sabato, 31 dicembre 2005

Sono un saltuario lettore dei giornali "governativi" e volevo porre l'attenzione su questo bell'articolo del Prof. Battaglia per "Il Giornale" del 30 Ottobre (non faccio collezione di quotidiani: ho riletto l'articolo in allegato a "Tempi", interessante rivista di cattolici liberali).

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=39395

Battaglia esordisce con una divertente battuta: "Prodi [...] sull'energia solare ha un'agenda politica ricca di progetti di legge. Peccato che le leggi di Prodi contraddicano quelle della fisica".

Ovviamente l'argomento è l'energia solare in tutte le sue forme e manifestazioni: compresi i colpi di sole di chi crede che possa essere un'energia "alternativa". L'energia solare sembra tanta: 1kW per ogni metro quadro di superficie illuminata. Peccato per la parolina "illuminata", perchè la potenza media che arriva durante l'anno è solamente di 200W/mq. L'energia solare può essere usata in più modi:

1) Se illumina una cella fotovoltaica viene trasformata in energia elettrica
2) Se riscalda l'acqua può far risparmiare energia per la piscina, come va di moda ad Hollywood
3) Se fa bollire l'acqua e muove una turbina può essere trasformata in energia elettrica
4) Se fa evaporare l'acqua e la fa cadere su una turbina può essere trasformata in energia (idro)elettrica
5) Se fa muovere l'aria può essere trasformata in energia elettrica (eolica)
6) Se fa crescere le piante può essere trasformata in bio-combustibile

Ognuno di questi processi ha una propria efficienza energetica (solo una frazione dell'energia naturale diventa energia elettrica). Gli esempi riportati da Battaglia sono:

idroelettrico: 0.5W/mq (0.25%!!!)
legna da ardere: 0.5W/mq (0.25%!!!)
eolico: 1W/mq (0.5%)
fotovoltaico: 20W/mq (10%)
collettore solare: 100W/mq (50%: ma non è chiaro se è energia elettrica: si parla solo di acqua scaldata)

Purtroppo il 95% dell'energia solare utilizzata dall'uomo dipende dai primi due processi. Per avere un'idea, l'Italia ha una superficie di 300.000kmq, una potenza installata di circa 100GW, e un consumo di energia elettrica di 300TWh. Questo significa che, se coltivassimo legna da ardere e la bruciassimo per ottenere energia elettrica, sarebbero necessari 70.000 kmq di territorio per produrre 300TWh in un anno. Ridicolo. Se usassimo collettori solari basterebbero 350kmq: è fattibile? No. Infatti l'energia serve anche d'inverno, di notte e quando è nuvoloso. Quindi è necessario immagazzinare energia per averla a disposizione quando serve. Ma gli unici metodi per immagazzinare GWh di energia noti all'uomo sono i bacini idroelettrici e la bio-massa. E torneremmo al mezzo watt al metro quadro di prima...

Sul fotovoltaico valgono sempre le stesse obiezioni: i 20W/mq sono una media. Servono degli accumulatori per avere energia anche di notte, e gli accumulatori costano. E anche i pannelli costano: costruire un metro quadro di silicio policristallino drogato e smaltato di biossido di titanio richiede molte risorse. E bisogna pure proteggerli dagli uccelli che, scambiando il colore bluastro del biossido di titanio per uno specchio d'acqua, si lanciano a velocità impulso sui costosi impianti.

Per i collettori solari sembrerebbe che ci sia un futuro... almeno se riusciamo a immagazzinare l'energia da qualche parte (ergo, 0.5W/mq). Non c'è da stupirsi, quindi, se questa fonte di energia viene usata solo per riscaldare l'acqua. Peccato che questo al massimo riguarda il 10% dell'energia consumata.

Per quanto riguarda i bio-combustibili, cito la chiusura dell'articolo: "Gli unici a trarne profitto sono solo quei quattro gatti di agricoltori cui quelli del Sole-che-ride vorrebbero elargire ricche sovvenzioni di denaro pubblico". Il motivo è semplice: per avere 0.5W/mq di superficie coltivata, bisogna sprecare gasolio per i trattori. E' forse più ecologico bruciare il gasolio nelle centrali.

La politica ha le sue ragioni che la ragione non conosce.

Sull'argomento anche Pinocchio: http://pinocchio.blogspirit.com/archive/2005/12/27/energie-alternative-o-energie-complementari.html

postato da: Libertarian alle ore 14:28 | Permalink | commenti (54)
categoria:ecologia
venerdì, 30 dicembre 2005

Se tutti gli uomini fossero d'accordo sulle norme riguardanti l'uso della forza (le norme giuridiche) e le applicassero coerentemente, non esisterebbe conflittualità.

La scarsità continuerebbe ad esistere, in quanto è una caratteristica ineliminabile del mondo in cui gli uomini vivono; quindi continuerebbe ad esistere anche la proprietà privata: se c'è scarsità, occorrono regole che indichino quali fini scegliere tra quelli che la scarsità rende incompatibili.

