sono di almeno un terzo più alti della media italiana. Ma né la contrattazione settoriale, né l'elevatezza dei salari impediscono alla Germania di conservare l'industria manifatturiera più competitiva al mondo insieme con un permanente e gigantesco avanzo della bilancia commerciale."

Il motivo più probabile è che la produttività è superiore. Più sei produttivo più puoi sopportare le assurdità della politica. L'avanzo della bilancia commerciale dipende dai risparmi, e non direttamente dal mercato del lavoro, quindi è fuori luogo parlarne.

In ogni caso, vi dico due cosette sulla Germania: la prima è che i tedeschi orientali vanno a lavorare in Polonia per sfuggire alla disoccupazione; la seconda è che la disoccupazione è del 12%, e si concentra tutta ad Est, che si trova in condizioni simili al Sud Italia, con tassi di disoccupazione molto maggiori che nel Sud (scesa al 16% negli ultimi anni, grazie alla Legge Biagi e alla Legge Treu).

"In sostanza, la lezione che Ichino si ostina a impartire ai sindacati italiani riflette quell'impostazione ideologica che tende ad affidare al mercato la regolazione dei rapporti di lavoro."

Questa frase è una semplice scorrettezza intellettuale. Non solo perchè gli argomenti precedenti sono deboli, ma perchè non esistono impostazioni non ideologiche alla politica. Possiamo vedere i fatti indipendentemente dall'ideologia, ma non possiamo proporre soluzioni non ideologiche: ogni soluzione si deve logicamente basare su un giudizio di valore. Chi critica un argomento dicendo che è ideologico in genere lo fa perchè non ha veri argomenti.

Detto questo, i sindacati sono evidentemente solo un gruppo di potere che danneggia i lavoratori più deboli, e l'economia nel suo complesso. Sarebbe una buona cosa farne a meno...

La soluzione da me proposta è quasi a costo zero nel breve termine e a somma positiva nel medio e nel lungo termine.

Nel breve, infatti, i lavoratori ora disoccupati saranno liberi di scegliere tra il loro attuale stato di disoccupati (nessuno li costringe a lavorare), e peggio di così non possono stare, ad un lavoro poco pagato, ma comunque un lavoro.

Nel medio, si ha riduzione della disoccupazione, delle spese sociali, un aumento della produttività, un aumento dell'esperienza lavorativa, una riduzione della criminalità.

Nel lungo si ha una maggiore competitività che comporta maggiori investimenti e maggiori salari: è l'unica via d'uscita del Sud. Altrimenti rimarrà tutto così com'è: anzi, ci sarà un continuo peggioramento.

Nella realtà, cambiare istituzioni, mentalità e aspettative è un processo sempre doloroso, ma l'alternativa qual è? Il problema è la politica. La soluzione è il liberalismo.

L'articolo di Lettieri, in conclusione, consente una trattazione sistematica di tutti i danni provocati dei sindacati. Rimane una sola considerazione da fare, che non c'entra con l'articolo, ma riguarda comunque i sindacati: nessun gruppo di privati può avere il diritto di impiegare la forza per aggredire persone innocenti.

Se un gruppo di tifosi facesse cordone intorno ad uno stadio per non fare entrare giocatori e altri tifosi, tutti li riterebbero dei violenti, e tutti vorrebbero che la polizia intervenisse. Dovrebbe valere la stessa cosa quando i sindacati picchettano le aziende, fanno manifestazioni violente, aggrediscono i "crumiri". Lo stato deve difendere la legalità, non fare l'outsourcing del potere di coercizione di cui dispone.

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categoria:economia, politica interna, politiche sociali
giovedì, 23 marzo 2006

Quartiere Libertarian è un aggregatore di blog libertari e liberali radicali. Al momento il quartiere ospita 18 cittadini. Chiunque abbia un blog libertarian può venire. Chiunque voglia avere una panoramica di cosa succede nei blog affiliati può vedere le segnalazioni sul Quartiere.