Il fine del diritto è regolare la proprietà privata: chi ha l'usus (la capacità giuridica di controllare una risorsa) e chi ha l'abusus (la capacità giuridica di cambiare il proprietario della risorsa) decidono chi otterrà il fructus (il beneficio legato all'utilizzo della risorsa). Questo significa che il diritto, come la proprietà privata, esiste necessariamente (in forma esplicita o implicita): non esistono società a-giuridiche, come non esistono individui a-morali.

In un mondo dove tutti gli individui sono d'accordo sulle norme giuridiche e le rispettano ci sarebbe un libero mercato puro (e "immacolatamente concepito"), con consumatori, produttori, risparmiatori, investitori, rentier, lavoratori, capitalisti, eccetera.

Nel mondo reale esistono almeno quattro categorie di problemi associati a questo quadro idilliaco.

Il primo problema è che alcune persone non rispettano (o non accettano) l'insieme delle norme giuridiche. Se questo gruppo di persone è piccolo e non si dà tanto da fare, possiamo considerarli dei fuori-legge, perchè agiscono all'esterno del quadro giuridico prevalente nella società. Al di sopra di una certa soglia di violenza, però, parlare di società non ha senso: si ha uno stato di guerra civile. Siccome a noi interessa la società, possiamo trascurare lo stato di guerra civile, e supporre che esista un largo consenso sulle norme giuridiche. In ogni società la difesa dell'ordine giuridico richiederà istituzioni in grado di usare la forza contro i "fuori-legge", per impedir loro di danneggiare l'"ordine costituito".

Il secondo problema è che le norme del diritto non esistono in natura; l'accordo in questione, condizione necessaria per avere una società, riguarda una costruzione mentale: il concetto di legittimità. L'applicazione delle norme ai casi specifici non può essere il risultato di un processo meccanico, e ci può essere disaccordo. In questo caso, possiamo affermare che l'"accordo", implicito o esplicito, che ci consente di parlare di società, riguardi anche le istituzioni tese a dirimere queste dispute.

Possiamo quindi immaginare una società dove esiste un insieme di norme giuridiche comunemente accettate, una minoranza di "fuori-legge" (all'esterno dell'ordine giuridico), un insieme di istituzioni il cui scopo è "difendere l'ordine" (forze di polizia, carceri, tribunali), un insieme di "problematiche giuridiche" (all'interno dell'ordine giuridico), e un altro insieme di istituzioni il cui scopo è dirimere le dispute (giudici, arbitri, giureconsulti).

La discussione fatta finora è wertfrei (basata su fatti, e non su valori), anche se stiamo parlando di valori (ma l'esistenza dei valori è un fatto). La descrizione che abbiamo fatto della società va bene per qualsiasi società: va bene per una società anarco-capitalista, come va bene per una società totalitaria. Possiamo infatti immaginare che una qualsiasi norma giuridica venga accettata e rispettata da tutti in una società senza bisogno di reputarla giusta (ad esempio, in una società tribale i sacrifici umani possono essere considerati parte del diritto).

Ed è quindi chiaro che l'approccio qui riportato non ha nulla a che fare col contrattualismo: l'accordo di cui parlo non è il risultato di un mitico contratto sociale originario, ma il risultato di una coordinazione tra individui, da cui nasce un ordine giuridico: non è detto che da ogni gruppo umano si generi un ordine giuridico, in questo caso si ha un conflitto civile.

Arriviamo al terzo problema: un'istituzione non è un'entità passiva che si limita a registrare l'"accordo" sociale e ad applicare meccanicamente le regole che da questo derivano. Le istituzioni non hanno una volontà propria, sia ben inteso, ma non sono automi meccanici (o computer), perchè sono il risultato di idee, di decisioni e di azioni individuali.

Consideriamo ad esempio un argomento liberale classico "a favore" dello stato: nelle dispute individuali serve un'istituzione che svolga il ruolo di "giudice terzo", un giudice che dirimi le dispute senza farsi deviare dallo spirito di parte. E' chiaro che, in caso di disaccordo, serva un'istituzione di questo tipo. E' altrettanto chiaro che quest'istituzione sarà composta di persone che svolgono una determinata funzione. Ma nessun essere umano potrà mai essere terzo rispetto al resto della società. Il giudice terzo non esiste: quello che esiste è la necessità di essere il più possibile imparziali nel giudizio. E non si capisce come si possa pensare che lo stato, che ha le mani in pasta dappertutto, possa essere considerato imparziale nelle dispute tra individui.

Parafrasando Rothbard, potremmo dire "Institutions have consequences": le funzioni sociali la cui necessità è stata descritta nei punti precedenti possono essere realizzate (o si può cercare di realizzarle) mediante diverse istituzioni. Basti pensare alle differenze tra corti di arbitrato (scelte dalle parti in causa) e tribunali (imposti alle parti in causa) per dirimere le dispute; o alle differenze tra common law (frutto di decisioni locali e decentralizzate) o alla civil law (frutto di decisioni centralizzate e potenzialmente onnipervasive) per decidere le leggi.

Arriviamo all'ultimo problema, che, in realtà, potevamo mettere per primo: i giudizi di valore non hanno un substrato empirico, vero, ma possono essere irrazionali: possono essere auto-contraddittori, contradditori se messi insieme ad altri valori, praticamente irrealizzabili, incompatibili con i mezzi che si hanno a disposizione... insomma: bisogna essere realisti nell'avere ideali... solo un insieme di principi coerente e realistico può essere a fondamento di un ordine sociale stabile.

Riassumendo:

1) La società si deve basare su un accordo generalmente accettato sulle norme che regolano l'uso della violenza, le norme giuridiche.

2) La polizia, i tribunali, le carceri servono: qualsiasi società reale deve possedere istituzioni che svolgono la funzione di difendere l'ordine giuridico dall'aggressione dei, in senso letterale, "fuori-legge".

3) Tribunali, arbitri, fonti di giurisprudenza servono: qualsiasi società reale deve possedere istituzioni che svolgono la funzione di determinare le regole e dirimere le dispute.

4) Le istituzioni non sono passive: la forma istituzionale ha consequenze. Un aspetto pericoloso delle istituzioni è, ad esempio, la brama di potere di chi le rappresenta.

5) Il sistema giuridico deve avere una certa coerenza interna e i fini che è chiamato a realizzare devono essere compatibili con i mezzi effettivamente a disposizione degli individui che ne fanno parte.

P.S. Alla fine non abbiamo ancora capito cosa è lo stato... il problema è che, al momento di scrivere queste note, ancora non ho una risposta... Work in progress...

P.P.S. Astrolabio: prima o poi ci arriverò, non disperare...

postato da: Libertarian alle ore 14:46 | Permalink | commenti (2)
categoria:libertarismo, filosofia politica
venerdì, 30 dicembre 2005

La vigilia di Natale è uscito un divertente articolo di Filippo Facci su Il Giornale:

http://www.ilgiornale.it/a.pic1?ID=52627

L'articolo ha un vago sapore libertarian...

postato da: Libertarian alle ore 11:29 | Permalink | commenti (5)
categoria:politica interna, libertarismo
giovedì, 29 dicembre 2005

Consideriamo Robinson Crusoe su un'isola deserta. Arrivato sull'isola, comincia a rovistare nei cespugli alla ricerca di bacche. Le trova e le mangia. Questo è consumo.

Dopo essersi rassegnato a rimanere sull'isola per un bel po' di tempo, comincia a pensare "Con una giornata di lavoro posso raccogliere 200 fragole. Se avessi un bastone per rovistare meglio, potrei raccoglierne 500 al giorno. Ma per fare il bastone mi serviranno cinque giorni di lavoro, e il bastone durerà dieci giorni, e poi diverrà inservibile". (Si noti che sto supponendo Robinson onniscente: conosce ogni singolo particolare rilevante del problema da risolvere, si trova in una situazione che non realistica).

Se decide di andare avanti senza bastone, continuerà a produrre 200 bacche al giorno. Se decide di costruire il bastone, starà cinque giorni senza produrre bacche, e poi ne produrrà 500 al giorno per dieci giorni. Per prendere una decisione deve valutare le due situazioni: meglio 3000 bacche distribuite uniformemente per 15 giorni, o 5000 bacche, distribuite uniformemente per dieci giorni, a partire dal sesto giorno?

Se siete studenti di economia, avrete già preso carta e penna e cominciato a scrivere: 200+200/(1+d)+200/(1+d)^2+...+200/(1+d)^14 = 500/(1+d)^5+500/(1+d)^6+...+500/(1+d)^14... da cui d=16.9%... i due piani sono equivalenti quando il tasso di interesse è del 16.9%, se il tasso è maggiore, conviene lavorare senza bastone, se il tasso è minore, conviene lavorare col bastone... bla bla bla...

Quanta fretta... nel ragionamento precedente c'era circa una tonnellata di ipotesi implicite:

- L'utilità di due corsi d'azione può essere misurata in base al quantità attuale (riportata al presente, dato un tasso di interesse...) di more prodotte.
- Esiste un tasso di interesse con cui fare i calcoli.
- E' indifferente per Robinson raccogliere more o produrre bastoni.

Ma insomma: un po' di rispetto per le scelte di Robinson: la vita è sua!

Il primo errore è che l'utilità non può essere misurata in quantità di more, perchè il valore è ordinale, e perchè il valore dell'N-sima mora è inferiore a quello dell'(N-1)-sima mora. Il secondo errore è che Robinson non può telefonare al suo intermediario finanziario per chiedere informazioni sulle mosse di Bernanke: il tasso di interesse lo dobbiamo ancora definire. Il terzo errore è che due lavori diversi possono essere diversamente faticosi, noiosi e pericolosi. Insomma: non esiste una scelta razionale per Robinson, risolvibile con un'equazione.

Robinson deve valutare un insieme di fattori (inutile rifare una lista...), e si trova di fronte al problema di dover confrontare valori di merci disponibili in tempi diversi: deve dare un valore allo scorrere del tempo.

E' ovvio che è meglio avere 5000 more subito piuttosto che 3000 subito. Ma la disponibilità dilazionata diversamente nel tempo rende non ovvia la valutazione.

Se Robinson decide di produrre il bastone, deve risparmiare more (per mangiare mentre produce il bastone) e impiegare il proprio tempo in maniera indiretta: invece di produrre more direttamente, produrrà more future lavorando attualmente sul bastone.