Ad esempio, gli ultimi tre post segnalati sono:

V per Vendetta... A per Anarchia: recensione del film scritta da Astrolabio

Come passare dalla parte del torto: riflessioni sul laicismo e la laicità di Sgembo.

Open the doors of truth: lettere di Jefferson sulla libertà di stampa, riportate da Grendel.

QuartiereLibertarian è spesso aggiornato, perchè ogni membro aggrega i suoi post di ispirazione libertarian. Ogni giorno ci sono nuove segnalazioni. Chi è interessato o semplicemente incuriosito dal libertarismo dovrebbe passarci spesso...

Chi vuole pubblicizzare l'iniziativa, anche senza prenderne parte, può prendere il banner alla mia sinistra e inserirlo nel suo blog. Ma se siete libertari è meglio affiliarsi.

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giovedì, 23 marzo 2006

Invitato da L'eretico, mi tocca parlare del mio rapporto con l'inferno. Diciamo che sto messo bene:

Gola: Vedermi mangiare è un'esperienza indimenticabile. Una volta a cena ho mangiato una pizza, mezza focaccia, venti arrosticini, due bruschette, un dessert, un caffè, un digestivo e 3 birre medie: sono abbastanza sicuro di meritarmi un posto nel Guinness dei primati. Quando Malthus teorizzava la sua famosa Legge pensava a me: se tutti mangiassero come me non potrebbero esistere più di un milione di persone in tutto il pianeta. Quando Dio volle punire il faraone, voleva mandare me in Egitto; poi per pietà ha mandato le cavallette. Quando i ristoranti forfettari mi vedono cambiano politica.

Superbia: Mi piacerebbe essere superbo, ma quando ci provo scoppio a ridere. E' più forte di me, non riesco a prendermi sul serio, figuriamoci se sono superbo.

Ira: Non ho alcun rapporto con i terroristi irlandesi. Denuncerò chiunque sostenga il contrario. Poi verrò a casa sua e lo picchierò, lo farò a pezzi, lo friggerò insieme al baccalà e i fiori di zucca. CAPITO? Ah... era l'ira, non l'IRA... beh, no, non mi arrabbio mai.

Lussuria: Ultimamente sto al sicuro da questo vizio. Mi piacerebbe ricominciare al più presto.

Invidia: Per circa 30 secondi l'anno capita che sono invidioso. La cosa mi fa vergognare e smetto subito dopo.

Avarizia: Nonostante questa mia caratteristica faccia a pugni con la gola, sono molto tirchio. Da giovane spendevo solo in CD Metal, ora solo in libri. Purtroppo vado anche spesso a mangiare fuori. Per il resto sono tirchissimo. Anche perchè non mi viene in mente nulla da comprare che non si ascolti, non si legga e non si mangi.

Accidia: Oscillo. Posso andare a macchinetta come un trattore per mesi, ma a volte se non inizio a fare qualcosa col cavolo che mi viene la voglia di cominciare. Sono un po' diesel, solo che non pago il bollo.

Nominati:

Mattinate Fiorentine
Marco Mura
Passaggio al bosco
Ooparty
Elektra Natchios
Visione delle cose
Blog della cacca

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mercoledì, 22 marzo 2006

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Anche se non ho firmato il manifesto, comparire vicino ad un VIP che stimo moltissimo come Marcello Pera fa un certo effetto. Certo, se io e Pera diventiamo vicini di casa, come dice Daw, "C'è qualcosa che non va": c'è il rischio che mi monto la testa.

Per evitare questo rischio ho deciso di fare questo post patetico, con tanto di screenshot della prima pagina di Tocque-ville. Non è la prima volta che screenshotto Tocque-ville, è che finire in prima pagina fa bene alla mia auto-stima, che quando vedo la pila di libri da leggere che ho in stanza vacilla un pochino.