Robinson effettua un investimento: utilizza i propri risparmi per provvedere al suo futuro consumo. Accumulando beni di produzione (capitali), Robinson è in grado di produrre più beni in futuro, o di produrre beni che non è possibile produrre senza un'organizzazione particolarmente complessa. E' quello che vediamo nella realtà: un agricoltore con un trattore produce più di un agricoltore a mani nude; e una società complessa può produrre merci, come i lettori DVD, che non sono realizzabili nell'economia di una tribù (Neanche se tutti i membri della tribù hanno studiato ingegneria: implementare la tecnologia richiede capitale).

Per produrre beni capitali occorre risparmiare beni di consumo (non consumarli) ed impiegarli (investirli). Non è strettamente necessario restringere i consumi: mettersi a costruire il bastone a primavera, quando c'è più cibo, può consentire di risparmiare più more, senza dover ridurre i consumi.

I beni capitali tendono a rovinarsi nel tempo. Il bastone può spezzarsi, i macchinari possono diventare obsoleti, la linea di produzione può diventare inutile per un cambiamento dei gusti dei consumatori (nel nostro caso, dei gusti di Robinson). Per ripristinare la struttura del capitale occorre continuare a risparmiare ed investire. Se si risparmia troppo poco, il capitale si consuma; se si risparmia più del necessario, si accresce.

Al momento stiamo supponendo una situazione di certezza: il futuro è noto e bisogna valutarlo. Il mondo in cui viviamo non è così: nel nostro mondo è necessario agire imprenditorialmente.

Vai alla lezione 6: http://2909.splinder.com/post/6701410 
Vai alla lezione 8: http://2909.splinder.com/post/6732235

postato da: Libertarian alle ore 14:16 | Permalink | commenti
categoria:economia austriaca
mercoledì, 28 dicembre 2005

Un bene può essere impiegato per soddisfare un bisogno immediato. In questo caso si parla di bene di consumo. Il consumo è il fine dell'azione umana: rappresenta il soddisfacimento del fine (questa non è una difesa del consumismo, perchè il concetto di fine è astratto e si applica a qualsiasi cosa, non necessariamente materiale).

Una parte del prodotto può essere impiegata per soddisfare fini futuri, e questi si chiamano beni di produzione. Unendo assieme più beni di produzione è possibile ottenere beni di consumo futuri.

Le energie fisiche spese per raggiungere un fine rappresentano il lavoro. Le risorse naturali impiegate sono la terra (termine generico: anche un banco di sardine è considerata terra). Poi esistono i beni di produzione che non sono naturali, ma sono a loro volta prodotti: i beni capitali. I beni capitali si ottengono mischiando tre componenti: il lavoro, la terra e il tempo.

Esiste un fattore di produzione necessario, ma che è disponibile in quantità illimitata: l'idea tecnologica. Una volta imparato come ottenere qualcosa, la "ricetta" smette di essere un mezzo, e diventa una condizione generale dell'azione. Non potete fare il caffè senza saper usare la moka, ma, una volta imparato, non avete bisogno di comprare la ricetta.

I beni di consumo sono valutati in funzione del fine che consentono di raggiungere. I beni di produzione, invece, sono valutati in funzione del contributo che danno alla produzione dei beni di consumo. (NB: normalmente si dice che i prezzi derivano dai costi di produzione, in realtà sono i costi di produzione a derivare dai prezzi dei beni di consumo...).

La produzione richiede tempo: il tempo di produzione. A parità di condizioni, è sempre preferibile raggiungere i propri fini prima piuttosto che dopo. D'altro canto, un bene prodotto sarà utile per un certo periodo di tempo: il tempo di servibilità. A parità di condizioni, è sempre meglio avere un bene durevole piuttosto che un bene non-durevole.

Dal fatto che è meglio soddisfare un fine subito piuttosto che dopo si deriva una caratteristica universale dell'azione umana, che è la preferenza intertemporale. Gli uomini preferiscono l'oggi al domani.

Si dice che un individuo ha un'elevata preferenza temporale se valuta il domani molto meno di oggi, mentre ha una bassa preferenza temporale se valuta il domani poco meno dell'oggi. Chi vive alla giornata ha un'elevata preferenza temporale. Chi pensa a 20 alla propria pensione ne ha una bassa.

Non è possibile avere una preferenza intertemporale nulla: significherebbe dare valore all'attesa in sè (se aspettate due ore che escano le ballerine fuori dagli studios di una trasmissione non date valore all'attesa, ma al futuro panorama).

Il fatto che l'oggi valga sempre qualcosa in più del domani implica che, per fare aspettare qualcuno, in generale, dovrete dovrete dargli qualcosa in cambio: se chiedete, ad esempio, 1000€ in prestito, dovrete restituire qualcosa in più in futuro (ad esempio, 1050€). Il prezzo del tempo è il tasso di interesse puro. Il termine "puro" sarà chiaro in futuro: al momento accontentatevi di sapere che l'interesse non è soltanto la remunerazione dell'attesa (la componente "pura"), ma dipende pure dalle variazioni di prezzo e dal rischio di credito.

Ultima nota: Non discutete di questi temi con un omosessuale: rischiate di essere licenziati... http://blog.mises.org/hoppe 

Vai alla lezione 5: http://2909.splinder.com/post/6681860
Vai alla lezione 7: http://2909.splinder.com/post/6708166

postato da: Libertarian alle ore 18:02 | Permalink | commenti (7)
categoria:economia austriaca
mercoledì, 28 dicembre 2005

L'inglese è una lingua ricca di parole, che spesso in italiano mancano del tutto (solitude/loneliness, policy/politics/polity, ad esempio). L'unica eccezione di segno opposto che conosco è irrazionale/arazionale.

Irrazionale significa contrario alla ragione: è irrazionale affermare che il cielo è normalmente fucsia, che gli uomini sono mediamente alti un chilometro, che il doppio di tre è nove.

Arazionale, invece, significa indipendente dalla ragione, nè razionale, nè irrazionale: è arazionale affermare che Alessia Merz è brutta, che la pena di morte è una conquista di civiltà, che il terrorismo è una buona cosa.

"Arazionale" indica, quindi, ciò che non dipende dalla ragione, non ciò che è incompatibile con questa. I giudizi di valore non sono irrazionali: non si viola nessun principio della logica, nè si trascura alcun fatto evidente, nel formularne. Anzi: irrazionale è colui che pensa che gli uomini possano farne a meno, solo perchè non è impossibile formularli scientificamente.

Il fatto che i valori non siano irrazionali di per sè non implica che tutti i valori siano razionali. E il fatto che siano arazionali non implica che la ragione non possa dirci nulla a riguardo.

Così, se un individuo ci dice "Per ridurre la disoccupazione occore aumentare i salari minimi", la nostra ragione ci dice di mandarlo a quel paese, perchè sappiamo benissimo che, se un individuo non trova lavoro a 3€/h, di certo non lo troverà a 5€/h; d'altro canto, tutti coloro il cui lavoro vale tra 3€/h e 5€/h si troveranno di colpo disoccupati (o lavoreranno in nero, com'è più probabile).

Di per sè, il fine di ridurre la disoccupazione è condivisibile, e non è (e non può essere) nè razionale nè irrazionale: ma il mezzo scelto è incompatibile col fine, quindi l'affermazione precedente è irrazionale, perchè contiene una contraddizione. In effetti, nella polemica politica quasi mai si ha a che fare con divergenze di fini: si tratta sempre di divergenze sui mezzi. Se capacità critica e onestà intellettuale fossero meno rare la discussione politica sarebbe un po' noiosa, ma ogni tanto anche proficua. Di esempi di questo tipo se ne possono fare a bizzeffe, ma ora bisogna portare la discussione ad un livello più astratto:

Consideriamo alcune caratteristiche delle democrazie:

1) Le decisioni sono centralizzate
2) I cittadini danno una delega in bianco a chi li governa
3) Un numero enorme di scelte su un numero enorme di problemi derivano da una sola crocetta su un pezzo di carta
4) Si impone la scelta "Sì"/"No" all'intera collettività invece di lasciare un sistema in cui ognuno decide per sè
5) Chi ha un potere decisionale praticamente illimitato può anche liberamente frugare nei portafogli dei cittadini
6) Chi ha potere  ha il diritto di decidere quando lasciare i cittadini liberi e quando imporre loro le scelte
7) Chi ha potere ha la capacità di controllare l'istruzione e l'informazione di tutti i cittadini

Che razza di risultati può dare un'istituzione con queste caratteristiche? Perchè stupirsi se la politica crea tanti problemi e non ne risolve mai neanche uno? Esistono problemi strutturali alla politica: in questo caso per risolverli non è sufficiente il voto, è necessario cambiare le regole del gioco, e non ci si può aspettare che siano i beneficiari di questo sistema a cambiarle.

Cominciamo con l'eliminare tutte le corporazioni, con l'eliminare i privilegi dei sindacati, col privatizzare tutte le scuole e le università, col privatizzare le frequenze radio, col sostituire alle scelte collettive le libere scelte individuali, col mettere le istituzioni in concorrenza tra loro invece che in combutta...

Non esiste altra via d'uscira dal vicolo cieco di un sistema politico dove chi trae beneficio dal creare danni ha il potere di perpetuare la propria capacità di danneggiare la società prendendo tutte le decisioni rilevanti. Lo stato deve ritirarsi il più possibile dalla vita degli individui.

postato da: Libertarian alle ore 16:58 | Permalink | commenti
categoria:libertarismo, filosofia politica, teoria politica
martedì, 27 dicembre 2005

Non avendo ancora risolto i miei problemi con l'HTML ho inserito il link al blogroll contro la pena di morte tra i links alla vostra sinistra.

postato da: Libertarian alle ore 12:47 | Permalink | commenti (2)
categoria:
martedì, 27 dicembre 2005

Camelot ha creato un blogroll contro la pena di morte. Io sto per entrare nel Blog-Roll, ma la mia incompetenza con l'HTML è tale che non riesco ad editare il Template. Appena risolvo il problema troverete nella colonna sinistra una lista di blog affiliati all'iniziativa.