Vabbè, il prossimo post sarà più serio...

postato da: Libertarian alle ore 19:34 | Permalink | commenti (6)
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mercoledì, 22 marzo 2006

Questo post si basa su una segnalazione di Elektra, che ha scritto un post sulla patetica storia della chiusura dell'autodromo di Monza alle automobili rumorose (diventerà una pista ciclabile?).

Questi i fatti, come potete leggere su Repubblica e Il Giornale: l'autodromo di Monza sta lì dal 1922. Attorno all'autodromo c'è un parco naturale (costruito dopo, suppongo) e delle case abitate (costruite dopo, suppongo). Tre abitanti di queste case hanno sporto denuncia contro l'autodromo perchè le macchine facevano troppo rumore.

Come si legge al sito di AmiciAutodromo: Il 15 novembre 2005 il giudice della quarta sezione civile del Tribunale di Milano, Marco Manunta, ha decretato che dovranno avere il "silenziatore" le auto e le moto che correranno all'autodromo, comprese le Formula 1, per ridurre l'impatto acustico. La vicenda giudiziaria prosegue con i ricorsi della SIAS.

Ieri è arrivata la conferma di questa oscena sentenza. Per peggiorare ulteriormente la situazione, il giudice in questione si è sentito obbligato a scrivere nella sentenza la seguente assurdità:  ha definito l'automobilismo uno sport "voluttuario, pericoloso e di nessuna utilità sociale".

Urgono due riflessioni:

  1. Il giudice non deve curarsi dell'utilità sociale, che non esiste e, quindi, non può che essere definita arbitrariamente. Si tratta di una bella parola demagogica dietro la quale si può nasconodere ogni arbitrio, ogni sopruso e ogni illegittima intromissione dell'apparato sociale di coercizione e costrizione (lo stato) nella vita degli individui. Lo scopo del giudice deve essere quello di verificare e punire le violazioni dei diritti individuali, non imporre agli altri la propria visione moralistica (nel peggior significato del termine) su ciò che è importante e ciò che è "voluttuario, pericoloso e socialmente inutile".
  2. L'autodromo è lì dal 1922. Chi ha costruito case in quel posto sapeva della sua esistenza. Avrebbe dovuto tenerne conto. Se costruisco casa vicino ad un asilo non posso andare dal giudice per imporre di tagliare le corde vocali ai bambini; allo stesso modo, se costruisco casa di fronte ad una centrale elettrica non possono andare dal giudice per imporre il blackout.

Questo secondo punto ci porta dritti verso il principio lockiano del homesteading. Questo principio giuridico, tipico della common law anglosassone, consiste nell'affermare che chi si appropria di un qualcosa per primo può legittimamente accampare diritti sul "frutto del proprio lavoro".

Ad esempio, se costruisco una casa sul mare e il panorama viene rovinato da un successivo grattacielo di cento piani che viene costruito tra la mia casa e il mare, la mia proprietà ne viene danneggiata e ho diritto al ripristino dello status quo, o, se non è possibile, ad un risarcimento. D'altra parte, se costruisco casa dietro un grattacielo di cento piani non ho alcun diritto di andare dal giudice e dire "spostate il grattacielo che non mi piace".

Il principio di homesteading garantisce la massima certezza del diritto, proprio perchè impone a tutti gli individui di rispettare la struttura dei diritti preesistente. Senza questo principio i piagnistei in tribunale, e l'arbitraria volontà di un qualche magistrato ligio al mito del benessere sociale potrebbero imporre qualsiasi assurdità a chiunque. Ogni diritto diverrebbe incerto, l'ordine giuridico diverrebbe un caos, ogni individuo agirebbe senza tener conto delle conseguenze delle proprie scelte... cavolo: ho descritto alla perfezione l'ordine giuridico attuale!

L'autodromo di Monza ha acquisito il diritto di far rumore sin dal 1922. Chiunque abbia costruito casa di fronte a questo deve tenerne conto. La legge va fondata su sani principi, e non sull'arbitraria volontà di un qualche giudice.

postato da: Libertarian alle ore 12:56 | Permalink | commenti (13)
categoria:politica interna, libertarismo