Vi invito a partecipare all'iniziativa: andate da Camelot per ulteriori informazioni: www.camelotdestraideale.it.

Ci sono due motivi per essere contrari alla pena di morte.

Non fraintendete: un assassino rimane tale pure se aiuta le vecchiette ad attraversare la strada. Il posto giusto per un assassino è il carcere, e più ci rimane meglio è. Ma qui non stiamo parlando di tenere in cella un uomo pericoloso, ma di uccidere un uomo che potrebbe essere innocente, e di ucciderlo a sangue freddo.

Non esiste la certezza della colpevolezza: esiste una probabilità maggiore di zero di uccidere una persona innocente. A meno che non crediate negli spiriti come un passato (e forse futuro) Presidente del Consiglio, dopo la fucilazione non c'è alcun modo di correggere l'errore commesso. Almeno dall'ergastolo si può tornare indietro: anche se perdete la chiave, potete chiamare un carpentiere: finchè c'è vita c'è speranza.

Un altro aspetto importante è che l'uso della violenza non dovrebbe essere fine a sè stesso, ma un mezzo per la difesa dei diritti individuali. Che senso ha uccidere un uomo a sangue freddo? Se un ladro va armato da un individuo e cerca di rapinarlo, la vittima ha diritto di difendersi, anche uccidendolo. Ma la pena di morte è un'altra cosa: è come se la vittima, preso e immobilizzato il ladro, lo uccida a sangue freddo con una pallottola alla tempia. Noi tutti riterremmo barbaro un tale individuo: perchè siamo così moralmente ipocriti da credere che chi governa lo stato abbia il diritto di essere barbaro?

Sebbene la pena di morte non sia di per sè illiberale, la sua difesa richiede due errori tipici degli statalisti:

1) Un'eccessiva fiducia nelle istituzioni, nella fattispecie: i giudici,
2) Una doppia morale che condanna i privati per le stesse cose che fanno i politici.

Per affiliarvi al blogroll:

www.camelotdestraideale.it

postato da: Libertarian alle ore 10:52 | Permalink | commenti (4)
categoria:politica interna
lunedì, 26 dicembre 2005

Il lavoro nobiliterà pure l'uomo, ma è una gran rottura di palle. E' difficile pensare che la gente lavorerebbe gratis. In genere il lavoro è un costo per l'agente, ed è un costo che si sopporta per guadagnare lo stipendio. La disutilità del lavoro è una delle ipotesi particolari (che non derivano dalla logica dell'azione) dell'Economia Austriaca.

Lavorare significa impiegare le proprie energie e il proprio tempo in un'attività la cui utilità è indiretta (da qui il motto "si lavora e si fatica per il pane e per la..."). Il valore del tempo libero perduto per lavorare è il costo-opportunità del lavoro.

Se il lavoro fosse un bene in sè, la gente lavorerebbe fino quasi allo sfinimento (massimizzerebbe il valore attuale del proprio prodotto futuro). Si riposerebbe solo per poter continuare a produrre in futuro. Il mondo non funziona così: le persone lavorano una certa quantità di tempo, e ottengono un salario in cambio di quanto contribuiscono a produrre.

Supponiamo che il salario sia pagato in chili di pane (non abbiamo ancora introdotto la moneta, del resto...). Ogni singolo lavoratore deve decidere tra lavorare e non lavorare (tralasciamo i vincoli legali, supponiamo assoluta libertà contrattuale, e paga oraria fissa).

Il primo pane che gli arriva avrà una certa utilità, man mano che guadagna, l'utilità del pane successivo diminuisce. D'altro canto, se lavora poco, l'utilità del tempo libero sarà maggiore.

E' possibile immaginare che il lavoratore preferisca sacrificare la 24-sima ora di tempo libero per avere il primo kilo di pane (per un salario pari a 1Kg/h). La 23-sima ora varrà più della 24-sima, e il secondo kilo di pane varrà meno del primo. Supponiamo che il lavoratore abbia lavorato 8 ore: significa che l'ottavo kilo di pane vale per lui più della 17-sima ora di tempo libero. Se preferisse il nono kilo di pane alla 16-ora, del resto, lavorerebbe 9 ore.

Per decidere se continuare dopo 8 ore di lavoro, il lavoratore confronta l'utilità del nono kilo di pane con l'utilità della 16-sima ora, ci pensa, e decide di smettere di lavorare e tornare a casa.

Da questo deduciamo la seguente scala di preferenze:

A1 - ottavo kilo di pane
A2 - 16-sima ora di tempo libero
A3 - 17-sima ora di tempo libero
A4 - nono kilo di pane

Si noti che la 16-sima ora di tempo libero potrebbe valere più dell'ottavo chilo di pane, il risultato non cambia, visto che la scelta non riguarda questo. Si noti, infatti, che la seguente scala andrebbe altrettanto bene:

B1 - 16-sima ora di tempo libero
B2 - ottavo kilo di pane
B3 - 17-sima ora di tempo libero
B4 - nono kilo di pane

Infatti, dalle scelte che abbiamo osservato, possiamo dedurre soltanto che B2 (A1) sta prima di B3 (A3), e che B1 (A2) sta prima di B4 (A4).

Alcuni economisti sostengono che la teoria Austriaca non consente di dimostrare l'esistenza dell'effetto reddito. Tale effetto consiste nel lavorare di più al diminuire del salario (per conservare il reddito). Non si tratta di un comportamento universale degli uomini: al diminuire del salario si può preferire sia di lavorare di più, e conservare, almeno in parte, il reddito precedente, sia di lavorare come prima (o meno), e sacrificare il reddito.

L'accusa è infondata. Supponete che il salario diminuisca da 1 Kg/h a 1/2 Kg/h. Ora il lavoratore deve decidere di nuovo quanto lavorare. Se non vale l'effetto reddito, continuerà a lavorare 8 ore (per ipotesi: potrebbe anche decidere di lavorare di meno), e prenderà 4 kg di pane (o meno). Se vale l'effetto reddito, invece, lavorerà, ad esempio, dieci ore, e prenderà 5 kg di pane.

La prima scelta può essere il risultato di questa scala di preferenze:

C1 - quarto kilo di pane
C2 - 15-sima e 16-sima ora di tempo libero
C3 - 17-sima e 28-sima ora di tempo libero
C4 - quinto chilo di pane

La seconda scelta può essere l'effetto di quest'altra scala:

D1 - quinto kilo di pane
D2 - 15-sima e 16-sima ora di tempo libero
D3 - 17-sima e 18-sima ora di tempo libero
D4 - sesto chilo di pane

Nessuna delle due scale viola il principio di utilità marginale, quindi la teoria Austriaca non vieta l'esistenza dell'effetto reddito. Che questo esista o meno dipende dalla scala di preferenze dell'individuo, e non dalla logica dell'azione in sè. Questo significa che dipende da fattori psicologici e non da fattori prasseologici: non si tratta di una caratteristica universale dell'azione.

Una cosa possiamo dirla: meglio guadagnare 1 kg/h che 0.5 kg/h. Come si può dimostrarlo? Indipendentemente da quanto si vuole lavorare col salario basso, è possibile ottenere sempre la stessa quantità di pane col salario più alto, e avere più tempo libero. Siccome avere più di qualcosa senza sacrificare qualcos'altro è sicuramente un vantaggio, la situazione è sicuramente migliore nel primo caso che nel secondo. E questo è un principio valido sempre, perchè deriva dalla legge di utilità marginale, e, cioè, dalla prasseologia.

Vai alla lezione 4: http://2909.splinder.com/post/6675461
Vai alla lezione 6: http://2909.splinder.com/post/6701410

postato da: Libertarian alle ore 12:29 | Permalink | commenti (6)
categoria:economia austriaca
domenica, 25 dicembre 2005

Si dice che le festività natalizie siano sempre più pagane (anche se non so cosa significa) e, da parte mia, faccio professione di agnosticismo, quindi oggi non ho intenzioni teologiche.

La storia dell'Immacolata Concezione, applicata alla teoria dello stato, deriva da una battuta di Rothbard, che, criticando le teorie di Nozick sulla nascita dello stato tramite un processo che non violava diritti individuali, chiamava le tesi dell'autore di "Anarchy, State, Utopia", per l'appunto, l'"Immacolata Concezione dello stato". (http://www.mises.org/journals/jls/1_1/1_1_6.pdf).

Che lo stato non sia mai stato e non possa essere immacolatamente concepito sarà spiegato in futuro in questo blog (oppure leggete il link, se avete fretta). Al momento voglio dimostrare che è concepibile un mercato immacolatamente concepito. "Concepibile" significa che non si viola la natura del mercato nell'immaginarlo, al contrario dello stato, che non è concepibile senza violazioni dei diritti altrui.

Una critica frequente al mercato, infatti, è che gli attuali "rapporti di forza" siano il frutto di precedenti rapine, e che, nel difendere la libertà e il diritto di proprietà, si perpetui una passa ingiustizia. Ho già spiegato in passato che la conseguenza (la critica della proprietà in sè) non deriva minimamente dalla premessa (l'esistenza di proprietà frutto di rapina, che nessun libertario nega). Per riferimenti, leggete "http://2909.splinder.com/post/6658457".

Oggi voglio dimostrare che la libertà è compatibile, senza alcuna contraddizione, con l'esistenza della proprietà fondiaria, dello scambio, del mercato, della moneta, della concorrenza, delle funzioni sociali, delle imprese, della disuguaglianza materiale.

Un tizio di nome Venerdì viene catapultato su un'isola deserta, ara un campo e pianta del grano per ottenere una fonte di sostentamente. Successivamente arriva Sabato, prende un altro pezzo di terra, lo coltiva, e comincia a produrre mais. Venerdì e Sabato diventano proprietari fondiari senza usare violenza contro qualcuno, quindi senza commettere ingiustizie (con questo non voglio dire che usare la forza sia un'ingiustizia in sè: il libertarismo non è non-violenza).

Venerdì ottiene del grano, ma gli piacerebbe avere anche un po' di mais, per variare la dieta. Lo stesso vale per Sabato, che ha del mais, e niente grano. I due si mettono d'accordo per scambiare un po' di grano con un po' di mais, con condizioni di scambio vantaggiose per entrambi (visto che, altrimenti, non avverrebbe alcuno scambio: le tasse, essendo estorte con la forza, non sono un esempio di scambio). Da qui nasce, sempre immacolatamente, lo scambio.

Dopo un po' arrivano sull'isola anche Domenica, Lunedì, Martedì, Mercoledì e Giovedì (Da questo momento i 7 tizi si chiamano Ve, Sa, Do, Lu, Ma, Me, Gi, per brevità). Do si dedica alla pesca di trote nel fiume, Lu si dedica alla produzione di noci di cocco, Ma alla produzione di salsicce di cinghiale, Me alla produzione di vongole e Gi alla produzione di ferro.

Siccome a tutti serve il ferro, e a tutti serve variare la dieta, tutti cominciano a scambiare l'uno con l'altro. Ve compra vongole, salsicce, ferro e trote, e gli altri pure, in base alle loro preferenze individuali. Dai singoli atti di scambio nasce un mercato.

Lu si accorge che ricordare i rapporti di scambio (prezzi) di ogni merce contro ogni altra merce è un po' complicato. Inoltre si rendono tutti conto che scambiare trote con salsicce mediante baratto richiede l'incontro di due persone che vogliono salsicce o trote e vogliono dar via trote o salsicce: un po' improbabile come coincidenza. Piano piano tutti si rendono conto che il ferro serve a tutti, quindi tenersene un po' come scorta per effettuare scambi può essere utile. Tutti cominciano a scambiare quello che hanno con ferro, e comprare quello che vogliono in cambio di ferro. Ognuno comincia a tenere una scorta di ferro nel porta-monete. Il ferro diventa un mezzo di scambio generalmente accettato: abbiamo ottenuto la moneta.

Me si rende conto che le vongole non piacciono a nessuno e si sposta nel settore della produzione di ferro. Gi ne viene danneggiato, perchè prima era l'unico produttore di ferro, ma gli altri cinque abitanti dell'isola ne sono contenti, valutando il ferro più delle vongole. Se Me non potesse entrare nel settore di Gi, Gi sarebbe contento, ma per impedirglielo deve usare violenza contro Me e danneggiare i consumatori di ferro. Siccome la nostra società è, per ipotesi, immacolatamente concepita, Me può entrare liberamente nella produzione di ferro. Da qui si ha la concorrenza.

Ve risparmia un po' di grano e lo presta a Ma, perchè la produzione di salsicce di cinghiale richiede sei mesi di stagionatura, e Ma ha bisogno di una fornitura di cibo per sei mesi prima di entrare nel mercato. Ve, risparmiando e investendo, guadagna un interesse: l'interesse è, infatti, la remunerazione per l'attesa (se do un quintale di grano oggi, ne voglio qualcuno in più tra sei mesi, altrimenti che lo do via a fare?). Ve diventa un capitalista: guadagna un interesse.

Gi si rende conto di essere un bravissimo agricoltore, migliore di Sa, e chiede a Sa di affittargli il campo di mais, in cambio di una parte della produzione. Sa diventa un rentier: guadagna una rendita sulla terra.

Ma Sa ha ora un bel po' di tempo libero. Decide di andare da Do e gli dice che vuole utilizzare le sue canne da pesca per pescare trote. Sa diventa un lavoratore dipendente, e Do un datore di lavoro. E tutto questo ancora senza violare alcun diritto...

Siamo quindi arrivati ad una società in cui ci sono capitalisti, proprietari terrieri e lavoratori, proprio come nella nostra. Do ha bisogno di ampliare la produzione di trote, e Sa gli presta parte della sua rendita (dovuta alla terra coltivata da Gi), diventando comproprietario dell'attività. Insieme formano la Week-End SPA (scusate il gioco di parole). Ecco nata l'impresa.

La nuova società ha molto successo, e Sa e Do possono comprare molto ferro e tenerlo nei loro porta-monete. Sa e Do diventano ricchi: e si ha la disuguaglianza materiale.

A questo punto ci si potrebbe chiedere: se Gi arrivasse quando tutta la terra è stata spartita tra Ve e Me (giorni intermedi inclusi)? Sarebbe un proletario: proprietario delle sue braccia. Gli altri sei sono liberi di assumerlo come dipendente. Se poi credono nella redistribuzione delle terre (e.g. sono Georgisti), possono dargli una parte della loro (o tutta). Nel momento in cui Gi comincia a risparmiare, o entra in possesso di un pezzo di terra, comincia a guadagnare un interesse o una rendita e smette di essere un proletario, per definizione.

La cosa può non piacervi: se non vi piace siete liberi di regalare quello che volete a Gi: con le vostre tasche, non con quelle altrui. Altrimenti, che Immacolata Concezione è?

Come si è visto, il mercato può essere immacolatamente concepito, mentre lo stato no. Come volevasi dimostrare.

postato da: Libertarian alle ore 12:23 | Permalink | commenti (14)
categoria:economia, libertarismo, filosofia politica, teoria politica